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martedì 12 novembre 2019

DOPO UN ANNO DI LATITANZA, ARRESTATO CLAUDIO DE WITT, CONSIDERATO UNO DEI BOSS DELLA DROGA A ROMA

SECONDO LE INCHIESTE ERA CAPACE DI REPERIRE 30 CHILI DI COCAINA A SETTIMANA IN SPAGNA  
CONDANNATO A 12 ANNI PER TRAFFICO INTERNAZIONALE DI COCAINA, AVEVA APPROFITTATO DI UN RICOVERO PRESSO UNA COMUNITÀ TERAPEUTICA PER EVADERE…
Marco De Risi per “il Messaggero”

Claudio De WittCLAUDIO DE WITT
Dopo un anno di latitanza, gli uomini della squadra mobile, gli hanno messo le manette ai polsi. Si chiama Claudio De Witt, calvo, mezza età, considerato un uomo di peso nelle dinamiche del narcotraffico a Roma. Un boss capace, secondo le inchieste, di reperire 30 chili di cocaina a settimana, attraverso la Spagna. La mobile romana, diretta da Luigi Silipo, non ha mai mollato la presa, convinta che Claudio De Witt potesse avere contatti con più organizzazioni criminali e che, quindi, era un pericoloso trafficante da catturare al più presto.

Gli uomini di San Vitale sono riusciti a sapere che il latitante si nascondeva a Casal Bruciato, lungo la via Tiburtina, e hanno stretto il cerchio. Ieri il colpo di scena: da uno stabile di via Diego Angeli, è stato visto uscire De Witt che è salito su una Bmw per recarsi a Centocelle, la zona dove coltiverebbe intrecci criminali. Al ritorno il latitante è stato bloccato e si è subito arreso. È stato prima portato in Questura, poi in carcere.
ARRESTO DI CLAUDIO DE WITTARRESTO DI CLAUDIO DE WITT

IL PERSONAGGIO
De Witt era riuscito a sottrarsi all'ordinanza di custodia cautelare nella recente operazione Amico Mio, rendendosi latitante, come aveva fatto nel 2011 quando, dopo essere stato condannato a 12 anni per traffico internazionale di cocaina, aveva approfittato di un ricovero presso una comunità terapeutica per evadere. Un passato, che secondo gli inquirenti, indica la possibilità di agganci del boss che è riuscito per due volte e in modo rocambolesco, a fuggire.

Un episodio inquietante si è verificato qualche giorno fa nel palazzo di via Diego Angeli dove si rifugiava il ricercato: un feroce tentato omicidio. Qualcuno ha scaricato una pistola contro il pregiudicato Maurizio Mattiozzi, anche lui residente nello stabile, che si è salvato per pura casualità. Quando il killer ha sparato alla testa, da distanza ravvicinata, si è inceppata la pistola. Circa la possibilità che sia stata veramente una coincidenza, gli investigatori non si sbilanciano.

ARRESTO DI CLAUDIO DE WITTARRESTO DI CLAUDIO DE WITT
La squadra mobile, con la recente operazione Amico Mio, ha fatto terra bruciata intorno all'organizzazione di De Witt, arrestando una decina di persone che avrebbero avuto ruoli nel campo del narcotraffico.

In casa di De Witt, tra l'altro, fu trovato un mobile costruito in modo molto ingegnoso: all'apparenza una credenza normale, ma bastava girare un pomello per scoprire tanti doppi fondi, dove furono trovate armi e droga. L'inchiesta su Claudio De Witt è stata collegata a un'altra del 2016. Così la polizia ha scoperto una serie d'intrecci e di alleanze nella criminalità romana. Il ricercato aveva rapporti al Prenestino, al Tufello, a Centocelle con pregiudicati di elevato spessore criminale, a cui sono stati sequestrati pistole e munizioni. La polizia ha accertato che, quando De Witt, era ai domiciliari nella comunità terapeutica aveva rapporti con esponenti della 'ndrangheta.

Fonte: qui

NEL BLITZ ANTIDROGA FINISCE IN MANETTE VINCENZO NASTASI DETTO "O' PRINCIPE", IL CAPO DELLO SPACCIO: E' STATO TRADITO DA UNA TORTA DA BOSS CONDIVISA SUI SOCIAL 

LA SUA BANDA GESTIVA AFFARI PER 20MILA EURO AL GIORNO 

AVEVA CREATO UN SISTEMA PERFETTO: SOTTO DI LUI I DIPENDENTI SI DIVIDEVANO IN PUSHER E VEDETTE, PER UN TOTALE DI 24 PERSONE. STIPENDIATI, CON LA COPERTURA LEGALE IN CASO DI ARRESTO E L'EVENTUALITÀ DI ESSERE LICENZIATI NELL'IPOTESI DI "SCARSA DEDIZIONE" 

LA CENTRALE DELLA DROGA ERA IN UN EDIFICIO DI 38 ALLOGGI DI PROPRIETA’ DEL COMUNE DI ROMA...

A. Mar. e Giu. Sca. per “il Messaggero”

vincenzo nastasi detto o principe tor bella monacaVINCENZO NASTASI DETTO O PRINCIPE TOR BELLA MONACA
Tradito dai social e dalle manie di grandezza stile Gomorra. Quando ad agosto del 2017, appena partita l'indagine dei carabinieri di via Parasacchi che ha portato al suo arresto, Vincenzo Nastasi, detto Bambo, ma chiamato anche O' principe in ossequio al personaggio della serie tv tutta spari e sangue ricavata dal romanzo di Roberto Saviano, ha festeggiato il suo 27esimo compleanno, non poteva che festeggiare da vero boss.

Anche se era ai domiciliari e con il divieto assoluto di comunicare con persone diverse da quelle che abitavano con lui, quel giorno le porte della sua casa al civico 64 scala L di via dell'Archeologia, a Tor Bella Monaca, si spalancarono per accogliere amici - altri pregiudicati - l'immancabile cantante neomelodico invitato come special-guest e, soprattutto, una splendida torta, cesellata dalle mani di un esperto cake-designer, autentica effige della sua caratura.

Come O' principe, Nastasi, infatti, si sarebbe guadagnato fama e potere tra i lotti delle case popolari per la sua abilità nel fare girare più soldi degli altri con il commercio della cocaina.

La torta lascia senza fiato. Ha tutti gli ingredienti del boss di mala: attorno alla base quadrata di Pan di Spagna ci sono le torri grige a 14 piani simbolo del quartiere, ai piedi banconote da 500, 200 e 100 euro e un revolver. In cima la riproduzione di un orologio Rolex d'oro secondo il più scontato dei clichet criminali, e al centro, stagliata su una tavoletta di cioccolato, una corona dorata che fa da puntino sulla i di O' principe. «Tanti auguri amore mio», il messaggio con la dedica fatto incidere con il cioccolato dalla sua fidanzata, anche lei adesso consegnata dietro le sbarre. E come in tutte le feste più belle non potevano mancare decine di foto e selfie. Sorrisi davanti alla bottiglia di champagne appena stappata, baci e abbracci immortalati e photoshoppati per sembrare più belli e poi... Poi quella tentazione, irresistibile, di apparire, di farsi vedere, di contare anche sui social. Perché, sennò, che senso ha sporcarsi le mani per avere tanto lusso, tanta grandeur, se nessuno lo sa? Sarebbe come se il fatto non fosse mai esistito.

vincenzo nastasi detto o principe tor bella monacaVINCENZO NASTASI DETTO O PRINCIPE TOR BELLA MONACA
Ecco, allora, che le foto cominciano a spuntare su profili e gruppi Facebook, una realtà ideale e parallela ma non per questo non monitorata anche dai segugi dell'Arma che, ogni giorno stanno dietro a movimenti e traffici di personaggi noti e meno noti del quartiere. Foto che verranno allegate alle informative piovute sul tavolo del pm in questi due anni di indagini e che dimostreranno, oltretutto, come Nastasi avesse contravvenuto agli obblighi di legge. Ma lui, all'epoca, non immaginava davvero di avere ancora una volta i carabinieri con il fiato sul collo.

SPAVALDO
Spavaldo, tornato in carcere, in un colloquio intercettato, diceva alla sua compagna riferendosi a potenziali concorrenti: «Tanto lo sanno che il 64 è mio». Nastasi studiava da capo e si ispirava in tutto e per tutto ai boss della Camorra, a cominciare dallo stile, dal linguaggio e dall'immaginario. Al suo lavoro, ci teneva: «Non posso veni', sto a vende' cocaina», diceva invitato in altre occasioni. Si occupava della retribuzione dei sodali e dell'assistenza legale e quando qualcuno non lavorava bene era pronto a licenziarlo, come fosse davvero un dipendente. Quando Giovanni Alfonsi gli chiede: «Vince! Quindi mi hai licenziato?», lui risponde: «E certo lavori per gli altri!».

BOSS E VEDETTE SISTEMA TORBELLA

Giuseppe Scarpa per “il Messaggero”

vincenzo nastasi detto o principe tor bella monacaVINCENZO NASTASI DETTO O PRINCIPE TOR BELLA MONACA
Si vende cocaina in via dell'Archeologia al civico 64. Si incassano montagne di quattrini. E ogni giorno si combatte la battaglia quotidiana contro le guardie. Si spaccano le telecamere che gli investigatori montano per spiarli. Si fugge alla vista delle auto delle forze dell'ordine. E si distrugge la droga prima di farsi beccare. Una palazzina di 38 appartamenti, il Lotto L, di proprietà del Comune era un centrale di spaccio specializzata nella vendita della polvere bianca.

Un business imponente in una via, a Tor Bella Monaca, che è il cuore pulsante dell'economia della droga della Capitale. In un quartiere che è considerato la più ricca piazza di spaccio d'Europa. Qui fioriscono le aziende che trattano stupefacenti, che fanno girare i soldi e danno lavoro. E come ogni impresa che si rispetti, compresa quella al civico 64 di via dell'Archeologia, aveva un vertice rappresentato da un capo, il principe. Lo pseudonimo del boss, Vincenzo Nastasi 29 anni, cooptato direttamente dalla serie televisiva Gomorra.

Sotto di lui i dipendenti che si dividevano in pusher e vedette, per un totale di 24 persone. Stipendiati, con la copertura legale in caso di arresto e l'eventualità di essere licenziati nell'ipotesi di una scarsa dedizione. E poi una sfilza infinita di clienti che arrivavano a tutte le ore, in auto, in moto o con l'autobus.

blitz a tor bella monacaBLITZ A TOR BELLA MONACA
È uno spaccato della città fotografato nell'ordinanza d'arresto, immortalato dall'operazione dei carabinieri di Tor Bella Monaca che vivono asserragliati in un fortino all'interno del quartiere. Venti sono finiti in manette: in carcere cinque e ai domiciliari in quindici accusati di associazione finalizzata allo spaccio. Dietro alle sbarre, ovviamente, è andato anche il capo della banda, Nastasi Così come la sua donna, Mariagrazia Moccia.

IL FORTINO
A descrivere nei dettagli il meccanismo di funzionamento del supermarket della cocaina sono invece i protagonisti. Testimonianze dettagliate, utili per gli investigatori per blindare le accuse. Ecco che da una parte c'è la versione di un ex spacciatore, alle dipendenze del principe, e dall'altra quella di diversi clienti.

blitz a tor bella monacaBLITZ A TOR BELLA MONACA
Si parte dai numeri. Per il pusher pentito in via dell'Archeologia 64 si incassano in media 20mila euro al giorno. Solo lui, in uno dei 4 turni giornalieri di sei ore, riscuoteva mediamente 1300 euro. Duecento li percepiva come compenso per il lavoro svolto. «Ogni busta - ha spiegato - contiene 15 involucri da 30 euro; 20 involucri da 20 euro e 5 o 6 da un grammo, da 60 euro ciascuno».

Ogni sacchettino è chiuso nello stesso modo: «Termosaldato e accompagnato da una spilla». Alla spilla è attaccato «un segno distintivo, 3 palline per la dose da trenta euro, una per quella da 20 e una G per quella da un grammo». Dall'altra parte ci sono, appunto, gli acquirenti. I cocainomani pronti a varcare la soglia, a qualsiasi ora, del palazzo al civico 64:

tor bella monacaTOR BELLA MONACA
«Sono andato a Tor Bella Monaca - ha spiegato ai carabinieri che lo hanno fermato dopo l'acquisto della droga - per comprarmi una dose di cocaina. Ho parcheggiato la Smart dall'altro lato della strada rispetto alla palazzina. Sono sceso e mi sono diretto verso il civico 64. Vicino all'ingresso c'era un uomo (la vedetta, ndr) calvo, con un giubbotto marrone. Lui mi ha detto di salire al primo piano. Ho percorso i gradini e ho trovato lo spacciatore. Allora gli ho chiesto un involucro da trenta euro. Lui dopo aver preso il denaro ha prelevato da una cassetta della corrente elettrica la busta con la cocaina che gli avevo chiesto».


Fonte: qui

domenica 10 novembre 2019

LA VERA INVASIONE CHE STA SOMMERGENDO ITALIA ED EUROPA E’ LA COCAINA

CENTINAIA DI TONNELLATE DI POLVERE BIANCA SBARCATE NEI PORTI DELLA UE. ECCO LE NUOVE ROTTE DEI NARCOS. UNA CONDUCE IN SPAGNA: ALGECIRAS, VALENCIA E BARCELLONA. 
L’ALTRA PUNTA IN DIREZIONE NORD, CIOÈ ROTTERDAM E ANVERSA. 
IN ITALIA, IL PORTO CALABRESE DI GIOIA TAURO HA PERSO IMPORTANZA A FAVORE DI...
VITTORIO MALAGUTTI E FRANCESCA SIRONI per L’ESPRESSO - http://espresso.repubblica.it/

Belin, mi dice: guarda che arriva anche il nostro carico il primo di novembre... cinque borse da 25... 125 chili in tutto... capisci com’è?». Massimo è nervoso: va bene gestire un ordine. Ma due, e per committenti diversi poi, è troppo. Troppo lavoro illegale, troppe richieste di sbarcare cocaina. La storia di Massimo, operaio portuale di Genova, dipendente di una grande società di servizi, subissato da offerte da parte dei trafficanti di droga, racconta alla perfezione il boom del business della droga in Europa.

La merce è troppa. È questa la vera, grande invasione che arriva dal mare. Mentre la politica e l’opinione pubblica si concentrano sugli sbarchi dei migranti, i carichi di cocaina bloccati nelle dogane del Vecchio Continente hanno fatto segnare un aumento senza precedenti: quest’anno il conto complessivo potrebbe sfiorare le 200 tonnellate, contro le 150 del 2018.

una tonnellata di cocaina sequestrata al porto di le havre 2UNA TONNELLATA DI COCAINA SEQUESTRATA AL PORTO DI LE HAVRE 
È un fiume in piena. Uno tsunami di polvere bianca che invade il ricco mercato europeo dello spaccio. In Europa, e in Italia, non c’è mai stata tanta cocaina pronta per il consumo. Un’inchiesta dell’Espresso in edicola da domenica 10 novembre, realizzata insieme ai giornali del consorzio Eic (European Investigative Collaborations), ha ricostruito gli affari dei narcotrafficanti, scoprendo che i carichi di cocaina bloccati nelle dogane del Vecchio Continente hanno fatto segnare nei mesi scorsi un aumento senza precedenti: quest'anno il conto complessivo potrebbe sfiorare le 200 tonnellate, contro le 150 del 2018.

cocaina 1COCAINA 
Nei soli porti italiani, dal primo gennaio al 31 ottobre, ne sono state sequestrate più di cinque tonnellate. Il 168 per cento in più rispetto al 2018. Da Roma a Berlino, da Zurigo a Parigi e Londra il consumo di droga è d’altronde in continua crescita e aumentano di conseguenza anche gli affari delle organizzazioni criminali. In base alle stime dell’Europol, su scala globale il business della cocaina vale ricavi per almeno 300 miliardi di euro l’anno per una produzione complessiva stimata intorno alle 2 mila tonnellate, di cui 700 finiscono in Europa, mentre il resto va quasi per intero a rifornire il mercato Nordamericano.

L’enorme afflusso di droga proveniente dall’America latina, in primo luogo dalla Colombia, ha finito per modificare anche la geografia dei traffici.

cocaina 4COCAINA una tonnellata di cocaina sequestrata al porto di le havre 1UNA TONNELLATA DI COCAINA SEQUESTRATA AL PORTO DI LE HAVRE 
In Italia, per esempio, il porto calabrese di Gioia Tauro, a lungo il centro logistico preferito dalla ndrangheta, ha perso importanza a favore di altri scali come Genova e Livorno. Nel capoluogo ligure nel gennaio scorso è stato intercettato un carico di 2 tonnellate, il singolo sequestro più ingente negli ultimi 25 anni. Le cosche calabresi sono ormai in grado di giocare su più tavoli, di gestire le spedizioni di cocaina su porti diversi a seconda delle esigenze del momento. I carichi provenienti dal Sud America vengono così suddivisi fra tutte le principali destinazioni del continente. Sono due le principali rotte verso l’Europa. Una conduce ai porti spagnoli di Algeciras, Valencia e Barcellona. L’altra punta in direzione Nord, cioè Rotterdam e Anversa, dove nel 2018 sono stati bloccate 51 tonnellate di cocaina…

Fonte: qui

martedì 29 ottobre 2019

LA POLIZIA HA TROVATO PIÙ 42 TESCHI, UN FETO IN UN BARATTOLO DI VETRO E DOZZINE DI OSSA IN UN RIFUGIO DI SOSPETTI TRAFFICANTI DI DROGA A CITTÀ DEL MESSICO

IN UNO SCANTINATO ERA STATO ALLESTITO UN ALTARE PER RITUALI SATANICI ATTORNO AL QUALE SI RIUNIVANO I NARCOS PER CHIEDERE DI NON ESSERE ARRESTATI E DI EVITARE LE PALLOTTOLE…

DAGONEWS

raid contro i narcos in messico 7RAID CONTRO I NARCOS IN MESSICO 
La polizia ha trovato più di 40 teschi, un feto in un barattolo di vetro e dozzine di ossa accanto a un altare in un rifugio di sospetti trafficanti di droga nel quartiere di Tepito, a Città del Messico, dove martedì la polizia ha arrestato 31 persone.

Si ritiene che tutti i sospettati, 26 uomini e cinque donne, appartengano al cartello La Union Tepito. Un giudice ha ora ordinato il rilascio di 27 sospetti. Una foto pubblicata dall'ufficio del procuratore generale di Città del Messico mostra teschi raggruppati attorno all'altare, con una croce alle spalle alla quale era stata appesa una maschera di legno con le corna.
raid contro i narcos in messico 4RAID CONTRO I NARCOS IN MESSICO 

A destra dell'altare c'era un quadro con simboli satanici e davanti all’altare una varietà di oggetti tra cui alcuni dei teschi  coperti di sangue, che secondo alcuni venivano utilizzati in un rituale di Santeria eseguito per evitare l'arresto. La Santeria è una religione afroamericana di origine yoruba.
raid contro i narcos in messico 3RAID CONTRO I NARCOS IN MESSICO 

Alcuni rituali legati alla Santeria comportano la preghiera e offerte alla Santa Muerte. Secondo i media locali, una vicina ha affermato che i membri della banda di La Union Tepito eseguivano rituali satanici ogni tre giorni per allontanare la sfortuna e diventare "immuni" ai proiettili.
Gli investigatori, al momento, hanno rinvenuto 42 teschi, coltelli, il feto e 30 ossa di gambe o braccia.

raid contro i narcos in messico 6RAID CONTRO I NARCOS IN MESSICO 
Gli arresti sono stati fatti durante un raid in cinque case nelle colonie di Peralvillo e Tepito, nel comune di Cuauhtemoc, a Città del Messico. Il rilascio di quasi tutti gli arrestati è stato visto come una battuta d'arresto per il governo.

Omar Garcia Harfuch, capo della polizia di Città del Messico, ha riferito ai media locali che la banda stava ricevendo protezione dalle autorità del governo della capitale che avrebbe avvertitola banda  del raid permettendo al presunto leader, soprannominato El Lunares, di fuggire.

Fonte: qui

mercoledì 21 agosto 2019

IL FONDATORE DELLA ONG OPEN ARMS A LUGLIO AMMETTEVA CHE LA SPAGNA È PIÙ REPRESSIVA DELL’ITALIA: “PREFERISCO CHE LA NAVE SIA FERMATA DA SALVINI E NON DA SANCHEZ A CAUSA DELLE CONSEGUENZE ECONOMICHE E LEGALI”


IL BEL PEDRO SANCHEZ A PAROLE SI DICE PER I PORTI APERTI, MA LE NAVI DELLE ORGANIZZAZIONI NON GOVERNATIVE CHE APPRODANO NELLE COSTE SPAGNOLE RISCHIANO MULTE DA 300 A 900MILA EURO


Fausto Biloslavo per “il Giornale”
OSCAR CAMPS FONDATORE DI OPEN ARMSOSCAR CAMPS FONDATORE DI OPEN ARMS
Come mai i talebani dell' accoglienza di Open Arms trovano mille scuse per non portare i migranti in Spagna? Perché fin dall' inizio il loro obiettivo era di sbarcare in Italia. Una scelta dettata da motivi politici, legali ed economici come ha tranquillamente spiegato Oscar Camps, fondatore della Ong, all' inizio della campagna estiva. «Preferisco che la nave sia fermata da Salvini e non da Pedro Sánchez (il premier spagnolo ndr), a causa delle conseguenze economiche e legali», aveva dichiarato l' estremista umanitario.
MIGRANTI SULLA OPEN ARMSMIGRANTI SULLA OPEN ARMS
La frase fa parte di un' intervista rilasciata da Camps il 5 luglio a bordo della nave Open Arms pubblicata sul giornale on line eldiario.es. Una testata con una chiara linea di sinistra. Il giornalista freelance, Olmo Calvo, chiede al guru di Proactiva Open Arms se pensa «che la Spagna sia più repressiva dell' Italia di Salvini?». Camps osserva che la separazione dei poteri in Italia ha portato alla fine alla scarcerazione di Carola Rackete, la capitana tedesca della nave Sea watch 3 sbarcata a forza a Lampedusa. E poi aggiunge: «E' chiaro che preferisco che la nave (Open Arms ndr) sia fermata da Salvini (il ministro dell' Interno italiano ndr) e non da Pedro Sánchez (il premier spagnolo ndr), a causa delle conseguenze economiche e legali».
All' inizio di luglio non era ancora stato varato il decreto sicurezza bis e le multe per le Ong che violano le norme arrivavano al massimo a 50mila euro. In ogni caso Open Arms è riuscita ad aggirare anche il nuovo decreto, che prevede sanzioni fino ad 1 milione di euro, grazie al Tar de Lazio, che le ha permesso di arrivare di fronte al porto di Lampedusa.

pedro sanchez al marePEDRO SANCHEZ AL MARE
La preoccupazione di Camps è che la Spagna gli aveva intimato il 27 giugno, con una lettera della direzione della Martina mercantile, che la nave Open Arms «non può eseguire operazioni di salvataggio». E se lo fa rischia una multa fino a 901.000 euro.

PEDRO SANCHEZPEDRO SANCHEZ
Camps confidando nel nostro paese ventre molle dell' Europa, nel sistema giudiziario italiano e deciso a ingaggiare una battaglia mediatica e politica con Salvini ha continuato a puntare su Lampedusa per lo sbarco dei migranti. Per questo motivo non vuole andare in Spagna consapevole che potrebbe incorrere in grane ben più grosse.

migranti a bordo della open arms 4MIGRANTI A BORDO DELLA OPEN ARMS 
Benito Núñez Quintanilla, direttore generale della Marina mercantile, certificava, nella lettera del 27 giugno, che Open Arms «non può svolgere operazioni di salvataggio» se non «in conformità con l' autorità responsabile dell' area di ricerca e soccorso». L' Ong si è sempre rifiutata di collaborare con la Guardia costiera libica. Per i migranti ancora a bordo della sua nave non aveva ricevuto alcun via libera da altri Centri di soccorso, tantomeno quello italiano. Fonte: qui

mercoledì 7 agosto 2019

ANCHE LE MONACHE SCELGONO LA TOLLERANZA ZERO: "SULL’ACCOGLIENZA BUONISMO TANTO TRISTE QUANTO IGNORANTE". LE VARIE ONG VENGONO PARAGONATE A “BECCHINI BEN REMUNERATI”

E POI IL GRAN FINALE: “L'IMMIGRAZIONE È UN FENOMENO GESTITO DALLE ORGANIZZAZIONI MONDIALISTE PER SCRISTIANIZZARE L'ITALIA E L'EUROPA
Fausto Carioti per “Libero quotidiano”

E dire che tutto è partito da Avvenire. Il 13 luglio il quotidiano dei vescovi ha offerto «con gioia e ammirazione» ai propri lettori, come predica anti-salviniana del giorno, la lettera aperta firmata da un gruppo di suore clarisse e carmelitane e indirizzata a Sergio Mattarella e Giuseppe Conte.

suoraSUORA
Le monache esprimevano «preoccupazione per il diffondersi in Italia di sentimenti di intolleranza, rifiuto e violenta discriminazione nei confronti dei migranti» e chiedevano di impegnarsi per quelli che, arrivati qui, «si vedono rifiutare ciò che è diritto di ogni uomo e ogni donna sulla terra: pace e dignità». La linea di Bergoglio e della Cei, insomma. Alla quale non sono mancate adesioni, anche perché, di questi tempi, niente è più facile che stare dalla parte del pontefice.

Eppure c' è chi dice no, persino tra le suore. Bisogna leggere il blog di Aldo Maria Valli, uno dei pochi vaticanisti non allineati, per capire cosa sta succedendo davvero in certi conventi. Quell' appello non rappresenta affatto tutte le monache, e il sito di Valli è diventato il punto di riferimento delle tante che non lo condividono.

suora 3SUORA 



BUONISMO IGNORANTE 

Per prima è uscita allo scoperto l' eremita diocesana Giovanna di Maria Madre della Divina Grazia. Secondo la tostissima suorina il testo delle consorelle «è oltremodo penoso e dimostra come il fumo di Satana sia penetrato anche dietro le grate (per chi le ha ancora) dei monasteri di clausura». Probabilmente, chiosa, «le monache che hanno partorito questa iniziativa non conoscono gli inviti che i vescovi africani continuano a fare ai migranti perché restino nei loro Paesi e non si facciano adescare da promesse di una vita facile e benestante, che non esiste».
migranti mediterraneoMIGRANTI MEDITERRANEO

E siccome quelle suore preferiscono rifugiarsi «in un buonismo tanto triste quanto ignorante», non sanno nulla nemmeno «del traffico di esseri umani, che è una tragedia che grida vendetta al cospetto di Dio, e che vede le varie Ong in primo piano come becchini ben remunerati».

È stato solo l' inizio. Dopo di lei ha polemizzato con le firmatarie dell' appello una monaca di clausura, «guerriera di Cristo Re», a nome di un gruppo di religiose: «Anche se la decisione di aprire i vostri monasteri ai migranti fosse giusta, e secondo me non lo è, perché fare in modo che tutti lo sappiano, contraddicendo uno stile di vita che ci caratterizza da sempre? Forse la clausura dei vostri monasteri è stata invasa dai mezzi di comunicazione, che vi hanno fatto perdere il contatto con la realtà?».

SUORA 1SUORA
PRIMA GLI ITALIANI A quel punto si sono rotti gli argini. Una carmelitana scalza ha rimproverato alle «care sorelle» di ignorare che l' immigrazione «è un fenomeno gestito dalle organizzazioni mondialiste per scristianizzare l' Italia e l' Europa». Quindi le ha invitate a esercitare la loro carità iniziando «dagli italiani poveri (e Dio sa se ve ne sono!), che sono magari persino cattolici praticanti».

Una claustrale le ha accusate di «vestire i panni di sessantottine femministe che all' epoca furono contagiate dal virus dell' ideologia e si sentivano realizzate solo se urlavano la loro opinione nelle assemblee». Un' altra ha fatto notare alle consorelle «come, da persone consacrate, non siete capaci di difendervi da chi vi impone le sue idee».
suora 2SUORA

Nulla di cui stupirsi. Aiutarli "a casa loro", nelle missioni sparse in Africa e nel resto del Terzo mondo, portando la parola di Cristo assieme agli aiuti materiali, appartiene alla migliore tradizione della Chiesa. È durata sin quando i capitani delle imbarcazioni Ong sono stati proclamati santi e il «proselitismo» dei missionari è stato condannato da papa Bergoglio.

Fonte: qui

sabato 27 luglio 2019

IL COMANDANTE DI UNA MOTOVEDETTA DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA DICE DI AVERE LE PROVE DEI CONTATTI TRA LE ORGANIZZAZIONI CHE “SALVANO” I MIGRANTI E I TRAFFICANTI DI ESSERI UMANI: “ESISTE SENZ’ALTRO UN COORDINAMENTO. L’HO VISTO PERSONALMENTE”

“HO VISTO E VEDO MOLTI CONTATTI TRA ONG E SCAFISTI”



mustafa' abu zeid 1MUSTAFA' ABU ZEID
"Ho visto personalmente molti contatti su Facebook o Twitter tra Ong e scafisti e vedo molti contatti tra loro". A parlare è il comandante della motovedetta Guardia Coste, Ras Lgder libica, che rivela quella che sarebbe la prova dei comportamenti illeciti delle organizzazioni non governative. "Per prima cosa parlo con lo scafista che a bordo ha gli immigrati - spiega il comandante della guardia costiera - e chiedo che spenga il motore. Se nessuno ferma il motore, avvicino il mio zodiac alla barca. A quel punto sono molto vicino, fermo il motore, parlo a tutti, uno a uno e dico loro di salire". Ma loro temono di ritornare in Libia e quindi oppongono resistenza fino a quando non vedono una ong.

barcone migranti nigerianiBARCONE MIGRANTI NIGERIANI
La Guardia costiera libica infatti si trova spesso in mare con le navi delle organizzazioni che pattugliano il mare di fronte alle coste all'Africa: "Parlo con le Ong - prosegue Mustafa - chiedo loro di non avvicinarsi per non mettere a rischio la vita dei migranti. Ma a volte non stanno ad ascoltare". Di scontri tra navi umanitarie e Marina di Tripoli nel tempo ce ne sono stati diversi, con accuse incrociate. "Non stanno ad ascoltare - insiste Mustafa - vogliono solo prendere i migranti. E questo crea una situazione pericolosa". Alla domanda fatidica se esiste un "coordinamento" tra scafisti e Ong, il militare risponde: "Sì, senz'altro. Ho visto personalmente molti contatti tra Ong e scafisti".

Fonte: qui

domenica 30 giugno 2019

LO SFOGO DEI FINANZIERI CHE HANNO RISCHIATO LA PELLE PER COLPA DELLE MANOVRE DI CAROLA RACKETE

“NOI ABBIAMO INTIMATO L’ALT. IL COMANDANTE, DELIBERATAMENTE, NON HA FERMATO LA NAVE E CI È VENUTA ADDOSSO, SENZA CURARSI DELLE CONSEGUENZE. ABBIAMO PASSATO TRE GIORNI A BORDO SENZA DORMIRE PER CONTRASTARE I TENTATIVI DI AVVICINAMENTO, AGENDO NEL RISPETTO DELLE NORME.
“SE NON FOSSIMO RIUSCITI A COMPIERE UNA MANOVRA VELOCE SAREMMO MORTI” 



Virginia Piccolillo per www.corriere.it

CAROLA RACKETECAROLA RACKETE
Entrano nel “bar dell’amicizia” e ordinano cinque caffè. Amarissimi. Hanno appena «rischiato di morire» i cinque finanzieri che hanno tentato di fermare la Sea Watch 3 nel porto di Lampedusa e hanno visto arrivarsi contro prima la nave da 650 tonnellate. E poi le accuse(dei pidioti!!!) di aver «messo a repentaglio al vita dei passeggeri della mega imbarcazione del soccorso migranti».

«Noi? Abbiamo solo intimato l’alt. È il comandante che, deliberatamente, non ha fermato la nave e ci è venuta addosso, senza curarsi delle conseguenze. Se non fossimo riusciti a compiere una manovra veloce probabilmente saremmo morti», si sfogano, al termine della notte più lunga della loro vita. Mentre i parlamentari che erano a bordo lanciano accuse sulla loro manovra durante l’attracco del comandante Carola Rackete.

LA BARCA DELLA GUARDIA DI FINANZA CHE RISCHIAVA DI ESSERE AFFONDATO DA CAROLA RACKETELA BARCA DELLA GUARDIA DI FINANZA CHE RISCHIAVA DI ESSERE AFFONDATO DA CAROLA RACKETE
«Noi siamo uomini dello Stato», spiegano con un velo di commozione negli occhi. -«Abbiamo il dovere di far rispettare le leggi. E rispettare noi stessi le direttive che ci vengono date. Abbiamo passato tre giorni a bordo senza dormire un attimo per contrastare i tentativi di avvicinamento. E abbiamo agito nel profondo rispetto di tutte le norme. Senza preoccuparci di mettere a repentaglio la nostra vita perché in quell’incidente potevamo essere morti».

La dinamica i cinque finanzieri la spiegano con semplicità: «Ci sono le immagini. La nave non ha rispettato l’alt e ha schiacciato la motovedetta contro il molo. I parabordi hanno causato una sorta di movimento elastico e hanno per un attimo allontanato la nave. Con una mossa rapidissima siamo riusciti a sfruttare quell’istante e a sfuggire via prima che il rimbalzo tornasse indietro, perché a quel punto la Sea Watch avrebbe distrutto la motovedetta e noi saremo rimasti tutti schiacciati».

CAROLA RACKETECAROLA RACKETE
A bordo c’erano il comandante, il direttore di macchina, il motorista e due radaristi: due in plancia, uno a poppa e due a prua. In due, con le mani, hanno allontanato la motovedetta dalla banchina. Sono tutti lì a consumare questa ritardata colazione, mentre i clienti pranzano ad arancini e gelati. Anche il finanziere saltato sul molo. Perchè quello scatto? «Dovevo capire se ci fosse spazio sufficiente per una via di fuga. Al mio grido c’è stata l’accelerata. Ha funzionato prima che fosse troppo tardi».

Ma perché frapporvi tra la Sea Watch e l’attracco? «Ci siamo messi a protezione della banchina. Il nostro compito è non far attraccare le navi prive di autorizzazione e la Sea Watch si è avvicinata manovrando con le eliche di prua, spinta dal vento. Da bordo ci hanno detto “spostatevi” e nient’altro, il comandante non ha fatto nulla per evitarci».
CAROLA RACKETECAROLA RACKETE

Dalla nave fanno sapere che non c’era intenzione di speronarli e rendono note le scuse del comandante. Ma si è ventilata l’ipotesi di contestare il tentato naufragio. Eccessivo? «Sarà il magistrato a valutare le ipotesi. Noi siamo fortunati che oggi non si parli di omicidio». Dalla tv nel locale Salvini parla di «atto di guerra». I militari si sottraggono a commenti politici: «Siamo grati a chi ci difende». Fonte: qui


L’EX MAGISTRATO CARLO NORDIO: “CHIUNQUE ABBIA UN MINIMO DI RISPETTO PER IL NOSTRO PAESE NON PUÒ CHE REAGIRE SDEGNATO DAVANTI A TANTA VITUPEREVOLE E SFRONTATA PREPOTENZA”
L'EX PM NICOLA QUATRANO: “LA RACKETE NON E’ UN’EROINA. SECONDO ME DOVREBBE RISPONDERE ANCHE DI VIOLENZA PRIVATA DAVANTI AL GIUDICE…LA RISPOSTA AI FLUSSI MIGRATORI NON PUÒ ESSERE L'ACCOGLIENZA TOUT COURT E BASTA”

L’OLTRAGGIO DI CAROLA
Carlo Nordio per “il Messaggero”

Due giorni fa, scrivemmo su queste pagine che la plateale violazione di legge della Sea Watch costituiva una provocazione programmata verso il nostro Paese. Non pensavamo che l'irresponsabile arroganza della sua capitana sarebbe giunta al punto di sfidare una nostra imbarcazione militare con un gesto che, in altri Paesi, le sarebbe costato ben peggio di un comodo arresto domiciliare sotto il cielo di Lampedusa.
intervento di carlo nordioINTERVENTO DI CARLO NORDIO

E' sufficiente vedere le immagini in rete per capire che, se la nostra motovedetta non si fosse fortunosamente sfilata dalla banchina, le conseguenze dell'attracco illecito e sconsiderato sarebbero state ben più gravi di un semplice danneggiamento all'imbarcazione. Ora sarà la Magistratura a definire le responsabilità penali di Carola Rackete, per la quale qualche anima bella ha evocato l'esempio di Antigone, che vìola consapevolmente le norme del tiranno contrarie alle leggi non scritte - i famosi àgrafoi nòmoi - scolpite nella coscienza di ciascuno.

Esempio improprio e inconsistente, perché Antigone vìola, appunto, le leggi di un tiranno, mentre le nostre sono state promulgate dal Parlamento con la procedura prevista dalla Costituzione «più bella del mondo», e poi perché Antigone, come Socrate, si sottomette tranquillamente al supplizio, senza volerne uscire con un'aureola politica. In ogni caso, chiunque abbia un minimo di rispetto per il nostro Paese - e non si limiti a sgolarsi con l'Inno Nazionale durante i campionati - non può che reagire sdegnato davanti a tanta vituperevole e sfrontata prepotenza.

CAROLA RACKETECAROLA RACKETE
IL QUESITO GIURIDICO E L'ASPETTO POLITICO
Riservato dunque il quesito giuridico agli addetti ai lavori, resta l'aspetto politico. E qui le considerazioni da fare sono due.  La prima è l'esito del conflitto tra il Capitano e la Capitana. Noi avremmo preferito, e lo abbiamo scritto, che il ministro dell'Interno, davanti a una così grave violazione della nostra sovranità nazionale, avesse reagito con compunta severità istituzionale, magari chiedendo al Parlamento - e successivamente all'Europa - di pronunciarsi in modo chiaro e distinto sulla tollerabilità o meno di questa impresa piratesca. Sarebbe anche stato utile chiarire se molti parlamentari, che impartiscono quotidianamente lezioni sulla legalità, fossero schierati con il nostro ordinamento positivo o con il volatile solidarismo dell'esuberante tedesca.

LA PROCESSIONE PENITENZIALE A BORDO
Temevamo anche che Salvini - non certo in quanto leader di un partito ma siccome rappresentante dello Stato - declassasse al rango di un'avventurosa bravata dannunziana quella che secondo noi era un'evidente sfida alla nostra dignità. E molte ragioni giustificavano questi nostri timori, non ultime la consueta indifferenza dell'Europa, la sfacciata risposta dell'Olanda, e - peggio di tutte - l'incredibile processione penitenziale a bordo della nave di alcuni nostri esponenti politici.
CAROLA RACKETE E GRAZIANO DELRIOCAROLA RACKETE E GRAZIANO DELRIO

Alla fine la situazione è stata risolta dalla stessa Capitana, che ha dimostrato di non perseguire l'estetizzante decadentismo eroico del Vate, ma una vera e propria azione di forza a costo di rischiare un naufragio.

Così, il consenso che auspicavamo arrivasse alle nostre Istituzioni dal Parlamento e dall'Europa, è arrivato direttamente a Salvini proprio dalla Rackete, che non avrebbe potuto inventarsi espediente migliore per provare al mondo sia le frottole precedentemente diffuse sullo stato dell'imbarcazione (dove «il cuoco di bordo ha distribuito - così abbiamo letto ieri - couscous, zuppa allo zenzero e panzerotti fritti al formaggio») sia le sue reali intenzioni provocatorie e violente.

Qualcuno potrà ora compiacersi perché lo sbarco, alla fine, è avvenuto. Ma d'ora in avanti, con questo precedente, sarà ben difficile che una Ong possa accostarsi alle coste italiane. Così, mentre sembrava impantanato in una situazione senza uscita, Salvini ha trionfato su tutta la linea.
CAROLA RACKETECAROLA RACKETE

Non così si può dire del Partito Democratico. E questa è la seconda considerazione politica. Questo partito, con l'abile ed efficiente Minniti, aveva dimostrato di aver avuto cervello, coraggio e volontà: Minniti aveva infatti capito benissimo il problema, aveva altrettanto bene scelto la strada della collaborazione con la Libia, e vi aveva dato attuazione con l'encomiabile fermezza di un vecchio comunista. Questo patrimonio non solo di severità, ma di serietà, è stato clamorosamente dissipato con la cerimonia della sfilata dei suoi compagni a bordo della Sea Watch.

Ed è motivo di profonda delusione constatare che, ogniqualvolta questo partito prova ad affrancarsi dal massimalismo grezzo delle sue vecchie utopie, viene inevitabilmente risospinto nella palude dell'irenismo inconcludente e confusionario. Come altrimenti si potrebbe definire questa benevolenza cortigiana verso una comandante che aveva già violato le nostre leggi, e proclamato di volerle ancora violare, quando, fino a pochi mesi prima, si era avallata una strategia completamente diversa?

CAROLA RACKETECAROLA RACKETE
Possiamo supporre un estremo tentativo di captazione di consensi tra qualche grillino deluso. Ma possiamo anche immaginare la desolazione del povero Minniti, che avrà contemplato, come Geremia nel noto quadro di Rembrandt, la distruzione della sua Gerusalemme mediterranea costruita con tanta abilità e tanta fatica.

LA SINISTRA DISORIENTATA
Concludo. Sarebbe un errore se, ancora una volta, affidassimo alla Magistratura la soluzione di questa vicenda. Carola Rackete è, per principio costituzionale, presunta innocente, come son tutti gli indagati, anche quelli arrestati in flagranza di reato. Gli addebiti saranno specificati solo dopo un'attenta lettura degli atti, e la concomitanza di leggi succedutesi nel tempo può prospettare varie soluzioni. Ma al di là del giudizio penale - dal quale ci auguriamo che la Capitana non esca come una paladina ma nemmeno come una terrorista - resta la perniciosa confusione politica che questa storia ha creato.
LA BARCA DELLA GUARDIA DI FINANZA CHE RISCHIAVA DI ESSERE AFFONDATO DA CAROLA RACKETELA BARCA DELLA GUARDIA DI FINANZA CHE RISCHIAVA DI ESSERE AFFONDATO DA CAROLA RACKETE

A fronte di un governo che - almeno in questo - ha dimostrato una responsabile unità, sta un'opposizione, ovviamente quella di sinistra, disorientata e sconcertante, che non si accredita come alternativa credibile né oggi né probabilmente domani. La parata dei compagni di Renzi, che un tempo avevano dimostrato moderazione e realismo, è naufragata - come rischiava di naufragare la motovedetta della Finanza - davanti alle sconsiderate manovre di Carola Rackete. E quella che nelle loro intenzioni voleva essere un'operazione di salvataggio, si è convertita in un involontario soccorso a Salvini.

NICOLA QUATRANO "CAROLA È UNA BULLA, SULLA PELLE DEI PROFUGHI"
Vincenzo Iurillo per il “Fatto quotidiano”

È una "toga rossa" in pensione e collabora con l' Osservatorio Internazionale offrendo assistenza legale gratuita ai perseguitati politici e religiosi del Nordafrica. Dunque, Nicola Quatrano non può certo essere tacciato di simpatie salviniane o sentimenti sovranisti. Eppure l'ex pm della Tangentopoli partenopea degli anni '90, non le manda a dire a Carola Rackete, a Sea Watch e a una sinistra che "non capisce niente di quel che sta accadendo e si riduce a fare il tifo pro o contro il personaggio del momento".

NICOLA QUATRANONICOLA QUATRANO
Hanno fatto bene ad arrestare la capitana?
In flagranza di reato, l'arresto ci può stare. Dubito che possano ravvisarsi esigenze cautelari che ne consentano la prosecuzione, ma non mi pare che Carola Rackete sia un'eroina.

Pd e sinistra l'hanno difesa, fino a salire sulla Sea Watch.
Da uomo di sinistra dico che è sconfortante l'incapacità della sinistra di proporre un ragionamento sensato sui temi della gestione dei flussi migratori, limitandosi a fare il tifo da stadio pro la capitana e contro Salvini, sulla pelle dei poveri 42 profughi.

Perché la capitana Rackete non è un' eroina?
Premessa: le Ong nella maggior parte dei casi sono organizzazioni che ricevono finanziamenti dai governi. Non è il caso della Sea Watch, della quale mi sono andato a leggere i bilanci. Però tutte le Ong hanno una loro agenda politica ben precisa e la capitana Rackete, in nome della sua Ong, ha deciso come una bulla di imporre l'agenda politica della sua Ong: costringere l'Italia ad accogliere i 42 profughi. Altrimenti non si spiega perché, pur sapendo che il porto di Lampedusa sarebbe stato chiuso per chissà quanto tempo, non si è diretta a Tunisi, in Grecia, in Turchia o in Israele. Nossignore: ha girato intorno all'isola per 14 giorni fino a quando gli eventi in qualche modo non l'avrebbero costretta a entrare in Italia. E anche questo è un reato.
CAROLA RACKETECAROLA RACKETE

Quale?
Dal punto di vista penalistico, si chiama violenza privata. È il reato che si commette quando si costringe qualcuno a fare qualcosa che non vuole fare. E secondo me dovrebbe rispondere anche di questo davanti al giudice.

Come giudica l' operato del ministro Salvini?
Anche lui si è mosso come un bullo, il capo ultrà di una curva. Al ricatto della capitana ha reagito animando un braccio di ferro, senza capire che un vero statista, come lui pretende di essere e non è, non gioca sulla pelle di 42 profughi e che ci sono ricatti ai quali bisogna cedere, quelli che riguardano la vita delle persone. Un comportamento irresponsabile.

Come invece giudica il comportamento della sinistra?
Non ha capito niente. Se bisogna accettare i ricatti quando in ballo ci sono vite umane, bisogna però chiamare le cose col loro nome. E un ricatto va chiamato ricatto. La sinistra ha sbagliato nell' ergere a ruolo di eroina una ragazza che ha compiuto un ricatto, compatibile con la mission della sua Ong e basta: prendere i profughi e portarli in Italia, e solo in Italia. Lo hanno deciso loro, quelli della Sea Watch, e basta. Contribuendo anche loro a mettere a repentaglio la vita dei 42 profughi.
CAROLA RACKETECAROLA RACKETE

Nessuno ne esce bene.
Tranne per fortuna i 42 profughi, finalmente al sicuro.

Politicamente chi ne esce meno peggio?
Temo che questa vicenda abbia fatto guadagnare a Salvini molti punti percentuali in più nei consensi.

E perché vanno peggio i tifosi della capitana?
Perché la risposta ai temi complessi della gestione dei flussi migratori non può essere l' accoglienza tout court e basta. Nessun Paese al mondo può dire "venite tutti qui", per la semplice ragione che non è possibile. Bisogna riaprire una vertenza con l' Ue, ridiscutere la redistribuzione dei migranti, e una trattativa seria non si può aprire attraverso ricatti e ricattini, forzando i blocchi tra gli applausi dei parlamentari Pd. Fonte: qui

LA PROCURA DI AGRIGENTO INTERROGHERÀ CAROLA RACKETE NON SOLO PER L’INGRESSO NEL PORTO DI LAMPEDUSA, MA ANCHE PER RICOSTRUIRE LE DINAMICHE DEL “SALVATAGGIO” DEI MIGRANTI 
LA “SEA WATCH” POTREBBE AVER AVUTO CONTATTI CON GLI SCAFISTI 
LA GUARDIA COSTIERA LIBICA AVEVA ASSUNTO IL COORDINAMENTO DELL’OPERAZIONE, MA…


Michela Allegri per “il Messaggero”

sea watchSEA WATCH
Il sospetto è che quella effettuata dalla Sea Watch 3 non sia stata un'operazione di salvataggio in situazione di emergenza, ma che possa esserci stata una regia più ampia: gli inquirenti vogliono stabilire se la nave della Ong tedesca, prima di caricare a bordo i 53 migranti soccorsi al largo delle coste libiche, abbia avuto contatti con gli scafisti. Per questo motivo, il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, e l'aggiunto Salvatore Vella, l'8 luglio interrogheranno di nuovo la comandante dell'imbarcazione, Carola Rackete.
patronaggioPATRONAGGIO

Si tratta di un'inchiesta parallela a quella costata alla capitana l'arresto in flagranza di reato per avere fatto ingresso nel porto di Lampedusa, violando i divieti e speronando una motovedetta della Guardia di finanza. In questo secondo fascicolo, la Rackete è indagata per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

MEME - CAROLA RACKETE COME LA ISOARDI IN BRACCIO A SALVINIMEME - CAROLA RACKETE COME LA ISOARDI IN BRACCIO A SALVINI
Gli inquirenti la ascolteranno per ricostruire con esattezza le dinamiche della vicenda, dopo avere studiato i documenti sequestrati sulla nave della Ong, a partire dal libro di bordo e da tutte le comunicazioni - via mail, telex e audio - intercorse tra la comandante e le autorità dal momento dei soccorsi fino alla decisione entrare nel porto, sfondando il posto di blocco della polizia giudiziaria.
CAROLA RACKETECAROLA RACKETE

Non è tutto. I magistrati verificheranno anche le condizioni della zona Sar libica ed effettueranno accertamenti per stabilire se la Ong abbia avuto contatti con i trafficanti di esseri umani. «Andremo a verificare se i porti della Libia possono ritenersi sicuri o meno - ha detto il Patronaggio - e andremo a vedere se la zona Sar libica è efficacemente presidiata dalle autorità della guardia costiera libica, andremo a verificare le concrete modalità del salvataggio».

sea watchSEA WATCH
Lo scopo, specifica ancora il capo della procura di Agrigento, è capire «se vi sono stati contatti tra i trafficanti di esseri umani e la Sea Watch, se il contatto sia avvenuto in modo fortuito o ricercato. Tutta una serie di elementi che servono a verificare se si è trattato di un'azione di salvataggio in mare, oppure un'azione concertata».

GLI AEREI
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I magistrati faranno verifiche anche sui due aerei utilizzati per le ricognizioni in mare: Colibrì e Moonbird, che sorvolano il Mediterraneo per andare alla ricerca ed eventualmente segnalare la presenza di barconi carichi di migranti. È stato proprio l'aereo Colibrì, il 12 giugno scorso, a comunicare alla Sea Watch 3 la presenza del gommone con a bordo i 53 migranti finiti al centro dell'ultimo scontro internazionale e politico.
CAROLA RACKETECAROLA RACKETE

Il salvataggio è stato effettuato in acque internazionali, a circa 47 miglia dalle coste libiche, in zona Sar di Tripoli. Dalla nave della Ong tedesca parte una segnalazione che viene inoltrata ai centri di coordinamento dei soccorsi in mare di Italia, Malta, Olanda e Libia. Poi, la Rackete si dirige verso il barcone. Alle 11,53 la Guardia costiera libica invia alla nave della Ong una comunicazione via mail con cui dichiara di assumere il coordinamento dell'operazione. Ma la Sea Watch 3 procede comunque al salvataggio.

patronaggioPATRONAGGIO
Al termine dei soccorsi, arriva una motovedetta libica, che si allontana senza dare nessuna indicazione alla comandante. «La motovedetta risultava montare una mitragliatrice a prua», si legge nell'esposto presentato dalla Ong alle procure di Agrigento e Palermo. Ora, gli inquirenti dovranno verificare se la ricostruzione dei fatti esposta dalla capitana e dall'equipaggio sia credibile. Fonte: qui