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mercoledì 17 giugno 2020

“SU PASQUALE ZAGARIA C’È STATO UN GRAVE ERRORE DEL MIO UFFICIO”

SULLA SCARCERAZIONE DEL BOSS DEI CASALESI L’EX DIRETTORE DETENUTI E TRATTAMENTO DEL DAP GIULIO ROMANO AMMETTE: “E' STATO ACCERTATO UN ERRORE NELL’INDICAZIONE DELLA POSTA ELETTRONICA”

IL PROBLEMA SAREBBE NEL SISTEMA “CALLIOPE” CHE CONSENTE DI OTTENERE UNA RICEVUTA ALLA PEC.

MA QUANDO L’INVIO AVVIENE PER POSTA ORDINARIA…

Da www.lastampa.it

 

pasquale zagariaPASQUALE ZAGARIA

«Su Pasquale Zagaria c’è stato un grave errore del mio ufficio». E’ una piena assunzione di responsabilità quella di Giulio Romano, ex direttore detenuti e trattamento del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, rispetto alla scarcerazione del boss del clan dei Casalesi e fratello di Michele, detto “Capastorta”.

 

Romano lo ha dichiarato davanti alla Commissione parlamentare antimafia che lo ha voluto sentire sulla circolare del 21 marzo scorso relativa alla segnalazione all’autorità giudiziaria di detenuti con patologie e a rischio di complicazioni e sulla questione delle scarcerazioni e le misure alternative per detenuti nell’ambito dell’emergenza coronavirus.

 

giulio romano dap 1GIULIO ROMANO DAP

«E’ stato accertato un errore nell’indicazione della posta elettronica del dipendente del tribunale di Sassari, imputabile all’ufficio e al personale della direzione che io dirigevo – ha spiegato Romano».

 

alfonso bonafede francesco basentini 1ALFONSO BONAFEDE FRANCESCO BASENTINI









Il problema sembra risiedere nel sistema Calliope che consente di ottenere una ricevuta alla posta certificata. Quando però l’invio avviene per posta ordinaria «non sai mai se è arrivata». Di questo problema «nessuno si era reso conto in precedenza e il problema ancora oggi è irrisolto».

ALFONSO BONAFEDE MARCO TRAVAGLIOALFONSO BONAFEDE MARCO TRAVAGLIO

 

Romano ha inoltre raccontato di essere andato via di sua spontanea volontà. «Bonafede (il ministro della giustizia, ndr) non mi ha mai chiesto di dimettermi, così come non lo hanno fatto il capo e il vicecapo del Dap.

 

Anzi, il vicecapo mi ha detto che secondo lui non dovevo andare via». Romano ha però deciso di andarsene «perché la lotta alla mafia è la cosa su cui non si può transigere» e per il clamore suscitato dalla circolare per cui la circolare equivale alle scarcerazioni.

 

«Io penso che questo sia sbagliato – ha detto Romano – ma il clamore mi ha privato della serenità per restare a svolgere quell’incarico».

 

giulio romano dap francesco basentiniGIULIO ROMANO DAP FRANCESCO BASENTINI

Il presidente della commissione antimafia, Nicola Morra, si è detto «esterrefatto» dalle parole di Romano. Per questo ha invitato l’ex direttore a presentarsi domani davanti alla Commissione.

pasquale zagaria 1PASQUALE ZAGARIA

 

francesco basentini alfonso bonafedeFRANCESCO BASENTINI ALFONSO BONAFEDE

Pasquale Zagaria era considerato la mente economica dei Casalesi. Si consegnò alle forze dell’ordine nel giugno del 2007 dopo 17 anni di latitanza.


Fonte: qui

mercoledì 12 febbraio 2020

Confiscati beni per 100 milioni all'imprenditore in affari con i Casalesi


La Dia di Napoli ha notificato il decreto di confisca definitiva, emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), nei confronti di Alfonso Letizia, imprenditore attivo in particolare nel settore della produzione e della vendita del calcestruzzo.

Dalle indagini svolte dalla Dia è stato non solo ricostruito «il suo reale assetto patrimoniale» ma è emersa anche «la sua 'pericolosità qualificatà, derivante dai rapporti emersi con il clan dei Casalesi, fazione Schiavone - sottolinea la Dia in una nota - nel delicato e strategico settore della produzione e fornitura del calcestruzzo».



La Dia ricorda che l'imprenditore «era stato arrestato dalla Dia nel 2011» nell'ambito dell'operazione «Il Principe e la (scheda) ballerina». L'imprenditore, ricorda la Dia, era considerato dagli investigatori «il riferimento della famiglia Schiavone, poiché metteva stabilmente a disposizione dell'organizzazione i propri impianti di produzione del calcestruzzo e le proprie strutture societarie ottenendo, di contro, l'ingresso nel cartello delle aziende oligopoliste che l'associazione imponeva sui cantieri presenti nel mercato casertano». (

I decreti di sequestro e di confisca emessi dal Tribunale, in seguito alla proposta del direttore della Dia, eseguiti nel 2014 e nel 2018, sono stati confermati dalla Corte di Appello di Napoli e definitivamente dalla Corte Suprema di Cassazione. I beni acquisti al patrimonio dello Stato, per un valore di circa 100 milioni di euro, sono: sei aziende (operanti nel settore edile e immobiliare, dell'estrazione di inerti, della produzione e vendita del calcestruzzo); 70 immobili, tra cui terreni e fabbricati, in vari comuni della provincia di Caserta e due in Cavezzo (Modena); 28 auto/motoveicoli; numerosi rapporti finanziari.

Fonte: qui

mercoledì 15 gennaio 2020

94 ARRESTI IN UN MAXI BLITZ CONTRO LA MAFIA MESSINESE CON OLTRE 600 I MILITARI COINVOLTI


L'INCHIESTA HA PORTATO ANCHE AL SEQUESTRO DI 150 IMPRESE. 
DECAPITATI I CLAN MAFIOSI DEI BATANESI E DEI BONTEMPO SCAVO. 

GLI INDAGATI SONO IN TUTTO 194 

L'INDAGINE COINVOLGE ANCHE IMPRENDITORI E PROFESSIONISTI INSOSPETTABILI COME UN NOTAIO ACCUSATO DI CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA…
(ANSA) - I carabinieri del Ros e la Guardia di Finanza hanno arrestato 94 persone nel corso del più imponente blitz mai messo a segno contro i clan mafiosi messinesi dei Nebrodi. Oltre 600 i militari coinvolti nell'operazione che è stata coordinata dalla Dda di Messina, guidata dal procuratore Maurizio de Lucia. L'inchiesta ha portato anche al sequestro di 150 imprese. Decapitati i clan mafiosi dei Batanesi e dei Bontempo Scavo. Gli indagati sono in tutto 194.
MANETTEMANETTE

Delle 94 misure emesse 48 sono provvedimenti di custodia cautelare in carcere, le altre di arresti domiciliari. In cella sono finiti i vertici delle famiglie mafiose dei Batanesi e dei Bontempo Scavo, gregari, estortori e "colonnelli" dei due clan storici dei Nebrodi. Le accuse sono, a vario titolo, di associazione mafiosa, truffa aggravata, intestazione fittizia di beni, estorsione, traffico di droga.

carabinieriCARABINIERI
L'indagine coinvolge anche imprenditori e professionisti insospettabili come un notaio accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Il gip di Messina che ha emesso l'ordinanza, Sergio Mastroeni, ha analizzato oltre 30mila pagine di atti giudiziari. L'indagine è stata condotta dai carabinieri del Ros, del comando provinciale di Messina e del Comando Tutela Agroalimentare e dai Finanzieri del Comando provinciale di Messina. I particolari dell'operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa che si terrà, alle 11, nell'aula magna della corte d'appello di Messina, a cui parteciperà il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho.

Fonte: qui

lunedì 23 dicembre 2019

CI RIPULISCONO E CI SBEFFEGGIANO: PER I BORSEGGIATORI ROM L’ITALIA “È UN PAESE DI HANDICAPPATI”

LE INTERCETTAZIONI DI UNA BANDA DI MILANO DEDITA A FURTI E BORSEGGI, DOVE IL NOSTRO PAESE E' CONSIDERATO UN "PARADISO"(VISTO CHE FANNO QUEL CHE VOGLIONO) 

L’ESCAMOTAGE È SEMPRE LO STESSO, LE BORSEGGIATRICI FERMATE VENGONO RILASCIATE PERCHÉ INCINTE. E APPENA ESCONO RICOMINCIANO A RUBARE 


«L'ITALIA È IL PARADISO DEGLI ZINGARI». COSA PENSANO DI NOI I ROM BORSEGGIATORI
Lorenzo Gottardo per “Libero Quotidiano”
borseggiatrici rom in metroBORSEGGIATRICI ROM IN METRO
Per loro l' Italia era «un paradiso per gli zingari», ma anche «un Paese di handicappati»: così si legge in una delle intercettazioni realizzate dalla polizia di Stato. E come dargli torto? Grazie a una buona conoscenza della legge, la banda di nomadi riusciva in breve tempo a far liberare le proprie componenti anche quando venivano arrestate in flagranza per i borseggi compiuti in metropolitana.
L' escamotage era sempre lo stesso. Le donne risultavano essere in stato di gravidanza, oppure qualcuno si presentava dalle forze dell' ordine con un bambino in fasce che richiedeva le attenzioni della madre. Così, nella maggior parte dei casi, il giudice propendeva per il differimento della pena. Anche a fronte di reati ripetuti nel tempo, o di un cumulo rilevante di anni di condanna. Questo il sistema di cui si avvaleva la famiglia Omerovic, un clan nomade temuto e rispettato, capace di arricchirsi grazie ai furti con destrezza che i suoi membri compivano a danno di ignari turisti nelle principali città italiane.
muharem omerovicMUHAREM OMEROVIC
A interrompere il sodalizio criminale, che si muoveva da nord a sud seguendo i flussi di visitatori stranieri nel nostro Paese, è stata l' operazione, «Ieri, oggi, domani» - la scelta del nome è un voluto riferimento al famoso film del 1963 in cui Sophia Loren riusciva ogni volta a evitare il carcere grazie a una lunga serie di opportune maternità - realizzata dagli agenti della Squadra Mobile di Milano tra mercoledì 11 e giovedì 12 dicembre. In quei due giorni sei persone, tutte di cittadinanza bosniaca, sono finite in manette con l' accusa di associazione a delinquere, mentre altri due destinatari dell' ordinanza di custodia cautelare risultano ancora irreperibili.
campo rom con limousine a milanoCAMPO ROM CON LIMOUSINE A MILANO
Come ricostruito dagli inquirenti, il clan degli Omerovic aveva una struttura verticale con una suddivisione precisa dei compiti da eseguire. Ai tre uomini spettava l' organizzazione logistica dei colpi da mettere a segno (decidere in quale città spostarsi, individuare gli appartamenti dove risiedere, portare le complici sul posto e contattare gli avvocati in caso di arresto), mentre le donne si occupavano della loro realizzazione materiale.
Fino a 2500 euro al giorno, ovvero tra i 20 e i 30 mila euro al mese: tanto riuscivano a guadagnare le migliori ladre degli Omerovic prendendo di mira soprattutto comitive di turisti orientali, considerati prede più facili da avvicinare e con una maggiore disponibilità di denaro contante nel portafoglio. «Giapponesi, qua ci sono tanti giapponesi», è una delle frasi che si ripetono più di frequente nelle intercettazioni.
muharem omerovic 1MUHAREM OMEROVIC 
Ai vertici del clan c' era «Bimbo», il 38enne capofamiglia Muharem Omerovic che, insieme a figli e parenti, si godeva il frutto del quotidiano «lavoro» delle sue donne. I borseggi ripetuti, infatti, garantivano grosse cifre e una vita di lusso tra auto di grossa cilindrata - Porsche, Maserati e Bmw sono solo alcuni dei marchi che il gruppo si poteva permettere - e costose vacanze all' estero.
Per telefono, Rasid (alias «Leone»), figlio 26enne di Muharem, si vanta di un weekend trascorso a Montecarlo in occasione del gran premio di Formula Uno: «Una cosa da vip spendendo 1400 euro per i biglietti». Il padre «Bimbo», meno loquace, solo in poche occasioni parla del giro d' affari di famiglia.
borseggiatrici rom in metro 1BORSEGGIATRICI ROM IN METRO
Come accade con la moglie, durante una trasferta a Venezia, per lamentarsi dei magri guadagni: «Adrijana, questa settimana solo 2 mila», una cifra insufficiente persino per ripagare le spese.
Perché di spese la famiglia Omerovic ne aveva diverse. A cominciare da un singolare servizio di babysitter sudamericane, pagate con uno «stipendio» di circa 800 euro mensili, per prendersi cura dei bambini nati da poco. Senza la preoccupazione dei figli, infatti, le donne del clan potevano concentrarsi sui borseggi, mentre le babysitter si preoccupavano di recapitare i minori presso questura e carabinieri. Giusto in tempo per chiedere il differimento della pena.
borseggiatrici romBORSEGGIATRICI ROM
Ma i figli minori tornavano molto utili anche per impedire di farsi sfrattare dalle case popolari Aler in cui gli Omerovic abitavano (una in viale Famagosta e l' altra in via Bolla): il capofamiglia pagava subito tre mensilità tutte in anticipo, poi iniziava l' occupazione abusiva e allontanarlo diventava impossibile. A tradirli alla fine è stata, però, la loro stessa avidità e le minacce ripetute nei confronti di un loro parente alla lontana: gli avevano chiesto 20 mila euro in cambio del loro permesso per vivere a Milano, ma lui ha preferito rivolgersi alle forze dell' ordine.

SCIPPATRICI DA DUEMILA EURO AL GIORNO
le ville degli horvat nicoliniLE VILLE DEGLI HORVAT NICOLINI
L'Italia, per loro che vivono di furti e borseggi, è «un paradiso». Di più: «un paradiso per zingari». Il paese del «divertimento» e «degli affari». Una specie di Disneyland, per gli uomini e le donne della banda degli Omerovic, che dai loro covi nelle case popolari occupate abusivamente in via Bolla e viale Famagosta, partivano verso piazza del Duomo, verso le stazioni e le fermate della metropolitana.
E per dieci ore, ogni giorno, si dedicavano all' unica cosa che hanno sempre fatto nella vita, sin dalla tenera età: rubare portafogli e cellulari da borse, zaini e giacche dei turisti (soprattutto i giapponesi, considerati i più sprovveduti e carichi di contante).
Attività che arrivava a fruttare anche 30 mila euro al mese: fino a 1500 euro al giorno se una era particolarmente «brava». Un paese di «handicappati», l' Italia, per il clan famigliare capeggiato da Muharem Omerovic, detto Bimbo, 38 anni.
campo nomadi di via candoni alla muratella (roma) 5CAMPO NOMADI DI VIA CANDONI ALLA MURATELLA (ROMA)roma termini banda di rom tenta di rapinare i passanti e aggredisce un poliziotto 2ROMA TERMINI BANDA DI ROM TENTA DI RAPINARE I PASSANTI E AGGREDISCE UN POLIZIOTTO
Un gruppo smantellato dalla tenacia degli agenti della sezione criminalità straniera della Squadra Mobile, diretti da Vittorio La Torre, che hanno ricostruito la loro organizzazione, fatta di borseggiatrici in perenne stato di gravidanza, di uomini che le accompagnavano e che chiamavano gli avvocati in caso di guai, di babysitter sudamericane compiacenti, che portavano i bimbi piccoli in Questura per far schivare l' arresto alle madri, e in generale di una «buona conoscenza del sistema penale italiano».
le baby rom video ilmessaggero 8LE BABY ROM VIDEO ILMESSAGGERO 
L' ordinanza di custodia cautelare del gip Maria Cristina Mannocci riguarda otto persone (due delle quali ancora attivamente ricercate), cinque uomini e tre donne, per reati di associazione a delinquere finalizzata al furto con destrezza. Cinque portano il cognome Omerovic, nomadi presenti anche in Spagna (a Barcellona, dove dispongono di ville e altri possedimenti immobiliari) e Portogallo, paesi nei quali sono stati rintracciati due indagati, grazie alla cooperazione europea tra forze di polizia.
CAMPO NOMADI CASTEL ROMANOCAMPO NOMADI CASTEL ROMANO
Sono di origine bosniaca, anche se alcuni sono nati a Roma, mentre altre due donne sono croate. Quasi tutti con un soprannome (Leone, Bodri, Lenka, Vava, Koka).
Il loro nomadismo è dettato dall' esigenza di andare a colpire nelle principali città turistiche, o ai grandi eventi come il Salone del Mobile.
campo nomadi castel romanoCAMPO NOMADI CASTEL ROMANO
E Milano, con il boom turistico degli ultimi anni, era diventata per loro territorio di «caccia» prediletto. Tanto per ribadire quanto fossero ritenuti «fessi» gli italiani, è emblematica una conversazione emersa a proposito dell' appartamento Aler in cui «Bimbo» si era sistemato, al numero 4 di viale Famagosta. Immobile dove ha «smesso di pagare l' affitto dopo qualche mese, ben sapendo che con i figli piccoli conviventi sarebbe stato cacciato difficilmente», mette in evidenza il gip nel suo provvedimento. «Lì Bimbo ha preso un appartamento, ha pagato due mesi poi niente. Sta lì, non devono uscire e deve venire il tribunale (...), si paga l' anticipo e poi non esci più, finché non ti mandano via», si dicono due indagati.
le baby rom video ilmessaggero 7LE BABY ROM VIDEO IL MESSAGGERO 
L' indagine nasce da una denuncia di estorsione presentata nei confronti di Bimbo, che però non ha trovato riscontri. Quello che è uscito dalle intercettazioni, invece, è la dedizione quotidiana al furto. Donne di 30 anni già madri di 7 o 8 figli, che stanno in strada tutto il giorno, o sulla metro, puntando le vittime («ho visto un buon giapponese»), e cercando di evitare la polizia («ci conoscono»). E gli uomini che prevalentemente si dedicano alla bella vita (biglietti da 1.400 euro al Gran Premio di Monaco: «Un weekend da milionario»).
«Mia moglie è una brava, lo fa da quando ha 12 anni, porta anche 2.000 euro al giorno, sennò mica tenevo la Porsche Panamera», afferma orgoglioso Bimbo, a proposito dell' abilità della coniuge. A volte, però, gli incassi non erano quelli sperati. Rasid, per esempio, si lamenta perché la moglie ha portato «solo 200 euro», e la invita a darsi da fare, perché vuole un' Audi R8 cabrio, da 85mila euro. Fonte: qui

lunedì 16 dicembre 2019

LA LUNGA LISTA DEI NEMICI DI FABRIZIO PISCITELLI ANDAVA DA COSA NOSTRA AI RESIDUI DI BANDA DELLA MAGLIANA, DAI CLAN DI OSTIA AI PADRONI DELLE PIAZZE DI SPACCIO A TOR BELLA MONACA FINO A UN AMBIZIOSO NARCOTRAFFICANTE GRECO

I CAZZOTTI A SANTE FRAGALÀ, IL RUOLO DI “BARBONCINO” E LE MINACCE DI RAPPRESAGLIA: “PISCITELLI PENSA CHE NON CI PUÒ ESSERE UN MATTO CHE PRENDE E GLI TIRA UNA SVENTAGLIATA SUL PORTONE, NON LO CAPISCE…”
Giuseppe Scarpa per “il Messaggero”

diabolikDIABOLIK
Si scrive Fragalà, Fittirillo, Esposito, Vallante e Anxhelos. In realtà si legge Cosa Nostra, la banda della Magliana, i clan di Ostia, i padroni delle piazze di spaccio a Tor Bella Monaca e un ambizioso narcotrafficante greco. La lista dei nemici di Fabrizio Fabietti e Fabrizio Piscitelli è lunga. Ma è soprattutto composta da personaggi temibili. Pericolosi, tuttavia, erano diventati anche il duo Fabietti-Diabolik. Con il primo che aveva il vero ruolo di regista della banda, capace di tenere testa ai mafiosi siciliani.

A REBIBBIA
A dimostrazione della sua sfrontatezza (nelle carte di un'inchiesta di giugno dei carabinieri del Ros) è riportato un episodio avvenuto a Rebibbia: il nove marzo del 2016 Fabietti stende in carcere Sante Fragalà: «Arriva e senza parlare prende e mi dà due pugni in faccia», spiega Fragalà in una conversazione intercettata. Il motivo dell'aggressione gliela spiega Fabietti. Uomini vicini a Sante avevano estorto soldi a Fabietti senior.
diabolikDIABOLIK

Sante incassa i pugni ma medita vendetta. I Fragalà non sono esattamente dei principianti nel mondo della mala. Vestono i gradi di ufficiali del crimine, sono un clan catanese affiliato ai Santapaola e da anni hanno messo le mani sul litorale romano. Quando Fabietti viene scarcerato nella primavera del 2016 arriva la punizione: botte e 200 mila euro di risarcimento pagati per ristorare la famiglia Fragalà.

BARBONCINO
Ma Fabietti dimostra di non essere un tipo da farsi troppi scrupoli. E con l'amico Diabolik scala le gerarchie del narcotraffico romano fino a entrare in collisione con Marco Esposito, ribattezzato Barboncino, uno dei signori di Ostia. Anche lui è un ambiziosissimo narcotrafficante, che deve però patire la defezione del pugile e picchiatore Kevin Di Napoli. Di Napoli, infatti, con la prospettiva di migliori guadagni decide di passare armi e bagagli dalla parte del Diablo e di Fabietti, abbandonando così il suo vecchio datore di lavoro.

diabolik gianluca iusDIABOLIK GIANLUCA IUS
Nel frattempo, tra i due gruppi, ci sono anche altri problemi. Barboncino è debitore di Fabietti. La vicenda si sarebbe però risolta, nella primavera del 2018, grazie alla intermediazione di Fabio Di Francesco: «Io voglio creare una pace globale», spiega lo stesso in una conversazione intercettata dalla finanza. Ma se con Barboncino, Diabolik e Fabietti dovevano usare i guanti bianchi, con altri criminali potevano permettersi di azionare Di Napoli.

Il 2 aprile 2018 Fabietti ordinava al pugile: «Ti devi portare altri due che menano forte, per sfondarlo (al greco Mirashi Anxhelos) lo dobbiamo mandare all'ospedale poi - si legge nelle carte dell'inchiesta grande raccordo criminale - andiamo a chiedergli i soldi». Una lezione, per un debito non saldato, che doveva rimanere anonima. Diabolik, però, aveva fatto capire ad Anxhelos chi aveva organizzato il suo pestaggio: ovvero lui con il socio. Un azzardo che avrebbe potuto portare a delle rappresaglie. Così, infatti, replica Aniello Marotta a Fabietti: «Piscitelli (...) pensa che non ci può essere un matto che prende e gli tira una sventagliata sul portone, non lo capisce». La conversazione si chiude così.
fabrizio piscitelli foto mezzelani gmt004FABRIZIO PISCITELLI FOTO MEZZELANI GMT004

LA BANDA
Fabietti si riforniva di droga anche da Roberto Fittirillo. Uno dei sicari della Banda della Magliana, da cui aveva comprato partite di droga per milioni di euro. Un uomo dal grilletto facile che, per Enrico De Pedis e soci, uccise 5 persone nei primi anni Ottanta. In una conversazione intercettata il 20 giugno del 2018, si parla di cifre non completamente saldate da parte di Fabietti. E il disappunto di Fittirillo viene comunicato al socio del Diablo da Danilo Perni: «Rappresentava come Fittirillo si fosse lamentato di un presunto ammanco di denaro», scrive il Gico della finanza.

LE MINACCE
fabrizio piscitelli diabolik 4FABRIZIO PISCITELLI DIABOLIK 4
Con Vincenzo Vallante di Tor Bella Monaca, Fabietti vanta invece un credito. Vallante gli deve 90mila euro. «Mo' gli faccio zompare la ferramenta... lo faccio sfondare da Kevin, poi domani gli mando Pluto, lo faccio fratturare». Il padre di Vallante, visto le intenzioni del boss, si rivolge tramite un intermediario a Piscitelli chiedendo la salvezza del figlio. E Diabolik all'intermediario: «Portamelo su a Grottaferrata, che ci parlo una volta per tutte così finisce sta storia». La lista dei nemici di Piscitelli e Fabietti era veramente lunga. Fonte: qui

giovedì 12 settembre 2019

Napoli, selfie di Salvini col figlio del capoclan. Lui: "Non chiedo i documenti"

"Un caffè insieme al mio caro amico Matteo". Questa è la frase che accompagna la foto pubblicata sui social da Michele Matrone, figlio del boss Franchino "'a belva" di Scafati (uno dei killer più spietati alla corte di Pasquale Galasso e Carmine Alfieri a Scafati, nel Salernitano) che ha scattato un selfie a Vignola, in provincia di Modena, in compagnia del leader leghista Matteo Salvini.
Appare scontato che l'ex ministro dell'Interno non conosca la persona con cui si è lasciato immortalare, abituato a non sottrarsi ad alcun selfie. Ma intanto la foto con Salvini e il figlio del boss, scattata dopo il comizio in Emilia Romagna e pubblicata ieri dal quotidiano "Metropolis", ha fatto il pieno di like su Facebook, raccogliendo anche il consenso di alcuni consiglieri comunali di Scafati, prima che lo stesso autore decidesse di rimuoverla dalla sua bacheca a seguito del clamore generato dallo scatto rubato.
"Faccio migliaia di foto ogni giorno, non chiedo la carta d'identità a chi mi ferma per strada" ha dichiarato il leader della Lega, Matteo Salvini. Antonio, detto Michele, è il figlio di uno dei boss più sanguinari dell'area vesuviana, Franchino, arrestato nel 2012 ad Acerno dopo una lunga latitanza, su cui già dal 1984 pendeva l'accusa di associazione a delinquere insieme ad un gruppo di criminali vicini a Carmine Alfieri e Pasquale Galasso. Dal 2007 Franchino aveva fatto perdere le sue tracce, dopo che i giudici del tribunale di Nocera Inferiore avevano notificato il mandato di cattura a suo carico per il coinvolgimento nell'omicidio di Salvatore Squillante nel 1980 in un agguato di camorra.
Dalla Corte d'Appello nel 2009 era giunta la conferma della condanna all'ergastolo, prima dell'arresto avvenuto tre anni dopo. Ed anche Michele (l'autore del selfie), ex titolare di una ditta di pompe funebri, annovera una condanna in primo grado per estorsione, usura, intestazione fittizia e riciclaggio, nell'ambito di un processo che coinvolge i clan Loreto e Ridosso di Scafati. Da qualche anno vive in Emilia Romagna e domenica scorsa si era recato ad assistere al comizio di Salvini, scattando una foto che ha generato non pochi imbarazzi.
Una scivolata social, una gaffe a cui Salvini non è nuovo, dato che già nel 2018 era stato immortalato in Calabria e in Puglia con esponenti della malavita locale, in entrambi i casi in maniera casuale. Ma proprio i selfie, tra i perni della strategia comunicativa dell'ex ministro dell'Interno, rischiano spesso, come dimostra anche questa vicenda, di trasformarsi in clamorosi autogol per Matteo Salvini, che al termine di ogni comizio si avvicina alla platea per trasmettere l'immagine del politico vicino alle persone e ai loro problemi. Uno strumento, tuttavia, da maneggiare con molta cura, per evitare di figurare con compagnie imbarazzanti.
Le reazioni
"Siamo rimasti allibiti per la foto che ritrae Matteo Salvini con il figlio di un notissimo boss della camorra salernitana. Sarebbe stato il giovane a postare lo scatto, accompagnato dalla scritta: 'Un caffè insieme al mio caro amico Matteo'" dichiarano Andrea Caso e Francesco Urraro, membri campani della Commissione parlamentare Antimafia, con la portavoce Virginia Villani della Commissione Lavoro alla Camera.
"Il ministro del 'più selfie per tutti' - proseguono - ci ha abituati in 14 mesi ad ogni tipo di foto, ballo ed esibizione canora, ma, se la politica balneare al Papeete poteva farci pure sorridere, qui invece c'è da piangere perché getta ombre su una persona che è stata ministro dell'Interno fino al giuramento del nuovo esecutivo. Per questo motivo chiediamo pubblicamente a Salvini di chiarire al più presto la sua posizione, meglio ancora se lo facesse in Commissione Antimafia".
"Il segretario della Lega ci dica se la foto è stata scattata quando era ministro, se è davvero amico di Michele Matrone ed i suoi rapporti con lo stesso. Poco conta dove è stata fatta, scandalizzano certi comportamenti da parte di chi aveva il compito di contrastare la criminalità organizzata. Certe foto - proseguono i 5 Stelle - non sono solo passaggi per i social network, come un cittadino onesto potrebbe pensare. No, al Sud certe foto sono molto di più, sono lette talvolta dalle sigle mafiose locali come l'apertura di uomini dello Stato a poteri antistatali. Specie quando la Lega è al governo della città, come in provincia di Salerno, a Scafati (comune sciolto per camorra nel 2017), dove il clan Matrone è stato protagonista di loschi rapporti tra politica e camorra. Adesso c'è il rischio che questo selfie possa essere interpretato come un pericoloso messaggio e noi non possiamo assolutamente consentire che la questione passi in secondo piano. Salvini chiarisca subito".
Il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra, "appoggia in pieno" la richiesta dei colleghi Caso e Urraro di avere chiarimenti da parte dell'ex ministro dell'Interno e capo della Lega.
Un selfie "inquietante" non in quanto tale, perché "è probabile infatti che l'ex ministro non sapesse neanche con chi si stava facendo la foto", ma perché "ancora una volta assistiamo a un'adesione formale e pubblica di esponenti e familiari della criminalità organizzata alle attività politiche di Salvini". La pensa così Francesco Emilio Borrelli, consigliere regionale campano dei Verdi.
Secondo Borrelli, "se davvero Salvini avesse fatto una dura lotta spietata alla mafia e alla camorra, di certo non godrebbe di un tale consenso proprio negli ambienti malavitosi. Ancora più inquietante - aggiunge - è il sistema di adesioni di personaggi con vicende giudiziarie gravissime che in massa stanno aderendo proprio alla Lega di Salvini in Campania. Invitiamo il partito e la magistratura a fare le dovute verifiche per evitare gravi inquinamenti e condizionamenti mafiosi nelle prossime tornate elettorali", conclude l'esponente dei Verdi. Fonte: qui

venerdì 9 agosto 2019

CHI HA UCCISO “DIABOLIK”? – FABRIZIO PISCITELLI SI ERA FATTO MOLTI NEMICI CON LA SUA VOGLIA DI ESPANDERSI VERSO LE PIAZZE DI SPACCIO DEL TUSCOLANO, DI PORTA FURBA E DELLA ROMANINA

LA SCORTA, L’AUTISTA, L’ARMA INCEPPATA: TUTTO QUELLO CHE NON TORNA 
LA PISTA DELLA MAFIA ALBANESE... 



ROMA, AGGUATO A DIABOLIK LA PISTA DELLA MAFIA ALBANESE
Estratto dell’articolo di Alessia Marani e Giuseppe Scarpa per “il Messaggero”

Fabrizio Piscitelli Diabolik Foto Mezzelani GMTFABRIZIO PISCITELLI DIABOLIK FOTO MEZZELANI GMT
Chi ha portato a dama Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik, il capo ultrà della Curva Nord della Lazio? Chi ha tradito l'amico? Un rebus per gli investigatori, che ora indagano per omicidio volontario aggravato dal metodo mafioso. C'è una pista: Diablo si sentiva ormai così spavaldo e invincibile che alla fine ha pestato i piedi a qualcuno di pesante.

E il fatto che fosse andato a un appuntamento nel Parco degli Acquedotti di Cinecittà, zona storicamente gestita dai napoletani della Tuscolana legati alla Camorra ma ora, dopo una serie di arresti eccellenti, passata sotto il controllo dei cavalli albanesi emergenti, porta ai Balcani. Gente con cui, in realtà, Piscitelli, in passato arrestato per narcotraffico e su cui fino alla morte erano rimasti accesi i fari della Dda che con i carabinieri stava indagando su un nuovo giro di droga a Roma Est, avrebbe sempre stretto patti e fatto affari. Tanto che tra i suoi guardaspalle più fidati difficilmente mancava la batteria dei pugili albanesi, un'amicizia cementata dal comune tifo laziale.  
(…)
roma, ucciso fabrizio piscitelli alias diabolik 3ROMA, UCCISO FABRIZIO PISCITELLI ALIAS DIABOLIK















LA SCORTA, L'ARMA INCEPPATA, L'AUTISTA NUOVO TUTTO QUELLO CHE NON TORNA DELL'OMICIDIO
Estratto dell'articolo Alessia Marani e Giuseppe Scarpa per “il Messaggero”

fabrizio piscitelli diabolik 11FABRIZIO PISCITELLI DIABOLIK
La scorta che ogni giorno lo seguiva, ma che per qualche ora non è rimasta insieme a lui. La guardia del corpo che non reagisce e sostiene di non avere visto in faccia il killer. La pistola che si inceppa mentre il sicario tenta di sparare il secondo colpo. La tranquillità ostentata per tutta la mattinata, prima dal barbiere e poi nello studio di un tatuatore. E ora, riavvolgendo il nastro e mettendo in fila tutti i buchi neri dell'inchiesta sull'omicidio del Diabolik ultrà della Lazio, il teschio che Fabrizio Piscitelli si era appena fatto tatuare sulla gamba diventa quasi un presagio di morte.
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fabrizio piscitelli diabolik 10FABRIZIO PISCITELLI DIABOLIK 

L'AUTISTA
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E così, sempre mercoledì, prima dell'appuntamento con il killer, Diabolik fa una capatina nelle sede degli Irriducibili, in via Amulio 47, quartiere Appio. Con lui l'onnipresente guardia del corpo. Un massiccio judoka cubano che gli fa anche da autista. Vanno a pranzo in un ristorante. Poi, arrivano le 18.50. In una panchina del parco degli Acquedotti si consumano gli ultimi secondi di vita di Piscitelli. Accanto a lui, c'è la guardia del corpo.

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Gli inquirenti non hanno dubbi: Diabolik doveva incontrarsi con qualcuno che conosceva. All'improvviso alle spalle piomba un uomo. Un colpo dietro l'orecchio e il capo ultras muore. Il killer è un professionista: con freddezza si avvicina e con altrettanto distacco si allontana dalla scena del crimine. L'assassino resta lucido, anche quando la pistola si inceppa mentre cerca di premere il grilletto per la seconda volta, puntando verso il cubano. Il caraibico è terrorizzato.

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Il cadavere di Fabrizio Diabolik Piscitelli Diabolik Foto Mezzelani GMTIL CADAVERE DI FABRIZIO DIABOLIK PISCITELLI DIABOLIK FOTO MEZZELANI









DAL NEGOZIO AL TUSCOLANO ALLA VILLA «MA COSÌ SI ERA FATTO MOLTI NEMICI»
Estratto dell'articolo di Chiara Rai per “il Messaggero”

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«Fabrizio voleva espandersi sempre di più. Era partito da Ponte Milvio ma si era preso le piazze di spaccio di Tuscolano, Porta Furba e Romanina, grazie all'appoggio dei napoletani». A parlare è Marco (nome di fantasia), conoscente di Diabolik da oltre vent'anni che preferisce rimanere anonimo. Ha conosciuto Fabrizio Piscitelli, il capo ultrà della Lazio assassinato mercoledì pomeriggio nel parco degli Acquedotti a Roma, ai tempi in cui frequentava la sezione di destra di via Ottaviano e aveva in tasca la tessera del Fronte della Gioventù.
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«Militava con Massimo Carminati, Ciavardini e gli altri di quel giro racconta insomma quelli della sezione di Prati. Lo conoscono tutti negli ambienti di destra e a parte il suo ruolo indiscutibile di leader negli Irriducibili si è fatto diversi nemici, ha pestato i piedi a tanta gente».

LA SCALATA
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Marco racconta l'ascesa di Diabolik, la volontà di espandersi: «Grazie agli eredi del boss Michele Senese si era fatto largo in un territorio che notoriamente è dei Casamonica». E i Casamonica acquistavano cocaina da Senese come testimoniato dall'operazione dei carabinieri di Frascati Gramigna bis. Secondo il conoscente di vecchia data ci sarebbero stati episodi che avrebbero creato una situazione di non ritorno, rapporti irreparabili. Tra questi le dichiarazioni di Piscitelli rese in radio subito dopo il raid nel bar giallorosso H501 di Casal Bertone portato a termine da un gruppo di esponenti della Curva Nord che devastarono il locale a sprangate e ferirono un uomo.
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Ad avere la peggio fu un 48enne, altro esponente di rango degli ultrà giallorossi e con aderenze in ambienti dell'ultradestra: «Se la venissero a prendere con noi», aveva detto dalla radio degli Irriducibili il leader Diabolik. Anche quel territorio, quel bar, sembrerebbe fosse frequentato dai Casamonica. «Un altro affronto dopo aver preso le loro piazze di spaccio?», prosegue Marco.
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(...) La sua vita di lusso non è passata inosservata: «Ormai si sentiva il capo di una zona che però non comandava realmente lui continua Marco da Grottaferrata dove conduceva una vita lussuosa, sempre oltre le possibilità di qualsiasi imprenditore di successo, scendeva giù alla Romanina, ce l'aveva ai piedi. Una volta lo hanno fermato a Castel Madama per un brutto litigio con un nomade. Anche lì volarono minacce di morte. Diabolik verrà ricordato da tutti come l'ultrà della Lazio, amato dalla famiglia degli Irriducibili e questo è giusto ma chi lo conosceva bene sa quanti sgarri ha fatto e poi il resto è cronaca, è stato ucciso alla luce del sole, di fronte a tutti. Un messaggio chiaro: ha pagato il suo conto».

Fonte: qui

DOV’ERANO FINITI MERCOLEDÌ SERA GLI ALBANESI CHE SOLITAMENTE FACEVANO LA “SCORTA” A FABRIZIO PISCITELLI? 
LA CACCIA AL KILLER TRA I CLAN DEL NARCOTRAFFICO DELLA CAPITALE E IL RACCONTO DELL’AUTISTA CUBANO DI “DIABOLIK” 
INTANTO IL LUOGO DELL’AGGUATO È DIVENTATO META DI PELLEGRINAGGIO DEI TIFOSI LAZIALI...
Francesco Casula per “il Fatto Quotidiano”

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È nei contrasti con i gruppi criminali che gestiscono il traffico di droga a Roma, in particolare quelli albanesi, che potrebbe essere maturato l' omicidio di Fabrizio Piscitelli, il 53enne per decenni capo ultrà della Lazio conosciuto come "Diabolik", ucciso mercoledì sera a Roma. È la pista su cui stanno lavorando i poliziotti della Squadra mobile che nelle ultime ore hanno eseguito una serie di perquisizioni e ascoltato testimoni e conoscenti di Diabolik.
FABRIZIO PISCITELLI DIABOLIKFABRIZIO PISCITELLI DIABOLIK

Il supertestimone, l' autista cubano che ha accompagnato la vittima nel parco degli Acquedotti, ha raccontato ai poliziotti guidati dal dirigente Luigi Silipo che il killer aveva la pelle bianca e indossava un abbigliamento da runner. Il sicario ha esploso un colpo che ha freddato Piscitelli mentre era ancora seduto sulla panchina. Un colpo sparato all' altezza dell' orecchio sinistro, dall' alto verso il basso come ha confermato l' autopsia eseguita ieri mattina.

roma, ucciso fabrizio piscitelli alias diabolik 3ROMA, UCCISO FABRIZIO PISCITELLI ALIAS DIABOLIK
Un' esecuzione in perfetta modalità mafiosa: dopo essere stato attirato in trappola, Diabolik è stato giustiziato alla presenza delle numerose persone che alle 19 si trovavano nel parco. Poi il killer è fuggito a piedi percorrendo via Lemonia. Gli inquirenti, intanto, non confermano l' ipotesi che dopo aver sparato a Piscitelli, il killer avrebbe provato ad aprire il fuoco contro il suo autista, che si sarebbe salvato solo grazie all' inceppamento dell' arma.
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Le indagini sono dirette dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma che ha ipotizzato l' aggravante della modalità mafiose. All' origine del delitto forse debiti non pagati: recentemente a Diabolik era stata restituita una villa a Grottaferrata e una parte dei beni che gli erano stati sequestrati per oltre 2 milioni di euro. Il nome di Piscitelli era già spuntato in altre inchieste: anche in "Mafia capitale" dove per i carabinieri Diabolik avrebbe offerto supporto a Massimo Carminati gestendo con la "Banda di Ponte Milvio" lo spaccio di cocaina a Roma nord.
FUNERALI ROMA (A DESTRA FABRIZIO PISCITELLI VESTITO DA CARDINALE) - FOTO MEZZELANIFUNERALI ROMA (A DESTRA FABRIZIO PISCITELLI VESTITO DA CARDINALE) - FOTO MEZZELANI









A suscitare interrogativi è anche un altro dato: la strana assenza degli uomini di origine albanese che facevano da "scorta" al capo ultrà degli Irriducibili. Dal cellulare della vittima, nelle prossime ore, potrebbero arrivare nuovi e determinanti elementi per ricostruire l' agguato e soprattutto risalire ai suoi autori.

roma, i tifosi della lazio omaggiano fabrizio piscitelli alias diabolik 2ROMA, I TIFOSI DELLA LAZIO OMAGGIANO FABRIZIO PISCITELLI ALIAS DIABOLIK 
Gli investigatori stanno infatti recuperando tabulati e altri dati dal telefono della vittima per confermare l' ipotesi investigativa di un appuntamento diventato una trappola. Intanto i poliziotti analizzano le immagini catturate dalle telecamere di video sorveglianza della zona: dettagli che potrebbero offrire impulsi decisivi per l' attività investigativa.

roma, i tifosi della lazio omaggiano fabrizio piscitelli alias diabolik 1ROMA, I TIFOSI DELLA LAZIO OMAGGIANO FABRIZIO PISCITELLI ALIAS DIABOLIK








Il luogo dell' agguato è meta di un pellegrinaggio di amici e tifosi. Sulla panchina fiori ma anche sciarpe e vessilli laziali per l' uomo che dal 1987 guidava il gruppo egemone della Curva Nord laziale, estremista di destra, per anni al centro di redditizie attività legate al merchandising biancoceleste fino allo scontro, recentemente ricomposto, con il presidente della Lazio Claudio Lotito. Striscioni "Diablo vive" davanti alla sede degli Irriducibili, non lontana dal luogo dell' agguato e al Colosseo, dove però è durato poco. A lutto anche gli ultrà romanisti: "Oltre i colori. Riposa in pace Diabolik".

Fonte: qui