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venerdì 28 febbraio 2020

A PESCARA UN 47ENNE È STATO CONDANNATO A 11 ANNI DI CARCERE PER AVER ABUSATO SESSUALMENTE DELLE FIGLIE MINORENNI: OGNI NOTTE L’UOMO SI INFILAVA NEL LETTO DELLE PICCOLE E LE VIOLENTAVA

LA MOGLIE, CHE ERA A CONOSCENZA DEGLI ABUSI E AVEVA DECISO DI ACCETTARE I COMPORTAMENTI DEL MARITO, È STATA CONDANNATA A 4 ANNI E 6 MESI DI RECLUSIONE 
IL CALVARIO PER LE BIMBE È FINITO QUANDO…

bambina stuprata 4BAMBINA STUPRATA 
Una vicenda torbida e agghiacciante, che ha avuto luogo in un paesino dell’entroterra di Pescara, si è conclusa con una sentenza di condanna ad 11 anni di carcere per un uomo di 47 anni, che ha abusato sessualmente delle due figlie minorenni, e a 4 anni e 6 mesi di reclusione per la madre 44enne delle ragazze, che ha coperto per anni il marito. I fatti, risalenti ad un periodo compreso tra il 2012 e il 2016, si sono svolti in un clima familiare degradato e asfissiante.

bambina stuprata 3BAMBINA STUPRATA 
Non solo la madre, ma anche gli zii e i cugini sapevano. Tutti, però, con il proprio comportamento omertoso, diventato addirittura ostile e minaccioso quando la ragazza più grande ha iniziato a mostrare segni di insofferenza, hanno contribuito a disorientare le giovani vittime.

Le due ragazze, di conseguenza, sono cresciute facendo fatica a comprendere cosa fosse normale e senza riuscire a distinguere con esattezza il bene dal male. Poi, confrontandosi con un coetaneo, diventato il suo fidanzatino, la figlia maggiore ha iniziato a prendere coscienza di ciò che era stata costretta a subire.
bambina stuprata 2BAMBINA STUPRATA 

Si è confidata anche con la nonna materna, la quale, nell’agosto del 2017, ha deciso di sporgere querela. Subito è scattata l’inchiesta, culminata nella formulazione delle accuse di violenza sessuale aggravata nei confronti di entrambi i genitori.

Quanto emerso nel corso del dibattimento lascia senza parole. Il padre dormiva sistematicamente nel letto con la figlia più grande, sottoponendola ad abusi sessuali. Anche la figlia più piccola fu costretta, in diverse occasioni, a subire abusi dello stesso tipo.
bambina stuprata 1BAMBINA STUPRATA 

L’uomo, che in famiglia si mostrava “sistematicamente violento ed aduso a non tollerare rifiuti e frustrazioni”, imponeva le sue pratiche perverse “con condotta minacciosa”. Il tutto senza che la madre muovesse un dito.

BAMBINI MINORI ABUSIBAMBINI MINORI ABUSI
Come ricostruito dall’accusa, infatti, la donna scelse deliberatamente di tollerare le condotte del marito, “delle quali era a conoscenza”, sia in riferimento “all’anomala condivisione del letto con la figlia maggiore”, sia “per avere assistito in numerose occasioni” agli abusi del marito, sia per “essere stata esplicitamente informata” dalla figlia minorenne circa le condotte dell’uomo, “senza adottare alcuna azione a difesa della stessa” e dunque, di fatto, concorrendo alla violenza sessuale. In alcune occasioni, addirittura, dopo avere assistito agli abusi sulle ragazzine, la donna rise dell’accaduto davanti alle figlie. 

Fonte: qui

sabato 22 febbraio 2020

STUDENTESSE AMERICANE VIOLENTATE A FIRENZE: CONDANNATO A 5 ANNI E 6 MESI UN EX CARABINIERE

PER LUI È SCATTATA ANCHE L'INTERDIZIONE DAI PUBBLICI UFFICI: DOVRÀ PAGARE UN RISARCIMENTO ALLA VITTIMA, AL COMUNE DI FIRENZE E ALL’ARMA DEI CARABINIERI 
L'ALTRO COLLEGA IN SERVIZIO QUELLA SERA, ERA GIÀ STATO CONDANNATO A 4 ANNI E 8 MESI. 
I DUE EX MILITARI AVREBBERO VIOLENTATO LE DUE RAGAZZE AGENDO IN MODO “REPENTINO E INASPETTATO”….

marco camuffoMARCO CAMUFFO
Il tribunale di Firenze ha condannato a 5 anni e 6 mesi l’ex carabiniere Pietro Costa, uno dei due militari accusati di violenza sessuale per aver abusato di due studentesse americane nella notte tra il 6 e il 7 settembre 2017 dopo averle riaccompagnate a casa dalla discoteca con l’auto di servizio. Costa era imputato nel processo insieme al collega di servizio, l’ex appuntato Marco Camuffo, che era già stato condannato a 4 anni e 8 mesi di reclusione in rito abbreviato l’11 ottobre 2018.

Costa, presente in aula per tutta l’udienza, si è allontanato prima della lettura della sentenza. I giudici lo hanno condannato anche all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e al risarcimento dei danni alle parti civili, stabilendo una provvisionale di 30mila euro a favore della vittima che lo accusa della violenza sessuale, di 10mila euro per il Comune di Firenze, 10mila per il ministero della Difesa e 10mila per il comando generale dell’Arma dei carabinieri.

APPUNTATO SCELTO MARCO CAMUFFO CARABINIEREAPPUNTATO SCELTO MARCO CAMUFFO CARABINIERE
Secondo quanto denunciarono le due studentesse – accuse che poi confermarono in un lunghissimo incidente probatorio, in modalità protetta – i due carabinieri, che le avevano incontrate in una discoteca accanto al piazzale Michelangelo, le accompagnarono a casa con l’auto di servizio e, arrivati in borgo Santi Apostoli, entrarono nel palazzo dove, approfittando dello stato di ubriachezza delle due giovani, ebbero un rapporto sessuale con loro. Camuffo e Costa, messi alle strette da elementi di prova quali il dna sulle tracce di sperma rinvenute sugli abiti delle ragazze, ammisero di aver avuto rapporti sessuali, ma hanno sempre affermato che le studentesse fossero consenzienti.

STUDENTESSE AMERICANE IN UDIENZA A FIRENZESTUDENTESSE AMERICANE IN UDIENZA A FIRENZE
Per l’accusa, i due avrebbero agito abusando della qualità di carabiniere in servizio e avrebbero violato gli ordini impartiti dai superiori. Entrambe le ragazze salirono a bordo dell’auto in stato di ebbrezza alcolica: secondo il capo d’imputazione notificato a conclusione delle indagini, i due carabinieri avrebbero violentato le due ragazze agendo in modo “repentino e inaspettato”.

Il pubblico ministero Ornella Galeotti nella requisitoria aveva chiesto 5 anni e 6 mesi di reclusione per Costa. Il tribunale di Firenze inoltre aveva rigettato la richiesta di sospensione del processo a Pietro Costa: l’istanza era stata presentata questa mattina dai difensori dell’ex militare in vista del pronunciamento della Cassazione, atteso per l’8 aprile, sulla richiesta di ricusazione del giudice Marco Bouchard, presidente del collegio davanti a cui è in corso il processo.

La richiesta di ricusazione riguarda in particolare l’incarico ricoperto in passato dal giudice Bouchard come presidente di Rete Dafne Italia, una onlus per l’assistenza alle vittime di reati, e i rapporti della stessa Rete Dafne col comune di Firenze, che nel processo, che si celebra a porte chiuse, è parte civile. Anche la studentessa americana si è costituita parte civile, insieme al ministero della Difesa e all’Arma dei carabinieri.

Fonte: qui

A PAVIA UN’ALUNNA DI TREDICI ANNI ABUSATA SESSUALMENTE DAL PROF DURANTE LE LEZIONI: L'INSEGNANTE CONDANNATO A 5 ANNI E 4 MESI


IL DIRIGENTE SCOLASTICO, CHE È STATO ASCOLTATO COME TESTIMONE DURANTE IL PROCESSO, NON AVEVA PRESO ALCUN PROVVEDIMENTO NEI CONFRONTI DEL PROFESSORE IN ATTESA DELLA SENTENZA DEL TRIBUNALE
il professore e gli abusi sessuali su un'alunna di tredici anniIL PROFESSORE E GLI ABUSI SESSUALI SU UN'ALUNNA DI TREDICI ANNI

È stato condannato alla pena di 5 anni e 4 mesi di reclusione e al pagamento di una provvisionale di 30mila euro, il professore di una scuola media dell'Oltrepò Pavese accusato di abusi sessuali su un'alunna di tredici anni. La sentenza è stata emessa oggi dal tribunale di Pavia: la procura aveva chiesto per il professore, che ha 51 anni e si è sempre dichiarato innocente, la condanna a 7 anni. Il processo si è svolto a porte chiuse.

I fatti contestati all'insegnante sarebbero avvenuti tra il 2016 e il 2017 durante le lezioni di sostegno. E proprio in seguito al racconto della bambina, è scattata l'indagine sul docente accusato di violenza sessuale.

il professore e gli abusi sessuali su un'alunna di tredici anniIL PROFESSORE E GLI ABUSI SESSUALI SU UN'ALUNNA DI TREDICI ANNI
Il professore sino ad oggi ha continuato a svolgere la sua attività didattica nella stessa scuola media dove sarebbero avvenuti i fatti: il dirigente scolastico, che è stato ascoltato come testimone durante il processo, non aveva preso alcun provvedimento nei confronti dell'insegnante in attesa della sentenza del tribunale. I genitori dell'alunna si sono costituiti parte civile. I difensori del professore presenteranno quasi certamente ricorso in appello.

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mercoledì 12 febbraio 2020

Confiscati beni per 100 milioni all'imprenditore in affari con i Casalesi


La Dia di Napoli ha notificato il decreto di confisca definitiva, emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), nei confronti di Alfonso Letizia, imprenditore attivo in particolare nel settore della produzione e della vendita del calcestruzzo.

Dalle indagini svolte dalla Dia è stato non solo ricostruito «il suo reale assetto patrimoniale» ma è emersa anche «la sua 'pericolosità qualificatà, derivante dai rapporti emersi con il clan dei Casalesi, fazione Schiavone - sottolinea la Dia in una nota - nel delicato e strategico settore della produzione e fornitura del calcestruzzo».



La Dia ricorda che l'imprenditore «era stato arrestato dalla Dia nel 2011» nell'ambito dell'operazione «Il Principe e la (scheda) ballerina». L'imprenditore, ricorda la Dia, era considerato dagli investigatori «il riferimento della famiglia Schiavone, poiché metteva stabilmente a disposizione dell'organizzazione i propri impianti di produzione del calcestruzzo e le proprie strutture societarie ottenendo, di contro, l'ingresso nel cartello delle aziende oligopoliste che l'associazione imponeva sui cantieri presenti nel mercato casertano». (

I decreti di sequestro e di confisca emessi dal Tribunale, in seguito alla proposta del direttore della Dia, eseguiti nel 2014 e nel 2018, sono stati confermati dalla Corte di Appello di Napoli e definitivamente dalla Corte Suprema di Cassazione. I beni acquisti al patrimonio dello Stato, per un valore di circa 100 milioni di euro, sono: sei aziende (operanti nel settore edile e immobiliare, dell'estrazione di inerti, della produzione e vendita del calcestruzzo); 70 immobili, tra cui terreni e fabbricati, in vari comuni della provincia di Caserta e due in Cavezzo (Modena); 28 auto/motoveicoli; numerosi rapporti finanziari.

Fonte: qui

martedì 28 gennaio 2020

SARONNO, MORTI IN CORSIA: L’EX VICEPRIMARIO LEONARDO CAZZANIGA CONDANNATO ALL’ERGASTOLO


ACCUSATO DI 15 OMICIDI (12 PAZIENTI E TRE PARENTI DELLA SUA EX AMANTE, L'INFERMIERA LAURA TARONI) È STATO CONDANNATO PER TUTTI I CASI. INSIEME A LUI CONDANNATI ANCHE QUATTRO MEDICI DELLA STRUTTURA, ASSOLTO L'ONCOLOGO GIUSEPPE DI LUCCA

Pino Vaccaro per ilfattoquotidiano.it

LEONARDO CAZZANIGA SARONNOLEONARDO CAZZANIGA SARONNO
Ergastolo per l'ex vice primario del Pronto Soccorso di Saronno (in provincia di Varese), Leonardo Cazzaniga,  con isolamento diurno per tre anni, interdizione perpetua dei pubblici uffici, interdizione legale per la durata della pena, libertà vigilata per un tempo non inferiore a tre anni. È stata questa la sentenza pronunciata nel tardo pomeriggio di oggi, lunedì 27 gennaio, dalla Corte D’assise di Busto Arsizio, presieduta dal giudice Renata Peragallo, contro la figura chiave dell’inchiesta “Angeli e Demoni”. Il massimo della pena per Leonardo Cazzaniga, accusato di 15 omicidi volontari, condanne più lievi per altri quattro medici. Il dispositivo è stato letto poco dopo le 17: Cazzaniga è stato condannato per 12 casi e assolto per altri tre, cioé quello di Antonino Isgrò, quello di Maria Rita Clerici e quello di Domenico Brasca.

La Corte, inoltre, ha condannato i componenti della commissione medica interna d’inchiesta che aveva giudicato l’operato del medico. Condannato a 2 anni e 6 mesi il primario del pronto soccorso Nicola Scoppetta, 2 anni e 6 mesi per il direttore dei presidi Paolo Valentini, per il direttore sanitario dell’azienda sanitaria Roberto Cosentina e per il medico legale Maria Luisa Pennuto. È stato assolto invece l’oncologo Giuseppe Di Lucca. Cazzaniga doveva rispondere in aula dell’omicidio volontario di 12 pazienti e di 3 persone in ambito familiare.

LEONARDO cazzaniga laura taroniLEONARDO CAZZANIGA LAURA TARONI
Giudicato colpevole dell’omicidio volontario di Giuseppe Vergani, Luigia Lattuada, Angelo Lauria, Virginia Moneta, Antonietta Balzarotti, Pierfrancesco Leone Ferrazzi, Giovanni Borghi, Mario Volonté, Federico Mascazzini, Pietro Oliva. Pazienti terminali ai quali secondo la Procura di Busto aveva somministrato un sovradosaggio di farmaci con la chiara intenzione di uccidere. Un mix letale.


La tesi difensiva, viceversa, ha sempre respinto questa ricostruzione: per gli avvocati di Brescia, Andrea Pezzangora e Ennio Buffoli, infatti, il medico, colmando una lacuna dell’ospedale, praticava in situazione di emergenza medicina palliativa tentando con la somministrazione di farmaci di lenire le sofferenze dei pazienti. Ma non c’era alcuna intenzione omicida. Linea respinta dalla Corte D’Assise che lo ha condannato.

Oltre alle morti in corsia, Cazzaniga doveva rispondere del decesso di tre persone in ambito familiare, Massimo Guerra, Luciano Guerra e Maria Rita Clerici, rispettivamente marito, suocero e madre della sua ex amante, l’infermiera Laura Taroni, già condannata in primo e secondo grado a 30 anni di reclusione con rito abbreviato. La donna è stata ritenuta responsabile, in concorso, della morte della madre e del marito. Era stata invece assolta per l’omicidio del suocero Luciano Guerra.

LEONARDO cazzanigaLEONARDO CAZZANIGA
In mattinata, prima della lettura del dispositivo, Leonardo Cazzaniga aveva letto un messaggio nel quale aveva ringraziato diverse persone che gli sono state vicino, a partire dai propri avvocati e aveva ribadito la propria innocenza rispetto agli omicidi volontari contestati: “Ringrazio i miei due angeli custodi, i miei arcangeli guerrieri, per aver intrapreso un percorso titanico, per aver elaborato un’immensa quantità di dati con straordinaria arguzia, intelligenza, certosina pazienza.

Hanno creduto in me autenticamente, nella verità del mio agito. Il mio vivere, in toto, non è stato improntato al somministrare, indurre la morte, bensì il tentativo umanamente imperfetto di curare. Quando non ho più potuto far risplendere la vita mi sono attestato nel compito gravoso di intraprendere un cammino di vicinanza al morire, nel tentativo di rendere dignitosa la morte”. Il legale di Cazzaniga ha annunciato il ricorso in appello. 
Fonte: qui

sabato 25 gennaio 2020

LA CASSAZIONE DÀ RAGIONE AI RIDER DI 'FOODORA': “A LORO LE TUTELE DEL LAVORO SUBORDINATO”


IL 10 GENNAIO DEL 2019 NEL PROCESSO IN APPELLO IL TRIBUNALE DI TORINO AVEVA STABILITO PER I LAVORATORI CHE AVEVANO FATTO CAUSA IL RISARCIMENTO DEI PAGAMENTI E DEI CONTRIBUITI PREVIDENZIALI NON GODUTI, FACENDO ESPLICITO RIFERIMENTO AL…

Roberta Rotunno per il Fatto Quotidiano

foodoraFOODORA
La Cassazione chiude la disputa giuridica: i rider che consegnano cibo a domicilio sono lavoratori dipendenti e gli vanno gli riconosciute le tutele del lavoro subordinato. Le retribuzioni devono essere quelle previste dai contratti collettivi e non quelle "a cottimo" applicate oggi dalle piattaforme digitali. La Suprema Corte ha rigettato anche l' ultimo ricorso di Foodora contro la sentenza pronunciata un anno fa dalla Corte di appello di Torino.

La decisione è del 14 novembre, ma le motivazioni sono uscite ieri. Conferma il secondo grado, e assesta un altro colpo alla liberalizzazione selvaggia nel food delivery. Rider considerati "partite Iva", senza contratti, contributi, ferie o maternità. La negazione di questa base minima non è permessa dalla legge. Non solo per il "pacchetto rider" del decreto imprese, approvato in autunno e ancora non tutto in vigore, ma anche per lo stesso Jobs Act.

Questa causa è partita nel 2017 su iniziativa di alcuni ex fattorini co.co.co. di Foodora (che in Italia non è più operativa). La questione è stata affrontata in base alle norme della riforma renziana.
foodoraFOODORA

Uno dei decreti del Jobs Act stabilisce infatti che "si applica la disciplina del lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente". Come i rider, che non sono assunti dalle app, ma sono collaboratori "etero-diretti".

Quando l' applicazione chiede loro di consegnare un ordine, possono rifiutare di prenderlo in carico; una volta accettato, però, sono soggetti alle direttive del datore.

La Corte d' appello, ribaltando il Tribunale - che aveva dato ragione a Foodora - aveva detto che alla categoria si applicano diverse tutele del lavoro subordinato: le norme su sicurezza, retribuzione, orario, ferie e previdenza, ma non quelle sul licenziamento. Insomma, è escluso il risarcimento quando si viene cacciati ingiustamente.

foodoraFOODORA
Fu una piccola svolta, ma le piattaforme non l' hanno applicata sperando in un dietro-front della Cassazione. Che non è avvenuto.

"Non ha senso interrogarsi se tali forme siano collocabili nel campo della subordinazione o dell' autonomia - ha scritto la Corte - perché ciò che conta è che, in una terra di mezzo dai confini labili, l' ordinamento ha statuito espressamente l' applicazione delle norme sul lavoro subordinato".

A maggior ragione sarà così con le novità introdotte dal governo Conte 2 che specificano ancora più chiaramente il divieto di cottimo e l' obbligo di copertura Inail che partirà a febbraio. A breve è attesa anche una sentenza del Tribunale di Bologna su un ricorso Cgil contro l' algoritmo che associa le valutazioni ai rider, discriminatorio poiché viola il diritto di sciopero. "Le multinazionali non possono più nascondersi dietro il falso mito del 'nuovo' lavoro", ha commentato la segretaria nazionale Cgil, Tania Scacchetti.

Fonte: qui

lunedì 20 gennaio 2020

CASALEGGIO VUOLE PORTARE IN TRIBUNALE MOROSI E TRANSFUGHI DEL MOVIMENTO 5 STELLE: ATTIVANDO LE CLAUSOLE FIRMATE DA TUTTI GLI ISCRITTI GRAZIE A UN ASSIST DELL'AGENZIA DELLE ENTRATE, CHE HA DEFINITO ''OBBLIGO GIURIDICO'' LE RESTITUZIONI


QUESTO PER TAGLIARE LE GAMBE AL NUOVO MOVIMENTO DELL'EX MINISTRO FIORAMONTI, CHE SI CHIAMA ECO ED È PRONTO A PARTIRE…
Simone Canettieri per ''il Messaggero''
LUIGI DI MAIO - DAVIDE CASALEGGIO - PIETRO DETTORILUIGI DI MAIO - DAVIDE CASALEGGIO - PIETRO DETTORI
La citazione è già scritta.
Perché i vertici del M5S volevano presentarla a settembre, quando la senatrice Gelsomina Vono passò a Italia Viva. Ma alla fine si preferì lasciarla in un cassetto, invece di depositarla in tribunale. Ora le cose sono cambiate: il Movimento è pronto a chiedere ai parlamentari che se ne sono andati, e a quelli che saranno espulsi in quanto morosi, i soldi non restituiti dello stipendio, come da contratto sottoscritto quando accettarono la candidatura nel 2018.
IL PARERE
davide casaleggio luigi di maioDAVIDE CASALEGGIO LUIGI DI MAIO
A dare solidità a questa nuova battaglia legale è un documento dell' Agenzia delle Entrate che proprio lo scorso settembre stabilì che le restituzioni (minimo 2mila euro al mese) vanno inquadrate «non si tratta di donazioni ma dell' adempimento di un obbligo giuridico che i parlamentari eletti della XVIII legislatura sono tenuti ad assolvere proprio in virtù della qualifica soggettiva di eletti quali parlamentari».
Un pezzo di carta pesante, per il M5S, che punta così di incanalare la causa verso una vittoria dai contorni clamorosi.
luigi di maio lorenzo fioramontiLUIGI DI MAIO LORENZO FIORAMONTI
Nell' atto di citazione - di cui Il Messaggero è venuto a conoscenza - si spinge anche su un' altra leva per punire le tasche dei parlamentari che hanno deciso di lasciare il M5S: il rimborso per la campagna elettorale. Tecnicamente, infatti, al momento della candidatura tutti si impegnano a pagare una multa da 100mila euro in caso di passaggi di casacca.
Nessuno finora lo ha mai fatto spontaneamente.
Il M5S vuole convincere i giudici che da parte dei transfughi c' è stato comunque un impegno non rispettato perché, a fronte di una campagna elettorale totalmente a carico dei vertici, chi se ne va fa mancare il rispetto «dell' obbligo giuridico» con le restituzioni e reca, inoltre, un ulteriore danno economico al partito che gli pagò la corsa verso gli scranni di Palazzo Madama o Montecitorio.
lorenzo fioramontiLORENZO FIORAMONTI
In questa nuova guerra legale pronta a scoppiare sono importanti i giorni: la prossima settimana infatti scadranno i 10 giorni che i probiviri hanno dato di tempo ai morosi per mettersi in regola. Sono circa una trentina le lettere partite. Per chi non lo ha fatto e per le situazioni più gravi si procederà con l' espulsione o con la sospensione.
Due evenienze che spingeranno comunque i deputati e senatori nel mirino (i casi più gravi girano intorno alle otto unità) verso il gruppo Misto, dove Lorenzo Fioramonti sta brigando per costruire la sua nuova creatura, Eco. Anche l' ex ministro potrebbe finire in tribunale in quanto moroso: nel 2019 non ha verso un euro al Movimento. «E pensare che i 2 milioni raccolti dai parlamentari andranno per le scuole italiane», annotano con perfidia i vertici M5S.
lorenzo fioramonti 1LORENZO FIORAMONTI 
In questi giorni, i parlamentari indietro con le restituzioni si stanno attivando per cercare un compromesso con i vertici grillini. Adesso, però è pronta a piombare sulla partita interna la mossa legale che potrebbe convincere molti a pagare o addirittura a non spingersi verso il grande salto. Uno spauracchio anti-scissione? «In un certo senso sì, o meglio partendo dal diritto potrebbe sortire anche questi effetti politici», dice chi sta lavorando al dossier. D' altronde sono giorni caldi nell' universo pentastellato.
Di Maio assicura che nulla sarà come prima: la gestione collegiale del partito viene considerato uno scenario scontato. Il migliore. Perché c' è anche una fronda di ribelli che spinge per una dimissione netta del ministro degli Esteri. Fonte: qui

venerdì 19 luglio 2019

Protesta dei «forconi»: tutti assolti i sei canosini

La vicenda risale al Dicembre 2013 in occasione delle proteste nazionali

Protesta dei «forconi»: tutti assolti i sei canosini

CANOSA DI PUGLIA - Dopo cinque anni si è conclusa la vicenda dei sei canosini arrestati per gli episodi avvenuti durante le proteste cosiddette dei «Forconi». Il giudice Luigi Camporeale, in composizione monocratica del Tribunale Penale di Trani ha assolto i sei imputati tutti di Canosa di Puglia che il 30 gennaio 2014 erano stati destinatari di ordinanza di custodia cautelare. La sentenza è passata in giudicato. I fatti risalgono all’11 dicembre del 2013: in occasione della manifestazione nazionale di protesta, «dei Forconi», a sei canosini, quasi tutti attivisti della formazione di destra «Forza nuova», era stato contestato di aver utilizzato atteggiamenti minacciosi e violenza sulle cose creando tensione e panico tra i clienti presenti nell’Ufficio Centrale delle Poste e, secondo l’accusa, l’atteggiamento aveva determinato l’interruzione di pubblico servizio. Per quell’episodio furono accusati anche del reato di violenza privata aggravata e finirono ai domiciliari. Poi il processo e l'assoluzione.
«La protesta di quei giorni – ha commentato l’avv. Giovanni Patruno, uno dei difensori degli imputati – era legittima e figlia dell’insofferenza verso l’incapacità di una classe dirigente politica di trovare soluzioni adeguate ai problemi della gente comune dalla quale sembra distante e per certi versi insensibile. Dalle motivazioni depositate – continua l’avv. Patruno - emerge chiaramente che il mio assistito non ebbe alcun atteggiamento minaccioso ma, al contrario, si era prodigato per far conoscere a tutti le problematiche rimaste peraltro oggi irrisolte della categoria degli autotrasportatori nel rispetto di quelle che sono le prerogative di pubblico dissenso che anche la Costituzione garantisce».
«È stata una vicenda che si inserisce in un contesto socio-politico particolare e che ha creato in tutta Italia grande clamore- aggiunge l’avv. Michele D’Ambra difensore di Fabio D’Aquino, Claudio D’Aquino e Francesco Malcangio (gli altri due imputati sono stati difesi dagli avvocati Giambattista Pavone ed Enzo Princigalli, ndr) - tutti ricorderanno il periodo della “protesta dei forconi” che aveva coinvolto gran parte della popolazione. Una protesta partita dagli autotrasportatori, poi affiancati dagli agricoltori, dai commercianti e successivamente dagli appartenenti a diverse fasce di settori economici. I miei assistiti furono raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare alla fine di gennaio del 2014, nonostante rivendicassero a gran voce la loro innocenza e la estraneità ai fatti contestati hanno subìto diversi giorni di privazione della libertà, ma ancora più gravemente soprattutto per chi, come Malcangio, esercita una attività di frequente contatto con il pubblico in quanto commerciante, hanno subìto la privazione della dignità e della credibilità in primo luogo professionale ed in secondo luogo della dignità di uomo ed infine di marito e di genitore». I delitti contestati erano di elevato allarme sociale: dalla violenza privata aggravata alla interruzione dei pubblici servizi. «Tuttavia il Tribunale, sottoponendo al vaglio le prove che avevano determinato la custodia cautelare e dopo una adeguata valutazione ha ritenuto che i reati contestati fossero insussistenti. Il diritto di protestare civilmente non può essere frustrato, specie quando le rivendicazioni dei cittadini sono giustificate e non basta l’appartenenza ad una forza politica di destra come nel caso dei rappresentanti di Forza Nuova, per definire antigiuridico un comportamento perché questo è figlio di un retaggio ormai superato in Italia. L’attento e competente giudice - conclude l’avv. D’Ambra - ha sposato integralmente la tesi delle difese ed ha giustamente posto fine a un processo che si protraeva già da diversi anni, riabilitando anche giuridicamente i nostri assistiti». 
24 Dicembre 2018
Fonte: qui

lunedì 25 febbraio 2019

GIANNI ALEMANNO CONDANNATO A SEI ANNI CON L'ACCUSA DI CORRUZIONE E FINANZIAMENTO ILLECITO IN UNO DEI FILONI DELL'INCHIESTA "MONDO DI MEZZO"

MONDO MEZZO: ALEMANNO CONDANNATO A SEI ANNI
 (ANSA) - L'ex sindaco di Roma Gianni Alemanno è stato condannato a sei anni con l'accusa di corruzione e finanziamento illecito in uno dei filoni dell'inchiesta Mondo di mezzo. La sentenza è stata emessa dalla seconda sezione penale del tribunale di Roma.

Fulvio Fiano per roma.corriere.it


alemannoALEMANNO
Dimagrito e imbiancato, Gianni Alemanno attende in aula la sentenza che può condannarlo a cinque anni di carcere (in primo grado) per la presunta corruzione e finanziamento illecito di cui risponde in uno stralcio del processo Mafia Capitale. La camera di consiglio della corte è appena iniziata la sentenza attesa per l’ora di pranzo, al termine della contro replica della accusa. «Non è credibile che il sindaco di una delle più grandi città europee si sia reso responsabile di una corruzione di 40mila euro. Quanto ai finanziamenti, nessuna irregolarità c’è stata né tantomeno dolo» hanno sostenuto i difensori Pietro Pomanti e Franco Coppi al termine del loro intervento, chiedendone l’assoluzione.

La richiesta della procura
La procura ha chiesto per l’ex sindaco di Roma una condanna a cinque anni di carcere e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici per i reati di corruzione (quattro anni e sei mesi) e finanziamento illecito (sei mesi): secondo l’accusa, tra il 2012 e il 2014 Alemanno ha ricevuto tramite la sua fondazione Nuova Italia 223.500 euro da Salvatore Buzzi, d’accordo con Massimo Carminati. Per il pm Luca Tescaroli l’ex sindaco era «l’uomo politico di riferimento» di Mafia capitale in Comune. In virtù «del suo ruolo di sindaco» era «al vertice del meccanismo corruttivo» e «ha esercitato i propri poteri e funzioni illecitamente e curato la raccolta di indebite utilità, prevalentemente tramite fiduciari». Alemanno (prosciolto dall’accusa iniziale di associazione a delinquere) ribadisce la sua «completa innocenza: “è un teorema accusatorio – ha detto - esasperato e contraddittorio”.


alemanno salviniALEMANNO SALVINI
Pressioni e pagamenti
La vicenda giudiziaria dell’ex sindaco ha ricadute di attualità anche per l’ambito nel quale avrebbe asservito la sua funzione pubblica agli interessi privati. Le pressioni (e i pagamenti) di Carminati erano infatti diretti a far nominare ai vertici di Ama dirigenti che pilotassero l’appalto per la raccolta dei rifiuti organici indetto dalla stessa municipalizzata e per far sbloccare i crediti che Buzzi vantava con la pubblica amministrazione, la stessa Ama ed Eur spa. L’uomo di riferimento era l’ex amministratore delegato, Franco Panzironi, riconosciuto parte dell’associazione mafiosa e condannato in appello a 8 anni e quattro mesi nel filone principale del processo: «Attraverso la vendita della funzione di sindaco di Alemanno, e con l’ausilio del fidato Franco Panzironi – ha sostenuto in aula il pm Tescaroli - Mafia Capitale è riuscita ad ottenere il controllo del territorio istituzionale di Ama, target privilegiato dell’organizzazione».
gianni alemannoGIANNI ALEMANNOalemanno bossiALEMANNO BOSSI


Le mazzette
Quanto alle mazzette percepite, «l’ex sindaco ha ricevuto dalle società dei corruttori Buzzi, Carminati, Cancelli e Coltellacci, sul conto della Fondazione Nuova Italia (da lui presieduta ndr) sul quale erano delegati ad operare lui e Panzironi, 198mila euro. Altri 25mila sono stati bonificati da Buzzi al suo mandatario elettorale per la campagna delle amministrative del 2013», ha aggiunto il pm. Tanti soldi, alcuni dei quali, oltre 50mila euro, finanziamenti in chiaro per cene elettorali. A fronte di questi pagamenti, bilanci alla mano, le coop di Buzzi videro crescere i propri affari: «Il fatturato delle coop di Buzzi - ha spiegato il pm - dopo la nascita del rapporto con Carminati dell’associazione, che si colloca nel 2011, nell’amministrazione Alemanno aumentò considerevolmente: dai 26 milioni nel 2010 ai 46 del 2012». 

MONDO MEZZO:ALEMANNO, SENTENZA SBAGLIATA, IO INNOCENTE
 (ANSA) - "Una sentenza sbagliata. Ricorreremo sicuramente in appello dopo aver letto le motivazioni. Io sono innocente l'ho detto sempre e lo ribadirò davanti ai giudici di secondo grado". Lo ha detto l'ex sindaco di Roma Gianni Alemanno dopo la lettura della sentenza che lo condanna a sei anni nell'ambito dell'inchiesta Mondo di Mezzo.

Fonte: qui

“E’ PROVATO CON ASSOLUTA CERTEZZA IL RAPPORTO CORRUTTIVO ALEMANNO-BUZZI” 
NELLE MOTIVAZIONI DELLA CONDANNA A SEI ANNI PER L’EX SINDACO, I GIUDICI DELINEANO UNO SCENARIO TORBIDO: “SI MUOVEVA IN UN CONTESTO POLITICO DEGRADATO, SUCCUBE DI LOGICHE CRIMINALI. LA FONDAZIONE ‘NUOVA ITALIA’ HA RAPPRESENTATO PER L'IMPUTATO UN SALVADANAIO CUI ATTINGERE AL MOMENTO DEL BISOGNO…”
Ilaria Sacchettoni per il “Corriere della sera - Edizione Roma”

SALVATORE BUZZI - LUCIANO CASAMONICA - GIANNI ALEMANNOSALVATORE BUZZI - LUCIANO CASAMONICA - GIANNI ALEMANNO
Un sindaco, Gianni Alemanno, «che si muoveva in un contesto politico molto degradato» e «succube di logiche criminali» sia pure ancora non interamente disvelate. Un imprenditore, Salvatore Buzzi, abile nel coltivare rapporti con la pubblica amministrazione e che aveva trovato nell'allora sindaco un interlocutore privilegiato. Nel motivare la sentenza di condanna a sei anni di carcere per corruzione i giudici confermano: «Provato con assoluta certezza il rapporto corruttivo Alemanno-Buzzi (Salvatore Buzzi, patron delle coop, ras di Mafia Capitale, ndr)».

la cena poletti alemanno casamonica buzziLA CENA POLETTI ALEMANNO CASAMONICA BUZZI
I metodi impiegati dall'ex sindaco per governare la città sono, secondo i magistrati, censurabili: «Il modulo organizzativo utilizzato dal sindaco Alemanno non è stato di certo un valido presidio a garanzia della trasparenza, dell'economicità ed efficienza nell' operato dell'amministrazione ma ha contribuito alla formazione di zone d' ombra idonee a generare comportamenti distorsivi e illegittimi». Accertato il rapporto corruttivo con il ras delle cooperative.

Un rapporto mediato, in qualche caso (soprattutto nel periodo della sindacatura) dal suo fiduciario Franco Panzironi, già presidente dell'Ama nonché tesoriere della fondazione «La Nuova Italia»: «Quest'ultimo (Panzironi, ndr) costituiva infatti l'anello di congiunzione fra le cooperative sociali di Buzzi ed Ama spa».
PAOLO IELOPAOLO IELO

O meglio «una proiezione esecutiva» di Alemanno. Quanto alla fondazione è stata, secondo i giudici, il «portamonete» personale dell'allora sindaco: «Che la Fondazione Nuova Italia abbia rappresentato per l' imputato un salvadanaio cui attingere al momento del bisogno è circostanza ulteriormente confermata dai trasferimenti di denaro avvenuti in costanza dei rapporti di consulenza tecnica intercorso tra Alemanno e la fondazione a partire dal 28 giugno 2013».

Secondo gli investigatori che hanno approfondito per i pm Cascini, Ielo e Tescaroli il ruolo di Alemanno all' interno della fondazione, la cifra trasferita a quest' ultimo in un anno (dall' estate 2013 a quella 2014), è stata di circa 62mila euro. Una somma ingiustificata se si pensa al contributo effettivo offerto da Alemanno alla fondazione, dicono i giudici: «I trasferimenti di denaro, effettuati in seguito alla cessazione della sindacatura di Alemanno, dimostrano invece come l'attività di consulenza (teoricamente formalizzata, ndr ) si sia in realtà tradotta in una ridicola finzione necessaria a giustificare sul piano contabile i molteplici spostamenti di denaro».
ALEMANNO PANZIRONIALEMANNO PANZIRONI

Tirando le somme la fondazione «Nuova Italia» è stata un «salvagente per assicurarsi un sostentamento economico personale una volta terminato il periodo della sua sindacatura». Nel rapporto fra il sindaco di centrodestra e l' imprenditore del centrosinistra si realizza, secondo i giudici, un meccanismo di perfetto equilibrio: «La sindacatura di Alemanno è stata vantaggiosa per Buzzi: le tre cooperative si aggiudicarono appalti per 9,6 milioni di euro, 3.6 in più rispetto alla sindacatura di Veltroni». Alemanno, concludono i giudici, «motivato dalla prospettiva di conseguire un indebito tornaconto personale mostrandosi disponibile a spendere la propria qualità di sindaco per risolvere i problemi delle coop di Buzzi si è inserito in quella logica negoziale simmetrica che tradizionalmente caratterizza le fattispecie corruttive». Fonte: qui