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mercoledì 4 gennaio 2017

Da Mps all'euro, le bufale che nessuno combatte


MONTE DEI PASCHI DI SIENA ED EURO. In questi giorni, da più parti, si festeggiano i 15 anni di introduzione dell'euro. E sempre più voci cominciano a mettere i dubbio la magnifiche sorti e progressive della valuta comune europea, un qualcosa di impensabile fino a poco tempo fa. E sapete perché? Perché la gente ha capito l'inganno. O, quantomeno, l'ha percepito. Non a caso, l'altro giorno il presidente dell'Antitrust, Giovanni Pitruzzella, ha invitato i Paesi dell'Ue a dotarsi di una rete di agenzie pubbliche per combattere la diffusione di notizie-bufale su Internet, spiegando che questa lotta è più efficace se viene svolta dagli Stati, piuttosto che delegarla ai social media come Facebook. 

In un'intervista con nientemeno che il Financial Times, Pitruzzella ha suggerito la creazione di un network di agenzie indipendenti, coordinate da Bruxelles e modellate sul sistema delle agenzie antitrust, che potrebbero rilevare le bufale, imporne la rimozione e, dove necessario, sanzionare chi le ha messe in giro: «La post-verità è uno dei motori del populismo ed è una minaccia che grava sulle nostre democrazie. Siamo a un bivio: dobbiamo scegliere se vogliamo lasciare Internet così com'è, un far west, oppure se imporre regole in cui si tiene conto che la comunicazione è cambiata. Io ritengo che dobbiamo fissare queste regole e che spetti farlo al settore pubblico». Vaghissima voglia di censura verso le idee non allineate? Assolutamente no, perché per Pitruzzella «questo monitoraggio della Rete non si tradurrebbe in una censura, perché la gente continuerebbe a usare un Internet libero e aperto», ma beneficerebbe della presenza di un'entità terza - indipendente dal governo - «pronta a intervenire rapidamente se l'interesse pubblico viene minacciato». 

Vi dico soltanto che a un'entità terza per verificare i contenuti pubblicati ci ha pensato anche Facebook e si tratta della Poynter, tra i cui finanziatori emergono la Open Society Foundation di George Soros e il National Endowment for Democracy, la sigla ombrello del Dipartimento di Stato che ha coordinato e organizzato le varie rivoluzioni arancioni in giro per il mondo. Pensate un po' chi potrebbero scegliere come entità terza il cosiddetto settore pubblico, ovvero l'establishment terrorizzato dal fatto che un decennio abbondante di bugie crolli come un castello di carte in pochi mesi.

E poi, scusate, ma il più clamoroso caso di fake news o bufala, per parlare come mangiamo, in ambito economico non è forse stato estremamente governativo e ufficiale?

Non fu Matteo Renzi all'inizio del 2016 a dire che Mps era risanata e che era un affarone investirci? 

Chi l'avesse fatto, avrebbe perso l'80% del capitale(per il momento!!!).
Eppure nessuno ha detto nulla all'ex premier, come la mettiamo Pitruzzella? 

E proprio su Mps, come vedete, è già scoppiato l'ennesimo caos: c'è chi propone un'addizionale che, se pagata, garantirebbe al tartassato di diventare azionista della banca, c'è chi come Renato Brunetta già polemizza e vede il Pd pronto ad usare il "salva-risparmio" calendarizzato al Senato come trappola per il governo Gentiloni per poter andare al voto in primavera e c'è chi, come la Germania, non perde occasione per dirci che i soldi pubblici sono l'ultima ratio utilizzabile, prima occorre tosare per bene gli obbligazionisti e gli azionisti. 

Ognuno dice la sua, ma nessuno dice la verità.

Ad esempio che la Germania non può proprio dirci niente, perché se falliamo noi, lei ci segue a ruota. 

Vi parlavo ieri della dura accusa di Donald Trump nei confronti di Berlino, molto politica vista la special relationship tra Obama e la Merkel, ma anche sostanziale: con il suo surplus, la Germania sta ammazzando il resto d'Europa e con l'euro così debole sta cominciando a fare male anche agli Usa. 

Bene, da quando è entrato in vigore l'euro, l'Italia ha accumulato un deficit verso la Germania di 359 miliardi, praticamente la metà dei 754 miliardi di crediti che la Germania ha garantito ai partner dell'eurozona. 

Il motivo è semplice: farci comprare e consumare merci e beni tedeschi, una sorta di credito al consumo sovrano. 

Peccato che tutto questo sia avvenuto in contemporanea con l'imposizione da parte di Berlino, attraverso il braccio armato di Bruxelles, di misure di austerità proprio per purgarci del peccato originale dell'eccessivo deficit, la mitologica soglia del 3%: insomma, Berlino ci invogliava a comprare le sue automobili e i suoi beni, ma ci bacchettava perché lo facevamo, lasciandoci a languire in una sorta di stagflazione mortale insieme al resto dei cosiddetti Piigs, i quali hanno subito la stessa cura da cavallo. 

Ora, la situazione a livello sovrano è simile a quella di Mps: la Germania ha infatti offerto credito ai partner dell'eurozona per garantirsi un surplus commerciale e pensa, ragionando in termini assoluti, che quei 754 miliardi siano iscritti nel suo bilancio di Stato come esigibili immediatamente. 

E se, invece, diventassero quasi un triliardo di euro di non-performing loans, ovvero di crediti incagliati o inesigibili, cosa succederebbe agli squilibri di Target2, il bancomat della Banche centrali Ue? 

Che bagno di sangue patirebbe la Bundesbank che tanto ci rompe l'anima per Mps dopo che ha speso 250 miliardi per salvare l'intero sistema bancario tedesco? 

Ci troveremmo di fronte a una Mps sovrana moltiplicata per 100 volte. 

D'altronde, la ricetta greca con l'Italia non funzionerebbe: verso Atene, infatti, Berlino ha usato la carta della condivisione, il burden-sharing, ovvero imponendo agli altri Stati membri di prestare soldi al governo ellenico per mantenere solvibile il suo debito verso la Germania, il tutto legando quella liquidità a riforme capestro e a tassi di interessi da usura. 

Ma con il debito monstre italiano, questa ricetta semplicemente non funzionerebbe: crollerebbe tutto. 

Compresa e, forse, in primis, l'impalcatura distorta e distorsiva che la Germania ha dato all'Ue attraverso il controllo della Commissione e della Bce, almeno fino all'arrivo di Mario Draghi. Ma queste cose non le dicono, perché non sta bene: e, avanti di questo passo, il Pitruzzella di turno le censurerà in nome della lotta contro le bufale. 

E poi, scusate, perché io dovrei pagare con le mie tasse il salvataggio di Mps, quando si sa benissimo chi ha ottenuto credito da Rocca Salimbeni senza restituirlo? Il 70% delle insolvenze è infatti concentrato tra i clienti che hanno ottenuto finanziamenti per più di 500mila euro, quindi non famiglie e piccole imprese, ma grandi aziende e persone di un certo livello(magnaccia legati a filo doppio con banche-politica-sindacati-Confindustria-media!!!).

In totale, si tratta di 9.300 posizioni e il tasso di insolvenza cresce all'aumentare del finanziamento, visto che la percentuale maggiore dei cattivi pagatori (32,4%) si trova fra quanti hanno ottenuto più di tre milioni di euro. 

C'è un problema, al quale sicuramente Pitruzzella porrebbe rimedio mettendo a tacere la vicenda: ovviamente, infatti, un "tasso di mortalità" così elevato sulle posizioni più onerose apre molti interrogativi sulla gestione della banca, dirigenziale ma anche politica, tanto più che la gran parte dei problemi nasce dopo l'acquisizione di Antonveneta, un affare degno di Totò e della vendita della fontana di Trevi. 

Guarda caso, prestiti concessi nel 2008 che finiscono a sofferenza nel 2014: colpa della crisi? Certo, ma anche del fatto che la gestione Mussari e Vigni aveva concesso i crediti e quella di Profumo e Viola ha dovuto prendere atto che erano diventati dei buffi, come dicono a Roma. E chi li ha tirati quei buffi a Mps? 
Qualche nome è emerso. Ad esempio, Sorgenia dell'ingegner De Benedetti con qualcosa come 600 milioni di buco o il gruppo Marcegaglia attraverso il credito ottenuto tramite la controllata Banca agricola mantovana, ma ce ne sono tanti altri, tutti soggetti che hanno goduto di credito enorme - sopra i 500mila euro, non parliamo di prestiti per cambiare l'automobile o pagare il dentista al figlio - e che non lo hanno restituito, sommergendo Mps sotto un mare di sofferenze. Che, ora, dovremmo pagare tutti noi, magari con l'addizionale perché si spera di tramutare Mps in Royal Bank of Scotland in due anni, facendola tornare produttiva sul mercato e in grado di ridare quanto ottenuto e macinare utili. 
Perché non si parla di queste cose nel dibattito pubblico? 

Perché occorre sempre e solo sentire banalità, falsità e allarmismi da quattro soldi? 

Cominciate a farvi qualche domanda, prima che sia tardi e i vari Pitruzzella vi impongano anche cosa pensare. 

Fonte: qui

giovedì 22 dicembre 2016

Poletti, bufera sul figlio: «Lui non emigra perché prende soldi pubblici»

Su Manuel Poletti, 42 anni, giornalista, figlio del ministro del Lavoro Giuliano, ha acceso i riflettori l’ennesima gaffe paterna. Non rientra tra i «cervelli» che sono andati via dall’Italia e che «è bene che stiano dove sono perché questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi», come aveva detto il ministro pochi giorni fa. Lui, in Italia, il lavoro l’ha trovato. Ma se ha vita facile è perché può contare su una generosa mano pubblica: lo hanno «smascherato» i social e subito hanno brandito l’arma per vendicarsi del ministro reo di malignità (o leggerezza?) nei confronti dei giovani italiani che emigrano per cercare lavoro e dignità. «Facile difendere #JobsAct e #voucher quando persino tuo figlio ha azienda che campa grazie a contributi editoria pagati dallo Stato», è uno dei tanti commenti fioccati su Twitter.

Giornali e coop


Questa la ricostruzione del Fatto Quotidiano, che ospita un’intervista a Poletti jr., giornalista da cinque anni, un inizio carriera da cronista a Imola, poi corrispondente dell’Unità, e in seguito alla guida di settimanali controllati da cooperative associate a Legacoop (di cui Poletti senior era presidente nazionale). Attualmente è direttore di SetteSereQui, settimanale da 5mila copie della provincia di Ravenna, di proprietà della cooperativa Media Romagna. Società editrice di cui Manuel Poletti è presidente. Il punto è che la cooperativa, in tre anni, ha ricevuto oltre mezzo milione di euro di contributi pubblici: una base sufficientemente solida per non dover emigrare.

La mozione di fiducia

Forse è a lui che Poletti (Giuliano) pensava quando si è prodigato in video-scuse su Facebook: «Non ho mai pensato che sia un bene per l’Italia il fatto che ci siano giovani che se ne vanno, volevo solo sottolineare che qui ci sono dei giovani bravi, che ci sono giovani competenti, impegnati e che a questi giovani bisogna dare questo riconoscimento».

Laurearsi

Ma c’è di più: Manuel non è laureato. Non ancora, almeno. E non ci sarebbe nulla di male, se non quell’altra incauta affermazione paterna: «Prendere una laurea con 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21». Lo aveva detto, il ministro, a un convegno su scuola e orientamento a Verona. Anche allora, reazioni rabbiose su Twitter: «Il ministro svaluta la lode presa a quasi trent’anni? Lui aveva risolto così il problema: non s’è laureato».

Mozione di sfiducia

Intanto, contro il ministro è partita una mozione di sfiducia del Movimento 5 Stelle che è stata firmata anche da Sinistra Italia, Lega e alcuni senatori del Gruppo Misto. Hanno chiesto al ministro di farsi da parte parlando di un «comportamento inadeguato al ruolo e opinioni del tutto inaccettabili». E in una lettera, sottoscritta da 200 giovani dirigenti del Pd, si legge: «Non bastano le scuse formali, perché quello che per lei potrà rappresentare un piccolo inciampo politico, per la nostra generazione rappresenta invece una dolorosa quotidianità». I giovani democrat definiscono Poletti «l’ennesima persona che ha trattato con leggerezza e superficialità la difficile situazione dell’occupazione giovanile in questo Paese», producendo «per noi sale su una ferita aperta che brucia da impazzire».



Caso Poletti: il figlio non emigra, prende mezzo milione di contributi pubblici

Non si sgonfia la polemica sull'improvvida uscita del ministro sui giovani


“Se centomila giovani all’anno lasciano l’Italia non è che qui restino solo i ‘pistola’. Molti di quei giovani stanno bene dove stanno, meglio non averli fra i piedi“. Ha suscitato un vespaio di polemiche l’improvvida uscita del ministro del Lavoro Giuliano Poletti sui ragazzi che lasciano l’Italia in cerca di opportunità all’estero. Polemiche che non possono che rinfocolarsi nel momento in cui si scopre che il figlio del ministro, 

Manuel Poletti
, non è affatto un ‘pistola’, e non emigra perchè negli ultimi tre anni ha incassato quasi mezzo milione di euro in contributi pubblici editoriali.
Manuel Poletti, infatti, si è inserito bene nel mondo del lavoro, traducendo la sua passione per il giornalismo in una brillante carriera; è già direttore poco più che trentenne. Dopo un’esperienza a come corrispondente, Manuel Poletti è passato a guidare alcuni settimanali locali controllati da cooperative associate a Legacoop, la potente associazione che proprio suo padre ha presieduto per più di dieci anni, dal 2002 al 2014, prima di essere chiamato a Roma dal premier Renzi.
Attualmente Poletti jr è presidente di Media Romagna soc.coop., una cooperativa che fa parte di LegaCoop Romagna. La coop del figlio del ministro si occupa di comunicazione, ed edita un giornale di cui è direttore lo stesso Manuel Poletti, SetteSereQui, nato dalla fusione di tre precedenti testate della provincia di Ravenna. Come cooperativa editoriale, il gironale di Poletti jr ha ottenuto i contributi pubblici all’editoria. Parecchi: 191mila euro nel 2015, 197mila nel 2014, e 133mila nel 2013. Più di mezzo milione di euro in tre anni.
Elenora Padoan assunta
grazie al padre  alla CDP
QUI SE MAGNA!!!
“In questa veste di imprenditore-cooperatore, oltre che di socio e lavoratore della sua cooperativa, Manuel Poletti sta seguendo in parte le orme del padre muovendo passi importanti all’interno di Legacoop Romagna – scriveva Italia Oggi -. È lui infatti a guidare il neonato network ribattezzato Treseiuno, una rete di cooperative romagnole attive nei settori della comunicazione e dell’informatica nata con lo scopo di fare massa critica e intercettare nuovi mercati e possibilità di sviluppo”

Insomma, come nel caso della figlia del ministro Padoan assunta da cassa Depositi e Prestiti, il Jobs act vale per noi, mentre in politica continua a piacere il posto fisso, magari pubblico.

Fonte: qui

Manuel Poletti, figlio di Giuliano, "copia e incolla": ampi stralci di articoli di colleghi (e di Ezio Mauro) riportati integralmente nei suoi pezzi


Un settimanale "che sappia creare quella chimica arcana con cui il giornale dà quotidianamente forma a se stesso, dal primo abbozzo del mattino all'urto pieno e aperto con i fatti". Così il 10 gennaio 2009 Manuel Poletti, figlio del ministro del Lavoro Giuliano, presentava ai lettori del settimanale Sette Sere il grande cambiamento in atto. Nel suo editoriale da direttore Poletti jr annunciava la fusione tra due giornali locali che sarebbe avvenuta di lì a un mese: dal 7 febbraio successivo Sette Sere si sarebbe fuso con un altro settimanale, Sabato Sera Bassa Romagna, esperimento editoriale poco fortunato nato qualche anno prima.
Parole che però suonano come già sentite. Perché identiche a quelle usate dall'ex direttore di Repubblica Ezio Mauro nel suo articolo del 16 dicembre 2008 sulla morte dell'imprenditore Carlo Caracciolo, fondatore della Società Editoriale La Repubblica che ha dato il via alle pubblicazioni del quotidiano di Largo Fochetti. Scriveva Ezio Mauro:
Perché (Carlo Caracciolo, ndr) conosceva [...] quella chimica arcana con cui il giornale dà quotidianamente forma a se stesso, dal primo abbozzo del mattino all'urto pieno e aperto con i fatti, infine al momento in cui gli avvenimenti esterni e la cultura interna si fondono in una selezione, creano una gerarchia, diventano un disegno, formano un'idea: e danno vita non a un fascio di notizie stampate, ma ad una ricostruzione organizzata e a una reinterpretazione appassionata della giornata che abbiamo attraversato, della fase che stiamo vivendo.
ezio mauro
Nel suo articolo Manuel Poletti copia l'intero passaggio, riferendolo non a Caracciolo (morto il mese prima) ma alla sua nuova esperienza editoriale. E infatti l'unica differenza sta in "giornata" che nell'editoriale del figlio dell'attuale ministro del Lavoro si trasforma in "settimana" (dal momento che si tratta di un settimanale).
poletti
È solo uno dei casi che avrebbero fatto guadagnare, secondo chi ha avuto modo di lavorare con lui, la fama di "Mr Copia e Incolla" a Manuel Poletti, figlio del ministro finito nell'occhio del ciclone per le sue frasi su quei giovani andati all'estero alla ricerca di opportunità che a volte "è meglio togliersi dai piedi" . Frase poi definita "infelice" dallo stesso ministro che si è scusato per aver usato quell'espressione.
Poletti jr, prima di diventare direttore dei settimanali delle Coop, ha fatto la "gavetta" come tanti altri giornalisti. Nel 2004 era in forze alla redazione di Bologna dell'Unità. Il 22 ottobre di quell'anno al suo caporedattore arrivò una lettera (di cui l'Huffington Post è in possesso) in cui veniva segnalato un plagio a firma Manuel Poletti. La segnalazione era stata inviata da un giornalista di un settimanale locale e denunciava un copia e incolla pressoché integrale di un suo articolo pubblicato il 16 ottobre 2004 e apparso quasi identico su L'Unità tre giorni dopo, il 19 ottobre. Non solo: veniva fatto notare come lo spiacevole inconveniente si fosse ripetuto più volte in passato.
È accaduto a Massimiliano Boschi, per esempio. Anche lui, giornalista nel 2004 per il settimanale legato al mondo rosso delle coop Sabato Sera, ha pubblicato un articolo il 14 febbraio 2004 quasi integralmente "ricopiato" su L'Unità di Bologna quattro giorni dopo, il 18 febbraio. E anche questo portava la firma di Manuel Poletti. Contattato dall'Huffington Post, Boschi ha confermato la paternità dell'articolo e i "copia e incolla" operati dal figlio dell'attuale ministro.
Nel 2009 Manuel Poletti è diventato direttore del nuovo SetteSere, nato dalla fusione con Sabato Sera Bassa Romagna che pure aveva guidato fino a quel giorno. La decisione dell'editore, la cooperativa Bacchilega, di designare il figlio dell'attuale ministro e all'epoca presidente nazionale di LegaCoop, indusse una decina di giornalisti a fare armi e bagagli e a lasciare il settimanale nel quale avevano lavorato molti anni.
Andarono via dal giornale il direttore, quattro caporedattori e diversi collaboratori, sbattendo la porta. Nella lettera di commiato ai lettori scrissero:
"La fusione è stata decisa senza neppure presentare un progetto editoriale e un piano di fattibilità economica, forzando il voto dell'assemblea dei soci con tempi, modalità e scenari propri più di un blitz che non di una discussione serena. È stata una decisione presa rifiutando a priori, e spesso irridendo, qualsiasi tentativo della redazione faentina di formulare eventuali controproposte che salvaguardassero la qualità e la territorialità del giornale".
ARTICOLO DI MANUEL POLETTI DEL 18 FEBBRAIO 2004
poletti
Articolo di Massimiliano Boschi
Imola. Il restauro delle pellicole dei film che verranno proiettati il prossimo 19 febbraio al Teatro dell’Osservanza, “I solenni funerali dell’Onorevole Andrea Costa” ed “Il convegno dei ciclisti rossi a Imola”, è stato curato da Fausto Pullano, del laboratorio Home Movies, che già si era occupato delle videocassette pubblicate dalla Coop Bacchilega riguardanti la storia della Cogne e della Camera del Lavoro.

Un lavoro di restauro particolarmente complesso. “Il restauro di questo tipo di pellicole, risalenti ad inizio novecento – spiega Pullano – deve essere, per ovvie ragioni, sempre molto accurato. Le pellicole originali, consegnateci dal Cidra, erano su nitrato e quindi deteriorabili e particolarmente infiammabili.
Per il restauro ci siamo, quindi, affidati al laboratorio “immagine ritrovata” che si occupa anche dei restauri per conto della cineteca di Bologna. La pellicola originale è stata controllata fotogramma per fotogramma e quindi copiata su pellicola a 35 mm. Successivamente siamo passati dalla pellicola al digitale con la procedura definita telecinema. Con questa tecnica abbiamo uniformato le luci e restaurato nel miglior modo possibile le pellicole originali che, ricordiamolo, risalgono al 1910 e al 1913”. Al di là del valore storico delle pellicola, il film “I solenni funerali dell’Onorevole Andrea Costa” sembra essere un’opera pregevole anche dal punto di vista cinematografico. “Sì, dalle riprese è facile intuire che il film è opera di un professionista, lo si capisce dal tipo di inquadrature scelte e dall’uso delle cinepresa. D’altra parte è stato girato da Luca Comerio, padre del cinema documentario italiano, fotografo della Real Casa Sono immagini eccezionali che potrebbero essere anche le prime girate a Bologna giunte fino a noi. Non siamo sicuri, ma secondo i testi più attendibili e rigorosi sono sicuramente le prime girate a Imola”.
Alla pellicola originale è stato aggiunto qualcosa?
“Noi abbiamo restaurato la pellicola originale, ora a disposizione del Cidra, ma per la proiezione del 19 febbraio e per la vendita in videocassetta, abbiamo aggiunto un commento audio, utilizzando i giornali dell’epoca e le musiche del gruppo “Terre di mezzo”, che sembrano prodotte apposta per il film. In coda abbiamo aggiunto 5 minuti di immagini selezionate da noi, che abbiamo chiamato “sguardi svelati”. L’idea ci è venuta dall’osservazione di un quadro di Bruegel “giornata buia” che mostrava la simultaneità d’azione in una giornata. Allo stesso modo nelle due pellicole vi sono tante situazioni simultanee che sfuggono al telespettatore. Così abbiamo selezionato alcune di quelle azioni, svelando gli sguardi delle persone riprese e, allo stesso tempo, le abbiamo svelate allo spettatore. Azioni banali che, decontestualizzate, si sono dimostrate molto divertenti e originali. D’altra parte i due film sono pieni di “sguardi in macchina”, le persone riprese non erano certo abituate alla cinepresa. Il risultato ci sembra molto buono, sono state restaurate delle pellicole, di grande valore storico e cinematografico, che rischiavano il deterioramento”.
Fonte: qui


venerdì 16 dicembre 2016

Il ministro dell'Istruzione Valeria Fedeli non ha il diploma di maturità (ma ha quello magistrale triennale). Nuova bufera sui social



Nuova bufera sulla neo ministro dell'Istruzione Valeria Fedeli. Dopo le polemiche scatenate per le false informazioni riportate sul suo curriculum, nel quale si dava conto di una laurea in Scienze Sociali mai conseguita, ora l'attenzione si concentra sul suo trascorso scolastico.

Anche questa volta a sollevare per primo il caso è il direttore de La Croce Quotidiano Mario Adinolfi: "La Fedeli non ha fatto mai manco la maturità, ma solo i tre anni per fare la maestra. Poi diplomino da assistente sociale, privato. Questo è il nuovo ministro della Pubblica Istruzione che si dichiarava 'laureata in Scienze Sociali'.



Spero che studenti e docenti a ogni incontro la sotterrino di pernacchie".
Lo staff del ministro, contattato dall'Huffpost, ha confermato: "Lo avevamo già spiegato nei giorni scorsi, lei ha fatto una scuola per conseguire il diploma di maestra nelle scuole materne che dura tre anni" e poi l'oramai famosa scuola per assistenti sociali. "Niente di nuovo, Adinolfi esprime legittimamente la sua opinione su quali titoli debba avere o non avere" un ministro dell'Istruzione.
Differentemente dal "diploma di laurea" inserito per "leggerezza" - come lei stessa si è giustificata in un colloquio con il Corriere della Sera - il diploma di maturità non è menzionato nel suo curriculum vitae. Fedeli si è detta "sconcertata" per gli attacchi subiti in questi giorni, difendendo il suo passato di "sindacalista: lo sono sempre stata". E, ha precisato, "non ho mai avuto alcun beneficio da quel pezzo di carta".
Tuttavia il fatto che il ministro dell'Istruzione non abbia conseguito il diploma di maturità, pur non essendo un requisito necessario per legge per ricoprire quel ruolo, alimenta nuove polemiche. Non a caso: il settore della scuola ha subito negli anni diverse modifiche nella normativa per l'accesso all'insegnamento, causando non pochi disagi agli aspiranti docenti. L'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato ha confermato ad aprile scorso l'orientamento adottato con diverse sentenze dalla VI sezione consentendo l'accesso alle Gae, le graduatorie ad esaurimento, a coloro che hanno conseguito il diploma magistrale ante 2001/2002. Ma è sempre il Consiglio di Stato ad aver scritto, nel dicembre 2013, che tale titolo non è equiparabile ai diplomi rilasciati a chiusura dei corsi di scuola secondaria di secondo grado di durata quinquennale: solo questi ultimi consentono "l’accesso ai corsi di laurea universitari e alle carriere di concetto presso le Pubbliche amministrazioni e valgono ogniqualvolta la legge richiede il possesso di un diploma come requisito professionale".
Da qui nascono le (nuove) polemiche sull'opportunità che a Viale Trastevere ci sia un ministro dell'Istruzione senza "maturità".

Fonte: qui

sabato 10 dicembre 2016

PADOAN PERDE LA FACCIA A BRUXELLES

BOCCIATO DALLA BCE SU MPS

AVEVA PROMESSO ALLA COMMISSIONE CHE AL SENATO ABBATTEVA IL DEFICIT 

LA SCONFITTA DEL REFERENDUM, L’APPROVAZIONE DELLA MANOVRA IN 24 ORE, LE DIMISSIONI DI RENZI NON GLI HANNO PERMESSO DI RISPETTARE LA PAROLA:

COME PERDERE UNA CREDIBILITA’ ACQUISITA IN DECENNI DI SHERPA

Dagoreport

jpmorgan dimon renzi padoanJPMORGAN DIMON RENZI PADOAN IL BISCOTTO 
A dare il colpo di grazie sulle aspettative di Piercarlo Padoan di arrivare a Palazzo Chigi ci ha pensato Mario Draghi. La scelta della Bce di non concedere ulteriore tempo all’aumento di capitale del Montepaschi diventa una colpa per il ministro dell’Economia. Sebbene lui abbia fatta soltanto il prestanome di Renzi.

Nei corridoi di via Venti settembre era nota a tutti l’idea del ministro di intervenire con il sostegno pubblico per Mps. Ma a stopparlo è sempre stato il premierino, che aveva stretto un patto di ferro con Jamie Dimon, ceo di JpMorgan, e con Claudio Costamagna che lo aveva accompagnato a Palazzo Chigi.
RENZI PADOAN ORECCHIEFALLITI

La sua credibilità di economista, poi, Padoan l’aveva messa sul piatto della Commissione europea per giustificare un deficit sopra le aspettative. La Commissione, come funziona fra gentiluomini, gli ha creduto. Ma subito dopo il referendum perso è passata all’incasso.

Era noto a tutti che i conti italiani fossero fuori linea. Ma Padoan aveva messo sul piatto della bilancia il suo nome e la sua parola per garantire che, una volta passato (e vinto) il referendum, il governo avrebbe introdotto i correttivi necessari durante l’esame della manovra al Senato.
pier carlo padoan, pierre moscovici e michel sapin 4193e149PIER CARLO PADOAN, PIERRE MOSCOVICI E MICHEL SAPIN 4193E149

Renzi, però, ha pensato bene di dimettersi. Palazzo Madama ha approvato in 24 ore la legge di Bilancio, senza quelle misure concordate con Bruxelles. Il risultato che la Commissione sta interpretando come il ministro dell’Economia non sia più in grado di rispettare la parola data.

Per fair-play hanno chiesto che le correzioni dei conti pubblici su deficit e debito vengano prese entro marzo. Ma avrebbero fatto anche capire che preferirebbero non avere più a che fare con Padoan. In poche parole, si sentono presi in giro da Piercarlo: vittima politica degli avvitamenti politici di Renzi. E Palazzo Chigi s’allontana.

Fonte: qui

martedì 6 dicembre 2016

IL GRANDE SUCCESSO DI RENZI: DOVEVA “ROTTAMARE” PER FARE SPAZIO AI GIOVANI MA SONO STATI GLI UNDER 35 A BOCCIARE LA RIFORMA (E IL GOVERNO)


IL ‘JOBS ACT’ HA RESO I RAGAZZI PIU’ PRECARI E NON HA RIDOTTO LA DISOCCUPAZIONE 

I ‘SÌ’ ERANO AVANTI SOLTANTO TRA GLI OVER 55


Renato Benedetto per “il Corriere della Sera”

VOTO AL REFERENDUM PER FASCIA D ETAVOTO AL REFERENDUM PER FASCIA D ETA
Non è bastata l'immagine, utilizzata in campagna elettorale, dei volti di D' Alema, De Mita e altri over 65 in prima fila, a capo del fronte del No, contro di lui, Matteo Renzi, il premier più giovane di sempre. Né i richiami alla necessità di svecchiare il sistema: «Un derby tra Gattopardo e innovazione», così il leader dem aveva definito il referendum. I più giovani hanno detto No. Lo annunciavano i sondaggi, prima, e si è avverato nelle urne.

È tra gli under 35 che, domenica, si è registrato il maggior numero di No: il 68% di loro ha votato contro la riforma Renzi-Boschi, secondo i dati dell' Istituto Piepoli per la Rai, e la percentuale è più alta nei numeri di Quorum per Sky Tg24, 81%. Paradossalmente il leader che si è presentato sulla scena politica con l' intento di rottamare la classe dirigente di lungo corso del suo partito non ha convinto i più giovani, ma ha fatto breccia tra gli elettori con almeno 55 anni di età. Il Sì infatti in questo caso ha prevalso(dal 51% di Piepoli al 53% di Quorum).
RENZI E LA SCONFITTA NEL REFERENDUMRENZI E LA SCONFITTA NEL REFERENDUM

«Tra gli under 35 si è registrata maggiore astensione, intorno al 38%, più del dato complessivo del 32%», sottolinea Roberto Weber, presidente dell' istituto Ixè. Renzi ha mancato l' obiettivo di mobilitare i più giovani. In ogni caso, però, i suoi avversari non cantino vittoria: «La percentuale di giovani che ha votato Sì è praticamente tutta "renziana", mentre i No sono divisi tra 5 Stelle, Lega e sinistra», continua Weber.

REFERENDUM 1REFERENDUM 1
Alla base della scelta dei più giovani ci sono fattori diversi: «C' entra il merito della riforma, l' idea che potesse minacciare l' equilibrio costituzionale. Ma non solo. È un voto contro il governo in carica, perché il dato della sofferenza percepita, e di insofferenza, è marcato». E quella proposta da Renzi non è apparsa come una via d'uscita convincente dalla crisi.

Tendono a parlare più di un voto «sociale» che «politico» i ricercatori dell' Istituto Cattaneo. Perché non sono stati soltanto i più giovani a votare No, ma in generale le fasce di popolazione più in difficoltà. «Più in generale prevale dove c'è precarietà e incertezza», spiega Marco Valbruzzi, del Cattaneo. A livello geografico, innanzitutto: «Il No prevale al Sud e nelle Isole. Nelle province meridionali della Sardegna o in certe zone della Sicilia ha raggiunto le vette più alte. Ma non contro la riforma, contro qualcuno che è espressione del governo».

vignette anti renziRENZI e ILREFERENDUM 

Anche tra le fasce di reddito più basso, Renzi, e con lui il Pd, hanno perso presa. Lo dimostra un' analisi sui risultati nelle sezioni di Bologna, dove in generale ha prevalso il Sì (52,2%), divise per reddito: «Nelle sezioni più povere il No raggiunge il valore più elevato, nei seggi dove il reddito mediano supera i 25 mila euro il Sì guadagna anche sette punti». Lo ribadiscono i dati che arrivano da Milano, dove il Sì ha prevalso in tutta la città (51,1%), ma in centro ha raggiunto il 64,8%.

RENZI REFERENDUMPALLONARO DOPO IL VOTO REFERENDARIO
E Roma, dove lo zoccolo duro renziano rimane tra il centro storico (Sì in testa, al 50,54%) e nell' area tra Parioli, Salario e San Lorenzo (52,4%). Analisi che trova eco nelle parole dei frati di Assisi: «È stato il no delle famiglie povere che non arrivano a fine mese, stanche della politica. Il Paese bocciato dai paesi», per padre Enzo Fortunato, direttore della rivista Sanfrancesco.org .

Fonte: qui

IL COLLOQUIO DI STAMATTINA È STATO TESO. IL PRESIDENTE HA CERCATO DI CONVINCERE IL PREMIER A RESTARE FINO ALL'APPROVAZIONE DELLA LEGGE DI STABILITÀ, MA LUI NON ACCETTA DEROGHE

IL PALLONARO MATTEO RENZI VUOLE ECLISSARSI PER RICOSTRUIRE IL PD E LA SUA CREDIBILITÀ(AHAHAH!). 

MATTARELLA INVECE VUOLE CHE PORTI A TERMINE I SUOI DOVERI CON L'EUROPA, PER NON LASCIARE IL CETRIOLO A CHI VIENE DOPO

RICORDATEVI CHE DA 3 ANNI(SENTENZA 01/2014 DELLA CONSULTA SUL PORCELLUM) QUESTA GENTAGLIA E' TOTALMENTE ABUSIVA E STA USURPANDO IL POTERE CHE HA ESERCITATO FINO AD OGGI.

Venerdì la manovra. Così finisce il renzismo

Da fonti  ufficiali arriva la notizia che il governo ora ha davvero una data di scadenza: entro venerdì deve essere approvata la legge di Stabilità.
Si parla di una “fiducia tecnica” al Senato, cioè di un voto che serva a blindare il provvedimento assicurandone la fulminea approvazione ma che non implica certo una ormai impossibile fiducia politica all’esecutivo dimissionario di Renzi.
A quel punto sarà caduto ogni alibi e il premier potrà passare in modalità Conte di Montecristo per regolare i conti interni al Pd e contare quante truppe ha a disposizione in vista di una riscossa elettorale.
Gli umori, al momento, sono foschi: al ministero dello Sviluppo, per esempio, Carlo Calenda non si aspettava una simile batosta, capace di arenare la spinta anche di un ministro attivo come lui. E i suoi collaboratori sentono aria di scatoloni a breve.


ROTTURA TRA RENZI E MATTARELLA
   
RENZI MATTARELLA 9RENZI MATTARELLA 9
Il colloquio fra Sergio Mattarella e Matteo Renzi è durato un’ora e non è stato idilliaco.

Il presidente della Repubblica ha tentato di convincere il fiorentino a restare fino all’approvazione della legge di Stabilità – qualche settimana – per non provocare scompensi ai già precari equilibri finanziari dell’Italia.

Ma Renzi, che deve eclissarsi per ricostruire il Partito democratico e la sua credibilità popolare, non accetta deroghe e ha ripetuto le parole pronunciate ieri sera dopo la batosta elettorale. La strada della crisi è appena cominciata e sembra molto lunga. La domanda che circola nei palazzi: quanti danni subirà il Paese se dovesse permanere questo tipo di atteggiamento?


RENZI SPIAZZA MATTARELLA

RENZI MATTARELLARENZI MATTARELLA
Questo è il dettagliato resoconto sull’incontro al Quirinale che lo stesso Matteo Renzi ha affidato a un tecnico del governo.

Il fiorentino ha cercato subito un contatto umano con Sergio Mattarella. Non ha finto, era sincero.

Ha confidato al presidente della Repubblica la tentazione di lasciare la politica dopo una sconfitta enorme, non prevista in questa misura e troppo pesante da smaltire anche per il futuro.

Poi Renzi ha parlato dell’urgenza di approvare la legge di Stabilità nel più breve tempo possibile e di non mollare il Paese alla deriva. La posizione del Partito democratico non può essere compatta, ha spiegato il premier dimissionario, finché non sarà riunita la direzione del partito, fissata adesso a mercoledì.
renzi grasso mattarellaRENZI GRASSO MATTARELLA

Il punto più controverso dell’incontro riguarda il ruolo del Pd nel prossimo governo. Renzi ha comunicato a Mattarella che le sue dimissioni investono tutti i ministri e dunque nessun attuale ministro sarà presente nell’esecutivo che guiderà il Paese alle prossime elezioni. Secondo il fiorentino, in sintesi, il Pd potrebbe offrire un appoggio esterno al governo, esserci e non esserci, scomparire per non apparire.

Un gioco di prestigio per la ricostruzione, il rilancio, la rifondazione, come dice il sottosegretario Luca Lotti.

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lunedì 5 dicembre 2016

L’ITALIA DA’ LO SFRATTO A RENZI IL PALLONARO

MARIO GIORDANO:

“FINISCE IN UNA NOTTE DI DICEMBRE L’ERA DEL GRAN CAZZARO, LA STAGIONE DELLE BALLE ASSORTITE, DEL WANNAMARCHISMO ELETTO A METODO DI GOVERNO, DELL’ARROGANZA COME SISTEMA, DELL’OCCUPAZIONE DELL’ETERE. FINISCE L’ERA DELLE CONFERENZE STAMPA CON I PESCIOLINI, DEI TWEET SPREZZANTI, DELLE BANCHE AMICHE E DELLE PROMESSE MANCATE”

“A QUESTO PUNTO LA DOMANDA È: RESTERÀ SEGRETARIO PD? 

CERCHERÀ ORGANIZZARE LA SUA RIVINCITA? 

CHE FARANNO D’ALEMA E BERSANI? GLIELO PERMETTERANNO? 

O CHIEDERANNO LA SUA TESTA PER AVER GUIDATO IL PD A SCHIANTARSI CONTRO UNA SCONFITTA CLAMOROSA?”


Mario Giordano per “la Verità”

«Mi assumo la responsabilità della sconfitta». È mezzanotte e 20 quando Renzi compare davanti alle telecamere, con il volto segnato a lutto e un groppo in gola grande come la cupola del Brunelleschi. Ringrazia la moglie che è lì presente, i figli, tutti quelli che hanno lavorato per il sì. Poi annuncia: «La poltrona che salta è la mia. Domani pomeriggio salirò al Quirinale per rassegnare le dimissioni».
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Finisce così in una notte di dicembre nemmeno troppo fredda l’era del Gran Cazzaro. Finisce la stagione delle balle assortite, del wannamarchismo eletto a metodo di governo, dell’arroganza come sistema, dell’occupazione dell’etere, della montagna di bugie più fragili della difesa dell’Inter. Finisce l’era delle conferenze stampa con i pesciolini, dei tweet sprezzanti, delle banche amiche e delle promesse mancate. Un discorso sinceramente commosso, un sorriso in salsa fiorentina.
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«Bisogna scattare non galleggiare», dice il premier, ormai ex. E si sa, lui a galleggiare non ci riesce proprio. Infatti questa volta è andato proprio a fondo. Le voci di una possibile vittoria del No hanno cominciato a inseguirsi nel pomeriggio, spazzando via i dubbi dell’ultima settimana, che davano il sì in rimonta. L’alta affluenza alle urne è diventata così un’onda anomala che è montata via via, ora dopo ora, minuto dopo minuto, fino ad assumere l’aspetto di un gigantesco tsunami che si è abbattuto su Palazzo Chigi e ha travolto il suo inquilino in modo definitivo.
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«Nella politica italiana non perde mai nessuno, invece io ho perso», ha ammesso Renzi nella conferenza stampa notturna a Palazzo Chigi. «Lo dico a voce alta e con il nodo in gola». D’altra parte è sempre stato chiaro a tutti. Renzi ci ha messo la faccia più di tutti. Anche se negli ultimi mesi, forse su consiglio degli strapagati guru americani, ha sempre cercato di dribblare la domanda diretta, anche se ha sempre cercato di non dare risposte certe, lo spettro delle dimissioni è sempre stato lì, dietro le sue spalle, ha volteggiato sui comizi, ha fatto capolino dentro le sue reticenze o nelle dichiarazioni dei suoi uomini più fidati. Il premier ha percorso l’Italia, ha fatto mille comizi, si è speso in tv come non mai.
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Come se questa partita volesse giocarsela davvero tutta lui, in prima persona. O lo va o la spacca. O divento il dittatorello della Repubblica delle banane o me ne vado. Gli italiani la Repubblica delle banane non l’hanno voluta. Sono corsi alle urne, con una mobilitazione di massa che è difficile ricordare, e hanno spedito a Palazzo Chigi una lettera che non ha bisogno di ricevuta di ritorno. Renzi ha tanti difetti, ma è un ragazzo sveglio: ha capito subito.

Ancor prima che chiudessero le urne aveva convocato la conferenza stampa, lanciando il segno della sua resa. «Sono pronto a consegnare la campanella al mio successore», ha detto. Lasciando trasparire, dietro il sorriso amaro da fiorentino mazzolato, un filo evidente di veleno. Già: il successore. Ma chi sarà? La partita che si apre adesso, in effetti, è quanto mai interessante.
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L’unica cosa certa, a questo punto, è che oggi pomeriggio Renzi salirà al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Non si può continuare a fare il leader contro la volontà degli italiani, si capisce. Ma che farà Mattarella? Il presidente è noto per i suoi silenzi, pare che anche nei soliloqui sia quello che sta più zitto. Però gli esegeti del mutismo quirinalizio, i ventriloqui del Colle, i corazzieri del giornalismo presidenziale si sono già espressi abbondantemente: il capo dello Stato molto probabilmente chiederà quello che in gergo si chiama «passaggio parlamentare ».

Cioè, in altre parole, riaccompagnerà Matteo all’uscio e lo inviterà a presentarsi in Parlamento per far maturare lì l’eventuale crisi. Nel frattempo le diplomazie dei partiti si metteranno al lavoro per trovare la via d’uscita, magari cercando di allontanare la cosa più temuta dal Palazzo: le elezioni. La cosa più naturale, infatti, sarebbe quella di mettersi rapidamente d’accordo per approvare una legge elettorale e portare finalmente gli italiani a scegliersi il governo, anziché prenderselo a scatola chiusa dai giochi di palazzo, come è stato nel caso di Renzi.

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Ma non è detto che la strada più naturale in politica sia quella più probabile. Anzi. Il discorso notturno di Renzi, a questo proposito, nella sua profonda dignità morale, era anche intriso di veleni: si faceva riferimento agli impegni futuri, alla legge di stabilità, al G7 di Taormina, e si lanciava quasi una sfida al fronte del No («Hanno vinto loro, ora devono fare la proposta sulla legge elettorale»). Sembravano messaggi in codice per dire a chi chiede elezioni in primavera: ne siete sicuri? E siete in grado di sostenerle? Lo dite voi a Mattarella?

Non è un mistero che sullo sfondo degli intrighi romani, nei bizantinismi della Capitale Puttana, già si profilino due soluzione ponte: il governicchio e il governissimo. Il governicchio sarebbe, sostanzialmente, una riedizione di Renzi ma senza Renzi: a guidarlo potrebbe essere l’attuale ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan (con la scusa che bisogno tranquillizzare i mercati), oppure l’attuale presidente del Senato Pietro Grasso detto Piero che non ha mai nascosto le sue ambizioni di carriera.

RENZI REFERENDUMRENZI REFERENDUM
Il governissimo, ovviamente, vedrebbe una riedizione del Nazareno, che potrebbe accordarsi per una legge elettorale proporzionale. In modo da escludere il «rischio 5 Stelle» e puntare al governissimo anche nella prossima legislatura. Sembra quest’ultima la strada più gettonata. E Renzi? Renzi ha annunciato le dimissioni da presidente del Consiglio.

Ma a questo punto la domanda è: resterà segretario Pd? Cercherà organizzare la sua rivincita? E che faranno D’Alema e Bersani? Glielo permetteranno? O chiederanno la sua testa anche per aver guidato il partito a schiantarsi contro una sconfitta clamorosa? Il paradosso è proprio questo: la vittoria del No è anche la rivincita della Ditta che Renzi che pensava di aver spazzato via per sempre.
referendum masai per il siREFERENDUM MASAI PER IL SI

E dunque, se l’ex sindaco di Firenze dovesse essere coerente, dovrebbe lasciare anche le cariche di partito, oltre a quelle istituzionali, tenendo fede alle promesse di cui ha intessuto la sua storytelling: non diceva forse di non essere attaccato alla poltrona? Non diceva forse che non era un politico buono per tutte le stagioni? Non diceva forse che non voleva rimanere contro la volontà degli italiani? La volontà degli italiani, con buona pace di Renzi, non è mai stata più chiara. Lo vogliono consegnare alla storia. Lo vogliono mandare a pescare in riva a un fiume. O a giocare a tresette nei bar di Pontassieve. Ma chissà se sarà davvero così.

2 - MATTEO HA LA SINDROME DEL MARCHESE DEL GRILLO
maria elena boschi referendum costituzionaleMARIA ELENA BOSCHI REFERENDUM COSTITUZIONALE

«Mi dispiace, ma io so’ io e voi non siete un c...o». Matteo Renzi ha indubbiamente la sindrome del marchese Onofrio del Grillo. Ieri il presidente del Consiglio si è recato a votare nel seggio della scuola Edmondo De Amicis, a Pontassieve, insieme alla moglie Agnese Landini e ai figli. Giunto all’interno della sezione, Renzi si è diretto verso l’ufficiale di seggio competente per il rilascio delle schede elettorali e ha ammesso di non essersi portato dietro la carta di identità. Già, perché per votare al referendum su cui si gioca il proprio futuro politico, il premier come documento presenta il suo sorriso sempre un po’ sbruffone: «Io non ho il documento, ma spero di essere riconosciuto », ha detto, versione renziana del «lei sa chi sono io». O, meglio, «io so’ io»... E gli è stato permesso di votare.

renzi referendum costituzionaleRENZI REFERENDUM COSTITUZIONALE
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