
Visualizzazione post con etichetta Tor Bella Monaca. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tor Bella Monaca. Mostra tutti i post
mercoledì 10 giugno 2020
lunedì 16 dicembre 2019
LA LUNGA LISTA DEI NEMICI DI FABRIZIO PISCITELLI ANDAVA DA COSA NOSTRA AI RESIDUI DI BANDA DELLA MAGLIANA, DAI CLAN DI OSTIA AI PADRONI DELLE PIAZZE DI SPACCIO A TOR BELLA MONACA FINO A UN AMBIZIOSO NARCOTRAFFICANTE GRECO

I CAZZOTTI A SANTE FRAGALÀ, IL RUOLO DI “BARBONCINO” E LE MINACCE DI RAPPRESAGLIA: “PISCITELLI PENSA CHE NON CI PUÒ ESSERE UN MATTO CHE PRENDE E GLI TIRA UNA SVENTAGLIATA SUL PORTONE, NON LO CAPISCE…”
Giuseppe Scarpa per “il Messaggero”
Si scrive Fragalà, Fittirillo, Esposito, Vallante e Anxhelos. In realtà si legge Cosa Nostra, la banda della Magliana, i clan di Ostia, i padroni delle piazze di spaccio a Tor Bella Monaca e un ambizioso narcotrafficante greco. La lista dei nemici di Fabrizio Fabietti e Fabrizio Piscitelli è lunga. Ma è soprattutto composta da personaggi temibili. Pericolosi, tuttavia, erano diventati anche il duo Fabietti-Diabolik. Con il primo che aveva il vero ruolo di regista della banda, capace di tenere testa ai mafiosi siciliani.
A REBIBBIA
A dimostrazione della sua sfrontatezza (nelle carte di un'inchiesta di giugno dei carabinieri del Ros) è riportato un episodio avvenuto a Rebibbia: il nove marzo del 2016 Fabietti stende in carcere Sante Fragalà: «Arriva e senza parlare prende e mi dà due pugni in faccia», spiega Fragalà in una conversazione intercettata. Il motivo dell'aggressione gliela spiega Fabietti. Uomini vicini a Sante avevano estorto soldi a Fabietti senior.
Sante incassa i pugni ma medita vendetta. I Fragalà non sono esattamente dei principianti nel mondo della mala. Vestono i gradi di ufficiali del crimine, sono un clan catanese affiliato ai Santapaola e da anni hanno messo le mani sul litorale romano. Quando Fabietti viene scarcerato nella primavera del 2016 arriva la punizione: botte e 200 mila euro di risarcimento pagati per ristorare la famiglia Fragalà.
BARBONCINO
Ma Fabietti dimostra di non essere un tipo da farsi troppi scrupoli. E con l'amico Diabolik scala le gerarchie del narcotraffico romano fino a entrare in collisione con Marco Esposito, ribattezzato Barboncino, uno dei signori di Ostia. Anche lui è un ambiziosissimo narcotrafficante, che deve però patire la defezione del pugile e picchiatore Kevin Di Napoli. Di Napoli, infatti, con la prospettiva di migliori guadagni decide di passare armi e bagagli dalla parte del Diablo e di Fabietti, abbandonando così il suo vecchio datore di lavoro.
Nel frattempo, tra i due gruppi, ci sono anche altri problemi. Barboncino è debitore di Fabietti. La vicenda si sarebbe però risolta, nella primavera del 2018, grazie alla intermediazione di Fabio Di Francesco: «Io voglio creare una pace globale», spiega lo stesso in una conversazione intercettata dalla finanza. Ma se con Barboncino, Diabolik e Fabietti dovevano usare i guanti bianchi, con altri criminali potevano permettersi di azionare Di Napoli.
Il 2 aprile 2018 Fabietti ordinava al pugile: «Ti devi portare altri due che menano forte, per sfondarlo (al greco Mirashi Anxhelos) lo dobbiamo mandare all'ospedale poi - si legge nelle carte dell'inchiesta grande raccordo criminale - andiamo a chiedergli i soldi». Una lezione, per un debito non saldato, che doveva rimanere anonima. Diabolik, però, aveva fatto capire ad Anxhelos chi aveva organizzato il suo pestaggio: ovvero lui con il socio. Un azzardo che avrebbe potuto portare a delle rappresaglie. Così, infatti, replica Aniello Marotta a Fabietti: «Piscitelli (...) pensa che non ci può essere un matto che prende e gli tira una sventagliata sul portone, non lo capisce». La conversazione si chiude così.
LA BANDA
Fabietti si riforniva di droga anche da Roberto Fittirillo. Uno dei sicari della Banda della Magliana, da cui aveva comprato partite di droga per milioni di euro. Un uomo dal grilletto facile che, per Enrico De Pedis e soci, uccise 5 persone nei primi anni Ottanta. In una conversazione intercettata il 20 giugno del 2018, si parla di cifre non completamente saldate da parte di Fabietti. E il disappunto di Fittirillo viene comunicato al socio del Diablo da Danilo Perni: «Rappresentava come Fittirillo si fosse lamentato di un presunto ammanco di denaro», scrive il Gico della finanza.
LE MINACCE
Con Vincenzo Vallante di Tor Bella Monaca, Fabietti vanta invece un credito. Vallante gli deve 90mila euro. «Mo' gli faccio zompare la ferramenta... lo faccio sfondare da Kevin, poi domani gli mando Pluto, lo faccio fratturare». Il padre di Vallante, visto le intenzioni del boss, si rivolge tramite un intermediario a Piscitelli chiedendo la salvezza del figlio. E Diabolik all'intermediario: «Portamelo su a Grottaferrata, che ci parlo una volta per tutte così finisce sta storia». La lista dei nemici di Piscitelli e Fabietti era veramente lunga. Fonte: qui
martedì 12 novembre 2019
DOPO UN ANNO DI LATITANZA, ARRESTATO CLAUDIO DE WITT, CONSIDERATO UNO DEI BOSS DELLA DROGA A ROMA

SECONDO LE INCHIESTE ERA CAPACE DI REPERIRE 30 CHILI DI COCAINA A SETTIMANA IN SPAGNA
CONDANNATO A 12 ANNI PER TRAFFICO INTERNAZIONALE DI COCAINA, AVEVA APPROFITTATO DI UN RICOVERO PRESSO UNA COMUNITÀ TERAPEUTICA PER EVADERE…
Marco De Risi per “il Messaggero”
Dopo un anno di latitanza, gli uomini della squadra mobile, gli hanno messo le manette ai polsi. Si chiama Claudio De Witt, calvo, mezza età, considerato un uomo di peso nelle dinamiche del narcotraffico a Roma. Un boss capace, secondo le inchieste, di reperire 30 chili di cocaina a settimana, attraverso la Spagna. La mobile romana, diretta da Luigi Silipo, non ha mai mollato la presa, convinta che Claudio De Witt potesse avere contatti con più organizzazioni criminali e che, quindi, era un pericoloso trafficante da catturare al più presto.
Gli uomini di San Vitale sono riusciti a sapere che il latitante si nascondeva a Casal Bruciato, lungo la via Tiburtina, e hanno stretto il cerchio. Ieri il colpo di scena: da uno stabile di via Diego Angeli, è stato visto uscire De Witt che è salito su una Bmw per recarsi a Centocelle, la zona dove coltiverebbe intrecci criminali. Al ritorno il latitante è stato bloccato e si è subito arreso. È stato prima portato in Questura, poi in carcere.
IL PERSONAGGIO
De Witt era riuscito a sottrarsi all'ordinanza di custodia cautelare nella recente operazione Amico Mio, rendendosi latitante, come aveva fatto nel 2011 quando, dopo essere stato condannato a 12 anni per traffico internazionale di cocaina, aveva approfittato di un ricovero presso una comunità terapeutica per evadere. Un passato, che secondo gli inquirenti, indica la possibilità di agganci del boss che è riuscito per due volte e in modo rocambolesco, a fuggire.
Un episodio inquietante si è verificato qualche giorno fa nel palazzo di via Diego Angeli dove si rifugiava il ricercato: un feroce tentato omicidio. Qualcuno ha scaricato una pistola contro il pregiudicato Maurizio Mattiozzi, anche lui residente nello stabile, che si è salvato per pura casualità. Quando il killer ha sparato alla testa, da distanza ravvicinata, si è inceppata la pistola. Circa la possibilità che sia stata veramente una coincidenza, gli investigatori non si sbilanciano.
La squadra mobile, con la recente operazione Amico Mio, ha fatto terra bruciata intorno all'organizzazione di De Witt, arrestando una decina di persone che avrebbero avuto ruoli nel campo del narcotraffico.
In casa di De Witt, tra l'altro, fu trovato un mobile costruito in modo molto ingegnoso: all'apparenza una credenza normale, ma bastava girare un pomello per scoprire tanti doppi fondi, dove furono trovate armi e droga. L'inchiesta su Claudio De Witt è stata collegata a un'altra del 2016. Così la polizia ha scoperto una serie d'intrecci e di alleanze nella criminalità romana. Il ricercato aveva rapporti al Prenestino, al Tufello, a Centocelle con pregiudicati di elevato spessore criminale, a cui sono stati sequestrati pistole e munizioni. La polizia ha accertato che, quando De Witt, era ai domiciliari nella comunità terapeutica aveva rapporti con esponenti della 'ndrangheta.
Fonte: qui

NEL BLITZ ANTIDROGA FINISCE IN MANETTE VINCENZO NASTASI DETTO "O' PRINCIPE", IL CAPO DELLO SPACCIO: E' STATO TRADITO DA UNA TORTA DA BOSS CONDIVISA SUI SOCIAL
LA SUA BANDA GESTIVA AFFARI PER 20MILA EURO AL GIORNO
AVEVA CREATO UN SISTEMA PERFETTO: SOTTO DI LUI I DIPENDENTI SI DIVIDEVANO IN PUSHER E VEDETTE, PER UN TOTALE DI 24 PERSONE. STIPENDIATI, CON LA COPERTURA LEGALE IN CASO DI ARRESTO E L'EVENTUALITÀ DI ESSERE LICENZIATI NELL'IPOTESI DI "SCARSA DEDIZIONE"
LA CENTRALE DELLA DROGA ERA IN UN EDIFICIO DI 38 ALLOGGI DI PROPRIETA’ DEL COMUNE DI ROMA...
A. Mar. e Giu. Sca. per “il Messaggero”
Tradito dai social e dalle manie di grandezza stile Gomorra. Quando ad agosto del 2017, appena partita l'indagine dei carabinieri di via Parasacchi che ha portato al suo arresto, Vincenzo Nastasi, detto Bambo, ma chiamato anche O' principe in ossequio al personaggio della serie tv tutta spari e sangue ricavata dal romanzo di Roberto Saviano, ha festeggiato il suo 27esimo compleanno, non poteva che festeggiare da vero boss.
Anche se era ai domiciliari e con il divieto assoluto di comunicare con persone diverse da quelle che abitavano con lui, quel giorno le porte della sua casa al civico 64 scala L di via dell'Archeologia, a Tor Bella Monaca, si spalancarono per accogliere amici - altri pregiudicati - l'immancabile cantante neomelodico invitato come special-guest e, soprattutto, una splendida torta, cesellata dalle mani di un esperto cake-designer, autentica effige della sua caratura.
Come O' principe, Nastasi, infatti, si sarebbe guadagnato fama e potere tra i lotti delle case popolari per la sua abilità nel fare girare più soldi degli altri con il commercio della cocaina.
La torta lascia senza fiato. Ha tutti gli ingredienti del boss di mala: attorno alla base quadrata di Pan di Spagna ci sono le torri grige a 14 piani simbolo del quartiere, ai piedi banconote da 500, 200 e 100 euro e un revolver. In cima la riproduzione di un orologio Rolex d'oro secondo il più scontato dei clichet criminali, e al centro, stagliata su una tavoletta di cioccolato, una corona dorata che fa da puntino sulla i di O' principe. «Tanti auguri amore mio», il messaggio con la dedica fatto incidere con il cioccolato dalla sua fidanzata, anche lei adesso consegnata dietro le sbarre. E come in tutte le feste più belle non potevano mancare decine di foto e selfie. Sorrisi davanti alla bottiglia di champagne appena stappata, baci e abbracci immortalati e photoshoppati per sembrare più belli e poi... Poi quella tentazione, irresistibile, di apparire, di farsi vedere, di contare anche sui social. Perché, sennò, che senso ha sporcarsi le mani per avere tanto lusso, tanta grandeur, se nessuno lo sa? Sarebbe come se il fatto non fosse mai esistito.
Ecco, allora, che le foto cominciano a spuntare su profili e gruppi Facebook, una realtà ideale e parallela ma non per questo non monitorata anche dai segugi dell'Arma che, ogni giorno stanno dietro a movimenti e traffici di personaggi noti e meno noti del quartiere. Foto che verranno allegate alle informative piovute sul tavolo del pm in questi due anni di indagini e che dimostreranno, oltretutto, come Nastasi avesse contravvenuto agli obblighi di legge. Ma lui, all'epoca, non immaginava davvero di avere ancora una volta i carabinieri con il fiato sul collo.
SPAVALDO
Spavaldo, tornato in carcere, in un colloquio intercettato, diceva alla sua compagna riferendosi a potenziali concorrenti: «Tanto lo sanno che il 64 è mio». Nastasi studiava da capo e si ispirava in tutto e per tutto ai boss della Camorra, a cominciare dallo stile, dal linguaggio e dall'immaginario. Al suo lavoro, ci teneva: «Non posso veni', sto a vende' cocaina», diceva invitato in altre occasioni. Si occupava della retribuzione dei sodali e dell'assistenza legale e quando qualcuno non lavorava bene era pronto a licenziarlo, come fosse davvero un dipendente. Quando Giovanni Alfonsi gli chiede: «Vince! Quindi mi hai licenziato?», lui risponde: «E certo lavori per gli altri!».
BOSS E VEDETTE SISTEMA TORBELLA
Giuseppe Scarpa per “il Messaggero”
Si vende cocaina in via dell'Archeologia al civico 64. Si incassano montagne di quattrini. E ogni giorno si combatte la battaglia quotidiana contro le guardie. Si spaccano le telecamere che gli investigatori montano per spiarli. Si fugge alla vista delle auto delle forze dell'ordine. E si distrugge la droga prima di farsi beccare. Una palazzina di 38 appartamenti, il Lotto L, di proprietà del Comune era un centrale di spaccio specializzata nella vendita della polvere bianca.
Un business imponente in una via, a Tor Bella Monaca, che è il cuore pulsante dell'economia della droga della Capitale. In un quartiere che è considerato la più ricca piazza di spaccio d'Europa. Qui fioriscono le aziende che trattano stupefacenti, che fanno girare i soldi e danno lavoro. E come ogni impresa che si rispetti, compresa quella al civico 64 di via dell'Archeologia, aveva un vertice rappresentato da un capo, il principe. Lo pseudonimo del boss, Vincenzo Nastasi 29 anni, cooptato direttamente dalla serie televisiva Gomorra.
Sotto di lui i dipendenti che si dividevano in pusher e vedette, per un totale di 24 persone. Stipendiati, con la copertura legale in caso di arresto e l'eventualità di essere licenziati nell'ipotesi di una scarsa dedizione. E poi una sfilza infinita di clienti che arrivavano a tutte le ore, in auto, in moto o con l'autobus.
È uno spaccato della città fotografato nell'ordinanza d'arresto, immortalato dall'operazione dei carabinieri di Tor Bella Monaca che vivono asserragliati in un fortino all'interno del quartiere. Venti sono finiti in manette: in carcere cinque e ai domiciliari in quindici accusati di associazione finalizzata allo spaccio. Dietro alle sbarre, ovviamente, è andato anche il capo della banda, Nastasi Così come la sua donna, Mariagrazia Moccia.
IL FORTINO
A descrivere nei dettagli il meccanismo di funzionamento del supermarket della cocaina sono invece i protagonisti. Testimonianze dettagliate, utili per gli investigatori per blindare le accuse. Ecco che da una parte c'è la versione di un ex spacciatore, alle dipendenze del principe, e dall'altra quella di diversi clienti.
Si parte dai numeri. Per il pusher pentito in via dell'Archeologia 64 si incassano in media 20mila euro al giorno. Solo lui, in uno dei 4 turni giornalieri di sei ore, riscuoteva mediamente 1300 euro. Duecento li percepiva come compenso per il lavoro svolto. «Ogni busta - ha spiegato - contiene 15 involucri da 30 euro; 20 involucri da 20 euro e 5 o 6 da un grammo, da 60 euro ciascuno».
Ogni sacchettino è chiuso nello stesso modo: «Termosaldato e accompagnato da una spilla». Alla spilla è attaccato «un segno distintivo, 3 palline per la dose da trenta euro, una per quella da 20 e una G per quella da un grammo». Dall'altra parte ci sono, appunto, gli acquirenti. I cocainomani pronti a varcare la soglia, a qualsiasi ora, del palazzo al civico 64:
«Sono andato a Tor Bella Monaca - ha spiegato ai carabinieri che lo hanno fermato dopo l'acquisto della droga - per comprarmi una dose di cocaina. Ho parcheggiato la Smart dall'altro lato della strada rispetto alla palazzina. Sono sceso e mi sono diretto verso il civico 64. Vicino all'ingresso c'era un uomo (la vedetta, ndr) calvo, con un giubbotto marrone. Lui mi ha detto di salire al primo piano. Ho percorso i gradini e ho trovato lo spacciatore. Allora gli ho chiesto un involucro da trenta euro. Lui dopo aver preso il denaro ha prelevato da una cassetta della corrente elettrica la busta con la cocaina che gli avevo chiesto».
Fonte: qui
venerdì 4 ottobre 2019
Fioramonti ai ragazzi di Tor Bella Monaca: «Siate fieri figli della periferia»
Il ministro dell’Istruzione ha incontrato gli studenti del liceo Amaldi in apertura dei tre giorni di “Pog”, progetto di orientamento per gli studenti
«A prescindere da quello che studierete, ciò che farà la differenza sarà la vostra capacità di essere curiosi e di voler collaborare con altre persone». Nella giornata di ieri, 30 settembre, il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti ha incontrato gli studenti del liceo Amaldi, a Tor Bella Monaca, in apertura dei tre giorni “Pog”, un progetto di orientamento pensato per gli studenti delle scuole italiane.
«Quello che dovete coltivare – le parole del ministro – è la capacità di imparare a imparare. La scuola è una grande opportunità per questo. Io anche ho studiato in questo istituto e il fatto che veniamo da zone periferiche non deve essere vissuto come un punto a sfavore». Anzi, «chi cresce in un quartiere come questo – ha sottolineato Fioramonti – è molto più forte degli altri, perché nella vita ci si misura anche sulla capacità di resistere. Voi siete figli di un territorio che nonostante le sue complessità vi sta temprando per un futuro complesso che saprete affrontare sicuramente meglio degli altri». Quindi l’esortazione: «Siate fieri di essere figli della periferia, non dimenticate mai da dove venite».
A concludere la presentazione del progetto, il ministro ha sottolineato l’importanza di considerare gli anni del liceo come il più importante momento di formazione per la vita: «Non siete qui solo per studiare ma per fare comunità, per diventare attori centrali di questo territorio. È questo il modo in cui bisogna vedere la scuola e la mia responsabilità è quella di permettere che voi, i vostri insegnati e le infrastrutture ve lo consentano».
1° ottobre 2019
Fonte: qui
mercoledì 30 gennaio 2019
Lo sciopero alla rovescia del Liceo Amaldi: in classe si parla di migranti e solidarietà
I professori del Liceo Edoardo Amaldi di Tor Bella Monaca mercoledì 30 gennaio interromperanno le normali lezioni didattiche per due ore per riflettere insieme agli studente sui recenti episodi di cronaca che riguardano i migranti. Danilo Corradi, docente di Storia della Filosofia: “Fatti che senza dubbio ricordano le drammatiche vicende del Novecento”.
Uno sciopero alla rovescia quello dei professori del Liceo Edoardo Amaldi di Tor Bella Monaca a Roma che domani, mercoledì 30 gennaio, interromperanno la normale didattica per due ore per riflettere insieme agli studenti sia dei fatti di cronaca nazionali, sia, a livello locale, sullo sgombero del Cara di Castelnuovo di Porto, struttura d'accoglienza dalla quale nei giorni scorsi sono stati portati via adulti e bambini, richiedenti asilo o migranti con protezione umanitaria. A ideare l'iniziativa sono stati undici professori, tra cui Danilo Corradi, docente di Storia della Filosofia, raccogliendo gli interrogativi posti dagli studenti, in particolare sulle emergenze umanitarie e sulla politica migratoria dell'attuale governo. Gli undici professori hanno lanciato l'appello agli altri insegnati su WhatsApp, chiedendo se fosse davvero possibile "continuare le lezioni quotidiane di fronte ai fatti che stanno accadendo". Il messaggio è girato e ha ricevuto l'appoggio di oltre 104 docenti e dei quattro rappresentati d'istituto, che si sono uniti alla causa. Inoltre, precisa Corradi: "Stanno arrivando adesioni di insegnanti di molte altre scuole romane e di altre regioni".
Le domande degli studenti
"L'idea è partita dai dubbi degli studenti che commentavano i drammatici fatti di cronaca recenti e tra loro cresceva l'indignazione" ha spiegato Corradi. "A colpire i ragazzi sullo sgombero del Cara di Castelnuovo di Porto il fatto che studenti come loro sono stati portati via da scuola senza poter salutare i compagni". Allo stesso modo sono rimasti sconfortati "i docenti che si sono visti portare via i loro ragazzi senza saperne il motivo". Si tratta di un episodio che "senza dubbio ricorda le drammatiche vicende del Novecento, proprio durante la settimana della Memoria".
Riflessione sui fatti d'attualità
"Ogni professore durante le due ore di stop alla didattica farà una riflessione insieme ai propri ragazzi, leggendo e commentando i giornali, analizzando i fatti d'attualità" continua Corradi. Una mobilitazione che i professori definiscono necessaria perché "compito della scuola non è limitarsi a insegnare le materie previste dalla didattica ma soprattutto di insegnare ai ragazzi a leggere l'attualità, i diritti umani, la Costituzione". Una presa di posizione che va oltre le idee politiche: "Come insegnanti ci sentiamo tirati in causa perché in questa scuola ci sono 230 studenti che non hanno il passaporto italiano, figli di famiglie straniere"
Fonte: roma.fanpage.it
Iscriviti a:
Post (Atom)



















