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venerdì 28 febbraio 2020
mercoledì 25 settembre 2019
TRE ERGASTOLI AL CLAN DI OSTIA: PER LA CORTE D'ASSISE È UN'ASSOCIAZIONE MAFIOSA

CARCERE A VITA PER CARMINE, OTTAVIO E ROBERTO SPADA, QUEST'ULTIMO GIÀ CONDANNATO PER L'AGGRESSIONE CON UNA TESTATA AL GIORNALISTA RAI DANIELE PIERVINCENZI.
Federica Angeli per Repubblica.it
Tre ergastoli. Per Carmine, Roberto e Ottavio Spada, detto "Marco". E la sentenza di primo grado riconosce che il clan Spada, la potente famiglia sinti del litorale romano, è un'associazione mafiosa.
Dopo oltre nove ore di Camera di consiglio i giudici della Corte d'Assise hanno confermato i capi d'accusa, e quindi il 416bis agli oltre 20 imputati a processo per associazione a delinquere di stampo mafioso e videocollegati dai rispettivi carceri. L'inchiesta era partita dopo gli oltre 30 arresti del 25 gennaio 2018 con cui le forze dell'ordine hanno eseguito l'ordinanza per gli omicidi del 2011 di Giovanni Galleoni e Francesco Antonini, considerati come l'inizio dell'ascesa degli Spada.
Gli imputati erano accusati a vario titolo di reati come l'associazione di stampo mafioso, l'omicidio, l'estorsione, l'usura, la detenzione e porto di armi e di esplosivi, incendio e danneggiamento aggravati, ed altri crimini contro la persona, oltre al traffico di stupefacenti, l'attribuzione fittizia di beni e l'acquisizione, in modo diretto e indiretto, della gestione e il controllo di attività economiche, e appalti legati a stabilimenti balneari, sale giochi e negozi. Dei 24 imputati, 17 sono stati condannati e sette escono assolti con formula piena.
I due pm che hanno istruito il processo, Ilaria Calò e Mario Palazzi, nel corso della requisitoria avevano chiesto duecentootto anni più tre ergastoli per associazione a delinquere di stampo mafioso nei confronti degli imputati che avevano scelto il rito ordinario nel maxi processo del clan. Le pene più alte erano state richieste per il boss Carmine Spada, detto Romoletto, il fratello Roberto Spada, noto alle cronache per la testata che fracassò il setto nasale al giornalista Daniele Piervincenzi nel novembre del 2018, e il nipote Ottavio Spada, detto Marco: per loro tre ergastoli. E sono stati confermati. Roberto Spada era già stato condannato a sei anni per la testata a Piervincenzi.
Oltre ai tre ergastoli, condannato a 16 anni di reclusione Ottavio Spada, detto "Maciste", a 9 anni Nando De Silvio, detto "Focanera" e a 10 anni a Ruben Alvez del Puerto, anche lui coinvolto nell'aggressione al giornalista Rai di Nemo. Assolti invece Armando Spada, Enrico Spada, Roberto Spada detto "Zibba", Francesco De Silvio, Samy Serour, Stefano De Dominicis e Roberto Sassi.
"Sono indignato, è una follia vera", così il commento a caldo dell'avvocato Mario Girardi, difensore di Carmine Spada, che ha aggiunto: "Questa decisione è una vergogna, non condivisibile in alcun suo aspetto".
Nell'attesa della sentenza l'aula bunker si era riempita di cittadini di Ostia che volevano assistere alla lettura del verdetto. Era presente anche la sindaca Raggi che ha espresso "soddisfazione" per la sentenza e ha aggiunto: "Istituzioni e cittadini onesti se uniti vincono sempre. Continuerò #atestaalta la battaglia per la legalità".
In aula anche qualche familiare degli imputati, in netta minoranza rispetto al pubblico di residenti del X Municipio, accompagnati dal presidente dell'associazione antimafia Noi Massimiliano Vender, dal presidente della Fnsi Giuseppe Giulietti e da Giampiero Cioffredi presidente dell'Osservatorio sulla legalità della Regione Lazio.
Fonte: qui
lunedì 19 agosto 2019
A RIMINI UNA DONNA E I SUOI DUE FIGLI VENGONO PESTATI DALLA BABY GANG PER UNA SIGARETTA NEGATA!
SECONDO IL RACCONTO DELLE VITTIME, LA BANDA POTREBBE ESSERE COMPOSTA DA ALBANESI
AD AVERE LA PEGGIO È STATO IL RAGAZZO PIÙ GRANDE, CHE HA RIPORTATO FRATTURE AL SETTO NASALE
VIOLENZA ANCHE A RICCIONE, DOVE UNA TURISTA VENETA DI 37 ANNI È STATA TRASCINATA IN SPIAGGIA COL COLTELLO ALLA GOLA E RAPINATA DA DUE RAGAZZI MAGHREBINI DI 17 E 19 ANNI…
Franco Giubilei per “la Stampa”
Una sigaretta negata è diventata il pretesto per il violento pestaggio di due ragazzi e della loro madre intervenuta a difenderli da una banda di una decina di giovanissimi. L'aggressione è avvenuta la notte dopo Ferragosto a Bellaria, nei dintorni di Rimini, dove la famiglia, che risiede nel Comasco, stava trascorrendo un periodo di vacanza in un appartamento in affitto.
RISSA IN STRADA
Madre e figli, uno di 18 e l' altro di 15 anni, avevano trascorso una tranquilla giornata in spiaggia, poi hanno fatto ritorno nell' appartamento. Dopo cena i ragazzi sono usciti, a tarda sera, questa volta da soli, per andare a comprare dei bomboloni in una pasticceria vicina. Mentre camminavano, sono stati avvicinati da un gruppo di coetanei. «Avete una sigaretta?», è stata la domanda. I due hanno detto di no e hanno allungato il passo, ma gli altri ragazzi hanno cominciato a seguirli e le loro pressioni si sono ben presto trasformate in qualcosa di peggio.
CACCIA AGLI AGGRESSORI
Uno di loro se l'è presa con il diciottenne mettendogli una mano in faccia. Lui ha cominciato a urlare, la madre ha sentito e si è precipitata in strada mentre anche il resto del gruppo si univa all' aggressione. La banda ha picchiato a pugni e calci sia gli adolescenti che la donna; poi si è data alla fuga facendo perdere le proprie tracce. Qualche residente, svegliato dalle urla, ha chiamato i soccorsi, ma quando sono intervenuti i carabinieri la baby gang era già sparita. Le indagini per risalire ai giovani aggressori, anche tramite le riprese video degli impianti di videosorveglianza della zona, sono in corso.
RIMINI
Secondo il racconto delle vittime, che li hanno sentiti parlare, potrebbe trattarsi di cittadini albanesi. Madre e figli sono stati curati al pronto soccorso: ad avere la peggio è stato il ragazzo più grande, che ha riportato fratture al setto nasale con prognosi di 25 giorni, oltre a una seria contusione a un occhio che in un primo ha fatto temere che potesse anche perderlo.
Ecchimosi al volto e al corpo anche per il fratello 15enne e per la madre, che ne avranno rispettivamente per otto e sei giorni. Violenza anche a Riccione, dove una turista veneta di 37 anni è stata trascinata in spiaggia col coltello alla gola da un gruppo di giovani ed è stata rapinata. I presunti aggressori, due ragazzi maghrebini di 17 e 19 anni, sono stati rintracciati dai carabinieri e arrestati grazie alle indicazioni della donna. Fonte: qui
mercoledì 8 maggio 2019
LA RAGGI INSULTATA A CASAL BRUCIATO, DIFENDE L’ASSEGNAZIONE DELLA CASA ALLA FAMIGLIA ROM: “RESTANO, NE HANNO DIRITTO"

LA RAGGI INSULTATA A CASAL BRUCIATO, DIFENDE L’ASSEGNAZIONE DELLA CASA ALLA FAMIGLIA ROM: “RESTANO, NE HANNO DIRITTO"
DI MAIO IRRITATO PER L'INIZIATIVA DELLA SINDACA, CHE È ANDATA NEL QUARTIERE TEATRO DI TENSIONI DA GIORNI PER L'ASSEGNAZIONE DI UN ALLOGGIO POPOLARE A UNA FAMIGLIA BOSNIACA
LA SINDACA COSTRETTA A USCIRE SCORTATA – VIDEO
"Questa famiglia risulta legittima assegnataria di un alloggio. Ha diritto di entrare e la legge si rispetta. Siamo andati a conoscerli e sono terrorizzati. Abbiamo avuto modo di far conoscere questa famiglia ad alcuni condomini. Chi insulta i bambini e minaccia di stuprare le donne forse dovrebbe farsi un esame di coscienza. Non è questa una società in cui si può continuare a vivere". Sono le parole che ha pronunciato la sindaca uscendo dalla casa popolare assegnata alla famiglia nomade a Casal Bruciato dove è stata accolta da una raffica di insulti e offese sessiste da parte dei residenti che da due giorni protestano contro l'assegnazione del Comune di un alloggio popolare a una famiglia bosniaca di 14 persone.
Momenti di tensione quando Raggi è stata letteralmente scortata da due cordoni del reparto mobile della polizia all'interno del piazzale condominiale dove si trova l'appartamento assegnato martedì scorso a una famiglia rom. Insieme a lei, ci sono alcuni vicini di casa, il direttore della Caritas diocesana di Roma, don Benoni Ambarus, e un delegato del vicariato. L'iniziativa della sindaca è stata accolta con una certa
irritazione dal vicepremier Luigi Di Maio, a quanto apprende l'ANSA. Prima si aiutano i romani, gli italiani, poi tutti gli altri, è il senso del ragionamento del leader M5S irritato - si apprende ancora - anche per la tempistica con cui la sindaca, in un giorno particolarmente importante per il M5S al governo, ha scelto di mettere in campo la sua iniziativa.
Raggi è stata contestata da circa una trentina di persone che hanno seguito il cordone di polizia che accompagnava la prima cittadina. I cittadini si erano radunati in strada poco prima per l'arrivo della presidente del municipio IV, Roberta della Casa. I cittadini urlano e chiedono principalmente legalità, rispetto e trasparenza nell'assegnazione delle case popolari. "Salvini, Salvini" ha urlato un gruppetto
Intanto sono al vaglio della Digos le immagini degli insulti alla donna nomade, tra cui la frase 'ti stupro', al suo ingresso ieri nella palazzina di Casal Bruciato a Roma scortata dalla polizia. Gli investigatori sono al lavoro per accertare con esattezza l'accaduto e stabilire eventuali responsabilità. "Purtroppo ancora oggi, in molti Paesi d'Europa - anche in Italia, nella stessa città di Roma - assistiamo a episodi di riprovevole violenza, che costituiscono il sintomo di un progressivo arretramento dei presidi di civiltà, di un drammatico affievolimento della sensibilità collettiva di fronte all'emersione di antiche e nuove forme di razzismo, spesso di matrice antisemita", ha detto il premier Giuseppe Conte incontrando 800 ragazzi russi, di origine ebraica, nel Tempio Maggiore di Roma.
"Quello che è successo ieri, di aver detto a quella signora rom, quello che tutti i giornali scrivono, ovvero che le avrei detto 'ti stupro', io non lo ho mai detto - si difende Daniele, il giovane cui è stata attribuita la frase - Gli ho detto tante altre brutte parole e mi scuso con lei per averle dette, il momento era quello che era, non si ragionava tanto bene. Io non appartengo a CasaPound, a nessun loro movimento, non sono iscritto, stavo lì da semplice cittadino. Ho preso parte a determinate iniziative con loro ma io non sono un militante di CasaPound, ma ho partecipato ad alcune loro iniziative" come dimostrano alcune immagini diffuse in Rete che lo ritrraggono col giubbotto con i simboli di CasaPound e al fianco di esponenti del movimento di estrema destra.
"Le scene di ieri sono terribili, sentir gridare "vi impicchiamo" e soprattutto "ti stupriamo" rivolto ad una mamma con la bimba in braccio sono di una gravità incommensurabile. Ho certezza che la questura si muoverà oggi, il presidio sarà allontanato dal cortile", ha commentato l'assessore capitolino al Patrimonio Rosalba Castiglione intervistata da 'Radio In Blu'.
Non si placa la rabbia del quartiere. "Ho tre figli di 12, 10 e 3 anni e ho presentato la prima di quattro domande per un alloggio popolare nel 2007. Al Comune risulta che io abbia punteggio 0 perché sto con mio padre che ha lo sfratto esecutivo, come dovrei stare sapendo che una famiglia rom ha avuto casa dopo due soli due anni in lista?". Racconta Stefania Martelloni, residente di Casal Bruciato, all'Adnkronos. "Sono stata costretta a occupare, mi ci hanno portato, tra l'altro proprio in via Smith davanti al campo nomadi - conclude - Siamo circondati".
"In questa situazione non reggiamo, così meglio tornare al campo o andare altrove". Queste le parole della famiglia rom di casal bruciato asserragliata nell'appartamento al secondo piano di via Satta. A riferirle è il direttore della Caritas: "Sono molto spaventati - riferisce don Ambarus - stanno cercando di capire cosa succederà. Sperano di poter resistere.
Ci hanno detto che speravano iniziasse finalmente una nuova vita per loro dopo 20 anni nei campi. L'invito a tutti è torniamo alla ragionevolezza", ha sottolineato il direttore della Caritas.
Oggi pomeriggio è previsto un altro presidio. "A partire dalle 16, parteciperemo al presidio antifascista organizzato in via Satta", ha spiegato la Cgil di Roma e del Lazio. "Imed, Senada e la loro famiglia - continua il comunicato - hanno diritto, come tutti, a una casa così come a un lavoro e un'istruzione. L'emergenza abitativa e il clima di intolleranza che si respira in tutto il paese vanno affrontati quanto prima con l'obiettivo dell'inclusione e garantendo alle famiglie assegnatarie tutela dalle aggressioni neofasciste. È inaccettabile la possibilità d'azione che a questi gruppi viene concessa. Dovunque ci saranno episodi di intolleranza e aggressioni di stampo razzista e xenofobo saremo in piazza per difendere i valori di eguaglianza e inclusione sanciti nella nostra Costituzione". 'Gridate, insultate, minacciate una donna e la sua bambina. Roma è meglio di voi. I romani non sono questo schifo. Contro questa barbarie ci vediamo tutti oggi alle 16 a Casal Bruciato. Così su Twitter Matteo Orfini, deputato del Pd.
Fonte: qui
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lunedì 4 febbraio 2019
È MORTO A TENERIFE VITO TRIASSI, CHE CON IL SUO CLAN A OSTIA FACEVA CONCORRENZA AGLI SPADA
COLONNELLO DELLA FAMIGLIA CARUANA-CUNTRERA, ERA ARRIVATO SUL LITOLARE ROMANO IN SOGGIORNO OBBLIGATO, MA POI ERA RIUSCITO A MANTENERE GLI “AFFARI DI FAMIGLIA” CON CHIOSCHI, SPIAGGE E DROGA
GLI AGGUATI NEL 2006 E NEL 2007, L’ARRESTO E LA MORTE PER INFARTO ALLE CANARIE
Emilio Orlando per www.leggo.it
Un infarto ha stroncato Vito Triassi, uno dei boss che ha fatto il bello e il cattivo tempo sul litorale romano. L’ uomo si trovava a Tenerife, in Spagna, quando è stato colto da un malore e si è accasciato a terra mentre era vicino casa. Il clan omonimo controllava ad Ostia il racket delle spiagge, dei chioschi e di alcuni stabilimenti insieme al traffico di droga. Insieme al fratello Vincenzo Triassi era il colonnello della storica famiglia mafiosa Caruana-Cuntrera di Siculiana in provincia di Agrigento.
L‘infiltrazione mafiosa del clan siciliano fu messa in atto a Ostia dopo la “colonizzazione” della Banda della Magliana. Vito e Vincenzo Triassi vennero mandati ad Ostia al soggiorno obbligato, ma continuarono la loro attività criminale iniziata in Sicilia, con il controllo di quasi tutte delle attività economiche sul litorale romano.
Il traffico di droga e armi veniva gestito dalla storica famiglia mafiosa Caruana-Cuntrera di Siculiana. Secondo le inchieste della direzione distrettuale antimafia la famiglia Triassi si occupavano del traffico di droga e di armi che arrivavano anche dai Balcani. Erano legati al clan Fasciani e avevano stretto rapporti con i sopravvissuti della Banda della Magliana.
Nel maggio del 2006 Triassi era già stato gambizzato a Ostia, sotto la sua abitazione nei presi di via delle Isole del Capo Verde. Nemmeno un anno dopo un nuovo attentato. Era il 20 settembre 2007 a Casal Palocco, sul litorale romano, quando due persone gli spararono. Venne ricoverato all’ospedale di Ostia e sottoposto a un intervento chirurgico. E se la cavò anche in questa occasione. Nel 2011 invece a subire un agguato fu il fratello Vincenzo. E da allora cominciarono anche i problemi giudiziari per il clan.
Il movente dell’attentato risiedeva negli attriti di due gruppi criminali che controllavano Ostia per il malaffare. L’ultimo blitz che vide in manette i Triassi fu l’operazione anticrimine battezzata dagli inquirenti “ Maverick” che decapitò il clan tra il Lazio e la Sicilia con quarantadue arresti. Ieri a togliergli la vita è stato un infarto.
Fonte: qui
L‘infiltrazione mafiosa del clan siciliano fu messa in atto a Ostia dopo la “colonizzazione” della Banda della Magliana. Vito e Vincenzo Triassi vennero mandati ad Ostia al soggiorno obbligato, ma continuarono la loro attività criminale iniziata in Sicilia, con il controllo di quasi tutte delle attività economiche sul litorale romano.
lunedì 14 gennaio 2019
Lo Stato è o non è come una famiglia?

Vi è un diverbio sul ruolo dello Stato tra gli economisti classici neoliberisti cultori dell’austerity e gli economisti keynesiani ma vige sulla questione un duplice equivoco che tento qui di chiarire.
Alla linea neoliberista, che equipara lo Stato a una famiglia cioè a un semplice cliente bancario, che deve stringere la cinghia, seguire l’austerity, tagliare le spese pubbliche per far “quadrare i conti” in un “pareggio di bilancio” tipico del cliente bancario che giocoforza si indebita per vivere e deve rimborsare tali debiti (+ gli interessi), si contrappone la linea keynesiana per cui il debito di uno Stato non è come il debito di una famiglia verso l’esterno, poiché lo Stato si indebita verso i propri cittadini, ossia con sé stesso, e a ogni debito corrisponde la spesa dello Stato per i propri cittadini.
Innanzitutto il primo equivoco è quello di asserire che lo Stato è come una famiglia. Per certi versi non lo è. E hanno ragione i keynesiani a ribadirlo. Lo Stato non è come una famiglia.
E non lo è, perché, nella famiglia vige all’interno l’economia del dono, ognuno contribuisce per quello che può e a tutti viene garantita una dignità di vita mentre all’esterno, tra i suoi membri e gli altri, vige il do ut des contabile, come i normali clienti bancari, indebitati per il solo fatto di esistere, e il debito di uno diventa il debito di tutta la famiglia. [1]
Nello Stato vige solamente il do ut des contabile, siamo tutti clienti bancari e l’economia del dono, nella famiglia Stato, non esiste. Tranne per il debito da rimborsare in solido. Ma non siamo come una famiglia perché non siamo nell’economia del dono.
D’altro canto, a guardarci meglio, si potrebbe invece dire che nei fatti lo Stato è come una famiglia nel senso che è diventato un cliente bancario. Quando i keynesiani dicono che lo Stato non è come una famiglia, perché il debito dello Stato è il credito dei cittadini, dovrebbero dire che per definizione lo Stato non dovrebbe essere un cliente bancario che si indebita verso l’esterno – il cartello delle dealer – perché dovrebbe avere la sovranità monetaria, e la sovranità dello Stato dovrebbe garantire a tutti la sovranità individuale.
Ora tutti sappiamo che nei fatti non è così, lo Stato è “quotato” in una “borsa” dove il rating di agenzie private d’intesa tra loro, e in conflitto di interessi con i rentiers che ci prestano la moneta, determina a quanto pagheremo la nostra liquidità. Cioè, quanti soldi ci costerà comprare i soldi per funzionare.
Nessuno che si chieda se sia normale comprare i soldi. “Comprare i soldi” è come se il metro che misura la lunghezza misurasse sé stesso e, per gli interessi, come se ad ogni misurazione di sé stesso lo stesso metro si accorciasse. O come se ad ogni uso del simbolo monetario trattato come merce perché “venduto”, il valore monetario si restringesse, si usasse, appunto, si usurasse.
E visto che chi compra i soldi, lo “Stato”, tali soldi non ce li ha, poiché li deve pagare con una somma superiore a quella acquisita precedentemente, l’indebitamento è matematicamente certo, esponenziale, e pertanto insostenibile.
Nella contestazione keynesiana, è quindi sottinteso il pensiero, che se lo Stato facesse lo Stato NON sarebbe come una famiglia perché NON dovrebbe indebitarsi con un cartello di banche dealer. Primo punto.
Ma, secondo punto, è altrettanto equivoca la concezione dello Stato che NON è una famiglia adducendo che il debito dello Stato è la ricchezza dei cittadini. Primo perché allo stato attuale lo Stato NON è indebitato nei confronti dei cittadini, ma nei confronti di un cartello di banche dealer, di preferenza straniere. Sono loro che vendono per prime le scritture contabili virtuali che fungono da moneta alla finzione giuridica Stato.
Secondo, perché lo Stato NON coincide con la somma dei cittadini. Non questo Stato che è persona giuridica a sé stante.
Se mi obbligassero a scegliere tra i due termini, naturalmente sceglierei la linea keynesiana ma il fatto è che contesto sia il paradigma della moneta debito, che esso sottintende, senza sia pur minimamente rimetterlo in discussione, sia l’idea stessa di Stato NON coincidente con i suoi cittadini, che questa visione presuppone.
La moneta debito, secondo i keynesiani, non è un problema perché il debito dello Stato sarebbe il credito dei cittadini e viceversa. Dimenticano che lo Stato non solo NON coincide con i suoi cittadini, poiché è una persona giuridica a sé stante ma è anche una finzione giuridica. Non esiste in quanto tale ma gli si intesta un conto. Ergo la moneta debito in questo tipo di Stato finzione giuridica, è sempre e comunque un problema. Perché chi gestisce questa finzione, le entrate le destina al rimborso dei debiti bancari, come se si trattasse di un un cliente bancario indebitato, ma spalma il debito dell’ente sui singoli cittadini. Con la scusa che “siamo una famiglia”. E il debito esiste sempre per il solo fatto che compriamo la moneta.
Lo Stato, senza sovranità monetaria, è come una famiglia che si indebita verso l’esterno, ma a differenza della famiglia (o della tribù) quantunque si indebitasse verso i suoi cittadini, come nel caso delle scritture contabili fallaci delle banche, diventa un alieno fittizio per fungere da contropartita al cittadino creditore – come una società schermo, per intenderci.
Nella famiglia, se si arricchisce un membro ne usufruiscono tutti gli altri, per una sorta di coincidenza fattuale e informale tra il membro della famiglia e la famiglia stessa. Il collante che opera tale miracolo, è l’amore.
Mentre nel caso dello Stato, se lo Stato ha maggiori entrate, dalle tasse, ad esempio, NON significa automaticamente che tutti i cittadini se ne avvantaggino, anzi. E se lo Stato acquisisce maggiore liquidità, è ipse facto, un aumento del debito pubblico da addebitare ai cittadini.
E qua viene il punto: tutta la moneta circolante in un paese – nel presente paradigma che è anche molto antico – è un debito della finzione giuridica Stato nei confronti di un cartello costituito da altre finzioni giuridiche, le banche, che sono controllate da persone fisiche in carne ed ossa – gli azionisti, o gli azionisti degli azionisti – e che nella maggior parte dei casi hanno già realizzato il profitto cartolarizzando tali crediti, per spalmare i rischi e le dilazioni sui buoni padri di famiglia*. I cittadini sono sempre debitori, in solido, con la finzione dello Stato, mentre i grandi azionisti delle banche dealer sono ipse facto creditori della stessa.
Un dare un avere. E la forma è salva. Non la sostanza. Poiché se nel dare vi è un cittadino in carne e ossa, e nell’avere vi è una finzione giuridica, i debitori saranno certi, mentre i creditori veri si nasconderanno dietro la finzione giuridica.
Lo Stato sarebbe sì come una famiglia se non fosse una persona giuridica a sé stante, fictio juris, se fosse la somma di tutti noi cittadini, se fossimo nel regime dell’economia del dono, come lo erano le tribù prima dell’invenzione della moneta e lo sono le tribù indigene a tutt’oggi.
Ma lo Stato è stato creato proprio per conformarsi a un regime monetario in cui i cittadini venissero privati del reddito monetario, organizzati e messi a profitto come bestiame a vantaggio di una casta sovrana per “diritto divino” ed essendo una finzione giuridica, una scatola vuota senza il diritto di godimento della proprietà – che appartiene unicamente alle persone fisiche – è diventato una società veicolo strumentale del cartello bancario che con la magia delle scritture contabili moltiplica i suoi utili occulti a nostro debito.
Pertanto il duplice equivoco è questo: se è vero che nel presente paradigma lo Stato è come una famiglia nel suo essere cliente bancario privato della sovranità monetaria, è pur vero che in detto paradigma, la spesa dello Stato sarebbe la ricchezza dei cittadini, se e solamente se il debito contratto per immettere moneta lo fosse nei confronti dei propri cittadini-soci, di sé stesso.
Alla luce di quanto sopra, lo Stato dev’essere come una famiglia o no?
Nel paradigma della moneta debito in cui siamo lo Stato è purtroppo semplice cliente bancario ma sarebbe auspicabile che fosse come in una famiglia, dove ciò che spende o che guadagna un membro è una spesa o un guadagno per tutta la comunità. Nella famiglia si chiama amore, ed è il suo collante, nella società si chiama solidarietà, e sarebbe il collante di una società organica, “keynesiana”.
Nel paradigma che auspichiamo, di moneta cassa, lo Stato non essendo più una finzione giuridica ma la semplice somma di tutti i cittadini, sarebbe sì come una famiglia, ma una famiglia sovrana, con la possibilità di battere la propria moneta, una moneta-cassa. Una cassa dei cittadini: ogni spesa dello Stato sarebbe la ricchezza dei cittadini, perché spesa all’interno, un po’ come quando in una famiglia si distribuisce la torta fatta “dalla mamma” – scherzo – la torta fatta da tutti i membri della famiglia.
In un paradigma di moneta-cassa, quindi, ciò che si distribuisce è la cassa, e non il debito, e lo Stato sarebbe come in una famiglia, ma una famiglia NON cliente bancario, una famiglia SOVRANA.
Tale Stato-somma dei cittadini sarebbe il recinto in cui il popolo sovrano eserciterebbe tale sovranità con la possibilità – normata – di battere moneta, almeno spicciola, a circolazione interna, per i propri cittadini e il loro benessere, mentre la moneta “grossa” per i commerci internazionali andrebbe normata e definita in ambito internazionale, su un piede di parità tra tutti i popoli e tra i loro Stati, in virtù dell’autodeterminazione dei popoli.
Una moneta di conto, unità di misura, non coniata né emessa, e non coincidente con alcuna moneta nazionale (come lo è attualmente il dollaro), non tesaurizzabile, ma decisa tra Stati di determinate macroaree, e poi tra le varie macroaree, per effettuare le transazioni internazionali.
Nforcheri 07/01/2019
Fonte: qui
[1] Almeno per quello che riguarda la famiglia tradizionale mediterranea, le cose sono così.
martedì 4 aprile 2017
«Questa non è vita Non potete toglierci anche l’acqua»
Famiglia di San Giovanni Teatino(CH) con tre figli: sono senza lavoro e vivono con una piccola pensione di invalidità
di Melissa Di Sano
SAN GIOVANNI TEATINO(CH). Peggiora la situazione della famiglia di San Giovanni Teatino, il cui disperato appello era apparso sulle pagine del Centro già lo scorso dicembre. A una situazione di difficoltà economica estrema, per la coppia con tre figli si è aggiunto il distacco dell'acqua da parte dell'Aca, l'azienda acquedottistica regionale, a seguito del mancato pagamento di alcune bollette.
Mauro Di Pietro, quarantenne residente in via Salara, a San Giovanni Teatino, la compagna Alessia, trentasette anni, e i loro tre figli di quindici, otto e sei anni (dei quali uno è invalido) vivono con il minimo necessario ormai da diversi mesi. Ora le cose sono precipitate e tornano a chiedere aiuto. Alessia è una mamma che prova a superare questo momento difficile con dignità, ma tra le sue parole si legge la stanchezza e a tratti la disperazione.
«Non ce la facciamo più, è troppo dura e siamo soli». Una serie di vicende negative, il negozio di prodotti per animali chiuso per la crisi, e la condanna a pagare 15mila euro per una lite col vicino di casa per futili motivi, li ha portati dove sono oggi.
«Non abbiamo trovato un lavoro né abbiamo ricevuto aiuto», spiega Alessia, "abbiamo sollecitato tantissime volte la Caritas, che ci ha pagato una bolletta del gas a dicembre. Siamo tornati per la bolletta della luce e ci hanno detto che ci possono pagare solo la metà perché oltre non riescono neanche loro. Poi è arrivata la botta finale: lo scorso 13 marzo, mia figlia si è accorta che non usciva più acqua dai rubinetti. Mi sono accertata che non ci fossero guasti, poi nella cassetta del contatore abbiamo trovato una lettera dell'Aca su cui c'era scritto che la fornitura idrica era stata limitata, ma in realtà non esce neppure una goccia dai rubinetti. Ci chiedono di pagare le bollette passate per un valore di 2mila 600 euro, bollette che, forse a seguito di un mio cambio di residenza, non sono più arrivate. Se non riusciamo a saldare il debito, ci avvertono che l'utenza sarà definitivamente distaccata. Ma noi non abbiamo niente, come facciamo a pagare? Perché se la prendono sempre con i più poveri? Perché non vengono perseguiti con la stessa solerzia i grandi morosi?».
L'unica entrata per la famiglia è rappresentata dalla pensione di invalidità di uno dei bambini: 500 euro mensili, di cui 440 vanno versati per onorare le rate che derivano dalla condanna subita per la lite col vicino.
«Non sappiamo più cosa fare», continua la mamma, «riempiamo bottiglie di acqua dalla fontana pubblica per cucinare e bere. Adesso non posso più nemmeno preparare un pasto caldo perché ho finito pentole e stoviglie pulite. Al mattino, lavo i miei figli con le bottiglie di acqua fredda. Il Comune conosce la nostra situazione. Ho parlato ieri con l'assessore Ezio Chiacchiaretta, che mi ha chiesto di poter visionare le bollette per verificare possibili incongruenze. Io mi aspetto che nel momento del bisogno qualcuno intervenga e la comunità si accorga di noi», si sfoga Alessia, «non abbiamo nessuno che ci aiuti, i nostri familiari sono defunti o non in grado di sostenerci. Sia io che il mio compagno stiamo cercando disperatamente un lavoro, qualsiasi lavoro. Siamo disposti a tutto. Ma non ci togliete pure l'acqua».
21 Marzo 2017
Fonte: qui
giovedì 9 marzo 2017
Follia del Tar: vietato espellere i clandestini spacciatori
Il Tar della Liguria ha dichiarato illegittimo negare il permesso di soggiorno a un extracomunitario condannato (due volte) per spaccio senza valutarne i legami familiari
I giudici amministrativi di Genova hanno perciò annullato un decreto con cui il questore di La Spezia aveva rigettato la domanda di permesso di soggiorno motivandola con le due condanne. La discutibile motivazione addotta è che «in presenza di legami familiari debitamente dimostrati, l'amministrazione non può esprimere un diniego senza avere preventivamente analizzato l'effettività e la valenza di tali legami».
Il fil rouge che connette la sentenza con il trend della magistratura è che i giudici ormai hanno assunto la funzione di creare diritto, riempiendo gli interstizi della normativa vigente. Siamo sempre più un Paese di common law con un Parlamento sempre più delegittimato nella sua funzione primaria, quella di legiferare. Se nemmeno una condanna duplice è sufficiente a giustificare il rifiuto del permesso di soggiorno ad un extracomunitario pregiudicato, vi è seriamente da chiedersi quale sia la prospettiva verso la quale ci vogliono condurre.
La tutela sociale della famiglia non può essere la coperta di Linus che viene tirata a secondo della convenienza in una direzione o nell'altra. Occorre decidersi: se la famiglia è la cellula primigenia della nostra società lo sia sempre. Per tutti. Si susseguono sentenze di diritto creativo con cui i giudici avvalorano concezioni disgreganti della famiglia tradizionale (genitori A e genitori B, adozioni surrettizie di figli a coppie omosessuali, progetti ibridi in cui un coniuge abbia rettificato il proprio sesso e ciò nonostante viene considerato valido il matrimonio sottostante) e poi, improvvisamente, ci si richiama alla tutela sociale dei legami familiari per un extracomunitario pluri-condannato. In un Paese di culle vuote, che viaggia spedito verso l'estinzione demografica, è come se si sia ormai deciso che tale vuoto debba essere colmato dalle avanguardie che attraversano i confini. I figli dell'Italia 2.0, le risorse di boldriniana concezione che sostituiranno i nostri Marco, Sofia, Giacomo, Claudia.
Gli stessi politici si affannano su riforme incostituzionali bocciate al referendum mentre urge una seria politica per la famiglia tradizionale, senza la quale non verrà mai garantito il ricambio generazionale. Laddove politiche di questo tipo sono state approntate, nel Nord-Europa o in Francia, i vagiti di neonati riempiono i corridoi dei reparti maternità: in Italia fare figli oggi è rimesso all'eroismo dei pochi incoscienti abbandonati da uno Stato che non li agevola in nulla.
La famiglia merita una tutela sociale solo per i pluripregiudicati?
Daniela Missaglia
Fonte: Il Giornale
Il Tar della Liguria ha dichiarato illegittimo negare il permesso di soggiorno a un extracomunitario condannato (due volte) per spaccio senza valutarne i legami familiari
I giudici amministrativi di Genova hanno perciò annullato un decreto con cui il questore di La Spezia aveva rigettato la domanda di permesso di soggiorno motivandola con le due condanne. La discutibile motivazione addotta è che «in presenza di legami familiari debitamente dimostrati, l'amministrazione non può esprimere un diniego senza avere preventivamente analizzato l'effettività e la valenza di tali legami».
Il fil rouge che connette la sentenza con il trend della magistratura è che i giudici ormai hanno assunto la funzione di creare diritto, riempiendo gli interstizi della normativa vigente. Siamo sempre più un Paese di common law con un Parlamento sempre più delegittimato nella sua funzione primaria, quella di legiferare. Se nemmeno una condanna duplice è sufficiente a giustificare il rifiuto del permesso di soggiorno ad un extracomunitario pregiudicato, vi è seriamente da chiedersi quale sia la prospettiva verso la quale ci vogliono condurre.
La tutela sociale della famiglia non può essere la coperta di Linus che viene tirata a secondo della convenienza in una direzione o nell'altra. Occorre decidersi: se la famiglia è la cellula primigenia della nostra società lo sia sempre. Per tutti. Si susseguono sentenze di diritto creativo con cui i giudici avvalorano concezioni disgreganti della famiglia tradizionale (genitori A e genitori B, adozioni surrettizie di figli a coppie omosessuali, progetti ibridi in cui un coniuge abbia rettificato il proprio sesso e ciò nonostante viene considerato valido il matrimonio sottostante) e poi, improvvisamente, ci si richiama alla tutela sociale dei legami familiari per un extracomunitario pluri-condannato. In un Paese di culle vuote, che viaggia spedito verso l'estinzione demografica, è come se si sia ormai deciso che tale vuoto debba essere colmato dalle avanguardie che attraversano i confini. I figli dell'Italia 2.0, le risorse di boldriniana concezione che sostituiranno i nostri Marco, Sofia, Giacomo, Claudia.
Gli stessi politici si affannano su riforme incostituzionali bocciate al referendum mentre urge una seria politica per la famiglia tradizionale, senza la quale non verrà mai garantito il ricambio generazionale. Laddove politiche di questo tipo sono state approntate, nel Nord-Europa o in Francia, i vagiti di neonati riempiono i corridoi dei reparti maternità: in Italia fare figli oggi è rimesso all'eroismo dei pochi incoscienti abbandonati da uno Stato che non li agevola in nulla.
La famiglia merita una tutela sociale solo per i pluripregiudicati?
Daniela Missaglia
Fonte: Il Giornale
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lunedì 22 febbraio 2016
L'esperto: "L'Italia è diventata fragile. E ora pagano i più deboli"(Ci voleva l’esperto?)
L'esperto: "Il picco di decessi colpa di un welfare che non protegge la salute". Gli over 90 si moltiplicano, oggi i più a rischio sono i "figli della Lupa"
Roma - L'Italia è un Paese di vecchi, ma non è un Paese per vecchi. Si spiega anche così il dato che più colpisce tra le stime 2015 degli indicatori demografici dell'Istat, ossia l'impennata nei decessi.
L'anno scorso sono stati 653mila, il 9,1 per cento in più rispetto al 2014. Il tasso di mortalità (10,7 per mille) è il più alto dal secondo Dopoguerra, mentre la popolazione è sempre più anziana e, per la seconda volta dal 1952, si riduce (-2,3 per mille) nonostante il lieve aumento di residenti stranieri. «Di queste nuove stime - spiega Alessandro Rosina, professore di Demografia nella Facoltà di Economia dell'Università Cattolica di Milano - colpisce tutto. Crollano le nascite, aumentano le persone che si trasferiscono all'estero e, appunto, aumentano anche i decessi».

Quali sono le cause di questo picco?
«La popolazione invecchia. E il problema non è solo la fascia di ultrasessantacinquenni, in crescita, ma quanti tra questi arrivano a 80 e anche a 90 anni. Quando, se il welfare non è forte, non sostiene e non incoraggia comportamenti adeguati per la difesa e il supporto delle condizioni di salute, è facile che arrivi un'impennata come questa. Insomma, se c'è vento forte, gli alberi più deboli cadono». Quindi mentre i baby boomers invecchiano, sono sempre più a rischio i «figli della Lupa», i tanti nati sotto il fascismo, che incentivava la natalità.
«Diciamo che è un campanello d'allarme. Ora la natalità non cresce, anzi. E in Italia la componente fragile della popolazione continua ad aumentare. Le conseguenze sono da valutare con attenzione». Il trend riguarda tutte le Regioni, dal Sud al Nord. «Sì, il fenomeno non è specifico di una parte del territorio, è diffuso in tutta la nazione. Ovviamente è una questione generale che anche gli altri paesi, ma ribadisco che è anche un segnale che dovremmo cogliere».
Che cosa ci dice questo picco di decessi?
«Ci dice che dobbiamo costruire una società diversa, piuttosto che tirare avanti questo welfare che gravita molto sulle famiglie e poco sul sostegno alle fasce più deboli, che sono in crescita costante. Se il tasso di mortalità è il più alto dal Dopoguerra è perché nel Dopoguerra non avevamo tanti anziani. Non dobbiamo guardare il passato, ma impegnarci a costruire un percorso futuro che tenga conto del fatto che diventiamo una società con sempre più grandi anziani, ossia over 80 e 85. A questa componente fragile serve un'attenzione diversa».
Eppure negli ultimi due anni il tasso di mortalità era sceso. Solo un caso?
«No, affatto. Ci sono anni più favorevoli e anni che lo sono meno. Per due anni molti di questi anziani sono riusciti a tirare avanti, ingrossando le fila di quella popolazione fragile, potenzialmente a rischio decesso. Come sappiamo la morte non può essere evitata, solo posticipata. Basta poco - fattori climatici, un'epidemia di influenza - e siccome la popolazione a rischio è maggiore, il dato dei decessi si compensa e il picco ha evidenza statistica».
E a questo si accompagna il calo delle nascite(la politica per la famiglia nel nostro paese è dimenticata da decenni, invece si preferisce parlare di panzane quali la "stepchild adoption"!!!).
«La demografia è come un edificio. Stiamo aggiungendo piani in alto, piuttosto incerti e fragili, e erodiamo sempre più le basi di questo edificio, sia con il calo del tasso di natalità sia perché molti se ne vanno, non trovando prospettive in questo Paese».
Non avrà mica ragione chi scappa da questo palazzo pericolante?
«Secondo me no. Ma certo bisogna consolidarlo. Migliorando le condizioni di vita per gli anziani e rinforzando il peso quantitativo dei giovani ma anche il loro contributo qualitativo al processo di crescita del Paese, evitando che vadano via o - se l'hanno già fatto - offrendo qualcosa per cui valga la pena tornare. L'Italia di potenzialità ne ha, ma ora è come un terreno fertile coltivato male. Se vogliamo che dia buoni frutti, dobbiamo coltivarlo meglio, insieme».
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