Visualizzazione post con etichetta Unione Europea. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Unione Europea. Mostra tutti i post

venerdì 19 luglio 2019

M5S: UN MORTO CHE CAMMINA

«Per me solamente una cosa è importante, l’Europa va rafforzata e chi la vuole fare fiorire mi avrà dalla sua parte, ma chi vuole indebolire questa Europa troverà in me una dura nemica». [Ursula von der Leyen]
Giorni addietro Mazzei, della serie “cretinismo (euro)parlamentare”, segnalava quanto grave fosse che il Presidente del consiglio del governo giallo-verde avesse assicurato all’élite eurocratica il suo consenso alla scelta di Ursula von der Leyen come presidente della Commissione europea.
Mazzei si chiedeva dunque se dopo il sì di Conte, ci sarebbe stato quello di Salvini e Di Maio. Ebbene il responso è giunto oggi pomeriggio. Il Parlamento fantoccio di Strasburgo ha eletto la Von der Leyen con 383 voti a favore, 327 contrari, 22 astensioni e una scheda nulla. Una maggioranza risicata assai che attesta, tra le altre cose, come l’egemonia della cupola eurista non sia più schiacciante come un tempo.
Per la precisione il falco ha avuto il sostegno del Ppe, dei liberali di Renew Europe e dei tre quarti dell’SeD, mentre i socialisti tedeschi della Spd, gli austriaci, gli olandesi, i polacchi e gli ungheresi non si sono piegati e non l’hanno votata. Così come i Verdi, la sinistra Gue, parte dei conservatori dell’Ecr e di Identità e democrazia. I 14 deputati del M5S hanno invece dichiarato il loro sostegno mentre la Lega, che conta 29 eurodeputati, ha votato contro, come i deputati di Fratelli d’Italia.
Un sacco di gente quindi, e dei più diversi schieramenti, sapendo chi è che gli ha dato l’incarico, non l’ha votata — da notare che nessun cittadino europeo l’ha votata, in quanto non era candidata, che è stata nominata proprio dalla ristretta cupola eurista.
Per questo il dato più raccapricciante, per quanto fosse nell’aria, è che i pentastellati han votato a favore della Von der Leyen.  

PEGGIO ANCORA! 

I voti 5 stelle sono stati determinanti per eleggerla. E siccome al peggio non c’è limite, i pentastellati a Strasburgo se ne sono anche vantati. Scrive Repubblica 
«Senza i nostri voti, determinanti, oggi saremmo davanti a una crisi istituzionale senza precedenti in Europa. Siamo stati ago della bilancia».
Un gesto politico gravissimo, che colloca i Cinque Stelle, non solo simbolicamente, nel campo del nemico eurista. Dovremo farcene una ragione. Il portavoce pentastellato si è difeso dicendo che il discorso programmatico della Von der Leyen rappresenta una svolta.
Ridicolo!
E’ stata costretta a fare concessioni d’ogni tipo allo scopo di raccattare voti in ogni dove, ma ognuno sa bene che viene dall’ala dura del partito eurista del grande capitalismo tedesco. Abbiamo letto e ascoltato bene il suo discorso e non ci faremo prendere per il culo, né da lei né dai suoi ascari, siano essi piddini, berlusconidi o pentastellati.
A di là delle chiacchiere su un punto la Von der Leyen è stata infatti categorica:
«Per me solamente una cosa è importante, l’Europa va rafforzata e chi la vuole fare fiorire mi avrà dalla sua parte, ma chi vuole indebolire questa Europa troverà in me una dura nemica».
Più chiaro di così si muore. E a proposito di morte mi pare si possa dire che il M5S è un morto che cammina.
Fonte: qui

Von der Leyen. Vincono le donne? 

No, vince la classe dominante

Roma, 18 lug – Ancora una volta, occorre ribadirlo con vigore: la situazione è tragica, ma non seria. La potremmo plausibilmente fotografare nel modo che segue. Le brigate fucsia delle sinistre del capitale giubilano e si esaltano, più baldanzose che mai: ha trionfato il “girl power”! Ha vinto l’emancipazione sul regresso! Ha trionfato il progresso sulla fazione della sempiterna reazione! Perché? Ma è chiaro! Perché due donne sono ora al potere, Lagarde e von der Leyen. È una vittoria delle donne, come ripetono stoltamente le sinistre fucsia e i loro “militonti”, dimentichi della verità della guerra di classe? Niente affatto. È, ancora una volta, la vittoria della classe dominante contro la classe dominata. È, una volta di più, il trionfo dell’élite globalista sui popoli sofferenti della vecchia Europa.
Infatti, le due donne summenzionate si accingono, per conto della Ue e della sacra lex dell’ordoliberismo, a massacrare le classi lavoratrici e i popoli d’Europa. Le due donne summenzionate sono esponenti della global class dominante, emblema della “spirale tecnocratica” (Habermas) delle brume di Bruxelles. È una vittoria di classe biecamente camuffata come vittoria di genere. Non hanno vinto le donne. Lo ripeto. Ha vinto la classe dominante (con le sue donne e i suoi uomini) sulla classe dominata (con le sue donne e i suoi uomini).

La vestale del cosmopolitismo liberista

Ma sapete chi è realmente Ursula von der Leyen? Ve lo ricordo io. Al tempo, della crisi finanziaria greca, ella propose apertamente di ipotecare le riserve auree del Paese ellenico a mo’ di garanzia del prestito concesso dai creditori internazionali. Ordunque, tale proposta fu giudicata a tal punto radicale che perfino l’esecutivo capitanato dalla Merkel pensò bene di prenderne pubblicamente le distanze! Avete capito, allora, quale sarà il futuro dei popoli europei? Quale il destino delle classi lavoratrici? Ulteriori dosi di austerità repressiva. Ulteriori dosi di spending review. Ulteriori dosi di massacro preordinato dei ceti sofferenti in nome del Vangelo del “ce lo chiede l’Europa”.
La signora von der Leyen, vestale del cosmopolitismo liberista, ha esordito senza lasciare alcun dubbio. Il suo discorso di “presentazione” era tutto incardinato sulla lotta contro il populismo e il sovranismo, ossia – questo il punto – contro quella sovranità popolare che è la base della democrazia. La global class odia il populismo, cioè il popolo, e il sovranismo, ossia la possibilità dello Stato sovrano di controllare l’economia deregolamentata. In una parola, la global class odia la democrazia, che è sovranità del popolo e non del mercato e della sua classe di riferimento.
La signora von der Leyen ha incensato in termini parareligiosi il libero mercato, la somma – nonché unica – divinità in cui crede l’Unione Europea, che non per caso non erige più cattedrali e templi, ma solo banche e hub finanziari. Un’ultima nota: la signora von der Leyen ha annunziato che proporrà il salario minimo europeo. Ovviamente non ha fatto neppure un vago cenno a quale sarà la sua reale entità! Intelligenti pauca.

domenica 10 marzo 2019

BRUXELLES CI ROMPE LE PALLE SUI CONTI, MA SUI PARADISI FISCALI IN EUROPA, CIOE’ OLANDA, LUSSEMBURGO E IRLANDA, NON DICE NULLA


OLANDA, LUSSEMBURGO E IRLANDA, HANNO FATTO PERDERE ALL’ITALIA 6,5 MILIARDI DI ENTRATE FISCALI (SI TRATTA DELLO 0,36% DEL PIL, PIÙ O MENO IL COSTO DEL REDDITO DI CITTADINANZA) 

CON LA LORO FISCALITA’ ED ACCORDI PRIVILEGIATI ALLE MULTINAZIONALI, HANNO DRENATO CAPITALI AGLI ALTRI PAESI (35 MILIARDI SOLO A NOI, FRANCESI E TEDESCHI) 


TRA I FURBETTI CI SONO ANCHE CIPRO E MALTA…

Marco Bresolin per “la Stampa”

I paradisi fiscali costano all' Italia 6,5 miliardi di euro l' anno. E nell' 80% dei casi si trovano all' interno dell' Unione europea. Lussemburgo, Olanda e Irlanda sono i principali Paesi destinatari dei trasferimenti di capitali delle grandi multinazionali, richiamati da un trattamento di favore che l' Ue ancora non riesce a contrastare.
paradisi-fiscaliPARADISI-FISCALI

Martedì l' Ecofin analizzerà nuovamente la situazione a poco più di un anno dalla pubblicazione del primo elenco Ue di "giurisdizioni fiscali non cooperative", la cosiddetta blacklist dei paradisi fiscali. Per l' occasione un rapporto di Oxfam fa il conto di quanto costa il "fuoco amico" per i governi europei. Soltanto nel 2015 più di 20 miliardi di euro di ricavi sono sfuggiti alla lente del Fisco italiano. E così sono sfumate imposte per 6,5 miliardi. Si tratta dello 0,36% del Pil, più o meno il costo del reddito di cittadinanza.

paradiso fiscalePARADISO FISCALE
Le perdite per Francia e Germania sono addirittura superiori in termini assoluti, visto che il rapporto di Oxfam stima minori entrate fiscali pari a 10,1 miliardi di euro per Parigi e addirittura 15 miliardi per Berlino. Se si aggiungono anche i 3,5 persi dalla Spagna si arriva a quota 35,1 miliardi di euro: soldi scippati alle prime quattro economie dell' Eurozona che in realtà non finiscono ai concorrenti, ma vanno quasi totalmente in fumo. I principali tre paradisi fiscali europei offrono "tax ruling" e accordi privilegiati alle multinazionali che trasferiscono lì i loro profitti (circa 187 miliardi di euro l' anno), applicando aliquote molto basse.

Nel dicembre del 2017 l' Ue ha adottato per la prima volta una lista nera dei paradisi fiscali, ma ha deciso di passare sotto la lente soltanto i Paesi extra-Ue. Secondo Oxfam, se la lista fosse estesa anche agli Stati membri ce ne sarebbero cinque che non rispettano i criteri utilizzati per giudicare gli altri paradisi fiscali: oltre a Lussemburgo, Olanda e Irlanda andrebbero inseriti anche Cipro e Malta.
MARTIN SELMAYR E JEAN CLAUDE JUNCKERMARTIN SELMAYR E JEAN CLAUDE JUNCKER

La Commissione europea - attraverso raccomandazioni - ha più volte sollevato la questione con i Paesi in questione. Anche Belgio e Ungheria sono già stati oggetto di richiami, ma le politiche fiscali restano di competenza nazionale e così Bruxelles non ha strumenti per intervenire. La Commissione ha cercato di aggirare gli ostacoli, affrontando il problema dal punto di vista della concorrenza sleale.

L' Antitrust Ue è intervenuta per sanzionare le multinazionali, obbligandole a restituire le imposte dovute ai governi con cui avevano siglato accordi (emblematico il caso dei 14 miliardi che Apple è stata costretta a versare all' Irlanda). Ma questo non ristabilisce certo l' equilibrio e non aiuta gli altri Paesi a recuperare le perdite.

fiscoFISCO
Il rapporto stima che ogni anno 600 miliardi di dollari di profitti vengono portati verso paradisi fiscali, il 30% dei quali all' interno della Ue. Per i Paesi sviluppati questo si traduce in una perdita annua di circa 100 miliardi di dollari.

Al momento gli Stati sulla lista nera Ue sono soltanto cinque: Samoa americane, Guam, Samoa, Trinidad e Tobago, Isole Vergini americane. Altri 63 sono sulla lista grigia, il che vuol dire che si sono impegnati in qualche modo per rimediare alla situazione. Secondo Oxfam, l' Ecofin dovrebbe aggiungere altri 18 Paesi alla blacklist, ma depennarne parecchi da quella grigia, che scenderebbe a quota 32. In particolare potrebbero essere cancellati nove Stati che secondo l' ong sono "dei veri e propri paradisi fiscali", tra cui le Bahamas, le Bermuda, le Cayman e Panama.

Fonte: qui

venerdì 8 marzo 2019

Default o Exit: una battaglia tra l'Italia e l'UE è inevitabile

C'è una doppia crisi italiana che sta minando l'Unione Europea:
Da un lato, è una crisi politica, o addirittura geopolitica. L'Italia sta minando l'unità dell'Unione europea; il blocco del riconoscimento da parte dell'UE dei responsabili del golpe in Venezuela come autorità legittima; prevenire l'espansione delle sanzioni contro la Russia; e persino sostenere il movimento del "gilet giallo" in Francia, che sta suscitando la rabbia del governo francese  .
D'altra parte, la crisi è di natura economica. L'Italia sta nuovamente scivolando in recessione (la crescita economica è stata negativa nel paese); Le banche italiane stanno di nuovo affrontando problemi finanziari; e i media aziendali hanno già stimato che la crisi economica italiana potrebbe far saltare in aria l'intero sistema bancario europeo  .
C'è una forte possibilità che i leader dell'UE si trovino presto di fronte a una scelta : cercare di salvare l'Italia (e l'intera Europa) da un'altra crisi o dare l'esempio punendo il governo italiano per le politiche economiche ed estere indipendenti del paese. A sua volta, il governo del primo ministro italiano Giuseppe Conte avrà molto probabilmente il suo dilemma da affrontare: inchinarsi e vendere i suoi principi per ottenere aiuto da Bruxelles o andare fuori e riconquistare l'indipendenza italiana. La scelta non sarà facile e entrambe le decisioni saranno dolorose. Né la fine di questo dramma italiano potrebbe davvero essere definito felice. Come sottolinea giustamentequesto titolo in  The Telegraph : "La crisi in atto in Italia porterà a default, uscita dall'euro, o entrambi".

Il primo ministro italiano, Giuseppe Conte, pronuncia il suo discorso durante il voto di fiducia per il nuovo governo al Senato italiano. Nella foto al vice premier di sinistra Luigi Di Maio e al vicepreside Matteo Salvini, Italia, Roma, 5 giugno 2018
Al centro della questione italiana c'è il fatto che la crisi del 2008 non è mai veramente scomparsa, e tutte le autocompiacimento dei politici europei (specialmente italiani) sono stati in realtà tentativi di nascondere i vecchi problemi irrisolti sotto il tappeto. Fino a poco tempo fa, l'economia italiana mostrava una crescita anemica, ma ha iniziato a diminuire negli ultimi due trimestri. Anche gli sforzi per indebitarsi di più non stanno aiutando. Ci sono tassi di interesse negativi nella zona euro, ma è spesso più redditizio per le banche mantenere i loro soldi nella Banca Centrale Europea (anche a un tasso di interesse negativo) o investirli in qualche parte fuori dall'Italia piuttosto che prestarli a rischi per le imprese italiane e i cittadini Italiani che probabilmente non restituiranno mai i soldi avuti in prestito. In effetti, alla fine del 2017 in Italia erano stati registrati debiti bancari insoluti  per 185 miliardi di euro, un record per l'Unione europea. L'Italia rappresenta circa un quarto dei prestiti in sofferenza nella zona euro (cioè i prestiti che non vengono rimborsati o sono in ritardo), ed è facile capire perché Bruxelles considera il paese come il paese punto debole .
Un altro problema si è sviluppato dopo che il governo Conte - una coalizione di due partiti populisti ed euroscettici - è salito al potere nel giugno 2018. Ha cercato di risolvere le questioni economiche del paese aumentando gli incentivi governativi, ma l'Italia è già in fortemente indebitata (il debito nazionale dell'Italia   è di 131 per centesimo del suo PIL). La Commissione europea ha messo in guardia contro l'allargamento del suo deficit di bilancio e l'aumento eccessivo del suo debito pubblico, e ha minacciato multe per violazione della disciplina di bilancio.
Alla luce della minaccia di sanzioni economiche della Commissione europea (!), Il governo italiano ha dovuto negoziare e fare concessioni nella sua politica fiscale, e ora, a causa della contrazione dell'economia italiana, il gabinetto di Conte sta di nuovo affrontando un dilemma: o sopportare la stretta economica dei burocrati europei (e dell'insoddisfazione degli elettori) o andare contro l'Unione europea.
Per capire veramente il problema italiano, occorre ricordare che, in quanto membro dell'Unione europea e della zona euro, l'Italia non ha piena sovranità nazionale, soprattutto quando si tratta di questioni economiche. Non controlla la politica monetaria della Banca centrale europea e non può nemmeno preparare un bilancio in linea con i desideri del proprio governo o del proprio parlamento, senza il rischio di incorrere in sanzioni o multe dalla Commissione europea. Inoltre, i politici euroscettici italiani sospettano che la Commissione europea (in cui i ruoli principali appartengono a persone selezionate da Germania, Francia e Stati Uniti) stia punendo l'Italia e strangolando letteralmente la sua economia a causa di una avversione politica nei confronti del governo italiano.
Prendi la recente mossa di Roma per  bloccare il  riconoscimento dell'Unione europea di Juan Guaidó come presidente del Venezuela, ad esempio. È logico che i funzionari filo-statunitensi della Commissione europea cerchino di punire l'Italia il più duramente possibile per un simile comportamento. E le iniziative dell'Italia non si limitano al Venezuela. Uno dei leader della coalizione di governo, il vice primo ministro italiano Luigi Di Maio, ha tenuto un  incontro questa settimana con i leader del movimento dei 'gilet gialli' in Francia e sostenuto i loro sforzi, una mossa che ha causato una grande offesa per il governo del presidente Macron, che probabilmente ha considerato tali azioni da parte delle autorità italiane come un tentativo di legittimare le richieste politiche di un movimento determinato a rimuoverlo dal potere. La risposta logica del presidente francese a tali azioni da parte del governo italiano è quella di utilizzare la Commissione europea e la sua influenza di bilancio per fare pressione sull'Italia.
È chiaro che conflitti come questi indicano instabilità politica all'interno dell'Unione europea e la situazione sta diventando davvero instabile. Da un lato, la Commissione europea potrebbe davvero spingere l'Italia sull'orlo della bancarotta o addirittura scatenare un vero e proprio tracollo economico, che probabilmente (ma non certo definitivamente) porterà a un cambio di governo a RomaD'altra parte, se ciò accadesse, l'Italia potrebbe dichiarare un default sul debito pubblico, o la sua uscita dall'eurozona, o (come notato da  The Telegraph ) sia allo stesso tempo, soprattutto da tali minacce (fino a il ritiro del paese dall'Unione Europea) sono già stati fatti dal governo, il cui capo non ufficiale è il vice Primo Ministro Matteo Salvini.
Ironia della sorte, il peggio di questo scenario lo pagheranno le banche francesi, che secondo Bloomberg hanno prestiti in Italia per centinaia di miliardi di euro sui loro bilanci. Inoltre, un tale shock potrebbe far sì che gli investitori stranieri (e molti altri europei) potrebbero iniziare a fuggire dalla zona euro, aggiungendo una componente valutaria alla crisi bancaria. 
Il tempo dirà se la Commissione europea è disposta a correre rischi per punire i politici italiani amanti della libertà, ma possiamo già essere d'accordo con Luigi Di Maio, che, dopo aver incontrato i "giubbotti gialli" francesi, ha  dichiarato che "i venti del cambiamento hanno attraversato le Alpi"Per coloro che hanno vissuto il collasso dell'URSS, il simbolismo della frase del politico italiano, sia intenzionale che no, non può non evocare certe associazioni con ciò che è stato detto nello spazio informazioni sovietico negli anni '80. A quel tempo, i "venti del cambiamento" stavano soffiando attraverso ogni singolo crack in Unione Sovietica, e sappiamo che non finisce mai bene. 
I politici populisti in Europa amano confrontare l'Unione europea con la fine dell'URSS, e questo confronto sta iniziando a suonare vero come mai prima d'ora.
Tradotto automaticamente con Google

venerdì 18 gennaio 2019

L'Europa sull'orlo del collasso?

9 Dicembre 2013 - Forconi per la Sovranità Popolare e Monetaria 

Il castello europeo dei vassalli dell'Impero si sta sgretolando. Proprio davanti ai nostri occhi. Ma nessuno sembra vederlo. L'Unione Europea (UE), il conglomerato dei vassalli - Trump li chiama irrilevanti, e non gli importa di cosa pensano di lui, meritano di crollare. Loro, l'UE "vassalica", un gruppo di 28 paesi, circa 500 milioni di persone, con un'economia combinata di 19.000 miliardi di dollari, equivalenti agli Stati Uniti, si sono sottomessi al dettato di Washington nel solo su ogni aspetto importante della vita.

L'Unione europea ha accettato ordini di Washington di sanzionare Russia, Venezuela, Iran e una miriade di paesi che non hanno mai fatto alcun danno a nessuno dei 28 Stati membri dell'UE. L'UE ha accettato l'umiliazione delle imposizioni militari da parte della NATO, minacciando la Russia e la Cina con basi militari sempre più avanzate verso Mosca e Pechino, al punto che la politica estera di Bruxelles è sostanzialmente guidata dalla NATO.

Fin dall'inizio era chiaro che il regime di sanzioni USA imposto alla Russia e tutti i paesi che si rifiutavano di sottomettersi ai capricci e alle regole di Washington, direttamente e attraverso l'UE, stava danneggiando l'UE economicamente molto più della Russia. Ciò è vero in particolare per alcuni dei paesi dell'Europa meridionale, la cui economia è dipesa più dal commercio con la Russia e l'Eurasia che da altri paesi dell'UE.

Il disastro delle "sanzioni" colpì davvero il tifoso, quando Trump decise unilateralmente di abrogare il "Nuclear Deal" con l'Iran e reimpose pesanti sanzioni all'Iran e su "tutti quelli che farebbero affari con l'Iran". I giganti europei degli idrocarburi hanno iniziato a perdere terreno. Fu allora che Bruxelles, guidata dalla Germania, iniziò a borbottare che non avrebbero seguito gli Stati Uniti e - persino - che avrebbero appoggiato le società europee, principalmente giganti di idrocarburi, attenendosi ai loro accordi contrattuali con l'Iran.

Troppo tardi. Le imprese europee avevano perso ogni fiducia nelle parole deboli e generalmente non attendibili dell'amministrazione dell'UE di Bruxelles. Molti hanno violato la loro longevità e, dopo l'accordo sul nucleare, hanno rinnovato i contratti con l'Iran, per paura della punizione di Washington e della mancanza di fiducia nella protezione di Brussel. Caso in questione è il colosso petrolifero franco-britannico, Total, che ha spostato la sua fonte di approvvigionamento dall'Iran alla Russia - no, non agli Stati Uniti, come era ovviamente l'intento di Washington. Il danno è fatto. I vassalli stanno commettendo un lento suicidio.

Le persone l'hanno avuto. Più della metà della popolazione europea vuole uscire dalle zanne di Bruxelles. Ma nessuno li chiede, né li ascolta - e questo nel cosiddetto cuore della "democrazia" (sic). Ecco perché la gente ora è in armi e protesta ovunque - in un modo o nell'altro in Germania, Francia, Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi, Italia, Ungheria, Polonia - la lista è quasi infinita. E può essere chiamato genericamente "Yellow Vests", dopo la nuova rivoluzione francese.

L'ultimo di una serie di attacchi statunitensi contro Germania e Germania - e l'integrità tedesca, a tale proposito - sono l'ambasciatore degli Stati Uniti, Richard Grenell , le recenti minacce alle multinazionali tedesche con sanzioni se lavorano su Nord Stream 2, il gasdotto di 1.200 km che porta Il gas russo verso l'Europa, che sarà completato entro la fine del 2019. Raddoppierà virtualmente la capacità dell'approvvigionamento di gas russo verso l'Europa. Invece, Washington vuole che l'Europa acquisti gas di scisto e petrolio negli Stati Uniti, e soprattutto che mantenga l'Europa economicamente e finanziariamente nell'orbita americana, evitando in qualsiasi modo un distacco da Washington e impedendo l'ovvia e logica - un'alleanza con la Russia. Questo tentativo fallirà amaramente, come diversi ministri tedeschi, tra cui il ministro degli esteri Heiko Maas,hanno protestato forte e con determinazione contro tali avanzamenti egemonici degli Stati Uniti. Bene, amici, vi siete piegati all'indietro per far piacere ai vostri maestri di Washington per troppo tempo. E 'giunto il momento di uscire da questo blocco dell'obbedienza.

In Francia, lo scorso fine settimana del 12/13 gennaio, i Gilet gialli sono entrati nel round 9 delle proteste contro il dittatore Macron, il suo programma di austerità e - non ultimo - la sua abietta arroganza nei confronti della classe operaia. Una recente dichiarazione pubblica di Macron è la testimonianza di questa arroganza sotto la cintura: " Trop de français n'ont pas le sens de l'effort, ce qui explique en partie les 'trouble" que connait le pays " - Tradotto:


"Troppi francesi non conoscono il significato di 'sforzo' che spiega almeno in parte il problema di questo paese."

I Gilet gialli e la maggioranza della popolazione francese non vogliono altro che le dimissioni di Macron. I manifestanti sono costantemente e ampiamente sottostimati da Christophe Castaner, il ministro degli Interni francese. Lo scorso fine settimana la figura ufficiale era di 50.000 manifestanti, in tutto il paese, quando in realtà la cifra era almeno tre volte superiore. La versione ufficiale francese vorrebbe che il pubblico in generale, dentro e fuori la Francia, credesse che il movimento dei Gilet gialli diminuisse. Non è. Al contrario, stanno dimostrando in tutta la Francia, e nonostante la crescente repressione violenta del regime Macron.

RT riferisce, su ordine di Macron, che la polizia sta diventando più violenta, usando la soppressione militare per controllare i civili francesi in protesta. Migliaia di persone sono state arrestate e centinaia ferite dalla brutalità della polizia. Ciononostante, il movimento sta guadagnando un massiccio sostegno pubblico e l'idea "Gilet gialli" si sta diffondendo in tutta Europa. Questo spread è, naturalmente, appena riportato dai media mainstream.

Infatti, l'80% dei francesi appoggia i Gilet gialli e la loro idea di un referendum avviato dal cittadino (RIC per "Référendum d ' iniziativa citoyenne"), in base al quale i cittadini potrebbero proporre le proprie leggi che sarebbero poi votate dal pubblico in generale . Il RIC potrebbe effettivamente aggirare il Parlamento francese e sarebbe sancito dalla Costituzione francese. Una legge simile esiste dal 1848 in Svizzera e viene regolarmente applicata da cittadini svizzeri. È un modo di democrazia diretta che qualsiasi paese che si definisce "democrazia" dovrebbe incorporare nella sua Costituzione.

Gli UK ​​sono in rovina. Migliaia di persone si riversano nelle strade di Londra, organizzate dall'Assemblea del popolo contro l'austerità ", chiedendo elezioni generali per sostituire il fallimentare governo Tory. Sono uniti dal francese Gilets Jaunes (Gilet gialli), per solidarietà. Molti dei manifestanti del Regno Unito indossano anche giubbotti gialli ad alta visibilità.

Questo è in diretta correlazione con la sempre più forte disavventura sul BREXIT - sì, o no e come. A questo punto nessuno sa quale sarà il futuro della Gran Bretagna. La propaganda e la contro-propaganda sono destinate a confondere ulteriormente il popolo e le persone confuse di solito vogliono attenersi allo "status quo". Esiste persino un movimento di propaganda pro "rimanere", organizzato da alcuni membri del Parlamento europeo. Immaginare! - Parlando di sovranità, se Bruxelles non può nemmeno lasciare che i britannici decidano da soli se vogliono continuare sotto il loro dettato o no.

Hélas, gli inglesi sono in gran parte divisi, ma anche dopo essere stati influenzati dalla propaganda straniera, specialmente in questa delicata questione di lasciare l'UE - che la maggioranza degli inglesi ha chiaramente deciso nel giugno 2016. Il primo ministro, Theresa May, ha fottuto il processo BREXIT regalmente, al punto che molti inglesi sentono che ciò che ha negoziato è peggio di "nessun accordo". Ciò è probabilmente accaduto in stretta connivenza con la "leadership" dell'UE non eletta che non vuole che il Regno Unito se ne vada e sotto rigidi ordini da Washington, che ha bisogno del Regno Unito nel suo ruolo cruciale di talpa statunitense nell'Unione europea.

Il 15 gennaio 2019, il Parlamento del Regno Unito voterà se accettano le condizioni negoziate del BREXIT, o se preferiscono un BREXIT "senza accordo", o chiederanno una proroga per ulteriori negoziati ai sensi dell'articolo 50 del "Trattato di Lisbona" ​​(che è stato imposto dai capi di stato dei 28 membri, senza alcun voto pubblico , ed è una falsa supplenza per una Costituzione dell'UE). Altre opzioni includono un'elezione generale - e lascia decidere la nuova leadership; o un secondo referendum che dopo due anni è legalmente possibile. Quest'ultima probabilmente causerebbe gravi disordini pubblici, seguiti da un'atroce atrocità della polizia - come già spesso assistito nel Regno Unito - nel qual caso, speriamo solo che la guerra civile possa essere evitata.
Dicembre 2014
Per settimane, il movimento dei Gilet gialli si è diffuso in Belgio e nei Paesi Bassi. Per ragioni analoghe - malcontento pubblico per l'austerità, dittatura dell'Unione europea sulla sovranità belga e olandese. Venerdì scorso, uno dei gilet gialli belgi è stato invaso da un camion e ucciso. Le autorità lo hanno segnalato come un incidente.

Grecia - Il rapporto dei media-MS è tutto 'donkey-dory', la Grecia si sta riprendendo, ha per la prima volta in molti anni un tasso di crescita positivo ed è in grado di rifinanziarsi sul mercato dei capitali aperti. La Grecia non dipende più dall'irata e infame troika (Banca centrale europea - BCE, Commissione europea e FMI). La realtà è completamente diversa, dato che circa due terzi della popolazione greca sono ancora al di sopra o al di sotto del livello di sopravvivenza - nessun accesso all'assistenza sanitaria pubblica, farmaci a prezzi accessibili, scuole pubbliche - un'indennità ridotta pensioni, la maggior parte dei beni pubblici e servizi privatizzati per una miseria . Nulla è cambiato radicalmente negli ultimi anni, almeno non per il meglio e per la maggioranza delle persone. La troika ha permesso ai greci di andare ai mercati dei capitali privati ​​- per aumentare falsamente i loro, i greci,

Niente ha funzionato Le persone sono infelici; più che infelici, sono indignati. Hanno manifestato contro la recente visita di Angela Merkel ad Atene e le loro proteste sono state violentemente oppresse dalle forze di polizia. Che cosa ti aspetti - questo è quello che è diventato dell'Europa, uno stato altamente repressivo di vassalli senza spina dorsale.

Mercoledì 16 gennaio, il Parlamento greco potrebbe tenere un voto di fiducia nei confronti del Primo Ministro Alexis Tsipras. La ragione ufficiale e finta è presumibilmente la polemica sul nome della Macedonia, che in realtà è stata a lungo risolta. La vera ragione è il malcontento del pubblico sul continuo e crescente desiderio di sangue da un'eterna austerità senza fine, che succhia gli ultimi penny dai poveri. Secondo Lancet, il celebre giornale britannico sulla salute, il tasso di suicidio in Grecia è alle stelle. Nessuno ne parla. - Tsipras sopravviverà a un possibile voto di fiducia? -Se non - elezioni anticipate? - Chi seguirà Tsipras? - Non lasciatevi ingannare dal termine "democrazia". - L'élite dell'interno e senza la Grecia non consentirà alcun cambiamento di politica. Questo è quando le persone alla Gilets Jaunes (Giubbotti gialli) potrebbe entrare in disordini civili. Adesso basta.

In Italia la coalizione del Movimento a 5 stelle e il piccolo fratello di destra, Lega Nord, sono tirati all'estrema destra dal Lega Matteo Salvini , Vice Primo Ministro e Ministro degli Interni. Il signor Salvini sta chiaramente definendo i colpi - e la sua alleanza sta sparando forte contro Bruxelles e con buone ragioni, visto che Bruxelles sta tentando di imporre regole sul bilancio italiano, mentre le stesse regole non si applicano allo stesso modo a tutti gli stati membri dell'UE. Ad esempio, Macron, impianto di Rothschild in Francia, ha privilegi speciali, per quanto riguarda i margini di sovraccarico del budget. La posizione anti-Bruxelles anti-UE di Salvini non è un segreto, e ha molti italiani dietro di lui. Non è possibile escludere un movimento della maglia gialla italiana.

Il castello del vassallo dell'impero si sta sgretolando - e nemmeno in silenzio.

Poi ci sono gli ex satelliti sovietici, l'Ungheria e la Polonia, trasformati nell'ala destra - non apprezzano Bruxelles che si intromette con la politica anti-immigrazione dell'Ungheria e in Polonia per una controversa revisione del sistema giudiziario. Non importa se siete d'accordo o meno con le azioni dei singoli paesi, entrambi i casi sono chiari interferenze nella sovranità di queste nazioni. Nonostante il forte avvertimento della Corte di giustizia europea, la Polonia in effetti ha battuto le palpebre e ha ripristinato i giudici licenziati nel processo di riforma giudiziaria. L'amore della Polonia per la NATO e l'uso della leva della NATO da parte di Bruxelles potrebbero aver giocato un ruolo nell'inversione di decisione della Polonia. Tuttavia, il malcontento in Polonia come in Ungheria tra il grande pubblico rimane forte. La migrazione e la magistratura sono solo i pretesti visibili. La leggendaria punta dell'iceberg. La realtà è a un livello più profondo, molto più profondo. Questi paesi sono entrambi ricordati a ciò che consideravano le manette dell'Unione Sovietica. "Libertà" non viene dettata da Bruxelles.

*

La triade di sistematica e volontaria destabilizzazione e distruzione di ciò che conosciamo come il Grande Medio Oriente e il mondo occidentale è ciò di cui dobbiamo essere consapevoli. L'est, principalmente la Russia e la Cina, è una sfida che viene affrontata simultaneamente, in modo impressionante per l'occidente del lavaggio del cervello, ma piuttosto docilmente per coloro che sono informati sulla potenza militare e sulla capacità di intelligence della Russia e della Cina.

Questa spinta alla destabilizzazione e alla distruzione arriva in tre fasi. Cominciò con il Medio Oriente che per la maggior parte è diventato un inferno senza speranza, una fonte di uccisioni indiscriminate da parte degli alleati occidentali, ad esempio burattini e mercenari dell'imperatore, che hanno provocato milioni di morti e in un'infinita ondata di profughi che destabilizzano l'Europa - che è la seconda fase della triade. È in pieno svolgimento. Succede proprio davanti ai nostri occhi - ma noi non lo vediamo.

Sono i Gilet gialli, l'austerità, l'ineguaglianza crescente, la disoccupazione, il settore sociale che è munto a zero dal sistema finanziario, l'oppressione delle insurrezioni popolari da parte della polizia e delle forze militari; è riflesso dalla squallida impotenza della gente - che porta a "abbastanza è abbastanza" nelle strade. 

Questo è il modo in cui è tutto voluto. Più caos, meglio è. Le persone nel caos sono facilmente controllabili.

Ora arriva la terza fase della triade - America Latina. Ha già iniziato tre o quattro anni fa. I paesi che per decenni hanno lottato per scatenarsi con una qualche forma di "democrazia" dalle zanne dell'impero, stanno gradualmente subendo il controllo delle elezioni fasulle e dei golpe parlamentari "interni", nel cortile posteriore dell'imperatore. Il Cono Sud - Argentina, Cile, Brasile, Uruguay, Paraguay - è "andato", tranne che per la Bolivia. Perù, Colombia, Ecuador fino alla Guyana sono governati dai Signori di Washington neoliberisti e persino neonazisti. Ma c'è ancora Venezuela, Cuba, Nicaragua e ora anche il Messico che non ha ceduto e non crollerà.

In un'analisi straordinaria, Thierry Meyssan descrive in "The Terrible Forthcoming Destruction of the Caribbean Basin" - guarda questo , come il Pentagono sta ancora perseguendo l'attuazione del piano Rumsfeld-Cebrowski. Questa volta, mirando alla distruzione degli stati del "bacino caraibico". Non c'è alcuna considerazione per gli amici o i nemici politici, osserva Thierry Meyssan. Prosegue predicendo che dopo il periodo di destabilizzazione economica e quello di preparazione militare, l'effettiva operazione dovrebbe iniziare negli anni a venire da un attacco al Venezuela da parte del Brasile (sostenuto da Israele), dalla Colombia (alleata degli Stati Uniti) e Guyana (in altre parole, il Regno Unito). Ne seguiranno altri, a cominciare da Cuba e il Nicaragua, la "troika della tirannia", secondo John Bolton.

Solo il futuro dirà in che misura questo piano sarà attuato. All'inizio, le sue ambizioni superano la capacità effettiva dell'impero in rovina.

*

Quando tutto si riduce a un singolo denominatore, è l'attuale sistema finanziario occidentale che sta collassando. È il private banking impazzito. Viviamo in un sistema finanziario che si è scatenato e ha devastato, incontrollato - un treno di avidità senza fine che sta procedendo senza intoppi e non sa quando colpirà un inflessibile muro di mattoni rinforzato con acciaio - ma lo colpirà. È una semplice questione di tempo. La gente è malata e stanca di essere munta senza fine da un sistema piramidale fraudolento - costruito dagli Stati Uniti e dalla sua egemonia del dollaro e mantenuta dal private banking globalizzato.

Viviamo in un sistema bancario privato che non ha nulla a che fare con lo sviluppo economico, ma tutto con una dominazione avida di noi, consumatori, venduti sul debito e sul denaro che non controlliamo, nonostante il fatto che ci siamo guadagnati con il nostro duro lavoro; nonostante il fatto che sia il nostro valore aggiunto a ciò che chiamiamo economia. No - questo sistema è totalmente irrispettoso nei confronti dell'individuo, è persino pronto a rubare i nostri soldi, se ha bisogno di sopravvivere - il nostro sistema bancario. Ci vuole la libertà di "amministrarlo" e sostanzialmente di appropriarsene. Una volta che i nostri soldi sono in una banca privata, abbiamo perso il controllo su di esso. E badate bene e mettetelo nei vostri cervelli, le banche private non funzionano per voi e me, ma per i loro azionisti. Ma attraverso centinaia di anni di indottrinamento, ci siamo così abituati

Non lo è. Questo sistema deve essere abolito, più veloce è e meglio è. Il private banking deve essere sradicato e sostituito dall'attività bancaria pubblica locale che lavora con le valute locali, basata sulla produzione economica locale, lontana dai concetti globalizzati che aiutano le risorse di acciaio, svuotano le reti locali di sicurezza sociale - il tutto sotto l'apparenza di austerità per il progresso. Dovremmo saperlo meglio ora. Non c'è austerità per il progresso - non è mai stato. Questo concetto fraudolento della FMI-Banca mondiale non ha mai funzionato, da nessuna parte.

Dobbiamo de-dollarizzare i nostri soldi, decodificare il nostro denaro e metterlo in comune attraverso un sistema bancario pubblico ai fini della crescita delle persone, quindi della crescita di una società o di una nazione. C'è attualmente un buon esempio, la Bank of North Dakota. Il BND ha aiutato lo Stato USA del Nord Dakota attraverso la crisi del 2008 e degli anni successivi, con una crescita economica invece del declino economico, con una quasi piena occupazione, contro un aumento vertiginoso della disoccupazione nel resto degli Stati Uniti e nel mondo occidentale. Abbiamo bisogno di costruire la nostra ricchezza comune con denaro sovrano, sostenuta dalle nostre economie sovrane.

Mentre l'impero e i suoi vassalli si stanno sgretolando, stanno tremando nelle loro fondamenta, è ora di ripensare a ciò che abbiamo dato per scontato e a "normale" - un sistema monetario fraudolento e ingannevole, sostenuto da niente, senza economia, non persino l'oro - stiamo vivendo sulla pura moneta legale, fatta dal private banking con un clic del mouse - e lasciandoci schiavizzare dal debito.
Dicembre 2014


Adesso basta. I Gilet gialli (e prima ancora i Forconi in Italia nel 2013) lo hanno capito. Vogliono liberarsi del loro "Macron" che continua a propagare la frode. È tempo di ripensare e ricominciare, mentre lo sgretolamento si fa sempre più forte. Lo stato di vassallo europeo dell'Impero sta crollando e trascinerà Washington e la sua egemonica guerra e macchina del denaro nell'abisso.

Fonte: qui

*

Nota per i lettori: fai clic sui pulsanti di condivisione sopra. Inoltra questo articolo ai tuoi elenchi di posta elettronica. Crosspost sul tuo blog, forum su internet. eccetera.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su New Eastern Outlook.

Peter Koenig è un economista e analista geopolitico. È anche uno specialista in risorse idriche e ambientale. Ha lavorato per oltre 30 anni con la Banca Mondiale e l'Organizzazione Mondiale della Sanità in tutto il mondo nei settori dell'ambiente e dell'acqua. Tiene lezioni in università negli Stati Uniti, in Europa e in Sud America. Scrive regolarmente per la ricerca globale; ICH; RT; Sputnik; PressTV; Il 21 ° secolo; Telesur; The Vineyard of The Saker Blog, New Eastern Outlook (NEO); e altri siti internet. È autore di Implosion - An Economic Thriller su War, Environmental Destruction e Corporate Greed - Fiction basato su fatti e su 30 anni di esperienza della World Bank in tutto il mondo. È anche un co-autore diL'ordine mondiale e la rivoluzione! - Saggi dalla resistenza . È un ricercatore associato del Centro di ricerca sulla globalizzazione.

martedì 27 giugno 2017

Perché l'uscita dall'€uro è internazionalista (2/3)


Nazione, Stato e imperialismo europeo

1. Le ragioni dello scetticismo nei confronti della nazione 
La diffidenza verso il concetto di nazione e la tendenza europeista, entrambe diffuse in diversi settori della società italiana, sono il prodotto della nostra storia recente e meno recente. L'imperialismo italiano, tra gli anni '80 dell'Ottocento e gli anni '40 del Novecento, ha fatto della nazione, nella forma ideologica estremistica del nazionalismo, il substrato della sua politica espansionistica. Lo stato liberale e lo stato fascista, senza alcuna soluzione di continuità tra di loro, hanno generato una serie di guerre, dalle prime spedizioni coloniali in Eritrea, Somalia e Libia, alla Prima guerra mondiale, alle guerre d'Etiopia e di Spagna e, infine, alla disastrosa partecipazione alla Seconda guerra mondiale. L'esito di questa tendenza espansionistica è stato devastante sia per le condizioni delle masse popolari sia per le ambizioni dell'élite capitalistica. L'Italia, precedentemente annoverata fra le grandi potenze, subisce nel '43 una sconfitta pesantissima e umiliante, che ne declassa il rango internazionale. Si è così prodotto un diffuso rigetto verso ogni forma di nazionalismo, che si è esteso al concetto stesso di nazione anche all'interno della sinistra, nonostante la Resistenza contro il nazi-fascismo fosse in primo luogo una lotta di liberazione nazionale.
Ma le ragioni dello scetticismo nei confronti della nazione sono più lontane e collegate allo scetticismo nei confronti dello Stato. L'Italia fu, tra XII e XVII secolo, la culla del capitalismo e il paese centrale del sistema economico dell'epoca, malgrado l'assenza di uno Stato-nazione unitario o, secondo alcuni, proprio per quella ragione[1]. Però, i limiti della mancanza di uno stato nazionale, che sostenesse gli interessi del capitale italiano, finirono alla lunga per farsi sentire negativamente. A partire dalla seconda metà del XVII secolo l'Italia entrò in una lunga fase di decadenza economica, cedendo l'egemonia internazionale prima ai Paesi bassi e poi all'Inghilterra, che si erano dotati una forma statale nazionale ben strutturata e poderosa. 

Invece, in Italia la forma statale prevalente fu prima quella della repubblica comunale e poi quella della signoria locale o, al massimo, regionale. Inoltre, in Italia, tra il XIV e il XV secolo si sviluppò il Rinascimento, che, espressione delle corti delle città-stato, ebbe un carattere culturale cosmopolita e non nazionale. Gramsci ha dedicato molte pagine a spiegare come storicamente la funzione degli intellettuali italiani e le stesse tradizioni culturali siano state cosmopolite[2]. L'Italia è stata il centro dell'impero più cosmopolita della storia, quello romano, e sede della sua erede, la Chiesa cattolica, la cui dottrina è universalistica per definizione. La presenza in Italia del potere temporale cattolico, lo Stato della Chiesa, fu una delle cause principali del ritardo della unità nazionale italiana, completata soltanto con la conquista militare della Roma papalina da parte delle truppe italiane nel 1871. A seguito di questo episodio, il Papa si confinò nel Vaticano e i cattolici si tennero fuori dalla politica del nuovo stato unitario, entrandovi con una loro formazione politica autonoma, il Partito popolare, soltanto nel 1919. 

Ma è dopo la Seconda guerra mondiale che essi, attraverso la Democrazia cristiana, saranno per quasi mezzo secolo il perno della politica italiana e uno dei motori della integrazione europea. Un'altra importante causa dello scetticismo verso la nazione è collegata alle modalità con cui si è realizzato in Italia il processo di costruzione dello stato unitario nazionale. La direzione del movimento di unificazione fu monopolizzata dall'espansionismo della monarchia piemontese, e non si pose l'obiettivo del coinvolgimento delle masse, all'epoca soprattutto contadine, nell'unico modo in cui potesse farlo, cioè con la riforma agraria[3]

Alla fine, il Risorgimento fu egemonizzato dalla élite borghese del nord, alleata con i latifondisti del Sud, e in opposizione alle masse subalterne. Il Mezzogiorno venne definitivamente unito al resto del Paese solo dopo una lunga guerra contro il brigantaggio, in realtà una guerra civile, che costò all'esercito italiano più caduti della III Guerra d'indipendenza contro l'Austria. La sfiducia verso la nazione da parte degli italiani, che hanno oggi, a un secolo e mezzo dall'unità, una identità culturale e linguistica definita e omogenea forse più di quella di altri popoli europei, rientra nel generale senso di sfiducia verso lo Stato, che, per ragioni diverse (genuine ma anche strumentali), investe sia le classi inferiori e subalterne sia quelle superiori e dominanti della società italiana.

Nella classe dominante il trauma della sconfitta della Seconda guerra mondiale, la consapevolezza di non poter portare avanti una politica di potenza nei nuovi rapporti di forza internazionali nonché il peggioramento dei rapporti di forza all'interno (forte presenza di un partito comunista e rapporti di forza sindacali e politici favorevoli alla classe operaia) hanno generato la convinzione della insufficienza (non certo della inutilità) dello stato nazionale e una tendenza a avvalersi anche di forze esterne, sovrannazionali (Nato e Ue), per riequilibrare i rapporti di forza esterni e soprattutto interni. A tutto ciò si aggiunge, come Marx ha fatto notare più volte, l'avversione tradizionale della classe capitalistica per lo Stato in quanto fonte di spese, che, dal suo punto di vista, sono faux frais, cioè spese superflue, specialmente allorché si traducono in imposte sui profitti e sulle proprietà mobiliare e immobiliare[4].

Infatti, l'avversione verso le spese statali in Italia si è tradotta in una diffusa elusione fiscale da parte delle imprese fino alla rivolta fiscale di cui la Lega si è fatta espressione negli anni '90, ed è stata particolarmente accesa, essendo motivata dalla dilatazione e dalla corruzione Pubblica amministrazione (Pa), giudicate come anomale rispetto al resto d'Europa. Tale presunta anomalia è stata enfatizzata sin dagli anni '70, allo scopo di favorire le privatizzazioni del welfare e delle partecipazioni statali e ridurre l'autonomia del ceto politico ad esse legato. 

Inoltre, le inefficienze e la dilatazione della Pa registrata in certe aree del Paese dipende dalla incapacità del settore privato di generare una sufficiente occupazione, dalla mancanza di un adeguato reddito di disoccupazione e da un divario economico tra Nord e Mezzogiorno molto più profondo di quelli presenti negli altri stati europei. A ciò si aggiunge il fatto che la Pa nel passato è stata utilizzata per rafforzare la stabilità sociale e politica, mediante l'inglobamento di alcuni settori di piccola borghesia all'interno del blocco politico-sociale che la Democrazia cristiana e altri partiti di governo avevano costituito in funzione anti-comunista. 
Ad ogni modo, oggi, dopo anni di blocco del turn over, gli occupati nella Pubblica amministrazione (Pa) in Italia risultano, in assoluto e in rapporto alla popolazione, inferiori a quelli di Francia, Germania e Spagna[5]. Infine, non possiamo non ricordare, sia pure di sfuggita, che il rigonfiamento del debito pubblico è stato dovuto non a un eccesso di spese sociali in rapporto a quelle di altri Paesi, bensì al basso livello di imposizione fiscale (in primis alle imprese), alle spese di socializzazione delle perdite delle imprese private, e soprattutto, a partire dai primi anni '80, alla crescita della spesa per interessi, dovuta alla separazione tra Banca d'Italia e Tesoro, avvenuta sempre con l'obiettivo di ridurre l'inflazione per poter ridurre i salari[6].

In ultimo, ma non per importanza, la necessità, dopo la Seconda guerra mondiale, di un adeguato mercato di sbocco alle merci della manifattura italiana e poi la globalizzazione negli anni '90 si sono aggiunte a rafforzare, agli occhi dell'élite capitalistica italiana, l'utilità dell'Europa e dell'integrazione economica e valutaria, che ha trasformato o sta compiutamente trasformando le imprese maggiori da prevalentemente nazionali a internazionali. In sintesi, l'Europa è stata vista (o venduta così all'opinione pubblica) come un necessario fattore esterno di costrizione all'efficientizzazione della Pa e alla moderazione del bilancio e della esagerata spesa statale, che gli italiani da soli avrebbero avuto difficoltà a realizzare. Il punto, però, è che né l'euro né la Ue rappresentano un correttivo alle carenze dello Stato, tantomeno in direzione della sua efficientizzazione e contro la corruzione. Al contrario, l'Europa rappresenta la riduzione degli aspetti "pubblici" e redistributivi dello stato e una accentuazione del suo carattere di dominio di classe, al servizio dei privati, che, anziché eliminare i vecchi sprechi e corruzioni, ne determina di nuovi, proprio a causa dell'aumento della commistione tra pubblico e privato a seguito delle privatizzazioni e delle esternalizzazioni dei servizi pubblici.

2. Il problema dell'euro non solleva la questione della nazione ma la natura di classe dello Stato 

La questione dell'uscita dall'euro non è una questione inerente alla difesa della nazionalità bensì inerente alla democratizzazione dello Stato e, più precisamente, alla modificazione del rapporto tra Stato e classi subalterne al capitale. In qualche modo, gli oppositori di sinistra all'uscita dall'euro vengono rafforzati nelle loro convinzioni dai cosiddetti sovranisti nazionali, che pongono l'accento sul recupero della sovranità nazionale anziché sul recupero della sovranità popolare o, meglio ancora, democratica. Per la verità, una certa confusione tra i due aspetti si ingenera in modo abbastanza naturale. Infatti, visto che il problema è rappresentato dall'esistenza di organismi sovrastatali europei, il loro superamento implica necessariamente il ritorno allo stato. E, dal momento che lo stato territoriale classico è quello a base nazionale, ciò che risulta, almeno in apparenza, è che "si ritorni alla nazione". 

Ciononostante, il nodo della questione dell'uscita dall'euro continua a non risiedere nella nazione ed è bene che lo si ribadisca. Sarebbe facile considerare che alcuni stati europei non sono stati nazionali nel senso puro, ad esempio la Spagna e il Belgio, che riuniscono nazionalità diverse con lingue a volte di ceppo diverso (castigliano, catalano e basco, oppure francese e neerlandese). Più importante è chiederci verso chi la Ue e la Uem svolgono una funzione di oppressione o di sfruttamento. Se, cioè svolgano una tale funzione verso una o più nazioni, intese come l'insieme delle classi di un dato Paese, oppure se svolgono tale funzione verso una o più classi sociali di tali nazioni, ma non verso l'insieme delle classi ossia della nazione.

In effetti, in Europa non c'è una nazionalità oppressa in quanto tale. L'azione della Uem colpisce alcune classi, che rappresentano la maggioranza della popolazione, ma non tutte con la stessa intensità. L'euro è diretto, in primo luogo, a neutralizzare la capacità di resistenza della classe salariata, in particolare di quella direttamente impiegata dal capitale (soprattutto nella manifattura), che subisce la deflazione salariale come conseguenza dei tassi di cambio fissi. Certi settori stipendiati o salariati ne sono colpiti di meno o meno direttamente, ad esempio il lavoro salariato non dipendente dal capitale. Tuttavia, anche il settore pubblico ha subito, attraverso il blocco dei contratti e del turn over, conseguenze negative dell'austerity europea. Secondariamente tende a colpire anche alcuni settori piccolo-borghesi intermedi, nel commercio e nell'artigianato, e persino settori di imprese capitalistiche, quelle piccole e medie, che non riescono a inserirsi nelle catene internazionali del valore, dominate dalla grande impresa globalizzata, e sono state penalizzate dal crollo del mercato domestico a seguito di deflazione salariale e austerity. 

Invece, i grandi e medi rentier generalmente beneficiano dell'euro. Soprattutto, per lo strato capitalistico di vertice, le grandi imprese industriali e le banche internazionalizzate, l'introduzione dell'euro ha rappresentato un vantaggio enorme. Alcuni hanno posto in rilievo, giustamente, il ruolo egemone della Germania in Europa e i benefici che, come Paese, ha ricavato dall'euro. Tuttavia, per quanto la Germania abbia beneficiato dell'euro, non è possibile parlare di oppressione nazionale di questo Paese sugli altri. I benefici dell'euro si estendono, anche se non in modo uniforme, a tutta l'élite capitalistica europea, anche a quelle dei Paesi cosiddetti periferici. 

In Italia, sebbene in un contesto di contrazione non solo del Pil ma soprattutto della base produttiva manifatturiera, il margine operativo lordo delle imprese manifatturiere esportatrici è cresciuto e, in rapporto al fatturato, risulta superiore a quello di Germania e Francia[7]. Del resto, come ho avuto occasione di far notare altrove, l'integrazione valutaria rende più facile l'azione di quelli che Marx chiama i fattori antagonistici alla caduta del saggio di profitto (riduzione del salario, esportazioni di merci e capitale, concentrazione delle imprese, ecc.)[8]. Infatti, non è un caso che tra le classi dominanti di Spagna, Francia e Italia le posizioni a favore di una uscita dall'euro non trovano udienza presso i media controllati dalle élite economiche "nazionali". Ad esempio, il confindustriale Sole24ore, per quanto ospiti interventi critici verso gli "eccessi" rigoristici tedeschi, contrasta decisamente ogni ipotesi di fine dell'euro come fosse una catastrofe.

In ogni caso, le imposizioni della Uem non sono dirette contro l'autoderminazione "nazionale", in quanto gli stati nazione non sono aboliti. Per la verità alcune loro attribuzioni sono state rafforzate e lo sono state proprio in funzione nazionale. Sono solo alcune attribuzioni quelle il cui controllo è delegato, mediante i trattati europei (Fiscal compactSix e Two pack), alla Ue o alla Uem. Infatti, la questione di fondo è che a essere indebolito non è il carattere di classe dello stato, inteso come perseguimento degli interessi specifici del capitale che ha base o opera in quel dato territorio. Anzi, tale carattere, per quanto possa sembrare paradossale, si rafforza e, del resto, né la Ue né la Uem assomigliano neanche lontanamente a uno stato in senso compiuto. A questo punto, però, è necessario fare un passo indietro e chiederci: che cos'è, nella sua essenza, lo Stato? 

La definizione più diffusa è quella data da Max Weber: lo stato coincide con il monopolio dell'uso della forza entro i confini di una certa area geografica. Quindi, organismi statali per eccellenza sono quelli preposti a tale monopolio: Forze Armate, polizia, magistratura e il loro apparato immateriale di leggi e materiale di armamenti, caserme, tribunali, prigioni, ecc. Marx ed Engels aggiunsero a tale definizione che il monopolio della forza è esercitato in difesa dei rapporti di produzione dominanti. Pertanto, lo Stato, dal punto di vista di classe, non è mai neutrale, compreso quello formalmente più democratico, essendo sempre l'organismo della classe dominante. Nella società divisa in classi, lo Stato rappresenta, per usare le parole di Marx "la violenza concentrata e organizzata della società"[9]

Tuttavia, Marx ed Engels dissero anche altro: lo Stato non è solo oppressione mediante la forza fisica di una classe sulle altre ma anche mediazione tra le classi, per evitare che la lotta tra di esse giunga fino al punto di far collassare l'intero edificio sociale. In tal senso, sempre secondo Marx e Engels, la repubblica democratica rappresenta l'involucro migliore per l'esercizio del potere borghese[10]. Con il tempo, sia per l'evolversi di tale mediazione sia per l'evolversi e il rendersi più complessa dell'economia e della società, nuove funzioni si sono aggiunte alla macchina dello Stato, creando, accanto a Forze Armate e corpi di polizia permanenti e professionali, enormi apparati burocratici e amministrativi. Ma la combinazione dei due aspetti, forza e mediazione, è sempre centrale. 

L'analisi di tale dialettica fu approfondita da Lenin e da Gramsci, nel concetto di egemonia, e poi da altri come Althusser e Poulantzas[11]. Chi studia oggi Gramsci dovrebbe porsi la questione di attualizzare i suoi insegnamenti e mettere in pratica il suo metodo, che oggi non può prescindere dall'analisi della forma dei sistemi politico-istituzionali e di riproduzione del consenso, nel quadro della globalizzazione, dell'ideologia del cosmopolitismo e, in Europa, dell'integrazione economica e valutaria. Quindi, la forma che lo Stato assume è decisiva, perché la forma non è un mero involucro bensì un principio di organizzazione dei rapporti sociali. Detto più chiaramente, la forma che lo stato assume definisce i rapporti e le modalità di mediazione tra le classi vigenti in un certo periodo storico.

Dopo la seconda guerra mondiale, la sconfitta militare del fascismo e della classe dominante italiana e il protagonismo dei partiti legati alla classe operaia avevano modificato i rapporti di forza, che furono cristallizzati, in Italia (e nel resto dell'Europa occidentale), in una nuova Costituzione antifascista e nella definizione di una forma di stato repubblicana e democratico-parlamentare. Lo stato non aveva perso il suo carattere di classe ma la forma che assumeva garantiva alla classe lavoratrice un terreno di lotta più favorevole. Con gli anni, il confronto competitivo con l'Urss e le lotte di classe interne, combinate con una fase espansiva del capitalismo, portarono all'allargamento della democrazia e del welfare. Il grande capitale, però, non poteva accettare i nuovi rapporti di forza a lungo, soprattutto quando si ripresentò la caduta del saggio di profitto con la prima grande crisi strutturale del '74-'75. Da allora, infatti, i think tank e le organizzazioni dell'élite del capitale occidentale, come la Trilaterale, cominciarono a riflettere su come ridurre l'"eccesso di democrazia" che ormai, dal punto di vista delle classi dominanti, affliggeva gli stati europei[12]

Bisognava modificare i rapporti di forza e, per farlo, bisognava neutralizzare le Costituzioni e subordinare il Parlamento, eletto con un sistema elettorale proporzionale puro e presidiato da partiti di massa e organizzati, al governo, che era più facilmente influenzabile dalla classe dominante. La controffensiva neoliberista cui si assiste in tutto il mondo capitalistico avanzato dall'inizio degli anni '80 si basava, sul piano politico, su questa strategia. In Italia, si ricorse alla modifica in senso maggioritario delle leggi elettorali e, anche grazie all'operazione "mani pulite", alla modificazione/distruzione dei partiti di massa tradizionali, cercando di adottare il sistema bipartitico anglosassone. In tale sistema i due partiti principali agiscono sui temi di fondo in base al cosiddetto bipartisan consensus, cioè come ali di uno stesso partito, impedendo qualunque alternativa reale. Ma fu l'integrazione europea e in particolare l'introduzione dell'euro a fornire lo strumento decisivo per ribaltare i rapporti di forza. 

Il Parlamento, in questo modo, viene bypassato dagli organismi sovrastatali e i meccanismi oggettivi dell'euro costringono alla disciplina di bilancio e alla compressione dei salari, permettendo l'imposizione di controriforme (come quella delle pensioni della Fornero) che in condizioni diverse non sarebbero mai passate. In questa trasformazione, a essere rafforzati sono gli esecutivi nazionali, che, infatti, sono le uniche istituzioni statali ad avere un ruolo diretto negli organismi sovrastatali europei, affermando così quel principio di "governabilità", ovvero la libertà dell'esecutivo di agire senza essere vincolato dagli altri poteri dello Stato, tanto auspicato dal capitale dagli anni '70 a oggi. Come ha ben spiegato Agamben e come abbiamo visto con il commissariamento europeo dell'Italia, all'epoca del governo di Mario Monti, tale trasformazione si è realizzata, evocando lo stato di emergenza o di "eccezione", sotto il ricatto del default e dello spread. Col tempo si è così passati da un sistema parlamentare, basato sulla centralità del Parlamento, a un sistema di fatto (anche se non formalmente) governamentale, cioè basato sulla centralità dell'esecutivo e, all'interno di esso, del premier, il quale governa con un uso massiccio della decretazione d'urgenza (decreti legge)[13]. Considerando, però, che, attraverso l'esecutivo, il potere politico è influenzato più direttamente dalle élite capitalistiche, possiamo definire la nuova forma di governo, forse più precisamente malgrado l'ossimoro, come democratico-oligarchica.

Dunque, non assistiamo all'indebolimento dello stato nazionale. Viceversa, assistiamo al rafforzamento del carattere di classe borghese dello stato. La "governabilità" è il prodotto dello spostamento di certe decisioni a livello europeo e della subalternità ai meccanismi dell'euro, ma anche delle modifiche intervenute a livello statuale-nazionale. Infatti, mentre alcune funzioni sono delegate a organismi esterni, altre funzioni decisive non solo rimangono monopolio dello stato nazionale, ma vengono rafforzate e adattate alle esigenze delle imprese maggiori. 

Negli ultimi anni gli apparati burocratici, polizieschi e militari degli stati europei occidentali non solo si sono rafforzati, ma, per quanto riguarda le Forze Armate, hanno assunto un ruolo sempre più interventistico all'estero. Del resto, le Costituzioni antifasciste europee sono state bypassate o modificate non solamente sul piano dei meccanismi di governo e sul piano economico e in particolare su quello del bilancio pubblico (introduzione dell'articolo 81 sull'obbligo del paraggio di bilancio). Lo sono state anche sul piano dell'uso della guerra come strumento di politica internazionale, soprattutto in Italia, ma anche negli altri Paesi sconfitti della Seconda guerra mondiale, Germania e Giappone. L'aspetto del monopolio della forza, che, come abbiamo visto, caratterizza lo Stato nazionale, non solo non è messo in comune, ma viene esercitato, seppure non nella forma di scontro armato diretto, in modo funzionale a una competizione tra Stati nazionali e tra capitali. 

Esempio lampante ne è l'aggressione contro la Libia, che è stata voluta e preparata dalla Francia non solo contro Gheddafi ma indirettamente anche contro l'Italia, con lo scopo di sostituire le sue imprese a quelle italiane nello sfruttamento dei ricchi appalti e delle ampie risorse petrolifere. Del resto, la vicenda libica è solo l'ultimo episodio di una secolare competizione tra Italia e Francia in quell'area del Mediterraneo, che è proseguita anche in epoche più recenti, dando luogo a più di una guerra per procura[14]. Eppure, l'Italia e la Francia fanno parte della Ue e della Uem. Anzi, sono proprio l'euro e l'austerity a accentuare le tendenze imperialistiche e la competizione inter-imperialistica, già innescate dalla sovraccumulazione e dalla conseguente caduta del saggio di profitto. Infatti, l'integrazione europea comprime i salari reali e la domanda interna riducendo i mercati domestici europei. Ciò accentua la contrazione della base produttiva domestica, rafforzando la spinta espansionistica all'estero, per la conquista di sbocchi alle merci e ai capitali eccedenti, oltre che di materie prime a basso costo. L'espansione economica estera è sostenuta, come nel passato, dal potere statale, con la diplomazia, gli incentivi economici e lo strumento militare. Quindi, con strumenti statali e nazionali.

Oggi, non esiste alcun esercito europeo né l'Europa interviene militarmente, in quanto Europa, in nessun luogo, se si eccettuano le missioni di scarso rilievo e importanza di Eufor. Se stati europei intervengono insieme lo fanno come singoli stati sovrani, su mandato Onu o all'interno di alleanze, con o senza il cappello Nato, che sono quasi sempre a egemonia Usa. Né esistono una polizia e tantomeno una intelligence europea. Del resto, la Ue non è capace di esprimere una sua vera politica estera, che senza Forze Armate europee non avrebbe senso. Gli stati nazionali sono gelosi custodi di queste funzioni, peraltro non accessorie ma decisive e caratterizzanti la sovranità statale o nazionale che dir si voglia. Persino su altre tematiche, ad esempio sull'immigrazione, come si è visto recentemente, l'Europa è tutt'altro che prevalente sugli stati nazionali. 

Gli aspetti sui quali l'Europa è nettamente prevalente sul livello statale sono quelli relativi al bilancio pubblico e alla emissione valutaria. Soprattutto sono la moneta unica, proprio per il suo carattere di meccanismo "neutro", e la Bce, per il suo carattere sovrannazionale, a collocarsi al di sopra dello stato nazionale. La Bce, infatti, è autonoma dai poteri statali e i governi esercitano su di essa un'influenza limitata: persino il governo più potente, quello tedesco, ne condiziona solo fino a un certo punto le decisioni. In conclusione la Ue e la Uem sono molto lontane dall'essere organizzazioni statuali o sovrannazionali in senso proprio. Sono organismi intergovernativi, dal momento che le decisioni sono prese da organismi cui partecipano i capi di governo (Consiglio europeo) e i loro ministri (Consiglio dell'Unione europea), specie quelli economici e finanziari. 

Anche le nomine all'interno della Bce sono frutto di mediazioni e negoziazioni tra i governi europei, che comunque non sopiscono le contraddizioni tra stati, di cui è stata manifestazione il costante contrapporsi tra Draghi e il ministro delle finanze e la banca centrale della Germania. La Commissione europea è tutt'altro che un governo europeo e anzi la tendenza è a diminuirne la forza, se dobbiamo interpretare la proposta tedesca di trasformare l'Esfm[15] in una sorta di  Fondo monetario europeo, come un modo per ridurre l'influenza della Commissione nelle decisioni su come affrontare il debito pubblico dei Paesi europei maggiormente in difficoltà.

3. Esiste un imperialismo europeo?

Questo è lo stato dell'arte. Bisogna, però, cercare di capire come la situazione evolverà o, almeno, quali sono le principali prospettive evolutive. Una prospettiva si identifica con la tendenza verso la più o meno rapida disgregazione della Uem, a seguito dell'accentuazione della divergenza economica tra la Germania, da una parte, e gli altri Paesi, soprattutto Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Ma anche a seguito delle pessime performance della Uem rispetto alle altre economie avanzate mondiali, e a seguito delle difficoltà a gestire in modo unitario le varie problematiche, a partire dall'immigrazione. 

La seconda prospettiva è quella auspicata da molti governi, soprattutto da quelli dei Paesi più in difficoltà, che ritengono che la soluzione ai problemi dell'Europa sia più Europa, cioè la prosecuzione della integrazione europea, verso una maggiore centralizzazione sul piano economico, sul piano militare e della politica estera. Questa strategia, che trae nuove speranze dalla elezione di Macron, punta sulla capacità, specie francese, di imbrigliare la Germania in un rinnovato asse franco-tedesco, e sembrerebbe aver trovato una sponda involontaria in Trump. Al vertice del G7 di maggio si è determinata una spaccatura tra il presidente Trump e i governi europei a causa del disavanzo commerciale statunitense nei confronti della Ue e in particolare della Germania e del ridotto contributo europeo al budget della Nato. La risposta di Angela Merkel agli attacchi di Trump è stata tale ("Noi europei dobbiamo prendere il nostro destino nelle nostre mani") che alcuni vi hanno visto una storica rottura con l'alleato atlantico, interpretandola come il possibile avvio di un processo di autonomizzazione europeo. 

In realtà, Europa occidentale e Usa sono così l'integrate, sul piano economico, politico e militare, che risulta difficile parlare di rottura, almeno in un periodo breve. Se ci limitiamo al piano statale per eccellenza, quello militare, basti pensare alla diffusa presenza di basi militari americane in tutto il territorio europeo occidentale, dall'Italia alla Germania. Inoltre, una Europa militarmente autonoma dagli Usa presupporrebbe una sua capacità di dissuasione nucleare, il cui raggiungimento non sembra realistico, anche considerando l'uso della force de frappe francese. Senza parlare della capacità di intervenire "fuori area" con adeguate forze aeronavali, che in Europa, specie dopo la defezione britannica, sono al momento risibili in confronto a quelle degli statunitensi. La Germania sarebbe disposta a stornare ingenti risorse economiche, cambiando modello economico, per dotarsi e dotare l'Europa di forze armate adeguate a un ruolo mondiale?

Come ho avuto occasione di scrivere altrove, gli attacchi di Trump, più che a scassare la Nato e a rompere con gli europei, sembrano orientati a porre un freno al neomercantilismo tedesco, che è ritenuto non solo foriero di pericolosi squilibri della bilancia delle partite correnti Usa, ma anche un fattore di rallentamento del contrasto alla crisi globale, all'interno della quale va collocato anche l'aumento della spesa militare[16]

Il punto è che oggi in Europa (e all'interno del contesto mondiale) non esistono le condizioni per una vera unità sovrastatale, né di tipo federale e neanche di tipo confederale. Le divisioni sono molto forti e i meccanismi di funzionamento dell'euro, che nessuno sembra intenzionato a modificare, anziché favorire una unificazione statuale, la rendono ancora più problematica. Del resto, la creazione di eventuali Stati Uniti d'Europa, per quanto a nostro parere poco probabili, per lo meno in questa fase storica, non sarebbero un risultato di cui essere contenti. Nelle condizioni e con i rapporti di forza attuali, essi sarebbero egemonizzati dal capitale europeo e rappresenterebbero lo strumento più potente per l'affermazione dei suoi interessi e per l'esercizio della violenza concentrata e organizzata nelle sue mani.

Tutto ciò ci porta a porci una ulteriore questione: esiste un imperialismo europeo o ne esistono le basi per il suo sviluppo? O meglio: esiste un imperialismo europeo autonomo e unitario che sia qualcosa di più della somma dei vari imperialismi dei Paesi europei? La sua esistenza presupporrebbe due condizioni: l'esistenza di un capitale unitario con interessi convergenti, per quanto i capitali possano essere unitari e avere interessi convergenti in un contesto capitalistico di concorrenza, e l'esistenza di uno stato unitario. In effetti, la definizione marxiana di "fratelli nemici" affibbiata da Marx ai capitalisti si attaglia piuttosto bene a quelli europei. 

Certamente è vero che i Paesi imperialisti europei, a parte l'unità da bravi fratelli contro i salariati europei, possono convergere e agire unitariamente in altre occasioni internazionali. Sul piano commerciale e economico rispetto all'Europa orientale e, oggi, nei confronti degli Usa, c'è una certa convergenza. Ma in generale in queste e in altre occasioni gli interessi a un certo punto diventano divergenti e spesso i capitali e gli stati europei agiscono da fratelli nemici in concorrenza tra loro. Resta, infatti, da vedere quanto alcuni stati si sentano tutelati in una Europa finalmente unita e egemonizzata da una Germania, economicamente ingombrante e molto vicina, che non sia controbilanciata dagli Usa, potenti ma lontani. Sarebbe sorprendente vedere le élite capitalistiche e politiche (e culturali) italiane sganciarsi dagli Usa, cui sono legate da più di 70 anni di relazioni, per aderire a un blocco egemonizzato dalla Germania (o anche da un asse franco-tedesco), esperienza peraltro già sperimentata poco positivamente nella Seconda guerra mondiale.

E non si tratta solo del piano militare, anche su quello commerciale gli interessi della Germania, ad esempio nel modo di rapportarsi con i dazi da imporre alle importazioni cinesi, sono in contrasto, ad esempio, con quelli italiani. La storia europea del Novecento e dei secoli precedenti – almeno a partire dal XVI secolo - è una storia di lotte degli stati europei occidentali, magari con l'aiuto di un alleato esterno (Impero ottomano, Russia e Usa), contro qualunque stato continentale (Spagna, Francia, Germania) abbia voluto di volta in volta imporsi come potenza egemone. La rottura del balance of power, seguente al tentativo egemonico, è stata sempre prodromica al conflitto continentale, dalla guerra dei Trent'anni alla Seconda guerra mondiale. Appare poco probabile che si affermi una tendenza opposta, almeno in questa fase, visto che siamo in assenza di un processo di maggiore unificazione e che anzi ci sono molte tendenze centrifughe, a fronte di un allargamento delle divergenze economiche e della conflittualità tra Paesi europei. 

E questo vale anche e soprattutto per Francia, che pure dovrebbe essere l'altro lato di un ricostituito asse franco-tedesco su cui rifondare l'Europa. I transalpini, infatti, hanno subito più dell'Italia le conseguenze dell'aggressività economica della Germania, registrando in Europa forse la decadenza politica e economica relativa maggiore, rispetto a quello che ancora all'epoca di Mitterand appariva ancora come un partner di pari peso. E comunque, la mancanza di uno stato unitario, di una politica estera, di forze armate e di polizia europee sono un limite pesante, per la cui realizzazione non mi pare ci siano le condizioni, tantomeno in tempi storicamente brevi. Quindi, è difficile dire che esista oggi un imperialismo europeo in grado di porsi come polo imperialista autonomo o che esistano le basi perché si realizzi in tempi storicamente brevi. Più probabile, invece, è la possibilità di realizzare alleanze o forme di integrazione militare o di politica estera a geometria variabile, specie tra la Germania e i suoi satelliti (Olanda, Austria, Romania), come in effetti sembra stia accadendo.

L'impedimento maggiore è proprio l'indisponibilità della Germania a essere vincolata in una struttura politicamente più centralizzata, dove gli altri stati, la Francia essenzialmente e, in misura minore, l'Italia e la Spagna, conterebbero maggiormente e, soprattutto, la costringerebbero a rinunciare a una parte dei suoi vantaggi competitivi e benefici economici. La crisi del capitale non fa sconti a nessuno e la riduzione della profittabilità degli investimenti e delle quote di commercio mondiale non sono il migliore stimolo a dividere in modo concorde le prede con gli altri concorrenti, specie se sono meno forti. Per il momento l'unico dato certo che va registrato è l'aumento delle contraddizioni tra capitali e tra stati a tutti i livelli, all'interno dell'asse atlantico e all'interno della Ue che a cascata si estendono alle varie aree di influenza, dal Medio Oriente all'Africa, all'Asia orientale. Ne consegue la necessità di seguire con attenzione l'evoluzione di queste contraddizioni per capirne gli esiti futuri e le implicazioni pratiche per le politiche delle classi subalterne, che, sulla base di quanto detto fino a qui, devono ruotare attorno al contrasto alla Ue e alla eliminazione della integrazione valutaria.

Domenico Moro 20/06/2017

[1] Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo, Il saggiatore, 2003.

[2] Antonio Gramsci, Intellettuali italiani all'estero, in (a cura di) Giovanni Urbani, "La formazione dell'uomo", Editori Riuniti, Roma 1974. Antonio Gramsci, Interpretazioni del Risorgimento, e Direzione politico-militare del moto,  in A. Gramsci, "Quaderno 19 Risorgimento italiano", Einaudi, Torino 1977.

[3] A. Gramsci, Interpretazioni del Risorgimento, Ibidem.

[4] Karl Marx, Storia delle dottrine economiche, Einaudi, Torino 1977.

[5] Aa. Vv., Una proposta contro la crisi, un milione di addetti nella Pa, Economia e politica, 11 maggio 2017. http://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/europa-e-mondo/una-proposta-contro-la-crisi-un-milione-di-addetti-nella-p-a/

[6] Domenico Moro, Le vere cause del debito pubblico italiano, in Keynes blog, 31 agosto 2012. https://keynesblog.com/2012/08/31/le-vere-cause-del-debito-pubblico-italiano/

[7] Nelle imprese della manifattura il Mol (margine operativo lordo) sul fatturato delle imprese italiane al di sopra del livello di piccola impresa è superiore a quello tedesco. In particolare in quella al di sopra dei 250 addetti, tra 2008 e 2014, passa dal 5,8 al 6,9%, quello della Germania passa dal 5,6 al 6,3%. Eurostat, Industry by employment size class (Nace rev. 2 B-E).

[8] Domenico Moro, Perché e come l'euro va eliminato, 14 aprile 2014. https://www.sinistrainrete.info/europa/3598-domenico-moro-perche-e-come-leuro-va-eliminato.html.

[9] Karl Marx, Il capitale, Libro I, La genesi del capitalista.

[10] Friedrich Engels, L'Origine della Famiglia, della proprietà privata e dello stato.

[11] Nicos Poulantzas, Il potere nella società contemporanea, Editori Riuniti, Roma 1979.

[12] "Eccesso di democrazia" è il termine utilizzato da Crozier e Huntington in The crisis of democracy, il rapporto della commissione Trilaterale del 1975. Su questo e sul ruolo dell'integrazione europea nel contrasto all'eccesso di democrazia vedi Domenico Moro, Il gruppo Bilderberg, L'élite del potere mondiale, Imprimatur, Reggio Emilia 2014.

[13] Agamben, Lo stato di eccezione, Bollati Boringhieri, Torino 2003.

[14] Domenico Moro, La Terza guerra mondiale e il fondamentalismo islamico, Imprimatur, Reggio Emilia 2016.

[15] Meccanismo di stabilizzazione finanziaria europea. Si tratta di un programma, gestito dalla Commissione europea, che recupera fondi sui mercati finanziari per aiutare gli stati in difficoltà, usando come collaterale il budget europeo.


Fonte: qui