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lunedì 6 febbraio 2017

MARINE LE PEN ALZA I TONI A TRE MESI DALLE PRESIDENZIALI: “CON ME LA FRANCIA USCIRÀ DALL’UE, DALL’EURO E DAL COMANDO NATO”

GLI EURO-BUROCRATI DI BRUXELLES TREMANO

LA LEADER DEL "FRONT NATIONAL" VUOLE ESSERE IL TRUMP EUROPEO: “TI FANNO CREDERE CHE CON LA MONDIALIZZAZIONE SARAI UN VINCITORE MA IN REALTÀ LORO FANNO FABBRICARE A DEGLI SCHIAVI PRODOTTI DA VENDERE A DEI DISOCCUPATI. VOGLIO INTRODURRE UNA TASSA DEL 3% SU TUTTE LE IMPORTAZIONI PER AUMENTARE I SALARI E LE PENSIONI INFERIORI AI 1500 EURO”

MARINE LE PEN DOVREBBE RACCOGLIERE 26-27% DEI VOTI MA I SONDAGGI LA DANNO SCONFITTA AL BALLOTTAGGIO CONTRO IL "FRONTE REPUBBLICANO", L'ALLEANZA DI TUTTI I PARTITI. 

MA DOPO LA "BREXIT" E IL TRIONFO DI TRUMP POSSIAMO CREDERE AI SONDAGGI?

1 - LA PROMESSA DI LE PEN ALLA FRANCIA "CON ME FUORI DALLA NATO E DALL' UE "
Leonardo Martinelli per “la Stampa”

La sala esultava, gridava la sua rabbia, batteva insistentemente i piedi. Ecco, Marine Le Pen parla all'«uomo della strada», lo chiama proprio così. «Ti fanno credere che con la mondializzazione sarai un winner», lo dice in inglese. «Ma in realtà loro fanno fabbricare a degli schiavi prodotti da vendere a dei disoccupati». La mondializzazione fatta fuori in una manciata di parole: «loro», i cattivi, sono le banche, chi ha gestito finora la Francia e «il sistema europeista tirannico», «l' Unione europea che vuole imporre le sue direttive inefficienti e i suoi milioni di migranti».
MARINE LE PENMARINE LE PEN

Con il discorso tenuto ieri a Lione, la leader dell' estrema destra francese, tuonando contro Bruxelles e la mondializzazione a meno di tre mesi dalle presidenziali, si è imposta definitivamente come il Trump europeo.

Pure l' assemblea, estremamente reattiva, sembrava la claque di un comizio all' americana. La Le Pen, che il giorno precedente aveva presentato le 144 misure che vuole realizzare, se sarà eletta, ne ha spiegata una parte al suo popolo, con quell' oratoria, che oscilla tra il colto (citazioni di Victor Hugo o del cardinale Richelieu) e il popolare, giocando sui toni del sarcastico e del solenne, senza mai scivolare nel trash: una miscela imparata dal padre, Jean-Marie, che ieri non si è fatto vedere («Non ha espresso la volontà di venire e noi non avevamo bisogno che venisse», ha commentato perfido nei corridoi Florian Philippot, braccio destro della Le Pen).
marine e jean marie le penMARINE E JEAN MARIE LE PEN

Si è scagliata contro «i due totalitarismi che minacciano le nostre libertà e il nostro Paese: un'ideologia che agisce in nome della finanza mondializzata e un'altra in nome dell' islam radicale». Per reagire ci vuole uno Stato forte, che comunque «non deve essere onnipotente e onnipresente, ma protettore»: quel solito mix di liberalismo e protezionismo.

Una delle nuove misure principali che vuole introdurre è una tassa generalizzata del 3% su tutte le importazioni, che dovrebbe rendere 15 miliardi all' anno. «Li utilizzeremo - ha specificato - per aumentare i salari e le pensioni inferiori ai 1500 euro netti mensili. In media queste persone ne otterranno così mille in più all' anno».
marion e marine le penMARION E MARINE LE PEN

Tutto il sistema economico della Le Pen, comunque, ruota intorno all'uscita dall' euro e dall' Unione europea. Vuole negoziarla con Bruxelles per sei mesi dopo la sua elezione. «Alla fine sottoporrò il frutto di quella trattativa a un referendum. Consiglierò, secondo i risultati ottenuti, se dire sì o no, ma sarà il popolo a decidere».

LE PEN PHILIPPOTLE PEN PHILIPPOT
Sì, una strategia più cauta rispetto a quando diceva che avrebbe sbattuto la porta e basta. Ma ancora ieri ribadiva: «La mia speranza è che l' euro resti per i francesi solo un brutto ricordo». La Le Pen vuole pure che Parigi abbandoni «il comando militare integrato della Nato». Un altro referendum servirà a riformare la Costituzione. In vista di una maggiore democrazia partecipativa, «potrete chiedere al Parlamento di fare una legge oppure di abrogarne una già adottata, se ci saranno almeno 500 mila persone a chiederlo».

La riforma costituzionale servirà anche a introdurre il concetto di «priorità nazionale» nel testo fondamentale: vorrà dire priorità ai francesi per le case popolari e una tassa sui contratti di lavoro dei cittadini stranieri. Alla fine si congratula per la «vittoria del no al referendum voluto da Matteo Renzi»: un riflesso, dice, del popolo contro l'oligarchia».

MARINE LE PEN E MATTEO SALVINIMARINE LE PEN E MATTEO SALVINI
Agli inizi del suo discorso la Le Pen aveva esordito così: «Sono la candidata della Francia del popolo contro la destra dei quattrini e la sinistra dei quattrini», aggiungendo che «l' attualità recente porta prove eclatanti di tutto ciò». Una chiara allusione al Penelope-gate che ha travolto Fillon, candidato della destra tradizionale: da quando sono emersi quei sospetti sul pagamento fittizio di lauti stipendi da assistente parlamentare alla moglie di Fillon, la Le Pen è costantemente in testa nei sondaggi. Ma è data sempre perdente al ballottaggio. Non ha ancora vinto la sua battaglia. «In nome del popolo».

2 - PERCHÉ NON TREMA SOLTANTO PARIGI ... GLOBALISTI ALLO SBANDO!
Bernardo Valli per “la Repubblica”

FRANCOIS FILLON CON LA MOGLIE PENELOPEFRANCOIS FILLON CON LA MOGLIE PENELOPE
Il progetto di indire un referendum sull'Europa, nel caso il Front National dovesse vincere le presidenziali di primavera, non è nuovo. Se ne è parlato anche dopo la Brexit, accolta con entusiasmo da Marine Le Pen come una battaglia d' avanguardia vinta dai compagni populisti d'Oltremanica.

Una battaglia da ripetere in Francia appena se ne presenterà l'occasione. E il fatto nuovo è che il momento per colare a picco la malandata Unione Europea appare adesso ai populisti del continente più che mai favorevole. L'avvento di Donald Trump ha portato alla Casa Bianca un alleato insperato. Il presidente della super potenza, nonostante le sconcertanti contraddizioni, è considerato da Le Pen l'uomo della provvidenza, senz'altro un leader che darà forza all'ondata anti europeista che rischia di abbattersi prima in Olanda, alle elezioni di marzo, e poi soprattutto in Francia.

LA FAMIGLIA FILLON DAVANTI AL LORO CHATEAULA FAMIGLIA FILLON DAVANTI AL LORO CHATEAU
A dar peso alle parole di Marine Le Pen a Lione è anche il caos che regna tra i suoi oppositori della destra democratica e della sinistra ancora al governo per poco più di settanta giorni, fino al doppio voto presidenziale, di aprile e di maggio, e alle legislative che seguiranno. La sinistra riformista appiattita dai cinque anni della presidenza Hollande non arriverà neppure al ballottaggio.

Ma la destra democratica che si preparava a entrare nel palazzo dell'Eliseo non versa in migliori condizioni. Il suo campione François Fillon, l'ex primo ministro, esaltato per la compostezza morale dal mondo cattolico conservatore francese, non è sicuro di arrivare al traguardo del voto. Potrebbe essere costretto a dare le dimissioni da candidato, in seguito alle insistenti pressioni del suo stesso partito.
HOLLANDE JUPPEHOLLANDE JUPPE

I suoi nervi rischiano di cedere sotto la pioggia di accuse prima dell'appuntamento elettorale. Il milione di euro che è riuscito a distribuire in famiglia, facendo della moglie e dei figli dei collaboratori quando era parlamentare, scandalizza la Francia. Al punto che quasi l'ottanta per cento degli elettori desidererebbero il suo ritiro dalla gara presidenziale.

FILLON SARKOZYFILLON SARKOZY
E si è accesa la rissa tra le correnti del partito. Gli uomini di Fillon, sempre meno numerosi, sostengono che egli debba continuare la campagna percorrendo il Paese. Il quale non gli riserva soltanto applausi. Qualche insulto viene gridato sulle piazze. Ma non sono pochi coloro che restano perplessi vedendo sprofondare in uno scandalo (su cui lavorano i giudici) l'uomo dall' aspetto dignitoso che immaginavano già incoronato monarca repubblicano.

VALERY GISCARD D'ESTAINGVALERY GISCARD D'ESTAING
La storia non si ripete mai, e tuttavia si assomiglia spesso. Il caso Fillon non è poi tanto eccezionale nella recente storia di Francia. Nel '74, un eroe della Resistenza, Jacques Chaban Delmas, non riuscì a conquistare la presidenza perché scoppiò uno scandalo quando risultò che non era un contribuente rigoroso. Ne approfittò Valéry Giscard d'Estaing che però fu sconfitto sette anni dopo, quando cercò di conquistare un secondo mandato e risultò che aveva ricevuto dei diamanti da Bokassa, un folcloristico leader africano.

Non importa che i diamanti non avessero alcun valore. L'accusa funzionò. Di recente, François Hollande non sarebbe mai diventato capo dello Stato se il leader socialista designato di fatto candidato del partito non fosse rimasto vittima della sua ingordigia sessuale. Il caso Fillon appare al momento più grave perché si verifica quando le primarie l'avevano già designato come candidato unico del centrodestra e gli altri aspiranti si erano ritirati in buon ordine.
MACRONMACRON

Le correnti avverse a Fillon sono sempre più folte e chiedono ormai apertamente che si ritiri al più presto dalla gara presidenziale. Di queste correnti fanno parte uomini prestigiosi o noti. In particolare Alain Juppé, sindaco di Bordeaux, dato favorito prima della sorprendente ascesa di Fillon; e naturalmente l'eterno Nicolas Sarkozy. Entrambi tuttavia respingono l' idea di sostituire Fillon, nel caso si dimettesse.

Senza muovere un dito Marine Le Pen ha visto cadere come birilli quelli che dovevano essere i suoi principali avversari. Prima dello scandalo Fillon poteva creare al ballottaggio, quando la gara presidenziale si svolge tra due candidati, un fronte anti populista abbastanza solido. Adesso ci si chiede chi potrà sostituirlo. Alain Juppé, se pregato e convinto, potrebbe avere quel ruolo.
VALLS MACRONVALLS MACRON

Ma non è detto che accetti o che riesca a uscire indenne dalla mischia in corso nel partito (i repubblicani). Tanti altri nomi circolano. Ma spesso non sono famosi nel Paese come gli esclusi. Al primo turno Marine Le Pen dovrebbe raccogliere, stando ai pronostici, tra il 26 e il 27 per cento dei voti. Per contenere il suo risultato al ballottaggio sotto il cinquanta per cento ci vuole un "fronte repubblicano" solido.

SARKOZY CARLA BRUNISARKOZY CARLA BRUNI
Ed emerge il nome del giovane Emmanuel Macron, 39 anni, ex stretto consigliere del presidente Hollande all' Eliseo e poi al ministero dell' Economia, prima di diventare il leader di una tendenza progressista in bilico tra destra e sinistra. Macron ha una grande virtù: è un uomo nuovo. Marine Le Pen se lo potrebbe trovare davanti, come l' incarnazione dell' Europa.

Fonte: qui

mercoledì 11 gennaio 2017

LA CONSULTA BOCCIA I VOUCHER

AMMESSO IL REFERENDUM DELLA CGIL CONTRO I “BUONI” PER IL LAVORO ACCESSORIO 

RESPINTO, INVECE, QUELLO SUL SUPERAMENTO DELL’ART.18 (LICENZIAMENTI) PREVISTO DAL JOBS ACT 

PER SCONGIURARE IL REFERENDUM IL GOVERNO DEVE FARE UNA LEGGE


CAMUSSO RENZICAMUSSO RENZI
Il referendum sull'articolo 18 non si farà: la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile il quesito. La consultazione popolare proposta dalla Cgil puntava ad abrogare le modifiche apportate dal Jobs act allo Statuto dei lavoratori e a reintrodurre i limiti per i licenziamenti senza giusta causa. Via libera invece ai quesiti sui voucher e sulla responsabilità in solido appaltante-appaltatore.

VOUCHER JOBS ACTVOUCHER JOBS ACT
AVANTI DUE QUESITI SU TRE

Nell'odierna camera di consiglio la Corte Costituzionale ha dichiarato: ammissibile la richiesta di referendum denominato «abrogazione disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti» (n. 170 Reg. Referendum); ammissibile la richiesta di referendum denominato «abrogazione disposizioni sul lavoro accessorio (voucher)» ( n. 171 Reg. Referendum); inammissibile la richiesta di referendum denominato «abrogazione delle disposizioni in materia di licenziamenti illegittimi» (n. 169 Reg. Referendum). È quanto riporta la nota della Consulta.
VOUCHER JOBS ACT1VOUCHER JOBS ACT1

SUI VOUCHER PUÒ INTERVENIRE IL GOVERNO

Il via libera arrivato dalla Consulta apre la strada a due referendum e il più importante è certamente quello sui voucher, i buoni lavoro che il Jobs act ha ampliato e modificato. Il quesito chiede di abrogare queste norme. Il governo ha già reso noto di voler intervenire su questa materia. Se lo farà con una nuova norma, il referendum cadrà. Ma prima la nuova norma dovrà passare al vaglio dell'Ufficio centrale per il referendum della Cassazione, che verificherà se sia aderente all'istanza quesito referendario.

Fonte: qui

domenica 8 gennaio 2017

BELLA FIGURA DI M...A! IL SINDACATO E’ IN PRIMA LINEA PER ABOLIRE I BUONI LAVORO(VOUCHER)


“DITE CHE SONO CASI ISOLATI” E' LA SCUSA CHE LA CGIL MANDA ALLE SEDI REGIONALI IN UNA MAIL PER GIUSTIFICARE L’USO DEI VOUCHER PER PAGARE ALCUNI SUOI COLLABORATORI IN EMILIA ROMAGNA E LOMBARDIA: “EVITIAMO DANNI DI IMMAGINE IN VISTA DEL REFERENDUM SUL JOBS ACT”


Matteo Pucciarelli per “la Repubblica”

susanna camussoSUSANNA CAMUSSO
COME AL SOLITO PIGLIA PER C..O I LAVORATORI
“Dite che sono casi isolati”. La mail è arrivata a tutte le strutture regionali della Cgil il giorno della Befana, inviata dalla sede centrale di Roma. Sì perché il caso voucher - cioè l'utilizzo da parte della categoria dei pensionati dei "buoni lavoro" per retribuire alcuni collaboratori, in Emilia-Romagna e in Lombardia: gli stessi buoni lavoro che la Cgil vuole abolire attraverso un referendum per il quale ha raccolto tre milioni di firme - sta agitando e non poco le acque dentro il sindacato.

La nota interna firmata da due membri della segreteria guidata da Susanna Camusso, cioè Nino Baseotto e Tania Scacchetti, prova ad attutire il contraccolpo mediatico invitando i dirigenti regionali a minimizzare la faccenda, evitando i processi, in modo da non alimentare fratture nella organizzazione e nella sua immagine pubblica. Evitare i processi, quindi, anche perché i casi di persone retribuite con i detestati voucher sarebbero numerosi e sparsi un po' in tutta Italia: meglio quindi non approfondire e lasciar passare la buriana.
VOUCHER JOBS ACTVOUCHER JOBS ACT

Certamente sarebbe stato meglio usare maggiore attenzione sulla questione, specie una volta avviata la nostra campagna di raccolta firme, ammettono Baseotto (ex segretario regionale della Lombardia) e Scacchetti (che invece arriva proprio dall' Emilia).
L'obiettivo che dobbiamo perseguire in queste ore delicate anche in relazione alla prossima espressione della Corte sulla ammissibilità dei quesiti referendari - continua la comunicazione - deve essere quello di rilanciare la validità delle nostre ragioni, supportate dalle milioni di firme raccolte nei mesi scorsi.

VOUCHER JOBS ACT1VOUCHER JOBS ACT
La data fatidica è il prossimo 11 gennaio, quando la Consulta dirà se per i tre quesiti proposti dalla Cgil (tra i quali quello che prevede l' abolizione dei voucher) si andrà a votare o meno. Per questo il consiglio è che anche nella relazione con la stampa locale il fenomeno va circoscritto a quello che è, un utilizzo per limitate attività meramente occasionali svolte da soli pensionati. La preoccupazione è non prestare il fianco a quella che viene definita una strumentalizzazione che non è accettabile. Noi non neghiamo l' esigenza di uno strumento che possa rispondere al lavoro occasionale; neghiamo che questo strumento siano i voucher come li conosciamo oggi.

Il punto, però, non è solo legato ai buoni in sé. C' è tutto un capitolo spinoso che investe il sindacato e il lavoro all' interno delle proprie numerose categorie e Camere del lavoro locali. Un sistema noto e ampiamente utilizzato per retribuire chi un po' per "militanza" e un po' per lavoro affianca il sindacato, ed è quello dei rimborsi spese. Cioè presentare ai responsabili politici spese realmente avvenute ma ancora più spesso no, che però una volta liquidate diventano una sorta di compenso economico.

maurizio landiniMAURIZIO LANDINICOME AL SOLITO PIGLIA PER C..O I LAVORATORI

giovedì 8 dicembre 2016

Volker Wieland, il consigliere di Angela Merkel: "Il governo italiano chieda aiuto alla Troika"

Matteo Renzi lascia, i mercati non crollano ma l'Europa è comunque in allarme. O meglio, la Germania di Angela Merkel, che vorrebbe cogliere l'occasione del vuoto di potere per occupare il Paese. Lo dice chiaro e tondo Volker Wieland, uno dei consiglieri economici del governo di Berlino nonché fedelissimo della Cancelliera - "mister" Merkel, appunto -  il quale ha affermato che il nuovo esecutivo tricolore "dovrebbe chiedere un programma di aiuti all'Esm", il Meccanismo di stabilità europeo, ovvero il fondo salva-Stati.

La ricetta viene snocciolata in un'intervista al quotidiano Handesblatt, dove Wieland aggiunge che "anche l'Fmi dovrebbe essere coinvolto nel programma di aiuti". Il tutto, tradotto dal burocratese-istituzionale, significa che l'Italia dovrebbe chiamare la famigerata Troika: Bce, Commissione europea e Fmi, la "tripletta" coinvolta nel salvataggio greco e il cui arrivo coincide a una sostanziale cessione (quasi assoluta) di sovranità.
Wieland, che fa parte dei cosiddetto "cinque saggi" del governo tedesco, spiega che il piano "da un lato rappresenterebbe uno 'scudo' in caso di crisi debitoria in Italia e, dall'altro, Esm e Fmi assieme potrebbero esercitare le giuste pressioni per sbloccare le riforme". Le riforme volute dai burocrati tedeschi e di Bruxelles, ovvero altre tasse. Il consigliere, poi, bacchetta Renzi, il quale ha sbagliato perché "ha legato il suo futuro politico alla riforma costituzionale invece di portare avanti riforme ambiziose sul mercato del lavoro, dei prodotti, dell'amministrazione pubblica e della giustizia". Dunque, dopo aver proposto la Troika, Weiland scrive anche il nostro programma: Chiunque si trovi a governare il paese in futuro, deve finalmente creare le condizioni economiche necessarie per una crescita sostenibile. L'Italia ha bisogno di una politica dell'offerta vicina al mercato". Dunque, la minaccia finale: "Se il nuovo governo non affronterà con forza questi problemi l'Italia non riuscirà a restare a lungo nell'unione monetaria".

Fonte: qui

venerdì 28 ottobre 2016

Finanziaria poco equa

Il governo sta presentando la legge finanziaria e non si può non notare che Renzi, di anno in anno proceda come i gamberi, passi per le accuse di averla costruita con mance per tutti, alla Cirino Pomicino, allo scopo di vincere il referendum. 

E’ un’accusa che le opposizioni muovono sempre, di sicuro con questa legge non si cambia verso, né in Italia, dove non si spinge sulla ripresa, né in Europa, dove non si danno segni di risanamento. 

Una cosa si può dire, è una legge finanziaria poco equa: alle pensioni viene dato lo 0,110 del Pil, alla famiglia lo 0,042, alla scuola lo 0,048 che ricomprende altre assunzioni, borse di studio e i 500 euro a chi compie 18 anni, vero esempio di programmazione. 

Al contrasto alla povertà, sempre di più in crescita, lo 0,028, però dal 2018, insomma, un invito a stringere la cinghia. In sintesi, continua la sproporzione di risorse tra pensionati e lavoratori, in un Paese in cui solo il 56% della popolazione è attiva. 

Nessun investimento sui giovani e poco sulle famiglie, che servano se non ad invertire il trend della denatalità, a frenarlo, possibilmente evitando scemenze come la campagna per il fertility day. 

Sulla famiglia interventi spot:800 euro per un nuovo nato, regalo di benvenuto, 1000 per l’iscrizione all’asilo, tre mesi di retta, altro benvenuto, 600 per la babysitter, benvenuto anche alla babysitter, infine bonus bebè, legato all’Isee per tre anni, poi evidentemente i bambini smettono di essere un costo e diventano un reddito. 

In Francia, Germania, Belgio a partire dal secondo figlio, il contributo arriva fino alla maggiore età. Eppure secondo la Caritas ci sono in Italia 500.000 minori in povertà. 

Non vi è nulla sulle politiche attive, che favoriscano la ricerca di un lavoro o la mobilità tra lavori diversi, senza le quali il Jobs act, avanti con i termini inglesi, è una legge monca che crea categorie di lavoratori meno protetti e blocca la mobilità per non perdere la tutela del reintegro. 

Sui pensionati l’investimento è maggiore, con l’aumento della tredicesima del 30%  per chi percepisce fino a 750 euro e l’introduzione per coloro che percepiscono da 750 a 1000 euro, senza alcun calcolo Isee, insomma per una volta anche i ricchi e i pensionati baby sorridono e dicono Sì. 

Sarà pure una finanziaria delle meraviglie(per le Elites e per i media compiacenti!), ma equa non lo è di certo. 

Del resto il Premier si può permettere di tutto, con l’opposizione che si ritrova, anche di non avere un disegno strategico, solo visioni di corto respiro, ma i debiti prima o poi si pagano, sia quelli economici, che quelli politici.

Fonte: qui

giovedì 27 ottobre 2016

Italia, la resa dei conti pronta dal 9 dicembre

Fino al referendum del 4 dicembre, Bruxelles non prenderà provvedimenti contro l'Italia. L'8 dicembre, poi, è previsto un board della Bce

State pure tranquilli: fino al 5 dicembre, l'Europa non dirà nulla. Starà lì, rigida e severa come una maestra d'altri tempi, ma non c'è rischio che utilizzi la matita rossa: non può permetterselo. E non tanto perché Renzi pensa di aver stipulato la propria assicurazione sulla vita durante il viaggio negli Usa da Obama, ma per il semplice fatto che l'impalcatura stessa dell'Unione ormai è un fragile insieme di legni marci che sta in piedi soltanto grazie all'immobilità delle istituzioni: alla prima mossa, crolla tutto. 
La notizia davvero importante è arrivata venerdì scorso, quando l'agenzia di rating canadese Dbrs ha confermato l'investment grade al rating per il credito del Portogallo: l'avesse tolto, la Bce non avrebbe più potuto comprare carta di Lisbona e l'accelerazione della fase finale della crisi europea sarebbe stata devastante. Ma anche ieri è arrivato un segnale chiaro dello stato dell'arte del Vecchio Continente: dopo aver fatto la faccia dura per un paio di settimane, il board dei direttori dell'Esm, lo European stability mechanism, ha autorizzato il versamento di 2,8 miliardi al governo greco, fondi che costituiscono la seconda tranche della prima parte del terzo prestito dell'eurozona. «La decisione di oggi è la dimostrazione che il popolo greco sta facendo costanti progressi nel riformare il Paese: il governo ha completato le misure fondamentali nel settore delle pensioni, della governance delle banche, dell'energia e nella raccolta delle imposte», ha commentato il direttore dell'Esm, Klaus Regling. 

Balle, i conti greci sono a pezzi e non passa giorno che le strade di Atene non siano invase di manifestanti: ma basta che le telecamere restino spente e il gioco è fatto. L'esborso di 2,8 miliardi consiste in due tranche: un miliardo è stato approvato in seguito all'attuazione delle 15 misure considerate "pietre miliari" del programma di riforma concordato per ottenere il terzo prestito dai creditori eurozona e sarà usato per pagare gli oneri del debito. Il resto, 1,8 miliardi, può essere sborsato, indica l'Esm, dopo la valutazione positiva della soluzione degli arretrati netti da parte della Grecia. Questa seconda tranche del versamento sarà trasferita in un conto speciale per la regolazione degli arretrati. All'economia ellenica - e quindi ai cittadini - non arriverà niente, è la solita partita di giro: io do i soldi ad Atene, la quale così può ripagarmi di quanto mi deve. Ipocrisia allo stato puro. 
Klaus Regling ha inoltre indicato che ci sono le condizioni per il completamento della seconda verifica del programma di riforme nei tempi previsti: l'Eurogruppo aveva dato l'ok già l'11 ottobre, ma la seconda tranche, 1,7 miliardi, era stata congelata in attesa di verifiche sugli arretrati dello Stato con i privati. E la verifica ha dato esito positivo, guarda caso anche perché, giova ripeterlo, tutti i soldi, come sempre, torneranno a stretto giro di posta ai creditori. Dopo l'esborso di ieri, l'assistenza finanziaria dell'Esm ha raggiunto i 31,7 miliardi su un totale previsto fino a 86 miliardi: a oggi, Esm e Efsf (il primo fondo salva-stati istituito dalla zona euro per i salvataggi dei Paesi) hanno sborsato 173,5 miliardi alla Grecia. 

Ma non essendo veri fondi per il governo, bensì denaro che tornerà a stretto giro di posta a Bruxelles, i guai per Atene non sono affatto finiti: il governo Tsipras, per stare agli impegni, dovrà liberalizzare il mercato del lavoro e rimettere mano a fisco e tasse, come chiede il Fmi, con l'obiettivo di arrivare a un'intesa tra novembre e marzo, per avviare poi i negoziati sul taglio al debito di 320 miliardi. Anche qui, come con il Portogallo, si calcia avanti il barattolo, ma la Grecia è fallita nei fatti: o le si condona la gran parte del debito, dandole la possibilità di ripartire o è inutile prendere in giro la gente. 

E l'Italia? Voci di corridoio dicevano che nella serata di ieri era in partenza una lettera della Commissione in merito alla legge di Bilancio, presentata nove giorni fa ma in maniera assolutamente informale e incompleta. I rappresentanti della Commissione sono già al lavoro nelle stanze del ministero dell'Economia, dove sono arrivati domenica, ma non per spulciare i conti della manovra (ancora sconosciuti a tutti, di fatto) e suggerire aggiustamenti da fare in corsa, bensì nell'ambito di una visita che il governo definisce «di rito» legata agli "squilibri macroeconomici" del nostro Paese. Anche in questo caso, il patto è chiaro: Bruxelles non romperà le uova nel paniere a Renzi prima del 4 dicembre, ma dopo, piaccia o meno, il conto presentato dall'Europa andrà pagato. 

E non pensiate che la questione si limiti al decimale di deficit da tagliare di cui si vocifera in queste ore, ovvero portandolo dal 2,3% al 2,2% o al disavanzo strutturale da ridurre e portare dall'attuale più 0,6% ad almeno a più 0,5%. L'Europa non lo fa perché ama particolarmente Renzi, soprattutto la Germania dopo il blitz al Consiglio europeo contro nuove sanzioni verso la Russia, ma perché sa che in caso di vittoria del "Sì", il premier sarà in grado di reggere una manovra di aggiustamento, magari facendo marcia indietro su alcune scelte messe nella legge di Bilancio: leggi, parte delle mance a pioggia presentate con scopo unicamente elettoralistico. In caso di vittoria dei "No" e crisi di governo, toccherà ai tecnici mettere mano ai conti dello Stato, dando la colpa al predecessore: in ogni caso, Bruxelles avrà vita facile a imporre la sua ricetta. Roba da troika, per capirci. 

La Germania non può infatti permettersi di affrontare le elezioni politiche con Bruxelles che si mostra debole con gli Stati che non rispettano i patti e si caricano di debito, ma per ora nessuno ha interesse a tenere alta la polemica. Di fatto, l'esame vero e proprio dei Documenti programmatici di bilancio avviene entro il 30 novembre: a quel punto, la Commissione potrà decidere, magari non di bocciare ma di esprimere un parere negativo e invitare il governo a rivedere i conti. Il tutto, però, a referendum passato. E, magari, vinto. 
A confermare questo do ut des ci ha pensato lunedì anche il Corriere della Sera, a detta del quale Roma e Bruxelles avrebbero siglato una sorta di accordo per portare a casa il "Sì" al referendum del 4 dicembre. Stando a fonti vicine al dossier, infatti, i tecnici dell'Unione europea aspetteranno il 5 dicembre per esprimere le proprie opinioni sulle leggi di Stabilità, quella italiana inclusa. Prima di allora, insomma, a Roma non arriverà nessuna procedura di infrazione. «In concreto - si leggeva sul Corriere della Sera - una procedura per deficit eccessivo non comporterebbe la rinuncia alla sovranità come accaduto alla Grecia. Parigi, Madrid o Lisbona sono da anni sotto procedura, senza che in superficie ciò trasformi la loro vita politica». 

L'8 dicembre, poi, il Consiglio direttivo della Bce sarà chiamato a decidere come e per quanto continuare gli acquisti di titoli di Stato e questa volta Draghi non potrà prendere altro tempo: Il combinato disposto di referendum, ballottaggio alle presidenziali austriache e scelte della Bce sul Qe non permette alcun tipo di innalzamento della tensione. 

Fino all'8 dicembre sarà tutto conciliabile e gestibile: dopo arriverà il redde rationem

E per noi potrebbe rappresentare davvero un conto molto salato da dover pagare. 

Mercoledì 26 ottobre 2016

Fonte: qui

venerdì 30 settembre 2016

Frontalieri, immigrati e Lega Nord: cosa cambia con il voto?

Referendum Canton Ticino: quali conseguenze per i lavoratori italiani?

Il Referendum nel Canton Ticino ha dato come esito il “Sì” e saranno quindi poste delle limitazioni per l’assunzione di lavoratori italiani. Vediamo le conseguenze della decisione.

Il Referendum Canton Ticino ha dato come esito il “”, che ha ottenuto il 58% delle preferenze. Il referendum che si chiama “Prima i nostri” avrà delle conseguenze per i lavoratori italiani, specialmente i lavoratori frontalieri.
Lavorare al Canton Ticino, ha sempre attratto gli italiani per i suoi stipendi. Dopo la decisione presa con il referendum, la situazione potrebbe cambiare e le limitazioni poste potrebbero penalizzare i lavoratori italiani.
Il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha subito chiarito le problematiche che sono subentrate con la votazione. Vediamo insieme le conseguenze che questa decisione avrà sui lavoratori italiani, in particolar modo per i lavoratori frontalieri.

Referendum Canton Ticino: cosa cambia con la vittoria del Referendum

La popolazione svizzera ha deciso che dovranno essere posti dei limiti alla migrazione giornaliera dei lavoratori italiani. Ogni giorno si spostano dall’Italia al Canton Ticino circa 60 mila persone, per poi tornare in Italia dopo la giornata lavorativa. La Svizzera ha deciso di fermare questo esodo giornaliero.
Il Referendum che si è appena svolto è stato promosso dal partito di destra Udc e appoggiato dalla Lega dei Ticinesi. La decisione è quella di preferire le persone che vivono nel Cantone al momento dell’assunzione e di avere delle regole che diano la preminenza ai lavoratori qualificati che vivono sul territorio.
Da tempo il Cantone del Ticino cercava di porre dei limiti allo spostamento di lavoratori sul suo territorio. L’iniziativa “Prima i nostri” prima di essere approvata come modifica costituzionale, deve essere però discussa dall’Assemblea federale di Berna. Sarà compito dell’Assemblea decretare se la proposta è conforme al diritto nazionale e farla proseguire nel suo iter.

Referendum Canto Ticino: cosa cambia per i lavoratori italiani?

Nel caso in cui l’Assemblea federale di Berna dovesse approvare la proposta si attueranno delle restrizioni alla libera circolazione delle persone.
Verranno fissati dei limiti ai lavoratori che giornalmente potranno entrare ed uscire dai confini della Svizzera. Inoltre, saranno stabiliti dei principi di base. Saranno preferiti nei posti di lavoro i candidati residenti nel Canton Ticino.


Fonte: qui

Il risultato del referendum in Canton Ticino ha scatenato diverse reazioni da parte italiana. 

Cosa cambia in Italia?

Se c’è una regione che ha un problema di frontalierato questa è la Lombardia. Se c’è un territorio che senza questo sfogo vedrebbe drammaticamente aumentare i propri disoccupati sono le province di Como e Varese che sono anche le zone in cui la Lega è più forte.
Proprio quella Lega che ha stretti rapporti politici con i promotori del referendum che l’altro giorno ha stabilito che i posti di lavoro andranno offerti prima agli svizzeri e poi agli altri, a quei 60mila frontalieri che quotidianamente, ogni mattina, varcano i confini di Chiasso, Bizzarone e via discorrendo.
La notizia ha già scatenato l’ira dei politici, i quali, dopo essersi informati su chi siano i frontalieri e di che cosa si parla, hanno provveduto a rilasciare dichiarazioni di fuoco, arrivando a minacciare una crisi tra Berna e Bruxelles in nome della libera circolazione.
Tutto questo, però, sembra un po’ troppo precoce, e forse anche un po’ troppo sopra le righe, soprattutto quando l’indignazione scatta a intermittenza e quando si constata che le migliaia di italiani che lavorano all’estero sono un problema solo se c’è di mezzo quel nazionalismo che per noi coincide principalmente con la nazionale di calcio o con gli interessi economici.
L’impressione, come si diceva, è che il referendum per ora sia destinato a lasciare le cose come stanno. Ma senza farsi troppe illusioni e senza pensare che non vi siano pericoli. Perché non dobbiamo preoccuparci?
Perché in Svizzera, e in Ticino per la precisione, la disoccupazione è intorno al 3%, cioè non esiste, essendo questo il limite sotto il quale si considera che il mercato assorbe praticamente tutti gli “indigeni” che richiedano un lavoro.
Inoltre, perché il referendum non ha un’applicabilità immediata, dovendo passare prima da Berna che prima ne verificherà la compatibilità con le norme confederali e poi con gli accordi internazionali.
Infine, perché non riguarda chi già lavora in Svizzera e che non rischia di perdere il posto se non per le solite ragioni, e cioè per ragioni disciplinari, per scelta insindacabile del datore di lavoro, per colpe gravi, per essersi rifiutato di farsi tagliare il salario al di sotto del minimo e via elencando.

E allora perché tutto questo can-can? 

In fondo il referendum ha solo sancito un principio: formalmente il principio della chiusura di un Cantone della Confederazione Elvetica rispetto al criterio della libertà del mercato del lavoro, in realtà l’assai meno tangibile valore che il Ticino sa tenere testa all’Europa e non si fa intimorire dal “demonio europeo”!
Insomma, si è di fronte a una banalissima campagna mediatica?
Neanche questo è del tutto vero, ma certo non si può dire che il voto sia di quelli destinati a spostare da subito grandi numeri sul mercato del lavoro.
Al contrario qualche riflessione ci viene suggerita da una serie di coincidenze e circostanze che a noi paiono più inquietanti.
Anzitutto: perché la Svizzera si sta chiudendo di fronte al mondo? Perché, ci sembra evidente, i nostri vicini non fanno altro che adeguarsi a un andazzo che tenta anche noi italiani, e che è divenuto una costante nell’Europa odierna.
Per la civile Europa, infatti, l’altro non è più un essere umano, uno uguale a noi, che cerca di stare meglio, che si muove per trovare un luogo ove costruirsi un futuro più dignitoso, ma è una minaccia, un possibile concorrente rispetto a un benessere che sentiamo sempre più fragile, sempre meno garantito.
Non è un caso, d’altronde, che i ticinesi si siano dichiarati contrari ai frontalieri proprio quando aumentano le richieste di permessi di lavoro per profili occupazionali medio-alti: non è l’arrivo di muratori o operai a preoccupare i nostri vicini, ma quello dei tecnici, degli ingegneri, degli informatici, degli specialisti del sistema creditizio, degli insegnanti. Perché questo significa meno posti di lavoro laddove la fatica intellettuale sostituisce quella fisica, cioè nel regno del benessere. Ma significa anche chiedersi se davvero le scuole svizzere sono al livello di quelle europee o non abbisognano di qualche ritocco. Se i medici e gli infermieri autoctoni sono davvero all’altezza del compito che è loro richiesto o se non subiscano la concorrenza di personale meglio formato e più disponibile, come quello italiano. Cioè, significa rimettersi in discussione.
Allo stesso modo, però, anche noi ci chiudiamo e siamo preoccupati quando vediamo arrivare dalle sponde del Mediterraneo gruppi di persone: perché riteniamo che esse mettano a rischio la nostra fragile ricchezza, le nostre povere certezze quotidiane.
Gli indiani che arrivano sono davvero solo “poveri cristi” o non ci sono fra loro ingegneri che potrebbero insidiarci?
E perché la Merkel accoglie i siriani, ben formati e competenti?
È una catena, una serie di paure: un susseguirsi che ci indigna quando ne siamo le vittime, ma che ci carica oltre misura quando riguarda altri.
Per questo e per altri motivi, per tornare alla Svizzera e al Ticino, i nostri amici rossocrociati dovrebbero pensarci bene e immaginare se, all’improvviso, i trattati per la libera circolazione delle merci venissero rivisti. Quante aziende italiane che si sono spostate appena al di là del confine, attirate da politiche di dumping salariale e da una tassazione “amichevole”, dovrebbero tornare di qua della frontiera?
Certo, in tal caso tanti frontalieri rincaserebbero, ma contemporaneamente quanti sarebbero gli svizzeri a divenire meno ricchi?
Se, dunque, è evidente che non si vive di solo groviera e che non si può nemmeno vivere di solo Grana padano, dovremo trarre da questo referendum il coraggio di affermare che non è vero che il solo formaggio buono è quello prodotto a casa propria.
In fondo questa consultazione rischia di produrre qualche effetto positivo: perché provare sulla nostra pelle, sulla pelle dei nostri familiari, amici, vicini, l’amaro sapore del rifiuto, potrebbe indurci a considerare “quanto sa di sale lo pane altrui”, per citare il Sommo poeta, e a valutare “l’invasione degli extracomunitari” per quel che essa è, una vera occasione di rilancio delle politiche economiche italiane ed europee e di ripensamento su di sé e il proprio destino.


In fondo, adesso che ci si pensa, anche gli svizzeri sono extracomunitari. O no?



GERARDO LARGHI

Fonte: qui

sabato 10 settembre 2016

I COLOSSI USA DI MORGAN STANLEY E GOLDMAN SACHS PREVEDONO BOCCIATURA PER IL REFERENDUM BY RENZI: "I NO AL 65%"

COSI' PIU' DIFFICILE IL SALVATAGGIO DI MONTEPASCHI, TARGATO JP MORGAN 

"NON HA UN PIANO INDUSTRIALE", DICONO GLI INVESTITORI (TRADUZIONE: LA BANCA NON HA FUTURO) 

PASSERA STA ALLA FINESTRA

Giovanni Pons per “La Repubblica”

lloyd blankfein goldman sachs

LLOYD BLANKFEIN GOLDMAN SACHS

Le nubi che si stanno addensando sull’autunno- inverno delle banche italiane sono plumbee. In soli due giorni due merchant bank di standing mondiale come Goldman Sachs e Morgan Stanley hanno prodotto ricerche per fornire la loro previsione sul referendum costituzionale che avrà luogo in Italia tra fine novembre e i primi di dicembre. Come mai?

In effetti l’esito del referendum e il conseguente destino del governo di Matteo Renzi possono avere una notevole influenza sul sentiment degli investitori internazionali verso l’Italia. 

Se poi si aggiunge che al voto del referendum è legata anche la ricapitalizzazione da 5 miliardi del Monte dei Paschi, in cui si stanno impegnando JP Morgan e Mediobanca, si capisce perchè le principali banche d’affari Usa abbiano preso carta e penna per mettere in guardia i loro clienti.

James Gorman ceo Morgan Stanley

JAMES GORMAN CEO MORGAN STANLEY

«I nostri economisti vedono una probabilità del 65% di rigetto del referendum costituzionale», scrivono gli analisti di Morgan Stanley specializzati sul settore bancario, «se sarà così vi sarà un periodo di incertezza, con ricadute sulla fiducia e sulla crescita del Pil». 

E la conseguenza sulle banche e su Mps sarà inevitabile. 

«Più importante, noi pensiamo che una vittoria del “No” andrà a influenzare le banche italiane, creando difficoltà al piano di ristrutturazione di Mps e un rischio di contagio per tutto il settore bancario europeo»(LA VITTORIA DEL "NO" AL REFERENDUM CREEREBBE PIU' DI QUALCHE PROBLEMA AGLI USURAI E AGLI SPECULATORI FINANZIARI!!!).

Insomma, ciò che i più acuti osservatori temevano ora si sta verificando. E il cambio in corsa del numero uno del Monte annunciata ieri è la prima conseguenza di una situazione che si sta progressivamente complicando. Quali sono le possibili soluzioni?

Il governo, che attraverso il ministero dell’Economia è anche il primo azionista di Mps con il 4%, per non dover intervenire attraverso una procedura di risoluzione si è affidato mani e piedi alla soluzione prospettata da JP Morgan e Mediobanca. E cioè vendita di 27 miliardi di sofferenze lorde al fondo Atlante e successiva ricapitalizzazione da 5 miliardi da effettuarsi sul mercato. 

Ma questo piano è entrato ben presto in difficoltà per una serie di motivi ben precisi.


jpmorgan dimon renzi padoan

JPMORGAN DIMON RENZI PADOAN

L’ammontare dell’aumento è troppo elevato, il prezzo a cui verranno offerte le azioni Mps sarà al di sopra della media a cui quotano le banche italiane, l’ad aveva già chiesto al mercato 8 miliardi dicendo che erano gli ultimi, non c’è un piano industriale a supporto dell’operazione che per l’appunto risente del rischio referendum. La prossima sostituzione dell’ad risolve uno di questi problemi ma gli altri rimangono sul tavolo inclusa una accesa rivalità tra banche d’affari che impedisce di trovare altre vie d’uscita.

Finora non è stata infatti presa in considerazione l’opzione Passera-Ubs, il cui piano di risanamento non è stato esaminato da Siena. Nella sua versione più aggiornata il piano dell’ex ad di Intesa Sanpaolo prevede 2,5 miliardi di aumento di capitale per Mps che sarebbe già coperto da investitori istituzionali americani.

passera moglie

CORRADO PASSERA E SUA MOGLIE

Dunque non si passerebbe dalle forche caudine del mercato e si sterilizzerebbe l’effetto referendum. La bad bank con 30-32 miliardi di sofferenze lorde verrebbe gestita con più calma e le azioni della “good” e della “bad” verrebbero distribuite agli azionisti. Un miliardo arriverebbe dalla conversione volontaria di bond e gli utili dei prossimi due anni sarebbero destinati a riserva. Senza pagare commissioni esagerate per il prestito ponte. Si vedrà nei prossimi giorni se il cda del Monte vorrà esaminare questa soluzione.


Fonte: qui

martedì 6 settembre 2016

Prodi, l'uomo che ci ha condotti al disastro

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Ogni tanto Romano Prodi si rivede: forse è immortale. Comunque gli auguriamo lunga vita. Qualche merito ce l’ha. Per ben due volte ha battuto alle elezioni Silvio Berlusconi, il quale a propria volta, con altri avversari, ha vinto in tre circostanze le consultazioni politiche. La storia di Prodi è zeppa di episodi curiosi: in carriera egli è stato e ha fatto di tutto: il ministro, il premier, il professore universitario, il giornalista (editorialista per il Corriere della Sera), il presidente della Commissione europea, il capo dell’Iri. E siamo certi di esserci dimenticati qualcosa. Oggi ha 77 anni e talora si appalesa in televisione per dispensare balbettante saggezza. Il suo modo di fare è quello di un parroco mite e dolce, il suo agire spesso è spietato.
D’altronde il potere o si esercita con cinismo o non si esercita. Martedì sera ho incrociato Romano a Ballarò, noto programma di Rai 3, condotto da Giannini, ex vicedirettore de La Repubblica. Entrambi, lui ed io, eravamo in collegamento, il che impediva un dialogo diretto, ma non di discutere, anzi di litigare.

La mia tesi riguardo a Brexit è la seguente: non è una catastrofe, bensì una decisione rispettabile, non imposta dall’alto, ma assunta dal popolo inglese interpellato mediante referendum, la più alta espressione democratica. Motivo per il quale auspico che anche l’Italia vi ricorra per tastare il polso ai cittadini. Non siano quattro finti esperti, professoroni presuntuosi e saccenti, a decidere le sorti del Paese ovvero se questo debba o no rimanere immerso nel minestrone europeo.
Prodi, pur comprendendo la scontentezza della gente, alle prese con una crisi interminabile, è dell’idea che un referendum sia improponibile. Ma non ha spiegato perché sia stato possibile svolgerlo in Gran Bretagna, mentre da noi sarebbe illecito.

Per sfottermi è arrivato a dire che se la mia ipotesi fosse valida, qualcuno si azzarderebbe a suggerire un plebiscito allo scopo di scegliere tra Monarchia e Repubblica. Una spiritosaggine vacua visto che simile consultazione avvenne oltre 70 anni orsono e registrò la vittoria – a suon di brogli – della Repubblica.
Le insensatezze sono la specialità di Prodi. Fu lui a regalare l’Alfa Romeo alla Fiat, così, per simpatia o per altro (non è stata mai chiarita la questione). Un particolare: l’azienda torinese pare che non abbia sborsato manco un centesimo. Un altro suo capolavoro: abolì la riforma pensionistica elaborata da Maroni (finestre, finestroni, scale e scaloni) e ripristinò il vecchio sistema previdenziale, che faceva rima con esiziale. Sempre Prodi si impegnò per consentire all’Italia di entrare di straforo nell’euro, con una quotazione da sballo: 1936 lire. Pareva che senza euro saremmo finiti nelle fogne a far compagnia alle pantegane. Viceversa fu una fregatura, come i nostri connazionali ben sanno avendoci smenato oltre 2000 euro a testa ogni anno, statistiche alla mano.
Un dettaglio. Il professor Romano per farci ottenere il privilegio di tagliarci i testicoli, ingiunse agli italiani la famigerata tassa europea, pari allo stipendio mensile di ciascuno di noi, con la promessa che tale somma ce l’avrebbe poi restituita. Frottola. Egli si inventò un’altra tassa che assorbì il rimborso che era nei patti. Questo è l’uomo. Non è antipatico. Assolutamente no. Ma il fatto di averci trascinato nella disavventura europea, non depone certo a suo favore. Diciamo che non merita il Nobel.
Dal momento in cui abbiamo mandato in solaio la gloriosa liretta, sarà una sfortunata coincidenza, la nostra economia è andata a puttane e la società al disastro.

I prezzi sono saliti vertiginosamente e i salari hanno iniziato ad arrancare, dando la stura alla miseria che si è diffusa a macchia d’olio (non d’oliva, perché è troppo caro).

Aggiungo soltanto che una classe politica così cialtrona e sbracata non ha alcun titolo per insegnare alla gente come ci si comporta in democrazia.

Qualsiasi persona di medio e addirittura basso livello è in grado di tenere testa ai responsabili della res publica. I quali pertanto abbiano la decenza di non sottovalutare il voto di un referendum, consultivo o no che sia. A proposito, è necessario precisare che il nostro Paese sghembo pur avendo organizzato vari plebisciti abrogativi, non è mai stato capace di tenerne conto, salvo rare eccezioni. Il referendum sulla abolizione del finanziamento ai partiti restò lettera morta; quello sulla abolizione del ministero dell’Agricoltura, idem (sostituirono solo le insegne del palazzo che ospita il dicastero); quello sulla privatizzazione della Rai, gettato nella pattumiera. Solo il divorzio e l’aborto passarono lisci.
In definitiva, la classe dirigente si fa un baffo del nostro suffragio e a sentirlo nominare va in bambola, lo rifiuta come abbiamo verificato in questi giorni. L’Inghilterra è andata alle urne per consultare il popolo, alla cui volontà si è attenuta anche se poteva farne a meno.

Dalle nostre parti, viceversa, basta che Libero raccolga le firme per aprire le urne e fare la stessa cosa fatta in Gran Bretagna, e si alzano voci di protesta negli ambiti degli intellettuali ovvero coloro che disprezzano la gente, considerandola carne di porco.

Quelli che gridano di più sono gli stessi che si sciacquano la bocca ogni due per tre con la democrazia, l’uguaglianza, e si esprimono solo con frasi politicamente corrette nella forma, in realtà dense di razzismo malcelato.
Noi insistiamo. Chiediamo a tutti di reclamare il diritto al voto sull’euro e sull’Europa, da cui dipendono tanti guai.

Sia il popolo e non i suoi stolti tribuni a dire se stare di qua o di là.

30 Giugno 2016, Vittorio Feltri