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giovedì 2 luglio 2020

SI SCRIVE ''PROFIT SHIFTING(SPOSTAMENTO DEI PROFITTI)'' SI LEGGE ELUSIONE FISCALE

L'ITALIA OGNI ANNO PERDE 6,5 MILIARDI IN TASSE ''GRAZIE'' AI PARADISI FISCALI CHE CI TROVIAMO DENTRO LA DIS-UNIONE EUROPEA.

MILENA GABANELLI SPIEGA COME FIAT, EXOR, CAMPARI, STM, FERRERO E GLI ALTRI SFRUTTANO IL DUMPING FISCALE DI OLANDA, LUSSEMBURGO, IRLANDA, MALTA ECC.

TI CREDO CHE L'OLANDA NON VUOLE DARCI SOLDI PER IL RECOVERY FUND: SI È IMPEGNATA COSÌ TANTO PER SOTTRARCELI!


Domenico Affinito e Milena Gabanelli per www.corriere.it

 

Profit shifting, ovvero lo spostamento dei profitti per pagare meno tasse. Molti dei protagonisti di questa pratica, che passa attraverso una politica fiscale «aggressiva» con regimi di tassazione agevolati, sono in Europa. Lussemburgo, Irlanda, Olanda, Cipro, Belgio e Malta sono i sei campioni europei del paradiso fiscale. Quello che permettono tecnicamente è un’elusione fiscale, ma altro non è che un dumping fiscale contrario al principio di solidarietà tra i membri dell’Unione previsto dai trattati. Tutto dipende dalla direttiva madre-figlia, adottata per evitare che gli utili delle multinazionali potessero essere tassati due volte tra società madre e società figlia quando queste due appartengano a differenti Stati membri dell’Unione. Ma se io opero in Italia, mando gli utili in Olanda e l’Olanda non mi tassa, il gioco è fatto.

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Come eludere il fisco

Sono tre i meccanismi per pagare meno tasse.

1) Il primo è quello di stabilire la sede fiscale dove la tassazione è più bassa: basta dimostrare che la società è «residente» in quel Paese e, cioè, che i meeting del Consiglio di amministrazione si svolgono là.

 

2) Il secondo è quello del «transfer pricing», le transazioni economiche (spesso fittizie) all’interno di un gruppo multinazionale (come prestiti, cessione di marchi o brevetti, servizi assicurativi), il tutto gestito da una controllata che ha sede in un paradiso fiscale. Lo ha fatto Fiat con Fiat Finance & Trade, controllata lussemburghese di Fca che per 15 anni ha fornito servizi finanziari ad altre società del gruppo, una sorta di banca con tanto di utili che la Corte Europea ha condannato a pagare 23,1 milioni di euro di tasse arretrate al Lussemburgo, frutto di un vantaggio fiscale indebito grazie a un accordo ad hoc con il Granducato.

 

3) Il terzo è quello che adottano molte aziende digitali: fatturare tutto in un Paese estero con fiscalità agevolata. Come fanno Booking, Google e Uber, le cui sedi sono in Olanda e lì fatturano anche i servizi che vendono in Italia. I vantaggi fiscali passano spesso dal tax ruling, come fanno ad esempio i sei Paesi dell’Ue. Formalmente è un modo per le multinazionali di richiedere preventivamente chiarimenti alle autorità fiscali per evitare successive controversie, ma di fatto sono accordi privati su regimi di tassazione inferiori a quelli previsti per legge. Come lo scandalo LuxLeaks che ha coinvolto il Lussemburgo che per anni ha garantito sconti fiscali sui flussi finanziari attraverso accordi segreti a 300 società di tutto il mondo (31 erano italiane).

 

I campioni europei dell’elusione

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Olanda, Cipro, Malta, Lussemburgo, Belgio e Irlanda garantiscono diversi vantaggi alle società che vi hanno sede. Alle multinazionali è permesso definire trattamenti fiscali ad hoc attraverso i tax ruling come quelli, finiti sotto indagine da parte della Commissione Europea, di Starbucks in Olanda, Fca e Amazon in Lussemburgo e Apple in Irlanda. Sono garantiti anche forti deduzioni e detrazioni che riducono la base imponibile e le tasse. Secondo lo studio «Corporate Tax Haven Index 2019» del Tax Justice Network, le aliquote che ogni Paese dichiara in alcuni casi sono molto diverse da quelle realmente applicate. L’Italia, ad esempio, ha un’aliquota del 28% che scende, al massimo dello sconto, al 26,9%. Questo è quello che succede nella stragrande maggioranza dei Paesi dell’Ue. Ma non in Belgio (dove l’aliquota formale passa dal 30% al 3%), a Cipro (dal 13% allo 0%), in Irlanda (dal 13% allo 0%), in Lussemburgo (dal 26% allo 0,3%), a Malta (dal 35% al 5%) e in Olanda (dal 25% al 2,44%).

 

Questi paradisi fiscali europei garantiscono alle aziende una pressione fiscale che è inferiore al 5%, ma grazie alla mole dei profitti spostati, riescono a incassare, in proporzione, più dei paesi normali. Il gettito raccolta dalla tassazione del reddito di società è, secondo Eurostat, circa il 6% del Pil in Lussemburgo, il 5,5% a Malta e Cipro e il 4% circa in Belgio e Olanda. In Italia è il 2%. Ma ancora più impressionante è il volume degli investimenti diretti esteri in entrata in questi Paesi. In Lussemburgo rappresentano il 6.000% del Pil, a Malta il 1.500%, a Cipro il 1.000%, in Olanda il 550% e in Irlanda il 200%. Poi ci sono i casi di Bulgaria e Ungheria che garantiscono già di base aliquote del 10 e 9%.

 

Quanto vale il profit shifting

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I profitti spostati all’estero in tutto il mondo arrivano a 544 miliardi di euroil 36,23% dei 1.500 miliardi di euro realizzati dalle multinazionali attraverso le controllate estere. Lo dice il paper scientifico «The missing profits of Nations» (I profitti perduti delle nazioni), pubblicato dal National bureau of economic research degli Stati Uniti, considerato il più autorevole centro di ricerca economica mondiale e firmato dallo studioso francese Gabriel Zucman, professore a Berkeley, insieme a Ludvig Wier e Thomas Torslov dell’università di Copenhagen. Di questi 257, il 47,24%, approdano in Lussemburgo, Irlanda, Olanda, Belgio, Cipro e Malta. La percentuale sale, poi, al 52,29% se si considerano solo le aziende che operano nei paesi aderenti all’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: 207 miliardi su 395,85 di utili. La percentuale sale ancora se si considerano solo i Paesi europei: «Ogni cento euro di profitti spostati fuori da un singolo paese europeo — spiegano gli economisti — ottanta finiscono nei paradisi fiscali della stessa Ue».

 

Il caso Olanda

L’Olanda è tra le più agguerrite sia sul fronte dell’aggressività fiscale, sia su quello del no alla solidarietà nell’emergenza CovidUn no verso quei Paesi le cui aziende fanno arricchire gli olandesi. La Fort Knox olandese è a Prins Bernhardplein 200, quattro chilometri dal centro di Amsterdam, dove lavorano i professionisti che gestiscono la società che cura gli interessi delle aziende domiciliatarie . Qui ha sede Intertrust, che si occupa degli affari di oltre 2.812 aziende europee e mondiali: assistenza legale, contabilità, amministrazione, transazioni finanziarie, proprietà intellettuale e tesoreria. Poco lontano ci sono le sedi di colossi come eBay (con due filiali), Uber (con ben 16 società), Google, Nike, Ikea, Starbucks.

 

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Incrociando le risorse (dipendenti, uffici) che queste società possiedono in Olanda, e gli utili che qui realizzano si scopre che ogni singolo dipendente olandese genera profitti per 530 mila euro l’anno, contro la media europea di 60mila (con Italia e Germania allineate intorno ai 42mila e Francia a 33mila). Il significativo risparmio fiscale è il tema centrale: l’Aja non tassa dividendi in entrata e uscita, plusvalenze derivanti dalla cessione di partecipazioni societarie, interessi e royalties. Rimane tutto, in maniera lecita, nelle tasche dei proprietari, facilitati poi a spostare i propri capitali in altri paradisi fiscali extra Ue. Inoltre la legge olandese, in tema di controllo societario, permette di mettersi al riparo dalle scalate dando la possibilità di esercitare un controllo totale sull’azienda anche con una quota di minoranza. Ad esempio Exor, la finanziaria di casa Agnelli che è emigrata in Olanda nel 2016, possiede il 28,98% di FCA ma ha il 42,11% dei voti, così come controlla il 26,89% di Cnh (Iveco) ma ha il 41,68% dei voti e il 22,91% di Ferrari ma ha il 32,75% dei voti. E lo stesso hanno fatto i Caltagirone con Cementir e i Berlusconi con Mediaset.

 

È un modo legale per tirarsi fuori dal mercato libero che ha fatto fiorire le società più o meno di comodo: almeno 15 mila, secondo un rapporto del ministero delle Finanze al Parlamento olandese del 2018, con un flusso di denaro, a livello di fatturato, che va dai 4.500 ai 5.000 miliardi di euro ogni anno. Di questa montagna di soldi solo 199 miliardi sono tassati. Solo dai Paesi membri dell’Ue, l’Olanda risucchia fino a 72 miliardi di euro di profitti aziendali, di cui oltre 3 dall’Italia, secondo le stime dell’economista Gabriel Zucman. Alla fine al fisco olandese vanno, secondo un rapporto del Parlamento europeo, 11,2 miliardi di euro(oltre il 40% del gettito totale sui profitti di impresa nel Paese dei tulipani) che sarebbe dovuto finire nelle casse di altri Stati. Per questo l’ong Tax Justice Network ha collocato l’Olanda al quarto posto tra i paesi del Corporate Tax Haven Index, che classifica i principali paradisi fiscali per le multinazionali, dopo le Isole Vergini Britanniche, Bermuda e Cayman.

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Il danno per l’Italia

Nel 2019 l’Italia avrebbe perso, secondo Zucman, quasi 24 miliardi di dollari di profitti (il 19% dei ricavi dalla tassazione delle multinazionali), 21 dei quali sarebbero andati a paesi Ue. In Belgio sono finiti 2 miliardi, 8 a Cipro, 5 in Irlanda, 9,6 in Lussemburgo, 0,7 a Malta e 3,4 in Olanda. Altri 3 sono finiti in paradisi fiscali extraeuropei, di cui 2,2 in Svizzera. Tutto questo si traduce in 6,6 miliardi di dollari di tasse in meno: quasi il 10% di quello che ci sono costati nel 2019 gli interessi sul debito pubblico. Ma siamo in buona compagnia: i profitti societari drenati all’estero ammontano a 48,4 per la Germania e 28,2 per la Francia, per un mancato gettito fiscale che vale 14,3 per Berlino e 9,44 miliardi per Parigi.

 

Chi scappa da casa nostra

Buona parte dei 6,5 miliardi di euro in tasse sottratti alle casse italiane tornano in tasche italiane: diversi protagonisti di questa pratica scorretta, infatti, arrivano da casa nostra.

Ferrero: la Holding Ferrero International S.A. ha sede legale e fiscale in Lussemburgo dal 1973, mentre Fedesa, la finanziaria che la controlla, vera cassaforte della famiglia Ferrero, è a Montecarlo.

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Exor: la finanziaria della famiglia Agnelli ha avuto per anni la sede fiscale in Lussemburgo e ora è in Olanda.

 

Fca e Cnh (Iveco): le due società che fanno capo a Exor hanno sede legale in Olanda e fiscale a Londra.

 

Ferrari: ha sede legale in Olanda e fiscale in Italia dove, però, dal 2018 ha un regime fiscale agevolato, grazie a un accordo con l’Agenzia delle entrate (patent box) di tassazione sui redditi d’impresa derivanti dall’utilizzo di copyright.

 

Perfetti Van Melle: il colosso italo-olandese delle caramelle ha sede fiscale e legale in Olanda.

 

STMicroelectronics: il gruppo italo-francese produce in Italia, ha gli uffici operativi e Ginevra, ma è controllato da una società che ha sede fiscale in Olanda.

 

Campari: ha spostato da poco la sede legale in Olanda. Quella fiscale rimane in Italia, ma la finanziaria della famiglia Garavoglia che la controlla (la Lagfin) ha sede legale e fiscale in Lussemburgo.

 

Luxottica: dal 2006 ha sede in Lussemburgo la Holding Delfin, cassaforte della famiglia Del Vecchio che controlla il 32% del gruppo italo-francese EssiloLuxottica.

 

Tenaris SA: il colosso siderurgico della famiglia Rocca ha sede legale e fiscale in Lussemburgo ed è partecipato dalla Techint, la holding di famiglia, a sua volta partecipata dalla finanziaria San Faustin (sempre dei Rocca) che ha sede legale nelle Antille Olandesi. Nel 2017 ha risolto con 43 milioni di euro un contenzioso col fisco italiano che ne chiedeva 530.

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Poi ci sono le partecipate statali che hanno diverse consociate in Olanda e Lussemburgo che gestiscono i servizi finanziari dei gruppi (tesoreria, servizi generali e di supporto al business) e che usufruiscono della non tassazione su interessi e royalties. Enel ha la Enel Finance International ed Eni ha Eni Finance International SA, Banque Eni SA, Eni International BV, Eni Oil Holdings Bv ed Eni spa Netherlands.

 

Cosa fa e cosa dovrebbe fare l’Europa

Solo nell’ultimo ciclo istituzionale, poi, sono state finalizzate 26 proposte legislative per migliorare la lotta ai reati finanziari e alla pianificazione fiscale. Ma quelle dell’Europa sono armi spuntate perché, in materia fiscale, ogni Stato è sovrano. La soluzione più corretta sarebbe quella di una tassazione comune sul reddito consolidato dentro l’Unione Europea, la più semplice — spinta da Francia, Germania e Italia — sarebbe quella di una tassazione minima in sotto la quale non si possa andare. Ma per fare questo ci vuole l’unanimità dei voti. La Commissione ha avviato un dibattito nel gennaio 2019 per arrivare a un voto di maggioranza qualificata, almeno in alcuni settori della politica fiscale. Ma la road map, sempre che sia rispettata, si concluderà nel 2025.

 

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Fino ad allora l’unico strumento di contrasto ce l’ha la Commissione che può bollare come aiuti di Stato gli sconti fiscali, ma l’ha usato con parsimonia: ha condannato la Apple a ridare 13 miliardi di euro di imposte arretrate all’Irlanda, Starbucks 30 milioni ai Paesi Bassi, Amazon e Fiat a ridare rispettivamente 250 milioni e 21,3 al Lussemburgo. Ha aperto indagini su Ikea, McDonald’s e sulla società energetica francese Engie. Ma niente che riporti le tasse là dove sono state di fatto evase.

 

L’Europarlamento ha istituito una commissione speciale sui reati finanziari, l’evasione e l’elusione fiscale (TAX3) la cui conclusione è stata quella, per la prima volta, di puntare il dito verso alcune Paesi membri, colpevoli di fiscalità aggressiva. In questa fase di emergenza si sarebbe potuto usare lo strumento degli aiuti pubblici che Francia, Danimarca e Polonia ad esempio hanno deciso di non elargire alle società con sedi in paradisi fiscali. Ma Bruxelles ha puntualizzato che questa distinzione è contraria ai principi della libera circolazione dei capitali a cui sono improntati i trattati europei e che i piani di salvataggio pubblico adottati a causa dell’emergenza Covid non possono escludere chi ha la sede in un altro Stato.


VIDEO - DATAROOM DI MILENA GABANELLI SUL ''PROFIT SHIFTING'' QUI

venerdì 17 aprile 2020

ECCO COME L’OLANDA RUBA MILIARDI DI TASSE ALL’ITALIA GRAZIE ALLA UE.

SE NEGLI ULTIMI 15 ANNI L’ITALIA HA DOVUTO DIMEZZARE I NUMERI DI POSTI LETTO IN TERAPIA INTENSIVA, LE RESPONSABILITÀ SONO CERTAMENTE DELLA POLITICA, LA MANCANZA DI FONDI ANCHE COLPA DELL’OLANDA CHE OGGI DICE NO AGLI EUROBOND
Giuliano Balestreri  per it.businessinsider.com

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Ogni volta che pagate un caffè da Starbucks in Italia state, indirettamente, mandando dei soldi a una finanziaria in Olanda. Succede la stessa cosa con le prenotazioni via Booking e con decine di multinazionale americane che lavorano in Europa: il gioco è piuttosto semplice per ogni frappuccino – o stanza d’albergo – venduto; la filiale italiane deve versare alla società olandese un royalty per l’utilizzo del marchio.

Il risultato è immediato: gli utili in Italia si riducono, quelli in Olanda crescono. E ogni anno, in questo modo, i Paesi Bassi sottraggono all’Italia 1,5 miliardi di dollari di imposte, solo grazie alle multinazionali americane che sono ben felici di versare a nord delle Alpi appena 300 milioni di dollari. Già anziché pagare 5 dollari di tasse dove vengono generati gli utili, le società americane riescono a versare un dollaro nelle casse di Amsterdam. Un giochino che drena ai Paesi europei almeno 10 miliardi di dollari l’anno e ne porta 2,2 in Olanda. Un beneficio che senza l’Unione europea gli olandesi non avrebbero, eppure sono gli stessi a non muoversi di un millimetro nei confronti degli Eurobond.
starbucksSTARBUCKS

E se da un lato è comprensibile che gli alleati europei non si fidino dell’Italia e temano che eventuali prestiti agevolati aumentino gli sprechi di un Paese incapace anche di utilizzare i fondi strutturali (per non parlare l’assoluta mancanza di progettualità che ha contraddistinto gli ultimi anni della politica economica tricolore); dall’altro è pazzesco che a farsi paladino della giustizia sia uno Stato che figura al quarto posto tra i paradisi fiscali in tutte le classifiche del mondo. Gli esperti di Tax Justice hanno calcolato che solo considerando il trasferimento dei profitti europei delle multinazionali americane verso i Paesi Bassi, al Vecchio continente manchino almeno 10 miliardi di dollari l’anno: 1,5 solo all’Italia.
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Considerando che il meccanismo è molto diffuso anche tra le aziende italiane è chiaro che il danno per l’erario perpetrato dagli intransigenti olandesi è molto più ampio. Anche perché la strategia aggressiva del governo dell’Aja ha innescato una corsa al ribasso sul fronte del trattamento fiscale delle imprese all’interno della Ue: una sorta di dumping fiscale che “ha accelerato la corsa al ribasso delle aliquote sulle imposte per le società in Europa che sono diminuite di circa dieci punti negli ultimi dieci anni”

booking 4BOOKING 

Il paradosso è che l’intera Unione europea rischia ora di collassare per l’intransigenza di uno dei Paesi che maggiormente beneficia del meccanismo comunitario giocando sulla libera circolazione dei capitali e – di conseguenza – sulla possibilità per le multinazionali di spostare gli utili dove meglio credono. “Nel caso delle società americane – si legge sullo studio di Tax Justice – a fronte di 70 miliardi di utili le tasse pagate nel paese ammontano a 3,4 miliardi. Motivo per cui i profitti in Olanda, pari all’8% del Pil del Paese, superano tutti quelli registrati all’interno della Ue. Senza questo atteggiamento, gli olandesi incasserebbero un decimo delle imposte che ottengono mentre i vicini europei raddoppierebbero o triplicherebbero gli introiti”.

RutteRUTTE
L’Olanda quindi è riuscita a creare un vero e proprio modello di business grazie alla competizione fiscale grazie alla lotta della Ue nei confronti dei paradisi fiscali extracomunitari. E così offrendo condizioni vantaggiose minano i sistemi fiscali degli altri Paesi membri, gli stessi a cui oggi rifiutano il via libera agli Eurobond.

Un ampio trattato sulla doppia tassazione che diversi paesi che permette di ridurre in maniera sostanziale le ritenute su dividendi, interessi e royalty;
Tax ruling, ovvero la possibilità di firmare accordi segreti con il governo per definire il livello di imposizione fiscale (d’altra parte i Paesi Bassi sono lo stato membro più riservato della Ue secondo 2020 Financial Secrecy Index);

Offrono diversi incentivi fiscali e permettono di evitare le tasse statunitensi.
mark rutte giuseppe conteMARK RUTTE GIUSEPPE CONTE
Non è un caso dunque che il 91% delle maggiori multinazionali del mondo abbia una finanziaria nei Paesi Bassi. Tuttavia, se l’Olanda non fosse un Paese comunitario, gran parte dell’elusione fiscale sarebbe impossibile. Il gioco è piuttosto semplice: “Per ogni caffè venduto da Starbucks Italia – spiega Tax Justice -, viene effettuato un pagamento a Starbucks Paesi Bassi per l’utilizzo del marchio. Un meccanismo che riduce i profitti della filiale italiana aumentando quelli della società olandese. Il pagamento infragruppo, però, non può essere tassato in base a una direttiva del 2003”. Come a dire che senza la Ue il trasferimento di utili verso la minor aliquota sarebbe impossibile.

Un meccanismo che usano tantissime multinazionale, da Startbucks a Booking e che ogni anno erode la base imponibile italiana. In termini di sanità, 1,5 miliardi di dollari sono oltre il doppio del costo di gestione di un ospedale come il San Raffaele. Insomma, se negli ultimi 15 anni l’Italia ha dovuto dimezzare i numeri di posti letto in terapia intensiva, le responsabilità sono certamente della politica, la mancanza di fondi anche colpa dell’Olanda che oggi dice no agli Eurobond. 

Fonte: qui

domenica 10 marzo 2019

BRUXELLES CI ROMPE LE PALLE SUI CONTI, MA SUI PARADISI FISCALI IN EUROPA, CIOE’ OLANDA, LUSSEMBURGO E IRLANDA, NON DICE NULLA


OLANDA, LUSSEMBURGO E IRLANDA, HANNO FATTO PERDERE ALL’ITALIA 6,5 MILIARDI DI ENTRATE FISCALI (SI TRATTA DELLO 0,36% DEL PIL, PIÙ O MENO IL COSTO DEL REDDITO DI CITTADINANZA) 

CON LA LORO FISCALITA’ ED ACCORDI PRIVILEGIATI ALLE MULTINAZIONALI, HANNO DRENATO CAPITALI AGLI ALTRI PAESI (35 MILIARDI SOLO A NOI, FRANCESI E TEDESCHI) 


TRA I FURBETTI CI SONO ANCHE CIPRO E MALTA…

Marco Bresolin per “la Stampa”

I paradisi fiscali costano all' Italia 6,5 miliardi di euro l' anno. E nell' 80% dei casi si trovano all' interno dell' Unione europea. Lussemburgo, Olanda e Irlanda sono i principali Paesi destinatari dei trasferimenti di capitali delle grandi multinazionali, richiamati da un trattamento di favore che l' Ue ancora non riesce a contrastare.
paradisi-fiscaliPARADISI-FISCALI

Martedì l' Ecofin analizzerà nuovamente la situazione a poco più di un anno dalla pubblicazione del primo elenco Ue di "giurisdizioni fiscali non cooperative", la cosiddetta blacklist dei paradisi fiscali. Per l' occasione un rapporto di Oxfam fa il conto di quanto costa il "fuoco amico" per i governi europei. Soltanto nel 2015 più di 20 miliardi di euro di ricavi sono sfuggiti alla lente del Fisco italiano. E così sono sfumate imposte per 6,5 miliardi. Si tratta dello 0,36% del Pil, più o meno il costo del reddito di cittadinanza.

paradiso fiscalePARADISO FISCALE
Le perdite per Francia e Germania sono addirittura superiori in termini assoluti, visto che il rapporto di Oxfam stima minori entrate fiscali pari a 10,1 miliardi di euro per Parigi e addirittura 15 miliardi per Berlino. Se si aggiungono anche i 3,5 persi dalla Spagna si arriva a quota 35,1 miliardi di euro: soldi scippati alle prime quattro economie dell' Eurozona che in realtà non finiscono ai concorrenti, ma vanno quasi totalmente in fumo. I principali tre paradisi fiscali europei offrono "tax ruling" e accordi privilegiati alle multinazionali che trasferiscono lì i loro profitti (circa 187 miliardi di euro l' anno), applicando aliquote molto basse.

Nel dicembre del 2017 l' Ue ha adottato per la prima volta una lista nera dei paradisi fiscali, ma ha deciso di passare sotto la lente soltanto i Paesi extra-Ue. Secondo Oxfam, se la lista fosse estesa anche agli Stati membri ce ne sarebbero cinque che non rispettano i criteri utilizzati per giudicare gli altri paradisi fiscali: oltre a Lussemburgo, Olanda e Irlanda andrebbero inseriti anche Cipro e Malta.
MARTIN SELMAYR E JEAN CLAUDE JUNCKERMARTIN SELMAYR E JEAN CLAUDE JUNCKER

La Commissione europea - attraverso raccomandazioni - ha più volte sollevato la questione con i Paesi in questione. Anche Belgio e Ungheria sono già stati oggetto di richiami, ma le politiche fiscali restano di competenza nazionale e così Bruxelles non ha strumenti per intervenire. La Commissione ha cercato di aggirare gli ostacoli, affrontando il problema dal punto di vista della concorrenza sleale.

L' Antitrust Ue è intervenuta per sanzionare le multinazionali, obbligandole a restituire le imposte dovute ai governi con cui avevano siglato accordi (emblematico il caso dei 14 miliardi che Apple è stata costretta a versare all' Irlanda). Ma questo non ristabilisce certo l' equilibrio e non aiuta gli altri Paesi a recuperare le perdite.

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Il rapporto stima che ogni anno 600 miliardi di dollari di profitti vengono portati verso paradisi fiscali, il 30% dei quali all' interno della Ue. Per i Paesi sviluppati questo si traduce in una perdita annua di circa 100 miliardi di dollari.

Al momento gli Stati sulla lista nera Ue sono soltanto cinque: Samoa americane, Guam, Samoa, Trinidad e Tobago, Isole Vergini americane. Altri 63 sono sulla lista grigia, il che vuol dire che si sono impegnati in qualche modo per rimediare alla situazione. Secondo Oxfam, l' Ecofin dovrebbe aggiungere altri 18 Paesi alla blacklist, ma depennarne parecchi da quella grigia, che scenderebbe a quota 32. In particolare potrebbero essere cancellati nove Stati che secondo l' ong sono "dei veri e propri paradisi fiscali", tra cui le Bahamas, le Bermuda, le Cayman e Panama.

Fonte: qui

lunedì 21 gennaio 2019

NEGLI ULTIMI 12 ANNI LE SOCIETÀ OFFSHORE SI SONO AGGIUDICATE 2 MILIARDI DI APPALTI PUBBLICI ITALIANI


LO STUDIO CHE TRACCIA LE SEDI DEI VINCITORI DEI BANDI DI GARA: LA METÀ PROVENGONO DA SVIZZERA E HONG KONG 
L’EUROPA A PAROLE FA LA GUERRA AI PARADISI FISCALI, MA IN UN DECENNIO HA FATTO USCIRE 56 MILIARDI
Giorgia Pacione Di Bello per “la Verità”
paradiso fiscalePARADISO FISCALE

Gli appalti pubblici piacciono alle società offshore. In Italia, secondo lo studio «Tenders in Eu: how much goes to tax havens», pubblicato da Datlab (società di analisi dati focalizzata sul settore degli appalti pubblici) negli ultimi 12 anni aziende con sede diretta o indiretta in paradisi fiscali hanno vinto gare pubbliche per 2,13 miliardi di euro. Le aziende che hanno maggiormente vinto risultano essere collegate con due centri offshore in particolare: la Svizzera (per 1 miliardo di ricavi) e HongKong (per 194 milioni di ricavi). Ma l' Italia non è l' unico Paese a livello europeo che ha fatto vincere società collegate a paradisi fiscali attuali o passati.

Lo studio stima infatti che l' Unione europea abbia fatto guadagnare a queste aziende circa 56 miliardi di euro, negli ultimi dodici anni. Quota che risulta essere più che raddoppiata nell' ultimo decennio.

Entrando nel dettaglio. A livello Ue, il Paese che ha fatto vincere il maggior numero di gare pubbliche a società offshore è stato il Regno Unito, seguito dalla Spagna, dalla Polonia, dall' Estonia, dal Portogallo e dai Paesi Bassi. L' Italia, a livello europeo, si posiziona invece al nono posto, tra la Lituania e la Svezia.

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È stato dunque tracciato come nel Regno di sua maestà Elisabetta II il 13,4% degli appalti sia stata vinta da società che si appoggiano ad un paradiso fiscale per una somma superiore ai 10 miliardi di euro. Nel caso inglese le società che più spesso vincono le gare hanno legami con le Bermuda, le Isole vergini inglese e la Svizzera. Al secondo posto, nel Portogallo, ben distanziato dal Regno Unito, solo il 6% degli appalti è stato vinto da questo genere di società. Le somme rimangono però molto alte. Si parla infatti di circa due miliardi di euro di guadagno.

appalti PUBBLICIAPPALTI PUBBLICI
In questo caso, come per l' Italia, le società hanno legami in particolar modo con la Svizzera. A livello generale si osserva dunque che il paradiso fiscale maggiormente collegato alle società offshore vincitrici risulta essere proprio la Svizzera (45%), il che non sorprende più di tanto visti i suoi legami economici con l' Unione europea e la posizione geografica privilegiata. Al secondo posto le Bermuda (12%) seguite dalle Isole Vergini (11%), Cayman (8%), Curacao (5%), Qatar (4%), Hong Kong (4%), Emirati Arabi Uniti (3%), Liechtenstein (2%) e Corea del Sud (1,5%).

Se si guarda invece all' andamento delle vincite, si può notare come nel corso degli ultimi 12 anni la percentuale di gare vinte da società che hanno legami con i paradisi fiscali ha visto un momento di calo tra il 2008 e il 2009, dove hanno ottenuto solo il 3% delle vittorie.
soldi in svizzera 7SOLDI IN SVIZZERA
La risalita c' è stata tra il 2010 e il 2011, quando la percentuale è salita al 4,5%. Dal 2011 in poi le percentuali sono rimaste costanti intorno al 4%. Ma nel 2017 c' è stato di nuovo un picco, facendo arrivare i valori ad un +5,2%.

Se si osservano invece i nomi dei paradisi fiscali che maggiormente risultano essere coinvolti si può notare come tutti rientrino all' interno della lista dei paradisi fiscali dell' Unione europea (lista nera e grigia), pubblicata a fine 2017 e poi svuotata sistematicamente nel corso del 2018. Eppure, nonostante ciò, la stessa Europa ha fornito per gli ultimi 12 anni, 56 miliardi di euro a questi stessi paradisi fiscali.

soldi in svizzera 6SOLDI IN SVIZZERA
Se in molti campi può essere difficile limitare l' intromissione di paradisi fiscali, il settore degli appalti pubblici dovrebbe invece essere più facilmente controllabile. E questo perché il governo nazionale potrebbe infatti spingere l' azienda in questione a trasferirsi fuori dal paradiso fiscale, dove ha la residenza, se vuole partecipare ad una determinata gara.

Inoltre, a livello europeo con la nuova direttiva contro il riciclaggio di denaro l' esclusione di queste aziende dovrebbe essere ancora più semplice, dato che si parla di dare il via ai registri pubblici dei beneficiari.

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Questo comporterebbe dunque che ogni Paese dovrà avere un registro dove vengono segnati i reali nomi dei proprietari effettivi di tutte le aziende presenti in quella giurisdizione. E in questo modo si potrà sapere esattamente a chi è intestata una determinata società e in quale Paese. I ricercatori dello studio hanno dunque chiesto, alla luce di ciò, se fosse dunque possibile escludere automaticamente tutte le società, collegate a paradisi fiscali, dalle gare pubbliche.

L' Ue, stando a quanto riportato nello studio, non ha risposto né «sì» né «no». Ha infatti ammesso, cautamente, che ci sarebbe questa possibilità, ma prima di escludere un' azienda bisognerebbe dare modo alla società in questione di dimostrare che è in regola dal punto di vista fiscale e legale. Si lascia dunque alla buona volontà di ciascun Stato membro decidere se estromettere le società collegati a paradisi fiscali o se chiudere un occhio in alcuni casi.

Fonte: qui