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giovedì 2 luglio 2020

SI SCRIVE ''PROFIT SHIFTING(SPOSTAMENTO DEI PROFITTI)'' SI LEGGE ELUSIONE FISCALE

L'ITALIA OGNI ANNO PERDE 6,5 MILIARDI IN TASSE ''GRAZIE'' AI PARADISI FISCALI CHE CI TROVIAMO DENTRO LA DIS-UNIONE EUROPEA.

MILENA GABANELLI SPIEGA COME FIAT, EXOR, CAMPARI, STM, FERRERO E GLI ALTRI SFRUTTANO IL DUMPING FISCALE DI OLANDA, LUSSEMBURGO, IRLANDA, MALTA ECC.

TI CREDO CHE L'OLANDA NON VUOLE DARCI SOLDI PER IL RECOVERY FUND: SI È IMPEGNATA COSÌ TANTO PER SOTTRARCELI!


Domenico Affinito e Milena Gabanelli per www.corriere.it

 

Profit shifting, ovvero lo spostamento dei profitti per pagare meno tasse. Molti dei protagonisti di questa pratica, che passa attraverso una politica fiscale «aggressiva» con regimi di tassazione agevolati, sono in Europa. Lussemburgo, Irlanda, Olanda, Cipro, Belgio e Malta sono i sei campioni europei del paradiso fiscale. Quello che permettono tecnicamente è un’elusione fiscale, ma altro non è che un dumping fiscale contrario al principio di solidarietà tra i membri dell’Unione previsto dai trattati. Tutto dipende dalla direttiva madre-figlia, adottata per evitare che gli utili delle multinazionali potessero essere tassati due volte tra società madre e società figlia quando queste due appartengano a differenti Stati membri dell’Unione. Ma se io opero in Italia, mando gli utili in Olanda e l’Olanda non mi tassa, il gioco è fatto.

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Come eludere il fisco

Sono tre i meccanismi per pagare meno tasse.

1) Il primo è quello di stabilire la sede fiscale dove la tassazione è più bassa: basta dimostrare che la società è «residente» in quel Paese e, cioè, che i meeting del Consiglio di amministrazione si svolgono là.

 

2) Il secondo è quello del «transfer pricing», le transazioni economiche (spesso fittizie) all’interno di un gruppo multinazionale (come prestiti, cessione di marchi o brevetti, servizi assicurativi), il tutto gestito da una controllata che ha sede in un paradiso fiscale. Lo ha fatto Fiat con Fiat Finance & Trade, controllata lussemburghese di Fca che per 15 anni ha fornito servizi finanziari ad altre società del gruppo, una sorta di banca con tanto di utili che la Corte Europea ha condannato a pagare 23,1 milioni di euro di tasse arretrate al Lussemburgo, frutto di un vantaggio fiscale indebito grazie a un accordo ad hoc con il Granducato.

 

3) Il terzo è quello che adottano molte aziende digitali: fatturare tutto in un Paese estero con fiscalità agevolata. Come fanno Booking, Google e Uber, le cui sedi sono in Olanda e lì fatturano anche i servizi che vendono in Italia. I vantaggi fiscali passano spesso dal tax ruling, come fanno ad esempio i sei Paesi dell’Ue. Formalmente è un modo per le multinazionali di richiedere preventivamente chiarimenti alle autorità fiscali per evitare successive controversie, ma di fatto sono accordi privati su regimi di tassazione inferiori a quelli previsti per legge. Come lo scandalo LuxLeaks che ha coinvolto il Lussemburgo che per anni ha garantito sconti fiscali sui flussi finanziari attraverso accordi segreti a 300 società di tutto il mondo (31 erano italiane).

 

I campioni europei dell’elusione

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Olanda, Cipro, Malta, Lussemburgo, Belgio e Irlanda garantiscono diversi vantaggi alle società che vi hanno sede. Alle multinazionali è permesso definire trattamenti fiscali ad hoc attraverso i tax ruling come quelli, finiti sotto indagine da parte della Commissione Europea, di Starbucks in Olanda, Fca e Amazon in Lussemburgo e Apple in Irlanda. Sono garantiti anche forti deduzioni e detrazioni che riducono la base imponibile e le tasse. Secondo lo studio «Corporate Tax Haven Index 2019» del Tax Justice Network, le aliquote che ogni Paese dichiara in alcuni casi sono molto diverse da quelle realmente applicate. L’Italia, ad esempio, ha un’aliquota del 28% che scende, al massimo dello sconto, al 26,9%. Questo è quello che succede nella stragrande maggioranza dei Paesi dell’Ue. Ma non in Belgio (dove l’aliquota formale passa dal 30% al 3%), a Cipro (dal 13% allo 0%), in Irlanda (dal 13% allo 0%), in Lussemburgo (dal 26% allo 0,3%), a Malta (dal 35% al 5%) e in Olanda (dal 25% al 2,44%).

 

Questi paradisi fiscali europei garantiscono alle aziende una pressione fiscale che è inferiore al 5%, ma grazie alla mole dei profitti spostati, riescono a incassare, in proporzione, più dei paesi normali. Il gettito raccolta dalla tassazione del reddito di società è, secondo Eurostat, circa il 6% del Pil in Lussemburgo, il 5,5% a Malta e Cipro e il 4% circa in Belgio e Olanda. In Italia è il 2%. Ma ancora più impressionante è il volume degli investimenti diretti esteri in entrata in questi Paesi. In Lussemburgo rappresentano il 6.000% del Pil, a Malta il 1.500%, a Cipro il 1.000%, in Olanda il 550% e in Irlanda il 200%. Poi ci sono i casi di Bulgaria e Ungheria che garantiscono già di base aliquote del 10 e 9%.

 

Quanto vale il profit shifting

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I profitti spostati all’estero in tutto il mondo arrivano a 544 miliardi di euroil 36,23% dei 1.500 miliardi di euro realizzati dalle multinazionali attraverso le controllate estere. Lo dice il paper scientifico «The missing profits of Nations» (I profitti perduti delle nazioni), pubblicato dal National bureau of economic research degli Stati Uniti, considerato il più autorevole centro di ricerca economica mondiale e firmato dallo studioso francese Gabriel Zucman, professore a Berkeley, insieme a Ludvig Wier e Thomas Torslov dell’università di Copenhagen. Di questi 257, il 47,24%, approdano in Lussemburgo, Irlanda, Olanda, Belgio, Cipro e Malta. La percentuale sale, poi, al 52,29% se si considerano solo le aziende che operano nei paesi aderenti all’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: 207 miliardi su 395,85 di utili. La percentuale sale ancora se si considerano solo i Paesi europei: «Ogni cento euro di profitti spostati fuori da un singolo paese europeo — spiegano gli economisti — ottanta finiscono nei paradisi fiscali della stessa Ue».

 

Il caso Olanda

L’Olanda è tra le più agguerrite sia sul fronte dell’aggressività fiscale, sia su quello del no alla solidarietà nell’emergenza CovidUn no verso quei Paesi le cui aziende fanno arricchire gli olandesi. La Fort Knox olandese è a Prins Bernhardplein 200, quattro chilometri dal centro di Amsterdam, dove lavorano i professionisti che gestiscono la società che cura gli interessi delle aziende domiciliatarie . Qui ha sede Intertrust, che si occupa degli affari di oltre 2.812 aziende europee e mondiali: assistenza legale, contabilità, amministrazione, transazioni finanziarie, proprietà intellettuale e tesoreria. Poco lontano ci sono le sedi di colossi come eBay (con due filiali), Uber (con ben 16 società), Google, Nike, Ikea, Starbucks.

 

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Incrociando le risorse (dipendenti, uffici) che queste società possiedono in Olanda, e gli utili che qui realizzano si scopre che ogni singolo dipendente olandese genera profitti per 530 mila euro l’anno, contro la media europea di 60mila (con Italia e Germania allineate intorno ai 42mila e Francia a 33mila). Il significativo risparmio fiscale è il tema centrale: l’Aja non tassa dividendi in entrata e uscita, plusvalenze derivanti dalla cessione di partecipazioni societarie, interessi e royalties. Rimane tutto, in maniera lecita, nelle tasche dei proprietari, facilitati poi a spostare i propri capitali in altri paradisi fiscali extra Ue. Inoltre la legge olandese, in tema di controllo societario, permette di mettersi al riparo dalle scalate dando la possibilità di esercitare un controllo totale sull’azienda anche con una quota di minoranza. Ad esempio Exor, la finanziaria di casa Agnelli che è emigrata in Olanda nel 2016, possiede il 28,98% di FCA ma ha il 42,11% dei voti, così come controlla il 26,89% di Cnh (Iveco) ma ha il 41,68% dei voti e il 22,91% di Ferrari ma ha il 32,75% dei voti. E lo stesso hanno fatto i Caltagirone con Cementir e i Berlusconi con Mediaset.

 

È un modo legale per tirarsi fuori dal mercato libero che ha fatto fiorire le società più o meno di comodo: almeno 15 mila, secondo un rapporto del ministero delle Finanze al Parlamento olandese del 2018, con un flusso di denaro, a livello di fatturato, che va dai 4.500 ai 5.000 miliardi di euro ogni anno. Di questa montagna di soldi solo 199 miliardi sono tassati. Solo dai Paesi membri dell’Ue, l’Olanda risucchia fino a 72 miliardi di euro di profitti aziendali, di cui oltre 3 dall’Italia, secondo le stime dell’economista Gabriel Zucman. Alla fine al fisco olandese vanno, secondo un rapporto del Parlamento europeo, 11,2 miliardi di euro(oltre il 40% del gettito totale sui profitti di impresa nel Paese dei tulipani) che sarebbe dovuto finire nelle casse di altri Stati. Per questo l’ong Tax Justice Network ha collocato l’Olanda al quarto posto tra i paesi del Corporate Tax Haven Index, che classifica i principali paradisi fiscali per le multinazionali, dopo le Isole Vergini Britanniche, Bermuda e Cayman.

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Il danno per l’Italia

Nel 2019 l’Italia avrebbe perso, secondo Zucman, quasi 24 miliardi di dollari di profitti (il 19% dei ricavi dalla tassazione delle multinazionali), 21 dei quali sarebbero andati a paesi Ue. In Belgio sono finiti 2 miliardi, 8 a Cipro, 5 in Irlanda, 9,6 in Lussemburgo, 0,7 a Malta e 3,4 in Olanda. Altri 3 sono finiti in paradisi fiscali extraeuropei, di cui 2,2 in Svizzera. Tutto questo si traduce in 6,6 miliardi di dollari di tasse in meno: quasi il 10% di quello che ci sono costati nel 2019 gli interessi sul debito pubblico. Ma siamo in buona compagnia: i profitti societari drenati all’estero ammontano a 48,4 per la Germania e 28,2 per la Francia, per un mancato gettito fiscale che vale 14,3 per Berlino e 9,44 miliardi per Parigi.

 

Chi scappa da casa nostra

Buona parte dei 6,5 miliardi di euro in tasse sottratti alle casse italiane tornano in tasche italiane: diversi protagonisti di questa pratica scorretta, infatti, arrivano da casa nostra.

Ferrero: la Holding Ferrero International S.A. ha sede legale e fiscale in Lussemburgo dal 1973, mentre Fedesa, la finanziaria che la controlla, vera cassaforte della famiglia Ferrero, è a Montecarlo.

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Exor: la finanziaria della famiglia Agnelli ha avuto per anni la sede fiscale in Lussemburgo e ora è in Olanda.

 

Fca e Cnh (Iveco): le due società che fanno capo a Exor hanno sede legale in Olanda e fiscale a Londra.

 

Ferrari: ha sede legale in Olanda e fiscale in Italia dove, però, dal 2018 ha un regime fiscale agevolato, grazie a un accordo con l’Agenzia delle entrate (patent box) di tassazione sui redditi d’impresa derivanti dall’utilizzo di copyright.

 

Perfetti Van Melle: il colosso italo-olandese delle caramelle ha sede fiscale e legale in Olanda.

 

STMicroelectronics: il gruppo italo-francese produce in Italia, ha gli uffici operativi e Ginevra, ma è controllato da una società che ha sede fiscale in Olanda.

 

Campari: ha spostato da poco la sede legale in Olanda. Quella fiscale rimane in Italia, ma la finanziaria della famiglia Garavoglia che la controlla (la Lagfin) ha sede legale e fiscale in Lussemburgo.

 

Luxottica: dal 2006 ha sede in Lussemburgo la Holding Delfin, cassaforte della famiglia Del Vecchio che controlla il 32% del gruppo italo-francese EssiloLuxottica.

 

Tenaris SA: il colosso siderurgico della famiglia Rocca ha sede legale e fiscale in Lussemburgo ed è partecipato dalla Techint, la holding di famiglia, a sua volta partecipata dalla finanziaria San Faustin (sempre dei Rocca) che ha sede legale nelle Antille Olandesi. Nel 2017 ha risolto con 43 milioni di euro un contenzioso col fisco italiano che ne chiedeva 530.

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Poi ci sono le partecipate statali che hanno diverse consociate in Olanda e Lussemburgo che gestiscono i servizi finanziari dei gruppi (tesoreria, servizi generali e di supporto al business) e che usufruiscono della non tassazione su interessi e royalties. Enel ha la Enel Finance International ed Eni ha Eni Finance International SA, Banque Eni SA, Eni International BV, Eni Oil Holdings Bv ed Eni spa Netherlands.

 

Cosa fa e cosa dovrebbe fare l’Europa

Solo nell’ultimo ciclo istituzionale, poi, sono state finalizzate 26 proposte legislative per migliorare la lotta ai reati finanziari e alla pianificazione fiscale. Ma quelle dell’Europa sono armi spuntate perché, in materia fiscale, ogni Stato è sovrano. La soluzione più corretta sarebbe quella di una tassazione comune sul reddito consolidato dentro l’Unione Europea, la più semplice — spinta da Francia, Germania e Italia — sarebbe quella di una tassazione minima in sotto la quale non si possa andare. Ma per fare questo ci vuole l’unanimità dei voti. La Commissione ha avviato un dibattito nel gennaio 2019 per arrivare a un voto di maggioranza qualificata, almeno in alcuni settori della politica fiscale. Ma la road map, sempre che sia rispettata, si concluderà nel 2025.

 

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Fino ad allora l’unico strumento di contrasto ce l’ha la Commissione che può bollare come aiuti di Stato gli sconti fiscali, ma l’ha usato con parsimonia: ha condannato la Apple a ridare 13 miliardi di euro di imposte arretrate all’Irlanda, Starbucks 30 milioni ai Paesi Bassi, Amazon e Fiat a ridare rispettivamente 250 milioni e 21,3 al Lussemburgo. Ha aperto indagini su Ikea, McDonald’s e sulla società energetica francese Engie. Ma niente che riporti le tasse là dove sono state di fatto evase.

 

L’Europarlamento ha istituito una commissione speciale sui reati finanziari, l’evasione e l’elusione fiscale (TAX3) la cui conclusione è stata quella, per la prima volta, di puntare il dito verso alcune Paesi membri, colpevoli di fiscalità aggressiva. In questa fase di emergenza si sarebbe potuto usare lo strumento degli aiuti pubblici che Francia, Danimarca e Polonia ad esempio hanno deciso di non elargire alle società con sedi in paradisi fiscali. Ma Bruxelles ha puntualizzato che questa distinzione è contraria ai principi della libera circolazione dei capitali a cui sono improntati i trattati europei e che i piani di salvataggio pubblico adottati a causa dell’emergenza Covid non possono escludere chi ha la sede in un altro Stato.


VIDEO - DATAROOM DI MILENA GABANELLI SUL ''PROFIT SHIFTING'' QUI

venerdì 17 aprile 2020

ECCO COME L’OLANDA RUBA MILIARDI DI TASSE ALL’ITALIA GRAZIE ALLA UE.

SE NEGLI ULTIMI 15 ANNI L’ITALIA HA DOVUTO DIMEZZARE I NUMERI DI POSTI LETTO IN TERAPIA INTENSIVA, LE RESPONSABILITÀ SONO CERTAMENTE DELLA POLITICA, LA MANCANZA DI FONDI ANCHE COLPA DELL’OLANDA CHE OGGI DICE NO AGLI EUROBOND
Giuliano Balestreri  per it.businessinsider.com

rutteRUTTE
Ogni volta che pagate un caffè da Starbucks in Italia state, indirettamente, mandando dei soldi a una finanziaria in Olanda. Succede la stessa cosa con le prenotazioni via Booking e con decine di multinazionale americane che lavorano in Europa: il gioco è piuttosto semplice per ogni frappuccino – o stanza d’albergo – venduto; la filiale italiane deve versare alla società olandese un royalty per l’utilizzo del marchio.

Il risultato è immediato: gli utili in Italia si riducono, quelli in Olanda crescono. E ogni anno, in questo modo, i Paesi Bassi sottraggono all’Italia 1,5 miliardi di dollari di imposte, solo grazie alle multinazionali americane che sono ben felici di versare a nord delle Alpi appena 300 milioni di dollari. Già anziché pagare 5 dollari di tasse dove vengono generati gli utili, le società americane riescono a versare un dollaro nelle casse di Amsterdam. Un giochino che drena ai Paesi europei almeno 10 miliardi di dollari l’anno e ne porta 2,2 in Olanda. Un beneficio che senza l’Unione europea gli olandesi non avrebbero, eppure sono gli stessi a non muoversi di un millimetro nei confronti degli Eurobond.
starbucksSTARBUCKS

E se da un lato è comprensibile che gli alleati europei non si fidino dell’Italia e temano che eventuali prestiti agevolati aumentino gli sprechi di un Paese incapace anche di utilizzare i fondi strutturali (per non parlare l’assoluta mancanza di progettualità che ha contraddistinto gli ultimi anni della politica economica tricolore); dall’altro è pazzesco che a farsi paladino della giustizia sia uno Stato che figura al quarto posto tra i paradisi fiscali in tutte le classifiche del mondo. Gli esperti di Tax Justice hanno calcolato che solo considerando il trasferimento dei profitti europei delle multinazionali americane verso i Paesi Bassi, al Vecchio continente manchino almeno 10 miliardi di dollari l’anno: 1,5 solo all’Italia.
MERKEL RUTTEMERKEL RUTTE

Considerando che il meccanismo è molto diffuso anche tra le aziende italiane è chiaro che il danno per l’erario perpetrato dagli intransigenti olandesi è molto più ampio. Anche perché la strategia aggressiva del governo dell’Aja ha innescato una corsa al ribasso sul fronte del trattamento fiscale delle imprese all’interno della Ue: una sorta di dumping fiscale che “ha accelerato la corsa al ribasso delle aliquote sulle imposte per le società in Europa che sono diminuite di circa dieci punti negli ultimi dieci anni”

booking 4BOOKING 

Il paradosso è che l’intera Unione europea rischia ora di collassare per l’intransigenza di uno dei Paesi che maggiormente beneficia del meccanismo comunitario giocando sulla libera circolazione dei capitali e – di conseguenza – sulla possibilità per le multinazionali di spostare gli utili dove meglio credono. “Nel caso delle società americane – si legge sullo studio di Tax Justice – a fronte di 70 miliardi di utili le tasse pagate nel paese ammontano a 3,4 miliardi. Motivo per cui i profitti in Olanda, pari all’8% del Pil del Paese, superano tutti quelli registrati all’interno della Ue. Senza questo atteggiamento, gli olandesi incasserebbero un decimo delle imposte che ottengono mentre i vicini europei raddoppierebbero o triplicherebbero gli introiti”.

RutteRUTTE
L’Olanda quindi è riuscita a creare un vero e proprio modello di business grazie alla competizione fiscale grazie alla lotta della Ue nei confronti dei paradisi fiscali extracomunitari. E così offrendo condizioni vantaggiose minano i sistemi fiscali degli altri Paesi membri, gli stessi a cui oggi rifiutano il via libera agli Eurobond.

Un ampio trattato sulla doppia tassazione che diversi paesi che permette di ridurre in maniera sostanziale le ritenute su dividendi, interessi e royalty;
Tax ruling, ovvero la possibilità di firmare accordi segreti con il governo per definire il livello di imposizione fiscale (d’altra parte i Paesi Bassi sono lo stato membro più riservato della Ue secondo 2020 Financial Secrecy Index);

Offrono diversi incentivi fiscali e permettono di evitare le tasse statunitensi.
mark rutte giuseppe conteMARK RUTTE GIUSEPPE CONTE
Non è un caso dunque che il 91% delle maggiori multinazionali del mondo abbia una finanziaria nei Paesi Bassi. Tuttavia, se l’Olanda non fosse un Paese comunitario, gran parte dell’elusione fiscale sarebbe impossibile. Il gioco è piuttosto semplice: “Per ogni caffè venduto da Starbucks Italia – spiega Tax Justice -, viene effettuato un pagamento a Starbucks Paesi Bassi per l’utilizzo del marchio. Un meccanismo che riduce i profitti della filiale italiana aumentando quelli della società olandese. Il pagamento infragruppo, però, non può essere tassato in base a una direttiva del 2003”. Come a dire che senza la Ue il trasferimento di utili verso la minor aliquota sarebbe impossibile.

Un meccanismo che usano tantissime multinazionale, da Startbucks a Booking e che ogni anno erode la base imponibile italiana. In termini di sanità, 1,5 miliardi di dollari sono oltre il doppio del costo di gestione di un ospedale come il San Raffaele. Insomma, se negli ultimi 15 anni l’Italia ha dovuto dimezzare i numeri di posti letto in terapia intensiva, le responsabilità sono certamente della politica, la mancanza di fondi anche colpa dell’Olanda che oggi dice no agli Eurobond. 

Fonte: qui

mercoledì 29 gennaio 2020

IN GRAN BRETAGNA FINISCE SOTTO TIRO LA FAMIGLIA FERRERO CHE INCASSA 642 MILIONI DI EURO IN DIVIDENDI MA PAGA SOLO 110MILA STERLINE AL FISCO INGLESE, GRAZIE A COMPLESSI STRATAGEMMI FISCALI CHE PASSANO PER IL LUSSEMBURGO E ARRIVANO A MONTECARLO, DOVE GLI INVISIBILI FERRERO HANNO LA LORO CASSAFORTE


È LA FAMIGLIA PIÙ RICCA D'ITALIA (GIOVANNI FERRERO HA RICONOSCIUTO A SÉ E ALLA FAMIGLIA 642 MILIONI DI EURO IN DIVIDENDI SU 928 MILIONI DI UTILI AL 31 AGOSTO 2019), UNA DELLE CEDOLE PIÙ RICCHE DELLA STORIA EUROPEA. MA NESSUNO DA NOI CHIEDE CONTO DI QUANTE TASSE ABBIANO VERSATO ALLO STATO ITALIANO, A DIFFERENZA DEI BERLUSCONI O DEGLI AGNELLI/ELKANN: ANCORA CI BEVIAMO IL MITO DELLA PICCOLA AZIENDA DI PROVINCIA COI PADRONI ILLUMINATI. 

ILLUMINATI SÌ, MA NON DAI FARI DEI MEDIA ITALIANI BEN IRRORATI DALLA PUBBLICITA' DEL GRUPPO


giovanni ferrero 5GIOVANNI FERRERO 
Notizie che (incredibile!) non arrivano in Italia. Tre giorni fa la Ferrero nel Regno Unito è finita nel mirino di una deputata laburista, Rachel Reeves, che punta a essere rieletta presidente della commissione business della Camera dei Comuni, come racconta il Guardian in un lungo articolo che farà andare di traverso qualche nocciola dalle parti di Alba.

Nell'articolo si evidenzia come Giovanni Ferrero, erede di Michele e presidente del gruppo, ha riconosciuto a sé e alla famiglia 642 milioni di euro in dividendi (su 928 milioni di utili al 31 agosto 2019), una delle cedole più ricche della storia europea.  

Come mai questo dato societario diventa oggi una notizia calda Oltremanica? Perché la Ferrero l'anno scorso ha versato solo 110mila sterline nelle casse dell'erario inglese, a fronte di 419 milioni di vendite di prodotti dolciari nel Paese. Come dite? Vi ricorda forse le storie di quei giganti della Silicon Valley che da noi macinano ricavi ma versano poco all'Agenzia delle Entrate? Forse perché è esattamente così…

L'uomo più ricco d'Italia (29 miliardi € di patrimonio) ha garantito alla famiglia oltre 2 miliardi di dividendi negli ultimi 10 anni, a fronte di un assegno da 500mila sterline (totali) al fisco inglese. Oltre alla Nutella, ai Rocher e agli altri brand globali, Ferrero possiede anche TicTac e il marchio inglese Thornton's, due household names, nomi familiari per gli inglesi.
giovanni ferrero 4GIOVANNI FERRERO 

Secondo gli esperti fiscali contattati dal quotidiano inglese, Ferrero ha strutturato i suoi affari in modo ''complesso'' per pagare meno tasse possibile, come d'altronde fanno tutte le multinazionali. Ecco il sistema adottato: l'anno scorso la divisione inglese ha pagato 334 milioni di sterline di ''costi di vendita'' alla holding principale, che ha sede nel ''poco esoso (a livello fiscale) Lussemburgo.

In questo modo la società ha potuto registrare un utile pre-tax di soli 9,7 milioni di sterline, cosa che le ha permesso di versare solo 110mila £ in tasse.

Ferrero UK ha detto di aver perso così tanti soldi nel Regno Unito nel corso degli anni da aver messo da parte ''bonus fiscali'' legati alle perdite registrate per un valore di 22,5 milioni di sterline, da scontare in caso di futuri profitti.

giovanni ferrero 3GIOVANNI FERRERO
Robert Leach, un consulente fiscale, sostiene che ''Ferrero sposta gli utili all'estero per ridurre il suo carico fiscale inglese. Li porta in Lussemburgo e da lì al Principato di Monaco, dove non ci sono tasse''.

''I conti della divisione inglese mostrano come Ferrero non abbia raggiunto il break even per molti anni. Nessuna controllante si terrebbe una sussidiaria che registra perdite simili anno dopo anno. Il fatto che Ferrero invece lo faccia è a tutti gli effetti un'ammissione che sta esportando i suoi utili. In poche parole: stiamo davanti a cioccolata e nocciole incartate in un pacchetto carino. Non una produzione molto costosa. E allora chiederei alla compagnia: cosa vi costa 334 milioni di sterline? Perché continuate a vendere cioccolata nel Regno Unito, dove non fate utili?''.

Rachel Reeves, la deputata di cui parlavamo prima, sostiene che il governo deve intervenire per impedire a società come la Ferrero di usare ''stratagemmi fiscali opachi'' per non versare la giusta quota di tasse.
michele franca e giovanni ferreroMICHELE FRANCA E GIOVANNI FERRERO

''Le regole per Ferrero e tutti gli altri dovrebbero essere semplici: le tasse si pagano dove si fa il fatturato. Se i soldi sono guadagnati nel Regno Unito, le imposte dovrebbero andare al Tesoro per finanziare quei servizi pubblici di cui le aziende godono. Il governo non può più stare con le mani in mano e deve fermare le aziende che evitano di versare il dovuto all'erario. In questo broken system i perdenti sono i contribuenti inglesi, mentre i vincitori sono le grandi aziende che ingrossano gli utili, i salari per i dirigenti e staccano dividendi in virtù di assai discutibili accorgimenti fiscali''.

Il dividendo è stato pagato all'ufficio della FEDESA, la cassaforte di famiglia con sede a Montecarlo, come riportato da Bloomberg. Una portavoce della società e della famiglia non ha voluto commentare con il Guardian il suo articolo.

Il Ferrero Group è posseduto interamente dalla famiglia Ferrero, ma la società non rivela come siano distribuite le quote tra i membri. Giovanni Ferrero è il 27° uomo più ricco del mondo, ed è diventato presidente esecutivo nel 2017, dopo la morte del padre Michele nel 2015 e quella improvvisa del fratello, Pietro, che fino a quel momento era alla guida del gruppo.

rachel reevesRACHEL REEVES
Michele Ferrero era noto per fare il ''pendolare in elicottero'' ogni giorno dalla sua villa a Montecarlo fino ad Alba, in Piemonte, dove ha sede la società.

Qui sotto potete leggere uno dei pochissimi articoli che ha riportato i conti del gruppo, da ''Milano Finanza'' del 24 dicembre scorso, alla vigilia di Natale e alla vigilia di due giorni senza giornali in edicola.

Si scopre così che sui 928 milioni di euro di utili, la holding lussemburghese ha pagato 22,3 milioni di euro in tasse, cioè un miserrimo 2,4%. Diciamo che, per essere uno dei gruppi più famosi del Paese, posseduto dall'uomo più ricco d'Italia e che gode di una copertura mediatica clamorosa (vedi il caso dei Nutella Biscuits), il silenzio sui tax arrangements è piuttosto assordante.

Cosa c'è dietro? Sicuramente, il principio per cui ''ogni campione nazionale è bello a mamma sua'': strepitiamo per i ricchi profitti di Amazon, in gran parte legati ai vantaggi di avere una holding lussemburghese (concorrenza sleale!), ma non fiatiamo quando lo stesso vantaggio viene sfruttato dalla Ferrero. Ci indigniamo se Trump minaccia dazi perché l'Europa vuole tassare correttamente i giganti della Silicon Valley, puntando a tassare il business generato nei singoli Paesi e non gli utili che finiscono all'estero. Ma quando lo fa la Ferrero, dobbiamo aspettare l'incazzatura degli inglesi. Che ovviamente hanno i loro campioni nazionali nel settore dolciario e vogliono mettere i bastoni tra le ruote ai concorrenti stranieri.

Certo, non sempre è così, spesso per motivi politici o di ''tradizione'': qualcuno c'è che fa le pulci agli Agnelli/Elkann quando portano la Fiat via da Torino e verso Londra, Amsterdam e Detroit. Fior di cronisti analizzano ogni pelucchio nei bilanci della famiglia Berlusconi da quasi 30 anni, e ultimamente leggiamo articoli quotidiani sul progetto Media for Europe che avrà base in Olanda (per motivi societari, manco fiscali).

franca maria e michele ferreroFRANCA MARIA E MICHELE FERRERO
Ma quando si tratta della royal family di Alba, la più ricca del Paese, eppure così invisibile, non si alza una voce.  Forse perché grazie al loro lavoro di comunicazione, non ce la immaginiamo come una multinazionale arrembante che opera in 4 continenti e controlla 40 società.

Continuiamo a berci il mito fondativo della piccola azienda di provincia con tre generazioni di padroni illuminati che riconoscono asili nido ai dipendenti e preferiscono non apparire sui giornali. Sicuramente saranno illuminati, ma non dai fari dei media italiani, ben irrorati dalla pubblicità del gruppo.



FERRERO SFIORA IL MILIARDO DI UTILE
Francesco Bertolino per ''MF - Milano Finanza'' del 24 dicembre 2019

Dolce 2019 per i Ferrero.
giovanni ferrero nutellaGIOVANNI FERRERO NUTELLA
Da documenti consultati da MF-Milano Finanza emerge che la cassaforte lussemburghese della famiglia di Alba (la Ferrero International Sa) ha chiuso il bilancio al 31 agosto con utili per 928,5 milioni di euro dopo aver pagato tasse per 22,3 milioni (il 2,4% del risultato netto). Rispetto all' esercizio precedente i profitti della holding che controlla il gruppo dolciario sono cresciuti del 26%.

Alla luce di questo risultato l' assemblea dei soci di fine novembre ha approvato la distribuzione di dividendi per 642 milioni di euro. I restanti 287 milioni sono stati destinati alla riserva distribuibile dove già erano confluiti i 736 milioni di utile evidenziati dal bilancio 2017/2018. Di conseguenza il capitale della Ferrero Internatonal è salito a 3,7 miliardi, mentre gli attivi totali della holding superano ormai gli 8 miliardi. L' assemblea ha anche rinnovato il mandato del cda, confermando Giovanni Ferrero nel ruolo di presidente esecutivo e Lapo Civiletti in quello di ad. Le responsabilità dei due manager si estendono su quattro continenti: la capogruppo controlla quasi 40 società che spaziano dall' Italia allo Sri Lanka, dal Cile al Sudafrica.

Per sapere se e quanto sarà cresciuto il giro d' affari di Ferrero nel 2019 bisognerà attendere il bilancio consolidato. Tuttavia, a giudicare dal balzo di oltre un quinto dell' utile, è probabile che anche il fatturato del gruppo di Alba sia aumentato rispetto ai 10,8 miliardi realizzati nel 2018. Negli ultimi cinque anni, del resto, la società ha intrapreso un' aggressiva campagna acquisti.
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Da quando Giovanni, figlio del fondatore Michele, ha presto le redini di Ferrero, il gruppo ha speso almeno 5 miliardi per portare a termine in giro per il mondo nove acquisizioni. Ferrero è così diventato il terzo gruppo dolciario al mondo per ricavi dopo Mars e Mondelez. Con l' obiettivo dichiarato dallo stesso Giovanni Ferrero di arrivare entro un decennio a 20 miliardi di fatturato. Probabile quindi che lo shopping possa proseguire nei prossimi anni. Occorrerà però tenere a bada il debito. La Ferrero International deve ai creditori 4,5 miliardi. Si tratta perlopiù di debiti con scadenza superiore ai 12 mesi, è vero, ma occorre anche rilevare che cinque anni fa questa voce era ferma a 2,5 miliardi.