martedì 9 aprile 2019

MACRON: “PRIVATIZZO QUIA ABSURDUM”

Se volete vedere un ritorno al Medio Evo, guardate  le privatizzazioni di Macron:  vuol dare in concessione ai privati non solo le autostrade (l’ha già fatto) ma le  strade secondarie  di tutta la Francia.  Lo ha scoperto France Inter, rivelando parti dell’accordo segreto  sulla cessione delle autostrade   – segreto !  – firmato nel 2015 tra lo Stato  e i concessionari.   Nella pratica, firmato da Emmanuel Macron e Segolène Royal, allora rispettivamente ministri dell’Economia e  dell’Ecologia (sic) sotto  la  presidenza Hollande.  E’ il documento –  che ora il Consiglio di Stato sta ordinando al governo di rivelare  –  in cui  i due ministri autorizzavano i concessionari ad aumentare annualmente i pedaggi fino al 2023, in cambio di un congelamento delle tariffe in quel 2015: perché quell’anno c’erano le elezioni, e il partito di Hollande  temeva di perdere  – come infatti è accaduto, tanto che i burattinai (Attali, Rotschild?) hanno dovuto inventare il “movimento nuovo” di Macron per restare al potere.

Privatizzare le strade nazionali.  Come ai tempi di Colbert

Il che la dice  già lunga sulle collusioni fra socialisti privatizzatori e i grandi privati, il cosiddetto  “mercato”.  Ma questo non è  tutto. Nel documento, si ricava che  le grandi società  per azioni che attualmente gestiscono le autostrade, hanno proposto anche la privatizzazione delle strade nazionali, 10 mila chilometri.  Una nota dell’ASFA (Association des Sociétés Francaises d’Autoroutes) dichiara: “Questo modello virtuoso[la privatizzazione delle autostrade] potrebbe essere esteso al  complesso della rete viaria nazionale […]  per continuare a sviluppare e modernizzare le infrastrutture stradali  necessarie alla mobilità sostenibile e allo sviluppo  economico del paese, contribuendo in modo positivo al rilancio economico  […]  Il trasferimento di tutta o parte la rete stradale è di natura tale da provocare un  benefico shock del bilancio pubblico,  alleviano la spese della Stato e rendendo perenne  la  capacità di manutenzione della rete”.

Qui si vede  esposto con comica evidenza  l’argomento a favore delle  privatizzazioni: lo Stato non ha i soldi per  la manutenzione, dunque i privati, generosamente, si accollano la spesa, così il debito pubblico liberato da questo peso, diminuirà. “Ogni volta che lo Stato  deciderà di adeguare la sua rete di strade nazionali e trasformarle in autostrade in concessione, le società risponderanno: presente!”, ha dichiarato, la mano sul cuore, Harnaud Hary, presidente dell’ASFA, in un  empito patriottico.
Ponte a pedaggio  – il bello  del privato
Naturalmente, tanto generoso patriottismo si compenserà mettendo a pedaggio le migliori (più redditizie) strade nazionali; non tutte s’intende, perché ce n’è che non rendono. Quelle saranno lasciate a carico dello Stato. Questo sì che sarebbe il ritorno al Medio Evo:  come già aveva notato il ministro del Re Sole  Jean Baptiste Colbert nel 1664,  le manifatture erano aggravate dal dazi che  ogni città e provincia (indebitatissime) levava sulle merci in transito; pedaggi da pagare su ogni ponte, su ogni canale, su ogni strada per quanto deplorevolmente tenuti;  il dazio di Valence, tuonava Colbert, estrae fino al  5% su ogni merce proveniente dal Meridione;  su ogni passaggio di merci da una provincia l’altra gravano fino a venti balzelli.  Va detto  che nemmeno lui, Colbert, riuscì ridurre i dazi interni ad uno solo; bisognò aspettare la Rivoluzione.

Uno  dei dazi sulla strada che portava a Parigi le aringhe pescate in Normandia.
Che  questo speciale ritorno al Medio Evo sia nei progetti del  governo e partito progressista, lo ha confermato Alain Vidalies, che è stato segretario ai Trasporti sotto il governo Valls. “Vedevo già arrivare  sulla mia scrivanie rapporti dell’alta amministrazione che  mi spiegavano  che il bilancio dello Stato non aveva più i mezzi per la manutenzione della rete stradale nazionale,  mi si domandava di  rifare con le strade nazionali quel che si era fatto per le autostrade”.

Gli aeroporti rendono profitti allo Stato: perché li vende?

Macron  sta  recuperando il tempo perduto   – la Francia,  “statalista” per tradizione  è rimasta un po’  indietro nella privatizzazioni, e sono queste le “riforme”  che l’Unione Europea (ed  Attali) gli chiedono di fare:  e lui esegue con un dogmatismo ideologico  che appare fuori tempo massimo, mentre nel paese l’ideologia  (pseudo) liberista è contestata nella sua razionalità stessa.  Per esempio,   vuole  privatizzare  gli Aeroporti di Parigi (ADP)  l’ente statale che gestisce quasi tutti gli aeroporti di Francia: ma perché,  gli  ha domandato la giornalista Coralie Delaume, visto che gli aeroporti  non solo non sono in perdita, ma  fanno profitti – 130 milioni  – che retrocedono allo Stato?  Stessa  obiezione vale per le due  altre  entità che  Macron vuole privatizzare:  l’ente giochi (Francaise des Jeux)  che allo Stato dà 100 milioni,  e  Engie, il gigante dell’energia  (elettricità e gas), che ne dà 500. Le  vendiamo per dis-indebitare lo Stato, e  per creare un fondo per l’innovazione; contiamo di ricavare  15 miliardi, di cui 5 andranno ad  alleviare il debito pubblico  e 10  per il fondo innovazione: ben investiti, renderanno 250 milioni l’anno…. Il periodico Alternatives Economiqueribatte: 5 miliardi per alleviare un debito pubblico di 2300 miliardi, non è  assurdamente  insignificante? E i  250 milioni che sperate di ricavare investendo 10 miliari…a che scopo vendere  per questa speranza di introito  tre aziende partecipate che vi rendono 700-700 milioni?
(Raccolta di firme contro la cessione degli aeroporti)
L’argomento che lo Stato si alleggerisce da un costo, è perfettamente fallace.   Anche le autostrade del resto, opere pubbliche da tempo ammortizzate, “rendono”,  fanno profitti.  Anzi ci si è accorti che i governi precedenti hanno cominciato a   privatizzarle proprio quando, pagati  gli storici debiti  per la loro  costruzione,  “milioni se non miliardi di dividendi cominciavano ad entrare nelle casse  dello Stato ”, ha spiegato Gilles de Robien, un ex ministro dei trasporti.
Dare in gestione a privati monopoli naturali  (come sono aeroporti ed autostrade)  non ha giustificazione  nemmeno, ovviamente,  nella convenienza di introdurre “la concorrenza  del mercato” che  farebbe, secondo la dogmatica liberista,  diminuire i prezzi  a vantaggio dei consumatori. Forse che un aereo può scegliere fra più aeroporti  in quale gli conviene atterrare? O un automobilista scegliere fra due autostrade in concorrenza?
Anche in Francia infatti, le autostrade rendono ai privati somme scandalose, come da noi ai Benetton. Il gruppo Vinci per esempio realizza con le concessioni il 13,9  per cento  del suo fatturato e il 58,8% dei risultati operativi: ossia le concessioni   rappresentano per il  gruppo (immobiliare) una redditività  9,4 volte superiore a  quelle dei contratti di costruzione classici.
E’ interessante constatare che anche in Francia  il contratto di  concessione autostrade è stato tenuto segreto. Come dovreste ricordare,   anche in Italia quello con cui il governo (D’Alema) cedette a Benetton le autostrade, che Benetton nemmeno acquistò pagando coi soldi suoi  freschi,  ma indebitandosi e subito dopo accollando il debito suo alle Autostrade SpA, come ben spiegato qui:

anche questo contratto, è  stato coperto da Segreto di Stato. Perché, domandavo allora?  Non si può trovare altra spiegazione a  un segreto non-militare,   se non  l’occulta partecipazione ai grassissimi utili (leggi tangenti)?  Qualche procura vuole interessarsene?
Non s’è interessata , in Italia. Vedremo se  i francesi avranno maggior fortuna. Fra le clausole segrete rivelate  là, ce n’è una in cui lo Stato francese si obbliga ad  accordare alle società concessionarie una compensazione, in caso sia varata una nuova tassa  sulle autostrade: compensazione che può tradursi o in un rincaro dei pedaggi, o in un prolungamento delle concessioni.  Ora un militante ecologista che è stato parlamentare, tale Raymond Avrillier, vuole  adire al Consiglio di Stato per fare annullare questo protocollo.  Vedremo come finirà.
Fatto sta che in Francia, almeno, ci sono media importanti e  giornalisti che (contrariamente a quel che avvenne in Italia) si stanno opponendo.   Dimostrando  dati alla mano che le scuse per le privatizzazioni di grandi monopoli pubblici  – efficienza  del gestore privato, concorrenza, alleviamento dei costi pubblici o del debito pubblico, convenienza per i consumatori  – sono falsità  pure e semplici.

Significa regalare rendite lucrose

Privatizzare i servizi pubblici equivale ad accordare  una rendita  lucrosissima a qualcuno, a svantaggio dell’interesse generale, perché la collettività di perde”, dice l’economista gaullista Laurent Herblay.  “Solo una fede religiosa nel “privato”   spiega questa  ostinazione”.
Poiché i dettami di questa  fede religiosa vengono imposti dovunque in Europa,  come necessità  del “mercato”, viene financo il dubbio: e se tutto il sistema  che si chiama “mercato” e “ordoliberismo”, o “Unione Europea”  non avesse altro scopo, alla fine, che consentire ai capitalisti di accaparrasi rendite grasse e sicure,  saccheggiando  le infrastrutture pubbliche costruite nel secolo precedente,  a spese dei cittadini e consumatori, con tanti saluti al loro presunto “appetito  per il rischio” ?  Sembra quasi che i capitalisti non vedano l’ora di deporre i loro “animal spirits”,  la loro sete di “competizione”  nella darwiniana jungla dei mercati liberti e globali,   per trasformarsi in posati rentiers.  Possibile?
Può  contribuire a rispondere alla domanda un’altra domanda: come mai Italia e Francia, oggi così indebitati coi “mercati”, in passato hanno avuto i notevoli fondi necessari per farsi autostrade e reti elettriche e aeroporti? Dove trovavano il denaro? La riposta: lo produceva la banca centrale, comprando i Buoni del Tesoro  eventualmente invenduti.  E’ col denaro creato dal nulla per gli investimenti e il pieno impiego che Italia e Francia hanno avuto i mezzi per  farsi le enormi infrastrutture, come del resto tutti i paesi europei hanno finanziato la ricostruzione del dopoguerra.  Poi è stato decretato  il divorzio fra Tesoro e Banca centrale: noi nel 1981, la Francia un po’ prima.
Il denaro è diventato scarso.  S’è dovuto chiederlo ai mercati. Il debito pubblico  è aumentato . Le privatizzazioni   dei ricchi patrimoni  pubblici sono diventate “necessarie”: ferrovie, aziende elettriche, autostrade…. Che sia tutto architettato per regalare delle rendite ad alcuni amici?    Se questo capitalismo terminale abbia lo scopo ultimo di creare   la casta pseudo-aristocratica di  parassiti  che staccano cedole, come quell’aristocrazia dell’Ancien Régime viveva di emolumenti   e  donazioni regie  a Versailles?

Bruxelles  esige: privatizzate anche le dighe

Frattanto, Bruxelles esige  ancora uno sforzo: la privatizzazione di 150 dighe idroelettriche.  Bruxelles trova che  EDF (Electricité de France), azienda pubblica,   soffre di “eccesso di posizione dominante”, in quanto detiene   sia le centrali nucleari  sia l’idroelettrico. Siccome non ha (per  ora) il coraggio di esigere la vendita a privati delle centrali atomiche, vuole, ordina e comanda  che privatizzi i 150 sbarramenti idroelettrici più importanti, e ceda a privati i ruibinetti della modulazione della fornitura elettrica durante i picchi di consume o penuria idrica.  Qualcosa di analogo alla privatizzazione en indipendenza  della Banca Centrale,   che ha tolto agli Stati  il potere di  modulazione dei flussi monetari  secondo le esigenze dell’occupazione e delle necessità infrastrutturali.  Il mix idroelettrico-nucleare in mano a d un’azienda pubblica ha un senso strategico ed anche economico:  l’elettricità da nucleare è cara (46 euro a  MwH), ed è compensata dall’idroelettrica  a buon prezzo (20-30 euro a MWh).  La privatizzazione  di questa ricorda, per la sua assurdità, l’ordine di Bruxelles di privatizzare le ferrovie  di tutt’Europa  separando la proprietà dei binari da quella dei treni: un assurdo economicamente insostenibile, ma  giustificato dalla fede dogmatica nel “mercato”.
Orbene, Macron – nonostante alle corde il suo progetto  “europeista  franco-tedesco”, alle prese con l’insurrezione del Gilets Gialli, e  lui stesso descritto come sul punto di schiattare  psicoogicamente (burn-out) farà  le privatizzazioni  delle dighe: le prime 150 (le più grandi, òche produvcono una potenza totale pari a tre reattori nucleari) per il 2022.  Entro il 2050  l’intero parco di   2300 dighe idroelettriche.
La prima cosa che faranno i privati sarà quella che hanno fatto con le autostrade: aumentare la bolletta come hanno aumentato i pedaggi. E allora altro che Gilet Gialli.
“Privatizo quia absurdum” – è proprio fede.

Nessun commento:

Posta un commento