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lunedì 20 gennaio 2020

LA VERA GUERRA IN LIBIA È QUELLA DEL PETROLIO


HAFTAR FA FINTA DI ESSERE DISPONIBILE A MANTENERE LA TREGUA MA NEL FRATTEMPO CHIUDE I POZZI PETROLIFERI DELL’OVEST, TRA CUI UNO DOVE OPERA ENI 

OLTRE A ESSERE UN CASINO PER LA SOCIETÀ ITALIANA, LO È ANCHE PER LA POPOLAZIONE LIBICA, CHE VIVE PRATICAMENTE SOLO DELLA PRODUZIONE PETROLIFERA…

Cristiana Mangani per “il Messaggero”

petrolio libiaPETROLIO LIBIA
Si è discusso di pozzi a Berlino, ma non di uno dei nodi principali di tutta la questione libica, ovvero della distribuzione delle entrate petrolifere. Ed è per questo che il generale Khalifa Haftar, mentre mostra una vaga disponibilità a mantenere la tregua, esercita la maggiore pressione che può sul paese, chiudendo anche i pozzi dell'ovest, quelli di Sharara ed El Feel (Elephant).

khalifa haftarKHALIFA HAFTAR
Quest'ultimo, in particolare, è operato da Eni per il 33% con una media di 75 mila barili al giorno. L'Ente ha confermato che la produzione è stata parzialmente ridotta a seguito della chiusura di una valvola lungo l'oleodotto.

Nel summit tedesco, le parti hanno ribadito di voler respingere ogni «tentativo di danneggiare l'infrastruttura petrolifera libica, qualsiasi sfruttamento illecito delle sue risorse energetiche, che appartengono al popolo libico, attraverso la vendita o l'acquisto di greggio libico e derivati al di fuori del controllo del Noc», e anche «una distribuzione trasparente ed equa del petrolio ricavi».

UN MILIZIANO DELLE TRUPPE DI HAFTAR IN LIBIAUN MILIZIANO DELLE TRUPPE DI HAFTAR IN LIBIA
Non può che preoccupare, dunque, che la produzione di petrolio - unico bene di sostentamento della popolazione libica - sia quasi del tutto azzerata. Ieri il movimento di protesta Rabbia del Fezzan del sud della Libia, ha rivendicato la chiusura dei giacimenti di Sharara ed El Feel, che segue a quella di qualche giorno fa dei giacimenti e dei porti della Libia centrale e orientale, dove lo stop ha riguardato circa 800 mila barili al giorno.
eni in libiaENI IN LIBIA






I LAVORATORI
Mustafa Omar, capo del sindacato dei lavoratori nel giacimento petrolifero di Sharara che si trova a circa 200 chilometri a ovest di Sebha, ha spiegato ad Agenzia Nova che alcuni individui hanno chiuso una valvola tra la zona di Al Riyayna e la città di Zintan, costringendo gli ingegneri a interrompere la produzione fino a nuovo avviso.

petrolio libia 1PETROLIO LIBIA 




L'impianto è gestito dalla joint venture Akakus, che riunisce la libica Noc, la spagnola Repsol, la francese Total, l'austriaca Omv e la norvegese Statoil e produceva circa 300 mila barili di petrolio al giorno prima di essere fermato. Il vicino giacimento di El Feel è invece gestito dalla Mellitah Oil and Gas, una joint venture tra la Noc e la compagnia italiana Eni.
EMMANUEL MACRON KHALIFA HAFTAREMMANUEL MACRON KHALIFA HAFTAR

petrolio libia 2PETROLIO LIBIA
La National Oil corporation (Noc, la compagnia petrolifera della Libia) ha dichiarato lo stato di force majeure, cioè l'incapacità di poter operare per cause di forza maggiore, sui carichi di greggio dai porti di Brega, Ras Lanuf, Hariga, Zueitina e Sidra. E secondo il presidente Mustafa Sanallah, «la Libia perderà, a causa di questa chiusura, quasi 800.000 barili di petrolio al giorno, equivalenti a 55 milioni di dollari al giorno».

CONTE E SERRAJCONTE E SERRAJvladimir putin emmanuel macron giuseppe conteVLADIMIR PUTIN EMMANUEL MACRON GIUSEPPE CONTE
Dietro la decisione, nonostante ufficialmente siano le milizie e le tribù locali a eseguire il blocco, c'è il generale della Cirenaica che sa quanto questo argomento possa incidere sugli equilibri nel paese. L'Esercito nazionale libico ha autorizzato le Guardie delle strutture petrolifere a consentire dei picchetti permanenti e dei sit-in per contestare il presunto sperpero delle risorse libiche da parte del governo di Fayez al Serraj per pagare le milizie turche.

L'AUDIT BUREAU
produzione petrolio in libiaPRODUZIONE PETROLIO IN LIBIA
Nella bozza della dichiarazione finale di Berlino, la questione della distribuzione delle entrate, uno dei principali oggetti di contesa del conflitto, viene affrontata in modo marginale. Il dossier viene rimpallato al «dialogo intra-libico» portato avanti dalle Nazioni Unite con degli incontri a Ginevra, ma si chiede «di migliorare la capacità delle pertinenti istituzioni di controllo libiche, in particolare l'Audit Bureau, l'autorità di controllo amministrativo, l'autorità nazionale anticorruzione, l'ufficio del procuratore generale le commissioni parlamentari competenti, secondo l'Accordo politico libico e le leggi libiche pertinenti». Fonte: qui

domenica 24 marzo 2019

LA GERMANIA VORREBBE CACCIARE A PEDATE L'AMBASCIATORE AMERICANO, CHE IL VICEPRESIDENTE DEL BUNDESTAG VUOLE DICHIARARE PERSONA NON GRATA

DIPLOMATICO ASSAI POCO DIPLOMATICO, VICINO A TRUMP E ALLA FAMIGLIA, TUTTA LA VERVE DI UN EX GIORNALISTA, TUTTA LA DETERMINAZIONE DI UN OMOSESSUALE MILITANTE CHE È ANCHE UN REPUBBLICANO E CONSERVATORE. LASCIATO A BAGNOMARIA PER UN ANNO, HA TRATTATO CON GLI INDUSTRIALI, PROVOCATO I POLITICI E INCORAGGIATO I SOVRANISTI. E ORA…

Maria Giovanna Maglie per Dagospia

richard grenell ex portavoce di john boltonRICHARD GRENELL EX PORTAVOCE DI JOHN BOLTON
Persona non grata, avaria diplomatica, commissario di una potenza di occupazione, termine quest'ultimo che in bocca in tedesco suona sempre sinistro. La Germania è ai ferri corti con un ambasciatore. Chi è il cattivo? E' Richard Grenell, ambasciatore degli Stati Uniti a Berlino,  diplomatico assai poco diplomatico, abilissimo e attivissimo sia negli affari che nella polemica politica,  vicino a Donald Trump e all'intera famiglia del presidente, tutta la verve di un ex giornalista  convertito alla politica e alla diplomazia, tutta  la determinazione di un omosessuale militante  che è anche un repubblicano e conservatore.

Trump lo ha mandato a trattare direttamente con gli industriali tedeschi, a provocare i politici, ad incoraggiare i sovranisti.

I tedeschi lo avevano capito per tempo, tanto è vero che prima di accettarne le credenziali lo hanno fatto aspettare un anno giocandosi anche la carta dell'omosessualità, loro che fanno pratiche di politically correct tutti i giorni, pur di evitare la iattura.
richard grenellRICHARD GRENELL

Da quando è arrivato, a differenza per esempio del discretissimo ambasciatore americano a Roma, Grenell esterna direttamente, e indirettamente sui social network.

Scrive Bloomberg che lo scontro con l'Europa sulla Cina, Trump non è destinato a vincerlo. Però si battaglia niente male e specialmente con alcuni Paesi, la Germania segnatamente, le relazioni non sono mai state a un livello così critico.

Se Grenell è stato mandato a provocare, il suo scopo è raggiunto, da quel che  sta accadendo in questi giorni nella capitale tedesca. Il vicepresidente del Bundestag, il liberale Wolfgang Kubicki,  ha chiesto addirittura di considerare l’ambasciatore Usa “persona non grata”.

Kubicki ha utilizzato termini che vanno ben al di là dei semplici canoni della diplomazia: “Chi, da diplomatico americano, si comporta come commissario di una potenza d’occupazione,  deve sapere che la nostra tolleranza conosce anche dei limiti”. E a Focus Online ha dichiarato: “Noi siamo un Paese sovrano e non dobbiamo dare l’impressione che gli ambasciatori di altri Paesi possano determinare la nostra politica interna”.

RICHARD GRENELL ANGELA MERKELRICHARD GRENELL ANGELA MERKEL
 Carsten Schneider, esponente del Spd, ha chiosato definendo  Grenell “un caso di avaria diplomatica totale”.
Ma che ha fatto questa volta  l'ambasciatore americano? Ha accusato il governo tedesco di non perseguire gli stessi obiettivi finanziari dell’Alleanza atlantica, ovvero ha ribadito lo sconto sul finanziamento della NATO tenuto altissimo dell'Amministrazione Trump.

 L’obiettivo del 2% del Pil da destinare alle spese per la difesa, è ben lontano dal piano proposto dal ministro delle Finanze Olaf Scholz. “I membri dell’Alleanza avevano concordato di avvicinarsi al 2% entro il 2024 e non di allontanarsene”, ha detto Grenell “Che il governo federale pensi invece di ridurre il suo contributo, già di per sé inaccettabile, all’efficienza operativa militare è un segnale preoccupante”.  Nel bilancio previsto dal ministro, la quota di prodotto interno lordo per la difesa aumenta in questi  anni solo  all’1,37% per poi ridursi all’1,25% entro il 2023.

L’ambasciatore americano ha ritenuto quindi di avere tutto il diritto  di risentirsi e dichiarare. Poi è passato a criticare  i contatti con la Cina comunista e in particolare l'annosa questione delle telecomunicazioni e dei rapporti con Huawei che dovrebbe entrare nel 5G tedesco.

RICHARD GRENELL ANGELA MERKELRICHARD GRENELL ANGELA MERKEL
Ha detto esplicitamente che la posizione tedesca di non escludere Huawei dalla costruzione della rete 5G in Germania avrebbe potuto mettere a rischio la collaborazione tra i servizi d'intelligence dei due

Non e’ piaciuta al cancelliere Angela Merkel, che detesta Grenell da ancor prima  che diventasse ambasciatore  per le sue inchieste da giornalista e dichiarazioni da politico esordiente sugli errori micidiali della campagna migratoria tedesca..

merkel xi jinpingMERKEL XI JINPING
La Cancelliera, riprendendo le frasi del rappresentante Usa contro la possibilità che Huawei entri nel 5G tedesco, ha detto: “Ci sono due cose di cui non ho nessuna considerazione: la prima, che si discuta pubblicamente di questioni sensibili legate alla sicurezza; la seconda, di escludere un partecipante solo perché viene da un certo Paese”.
il certo paese sarebbe la Cina, Vale la pena di ricordare che in Italia sta per arrivare il presidente cinese e che dopo una lunga serie di polemiche, dal piano di accordi con il governo italiano è stato cancellato tutto il settore legato alle telecomunicazioni.

angela merkel xi jinpingANGELA MERKEL XI JINPING
Non basta, anche  sul tema del budget per la difesa, il capo del governo tedesco ha detto: “La fetta di Pil destinata alla Difesa negli ultimi 10 anni è sempre cresciuta, e continuerà a crescere anche l’anno prossimo, all’1,37%. Ma la pianificazione finanziaria a medio termine non può essere presa come parametro. Decisiva è invece la spesa di anno in anno, e questa viene corretta ogni volta verso l'alto”.

Però "sarebbe un errore puntare sulle spese per la difesa in senso strettamente militare, bisogna ragionare anche in termine di prevenzione delle crisi e di sviluppo”.



domenica 19 marzo 2017

SITUAZIONE MPS: TITOLO SOSPESO, VORAGINE DI CREDITI MARCI, UE IMPONE 5.000 LICENZIAMENTI E BANCA A UN PASSO DAL DEFAULT

Le ultime notizie sul Monte dei Paschi di Siena, la più antica banca del mondo portata sull’orlo del baratro per opera di manager da sempre vicini al principale partito della sinistra italiana, parlano di un intervento pubblico più “leggero” rispetto a quanto previsto, con un esborso di circa 6 miliardi rispetto ai 6,6 inizialmente preventivati.

Ciò che non viene detto da molti mezzi d’informazione è che è lievitato il numero degli esuberi, giunto alla spaventosa cifra di 6.000 unità. 6.000 famiglie che, a differenza, dei “poveri” sedicenti “profughi”, non fanno notizia, non sono nei titoli di testa dei notiziari televisivi o in prima pagina dei quotidiani.
No, 6.000 famiglie italiane che rischiano di finire in miseria a causa di scellerate decisioni manageriali fatte il più delle volte per compiacere i propri referenti politici non hanno la stessa dignità dei “nuovi italiani” tanto cari proprio al partito che ha portato alla rovina la banca di Rocca Salimbeni.

Non solo: i 6 miliardi di euro che lo stato potrebbe iniettare in MPS non potranno comunque essere utilizzati per appianare le perdite già accertate su derivati i crediti incagliati, in quanto questo si configurerebbe come indebito aiuto di stato secondo gli oligarchi di bruxelles, ma solo come ricapitalizzazione precauzionale, ovverosia una dotazione per le future perdite al momento non prevedibili: una sorta di “ombrello” precauzionale per tenere la banca immune da assalti speculativi.

E non va dimenticato che il titolo Mps è sospeso dalle contrattazioni in Borsa a Milano, le obbligazioni Mps spaventano i mercati (provate a venderle e ve ne accorgerete) e la banca ha il capitale praticamente ridotto a briciole, con in più il governo che con il decreto "salva risparmio" del dicembre 2016 ha impegnato 20 miliardi di euro - che non ha, quindi a debito (pubblico). Siamo alla rovina completa.

Tuttavia questa è solo una parte della battaglia che si sta combattendo sulle banche italiane, battaglia, è bene ricordare, nata a causa delle scellerate politiche adottate dal governo Monti in poi e che hanno distrutto il tessuto industriale italiano. Infatti tanto gli oligarchi di bruxelles quanto i vertici della BCE stanno caldeggiando il governo italiano affinchè chieda l’intervento dell’ESM, il famigerato fondo “salva stati”.

Una simile scelta, molto gradita dalle parti di Berlino, comporterebbe il commissariamento dell’italico stivale da parte della troika ue-bce-fmi, con la messa in pratica della macelleria sociale già attuata in Grecia (il famoso “caso di successo” citato da Monti). Si tratterebbe della mossa della disperazione da parte degli oligarchi al servizio di Berlino di bloccare l’Italia nella ue anche in caso di sfaldamento di quest’ultima ad opera dei partiti nazionalisti e democratici che potrebbero uscire vincenti alle prossime elezioni, come in Francia con Marine Le Pen.
L’uscita dalla moneta unica dell’Italia, cosa ormai auspicata a diversi livelli internazionali e considerata auspicabile da 8 imprenditori su 10, rappresenterebbe un pericolo mortale per le cricche affaristiche tedesche, che si troverebbero di nuovo un temibile concorrente sui mercati internazionali.
Da qui, le manovre sotterranee per utilizzare il salvataggio di MPS, e in seconda battuta delle popolari venete, come cavallo di troia per annientare quel poco che rimane del tessuto industriale italiano e renderla definitivamente una colonia tedesca.
Le prossime settimane saranno cruciali per il futuro del nostro paese. Il problema è che l’attuale governo è semplicemente la continuazione in salsa avariata dell’esecutivo Renzi, quello sonoramente bocciato il 4 dicembre dal popolo italiano, per cui non possiamo aspettarci nulla di buono. Purtroppo per noi e per i nostri figli.

venerdì 17 marzo 2017

Fonte: qui

martedì 27 dicembre 2016

QUALI SONO I CONTATTI ITALIANI DI ANIS AMRI? IL TERRORISTA TUNISINO AVEVA FALSI DOCUMENTI RILASCIATI DA UNA QUESTURA SICILIANA

IL NOME DI AMRI, PRIMA E DOPO LA STRAGE, TORNA IN UN’INDAGINE SU UNA RETE DI TRAFFICANTI INTERNAZIONALI DI STUPEFACENTI.


Giuliano Foschini e Massimo Pisa per la Repubblica

Un permesso di soggiorno italiano falso, esibito a un controllo nel Nord Westfalia. Contatti diretti e indiretti con un gruppo di persone sotto indagine per traffico internazionale di stupefacenti. Soldi mandati a casa per convincere il nipote ad arruolarsi nell’esercito della Jihad. Anis Amri non era un fantasma per l’Italia. La sua storia non si era esaurita nelle carceri di Catania e Palermo. Ma più passano le ore e più gli investigatori si convincono che il terrorista tunisino continuasse a essere legato con un filo all’Italia. Quello stesso filo che in queste ore si sta cercando di riannodare.
ANIS AMRIANIS AMRI

Un primo punto di partenza è il permesso di soggiorno che Amri esibisce a un normale controllo di polizia nel Nord Westfalia qualche settimana prima di piombare con un tir sul mercatino di Natale di Berlino. È un documento rilasciato da una questura siciliana e gli riconosce lo status di rifugiato.

È un falso, hanno accertato ora gli investigatori tedeschi. Sul documento c’era una foto vera e uno degli alias che Amri utilizzava per nascondere le sue vite: nell’ultimo anno e mezzo il terrorista si è trasformato in Amri Zaghloul, egiziano classe 1995, Ahmad Zarzour, libanese, Ahmed Almasri egiziano di Iskandaria o di Alessandria a seconda del documento fasullo; Mohammed Hassa, egiziano di Cafrick. Una strategia che gli ha permesso di eludere sistematicamente i controlli tedeschi, che lo conoscevano e che a novembre avevano ricevuto anche un nuovo alert dai servizi egiziani. 

Il punto però è un altro: chi formava i documenti falsi ad Amri? 

Chi gli aveva dato quel permesso falso di soggiorno siciliano?

anis amri dopo l attentato a berlino 3ANIS AMRI DOPO L ATTENTATO A BERLINO 3

Una copia del documento falso annotato in Germania dovrebbe essere in Italia nelle prossime ore. A disposizione così dell’Antiterrorismo che ha in piedi, in questo momento, almeno tre indagini sul business dei documenti falsi: una è in Sicilia. Una seconda in Puglia, attorno al Cara e al porto di Bari. E infine a Roma, base di partenza e di arrivo. È qui che si cercherà chi ha fornito i documenti falsi ad Amri. Partendo da un dato non irrilevante.


Ore 00.58, stazione Centrale: il fotogramma documenta il passaggio di Anis Amri a Milano

IL CAMION GUIDATO DA ANIS AMRI NEL MERCATO DI BERLINOIL CAMION GUIDATO DA ANIS AMRI NEL MERCATO DI BERLINO
Il nome del tunisino, prima e dopo la strage, torna in un’indagine molto delicata, condotta da una procura del centro Italia, su una rete di trafficanti internazionali di stupefacenti. Alcuni di essi hanno avuto contatti, diretti e indiretti, con il terrorista tunisino ai tempi della carcerazione. Ma evidentemente il filo non si è spezzato. Qualcuno in Italia sapeva di Berlino? Chi ha offerto al ragazzo supporto logistico ed economico? Che collegamento c’è tra la droga e il terrore?

IL CAMION GUIDATO DA ANIS AMRI NEL MERCATO DI BERLINOIL CAMION GUIDATO DA ANIS AMRI NEL MERCATO DI BERLINO
Gli investigatori italiani hanno chiesto in queste ore informazioni ai colleghi tunisini sull’arresto di tre persone legate ad Anri. Uno, in particolare: il nipote. Il ragazzo farebbe parte di una cellula terroristica e — così come raccontano alcune agenzie di stampa arabe — avrebbe comunicato via Telegram con lo zio prima della strage.

Amri gli avrebbe inviato anche denaro attraverso money transfer e fornito un’identità falsa affinché lo raggiungesse in Germania. Di tutto questo non è però stata informata la polizia italiana. Che, dalla mattina del 23 dicembre, notte e giorno, è al lavoro, con gli agenti della Digos di Milano, per ricostruire la fuga di Amri.

Ieri dalla Francia è arrivata una conferma: il ragazzo è passato da Lione prima di arrivare in Italia. Le telecamere francesi lo hanno inquadrato giovedì scorso, nella stazione Part-Dieu di Lione. Lì ha comprato in contanti un biglietto con destinazione Milano, via Chambery. Il tunisino è sceso dal Tgv a Torino dove è rimasto per tre ore per poi proseguire verso la stazione Centrale di Milano.
LA PISTOLA DI ANIS AMRILA PISTOLA DI ANIS AMRI

Qui è stato ripreso da una telecamera alla stazione Centrale, poco prima dell’una. Poi stazione ferroviaria e metropolitana di Sesto San Giovanni, alle 2.58. Sbarca da un treno in arrivo da Torino e prende un mega bus, piuttosto vecchiotto, che percorre in superficie le fermate della linea rossa della metropolitana, ferma durante la notte. Tra le due stazioni, quale percorso ha fatto?

Sinora, nessun riscontro attendibile sposta la prima ipotesi di lavoro, e cioè che il terrorista sia andato a piedi sino in piazza Lima. Resta poi un’altra domanda: perché Sesto? Qualcuno, a favore delle telecamere, ha raccontato di averlo visto, ma ogni volta che la polizia ha controllato, la segnalazione s’è rivelata fasulla. Sino a questo momento, non esistono attendibili riscontri delle presenza di Amri a Milano, nelle sue periferie, nei paesi dell’ex cintura industriale. Amri c’era. Ma sembra non esserci mai stato.

Fonte: qui

sabato 24 dicembre 2016

Isis, la chiamata ai lupi solitari: «Ecco chiese e locali in Usa ed Europa da attaccare a Natale»

Una lista di chiese, bar, alberghi da attaccare e l'invito ai lupi solitari ad agire nel periodo natalizio. Lo Stato islamico ha pubblicato gli indirizzi di centinaia di luoghi di culto negli Stati Uniti e di alberghi e caffetterie, strade e mercati in Europa, sollecitando i suoi seguaci ad attaccarle durante le vacanze. La notizia è stata riferita dal sito di informazioni Vocativ che è riuscito a rintracciare alcuni messaggi postati nella tarda notte di mercoledì su Telegram da alcuni seguaci dell'Isis.




Nel post pubblicato nel forum "I segreti dei Jihadisti" un utente identificato con il nome Abu Marya al-Iraqi ha inviato un messaggio in lingua araba chiedendo di bagnare con il sangue le tradizionali celebrazioni natalizie annunciando, inoltre, l'intenzione di ricorrere ai lupi solitari per trasformare le feste cristiane in un film dell'orrore. La serie di messaggi, apparsi sulla chat di un gruppo di facinorosi pro Isis, comprende un elenco pubblico di chiese in 50 Stati americani ed è accompagnata anche da manuali per la preparazione e utilizzo di armi ed esplosivi.

Sempre nelle stesse ore, in un altro post di gruppo di sostenitori dello Stato islamico, un utente ha richiamato alle armi "i figli dell'Islam" invitandoli a bersagliare “chiese, alberghi rinomati, caffetterie affollate, strade, mercati e luoghi pubblici”, condividendo una lista di indirizzi negli Stati Uniti, in Canada, Francia e Paesi Bassi. La notizia arriva ad alcuni giorni dall'attacco al mercatino di Natale di Berlino di cui l'Isis ha rivendicato la responsabilità.

Non è la prima volta che lo Stato islamico pubblica elenchi di questo tipo, chiamando alle armi i lupi solitari: nel mese di giugno Vocativ aveva riportato la notizia di un elenco che comprendeva più di 8.000 nomi e indirizzi. Una kill list in cui erano stati inseriti anche diversi nomi di agenti di polizia statunitensi.

A New York, intanto, la polizia si prepara a difendere la città da potenziali attacchi nel giorni di festa blindando i mercatini di Natale. «Subito dopo l'attacco a Berlino, abbiamo valutato quali potessero essere gli obiettivi sensibili simili in città durante le festività - ha detto John Miller, vice commissario di polizia di New York - Abbiamo rapidamente individuato una mezza dozzina di mercati di Natale e abbiamo trasferito diverse squadre in questi luoghi». Una strategia che dovrebbe, tra l'altro, far aumentare il senso di sicurezza tra le persone che hanno deciso di trascorrere le vacanze nella Grande Mela. «Abbiamo la possibilità di mantenere la sicurezza in città attraverso l'applicazione della legge, ma questo non basta - ha aggiunto James O'Neill commissario de NYPD - Se vedete qualcosa che vi mette a disagio, siate reattivi. Chiamate il 911, fermate una macchina della polizia, fermate un agente. Solo così ci date la possibilità di indagare e assicurarci che non ci sia alcun pericolo».           

Fonte: qui



Quanto c’entra Anis Amri con l’ISIS

Molto, dicono alcuni documenti investigativi tedeschi ottenuti da CNN: sembra che l'attentatore di Berlino facesse parte di un'estesa rete di sostenitori dell'ISIS in Germania



Germany Christmas Market
Anis Amri (Militant video via AP)
Nelle ultime ore sono emersi nuovi particolari su Anis Amri, l’uomo che lunedì 19 dicembre ha investito la folla a un mercatino di Natale di Berlino uccidendo 12 persone e che – dopo quattro giorni da ricercato in tutta Europa – è stato ucciso nella notte tra giovedì e venerdì da due poliziotti italiani a Sesto San Giovanni, un comune alla periferia di Milano. Nonostante ci siano ancora diversi dettagli da chiarire – come gli ultimi spostamenti di Amri dalla Germania all’Italia – qualcosa su di lui si può già dire. Si sa per esempio che Amri non era un estremista religioso prima di arrivare in Europa: sembra si sia progressivamente radicalizzato prima durante i quattro anni passati carcere in Italia e poi in una rete di islamisti radicali in Germania. Dalle ultime informazioni disponibili, si può dire inoltre che Amri non abbia agito completamente da solo a Berlino, come si pensava inizialmente: in Germania era entrato in contatto con un gruppo guidato da un predicatore di origine irachena considerato molto vicino allo Stato Islamico e già da tempo era sorvegliato dall’intelligence tedesca perché sospettato di voler ottenere illegalmente delle armi.

Italy Germany Christmas MarketIl ministro degli Interni italiano Marco Minniti, a sinistra, e il capo della polizia Franco Gabrielli durante la conferenza stampa tenuta venerdì a Roma, dopo l’uccisione di Anis Amri (AP Photo/Gregorio Borgia)

Ma quanto c’entrava Anis Amri con lo Stato Islamico? Ecco cosa sappiamo di lui, messo in ordine.
Chi era Anis Amri
Amri era nato a Oueslatia, una piccola città della Tunisia, il 22 dicembre del 1992. Fin da giovane, ha raccontato la sua famiglia al Wall Street Journal, Amri dava qualche problema: saltava in continuazione la scuola e stava a casa senza fare niente. Nel marzo 2011, a 18 anni, Amri lasciò la Tunisia e insieme a tre suoi amici riuscì ad arrivare a Lampedusa usando una delle imbarcazioni messe a disposizione dai trafficanti di essere umani. A ottobre dello stesso anno fu arrestato e fu condannato a quattro anni di carcere per avere causato un incendio e per avere danneggiato delle proprietà nel centro di accoglienza di Belpasso, un piccolo comune vicino a Catania. Scontò quasi tutta la pena in sei carceri diverse: Enna, Sciacca, Agrigento, Palermo – prima al Pagliarelli e poi all’Ucciardone – e Caltanissetta (al CIE, il centro di identificazione ed espulsione). Quando uscì fu emesso nei suoi confronti un provvedimento di espulsione, che però non fu mai attuato. Nel luglio 2015 Amri entrò in Germania.

Ralf Jäger, il ministro degli Interni della Renania Vestfalia-Settentrionale, ha detto che nei mesi successivi al suo arrivo in Germania Amri si spostò molto, prima di fermarsi a Berlino nel febbraio 2016. Fu in quel periodo che attirò le attenzioni dell’antiterrorismo tedesco. A marzo le autorità di Berlino indagarono su di lui perché sospettato di pianificare un furto per rubare i soldi che gli sarebbero serviti per comprare delle armi automatiche da usare in un attacco terroristico. Sembra che in quel periodo Amri fosse entrato anche in qualche giro di droga. Ayman, un trafficante di droga tunisino che vive a Berlino, ha raccontato al Wall Street Journal di avere visto spesso Amri vendere cocaina nel quartiere Kreuzberg: «Amava i soldi e se gli rubavi uno dei suoi clienti diventava matto». Amri fu messo sotto sorveglianza e ad aprile fece richiesta formale di asilo politico in Germania. La richiesta naturalmente gli fu rifiutata e a giugno fu decisa la sua espulsione, mai realizzata perché Amri era sprovvisto di documento valido e non poteva essere rimpatriato. A settembre la sorveglianza si concluse, non si sa bene perché; nel frattempo Amri era anche stato inserito nella “no fly list” degli Stati Uniti, cioè quella lista stilata dal governo che impedisce alle persone che ne fanno parte di imbarcarsi su un aereo commerciale in entrata o uscita da un aeroporto statunitense.
Germany Christmas MarketI dati di Anis Amri, il presunto attentatore di Berlino (Police via AP)
Non è chiaro quando Amri cominciò a radicalizzarsi, cioè ad avvicinarsi a un’interpretazione molto radicale dell’Islam. Secondo la ricostruzione della Stampa, già durante il periodo che Amri passò nel carcere ad Agrigento le autorità notarono “atteggiamenti sospetti tendenti alla radicalizzazione” e nel gennaio 2015 Amri fu trasferito all’Ucciardone di Palermo per “gravi e comprovati motivi di sicurezza”. Il Corriere ha scritto che i comportamenti di Amri erano stati notati anche dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, che aveva avvertito il Casa (Comitato di analisi strategica antiterrorismo, che include membri della polizia giudiziaria e dei servizi di intelligence). Sembra che l’avvicinamento all’Islam radicale si completò in Germania, quando Amri entrò in contatto con il più importante esponente dello Stato Islamico nel paese.

La rete dello Stato Islamico in Germania
CNN ha ottenuto un documento di 345 pagine dagli investigatori tedeschi relativo alla rete terroristica che sembra esserci dietro all’attentato di Berlino. Stando ai documenti, Amri faceva parte di un gruppo di persone che orbitava attorno ad Ahmad Abdelazziz, conosciuto anche come Abu Walaa, un predicatore di origine irachena arrestato a novembre nella città tedesca di Hildesheim con l’accusa di terrorismo. Walaa non è un predicatore qualsiasi: ha definito se stesso come il rappresentante dello Stato Islamico in Germania ed è considerato dagli investigatori come la figura centrale di una “rete nazionale di indottrinati salafiti-jihadisti che sono strettamente legati tra loro e operano dividendosi i compiti». Le finalità di questa rete – concentrata soprattutto negli stati tedeschi della Renania Settentrionale-Vestfalia e della Bassa Sassonia – sono due: il reclutamento e l’indottrinamento; i suoi membri comunicano tra loro usando Telegram e ottengono i fondi per finanziare il jihad (spesso i viaggi dei “foreign fighters”) tramite furti o truffe sui prestiti.
Secondo gli investigatori tedeschi, Anis Amri aveva avuto anche una specie di mentore nel gruppo di Walaa: Boban Simeonovic, un 36enne tedesco-serbo proveniente da Dortmund, (Renania Settentrionale-Vestfalia), e considerato molto radicale. Simeonovic, anche lui arrestato per terrorismo a novembre insieme a Walaa, aveva alcuni contatti diretti con diversi operativi tedeschi dello Stato Islamico in Siria. Alla fine del 2015, quando Amri si stava preparando ad andare in Siria per unirsi allo Stato Islamico, Simeonovic lo portò a fare lunghe escursioni per tenerlo in forma e si occupò di organizzare il suo viaggio tramite i contatti che aveva alla moschea di Hildesheim. Non è chiaro il motivo per cui alla fine Amri non partì. Grazie ai racconti di un informatore della polizia nella rete di Walaa, si sa però che Amri a un certo punto cominciò a pensare di compiere attacchi terroristici in Germania.
Non si conoscono ancora molti dettagli sul tipo di contatti che questa rete guidata da Walaa ha intrattenuto con i vertici dello Stato Islamico in Siria e in Iraq. Secondo le informazioni che un disertore dello Stato Islamico ha dato agli investigatori tedeschi, Abu Walaa aveva una certa influenza a Raqqa: un suo accolito era diventato capo della sezione tedesca del servizio di sicurezza dello Stato Islamico ed era in contatto con Abu Muhammad al Adnani, che fino alla sua morte è stato considerato il secondo uomo più potente del gruppo dopo Abu Bakr al Baghdadi. Anis Amri, l’attentatore di Berlino, era certamente parte di questa rete.

Fonte: qui

mercoledì 21 dicembre 2016

CHI E’ FABRIZIA DI LORENZO, LA DONNA ABRUZZESE DISPERSA DOPO L’ATTENTATO COL TIR AL MERCATINO DI NATALE

IL PADRE: “ABBIAMO CAPITO CHE E’ FINITA” - LA 31ENNE LAVORAVA IN GERMANIA PER UN’AZIENDA DI TRASPORTI - SU TWITTER DOPO IL REFERENDUM HA SCRITTO A RENZI CRITICANDO “L’ITALIA DEI DINOSAURI” 

Paolo G. Brera e Corrado Zunino per la Repubblica
FABRIZIA DI LORENZO 2FABRIZIA DI LORENZO 

«Amare il proprio lavoro è la più perfetta forma di felicità sulla terra», scriveva Fabrizia Di Lorenzo su Twitter. La casa a due piani alla periferia di Sulmona, ora, ha le luci spente. Il giardino dove Fabrizia cenava in estate è sotto una brina gelata. La madre Giovanna e il fratello Gerardo subito, dopo qualche ora anche il padre Gaetano, sono saliti a Berlino.

ATTENTATO BERLINO 19ATTENTATO BERLINO 
Sull’asfalto della Breitscheidplatz, dove Fabrizia era andata a cercare i regali di Natale per la famiglia, la polizia ha trovato il suo cellulare e l’abbonamento per la metropolitana di Berlino. Prima di decollare il padre Gaetano, impiegato alle Poste, caldarrostaio per arrotondare lo stipendio, aveva detto: «Abbiamo capito che è finita». Il Dna, prelevato dal telefonino e dalla tessera, dirà tutto quello che serve. Per ora è dispersa.

FABRIZIA DI LORENZO 3FABRIZIA DI LORENZO 
Quando scriveva del “lavoro felice” aveva appena preso un master in tedesco alla Cattolica di Milano, “comunicazione economica”. Dopo la laurea triennale alla Sapienza di Roma, mediazione linguistica. E la magistrale a Bologna, relazioni internazionali. In Germania l’aveva trovato subito, il lavoro. Arrivata nel 2013 inoltrato, nei primi mesi del 2014 era già assunta alla Bosch, trasporti.

Gli amici di Sulmona, il direttore del giornale online Berlino Magazine per cui Fabrizia scrisse cinque articoli, ma soprattutto il profilo Twitter personale raccontano di una ragazza di straordinaria generosità, caparbia ed entusiasta. Subito dopo il liceo linguistico, lasciò il quartiere di Arabona, area depressa cresciuta sopra uno dei tanti crateri dei terremoti dell’Italia centrale. Con pochi soldi visse a Roma, poi a Bologna e «nel freddo e nel gelo di Milano » (un altro tweet).
berlino tir attentatoBERLINO TIR ATTENTATO

Studiando e appilando esami, voti. Laureata e ben specializzata, Fabrizia è salita a Berlino. Forte di tre lingue scritte e parlate, con il tedesco che poteva spendere come “conoscenza professionale completa”, e accompagnata da alcune amiche che ha frequentato fino alle ultime ore. Dieci anni fa aveva realizzato l’esperienza cardine della sua generazione: l’Erasmus all’estero. Alla Libera Università di Berlino.

La biografia dell’ultima ragazza italiana emigrata, Fabrizia Di Lorenzo, 31 anni compiuti il 23 agosto scorso, ricorda da vicino quella di Valeria Solesin, 28 anni, uccisa al Bataclan 13 mesi fa. Valeria, di Venezia, viveva a Parigi inseguendo un dottorato in Demografia. Studiava le donne e i loro diritti, era un volontario per Emergency: «Leale, onesta e partecipe », l’ha raccontata Cecilia Strada. «Pulita, entusiasta e colta », dice ora di Fabrizia il direttore di Berlino Magazine Andrea D’Addio.

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«Collaborò gratis fino a quando il lavoro non la costrinse a fermarsi». Pezzi sul dissidente cinese Al Weiwei, ma anche roba di servizio: dove si mangia all’Università Humboldt, pizzerie, sushi giapponesi, chioschi di kebab. «Voleva scrivere di politica internazionale, conosceva il tema dei fenomeni migratori e credeva che il terrorismo si sconfiggesse con l’inclusione». Citava spesso Bauman, a proposito.

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Da ragazza pratica, Fabrizia aveva trovato lavoro nella logistica. Dopo la Bosch, l’azienda 4Flow. «Era entusiasta di tutto, voleva continuare a crescere lassù », racconta in piazza l’amica psicologa. Un tweet dei tempi italiani, scanditi dallo studio, diceva: «Berlino sempre avanti: i free shop per un’economia sostenibile ». Era già “Fräulein F”, online. Anche perché, arrivata lassù, lei che amava Capossela e i Cccp, attaccava Berlusconi e si situava tra il Pd e Vendola, avrebbe scritto: «Ricordarsi perché sono all’estero, ogni sera alle 20 tg1». Il traffico di Roma e i ritardi di “Trenitaglia” erano i suoi incubi.

Fonte: qui

martedì 20 dicembre 2016

Berlino, camion contro mercatino di Natale: 12 morti e 48 feriti. Era partito dall'Italia.

Polizia: presunto attacco terroristico

Ha invaso un marciapiede nei pressi della Chiesa del Ricordo. L'Isis rivendica

Ansa - Dopo Nizza, torna l'incubo attentati in Europa: un camion si è schiantato contro un affollato mercato di Natale a Berlino. I media riportano diversi morti, almeno 12, e circa 48 feriti. Il camion ha invaso un marciapiede nei pressi della Chiesa del Ricordo. La chiesa è nel mezzo del Mercato natalizio situato in pieno centro della parte ovest della città. Su Twitter la polizia di Berlino parla di "presunto attacco terroristico", spiegando che gli investigatori sono propensi a credere che il tir sia stato "deliberatamente lanciato contro la folla". 
 "Al momento non voglio usare la parola attentato anche se molti indizi lo indicano", ha detto il ministro dell'Interno Thomas de Maizière alla tv pubblica Ard.
Una persona sospettata di essere il guidatore del camion - probabilmente un pakistano o un afghano - sarebbe stata arrestata. Un secondo uomo che era sull'autocarro, probablimente polacco, è morto nell'urto.
L'Isis avrebbe rivendicato l'attacco. La Pmu, la coalizione delle milizie irachene che combattono il califfato, ha letto la rivendicazione su un canale online dell'Isis.
Il camion era partito dall'Italia per fare rientro in Polonia. Lo scrive il Guardian, per il quale il mezzo doveva fermarsi a Berlino per consegnare il carico ed il conducente, cugino del proprietario dell'azienda di trasporti polacca, aveva detto di volersi fermare per la serata. Ci sono forti sospetti, afferma il Guardian online, che il mezzo si stato rubato durante il viaggio. 
Il tir è di un'azienda di trasporti di Danzica, che dice di aver perso il contatto con il mezzo attorno alle 16 del pomeriggio. Secondo quanto riportato dalla tv N24, trasportava ponteggi di acciaio dall'Italia e avrebbe dovuto scaricarli domani mattina a Berlino. L'azienda di trasporti polacca ha sede a Stettino.
Il proprietario dell'azienda, identificato solo come Ariel Z, è stato intervistato dall'emittente polacca Tvn24 e ha detto che il mezzo era guidato da suo cugino, che aveva intenzione di passare la serata a Berlino. Ha escluso che il suo parente, che guida camion da 15 anni, possa aver provocato lo schianto.
Angela Merkel, attraverso il suo portavoce Steffen Seibert, si è detta "sgomenta" per il possibile attentato a Berlino. "Siamo in lutto per i morti e ci auguriamo che i tanti feriti possano essere aiutati", ha scritto Seibert sul suo account Twitter

DIRETTA
L'attentato è avvenuto nel mercatino di Natale nella Breitscheidplatz, ai piedi della Gedaechtniskirche, la "Chiesa del ricordo", uno dei simboli di Berlino. La piazza è nei pressi della stazione "Zoologischer Garten". Sono diversi i feriti a terra e di alcuni stand sono distrutti.
 "Un camion è piombato su un mercatino di Natale a Berlino-Charlottenburg nei pressi del Breitscheidplatz. Si raccomanda ai connazionali di evitare la zona, tenersi informati sui media sugli sviluppi della situazione e seguire le indicazioni delle autorità locali". E' quanto si legge sul sito della Farnesina 'Viaggiare sicuri'.


I camion utilizzati per gli attentati di Nizza a luglio e quello di Berlino