martedì 31 gennaio 2017

ARRESTATO IL PROCURATORE CAPO DI AOSTA, PASQUALE LONGARINI: E’ ACCUSATO DI CONCUSSIONE PER INDUZIONE

IL MAGISTRATO CHIESE A UN ALBERGATORE SOTTO INCHIESTA DI COMPRARE UNA FORNITURA DI FORMAGGIO DA 70 MILA EURO

Paolo Colonello per “la Stampa”

Baluardo della lotta alla criminalità organizzata, puntiglioso e in prima linea in inchieste difficili, precursore delle indagini sulla corruzione fin dai tempi di Mani Pulite, Pasquale Longarini sembrava, ed è considerato, un magistrato "incorruttibile". Invece il facente funzioni di procuratore capo di Aosta, arrestato ieri e messo ai domiciliari su richiesta della procura di Milano, ora è accusato di concussione per induzione, più precisamente per "induzione indebita a dare o promettere utilità".
PASQUALE LONGARINIPASQUALE LONGARINI

Avrebbe cioè approfittato del suo ruolo e delle sue funzioni per favorire un imprenditore amico, Gerardo Cuomo, amministratore delegato del caseificio valdostano All food Service, anch' egli arrestato. Sulla vicenda, che ieri ha scatenato un terremoto nella relativa quiete della procura valdostana, vige, come al solito in questi casi, il più assoluto riserbo.

Le indagini, condotte dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Milano e coordinate dal pm Roberto Pellicano e dal procuratore aggiunto per i reati di corruzione Giulia Perrotti, sono nate però sei mesi fa da un esposto del Procuratore generale di Torino che aveva raccolto una segnalazione della Procura della Repubblica subalpina incappata, nel corso di un' inchiesta in qualche intercettazione imbarazzante che chiamava in causa proprio il dottor Longarini.

PASQUALE LONGARINIPASQUALE LONGARINI
L' indagine milanese, proseguita nel segreto più assoluto, , con l' interrogatorio di diversi testimoni e altre intercettazioni, ieri è arrivata però è arrivata a una svolta e per il magistrato e il suo amico imprenditore, sono scattate le manette.

In sostanza, il procuratore Longarini avrebbe chiesto al titolare di un albergo e di una gioielleria ad Aosta, che in quel momento stava indagando per fatture false e frode fiscale, di favorire il suo amico Cuomo affidandogli un appalto per la fornitura di fontina dal valore di 70 mila euro all' anno. Una quantità di formaggio davvero notevole per un solo albergo, per quanto grande.

PASQUALE LONGARINIPASQUALE LONGARINI
La richiesta, all' imprenditore già alle prese con Guardia di Finanza e magistratura, deve essere sembrata qualcosa di più di un consiglio per gli acquisti. Una concussione, hanno stabilito altri magistrati. Accusa pesantissima per una toga che ha costruito la sua fama nella valle sulla incorruttibilità - fece arrestare vent' anni fa per corruzione l' attuale presidente della regione Val d' Aosta, Augusto Rollandin -, era il referente della Dda e si è occupato di casi come quello del delitto di Cogne e che, ciò nonostante, ultimamente non era esente da critiche per alcune amicizie "chiacchierate": con alcuni esponenti politici di centro destra oppure con imprenditori considerati "spregiudicati".

Come ad esempio proprio Gerardo Cuomo, titolare per altro di un' altra prestigiosissima fornitura con il Forte di Bard, forte di origine napoleonica diventato dopo una ristrutturazione durata un bel po' di anni e costata 80 milioni di euro, il primo centro museale della Val d' Aosta e tra i più importanti del nord Ovest, controllato dalla Regione. Qui il formaggio, raccontano in Valle, costa quasi il doppio che altrove. Sarà per l' altezza e il prestigio del Forte. Il procuratore Longarini e il suo amico Cuomo verranno interrogati nei prossimi giorni a Milano.

Fonte: qui

I radical chic con la puzza sotto il naso

Tutto il mondo è paese e in fondo i radical chic della sinistra, soldi, falce e martello, si somigliano ovunque e, seppure con sfumature diverse, restano legati dalla solita ipocrisia. Dall’America all’Europa c’è insomma un fil rouge che li caratterizza e li unisce per stile di vita e di pensiero, per modo d’essere e di parlare, intriso di puzza sotto il naso.
In buona sostanza sono l’espressione di una cultura double face, due pesi e due misure, oppure per dirla ironicamente alla Marchese del Grillo: “Io sono io e voi non siete un...”.
I capi del sistema, i maître à penser, sono politici, attori, giornalisti, professori, artisti, uomini e donne nella stragrande parte dei casi ricchi e borghesi, quella borghesia supponente e di sinistra.

È da loro che negli USA è partita la grancassa contro Donald Trump, con accuse, insolenze, improperi di ogni sorta e sempre da loro si è trasferita in Europa, dove ovviamente è stata accolta e sostenuta a braccia aperte.
Per questo prima, durante e dopo il giuramento del quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, ne abbiamo lette, sentite e viste di tutti i colori, sul rischio che la democrazia corre con Trump. Sia chiaro, gli stessi guru del pensiero, del verbo e della penna ci avevano già messi in guardia dalla catastrofe Brexit e dalle devastanti conseguenze di una vittoria del “No” al referendum in Italia.
Così come ci mettono in guardia dalla minaccia alla libertà, ai diritti universali, per una eventuale vittoria di Marine Le Pen alle prossime elezioni presidenziali in Francia. Lo fanno sui giornali, nelle tribune politiche, in televisione; lo fanno nelle piazze come hanno fatto in America per protestare contro l’elezione di Trump. 
Si è trattato di manifestazioni in larga parte pacifiche, anche se quelle più violente, che pure ci sono state, non hanno avuto dall’informazione lo stesso trattamento che se fossero state organizzate dall’altra parte politica. Va da sé, infatti, che se fosse stata eletta quella “santa figlia di buona donna di Hillary” e la piazza avesse manifestato con altrettanta collera e rabbia, si sarebbe parlato di squadrismo e di fascismo.
Insomma, quando manifestano i radical chic di tutto il mondo è per il sostegno alla democrazia e alla libertà, quando lo fa la destra liberale o conservatrice è per attentare ai diritti dell’uomo.

Per questo la sinistra, soldi, falce e martello, si è schierata contro Trump, come si schiera contro la Le Pen, contro la Brexit e in Italia contro la Lega e contro gli euroscettici.

Insomma, loro sono la pace(di esportazione di democrazia a suon di bombe!!), la salvezza, il benessere e la giustizia, gli altri sono il pericolo, la guerra, la dittatura e il razzismo.

Eppure il Nobel Barack Obama, che tanto rimpiangono, ha scatenato la guerra in Libia, ha imposto le sanzioni alla Russia, rigenerando la Guerra fredda, ha chiuso tutti e due gli occhi con i Paesi arabi e con la Cina. Il Nobel Obama ha aumentato le distanze con Israele e diminuito quelle con Cuba, ha condizionato l’Europa e isolato la Russia.

Come se non bastasse, Obama in America con la sua politica economica e commerciale ha chiuso le porte al ceto medio e le ha spalancate alla grande finanza(usura), specialmente a quella creativa, per questo la produzione che sta in mezzo si è inceppata. 
Eppure i radical chic lo esaltano e a Trump, che vuole ripristinare i fattori produttivi fondamentali, a partire dal lavoro e dall’impresa, lo attaccano e dileggiano.
Accusano Trump da ogni parte del mondo, gli danno del nazionalista, protezionista, come se in Germania la cancelliera Angela Merkel incitasse a comprare Fiat, oppure François Hollande in Francia a bere prosecco. Lo accusano di proteggere solo l’America, come se la Germania fosse l’altruismo fatto Nazione e l’Europa la solidarietà fatta Unione. Inveiscono contro Trump per i muri e la difesa dei confini, quando in Europa, un giorno sì e uno no, c’è chi rifiuta e spara a zero su Schengen, chi chiude le frontiere.

Insomma, cari amici è così, è l’ipocrisia dei radical chic, dei cosiddetti moderati di centro e di sinistra, di quelli che parlano di uguaglianza e povertà, dalle ville di Beverly Hills, della Costa Azzurra o della Costa Smeralda. 
Di quelli che scendono in piazza, pontificano in tivù e sui giornali contro le disuguaglianze e le discriminazioni e poi vanno nei resort più esclusivi e selettivi viaggiando con jet privati.

Di quelli, infine, che vanno nei talk-show firmati fino ai piedi, coperti di cachemire e vigogna ad attaccare il populismo della destra. 
Stiamo parlando degli illuminati, i migliori, i postcomunisti, i cattocomunisti, gli ulivisti, gli arcobalenisti(anche pentastellati) di tutto il mondo.

Sono, insomma, quelli che dopo di loro il diluvio, che senza di loro l’oscurantismo, che contro di loro solo la sottocultura e l’ignoranza.

Non ci stanno a perdere, non sanno perdere, non se ne danno pace, pur di avere il potere, i privilegi e il predominio scenderebbero a patti con il diavolo.

Ma il mondo cambia e sta cambiando, la gente si riprende testa e pensieri, valuta sui fatti e non per disciplina, sui risultati e non sulle slides, sulla realtà e non sull’illusione. Si chiama volontà popolare, sentimento della gente, espressione della collettività, verifica sociale.

Si chiama libertà di giudicare, di cambiare, libertà di scegliere. Si chiama democrazia, si chiama così anche quando non sta a sinistra.

Fonte: qui

UN TESTE ACCUSA I DIPENDENTI PIÙ SINDACALIZZATI DEL PARCO ARCHEOLOGICO: ‘OGNI VOLTA CHE C’È TENSIONE PER UNA VERTENZA, VIENE GIÙ UN PEZZO. PER ABBATTERE UN MURO BASTA UNA SPINTA…’

LE GUERRE TRA CUSTODI IN SCIOPERO E CHI SI OPPONE ALLE CHIUSURE DEL SITO

Nino Materi per il Giornale

Nel pasticciaccio brutto dei «misteriosi» crolli delle domus pompeiane, spunta un testimone che al Mattino di Napoli rivela: «Succede sempre così. Quando c'è tensione sindacale, arriva un crollo, uno sfregio. Per abbattere un muro basta una spinta...».
POMPEI CROLLO MUROPOMPEI CROLLO MURO

Parole che sembrano dare ragione a chi sospetta un «ruolo attivo» dei dipendenti più sindacalizzati nei danneggiamenti delle antiche vestigia.

L'articolo che riporta la clamorosa dichiarazione è stato subito acquisito agli atti del «dossier scavi di Pompei» su cui indagano i carabinieri di Torre Annunziata. Sono loro infatti che hanno giurisdizione sul territorio del sito archeologico e che, nel corso degli anni, hanno sempre eseguito i rilievi relativi ai tanti «cedimenti strutturali» nella città che fu «pietrificata» dall'eruzione del Vesuvio.

La cronaca ci ricorda come la tempistica di alcuni di questi crolli risulti piuttosto sospetta. Il motivo? Quando una vertenza sindacale si fa particolarmente conflittuale, ecco che una parte di domus viene giù. Insomma, la conferma della tesi avanzata dal testimone anonimo scovato dal Mattino di Napoli.
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Un «giallo» tornato d'attualità in questi giorni, con il ripetersi della medesima dinamica: uno scontro violento tra i sindacati più oltranzisti e il soprintendente Massimo Osanna. Risultato: giovedì scorso una piccola parte di una domus si è sbriciolata.

Tutta colpa del fato o una insospettabile «manina» lo ha aiutato nell'opera distruttiva? Domanda legittima considerato che la domus sorge in un'area non videosorvegliata e il cui accesso è consentito solo al personale di vigilanza. Inoltre giovedì le condizioni atmosferiche (a Pompei era una bella giornata di sole) erano incompatibili con un crollo riconducibile a cause naturali quali pioggia, neve o vento.

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I più malevoli si spingono a ipotizzare che a provocare il danno possa essere stato un custode ipersindacalizzato, magari al fine di fare pressione sul soprintendente Osanna. Il quale però - come del resto tutti i sindacalisti e i lavoratori degli scavi di Pompei - definiscono tale come «pura calunnia».

Sarà anche così, ma i carabinieri di Torre Annunziata non trascurano nessuna pista. Senza contare che nell'ultima settimana hanno dovuto integrare il «dossier Pompei» con una serie di denunce e controdenunce a sfondo sindacale. Nel mirino delle sigle più oltranziste è finito il soprintendente Massimo Osanna, oggetto nel giro di 48 ore prima di un esposto-denuncia per un presunto «abuso d'ufficio» e poi di una querela per un'altrettanta presunta «diffamazione a mezzo stampa».
POMPEI CROLLIPOMPEI CROLLI

Ma perché tanta rabbia, da parte dei portavoce dei custodi, nei confronti del soprintendente? Tutto nasce da un'assemblea sindacale che, giorni fa, rischiava di bloccare il normale accesso dei turisti nell'area archeologica: un'eventualità impedita però dal piglio decisionista del professor Osanna il quale, utilizzando il personale in servizio e nel pieno rispetto delle leggi, ha permesso il normale ingresso dei visitatori. Obiettivo (raggiunto) del soprintendente: evitare l'ennesima figuraccia dei cancelli chiusi, con fuori centinaia di persone in attesa che l'assemblea sindacale terminasse.

POMPEI - I TURISTI FANNO I LORO BISOGNI TRA GLI SCAVIPOMPEI - I TURISTI FANNO I LORO BISOGNI TRA GLI SCAVI
Una scena tristissima già avvenuta in passato e che non ha certo concorso a dare una buona immagine degli scavi di Pompei in particolare e del nostro Paese in generale. Anche per questa ragione Osanna dal 2014 (anno del suo insediamento a Pompei) ogni volta che c'è la minaccia di una serrata scende in campo direttamente nella doppia veste di chi «ci mette la faccia» (magari chiedendo scusa ai turisti per i disagi) o per assicurare che quei famosi cancelli vengano aperti.

Una «strategia dell'efficienza» che però non piace ai sindacati più legati al vecchio andazzo del «qui si fa come diciamo noi, altrimenti blocchiamo tutto». Ecco allora che i rappresentanti «ultrà» dei custodi, dopo l'ennesima «levata di testa» di Osama, sono andati dai carabinieri presentando un esposto-denuncia accusando Osanna di abuso d'ufficio per aver «utilizzato del personale di sorveglianza in violazione degli accordi interni di categoria».

CROLLI POMPEICROLLI POMPEI
Osanna ci resta male. Ma ci resta ancora più male il giorno dopo quando scopre che un pezzo di una domus in un'area non aperta al pubblico e accessibile solo ai custodi è venuto giù. Trattasi di uno di quei crolli misteriosi che i più maliziosi definiscono «pilotati» ogni volta che sindacati e soprintendente arrivano ai ferri corti. Cosa che a Pompei accade abbastanza di frequente. Come evidentemente sa bene il testimone anonimo rintracciato dal Mattino.

Il giorno successivo a questi eventi il professor Osanna rilascia al Mattino di Napoli una intervista dai toni molto duri (anche questa acquisita agli atti dai carabinieri). Uno dei passaggi più pesanti recita testualmente: «Hanno provato a ricattarmi. Due piccoli sindacati autonomi hanno provato a dirmi: o fai quello che ti diciamo noi, o ti chiudiamo gli scavi». Osanna non fa i nomi dei «due piccoli sindacati autonomi», ma i responsabili di due sigle autonome (Flp e Unsa) hanno deciso di querelarlo per «diffamazione a mezzo stampa». Che abbiano la coda di paglia?

Fonte: qui

Soros è alle corde

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Attenzione alle idi di marzo

La diffusione dei dati di Soros giunge in un momento particolarmente delicato per la politica olandese. Il governo di centro-destra del primo ministro Mark Rutte è alle corde nel tentativo di respingere, con un’elezione programmata il 15 marzo, la seria sfida del partito nazionalista per la libertà (PVV) della destra anti-migranti del leader anti-Unione europea Geert Wilders. Alleato di Donald Trump, Wilders rischia di fare il pieno grazie a Soros, campione delle frontiere aperte dell’Europa e delle migrazioni di massa, che scommette contro le banche olandesi. Le idi di marzo guardano con favore alla vittoria di Wilders, un evento che batterà un altro chiodo nella bara dell’Unione europea e nel sogno di Soros su migrazioni di massa e frontiere aperte.

I Paesi Bassi non sono particolarmente amichevoli verso Soros e i suoi obiettivi. Nel novembre 2016, Open Society Foundations e due gruppi finanziati da Soros, la Rete europea contro il razzismo e Gender Concerns International, pubblicizzavano l’assunzione di giovani “di età compresa tra 17-26” immigrati musulmani o figli e nipoti di immigrati musulmani, per fare campagna contro i partiti di Wilders e Rutte. 
Il primo ministro Rutte ha recentemente avvertito i migranti che si rifiutano di assimilarsi nella società olandese. Naturalmente, Rutte non si riferiva alle migliaia di migranti dalle ex-colonie delle Indie orientali e occidentali olandesi, che non avevano alcun problema ad adottare cultura, religione e costumi sociali olandesi. Rutte, che ha affronta un vantaggio di 9 punti del PVV di Wilders, ha avuto parole dure verso i migranti musulmani. In un’intervista ad “Algemeen Dagblad”, Rutte, in quello che avrebbe potuto essere un intervento di Wilders, ha dichiarato: “Dico a tutti. Se non vi piace qui, questo Paese, andatevene! Questa è la scelta che avete. Se si vive in un Paese in cui i modi di trattare il prossimo v’infastidiscono, potete andarvene. Non è necessario rimanere”. Rutte ha espresso in particolare disprezzo per chi “non vuole adattarsi… chi attacca omosessuali, donne in minigonna o definisce i comuni cittadini olandesi razzisti”. Rutte ha lasciato pochi dubbi a chi si riferisse, ai migranti musulmani appena arrivati, “Ci sono sempre state persone propense a un comportamento deviante. Ma qualcosa è accaduto l’ultimo anno, a cui noi, come società, dovremmo rispondere. Con l’arrivo di grandi masse di rifugiati, la domanda sorge spontanea: i Paesi Bassi resteranno Paesi Bassi”? 
Venendo da un noto euro-atlantista sostenitore di NATO, UE e Banca Mondiale, le parole di Rutte sui migranti avranno scioccato Soros e i suoi servi.
La rivelazione della manipolazione finanziaria di Soros dell’economia olandese sicuramente farà infuriare i cittadini olandesi già stanchi di migranti e diktat dall’Unione Europea. Nell’aprile 2016, i cittadini olandesi respinsero con nettezza il trattato UE-Ucraina che invocava legami più stretti tra UE e il regime di Kiev. Il risultato fece infuriare Soros, uno dei principali burattinai del regime di Kiev.
Il “Babbo Natale” delle ONG troverà molte porte chiuse
L’Europa una volta elogiava Soros come sorta di benevolo “Babbo Natale” che distribuiva milioni per “buone azioni” ai sostenitori del governo mondiale e di altri utopisti dagli occhi sbrilluccicanti. Tuttavia, la patina di Soros va esaurendosi. La Russia fu la prima a cacciare Soros per le interferenze nella politica russa. Il piano di Soros per destabilizzare la Russia, soprannominato “Progetto Russia” di Open Society Institute e Fondazione di Soros, prevedeva lo scoppio di una “Majdan al quadrato” nelle città della Russia. Nel novembre 2015, l’ufficio del procuratore generale russo annunciò il divieto delle attività di Open Society Institute e Istituto di assistenza della Fondazione Open Society, per minaccia all’ordine costituzionale e alla sicurezza nazionale della Russia.

Il Primo Ministro ungherese Viktor Orban guida ora l’ondata anti-Soros in Europa. L’ottica di Orban, divenuto il primo leader dell’Unione europea ad opporsi alle operazioni di destabilizzazione di Soros, di origine ungherese, non è sfuggita ad altri leader europei, come in Polonia e Repubblica Ceca. Orban ha accusato Soros di essere la mente dell’invasione dei migranti dell’Europa. In rappresaglia a queste e altre mosse di Soros, Orban avvertiva che le varie organizzazioni non governative (ONG) sostenute da Soros rischiano l’espulsione dall’Europa.

Orban è stato affiancato nello sfogo di rabbia su Soros dall’ex-primo ministro macedone Nikola Gruevskij, dimissionario e costretto alle elezioni anticipate dalle manifestazioni ispirate da Soros nel suo Paese nel pieno del massiccio afflusso di migranti musulmani dalla Grecia. Facendo riferimento alle operazioni politiche globali di Soros, l’ex-primo ministro macedone ha detto in un’intervista, “non lo fa solo in Macedonia, ma nei Balcani, in tutta l’Europa orientale, ed ora, ultimamente, negli Stati Uniti. Inoltre, da ciò che ho letto, in alcuni Paesi lo fa per ragioni materiali e finanziarie, per guadagnare molti soldi, mentre in altri per motivi ideologici”.

In Polonia, dove Soros fu molto influente, una parlamentare del Partito della Giustizia (PiS) di destra al governo, Krystyna Pawłowicz, ha recentemente chiesto che Soros sia privato della massima onorificenza della Polonia per gli stranieri, Comandante dell’ordine della Stella al Merito della Repubblica di Polonia. Pawłowicz considera le operazioni di Soros in Polonia illegali e ritiene inoltre che le organizzazioni di Soros “finanzino elementi antidemocratici e anti-polacchi per combattere la sovranità polacca e la locale cultura cristiana.

Il presidente ceco Milos Zeman ha detto, in un’intervista del 2016, “alcune sue attività (di Soros) sono almeno sospette e sorprendentemente ricordano le interferenze estere negli affari interni del Paese. L’organizzazione di ciò che sono note come rivoluzioni colorate nei singoli Paesi è un hobby interessante, ma crea più danni che benefici ai Paesi interessati.

Zeman sosteneva che Soros progetta una rivoluzione colorata nella Repubblica Ceca.
Aivars Lemberg, sindaco di Ventspils in Lettonia e leader dell’Unione dei verdi e dei contadini, vuole che Soros e le sue ONG siano vietate in Lettonia. Lemberg sostiene che due pubblicazioni di Soros in Lettonia, Delna e Providus, fanno propaganda a favore dell’accoglienza in Lettonia dei migranti musulmani. Lemberg vede i migranti e il loro sostegno di Soros come un pericolo per la sicurezza dello Stato lettone.
Il sindaco ritiene che “George Soros va bandito dalla Lettonia. Gli va vietato l’ingresso nel Paese”.

Nella vicina Lituania, il partito laburista ha anche messo in dubbio le attività di Soros.
Il partito e i suoi alleati parlamentari hanno chiesto ai servizi di sicurezza della Lituania d’indagare su “schemi finanziari e reti” di Soros per via della minaccia che rappresentano per la sicurezza nazionale. I partiti lituani sostengono che i gruppi di Soros sono specializzati “non a consolidare, ma a dividere la società”.

Non è più facile essere un multimiliardario intrigante che rovescia i governi con lo schiocco delle dita. Soros non solo s’è alienato il Presidente della Russia e la Prima Ministra del Regno Unito, ma ora anche il Presidente degli Stati Uniti. Soros è anche il nemico numero uno dei leader della Cina. Con tale varietà di nemici, Soros è dubbio abbia altri successi politici come in Ucraina o Georgia. Con tutti i suoi miliardi, Soros ora comanda solo un’ “esercito di bambole di carta”.
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Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 29/01/2017
La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

lunedì 30 gennaio 2017

Filippo Saltamartini, sindaco di Cingoli, lascia l’incontro sul terremoto: “Non ci ascoltano”.

Filippo Saltamartini, sindaco di Cingoli, uno dei comuni del cratere sismico, ha abbandonato in segno di protesta il Rettorato dell’Università di Camerino poco prima dell’arrivo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che incontra i sindaci della provincia di Macerata. 



«Pensavamo che ci potesse essere un rapporto dialogico con il presidente - ha detto Saltamartini - invece è ammesso a parlare soltanto un rappresentante dei sindaci e quindi ogni volta che ci sono questi incontri istituzionali siamo solo costretti ad ascoltare, mentre i problemi non vengono risolti. Non è possibile che i rapporti siano di questa natura e per questo ho deciso di andarmene».

«Ho un ponte chiuso da tre mesi e delle imprese che stanno chiudendo - aggiunge - e non sappiamo con chi tenere i rapporti istituzionali per manifestare i nostri problemi». La risposta del presidente della Repubblica è stata una mano tesa: «Avete tutto l’appoggio, non soltanto quando evidenziate con forza le esigenze, le carenze e le cose che non vanno, ma anche quando protestate, perché anche questo può essere utile», ha detto nel suo intervento .

E ha aggiunto: «Io non ho, com’è noto, poteri di governo diretti, ma ho un compito di esortazione di cui uso gli strumenti e le possibilità che questo offre».

Fonte: qui

Francia, Hamon candidato socialista all'Eliseo, dopo il voto del ballottaggio. Valls battuto

L'ex ministro Benoît Hamon vince con il 58% dei voti la sfida delle primarie con l'ex premier Valls. "Stasera la sinistra rialza la testa"

PARIGI -  "Stasera la sinistra rialza la testa". Benoît Hamon saluta così i militanti radunati alla Mutualité nel quinto arrondissement. E' lui, 49 anni, il candidato del partito socialista all'Eliseo. Hamon trionfa nelle primarie con il 58% dei voti rispetto al 41% dell'avversario Manuel Valls. L'ex premier è stato battuto con un largo scarto, pagando l'eredità del suo governo e l'impopolarità di François Hollande. Valls ha augurato "buona fortuna" al suo rivale che, con poco fair play, l'ha interrotto mentre stava salutando i suoi sostenitori.

Il candidato prescelto, su cui nessuno o quasi avrebbe scommesso fino a qualche settimana fa, è il simbolo di una svolta verso la base più radicale della sinistra.

Il suo programma è stato definito dall'avversario "utopico": orario di lavoro a 32 ore settimanali, reddito universale per tutti i cittadini pagato dallo Stato, nuova tassa sui robot per le imprese.

Il "Sanders alla francese" rappresenta un ritorno al "socialismo rivoluzionario" di altri tempi dopo cinque anni di esercizio di governo che hanno profondamente spaccato la gauche.
"Dobbiamo immaginare risposte nuove, riflettere sul mondo per com'è e non per com'era" ha spiegato Hamon nel discorso di vittoria, con la mano sul cuore, il gesto diventato il suo marchio di fabbrica e lo slogan della sua campagna ("Far battere il cuore della Francia").

"Vogliamo vincere" ha promesso ancora Hamon, nonostante i sondaggi siano per lui poco favorevoli. Il candidato del Ps deve affrontare una forte concorrenza sull'estrema sinistra: sia il gauchiste Jean-Luc Mélenchon che il verde Yannick Jadot. E' a questi concorrenti diretti che ha lanciato un primo appello per aprire un "dialogo", con la speranza che almeno uno dei due faccia desistenza. I sondaggi prevedono infatti finora l'eliminazione sicura di Hamon al primo turno delle presidenziali del 23 aprile.

Il nuovo candidato non ha invece detto una parola su Emmanuel Macron, altro avversario che mette a repentaglio le chances del socialista. 

Il candidato centrista è il grande vincitore politico di queste primarie, alle quali non ha mai voluto partecipare. 

Adesso può sperare di ottenere il voto degli elettori di sinistra più moderati, delusi dalla sconfitta di Valls.

L'uscita di scena dell'ex premier potrebbe provocare una fuoriuscita di voti e persino di dirigenti dal Ps verso il movimento "En Marche" di Macron, anche se è ancora presto per calcolare i rapporti di forza tra i nuovi equilibri.  


Fonte: qui

DAL 2011 A OGGI GLI ITALIANI CHE SI AUTOCOLLOCANO TRA LE FILA DEL CETO MEDIO-BASSO SONO PASSATI DAL 43,3% AL 64,1%

LA CLASSE MEDIA E’ SPROFONDATA NELLA POVERTA’, L’ASCENSORE SOCIALE NON FUNZIONA E CHI E’ GIA’ MESSO MALE FINISCE PER STARE PEGGIO (CI VORREBBERO I "FORCONI"...)


Daniele Marini per “la Stampa”

povertPOVERTA'
L'avvento della crisi nel 2008 costituisce uno spartiacque per i paradigmi dello sviluppo, i cui effetti sono tuttora presenti. Fra le conseguenze, la più evidente è la polarizzazione del sistema produttivo: le imprese si sono divise fra chi ha ottenuto performance positive e chi ha manifestato difficoltà sempre più marcate.

FORCONI
Generalmente, le prime hanno investito nei processi di innovazione e si sono aperte alle relazioni con l'estero. Le seconde, invece, non hanno saputo/potuto innovare e hanno operato solo sul mercato domestico. Fra questi due poli, lo spazio di manovra ispirato a un'attesa passiva in vista di un miglioramento, ha prodotto solo esiti negativi e fatto scivolare fuori dal mercato.

DIVARICAZIONE
Ora questo processo di divaricazione si sta spostando dal piano del sistema produttivo a quello delle famiglie e degli individui. E tutto fa pensare che avrà una velocità elevata, di cui già oggi avvertiamo i segnali. È sufficiente consultare gli ultimi dati per verificare l'accentuarsi di un fenomeno di recrudescenza della povertà e di polarizzazione nelle condizioni economiche delle famiglie.
italia poveraITALIA POVERA

Questi dati ci collocano ancora lontano dalla soglia individuata dalla strategia Europea 2020 che ha indicato per il nostro paese una quota poco inferiore ai 13 milioni di individui, quando oggi superiamo di molto i 17 milioni. E mentre in Europa mediamente si assiste a un calo della povertà, noi scaliamo verso l'alto la classifica.

E non solo aumenta l'esclusione sociale, ma anche la distanza fra ricchi e poveri. 

L'Istat evidenzia come fra il 2009 e il 2014 il reddito in termini reali cali in misura maggiore per le famiglie appartenenti al 20% più povero, ampliando così la distanza da quelle più ricche il cui reddito passa da 4,6 a 4,9 volte rispetto alle più povere.

La polarizzazione investe anche le famiglie italiane e, come sottolinea l'ultimo rapporto Caritas, tale processo scardina le tradizionali categorie sociali che - in precedenza - erano quelle più a rischio di esclusione. Oggi i sistemi di disuguaglianza investono anche i giovani, chi pur avendo un lavoro e con pochi figli però è precario o ha una bassa remunerazione.

italia povera disparita economicaITALIA POVERA DISPARITA ECONOMICA
Soprattutto tocca il ceto medio, erodendone le tradizionali certezze. Non è un caso che dopo il voto in Gran Bretagna (Brexit), l'elezione di Trump negli Usa e il diffondersi di movimenti populisti(in Italia, i Forconi) che intercettano parti significative di ceto medio, l'attenzione della politica verso i temi della coesione sociale stiano rientrando nell'agenda.

LA RICERCA
Come sia modificata l'appartenenza ai diversi gruppi sociali da parte della popolazione è l'oggetto dell' ultima rilevazione di Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo, per La Stampa. L'esito complessivo rimarca la polarizzazione nelle condizioni economiche percepite. Se nel 2011 poco più della metà degli italiani (52,2%) si ascriveva al ceto medio-alto e alto, oggi solo il 26,5% si colloca nei medesimi gruppi sociali.

Viceversa, se aumenta leggermente la quota di chi si identifica nel ceto basso (9,5%, era il 4,5% nel 2011), accrescono significativamente quanti vanno a ingrossare le fila del ceto medio-basso che dal 43,3% (2011) passano al 64,1% (2016). 

Dunque, è soprattutto una parte consistente del ceto medio a subire una divaricazione nelle condizioni percepite, sospinte a una mobilità verso il basso, più che verso l' alto. È un fenomeno che investe l'intero Paese, ma che conosce nel Mezzogiorno un particolare deterioramento.

povertPOVERTA'
Nel 2011 il 46,6% degli interpellati si situava nei ceti medio-basso e basso, per salire a ben il 78,8% nel 2016. Di qui, come ha recentemente sottolineato anche il premier(abusivo) Gentiloni, l' attenzione che l' esecutivo vuole destinare ai giovani e al Mezzogiorno. Confrontando le auto-collocazioni nei due periodi è possibile definire la mobilità sociale percepita degli italiani, ovvero come e se funziona l' ascensore sociale.

UN PAESE BLOCCATO
L' esito ci consegna un paese in gran parte bloccato. Per i due terzi degli italiani (62,1%) l'ascensore sociale rimane sempre allo stesso piano: nel periodo esaminato (2011-16) non hanno conosciuto scostamenti significativi, al più hanno avuto una mobilità orizzontale. 

Ciò è avvenuto, in particolare, per i più giovani (68,2% fino a 34 anni), i laureati (69,4%), chi appartiene ai ceti medio-alto e alto (86,6%) ed è residente al Nord (66,6%). Invece, per un terzo (34,3%) l' ascensore sociale è sceso verso il basso.

POVERTAPOVERTA'
Tale discesa coinvolge le persone al crescere dell' età (41,0% oltre 65 anni), chi ha un titolo di studio medio-basso (35,8%) ed è disoccupato (49,6%). Soprattutto, interessa chi risiede nel Mezzogiorno (43,2%) e chi appartiene al ceto medio-basso (41,7%) e basso (67,4%). Sono molto pochi (3,6%) coloro che hanno conosciuto una mobilità sociale ascendente e in modo pressoché esclusivo chi apparteneva al ceto medio-alto (11,1%).

Così, non solo siamo di fronte a un processo di polarizzazione delle condizioni economiche degli italiani, ma è evidente come si palesi anche un «effetto spirale» che sospinge verso una marginalità ulteriore chi già si trovava in difficoltà, da un lato. E, dall' altro, risucchi verso l' alto solo quanti occupavano già posizioni elevate.
RICCHI E POVERIRICCHI E POVERI

Parafrasando il compianto sociologo Bauman, più che «liquido», l'Italia è un Paese «vischioso», dove l' ascensore sociale funziona poco o, quando funziona, è altamente selettivo(non certo per meriti!!!). Ripresa economica lenta e mobilità sociale bloccata sono due ostacoli da rimuovere velocemente per costruire il futuro del paese.
Fonte: qui

UNO DEI DUE ATTENTATORI DELLA MOSCHEA DI QUEBEC CITY AVREBBE ‘ORIGINI MAROCCHINE’: SE FOSSE VERO, CADREBBE LA PISTA DEI SUPREMATISTI BIANCHI E DEI ‘TRUMPISTI CANADESI’

UNO DEI DUE STUDENTI È STATO ARRESTATO NELLA MOSCHEA, L’ALTRO SI È FATTO ARRESTARE ALLA GUIDA DELLA SUA AUTO, DOPO AVER CHIAMATO LA POLIZIA DICENDOSI PENTITO E MINACCIANDO DI SPARARSI IN TESTA



La polizia ha arrestato due studenti (uno sarebbe di origine marocchina) per l’omicidio di sei persone e il ferimento di otto alla moschea di Quebec City. Uomini armati hanno aperto il fuoco contro i fedeli del Quebec City Islamic Cultural Center alle 20 ora locale. 

I testimoni hanno riferito che i due urlavano ‘Allah u Akbar’, Allah è grande, in quello che sembrava un accento del Quebec (con inflessione francese).
strage alla moschea di quebec city 9STRAGE ALLA MOSCHEA DI QUEBEC CITY 9

Uno degli arrestati si sarebbe consegnato alla polizia dopo aver chiamato le autorità ed essersi dichiarato pentito dei suoi atti tanto da volersi ammazzare con un colpo di pistola. Ha fermato l’auto con cui era fuggito e fatto avvicinare le forze dell’ordine, che nel veicolo hanno trovato varie armi da fuoco, tra cui due fucili AK-47. L’altro è stato invece fermato nella moschea.

Fonte: qui


I DUE TERRORISTI DELLA MOSCHEA DI QUEBEC (6 MORTI E 8 FERITI ) SONO ARABI 

UN TESTIMONE OCULARE HA DETTO CHE UNO DEI DUE KILLER URLAVA: ‘’ALLAH AKHBAR’’ 



Due persone hanno aperto il fuoco nella moschea di Sainte-Foy, a Quebec City, in Canada, intorno alle 8 di sera ora locale. Nella struttura, che ospita il centro islamico della città, erano presenti alcune decine di fedeli impegnati nella preghiera. Sul posto sono intervenute pattuglie di polizia e forze speciali, oltre a numerose ambulanze. Il bilancio è di 6 morti e 8 feriti. Le vittime sono uomini tra i 35 e i 70 anni. Due persone sono state arrestate , la prima nelle vicinanze della moschea, la seconda dopo una caccia all’uomo terminata vicino a l'Ile d'Orleans.

QUEBECQUEBEC

L’identità dei due arrestati
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Alcuni media canadesi hanno diffuso l’identità delle due persone arrestate: si tratterebbe di Mohamed Khader e Alexandre Bissonnette; nessuno dei due era conosciuto alla polizia che continuano a mantenere il massimo riserbo sul profilo dei due arrestati. Il secondo dei due ha 27 anni, è originario di Cap Rouge ed è stato arrestato a una ventina di chilometri di distanza dal luogo dell’attentato e sarebbe uno studente dell’università Laval, quella con il maggior numero di studenti stranieri di tutto il Canada; anche l’altro arrestato potrebbe essere uno studente del medesimo ateneo. Bissonnette, sempre secondo le prime notizie che arrivano dal canada, si sarebbe costituito spontaneamente con una telefonata alla polizia; nella chiamata si sarebbe detto pentito di quanto compiuto. Nella sua pagina facebook non compaiono richiami politici o religiosi di nessun tipo: solo riferimenti a feste studentesche, a foto di Halloween e poco altro. L’ultimo post è del 20 gennaio scorso.
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Perquisizioni all’università
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Le autorità locali hanno poi specificato che non ci sono altri sospettati e che delle otto persone ricoverate in ospedale, cinque sono in condizioni critiche. I morti sono due cittadini algerini, un tunisino, un marocchino e due giovani provenienti da altri paesi africani; tra le vittime, secondo il collettivo canadese contro l’islamofobia, ci sarebbe anche l’imam di Quebec City. Le indagini non sono però terminate e di fatto l’operazione di polizia è ancora in corso: le strade attorno al luogo dell’attentato restano presidiate e sono in corso perquisizioni. Una di queste avrebbe riguardato alcuni locali dell’università Laval.

Le testimonianze
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Un testimone oculare, intervistato dalla televisione canadese Cbc ha detto che uno dei due killer urlava: Allah Akhbar». «Why is this happening here? This is barbaric»: «Perché sta succedendo qui? E’ un atto barbarico» si è sfogato il presidente della moschea Mohamed Yangui, che al momento dell’attacco non era all’interno. Secondo l’esponente del centro islamico, i feriti sono stati portati in vari ospedali della città. Intanto la zona è stata circondata da polizia e forze speciali che hanno messo in sicurezza tutta l’area. Gli assalitori hanno fatto irruzione al primo piano dell'edificio, destinato alla preghiera degli uomini, mentre donne e bambini si trovavano al primo piano. Secondo informazioni non confermate gli assalitori arrestati avrebbero 27 anni e avrebbero utilizzato un fucile Ak-47.

Fonte: qui

Canada: spari nella moschea di Quebec City, 6 morti. Justin Trudeau: "Attacco terroristico"

 Ansa- Sei persone sono state uccise in una sparatoria nella moschea di Quebec City, in Canada. I feriti sono otto. Due persone sono state arrestate.  Il primo ministro canadese Justin Trudeau ha definito l'attentato "un attacco terroristico contro i musulmani", sottolineando che e' "straziante vedere una simile violenza insensata".
       ''Stasera i canadesi piangono per le persone uccise in un attacco codardo in una moschea a Quebec City. I miei pensieri sono per le vittime e le loro famiglie'' ha scritto in un tweet il primo ministro canadese. 
Nell'estate del 2016 una testa di maiale era stata lasciata sulla porta di ingresso del Centro culturale islamico del Quebec.
Il primo ministro del Quebec Philippe Couillard ha definito l'atto ''violenza barbarica'' e ha espresso solidarieta' alle famiglie delle vittime. Il ministro della Sicurezza Pubblica Ralph Goodale, sempre su Twitter, si e' detto profondamente rattristato. Il suo staff ha detto che nessun movente e' stato confermato.

 "Il governo italiano è vicino alle vittime, ai familiari e alla comunità musulmana canadese oltre che al governo e al presidente Trudeau. E' un modo anche per confermare il nostro atteggiamento di vicinanza e solidarietà alla stragrande maggioranza cittadini di fede islamica che vivono nei nostri Paesi e città e che rifiutano il terrorismo fondamentalista e anzi ne sono spesso vittime e bersagli". Lo dice il premier Paolo Gentiloni.
"La violenza non è mai una risposta contro il terrorismo, la soluzione si chiama dialogo. La Ue crede nel dialogo interreligioso. Abbiamo lavorato e continuiamo a lavorare in questa direzione". Lo dice il presidente del Parlamento Ue Antonio Tajani in occasione dell'incontro con il premier Paolo Gentiloni.