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domenica 26 luglio 2020

“LA LOMBARDIA HA DANNEGGIATO IL PIL DELL'INTERO PAESE”




“IL MESSAGGERO” SGANCIA UN SILURO CONTRO IL MODELLO LOMBARDIA: “DURANTE L'EMERGENZA PIÙ DURA, SI E’ SPINTO PER UN LOCKDOWN TOTALE E INTANTO DAL VERTICE DEL PIRELLONE  SECONDO I PM: SI PILOTAVANO APPALTI PER LUCRARE SULLE DISGRAZIE DEGLI ITALIANI.

L'EGOISMO SETTENTRIONALISTA È QUELLO CHE, PER FAVORIRE GLI INTERESSI DEGLI IMPRENDITORI(AMICI DEGLI AMICI!), HA RITARDATO LA CHIUSURA DELLA REGIONE, NON BLOCCANDO IN TEMPO LA FUORIUSCITA DELL'INFEZIONE…

UN’IMPOSTAZIONE ANTI-NAZIONALE DI CUI FONTANA È STATO INTERPRETE”

Mario Ajello per “il Messaggero”

 

FONTANA GALLERAFONTANA GALLERA

«Ce l'hanno tutti con me e non capisco perché». È dall'inizio dell'emergenza virus, e dagli errori a catena della Regione Lombardia, che il presidente Attilio Fontana ripete questo spartito. Mentre piovevano su di lui e sul sistema che rappresenta - non erano i migliori? Non fungevano da «locomotiva d'Italia»? Ma suvvia quante fake news! - indagini per il Pio Albergo Trivulzio e per il resto degli ospizi diventati luoghi di strage con l'arrivo incontrollato di malati di Covid mischiati agli altri pazienti; polemiche per l'inadeguatezza colpevole di assessori e dirigenti sanitari; accuse per non aver chiuso in tempo il territorio ed avere così infettato il resto d'Italia. Disastro Pirellone. E adesso ci mancava soltanto il «cognato» a rendere ancora più pesante l'insostenibile leggerezza dell'essere che unisce il governatore leghista con la sua regione.

GALLERA E ATTILIO FONTANAGALLERA E ATTILIO FONTANA

 

LA VERITA' CHE MANCA

La tegola caduta sulla testa di Fontana, per la vicenda del cognato imprenditore, per il caso della moglie, dei camici, delle mascherine, al di là degli sviluppi giudiziari che potrà avere o non avere s' inserisce in una gestione dell'emergenza Coronavirus che certo Nord non ha saputo maneggiare. Facendo pagare ai cittadini del resto d'Italia un'imperizia mista a bassi interessi economico-territoriali su cui un Paese che ha disperato bisogno di riprendersi non può tacere. Perché solo sulla base della verità si può costruire il futuro.

 

ospedale pesenti fenaroli alzano lombardo 1OSPEDALE PESENTI FENAROLI ALZANO LOMBARDO

E non si tratta, ora meno che mai visto che è la magistratura ad occuparsi del caso personale, di accanirsi contro i singoli. Ma di cercare di capire un modello e tutti i danni che quel modello ha arrecato alla Penisola, imprigionandola in una gestione scellerata di una pandemia insidiosissima che tra Milano e Bergamo andava fermata subito e invece non si è deliberatamente voluto guardare, intervenire e decidere per il bene pubblico sia sopra che sotto la linea gotica.

 

nembro coronavirusNEMBRO CORONAVIRUS

Durante l'emergenza più dura, la Lombardia ha danneggiato il Pil dell'intero Paese, spingendo per un lockdown totale e intanto dal vertice del Pirellone - secondo l'accusa - si pilotavano appalti per lucrare sulle disgrazie degli italiani. L'egoismo settentrionalista è quello che, per favorire gli interessi degli imprenditori, ha ritardato la chiusura della regione lombarda, non bloccando in tempo la fuoriuscita dell'infezione.

 

Questa impostazione anti-nazionale di cui Fontana è stato interprete e questa manovra di auto-tutela economica a dispetto di tutto, a cominciare dalla salute dei cittadini, sono riassumibili in un'immagine di facile comprensione: è come se le fabbriche di marmellata del Nord temessero che le fabbriche di marmellata del Sud le sostituissero sui banchi dei supermercati e hanno fatto chiudere il Sud. Senza curarsi, anzi a spregio, di una constatazione tutt' ora validissima e inoppugnabile che è questa, firmata Giuseppe Mazzini: «L'Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà».

 

GALLERA E ATTILIO FONTANAGALLERA E ATTILIO FONTANA

Il sistema Fontana non solo prescinde da questo dato storico, che parla di futuro, ma ha agito in tutti i modi per ribaltarlo e proprio mentre il Paese cercava nella propria identità di destino la sua via per superare la bufera, i dolori e le morti in una tempesta non ancora del tutto superata e sempre in agguato. Quanto a Fontana e alla pioggia di indagini da questa sui camici a quelle sulle Rsa, sui test Covid al San Matteo e sull'ospedale in fiera di Milano, il presidente ripete che «tutti sanno che non mi metto in tasca un centesimo».

 

il centro di milano durante l'emergenza coronavirus 18IL CENTRO DI MILANO DURANTE L'EMERGENZA CORONAVIRUS

Ma a un avvocato civilista di lungo corso come lui, ex presidente dell'Ordine di Varese, non sfuggirà che se i soldi non finiscono nelle proprie tasche, ma in quelle di un congiunto, non è che cambi molto né per la moralità pubblica né per il buon funzionamento della macchina amministrativa in aree che hanno sempre sbandierato a torto una presunta superiorità morale sul resto della nazione e che si autodefiniscono fattore trainante del Paese diventandone invece la zavorra. Come s' è visto in questi mesi tremendi tra la mancata zona rossa nel bergamasco, i casi Alzano e Nembro, le rianimazioni in tilt, le giravolte sui tamponi, l'assenza di indicazioni e di supporto ai medici di base, e i pasticci d'ogni ordine e grado nel governo della crisi.

il centro di milano durante l'emergenza coronavirus 26IL CENTRO DI MILANO DURANTE L'EMERGENZA CORONAVIRUS

 

LA GRANDE SLAVINA

Il sistema Lombardia ha franato da tutte le parti, insomma.


E la slavina appena abbattutasi sul presidente leghista vale come triste corollario di una storia cominciata male e che si trascina di peggio in peggio.


Ma ciò che più deve allarmare è che certo Nord continui a chiedere più autogoverno e, in particolare, una riduzione dei trasferimenti territoriali verso la Capitale e verso il resto del Paese.


Una dimostrazione insieme di irresponsabilità e di intollerabile arroganza. Fonte: qui

lunedì 21 gennaio 2019

NEGLI ULTIMI 12 ANNI LE SOCIETÀ OFFSHORE SI SONO AGGIUDICATE 2 MILIARDI DI APPALTI PUBBLICI ITALIANI


LO STUDIO CHE TRACCIA LE SEDI DEI VINCITORI DEI BANDI DI GARA: LA METÀ PROVENGONO DA SVIZZERA E HONG KONG 
L’EUROPA A PAROLE FA LA GUERRA AI PARADISI FISCALI, MA IN UN DECENNIO HA FATTO USCIRE 56 MILIARDI
Giorgia Pacione Di Bello per “la Verità”
paradiso fiscalePARADISO FISCALE

Gli appalti pubblici piacciono alle società offshore. In Italia, secondo lo studio «Tenders in Eu: how much goes to tax havens», pubblicato da Datlab (società di analisi dati focalizzata sul settore degli appalti pubblici) negli ultimi 12 anni aziende con sede diretta o indiretta in paradisi fiscali hanno vinto gare pubbliche per 2,13 miliardi di euro. Le aziende che hanno maggiormente vinto risultano essere collegate con due centri offshore in particolare: la Svizzera (per 1 miliardo di ricavi) e HongKong (per 194 milioni di ricavi). Ma l' Italia non è l' unico Paese a livello europeo che ha fatto vincere società collegate a paradisi fiscali attuali o passati.

Lo studio stima infatti che l' Unione europea abbia fatto guadagnare a queste aziende circa 56 miliardi di euro, negli ultimi dodici anni. Quota che risulta essere più che raddoppiata nell' ultimo decennio.

Entrando nel dettaglio. A livello Ue, il Paese che ha fatto vincere il maggior numero di gare pubbliche a società offshore è stato il Regno Unito, seguito dalla Spagna, dalla Polonia, dall' Estonia, dal Portogallo e dai Paesi Bassi. L' Italia, a livello europeo, si posiziona invece al nono posto, tra la Lituania e la Svezia.

APPALTI PUBBLICIAPPALTI PUBBLICI
È stato dunque tracciato come nel Regno di sua maestà Elisabetta II il 13,4% degli appalti sia stata vinta da società che si appoggiano ad un paradiso fiscale per una somma superiore ai 10 miliardi di euro. Nel caso inglese le società che più spesso vincono le gare hanno legami con le Bermuda, le Isole vergini inglese e la Svizzera. Al secondo posto, nel Portogallo, ben distanziato dal Regno Unito, solo il 6% degli appalti è stato vinto da questo genere di società. Le somme rimangono però molto alte. Si parla infatti di circa due miliardi di euro di guadagno.

appalti PUBBLICIAPPALTI PUBBLICI
In questo caso, come per l' Italia, le società hanno legami in particolar modo con la Svizzera. A livello generale si osserva dunque che il paradiso fiscale maggiormente collegato alle società offshore vincitrici risulta essere proprio la Svizzera (45%), il che non sorprende più di tanto visti i suoi legami economici con l' Unione europea e la posizione geografica privilegiata. Al secondo posto le Bermuda (12%) seguite dalle Isole Vergini (11%), Cayman (8%), Curacao (5%), Qatar (4%), Hong Kong (4%), Emirati Arabi Uniti (3%), Liechtenstein (2%) e Corea del Sud (1,5%).

Se si guarda invece all' andamento delle vincite, si può notare come nel corso degli ultimi 12 anni la percentuale di gare vinte da società che hanno legami con i paradisi fiscali ha visto un momento di calo tra il 2008 e il 2009, dove hanno ottenuto solo il 3% delle vittorie.
soldi in svizzera 7SOLDI IN SVIZZERA
La risalita c' è stata tra il 2010 e il 2011, quando la percentuale è salita al 4,5%. Dal 2011 in poi le percentuali sono rimaste costanti intorno al 4%. Ma nel 2017 c' è stato di nuovo un picco, facendo arrivare i valori ad un +5,2%.

Se si osservano invece i nomi dei paradisi fiscali che maggiormente risultano essere coinvolti si può notare come tutti rientrino all' interno della lista dei paradisi fiscali dell' Unione europea (lista nera e grigia), pubblicata a fine 2017 e poi svuotata sistematicamente nel corso del 2018. Eppure, nonostante ciò, la stessa Europa ha fornito per gli ultimi 12 anni, 56 miliardi di euro a questi stessi paradisi fiscali.

soldi in svizzera 6SOLDI IN SVIZZERA
Se in molti campi può essere difficile limitare l' intromissione di paradisi fiscali, il settore degli appalti pubblici dovrebbe invece essere più facilmente controllabile. E questo perché il governo nazionale potrebbe infatti spingere l' azienda in questione a trasferirsi fuori dal paradiso fiscale, dove ha la residenza, se vuole partecipare ad una determinata gara.

Inoltre, a livello europeo con la nuova direttiva contro il riciclaggio di denaro l' esclusione di queste aziende dovrebbe essere ancora più semplice, dato che si parla di dare il via ai registri pubblici dei beneficiari.

necker island paradiso fiscaleNECKER ISLAND PARADISO FISCALE
Questo comporterebbe dunque che ogni Paese dovrà avere un registro dove vengono segnati i reali nomi dei proprietari effettivi di tutte le aziende presenti in quella giurisdizione. E in questo modo si potrà sapere esattamente a chi è intestata una determinata società e in quale Paese. I ricercatori dello studio hanno dunque chiesto, alla luce di ciò, se fosse dunque possibile escludere automaticamente tutte le società, collegate a paradisi fiscali, dalle gare pubbliche.

L' Ue, stando a quanto riportato nello studio, non ha risposto né «sì» né «no». Ha infatti ammesso, cautamente, che ci sarebbe questa possibilità, ma prima di escludere un' azienda bisognerebbe dare modo alla società in questione di dimostrare che è in regola dal punto di vista fiscale e legale. Si lascia dunque alla buona volontà di ciascun Stato membro decidere se estromettere le società collegati a paradisi fiscali o se chiudere un occhio in alcuni casi.

Fonte: qui

venerdì 10 marzo 2017

IL CROLLO DEL VIADOTTO SULL’AUTOSTRADA DEI BENETTON ACCENDE UN FARO SULLE OPERE PUBBLICHE

...  PER CANTIERARNE UNA I BUROCRATI IMPIEGANO 1500 GIORNI 

IN COMPENSO PER IL PONTE SULLO STRETTO GIA’ SPESI 350 MILIONI

Sergio Rizzo per il Corriere della Sera

LOGO AUTOSTRADELOGO AUTOSTRADE
Al di là della facile metafora a proposito del Paese che crolla, due cavalcavia venuti giù nel giro di quattro mesi e mezzo con tre morti e sei feriti, portano a una conclusione perfino ovvia: le strade italiane non attraversano il loro periodo migliore di forma.

È così dal Nord al Sud, come appare evidente a chi le percorre tutti i giorni. Le ragioni sono molteplici. A cominciare dalla cronica carenza di risorse. Per continuare con la scriteriata frammentazione delle competenze fra Stato, Regioni e quel che resta delle Province. E concludere con la ordinaria follia degli appalti made in Italy.

L' AUMENTO DELLE TARIFFE
Tutto questo vale però per la struttura viaria normale, quella cioè dove non si paga il pedaggio. Se invece parliamo delle autostrade, la musica è completamente diversa. Lì, intanto, i soldi non mancano di sicuro. Ogni primo gennaio che Dio manda sulla terra c' è una sola certezza: l' aumento delle tariffe autostradali. È successo anche all' inizio di quest' anno, con rincari che vanno dallo 0,24% dell' autocamionabile della Cisa al 7,88% della Bre.Be.Mi., passando per lo 0,64% della società Autostrade che gestisce anche il tratto dove si è verificato ieri il drammatico crollo.
anasANAS

La motivazione con cui vengono regolarmente autorizzati dallo Stato gli aumenti è la necessità di far fronte ai lavori di adeguamento della rete e alle manutenzioni, che dunque pagano gli utenti di tasca propria. Senza che per giunta l' autorità dei Trasporti, esclusa dalla partita in base alla legge (!), possa arginare le pretese di una lobby fra le più potenti che esistono. Le sovrapposizioni di competenze, poi, qui non hanno occasione di manifestarsi.

Quanto infine agli appalti, sono gestiti dalle concessionarie medesime e si è faticato non poco per ottenere la riduzione della percentuale di lavori che queste possono realizzare «in house» con proprie società.
autostradeAUTOSTRADE

Visto dunque da questa prospettiva il disastro di ieri, avvenuto mentre erano in corso lavori di allargamento della A14, non avrebbe niente a che vedere con quello di fine ottobre sulla strada che collega Milano a Lecco. Né con il crollo del viadotto Scorciavacche in Sicilia, all' inizio del 2015.

FAMIGLIA BENETTONFAMIGLIA BENETTON
Ma neppure con i cedimenti strutturali del ponte sulla statale 115 fra Trapani e Agrigento o di quel pilone del viadotto Himera sulla Palermo-Catania. Meno che mai con la tragedia del ponte Italia sulla Salerno-Reggio Calabria, anch' esso venuto giù giusto due anni orsono. Se non fosse che la frequenza con cui si ripetono casi di questo genere non può non dare da pensare.

UN' OCCASIONE MANCATA
Ossessionati (giustamente) dal rigore di bilancio, tagliamo la spesa pubblica senza il necessario coraggio, per la paura di incidere la carne viva o il timore di toccare interessi intoccabili. Continuando così a sprecare lo stesso un sacco di soldi ma al tempo stesso smettendo di prenderci cura del nostro Paese. Un esempio?

autostradeAUTOSTRADE
L' ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli aveva stimato un risparmio della bolletta elettrica del Paese di 300 milioni l' anno soltanto adeguando il livello eccessivo della nostra illuminazione notturna a quello degli altri Paesi. Con 300 milioni l' anno si potrebbe pagare una manutenzione in profondità di qualche centinaio di chilometri di strade, o contribuire a finanziare un piano straordinario nazionale di riassetto idrogeologico del costo stimato in 1,5 miliardi. Inutile dire che la proposta di Cottarelli, insieme a tante sue altre, è caduta nel vuoto. Tipico di un Paese strabico e allergico al buonsenso.

LO SPRECO DELLA LUCE
Carlo CottarelliCARLO COTTARELLI
Dunque teniamo troppe luci inutili accese ma non curiamo le infrastrutture, che ne hanno un bisogno disperato. Non curiamo nemmeno un territorio fragilissimo, e fatalmente un terremoto distruttivo in media ogni cinque anni ci presenta l' inevitabile conto astronomico: in termini di vite umane, di patrimoni storici e artistici inestimabili andati perduti e di denari per rimettere in piedi città e borghi antichi.

crollo cavalcavia A14CROLLO CAVALCAVIA A14


Incapaci di comportarci come un buon padre di famiglia che tutti i mesi deve far quadrare il bilancio, mentre i viadotti crollano per l' incuria o la sciatteria riusciamo a spendere per le poche strade e ferrovie che costruiamo somme elevatissime rispetto agli altri Paesi sviluppati. Impiegando anche tempi enormemente superiori. Le statistiche dicono che per cantierare un' opera pubblica del valore di oltre 50 milioni servono al Sud non meno di 1.500 giorni. E confermano che un chilometro di autostrada o di alta velocità ferroviaria costa qui in media oltre 30 milioni, il triplo che in Francia o Spagna.

Il bello è che a questa assurdità nella quale tutti sono coinvolti, dalle burocrazie delle varie amministrazioni alle imprese, nessuno ha mai voluto concretamente metterci mano. Valanghe di parole, diluvi di convegni, slavine di promesse. Il risultato? Al massimo qualche toppa, talvolta rivelatasi peggiore dello stesso buco, ed è ancora troppo presto per dare un giudizio compiuto sul nuovo codice degli appalti.

Il progetto del Ponte sullo StrettoIL PROGETTO DEL PONTE SULLO STRETTO
GLI EFFETTI DELLA CORRUZIONE
Per non parlare degli effetti della corruzione: quattro anni fa uno studio del governo di Mario Monti era arrivato alla conclusione che il malaffare fa lievitare mediamente del 40 per cento il costo delle opere pubbliche. Di quelle che si realizzano, ovviamente. Perché nell' Italia dove i viadotti cadono come le mosche succede che si siano già spesi 350 milioni, con il rischio di arrivare fino a un miliardo, per un ponte che non si farà mai. Quello che avrebbe dovuto attraversare lo Stretto di Messina, e avrà fatto lavorare certamente più gli avvocati che gli ingegneri.

Fonte: qui

CALCESTRUZZO (POCO), TONDINI NON IDONEI E SABBIA DI MARE?

TI SEI DATO UNA RISPOSTA SUL PERCHÈ I PONTI IN ITALIA CONTINUANO A CROLLARE…

Perché crollano ponti e cavalcavia: il mistero del calcestruzzo, la sabbia di mare e i tondini















Un cavalcavia che crolla, sull'A14, due morti, travolti dalle macerie mentre viaggiavano in autostrada. Una tragedia. Inconcepibile. Ma come è possibile che crollino i ponti? Con regolarità, per altro. E una risposta al quesito arriva in un dettagliato articolo de La Stampa, dove si premette che "siamo il Paese in cui resistono egregiamente, e sono ancora percorribili, perfino con i camion, ponti fabbricati in pietra duemila anni fa e crollano quelli recenti in cemento armato, anche senza terremoti e frane, dalla Lombardia alla Sicilia". Tutto vero, ahinoi. Ma, si diceva: a cosa sono dovuti i crolli? Certo, un ponte e un viadotto non sono mai un'opera ordinaria, presentano insidie. Eppure pare fuori dal mondo il collasso della struttura.
Non si è però tenuto conto di un fatto: del calcestruzzo, la miscela di cemento, acqua , sabbia e ghiaia che viene "armata" con sbarre di ferro e acciaio. Un'invenzione recente, risale a metà del XIX secolo, ed oggi è il materiale di costruzione più diffuso nei Paesi moderni: consente costruzioni ritenute fino a poco tempo fa irrealizzabili, quali grandi dighe e ponti. Ma c'è un ma, sul calcestruzzo: nessuno sa quanto dura, anche se gli inventori pronosticavano vita eterna. 

Il punto è che i manufatti in calcestruzzo armato più antichi risalgono soltanto a un secolo e mezzo fa, dunque nessuno può sapere quanto resteranno in piedi. 

Già, non c'è neppure stato il tempo per osservarlo, il calcestruzzo, che però, per certo, subisce il logorio del tempo, di acqua, sali corrosivi che possono intaccare l'armatura di ferro.
Ma dietro ai crolli non ci sono soltanto i misteri del calcestruzzo. Ai fattori va aggiunto il fattore-Italia. 
Ossia il tentativo di risparmiare tempo e denaro riducendo la sezione dei tondini di ferro, imponendoli lisci invece che "costati", oppure usando sabbia di mare, che di fatto è gratis, invece che quella di fiume, più difficile da reperire. 

E insomma, i sali che intaccano la struttura metallica aggrediscono un complesso già meno robusto, e la resistenza dei manufatti in questione cala in modo verticale. Insomma, non possiamo dormire sonni tranquilli, affatto.

Fonte: qui