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domenica 26 gennaio 2020

ROMA: UN UOMO DI NAZIONALITA' ALBANESE FREDDATO CON UN COLPO DI PISTOLA IN STRADA NEL QUARTIERE NUOVO SALARIO

CACCIA AL KILLER, ANCORA NON È NOTA L’IDENTITÀ DELLA VITTIMA CHE SAREBBE MORTA SUL COLPO. L'OMICIDIO DELL'UOMO POTREBBE ESSERE INSERITO NELLO SCONVOLGIMENTO DEGLI EQUILIBRI CRIMINALI LEGATO ALLO SPACCIO DI STUPEFACENTI, INIZIATO CON L’OMICIDIO DI ‘DIABOLIK'
Valerio Renzi per roma.fanpage.it

omicidio al nuovo salarioOMICIDIO AL NUOVO SALARIO
Un uomo è stato freddato con diversi di pistola attorno alle 23.00 di ieri, sabato 25 gennaio, in via Gabrio Casati all'altezza del civico 103 nel quartiere di Nuovo Salario, periferia Nord-Est di Roma. Ancora non sono note le generalità della vittima che è stato uccisa sotto la sua abitazione: il proiettile l’ha raggiunto in pieno viso mentre scendeva dalla sua automobile. A dare l'allarme una giovane coppia che è passata casualmente per la via poco dopo l'omicidio.

Secondo quanto si apprende si tratta di un pluripregiudicato di nazionalità albanese di circa 43 anni e l’omicidio potrebbe essere legato a un regolamento di conti legato allo spaccio di stupefacenti. L'uomo si trovava in stato di semi libertà e stava uscendo di casa per tornare nel carcere di Rebibbia dopo aver saluto i propri familiari.

omicidio al nuovo salarioOMICIDIO AL NUOVO SALARIO
Sul posto è giunta la polizia scientifica per i rilievi e gli agenti del Commissariato Fidene che hanno trasportato via la salma dopo l’autorizzazione del magistrato di turno. Gli inquirenti sono ora sulle tracce di un commando: almeno due i killer entrati in azione per portare a termine quello che è un agguato in pieno regola.

L'omicidio dell'uomo potrebbe essere inserito nello sconvolgimento degli equilibri criminali legato allo spaccio di stupefacenti, iniziato con l'assassinio lo scorso 7 agosto di Fabrizio ‘Diabolik' Piscitelli. In particolare gli inquirenti puntano a capire se il gruppo criminale a cui era legato l'uomo avesse pestato i piedi ai gruppi che gestiscono le piazze di spaccio di San Basilio ma anche del Tufello. Fonte: qui

Roma, detenuto in permesso premio ucciso in strada a colpi di pistola

Un detenuto di 43 anni, G. K., sottoposto al regime di semilibertà, è stato ucciso con quattro colpi di pistola in strada nella tarda serata di ieri mentre era in permesso premio. La vittima, colpita al torace e alla testa, è morta sul colpo. È successo intorno alle 23 in via Gabrio Casati al Tufello.

Ipotesi regolamento di conti

A quanto riferiscono fonti di polizia, la vittima è di origini albanesi, con precedenti per droga, furto e ricettazione. Al momento dell'omicidio, secondo quanto ricostruito, era andato a trovare la moglie, poi aveva salutato la famiglia e stava per rientrare a Rebibbia. È stato ucciso a pochi metri dal portone. Tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti c'è quella che il 43enne sia stato ucciso a causa di un regolamento di conti legato a questioni di droga. Sull'omicidio sono in corso indagini dei poliziotti della Squadra mobile di Roma. Fonte: qui



L'OMICIDIO DEL PUSHER GENTIAN KASA, FREDDATO AL NUOVO SALARIO, FA PARTE DI UN REGOLAMENTO DI CONTI TRA CLAN ALBANESI 
LO HANNO ASPETTATO SOTTO CASA E LO HANNO FREDDATO CON PROIETTILI IL CUI CALIBRO E’ LO STESSO USATO PER UCCIDERE "DIABOLIK" PISCITELLI 
I LEGAMI TRA LE COSCHE CALABRESI E GLI ALBANESI SPAVENTANO GLI INVESTIGATORI: “E' UNA MISCELA DEVASTANTE”

Marco De Risi per “il Messaggero”

Omicidio Gentian KasaOMICIDIO GENTIAN KASA
Un regolamento di conti fra potenti clan albanesi legato alla droga, ma non si tratterebbe di dosi o di chili, bensì di esportazioni di cocaina dalla cornice internazionale. Un'esecuzione pianificata quella di sabato sera a ridosso del Tufello del pregiudicato albanese in semilibertà. Gentian Kasa, 45 anni, è stato aspettato sotto casa, in via Gabrio Casati, a Nuovo Salario, da un killer che l'ha finito a colpi di pistola. Gentian, ha capito un attimo prima che stava finendo in un agguato e ha provato ad attraversare la strada, ma non ne ha avuto il tempo.

GLI SPARI IN STRADA
Quattro colpi in rapida successione l'hanno raggiunto al torace. Poi, il colpo fatale, alla testa. Proietti 7.65, non un grosso calibro, ma che in mano a un sicario sono andati tutti a segno. Gli investigatori della polizia stanno seguendo più piste, ma quella che sembra la più probabile è che si tratti di un'azione della temibile mafia albanese, radicata in vari quartieri romani: a Ponte Milvio, a Primavalle, a Ostia, a San Basilio. Gentian Kasa, stava finendo di scontare una pena per droga a Rebibbia.
Omicidio Gentian KasaOMICIDIO GENTIAN KASA
Il magistrato gli aveva assegnato la semilibertà. L'albanese viveva a casa con la moglie in via Gabrio Casati e poi, ogni giorno, alle 23 doveva tornare a dormire in carcere. Gentian ha fatto la stessa cosa anche sabato sera: ha salutato la moglie ed è sceso in strada per tornare a dormire in carcere. Ma qualcuno aveva saputo della sua nuova condizione e dei suoi spostamenti: il suo assassino.

I PRECEDENTI
Gentian era stato arrestato prima a Roma e poi ad Ancona nel 2014 per droga. L'ultima cattura parla chiaro: l'albanese era tra le file del traffico internazionale e portava chili di droga dalla Grecia. Non un qualsiasi pusher, quindi, ma un corriere di alto livello. Ed ecco che le certezze che escono dalle inchieste sulla 'ndrangheta in Calabria si materializzano anche a Roma: la mafia calabrese va stabilmente a braccetto con quella albanese. E proprio nei territori di spaccio del Tufello e San Basilio le inchieste hanno appurato come questo binomio sia ormai una realtà ben rodata: malavitosi della capitale in affari con potenti e feroci boss albanesi.
Omicidio Gentian KasaOMICIDIO GENTIAN KASA
Gli albanesi sono spuntati fuori, almeno come possibili killer, anche per l'esecuzione di Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik ucciso con un solo colpo alla testa mentre era seduto su una panchina di via Lemonia. Un omicidio considerato eccellente e che ancora non trova risposta. Dopo pochi mesi un'altra esecuzione, quella dell'albanese di sabato sera.

LE INDAGINI
C'è anche un'altra prospettiva usata dagli inquirenti per decifrare il delitto. Il killer ha sparato qualche giorno dopo gli arresti a San Basilio sul narcotraffico: in manette sono finiti i fratelli Marando, dell'omonima cosca calabrese, e i loro sodali. Le inchieste indicano come anche gli albanesi abbiano messo radici salde a San Basilio. Allora, l'esecuzione di Gentian Kasa si potrebbe leggere anche come il frutto di delicati rapporti scompaginati dagli arresti. Solo supposizioni. Un altro scenario: quello di Primavalle e Casalotti.
GENTIAN KASAGENTIAN KASA
Una famiglia potentissima scompaginata dai carabinieri, quella del clan Gambacurta era, appunto, alleata con albanesi potenti e feroci. «Una miscela devastante sottolinea un investigatore . Gli uomini delle mafie tradizionali, soprattutto quella calabrese, unendosi con la ferocia dei boss albanesi, raggiungono una dimensione ancora più devastante. Ad esempio riescono a far commettere un'esecuzione da un soggetto albanese ed è così più difficile risalire ai mandanti».
GENTIAN KASAGENTIAN KASA

Fonte: qui

sabato 18 gennaio 2020

UCCISE IL SUOCERO “PERCHÉ ABUSAVA DELLA FIGLIA”: 35ENNE CONDANNATO A 20 ANNI

PER QUEL DELITTO, AVVENUTO LO SCORSO FEBBRAIO, SI ERANO COSTITUITI DUE UOMINI: IL PUBBLICO MINISTERO AVEVA CHIESTO DUE ERGASTOLI. IL COMPLICE È STATO CONDANNATO A 18 ANNI CON IL RITO ABBREVIATO
UCCISE IL SUOCERO PERCHÉ ABUSAVA DELLA FIGLIAUCCISE IL SUOCERO PERCHÉ ABUSAVA DELLA FIGLIA
Da ansa.it

È stato condannato a 20 anni di carcere, in abbreviato, il 35enne accusato di avere sparato e ucciso il suocero che era accusato di avere abusato della nipotina, figlia dell'uomo, a febbraio a Rozzano, nel milanese.
   
Il suo complice, accusato di averlo accompagnato in motorino sul luogo del delitto, è stato condannato a 18 anni di carcere. Il gup Aurelio Barazzetta ha riconosciuto le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti. Erano accusati di omicidio volontario premeditato e il pm aveva chiesto due ergastoli.
   
UCCISE IL SUOCERO PERCHÉ ABUSAVA DELLA FIGLIAUCCISE IL SUOCERO PERCHÉ ABUSAVA DELLA FIGLIA
Il forte turbamento emotivo provato dall'uomo, dopo avere saputo degli abusi sessuali subiti dalla figlia piccola da parte del nonno, ha determinato la concessione delle "attenuanti generiche" nel processo abbreviato al 35enne, condannato stamani a 20 anni di carcere per l'omicidio del suocero, che era indagato per violenza sessuale nei confronti della nipotina (figlia dell'imputato). Fonte: qui

martedì 1 ottobre 2019

LA GUARDIA DEL CORPO DEL RE DELL'ARABIA SAUDITA UCCISA A COLPI DI PISTOLA DA ''UN AMICO'' DURANTE ''UNA DISPUTA PERSONALE''. MA LE NOTIZIE DAL REGNO ARRIVANO IN MODO POCO CHIARO, VISTO CHE SAREBBE STATO FERITO UN ALTRO SAUDITA E UN LAVORATORE FILIPPINO. LE FORZE DI SICUREZZA HANNO RISPOSTO AL FUOCO, UCCIDENDO L'AGGRESSORE MA RIPORTANDO CINQUE FERITI


(ANSA-AP) - Una guardia del corpo del re Salman dell'Arabia Saudita è stata uccisa a colpi di arma da fuoco in circostanze non del tutto chiare, in quella che le autorità hanno descritto come una "disputa personale", secondo quanto riferito dalla TV di Stato saudita. Che aggiunge solo pochi dettagli su un fatto di sangue che ha scioccato il regno. Il generale Abdulaziz al-Fagham era un personaggio popolare, ritratto in molte immagini a fianco del sovrano e del suo predecessore, tanto da meritare l'appellativo di 'custode dei re'.
Molti i messaggi a lui tributati sui social media, alcuni dei quali corredati da immagini: in una di queste lo si vede aiutare re Salman, 83 anni, ad allacciarsi le scarpe, in altre appare sullo sfondo di eventi con Salman in primo piano, in altre ancora con il defunto re Abdullah. Le autorità si sono prima limitate ad esprimere in ordine sparso le loro condoglianze per al-Fagham, poi è giunto un tweet della tv di Stato: "Il maggiore generale Abdulaziz al-Fagham, guardia del corpo del Custode delle Due Sacre Moschee, è stato ucciso a seguito di una disputa personale a Gedda".
Ore dopo, l'agenzia di stampa saudita statale ha riferito che a sparare sarebbe stato un amico di al-Fagham, che avrebbe anche ferito un altro saudita e un lavoratore filippino. Le forze di sicurezza avrebbero risposto al fuoco, uccidendo l'aggressore. Cinque agenti sono rimasti feriti. Gli omicidi e le sparatorie sono rare in Arabia Saudita, dove la legge islamica prevede la pena di morte per assassini e trafficanti di droga.
il generale abdel aziz al fagham con re salmanIL GENERALE ABDEL AZIZ AL FAGHAM CON RE SALMAN

sabato 27 luglio 2019

Ha confessato uno degli studenti americani. È lui ad aver ucciso il carabiniere Cerciello

Ha confessato l'omicidio del carabiniere Mario Rega Cerciello, ucciso la notte scorsa a Roma, uno dei due studenti americani fermati in tarda serata: si tratta del giovane con i capelli mesciati apparso in una foto e ripreso da alcune telecamere. Al termine di un interrogatorio fiume insieme al coetaneo ritenuto suo complice, il 19enne ha ammesso le proprie responsabilità affermando di essere lui l'autore materiale dell'accoltellamento del vicebrigadiere. Tra le novità emerse dalle ultime ore, inoltre, sembrerebbe come i due fermati per l'omicidio, entrambi 19 enni, non appartenessero alla John Cabot University A riferirlo sono fonti investigative. 
Il ritratto del carabiniere che faceva volontariato e voleva aiutare tutti
Chissà se quelle persone a cui dedicava il tempo libero facendo volontariato e distribuendo all'esterno di stazioni ferroviarie di Roma come Termini e Tiburtina, che sono ritrovo dei moderni 'paria' in un'Italia che fa parte dei Paesi più industrializzati al mondo, i pasti e regalando abiti ai disperati, ai senzatetto, si chiederanno perché Mario Rega Cerciello - 35 anni compiuti appena 13 giorni fa, originario di Somma Vesuviana, stipendio mensile mediamente intorno ai 1500 euro - non andrà piu' a trovarli.
Chissà se sapevano che quell'uomo sorridente e disponibile fosse un carabiniere. Una figura a cui subito si pensa come ad un rappresentante dell'Autorità. Una figura familiare per quei disperati, come lo era per quei malati che appena poteva accompagnava in pellegrinaggio a Lourdes o a Loreto, sacrificando i giorni di riposo o le ferie e coinvolgendo in questa missione anche la giovane compagna di vita, divenuta sua moglie Rosa Maria appena 43 giorni fa.
Un carabiniere, ma non solo carabiniere. Morto per 100 euro, per un borsello che qualcuno aveva rubato a Trastevere e che aveva promesso di restituire al legittimo proprietario - queste le prime ipotesi - in cambio del 'cavallo di ritorno', in questo caso per l'appunto 100 'miserabili' euro. Stabilendo che lo scambio dovesse avvenire in via Pietro Cossa, nei pressi di piazza Cavour, quartiere Prati. Mario morto accoltellato - otto fendenti inferti rapidamente sul suo corpo da un feroce assassino - per difendere la legalità, per impedire un reato. Che forse la stragrande maggioranza delle persone considererà di poco conto, qualcosa di 'spicciolo', ma che un appartenente alle forze dell'ordine - carabiniere, poliziotto o finanziere che sia - considererà sempre e comunque al pari di un reato gravissimo: perché ogni illegalità è qualcosa di gravissimo per la tenuta del tessuto sociale. E questo Mario, vice brigadiere in forza alla stazione di piazza Farnese lo sapeva.
 
"26 luglio giorno di lutto per l'Arma dei carabinieri", ha scritto la quarta forza armata del Paese sul proprio account ufficiale Twitter. "Nella sua nuda essenza anche la tragedia più grande è fatta di numeri", scrive L'Arma: età, da quanto tempo Mario fosse sposato, quanto tempo fosse trascorso dal suo ultimo compleanno. E poi altri numeri: 2 autori dell'aggressione, il numero di coltellate, l'entità del 'riscatto' richiesto. "Ma quei numeri non sono freddi, sono il conto di un'esistenza consacrata agli altri e al dovere, di una dedizione incondizionata e coraggiosa, di un amore pieno di speranze e di promesse. E la tragedia reca la cifra più alta: l'infinito. Il più vivo dolore per una mancanza che affligge 110 mila carabinieri". Tutto non dimenticando né rallentando le indagini per risalire ai responsabili dell'omicidio e il ferimento dell'altro carabiniere intervenuto, Andrea Varriale. E i primi risultati ci sono stati in serata, con il fermo di due americani. Uno, in tarda serata, confesserà di averlo ucciso lui, Mario.
Il cordoglio espresso al comandante generale dell'Arma, Giovanni Nistri, è collettivo nel Paese: dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ai ministri della Difesa e dell'Interno, Elisabetta Trenta e Matteo Salvini, e tutti gli altri ministri; il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Enzo Vecciarelli; rappresentanti di enti, istituzioni. Ma anche semplici persone. Basti pensare a questi cartelli affissi da alcuni cittadini del rione Trevi sulla facciata della stazione carabinieri di Piazza Farnese: "Eroe della patria, giustizia per Mario", "I cittadini hanno fiducia nei carabinieri, i cittadini perbene hanno rispetto dei carabinieri, onore al Carabiniere Mario. Onore a te, la città di Roma ti onora", "Un uomo di Stato non può morire così. Meno politica, meno chiacchiere e più Carabinieri". 
E colpisce l'omaggio silenzioso, anzi no perché rotto dalle sole sirene, reso oggi da decine e decine di pattuglie della Polizia di Stato e della Guardia di finanza davanti alla sede del comando generale dei carabinieri, in viale Romania. E lo stesso è stato a Napoli, dove cinque volanti della Polizia sono arrivate all'ingresso laterale della caserma Pastrengo, sede del Comando provinciale dei carabinieri. Gli equipaggi hanno lasciato l'abitacolo schierati in silenzio davanti ai cancelli. I militari dell'Arma in servizio nel cortile hanno intuito e si sono fermati anche loro, gli uni di fronte agli altri, in silenzioso omaggio.
Chi fosse e come fosse Mario è il suo comandante di stazione, Sandro Ottaviani, a dirlo: "Un ragazzo buono, un carabiniere preparato che pensava sempre al prossimo, sia durante i turni di servizio sia quando non indossava la divisa". Già, anche quando non era in servizio, perché allora la sua vita era il volontariato, "i pellegrinaggi a Lourdes e a Loreto per dare una mano alle persone che soffrono, ogni settimana".
E "senza dirlo a nessuno". Il comandante è stato tra i primi a intervenire, ha provato a rianimarlo nei momenti piu' concitati, lo ha visto morire. E per lui, Mario era un carabiniere che agli ultimi donava i suoi vestiti portava loro anche la colazione, "non muore solo un valoroso carabiniere, ma un grande uomo". E può apparire assurdo sentire il comandante di stazione in lacrime affermare "Sono in servizio da 37 anni e anche oggi posso dire che fare il carabiniere è una gioia", ma è il senso di un mettersi a disposizione della collettivita'.
Quattro anni fa Mario Rega Cerciello aveva ricevuto anche un encomio per aver accompagnato una bambina in difficoltà all'Ospedale Bambino Gesù di Roma. Ma è anche la motivazione con cui l'Ordine di Malta gli ha conferito nel 2013 un'onorificenza - una medaglia di bronzo - disegnando il suo profilo: "È stato sempre partecipe agli interventi su strada programmati due volte a settimana nella tarda serata, in aree critiche Capitoline come le maggiori stazioni ferroviarie ove è più solito trovare persone bisognose ed emarginate". Lo scriveva Frà Giacomo Dalla Torre del Tempio di Sanguinetto, allora nel ruolo di Gran Priore di Roma e che oggi da Gran Maestro dell'Ordine di Malta parla di "una perdita terribile per tutta la comunità. Perdiamo tutti un uomo generoso, leale, animato da un profondo senso di responsabilità".
Un uomo che si prodigava insieme alla compagna Rosa Maria, anche lei volontaria dell'Ordine, nell'assistenza ai malati. Forse è solo una coincidenza, ma la vita di ogni giorno ne riserva sempre una: questa sera alle 18,30 ha avuto inizio nella chiesa Santa Maria dei Pellegrini, di fronte alla stazione dei carabinieri di piazza Farnese, una Messa in ricordo del vice brigadiere ucciso, e proprio a ridosso delle 18,30 la notizia che c'erano due fermi per questo omicidio. Come a voler costituire un unico filo che metta insieme dolore e professionalità degli investigatori ed inquirenti romani. La vicenda potrebbe anche essere più complessa di quanto inizialmente valutato, lasciano filtrare in procura, ma intanto ci si chiede se è valsa la pena morire per 100 euro. Forse in tantissimi, forse la stragrande maggioranza, risponderà di no, che non è valsa la pena. Ma in realtà chi della difesa della legalità fa la sua professione di vita per la collettività risponde e risponderà sempre di si'. Anche a costo dell'estremo sacrificio. Per gli altri, non per sé. Come già faceva Mario, andando tra i derelitti per portare pasti e vestiti e facendosi carico dei viaggi della fede e della speranza dei malati. Fonte: qui
Carabiniere ucciso, volanti polizia a sirene spiegate per solidarietà (Corriere TV)

CONFESSA UNO DEI DUE RAGAZZI AMERICANI: ''HO UCCISO IO IL CARABINIERE'' (TUTTI I VIDEO)

AVREBBERO RUBATO LO ZAINO PER ''VENDICARSI'' DI UN PUSHER CHE AVEVA VENDUTO PASTICCHE FALSE. MA ALL'APPUNTAMENTO SI SONO PRESENTATI I MILITARI IN BORGHESE

DOPO L'OMICIDIO, TORNANO A DORMIRE NEL LORO HOTEL DI LUSSO A POCHI METRI DA DOVE HANNO LASCIATO MARIO CERCIELLO REGA AGONIZZANTE A TERRA. E VENGONO SVEGLIATI DA…

I DUBBI: I MAROCCHINI, IL RUOLO DELLA VITTIMA DEL FURTO, E L'AZIONE DEI CARABINIERI



LA SCENA SUBITO PRIMA DEL FURTO


I DUE SCAPPANO DOPO AVER RUBATO LO ZAINO


IL LUOGO DELL'OMICIDIO


I DUBBI
Dall'articolo di Rinaldo Frignani per il ''Corriere della Sera''

i due americani fermati per la morte di mario cerciello regaI DUE AMERICANI FERMATI PER LA MORTE DI MARIO CERCIELLO REGA
Di dubbi nella ricostruzione ce ne sono però tanti. A cominciare dai tre marocchini e dall’algerino, tutti con numerosi precedenti, inizialmente coinvolti nelle indagini, come il ruolo della stessa vittima del furto. Ma tra le cose da chiarire c’è anche la procedura seguita per portare a termine l’intervento da Cerciello e dal collega, la presenza prima accreditata e poi negata di altre pattuglie dell’Arma, sia civetta sia con i colori d’istituto, chiamate di rinforzo, le versioni discordanti fornite per l’intera giornata.


ROMA, LO SCIPPO, LA DROGA, LE COLTELLATE. CONFESSA UN GIOVANE AMERICANO: «HO UCCISO IO IL CARABINIERE»
Camilla Mozzetti e Elena Panarella per ''Il Messaggero''

«Sono stato io ad uccidere il carabiniere». Ha confessato ieri sera un turista ventenne statunitense di aver colpito con otto coltellate alle spalle, all’addome, alla schiena e al cuore Mario Cerciello Rega, carabiniere, 35 anni, di Somma Vesuviana. Il militare da anni in servizio alla Stazione di Piazza Farnese, a Roma, ha urlato, ha provato a parare i colpi che all’impazzata il ragazzo gli ha inferto giovedì notte nel pieno centro della Capitale, a pochi metri dalla Suprema Corte di Cassazione, senza riuscire tuttavia a schivarli.

omicidio cerciello - il video della fuga dei ladri della borsa a trastevereOMICIDIO CERCIELLO - IL VIDEO DELLA FUGA DEI LADRI DELLA BORSA A TRASTEVERE
Neanche la corsa disperata in ospedale e l’intervento tempestivo dei sanitari sono riusciti a salvargli la vita. Ieri mattina, poco dopo le nove, l’Arma dei carabinieri diffonde la notizia: «Un vicebrigadiere è deceduto in servizio». L’Italia intera resta basita, non riesce a credere a quello che tv e siti internet iniziano a raccontare. Ma in terra, in via Pietro Cossa – quartiere Prati – c’è quella pozza di sangue su cui i militari hanno iniziato a compiere i rilievi. È tutto drammaticamente vero.



LE INDAGINI
I carabinieri del Reparto operativo partono con la caccia all’uomo e nella tarda mattinata vengono rintracciati in un hotel, non distante dal luogo del delitto, due giovani ventenni statunitensi che vengono portati al Nucleo investigativo di via In Selci. Per ore vengono ascoltati prima dai militari e poi dal procuratore aggiunto Nunzia D’Elia fino a quando uno dei due crolla: «Sono stato io a pugnalarlo». è accusato insieme all’amico di omicidio, furto e tentata estorsione. A portare i militari sulle loro tracce, sono state le immagini raccolte dalle videocamere di sorveglianza di negozi, ristoranti, banche (sia nel perimetro di Trastevere che in quello di Prati) dove si è consumata l’aggressione. Ma partiamo dall’inizio e dalle certezze messe insieme dagli inquirenti per ricostruire il dramma.
mario cerciello regaMARIO CERCIELLO REGA

LA RICOSTRUZIONE
Giovedì sera nei pressi di piazza Mastai, a Trastevere, un italiano di 45 anni, calvo, viene derubato da due individui di uno zaino al cui interno c’è il cellulare e il portafogli ed altri effetti personali, tuttora al vaglio degli inquirenti. Il 45enne da un altro telefono compone il 112, numero unico per le emergenze, denunciando il furto. La chiamata viene presa in carico dalla stazione dei carabinieri di Monteverde. Quando i militari arrivano a piazza Mastai, l’uomo nel frattempo gli dice di aver chiamato al proprio cellulare e che a rispondere sono stati due individui con un accento straniero che gli avevano dato un appuntamento a via Cossa per riconsegnargli lo zaino in cambio di cento euro. Nel gergo si chiama “cavallo di ritorno”.

Cosa c’entra però in tutto questo il vicebrigadiere Cerciello Rega? All’appuntamento vanno i militari, ma non quelli di Monteverde. Interviene piazza Farnese dove Rega presta servizio. Si organizza il tutto: il vicebrigadiere e il suo collega, Andrea Varriale, si presentano in abiti civili in via Cossa, girano per un po’ sulla strada perché non trovano nessuno. Poi, non distante da una farmacia, notano due uomini con felpe e cappucci che non fanno nulla: fermi in mezzo alla strada quando ormai sono quasi le 3 del mattino. Decidono di controllarli chiedendo loro i documenti ma uno dei due estrae dalla tasca un coltello e inizia a pugnalare il vicebrigadiere. Questa è la cornice del quadro complessivo, al cui interno però ci sono molte “sfumature” emerse nel corso delle ore.
omicidio Cerciello - uno degli interrogati e rilieviOMICIDIO CERCIELLO - UNO DEGLI INTERROGATI E RILIEVI

I VENTENNI
I due ventenni che sono a Roma da qualche giorno per una vacanza arrivano giovedì sera a Trastevere per cercare qualcosa che “rallegri” la loro serata. Sarebbero dovuti rientrare negli Stati Uniti ieri sera con un volo già prenotato. Vanno banalmente a caccia di droga: un po’ di erba, qualche pasticca. A quel punto si imbattono nell’uomo, che sarà poi derubato dello zaino, e che sembra per motivi tuttora al vaglio degli inquirenti averli accompagnati o avergli indicato la persona da cui potersi rifornire. Un pusher di fatto che mette in mano ai ragazzi un po’ di pasticche “false”.

Non è droga quella e i ventenni se ne accorgono. Ma lo spacciatore non c’è già più così rintracciano l’uomo che, con lo zaino sempre al seguito, gliel’aveva indicato. Da un video ripreso nell’area di piazza Mastai si vedono i tre che percorrono insieme un pezzo di strada. Sembra che parlino senza mai venire alle mani né si fermano per discutere. Al contrario, si dileguano camminando dietro un vicolo ma passa poco tempo e gli occhi delle videocamere catturano i due statunitensi mentre scappano con lo zaino in mano. Cosa c’è dentro e perché gliel’hanno preso? Domande a cui gli inquirenti stanno provando a dare una risposta.
mario cerciello regaMARIO CERCIELLO REGA

Difficile credere, che oltre al furto uno dei due ragazzi abbia commesso l’omicidio del vicebrigadiere, ma anche in questo caso nelle mani degli investigatori ci sono le immagini delle videocamere della zona di Prati che inquadrano sempre loro due. E la confessione arriva di fronte al procuratore aggiunto dopo ore di interrogatorio. Da chiarire, dunque, la posizione della vittima, ovvero dell’uomo derubato dello zaino mentre ancora si sta cercando il pusher che avrebbe fornito la droga falsa ai due facendo scattare poi il dramma.

Si crede che uno dei due statunitensi abbia colpito a morte Rega credendolo un uomo vicino al pusher poiché a Prati il 45enne con cui si erano messi d’accordo telefonicamente, non si era presentato. Oggi intanto sul corpo del vicebrigadiere, sarà svolta l’autopsia mentre i funerali per volere della famiglia, saranno celebrati lunedì, a Somma Vesuviana. Nella stessa chiesa dove lo scorso 13 giugno il vicebrigadiere ha sposato la sua Rosa Maria.


I DUE AMERICANI TORNATI A DORMIRE NELL’HOTEL DI LUSSO DOPO L’ASSASSINIO DEL CARABINIERE
mario cercielloMARIO CERCIELLO
Rory Cappelli per ''la Repubblica''

Sono le 10 di ieri mattina quando i due ventenni americani vengono buttati giù dal letto da un nugolo di carabinieri arrivati a loro grazie alle telecamere di una banca e agli apparati di sorveglianza funzionanti della zona. Non capiscono niente, sono assonnati e stralunati da una notte di droga e follia. Alle 12.20 vengono caricati a bordo di due auto civetta e portati via.

Le macchine sgommano uscendo dal parcheggio Visconti convenzionato con l'hotel in cui i due soggiornano, LeMeridien Visconti di via Cesi. In molti, allo sfrecciare delle vetture, immaginano che i due, probabilmente africani, tunisini o marocchini, chissà (è questa la voce che circola per tutta la giornata, dando la immancabile stura sui social a commenti e chiose di un tenore vergognoso), dopo la notte di sangue culminata con la morte del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, si fossero rifugiati dentro il garage. Invece non solo non erano affatto nordafricani, ma erano anche clienti dell'hotel, un albergo che in questi giorni è sold out e che costa almeno 200 euro a notte: nella notte del 24 e del 25, addirittura 250 euro. E su Booking.com, il sito dove il prezzo è di solito persino migliore.
mario cercielloMARIO CERCIELLO

Intanto in albergo, mentre i ragazzi vengono trasferiti nella caserma di via in Selci dove saranno sottoposti a un interrogatorio che durerà fino a sera, fino alla confessione cioè dell'omicidio del giovane vicebrigadiere, il primo piano è occupato da cinque agenti in borghese che piantonano l'ingresso della stanza. In corridoio, di fronte alla camera, c'è un carrellino della colazione, che nessuno però riesce a portare via. All'interno è tutto un viavai di personale della Scientifica in tuta bianca.

Le cameriere, tre per piano, non sanno niente, non hanno visto niente, non si sono accorte di niente. Ma è anche vero che hanno il tassativo divieto della direzione di parlare. Solo una commenta, passando: "Vai a sapere chi sono i due che hanno fermato: il primo piano è interamente occupato da americani e forse facevano parte proprio di quel gruppo" e poi veloce se ne va.

I DUE AMERICANI PRIMA DEL FURTO A PIAZZA MASTAI TRASTEVEREI DUE AMERICANI PRIMA DEL FURTO A PIAZZA MASTAI TRASTEVERE
D'un tratto un agente della Scientifica esce con un grande sacco trasparente: dentro, in mezzo ad altri oggetti personali, è ben visibile un borsello nero. Forse è il borsello che era stato rubato allo spacciatore che poi ha chiamato i carabinieri. O forse è di uno dei due ragazzi. Sul comodino della stanza ci sono una bottiglia di birra e una boccetta di pillole, in terra sacchetti di carta di negozi di lusso. L'albergo, un quattro stelle pieno di stranieri e di business persons, non è quello dove ti aspetti che alloggino due giovanissimi che di notte si mettono alla ricerca di droga e poi si trovano coinvolti in un omicidio. È situato proprio a una cinquantina di metri dal punto in cui è stato ammazzato il vice brigadiere Mario Rega Cerciello, in via Pietro Cossa.

I DUE AMERICANI SCAPPANOI DUE AMERICANI SCAPPANO
In serata si viene poi a sapere che i due ragazzi avevano il volo di ritorno prenotato proprio per ieri sera. Sono stati descritti dal collega di Mario Cerciello Rega: uno con i capelli mesciati, che poi confesserà di essere l'autore materiale dell'omicidio, l'altro con un tatuaggio al braccio. Caratteristiche, queste, ben visibili anche nelle immagini delle telecamere di zona passate al setaccio dai militari. Che hanno portato i carabinieri dritti a quella stanza al primo piano dell'hotel di lusso, pagato proprio dal presunto killer, a good fellow appartenente a una facoltosa famiglia americana.

Fonte: qui



domenica 2 aprile 2017

DAVIDE FABBRI, 52 ANNI, BARISTA DELLA FRAZIONE RICCARDINA DI BUDRIO, PROVINCIA DI BOLOGNA, È STATO UCCISO SOTTO GLI OCCHI DELLA MOGLIE DURANTE UN TENTATIVO DI RAPINA


Ansa.it. Un barista della frazione Riccardina di Budrio, popoloso Comune della provincia di Bologna, è stato ucciso durante un tentativo di rapina. Il malvivente, ricercato dalle forze dell'ordine, aveva il volto coperto, era vestito con qualcosa di simile ad una tuta mimetica, ed era armato di fucile e pistola.  

L'assassino potrebbe essere rimasto ferito: alcune tracce di sangue repertate dal Ris potrebbero essere sue e questo fatto sarebbe importante ai fini della sua identificazione.
   
La vittima si chiamava Davide Fabbri e aveva 52 anni. L'omicida, che dalle pochissime parole dette non è stato possibile definire con certezza straniero - secondo quanto riferito da uno dei testimoni - è entrato chiedendo soldi. Fabbri ha reagito, riuscendo quasi a strappare il fucile dalle mani del malvivente.

In questa circostanza è partito un colpo, verso il pavimento, e uno dei pallini dell'arma da caccia ha ferito lievissimamente, di striscio, uno dei clienti. Il bandito ha estratto allora una pistola e ha sparato al petto di Fabbri un solo colpo, uccidendolo all'istante, per poi fuggire, almeno per la prima parte della fuga, a piedi e da solo, anche se non è escluso che nei paraggi potesse esserci un complice in attesa, con un mezzo di trasporto. Allo scopo si stanno analizzando le telecamere a circuito chiuso della zona.

Il bar è situato sulla strada che da Budrio porta a Mezzolara. Sul posto è andato anche il Pm di turno, Marco Forte, e sono in corso le ricerche.
    
"Come comunità, rifacendoci ai nostri valori, ci stringiamo attorno ai familiari di Davide Fabbri, a sua moglie. Chiediamo sicurezza, vogliamo la cattura dell'assassino, e reagiamo alla violenza. Stiamo organizzando una fiaccolata per questa sera nel luogo principale di Budrio, piazza Filopanti". Il sindaco Giulio Pierini lo ha detto all'ANSA esprimendo lo sdegno e lo sconcerto della cittadina della Bassa bolognese per l'omicidio del titolare del Bar Gallo della frazione Riccardina, avvenuto sotto gli occhi della moglie (la coppia non ha figli) e di due avventori.

In preparazione della manifestazione della serata, Pierini ha fatto annullare due eventi previsti in giornata, l'intitolazione di un giardino ai Partigiani in mattinata e un pranzo elettorale alla Bocciofila con vari sindaci della Città Metropolitana, tra cui il sindaco metropolitano, Virginio Merola, a sostegno della sua ricandidatura a sindaco di Budrio. Pierini ha detto che, per quello che ha potuto sentire direttamente dai testimoni della fallita rapina, il killer è entrato chiedendo la cassa, dunque era un tentativo di rapina a tutti gli effetti, e che i testimoni, dalle poche parole sentite dal bandito non hanno potuto capire se fosse italiano o straniero.

Fonte: qui


martedì 28 marzo 2017

E’ MORTO EMANUELE MORGANTI, IL 20ENNE DI ALATRI MASSACRATO DA NOVE PERSONE PER AVER DIFESO LA SUA FIDANZATA

IL COLPO DI GRAZIA GLIEL’HANNO DATO CON UN CRIC


IL CORPO SAREBBE STATO ANCHE TRASCINATO SULL'ASFALTO, COME FOSSE UN TROFEO. UNA MATTANZA, CON LA GENTE CHE SI VOLTAVA DALL'ALTRA PARTE, NELLA PIAZZA PRINCIPALE DI ALATRI. QUINDI IL FUGGI FUGGI, PRIMA DELL'ARRIVO DEI CARABINIERI E DELL'AMBULANZA

I BUTTAFUORI DEL LOCALE DOVE E’ AVVENUTA L’AGGRESSIONE SONO ALBANESI, COME ALCUNI DEGLI ASSALITORI DI EMANUELE, E INVECE DI DIFENDERE IL RAGAZZO HANNO CONTRIBUITO A PESTARLO. MA A FINIRLO BRUTALMENTE E’ STATO UN ITALIANO. 

IL RACCONTO DELLA FIDANZATA

1 - EMANUELE, 20 ANNI, DIFENDE LA FIDANZATA LO CIRCONDANO: UCCISO A CALCI E PUGNI
Rinaldo Frignani per il “Corriere della sera

EMANUELE MORGANTIEMANUELE MORGANTI
Chi gli ha dato il colpo di grazia con la spranga - o più probabilmente con un cric - potrebbe essere italiano. Un giovane forse di Alatri, o di un paese vicino, proprio come il povero Emanuele, già pianto senza speranza ancor prima di morire, quando era attaccato a una macchina per sopravvivere, da tutta Tecchiena, paesino in provincia di Frosinone. E proprio un ragazzo è stato portato in caserma ieri notte per essere ascoltato.

Il presunto killer e altri otto coetanei sono rimasti fino a notte fonda nella caserma dei carabinieri sotto interrogatorio. Erano già stati ascoltati sabato, 24 ore dopo il pestaggio dell' operaio ventenne, preso di mira da un albanese in una discoteca di piazza Regina Margherita per aver difeso la sua fidanzata da avances sempre più spinte. Gli investigatori dell' Arma avevano interrogato i nove e li avevano rilasciati, ma poi ieri - sulla base di altri indizi raccolti nel corso di una frenetica giornata di sopralluoghi e accertamenti tecnici - li hanno riconvocati in ufficio. Adesso rischiano di essere arrestati tutti per concorso in omicidio volontario.

LA DISCOTECA DOVE E STATO UCCISO EMANUELE MORGANTILA DISCOTECA DOVE E STATO UCCISO EMANUELE MORGANTI
Per quasi 48 ore la vita di Emanuele Morganti è rimasta appesa a un filo nel reparto di terapia intensiva del Policlinico Umberto I di Roma, poi ieri sera la tragica notizia del decesso. Da venerdì notte i medici monitoravano la sua situazione. Lo avevano anche sottoposto a un intervento chirurgico. Ma i risultati non avevano dato gli esiti sperati: i troppi colpi, violentissimi, avevano devastato la testa e il volto del ventenne, provocato fratture craniche e cervicali, al punto da renderlo quasi irriconoscibile. Tanto da far pensare a qualche suo amico intervenuto dopo l' aggressione che in realtà il giovane fosse stato travolto da un'auto. Ma non era così.

EMANUELE MORGANTIEMANUELE MORGANTI
La verità è che una furia inimmaginabile si è abbattuta sull' operaio che venerdì sera, con la fidanzata e un gruppetto di amici, aveva deciso di trascorrere qualche ora al Mirò ad ascoltare musica. Un locale - ora sotto sequestro - dove anche i buttafuori erano albanesi e non si esclude che proprio loro abbiano avuto un ruolo nell' orribile fine del ventenne.

Emanuele - che viveva con i genitori e aveva un fratello e una sorella - non è stato coinvolto in una rissa. Ha solo reagito quando uno dei clienti, sotto l'effetto dell' alcol, ha provocato la sua ragazza.
Ma gli addetti alla sicurezza avrebbero preso le difese dell' ubriaco e non della coppietta. Anzi, Emanuele sarebbe stato sbattuto fuori, inseguito sulla piazza, scaraventato a terra dagli amici dell'albanese, ai quali si sarebbero aggiunti altri giovani avventori. Nessuno sarebbe intervenuto in sua difesa. I carabinieri, coordinati dal pm Vittorio Misiti della Procura di Frosinone, stanno cercando di ricostruire cosa sia avvenuto in quei momenti.

Erano le 4 di notte e al pestaggio ha assistito anche la fidanzata e qualche amico del ragazzo sul quale si sono abbattuti calci e pugni. Poi è comparsa la chiave inglese, prima lanciata dall' uscita della discoteca contro il ventenne in fuga, quindi usata contro Emanuele, ormai privo di forze, con il volto sanguinante e gli indumenti strappati. Due, tre colpi per finirlo. Il corpo sarebbe stato anche trascinato sull'asfalto, come fosse un trofeo. Un film dell' orrore, una mattanza, con la gente che si voltava dall' altra parte, nel buio della piazza principale di Alatri. Quindi il fuggi fuggi, prima dell' arrivo dei carabinieri e di un' ambulanza.

2 - LO CHOC DI KETTY CHE L' HA VISTO MORIRE: «ERA LA PRIMA USCITA CON L' AUTO DEL PADRE»
EMANUELE MORGANTIEMANUELE MORGANTI
Virginia Piccolillo per il “Corriere della sera”

Ketty, la fidanzata, lo ha visto morire. Ora è sotto choc. A un' amica che era con lei venerdì notte al Mirò ripete: «Era la prima volta che Emanuele prendeva la macchina del padre. Ci teneva così tanto. Era tornato dal lavoro, aveva fatto la doccia ed eravamo andati in discoteca. Volevamo solo passare un venerdì sera con la musica e gli amici. Perché è successo? Cosa è successo? Perché l' hanno ammazzato? Perché non li hanno fermati?».

Tecchiena, il paese di Emanuele, è minuscolo. La piazzetta dove, attoniti, gli amici lo piangono, è poco più di un parcheggio. Ma il dolore è enorme. I suoi amici ce l' hanno ancora davanti agli occhi quel viso «che non si riconosceva dalle botte che gli avevano dato. Forse l' hanno massacrato in 30, e uno solo lo ha difeso», dicono inferociti.
ALATRI - LA MORTE DI EMANUELE MORGANTIALATRI - LA MORTE DI EMANUELE MORGANTI

«C'ero. Ho visto tutto. L' ho visto ammazzare e per tutta la vita avrò il rimorso di non essere riuscita a fare niente». È una ragazzina semplice, con le mani nascoste nelle maniche del maglione e i capelli raccolti, la testimone ascoltata per ore dai carabinieri di Alatri. Lei sa bene com' è andata. È rabbiosa contro i tg che hanno parlato di Emanuele «come una testa calda che quasi quasi se l' è cercata: ma come si fa a dire una cosa così? Stava solo passando una serata con gli amici e la sua ragazza. Non aveva fatto niente».

La giovane non sa il nome dell'albanese che si è avvicinato per fare apprezzamenti a Ketty. Ma sia lei, sia il gruppetto di amici, che con gli occhi lucidi e la testa bassa non si danno pace, denunciano: «È stato l' unico a non essere stato nemmeno sentito dai carabinieri. Non sanno nemmeno dove sia, se n'è già andato». E la rissa? «Ma quale rissa? Non c' è stata una rissa, era lui da solo. È stato preso dai buttafuori, ma non lo hanno buttato fuori. L' hanno rincorso».

EMANUELE MORGANTIEMANUELE MORGANTI
I bodyguard? «Sì, lo hanno picchiato fuori dalla discoteca». Un ragazzo alto e dinoccolato si avvicina e assicura: «Quelli non dovevano proprio lavorare, hanno precedenti penali. È brutta gente. Loro e gli altri». Gli altri chi? Tutti albanesi? «No, gli italiani. Quello che gli ha sfondato la testa con una spranga, quello che lo ha ammazzato, è un italiano. Emanuele era un ragazzino normale, sempre sorridente, che è stato massacrato di botte e mentre era a terra moribondo ancora gli davano calci. E chi l' ha ammazzato già sta fuori dalla caserma».

«Quello che lo ha ucciso è un italiano - ripete la prima testimone - e non è nemmeno la prima volta che lo fa: io stessa un giorno in una stradina me lo sono trovato davanti con una spranga». Gli altri annuiscono, convinti e indignati. «Sembrava che gli fosse passato sopra un camion». Ma dalla discoteca nessuno ha sentito niente? «Tutti», assicurano le due ragazze. «Tutti hanno visto tutto.
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E non sono intervenuti. Tutti sono colpevoli. Emanuele è stato ucciso da Alatri».

3 - "SEMBRAVANO BESTIE" E TRA I RAGAZZI DEL PAESE ORA SI INVOCA LA VENDETTA
Corrado Zunino per “la Repubblica”

La fiaccolata per ricordare l' amico Emanuele, 20 anni, finito con un palo che gli ha sfondato il cranio - era un dissuasore di parcheggio, l' hanno trovato all' esterno del Miro Music Club - è stata rinviata. Troppa rabbia ad Alatri: messaggi di vendetta su Facebook, rancorose minacce da sedare. «Ci vuole una giustizia esemplare».

Si dice, si legge. Non sarà prima della prossima settimana, la fiaccolata in piazza Santa Maria Maggiore, centro di vita e di parole di un altro paese in pietra dell' Italia centrale. A guardare il portone marrone del Miro ora sequestrato, piazza Regina Margherita, una breve discesa verso il Tribunale distaccato di Alatri (il palazzo di giustizia si apre proprio di fronte al luogo del delitto), amici turbati, arrabbiati. Un pellegrinaggio fino a notte. Vive da anni, il ritrovo.
EMANUELE MORGANTIEMANUELE MORGANTI

È un riferimento storico per i ragazzi di qui e di questa provincia. Lo scorso autunno il Miro Music Club aveva cambiato gestione, ed erano iniziati i problemi. Cinque buttafuori per un locale neppure grande, quattro albanesi, un italiano (lui di Ceccano). Ora i carabinieri cercano anche da loro la testimonianza che riveli chi ha massacrato un ragazzo di vent'anni.

Ricostruendo la storia del locale iscritto al sistema Arci, apprezzato per l'estetica, la scelta musicale tendente al rock, gli investigatori hanno rintracciato un recente episodio di sopraffazione avvenuto all'interno: un giovane di zona che, diverse settimane fa, invita gli amici a bere per festeggiare l'acquisto di un'auto nuova, i brindisi che si alzano al cielo troppo chiassosi e un buttafuori che decide di placare il clima con una violenza inusitata.

EMANUELE MORGANTIEMANUELE MORGANTI
Marco, anche lui 20 anni, era fuori dal Miro la notte tra venerdì e sabato quando Emanuele è stato colpito brutalmente. Ha ancora graffi sul mento, due ferite profonde sul collo. Dice: «Si è accesa una rissa, venticinque persone, poi ho visto Emanuele a terra e qualcuno accanirsi su di lui. Chi? L'ho detto ai carabinieri».

Lavinia, in lacrime: «Voglio sapere la verità, tutta la verità, è stato un pestaggio da bestie».
L'agonia di Emanuele Morganti al Policlinico di Roma, dove è stato trasportato già gravissimo, è durata 36 ore. Il decesso clinico i medici lo hanno dichiarato ieri pomeriggio e i genitori hanno autorizzato l' espianto degli organi.

La famiglia abita in uno stabile a Casette di Tecchiena, paese allungato per due chilometri lungo la provinciale che la separa da Alatri. Emanuele viveva con la madre, in questo periodo sempre in casa. Papà nello stesso palazzo, ma in un altro appartamento. Il fratello e la sorella si erano allontanati da Tecchiena. Emanuele era iscritto all'università, ma aveva trovato da poco un lavoro in un' azienda a Frosinone.
EMANUELE MORGANTIEMANUELE MORGANTI

Avrebbe scelto più avanti se continuare gli studi. Al bar di Tecchiena, l'unico, davanti al parco giochi, lo ricordano così: «Un bravo ragazzo, aperto e socievole. Veniva spesso con la fidanzata». Nessuno rammenta un problema, quando ascolta il nome di Emanuele. Le divisioni per gruppi, tra i ragazzi di Alatri? «Ormai è quotidiano vedere giovani italiani con giovani albanesi e romeni. Sono venuti qui a lavorare o sono figli di lavoratori inseriti nella città. L'integrazione è un dato di fatto, da anni».

Il consigliere comunale Roberto Addesse ieri ha rivolto un appello al sindaco e ad Alatri tutta: «Gli umori in queste ore sono pesanti, le parole che si ascoltano fanno paura. La nostra è una città di pace, che non ha mai conosciuto aggressioni di questo genere. Bisogna restare calmi, lasciare lavorare la magistratura, comprendere le verità e poi, più avanti, salutare un membro di questa comunità che non avrebbe mai voluto vendette».

Fonte: qui