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martedì 6 agosto 2019

Schlichter: Trump dice le cose che non puoi dire

Mentre mi siedo in una sala dell'aeroporto, la CNN si nutre sul grande schermo (misericordiosamente silenzioso e completamente ignorato tranne che da me) ha un chirone che recita "POLITICA DELL'ODIO: TRUMP UTILIZZANDO IL RAZZISMO COME STRATEGIA POLITICA NEL NUOVO RETORICO". Il suo "odio crimine" "Stava sottolineando che i democratici hanno fallito i cittadini della nostra città e che i poliziotti hanno bisogno di smettere di fare un lavoro così terribile. Penseresti che se Trump fosse davvero un razzista, richiederebbe ai Dems di fare anche peggio  - supponendo che sia possibile - ma è solo una falsa distrazione e avere un senso non è una considerazione. È una bugia far tacere le persone.
In particolare, le persone che non votano Democratico.
Qualcuno è stato davvero scioccato nell'apprendere che non si può dire che un inferno manifesto sia più un inferno , almeno secondo i nostri scommettitori morali nei media e nella politica? Hai un politico democratico che ha rappresentato il suo distretto per quasi quattro decenni e se fai notare che è un disastro, il problema è quello che lo dice ad alta voce. Non il crimine. Non la povertà. Non l'infestazione da roditori. È Donald Trump, POTUS da 2,5 anni, a incolpare il  vero  crimine, che sta sottolineando ciò che tutti sanno.
Tranne Trump non ci gioca. Chiama l'élite e i suoi membri inetti senza paura e senza scuse. Parla, se perdonerai l'espressione maltrattata, la verità al potere.
Si chiama "responsabilità", ed è esattamente ciò di cui l'America ha bisogno dalla sua casta dominante. Questo è il motivo per cui è esattamente ciò che lo stabilimento desidera eliminare. Come osa Trump e, per estensione, essere così tosto da chiedere ai nostri esaltanti scommettitori di non fallire in tutto ciò che fanno!
Trump e te non sono autorizzati a richiedere risultati. Non è consentito richiedere competenza. Non è consentito richiedere l'integrità. Quello che ti è permesso fare è sederti lì e prendere qualunque immondizia ti consegnino, senza lamentele, anche con gratitudine. Non sei un cittadino. Sei un servo. Almeno, è quello in cui vogliono convertirti, ma né tu né l'avatar della tua rabbia Donald Trump lo accetteranno.
Questo è il nostro paese, e tutte le loro bugie sul "razzismo" e qualunque altra falsa bigotteria con cui provano a etichettarvi non ci faranno stare zitti.
La cosa divertente è come la critica alla piccola fetta di Ade di Elijah Cummings sia solo intollerabile perché Trump l'ha detto. Sono liberi di. Dopo i tweet che sbattono contro l'incapacità totale dei democratici di servire il popolo di Baltimora e il conseguente contraccolpo contro le persone che criticano i suoi inutili funzionari governativi, Twitter conservatore si è divertito molto a trovare e twittare innumerevoli precedenti storie di corruzione democratica, furiosi ratti e crimine di strada nei media lib e persino commenti di artisti del calibro di Bernie Sanders. Tutti conoscono la sordida verità su Baltimora e sulle altre grandi città gestite dai democratici.Nella mia stessa Los Angeles i senzatetto si affollano per le strade sporche di marciapiedi con siringhe e fanno cadere il pasto gratuito della scorsa notte ogni volta e ovunque il loro cuore desideri. Tutti vediamo la verità, inclusa l'elite. Vogliono solo impedirci di parlarlo pubblicandolo, falsamente, come razzismo o qualche altro -ismo. Sanno che è una bugia. Sperano che sarai comunque intimidito.
Ma Trump non lo sarà. Vuole?
Questa richiesta di rinunciare a dire verità scomode è una tendenza. Abbiamo scoperto solo un paio di settimane fa che non dovremmo chiedere agli immigrati di non odiare l'America e gli americani. Ancora una volta, non c'è dibattito sulla verità delle dichiarazioni stesse. Ilhan Omar odia l'America tanto quanto presumibilmente ama suo fratello. L'élite lo sa, e l'élite sa che lo sai, eppure la tattica dell'élite è cercare di neutralizzarlo impedendoti di dirlo. Cercano di creare una sanzione sociale per averle criticate.
È stalinista, che prenderebbero come complimento se sapessero chi era Stalin.
Dovremmo anche preoccuparci di notare che nulla di tutto ciò si applica quando i liberali ci attaccano ? Qualcuno strisciante anticristiano che odia ogni principio della Costituzione abbatte una zona priva di armi e che l'atrocità è in qualche modo attribuibile a tutti coloro che credono nell'intera Carta dei diritti, non solo ai diritti che non ci sono. È colpa dell'NRA, così come l'ondata criminale di Baltimora, perché ... perché sta zitto e sottomettiti. È la stessa strategia sinistra sul lavoro, il tentativo di mettere ciò che tu e ciò che almeno metà dell'America crede al di fuori dei limiti di un discorso accettabile.
No.
Non riescono a decidere quali verità possano o meno essere dette.
Non succederà.
Vedi, questo è il nostro paese e riteniamo responsabili gli impiegati governativi corrotti ed incompetenti. Chiameremo gli ingrati e gli anti-americani. Difenderemo il nostro diritto di tenere e portare le armi.
I vostri prog ci odieranno per questo, e mentirete su di noi, ma perché dovremmo preoccuparci? Lo farai comunque. Anche se fossimo così propensi a presentare, non potremmo mai presentare abbastanza. Anche se sei riuscito a eliminare tutti noi avversari kulak - ogni fantasia di sinistra non è così segreta, come dimostrano i tweet di storia e pinko Twitter blue check - avresti comunque bisogno della nostra memoria per fornire un capro espiatorio per i tuoi inevitabili fallimenti. Senza di noi, potresti dover spiegare perché hai dominato nelle grandi città per decenni e tuttavia è solo peggiorato. Non posso averlo!
Il vero motivo per cui Trump ha vinto, e il motivo per cui i suoi sostenitori sono fedeli, è che vede le bugie e non gliene importa. Non ammette la tua superiorità morale o intellettuale, come fanno le  donnole Fredocon dell'esterno del GOP  Pensa che tu sia spazzatura e quindi dice la verità perché non gli importa di quello che dici.
E nemmeno noi dovremmo.

martedì 31 gennaio 2017

UN TESTE ACCUSA I DIPENDENTI PIÙ SINDACALIZZATI DEL PARCO ARCHEOLOGICO: ‘OGNI VOLTA CHE C’È TENSIONE PER UNA VERTENZA, VIENE GIÙ UN PEZZO. PER ABBATTERE UN MURO BASTA UNA SPINTA…’

LE GUERRE TRA CUSTODI IN SCIOPERO E CHI SI OPPONE ALLE CHIUSURE DEL SITO

Nino Materi per il Giornale

Nel pasticciaccio brutto dei «misteriosi» crolli delle domus pompeiane, spunta un testimone che al Mattino di Napoli rivela: «Succede sempre così. Quando c'è tensione sindacale, arriva un crollo, uno sfregio. Per abbattere un muro basta una spinta...».
POMPEI CROLLO MUROPOMPEI CROLLO MURO

Parole che sembrano dare ragione a chi sospetta un «ruolo attivo» dei dipendenti più sindacalizzati nei danneggiamenti delle antiche vestigia.

L'articolo che riporta la clamorosa dichiarazione è stato subito acquisito agli atti del «dossier scavi di Pompei» su cui indagano i carabinieri di Torre Annunziata. Sono loro infatti che hanno giurisdizione sul territorio del sito archeologico e che, nel corso degli anni, hanno sempre eseguito i rilievi relativi ai tanti «cedimenti strutturali» nella città che fu «pietrificata» dall'eruzione del Vesuvio.

La cronaca ci ricorda come la tempistica di alcuni di questi crolli risulti piuttosto sospetta. Il motivo? Quando una vertenza sindacale si fa particolarmente conflittuale, ecco che una parte di domus viene giù. Insomma, la conferma della tesi avanzata dal testimone anonimo scovato dal Mattino di Napoli.
POMPEI 1POMPEI 1

Un «giallo» tornato d'attualità in questi giorni, con il ripetersi della medesima dinamica: uno scontro violento tra i sindacati più oltranzisti e il soprintendente Massimo Osanna. Risultato: giovedì scorso una piccola parte di una domus si è sbriciolata.

Tutta colpa del fato o una insospettabile «manina» lo ha aiutato nell'opera distruttiva? Domanda legittima considerato che la domus sorge in un'area non videosorvegliata e il cui accesso è consentito solo al personale di vigilanza. Inoltre giovedì le condizioni atmosferiche (a Pompei era una bella giornata di sole) erano incompatibili con un crollo riconducibile a cause naturali quali pioggia, neve o vento.

POMPEI 2POMPEI 2
I più malevoli si spingono a ipotizzare che a provocare il danno possa essere stato un custode ipersindacalizzato, magari al fine di fare pressione sul soprintendente Osanna. Il quale però - come del resto tutti i sindacalisti e i lavoratori degli scavi di Pompei - definiscono tale come «pura calunnia».

Sarà anche così, ma i carabinieri di Torre Annunziata non trascurano nessuna pista. Senza contare che nell'ultima settimana hanno dovuto integrare il «dossier Pompei» con una serie di denunce e controdenunce a sfondo sindacale. Nel mirino delle sigle più oltranziste è finito il soprintendente Massimo Osanna, oggetto nel giro di 48 ore prima di un esposto-denuncia per un presunto «abuso d'ufficio» e poi di una querela per un'altrettanta presunta «diffamazione a mezzo stampa».
POMPEI CROLLIPOMPEI CROLLI

Ma perché tanta rabbia, da parte dei portavoce dei custodi, nei confronti del soprintendente? Tutto nasce da un'assemblea sindacale che, giorni fa, rischiava di bloccare il normale accesso dei turisti nell'area archeologica: un'eventualità impedita però dal piglio decisionista del professor Osanna il quale, utilizzando il personale in servizio e nel pieno rispetto delle leggi, ha permesso il normale ingresso dei visitatori. Obiettivo (raggiunto) del soprintendente: evitare l'ennesima figuraccia dei cancelli chiusi, con fuori centinaia di persone in attesa che l'assemblea sindacale terminasse.

POMPEI - I TURISTI FANNO I LORO BISOGNI TRA GLI SCAVIPOMPEI - I TURISTI FANNO I LORO BISOGNI TRA GLI SCAVI
Una scena tristissima già avvenuta in passato e che non ha certo concorso a dare una buona immagine degli scavi di Pompei in particolare e del nostro Paese in generale. Anche per questa ragione Osanna dal 2014 (anno del suo insediamento a Pompei) ogni volta che c'è la minaccia di una serrata scende in campo direttamente nella doppia veste di chi «ci mette la faccia» (magari chiedendo scusa ai turisti per i disagi) o per assicurare che quei famosi cancelli vengano aperti.

Una «strategia dell'efficienza» che però non piace ai sindacati più legati al vecchio andazzo del «qui si fa come diciamo noi, altrimenti blocchiamo tutto». Ecco allora che i rappresentanti «ultrà» dei custodi, dopo l'ennesima «levata di testa» di Osama, sono andati dai carabinieri presentando un esposto-denuncia accusando Osanna di abuso d'ufficio per aver «utilizzato del personale di sorveglianza in violazione degli accordi interni di categoria».

CROLLI POMPEICROLLI POMPEI
Osanna ci resta male. Ma ci resta ancora più male il giorno dopo quando scopre che un pezzo di una domus in un'area non aperta al pubblico e accessibile solo ai custodi è venuto giù. Trattasi di uno di quei crolli misteriosi che i più maliziosi definiscono «pilotati» ogni volta che sindacati e soprintendente arrivano ai ferri corti. Cosa che a Pompei accade abbastanza di frequente. Come evidentemente sa bene il testimone anonimo rintracciato dal Mattino.

Il giorno successivo a questi eventi il professor Osanna rilascia al Mattino di Napoli una intervista dai toni molto duri (anche questa acquisita agli atti dai carabinieri). Uno dei passaggi più pesanti recita testualmente: «Hanno provato a ricattarmi. Due piccoli sindacati autonomi hanno provato a dirmi: o fai quello che ti diciamo noi, o ti chiudiamo gli scavi». Osanna non fa i nomi dei «due piccoli sindacati autonomi», ma i responsabili di due sigle autonome (Flp e Unsa) hanno deciso di querelarlo per «diffamazione a mezzo stampa». Che abbiano la coda di paglia?

Fonte: qui

sabato 21 gennaio 2017

CARLA RUOCCO A DAVOS - ''LA FINANZA NON È UN CRIMINE''

CARLA RUOCCO PARTECIPA AL CONVEGNO CON IL GOTHA DEL CAPITALISMO. MA I LUOGHI TIPO TRILATERAL E BILDERBERG NON ERANO TANE DEL DEMONIO?
''SONO INTERESSATA AL TEMA DELLA POVERTÀ(TRA I RICCHISSIMI USURAI???), QUI È UN TEMA CENTRALE, NON CAPISCO LA VOSTRA SORPRESA''. MA IL SUO NOME NON ERA NEL PROGRAMMA UFFICIALE.


Alessandro Barbera per ''la Stampa''

carla ruocco beppe grilloCARLA RUOCCO BEPPE GRILLO
Carla Ruocco esce dal dibattito fra Mario Monti e il Cancelliere inglese Hammond con fare sicuro. Nota i cronisti al varco e alza le spalle: «Sono interessata al tema della povertà. So che qui è un tema centrale, non capisco la vostra sorpresa». La prima volta dei Cinque Stelle a Davos ha le sembianze di un' ambiziosa commercialista napoletana fasciata in un tailleur nero.

Se non si trattasse del Movimento di Beppe Grillo, in effetti nella presenza della Ruocco non ci sarebbe nulla di strano. Nei corridoi del World Economic Forum si mescolano da più di quarant' anni imprenditori e banchieri, politici e attori. Peccato che Grillo e i suoi abbiano costruito una violenta e solida retorica contro tutti i summit internazionali, si tratti della Trilateral o del Bildenberg, di Davos o del G20. «Mondo cane, mondo fame», titolava nel 2012 un post del leader dedicato proprio all' evento organizzato da Klaus Schwab.

carla ruocco a davosCARLA RUOCCO A DAVOS
 L' invito alla Ruocco è evidentemente un segno dei tempi, così come lo era stato il tentativo di essere ammessi al gruppo dei moderati dell' Alde al Parlamento europeo. L' unico precedente pubblico di contaminazione dei Cinque Stelle con il mondo degli affari risale a due anni fa, quando il Forum Ambrosetti ospitò a Cernobbio il fondatore Casaleggio.

carla ruocco a davos 3CARLA RUOCCO A DAVOS 3
Della Ruocco nel programma ufficiale non c' era traccia. L' organizzazione del Forum l' ha invitata per un dibattito fuori sacco sui populismi. Nella piccola sala ci sono il conservatore inglese Adam Holloway e il padre del populismo europeo, il finlandese Timo Soini, nel frattempo diventato ministro degli Esteri di Helsinki.

«Il nuovo mercato del lavoro taglia molti posti di lavoro. La soluzione è il reddito di cittadinanza. Non è assistenzialismo, bensì una tutela contro la povertà». La Ruocco parla un inglese lento e scolastico ma tutto sommato migliore di molti politici di governo italiani. Alla domanda se abbia senso una simile misura solo in un Paese, si lascia scappare un auspicio europeista: «Beh, sarebbe necessario un approccio condiviso».
carla ruocco a davos 2CARLA RUOCCO A DAVOS 2
Su alcuni temi appare sfuggente, pronta con frasi fatte.

Sui migranti, ad esempio: «Quando arrivano su un territorio creano ovviamente difficoltà alla gente del luogo ma questo viene strumentalizzato da alcuni che non danno soluzioni. Io credo che il problema vada analizzato alla radice per trovare soluzioni».
Nonostante le domande insistite, resta un mistero a che titolo la Ruocco sia volata a Davos. Lei rivendica la sua autonomia, e sottolinea di partecipare da tempo a incontri con il mondo delle banche.

«Fare finanza non è mica un crimine. Io sono contraria semmai a chi fa speculazione». E' accaduto poche settimane fa, quando fu invitata ad una cena con Mediobanca e altri investitori stranieri, curiosi di capire chi ci sia dietro alle Cinque Stelle di Grillo.
Il Movimento nega recisamente di essere stato messo al corrente del viaggio, eppure è strano immaginare che uno fra i più noti deputati possa aver fatto una scelta del genere senza autorizzazione. C' è poi un altro dettaglio che lascia perplessi: qualche settimana fa si era sparsa la voce di un possibile arrivo a Davos del leader Luigi Di Maio, poi smentito.

carla ruocco a davos 1CARLA RUOCCO A DAVOS 1
Sembra di assistere in piccolo al caso di Anthony Scaramucci, il banchiere di Wall Street apparso al Forum in vece di Trump ma senza alcuna investitura ufficiale. Chi frequenta il mondo M5s dice con una punta di malizia che il paragone non regge, perché fra la Ruocco e Di Maio non correrebbe buon sangue. I partiti, si sa, non sono mai dei monoliti e il leader dei Cinque Stelle è pur sempre Beppe Grillo.
carla ruoccoCARLA RUOCCO
Twitter @alexbarbera

Fonte: qui

giovedì 15 dicembre 2016

BREVE STORIA TRISTE DI UN PAESE VOTATO A COLONIZZAZIONE E DECLINO

IL BLOG ''PHASTIDIO'' VA ALL'ATTACCO DI CHI DIFENDE MEDIASET DAI FRANCESI: ''DA FIAT ALLE TV, IL NOSTRO È UN PAESE IN CUI I CAPITALISTI NON HANNO CAPITALE, E PREFERISCONO INTESSERE RAPPORTI MALATI CON LA POLITICA E LE BANCHE, IN CHIAVE PROTEZIONISTICA. 

SALTATA LA PROTEZIONE DELLE BANCHE, LA POLITICA È FINITA CON LE SPALLE AL MURO''

Da www.phastidio.net , blog a cura di Mario Seminerio

alberto nagel vincent bolloreALBERTO NAGEL VINCENT BOLLORE
Allarmi, lo Straniero è alle porte! Dopo l’insediamento del governo Gentiloni, un fremito scuote la Penisola: ci stanno comprando a pezzi, poco alla volta. Sono lustri che va avanti, è intollerabile, signora mia.

Ora è la volta di Mediaset, il “patrimonio del paese” di dalemiana memoria, sotto attacco di un pirata bretone che di fatto si è già mangiato Telecom Italia, la sciagurata “privatizzazione” dell’era Prodi passata per la merchant bank dalemiana (corsi e ricorsi) e molti cambi di mano sempre col denominatore comune del “bambole, non c’è una lira”.

Oltre ad innumerevoli altri esempi degli ultimi anni, come Parmalat. Eppure, non è difficile da capire: siamo un paese senza capitalisti né capitali. E da molti anni votato al declino.

Mediaset è un’azienda che rischia di essere troppo piccola per l’evoluzione tecnologica globale, che va verso l’integrazione sempre più spinta tra piattaforme e contenuti. Dopo decenni passati nel confortevole duopolio con la Rai, e dopo essere stata indebolita da Sky, che ha deragliato Mediaset Premium, si avvicina il tempo delle scelte. Quando non si ha la massa critica per reggere investimenti in nuove tecnologie, si possono tentare alleanze.

VINCENT BOLLORE ARNAUD DE PUYFONTAINEVINCENT BOLLORE ARNAUD DE PUYFONTAINE
Che gli alleati, ad un certo momento, ipotizzino di prendersi tutto il piatto, fa parte degli eventi della vita. Ma il punto vero è un altro: il nostro è un paese in cui i capitalisti non hanno capitale, da sempre, e preferiscono intessere rapporti malati con la politica e le banche, in chiave protezionistica. Saltata la protezione delle banche, la politica è finita con le spalle al muro.

Quanti tra voi ricordano il modo in cui Fiat “prosperava”, in Italia? Giovanni Agnelli trattava coi governi di turno la protezione sul mercato domestico. Il suo implacabile mastino, quello che spingeva il governo italiano a battersi come un leone in Europa per frenare le importazioni di auto giapponesi, attraverso i contingentamenti, era Cesare Romiti.

I sindacati erano al fianco della casa reale di Villar Perosa, senza pensare che l’apertura del mercato avrebbe permesso di portare altri costruttori in Italia, come accaduto in altri paesi europei, dove notoriamente la schiavitù è regola di vita. Meglio allora le pratiche collusive sindacati-imprese-governo romano, che aprirsi alla competizione. Da lì discese l’iper-normazione socialista che caratterizza questo disgraziato paese, che da sempre opera febbrilmente per creare un ambiente tossico per lo sviluppo dell’impresa.
amato agnelli romitiAMATO AGNELLI ROMITI

Un balzo ai giorni nostri, ed ecco l’eterno ritorno: Alitalia che non doveva andare ad Air France, “altrimenti i turisti esteri diretti in Italia verrebbero dirottati nella Valle della Loira“. Forse dovremmo dare il Cavalierato a Michael O’Leary di Ryanair: ha fatto più lui per favorire i flussi turistici internazionali in questo paese che ministeri ed improbabili “Enti per il turismo”, nati morti e la cui decomposizione procede serenamente. Come quella del sistema-paese, del resto.

Ma è mai realmente esistito, il sistema-paese Italia? Si, ma ha avuto un’unica missione: quella di autodistruggersi nel suo consociativismo surreale e capitalismo di debito, con i governi a fare da mediatori o più spesso da faccendieri. Voi ricordate le leggendarie sinergie tra Alitalia e Poste italiane, vero? Chiusura dopo chiusura, protezione dopo protezione, abbiamo plasmato un paese incapace a competere. Ma anche un paese ostile all’investimento diretto estero, per sostituire gli inetti “capitalisti” domestici. Forse era fatale, visto che ormai siamo definiti essenzialmente come un paese di consumatori anziani.
Romiti AgnelliROMITI AGNELLI

Volete un altro plastico esempio? Il settore bancario italiano. Chiuso al mondo (la “foresta pietrificata”), controllato dalla politica mediante il sistema delle fondazioni, perennemente a corto di capitali, con gruppi di controllo divenuti comitati d’affari localistici oppure parte della costellazione di potere oligarchico nazionale. Quando l’habitat ha iniziato a divenire ostile, richiedendo sempre maggiore capitale, dopo una crisi devastante ma che soprattutto ha messo a nudo prassi di concessione del credito non particolarmente avvedute (per usare un understatement), ecco che è scattata la reazione difensiva dei gruppi di controllo: mettere titoli computabili come capitale (i subordinati) nei portafogli dei risparmiatori, pagando il meno possibile. La vigilanza, come l’intendenza, ha seguito, ed ora siamo a questo punto.
marina berlusconi piersilvio e silvioMARINA BERLUSCONI PIERSILVIO E SILVIO

Problema sofferenze: anche qui, la soluzione sarebbe semplice: mancano i capitali domestici? Li si va a cercare dove ci sono, fuori dal paese. Che implica, questo? Una cosa terribilmente semplice: che esiste un prezzo per ogni cosa. Quindi, spazio a chi ha soldi per comprare le sofferenze al “suo” prezzo, cioè molto basso. Il successivo buco di capitale della banca può essere colmato con un aumento destinato al fondo “avvoltoio”. Il quale comprerebbe un “pacchetto”: la redditività bassa ma stabile della banca commerciale più quella potenziale molto elevata delle sofferenze.

Troppo cinico? Forse, ma vale il solito Articolo Quinto: chi mette i soldi sul tavolo ha vinto. Invece, quello a cui assistiamo è un gigantesco gioco a somma negativa, dove la difesa delle sedicenti “élites” al comando finisce a scavare la fossa all’intero paese. E giù le mani dalle nostre sofferenze bancarie: le abbiamo fatte noi, col sudore della nostra fronte e l’incapacità collusa e spesso criminale dei nostri banchieri. La crisi di un paese che attende che il proprio destino si compia ha fatto il resto.

PATUELLI PADOAN GUZZETTI VISCOPATUELLI PADOAN GUZZETTI VISCO
Non stiamo assistendo ad una sceneggiatura originale ma all’ennesimo remake. Solo che, in un paese privo di memoria storica, a nessuno viene in mente di unire i puntini attraverso i decenni. Per fortuna, come ben si addice ad un paese malato di consociativismo, abbiamo sempre il tic della “protezione” a soccorrere il raccomandato di turno. La narrativa del rapimento oltre confine ha sempre il suo fascino: dai turisti al risparmio. Poi ci sono anche quelli che “se avessimo una nostra moneta, non accadrebbe”.

In effetti, se andassimo avanti a colpi di svalutazioni competitive (che competitive non erano, ma solo l’adeguamento “a scatti” alla costante perdita di competitività di un sistema-paese già all’epoca incapace di adattarsi all’ambiente esterno), alla fine qualcuno da fuori potrebbe arrivare a comprare i nostri gioielli per un tozzo di pane. Ma a quel punto noi interverremmo con la clausola dell'”interesse nazionale”, e bloccheremmo ogni scalata straniera.

Come dite? Con quali soldi finanzieremmo gli investimenti, in quel caso? Con le stampanti, che domanda. Mai come nel caso italiano appare chiaro che il patriottismo(alla Salvini!), nella sua versione applicata all’economia, è l’ultimo rifugio di oligarchi-canaglie e di falliti. Perché è sempre e comunque un complotto esterno: tedeschi, francesi, romulani, vulcaniani. E su questo complotto, generazioni di editorialisti costruiscono la loro sussidiata carriera. Quanto sarebbe più semplice leggere tutte queste vicende in un modo solo: siamo un paese inadatto alla competizione internazionale. Ogni apertura è una crepa nel nostro edificio. Il nostro modello finirà ad essere la Corea del Nord.

Per tutti questi motivi, permetteteci di dirlo chiaro e forte: Mediaset è sotto minaccia dello Straniero? E chissenefrega. Firmato: un cittadino-contribuente che ne ha piene le palle. Da molto tempo.

Fonte: qui

sabato 26 novembre 2016

IL CANCRO ITALIANO: LA SINGOLARE CARRIERA DEI PARGOLI DI MINISTRI E DI ALTI FUNZIONARI DELLO STATO DEL GOVERNO MONTI



O NELLE AZIENDE DI FAMIGLIA O CON LA SCRIVANIA VICINA AD UN AMICO DI PAPA’

DI CERTO, NON HANNO TEMPO PER FARE I “CHOOSY”

OVVIAMENTE HANNO UN COMUNE DENOMINATORE: LA LORO ECCEZIONALE MEDIOCRITA'


Di Paolo Bracalini per Il Giornale

emilio gnudiEMILIO GNUDI
In un paese dove il 78% dei lavori si trova per «segnalazione» (dato Eurostat), i figli di banchieri, professori universitari, rettori, presidenti di Cda, prefetti, manager pubblici, tutti futuri (attuali) ministri, non hanno tempo per essere choosy, «schizzinosi»: il lavoro arriva e coi fiocchi.

Al di là dei loro sicuri meriti, non deve aver fatto la schizzinosa Maria Maddalena Gnudi quando il padre, il ministro Gnudi (ex presidente Enel, quota Udc) le ha proposto di diventare socio del prestigioso Studio Gnudi (commercialisti in quel di Bologna), il suo. Approdo sicuro anche per Eleonora Di Benedetto, avvocato 35enne, assunta da uno dei più importanti studi legali di Roma, lo studio Severino, quello della madre Paola, ministro della Giustizia.

francesco profumo irenFRANCESCO PROFUMO IREN
Ma non tutti i brillanti figli si impiegano indoor, altri lo fanno outdoor, sempre ad altissimi livelli. Come Costanza Profumo, brillante architetto laureata al Politecnico di Torino, figlia del rettore del Politecnico di Torino Francesco Profumo (ora ministro dell'Istruzione), ha lavorato nello studio newyorkese dell'archistar Daniel Libeskind, ora pare sia a Rio de Janeiro. Carlo Clini, figlio del ministro dell'Ambiente Corrado, è rimasto invece in Europa, a Bruxelles, dove coordina progetti per la Regione Veneto.

Il segretario Catricalà, che ha gestito l'Antitrust per sei anni, ha una figlia che è in una società, Terna, partecipata dal ministero dell'Economia, dove da sempre siede Vittorio Grilli, ministro dell'Economia, che però ha figli ancora in età scolare.
LUIGI PASSERALUIGI PASSERA

Brillante carriera per un altro rampollo, Luigi Passera, figlio del ministro Passera. Passera jr., dopo la laurea in Bocconi (come il padre) si è occupato di marketing per la Piaggio, società di Colaninno, partner dell'ex ad di Intesa nella cordata di salvataggio Alitalia. Ora Passera jr ha un impiego di tutto rispetto presso la multinazionale Procter & Gamble.

ELSA GIOVANNI E FEDERICA MONTIELSA GIOVANNI E FEDERICA MONTI
Di Monti jr, invece, si sono perse le tracce. Dopo aver lavorato a Londra per Citigroup e Morgan Stanley, il figlio del premier era stato chiamato alla Parmalat da Enrico Bondi (a sua volta poi chiamato da Monti padre come commissario straordinario per la spending review). Dopo le polemiche sul posto fisso (il premier disse che era «noioso») il curriculum del figlio, che nel frattempo ha lasciato Parmalat, è sparito dal web. Si sa però che la seconda figlia di Monti, Federica, ha lavorato nel prestigioso studio Ambrosetti, quelli del Forum Ambrosetti di Cernobbio, dove si riunisce la crème dell'economia italiana. E che poi ha sposato Antonio Ambrosetti, unico figlio maschio degli Ambrosetti.
GIORGIO PELUSOGIORGIO PELUSO

Benissimo è andata a Giorgio Peluso, 42 anni, figlio del ministro Cancellieri. Già assunto trentenne come direttore di Unicredit, poi direttore generale di Fondiaria Sai a 500mila euro l'anno, l'ha in questi giorni lasciata con una buonuscita di 3,6 milioni, scoperta dal Fatto. Ma non è rimasto a spasso: assunto da Telecom Italia come Chief Financial Officer.
Elsa ForneroELSA FORNERO

Poi c'è la Fornero. La figlia Silvia ha una cattedra all'Università di Torino (dove madre e padre sono professori ordinari), e lavora in una fondazione finanziata da Intesa (dove la madre era nel consiglio di Sorveglianza). L'altro figlio, Andrea Deaglio, invece, è uno stimato regista e produttore di film socialmente impegnati (emarginazione, minoranze etniche). Chissà cosa pensa dei choosy.

Fonte: qui

venerdì 4 novembre 2016

“LA REPUBBLICA DEI BROCCHI”, ANALISI IMPIETOSA DI UNA CLASSE DIRIGENTE ...

I BROCCHI SONO SCALTRI, SONO INAFFONDABILI E, SOPRATTUTTO, SI SPALLEGGIANO. A VANTAGGIO DI INCAPACI E CORROTTI

Ferruccio De Bortoli per il Corriere della Sera

La Repubblica dei Brocchi di Sergio Rizzo (Feltrinelli) è un tagliente atto d' accusa nei confronti della classe dirigente italiana. Spietato. Non risparmia nessuno. Nemmeno i giornalisti. Nel leggerlo mi è venuto in mente, non solo per assonanza, un pamphlet pubblicato nella Francia d' inizio secolo scorso. La République des Camarades , ovvero dei compari, di Robert de Jouvenel, riproposto in Italia, qualche anno fa, a cura di Emanuele Bruzzone.
de bortoliDE BORTOLI

Quando la democrazia deperisce nella ragnatela delle amicizie compiacenti, gli interessi particolari e le relazioni oscure. Ma il racconto giornalistico di Rizzo è così ricco di episodi di malcostume o di semplice incoerenza o stupidità da ridurre, nel confronto, lo scritto sui mali della Terza Repubblica francese alla mera fisiologia del potere. Nel caso italiano di normale c' è molto, troppo.

La furbizia elevata a dote ostentata della vita sociale, la facilità con cui si violano le norme senza pagarne mai un dazio in termini di minore reputazione, la tendenza a sentirsi sempre vittime, imputando agli altri i mali del Paese. 

Al punto che lo straordinario saggio di Rizzo sul declino della classe dirigente (pubblica e privata, sia ben chiaro) italiana, poteva benissimo avere un altro titolo. I brocchi sono scaltri. Sono inaffondabili. Sono esempi di "suc-cesso" a scapito della distruzione dell'intera società. E a volte abbiamo la netta sensazione che, alla fine, vincano loro.

Rizzo ha la freddezza del giornalista e commentatore d' inchiesta, attento al dettaglio, che non fa sconti, ma non è privo di speranza. Riconosce le tante qualità del Paese, le molte eccellenze, il capitale sociale della solidarietà e termina il suo libro con quelli che lui chiama piccoli consigli. Codici etici, per esempio, che non siano solo foglie di fico stese sul miope corporativismo italiano.
funzionari pubbliciFUNZIONARI PUBBLICI

Quello che fa dire ai tanti che si comportano bene: siamo tutti colleghi, dunque diamoci una mano. E chiudiamo un occhio, non si sa mai, prima o poi potrebbe accadere anche a noi. Un impegno autentico nel moralizzare la politica, magari attuando quell' articolo 49 della Costituzione sulla trasparenza e la democraticità della vita dei partiti. Oppure accogliendo, quando si formano le liste per le elezioni di qualsiasi natura, il «piccolo consiglio» di Gustavo Ghidini, storico fondatore del Movimento consumatori: dichiarare pendenze penali, situazione patrimoniale, interessi in conflitto. Proposta tanto semplice da essere caduta sempre nel vuoto.

Del resto l' articolo 54 della Costituzione recita: «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore». Sia l' articolo 49 sia il 54 della Costituzione del 1948 sono rimasti largamente inattuati. È giusto riformare, ma forse è anche doveroso attuare. Senza vergogna.

funzionari pubblici mazzetteFUNZIONARI PUBBLICI MAZZETTE
Ecco il filo conduttore delle tante storie raccontate da Rizzo. A volte si rimane senza parole, potremmo persino dire ammirati, nel costatare l' immensa fantasia giuridica degli italiani. Che cosa non si fa per mantenere un vitalizio, per giustificare un privilegio, e persino per aggirare i risultati di un concorso. Come quello della Asl (oggi si chiamano Ats) di Pavia, vinto da un' unica candidata, evidentemente sgradita, e annullato perché le domande sono state ritenute «troppo difficili».

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Un' eccezione si trova sempre. Per far sì, ad esempio, che i dirigenti statali chiamati a ricoprire incarichi negli organi collegiali delle società pubbliche, siano pagati a dispetto della gratuità inizialmente prevista per legge. O consentire a un prefetto di assumere la carica di sindaco della sua città. La burocrazia è refrattaria a essere giudicata (le resistenze alla pur lieve riforma Madia ne sono una prova). Rizzo ricorda un' indagine del 2014, secondo la quale tutti i dirigenti pubblici di prima fascia hanno avuto una valutazione non inferiore a nove su dieci. 

Tutti geni o tutti, in qualche modo, complici.

Il sindacato non è da meno, specie quello nel pubblico impiego e nelle municipalizzate. All' Azienda trasporti di Roma è prevista la concessione, nel 2016, di 131 mila ore di agibilità sindacale, corrispondenti al lavoro di 82 persone, per un costo di 4,3 milioni. Il dopolavoro, cioè il sindacato, gestisce mense ed altri servizi. A costi d' affezione. 

Chi ha proposto di sostituire la mensa, costosa come un ristorante stellato, con i buoni pasto si è visto tagliare le gomme della sua auto. A proposito di gomme, quelle dei mezzi circolanti in città sono fornite da una società esterna gestita da un funzionario Atac in aspettativa. C' è posto per tutti, parenti e amici, meglio se di sindacalisti importanti. Il servizio, o quello che resta, per gli utenti, può aspettare.

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Non stupisce nessuno che un ex giudice della Corte costituzionale difenda contro lo Stato un condannato per truffa. Né che membri dell' Avvocatura si rivolgano al Tar contro la decisione del governo di mandarli in pensione a 70 (settanta!) anni, o che magistrati si rivolgano alla Corte costituzionale per contestare un taglio in busta paga. Certo, sono cittadini come gli altri. L' esempio, come servitori dello Stato, censurabile.

La classe dirigente privata non è migliore di quella pubblica. Spesso persino peggiore. «Burocrazia, concorrenza inesistente, incarichi affidati sulla base di relazioni personali. Eccole qui - scrive Rizzo - le cause del degrado generale di certe professioni». 

Le vicende dei dopo terremoto sono assai significative per giudicare il ruolo, non sempre professionale, dei tecnici chiamati a fare le perizie. Rizzo ricorda che il cratere del sisma che colpì, nel 2002, il Molise riguardava 14 comuni. Aumentati in seguito a 83, ovvero tutti quelli della provincia di Campobasso. Tranne uno. Guardiaregia, il cui sindaco non aveva denunciato danni. E probabilmente non è passato come un custode della legalità.

ASSEMBLEA CONFINDUSTRIAASSEMBLEA CONFINDUSTRIA - broccopoli
I troppi scandali bancari pongono un interrogativo sulla qualità e la moralità di diversi manager, consiglieri d' amministrazione, sindaci, revisori e sulla loro incapacità di vedere o denunciare pratiche sospette. E aprono uno squarcio - che Rizzo indaga in profondità - su una certa omertà territoriale, sull' orgoglio delle appartenenze che sconfina spesso in complicità. 

Anche la Confindustria, nel suo gigantismo rappresentativo, fa parte della Repubblica dei Brocchi. Emergono le figure dei professionisti delle associazioni, collezionisti d' incarichi. Un mondo che riproduce al proprio interno difetti che denuncia come inaccettabili per la politica e per il resto della società.