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venerdì 27 marzo 2020

SIAMO GIA' ARRIVATI AL FAR WEST?

I FURGONI DELLE CONSEGNE NEL MIRINO DELLE BANDE DI RAPINATORI 
DOPO SUPERMERCATI E FARMACIE, LA MALAVITA DI STRADA ADESSO MIRA A CHI PORTA A DOMICILIO LE MERCI ORDINATE SU INTERNET DAI CITTADINI CHIUSI IN CASA. 
L’ULTIMO EPISODIO A OSTIA. A RISCHIO ANCHE I FRUTTIVENDOLI: UNO MINACCIATO CON LA PISTOLA E DERUBATO AD ANZIO

Rinaldo Frignani per roma.corriere.it

ostia dhlOSTIA DHL
Come l’assalto alla diligenza. Rapinatori a caccia di furgoni carichi di merce ordinata da chi deve rimanere a casa per l’emergenza coronavirus. Un tipo di malavita forse non diverso da quello che ha preceduto l’arrivo dell’epidemia ma che in questi giorni assume un significato particolare. E inquietante anche, visto che a tutt’oggi non si sa ancora cosa potrà accadere nelle prossime settimane. È questa la paura più grande dei romani insieme con quella di rimanere contagiati.

L’ultimo colpo è stato messo a segno nel pomeriggio di martedì in via delle Quinqueremi, a Ostia. Quattro rapinatori, a volto coperto ma apparentemente senza armi, hanno agganciato un furgone della Dhl carico di merce da consegnare a domicilio dopo essere stata ordinata su internet e hanno aggredito l’autista costringendolo a scendere dal veicolo.

ostia dhlOSTIA DHL
A questo punto hanno minacciato l’uomo e hanno preso il suo posto in cabina. Sono quindi fuggiti, ma poco dopo - anche per l’allarme lanciato dalla vittima - sono stati intercettati da una volante della polizia. Ne è nato un inseguimento durante il quale i banditi hanno speronato l’auto della polizia. Ma poi sono stati costretti ad abbandonare il furgone e il suo contenuto, del valore di alcune migliaia di euro, e si sono allontanati a piedi. Senza esito la battuta organizzata dalla polizia nella zona.

Altro episodio che preoccupa e che viene ora catalogato per essere monitorato insieme ad altri, sempre sul litorale, questa volta di Anzio. In via Ardeatina un fruttivendolo cinquantenne è stato minacciato con una pistola da tre banditi che hanno fatto irruzione nel suo negozio incappucciati e con il volto coperto dalle mascherine da medico, già comparse nelle ultime settimane, per la verità anche prima, in assalti in farmacie, supermercati e negozi.

ostia dhlOSTIA DHL
Il commerciante ha dovuto consegnare alla banda 2mila euro in contanti che custodiva in cassa e altri 4mila in un borsello. I rapinatori sono quindi fuggiti in auto. E adesso la polizia indaga sull’ennesimo assalto a un esercizio commerciale appartenente a una delle categorie autorizzate a lavorare nel corso del blocco quasi totale delle attività per limitare i rischi di contagio.

Fonte: qui

RAID ALL’OSPEDALE LORETO MARE DI NAPOLI: RUBATI MASCHERINE, CAMICI E TUTE 
UN FURTO MESSO A SEGNO DA BALORDI PROBABILMENTE INTENZIONATI A IMPADRONIRSI DI MATERIALE SPECIFICO ANTI-COVID-19…

GIUSEPPE DEL BELLO per repubblica.it

furto loreto mareFURTO LORETO MARE
I contagi aumentano e servono letti, Covid e non Covid. Per istituirne un numero congruo ieri la Regione ha chiuso un accordo che sarà sottoscritto oggi con i privati convenzionati per tremila posti. Ci saranno anche pazienti in terapia intensiva. Si parte da subito. Con la nota di indirizzo che prescrive una netta separazione tra le strutture: quelle che accoglieranno pazioenti affetti da coronavirus non potranno ricoverare soggetti affetti da altre patologie. Un'esigenza che tutela gli un e gli altri, oltre che le cliniche.

Mentre si lavora per fronteggiare l'emergenza, però, un vile raid è stato messo a segno l'altra notte al Loreto Mare. Mascherine chirurgiche, tute, camici e anche oggetti personali. Rubati. Di notte, al pian terreno del Covid-Loreto, negli spogliatoi degli infermieri. Un furto imprevedibile, messo a segno mentre il nuovo centro di riferimento sta faticosamente partendo, da balordi probabilmente intenzionati a impadronirsi di materiale specifico anti-Covid-19. Un errore di valutazione, visto che i presìdi di sicurezza sono custoditi in un locale attiguo alla Rianimazione.


coronavirus effetto sui polmoni 4CORONAVIRUS EFFETTO SUI POLMONI 
Sono stati gli stessi infermieri ad accorgersi, durante il cambio turno, degli armadietti scassinati. Indaga la polizia. Pochi danni, tanta rabbia. Ieri nella Rianimazione erano ricoverati otto pazienti, trasferiti da altri ospedali con diagnosi di certezza. All'appello per riempire il reparto mancano ancora due posti letto. Al completo invece il primo piano appena ristrutturato.

Accoglie 10 pazienti Covid, in buone condizioni. Le camere, singole o a due letti, sono state riallestite grazie all'impegno di 75 operai che hanno lavorato giorno e notte, trasformando le vecchie corsie del Loreto. Ogni stanza è dotata di un circuito telefonico interno che permette di comunicare con il personale della Medicheria. Dopo l'apertura della Rianimazione e del reparto degenze, ai primi di aprile dovrebbe partire la Terapia subintensiva.
coronavirus effetto sui polmoni 5CORONAVIRUS EFFETTO SUI POLMONI 

Di non facile soluzione invece la carenza di anestesisti: ce ne sono nove, ne occorrerebbero altri sei. Ma identificarli non è facile, nonostante i tentativi di arruolamento della Asl Napoli 1. Sempre ieri, il manager Ciro Verdoliva ha, indirettamente, replicato all'ex assessore alla Sanità Angelo Montemarano intervenuto su Repubblica sulla situazione emergenziale. "Ascalesi, San Gennaro, Incurabili e San Giovanni Bosco - scrive Verdoliva - non sono impiegabili per offrire in tempi utili una risposta alle esigenze di salute dei cittadini minacciati dal virus".

Un'osservazione che però non dirime i dubbi, visto che San Gennaro e Ascalesi non ricoverano da tempo, ma svolgono tutt'ora altre funzioni. Senza contare che l'Ascalesi è stato ceduto al Pascale e che quindi non è più pertinenza della Napoli 1. A riguardo, un camice bianco: "Ma se è passato al polo oncologico vuol dire che non era in condizioni disastrose, tanto che c'era già la rianimazione, funzionante fino a due anni fa".

furto loreto mareFURTO LORETO MARE
Dal Loreto al Cardarelli, dove finalmente sono arrivati i "caschi" per supporto CPap e i ventilatori. A questo punto i presìdi peri pazienti sono disponibili, mentre ancora mancano i dispositivi di protezione individuale e un numero infermieri idoneo a far partire la Palazzina M. Forse entro lunedì. Intanto la Germania ha dato la disponibilità a inviare in Campania un supporto con un team sanitario. Ieri sono stati effettuati 1061 tamponi, 145 dei quali risultati positivi. Il totale in regione è 1454. E non si fermano i decessi: ieri il virus ha stroncato un funzionario economico in servizio negli uffici di via Vespucci della prefettura. Aveva 65 anni, dai primi di marzo non andava al lavoro.

Fonte: qui

giovedì 26 marzo 2020

SAPETE PERCHÉ INIZIANO A MORIRE ANCHE I PIÙ GIOVANI? PERCHÉ DA TRE SETTIMANE MOLTI DI QUELLI CHE HANNO IL CORONAVIRUS STANNO A CASA, SENZA VERA ASSISTENZA MEDICA, E VENGONO RICOVERATI SOLO QUANDO LA SITUAZIONE DIVENTA DISPERATA, COME NEL CASO DI EMANUELE A ROMA

IL RACCONTO DELL'INFERMIERE DEL SACCO: ''ARRIVANO IN CRISI DI OSSIGENO ANCHE RAGAZZI DI 30 ANNI. IN QUESTO OSPEDALE SIAMO FORMATI PER FRONTEGGIARE VIRUS LETALI, MA GLI ALTRI NON AVEVANO LE PROCEDURE ADATTE'', E PER QUESTO IL NUMERO FOLLE DI CONTAGI TRA I SANITARI

DAGONOTA - Il caso di Emanuele Renzi a Roma, morto a 34 anni senza malattie pregresse, ma anche le testimonianze di medici e infermieri su un maggior numero di 30-40enni ricoverati. Cosa è cambiato in queste settimane? È cambiato che all'inizio del contagio chiunque avesse il coronavirus e sintomi non lievi veniva ricoverato, con la possibilità di essere monitorato, ricevere ossigeno, antivirali, le giuste dosi di paracetamolo eccetera.

Questo approccio purtroppo non era sostenibile: i posti sia in terapia intensiva che sub-intensiva, che negli altri reparti, non bastano per tutti e bisogna privilegiare chi è più grave.

EMANUELE RENZI CORONAVIRUSEMANUELE RENZI CORONAVIRUS
Questo però crea un effetto perverso, per cui chi resta a casa – come da consiglio delle Asl e dei medici di base – senza un corretto monitoraggio (ad esempio, dell'ossigenazione dei polmoni), rischia di peggiorare progressivamente e di essere ricoverato solo quando la situazione è molto grave. Chi resta a casa perlopiù esce dallo screening capillare della popolazione, e i medici di base che hanno provato a continuarlo ci hanno rimesso la pelle non avendo le protezioni necessarie per visitare i pazienti positivi.

Il problema è che quando la situazione peggiora, e su questo sono concordi i primissimi studi e chi pratica sul campo, lo fa molto velocemente, mentre i tempi di arrivo di un'ambulanza si sono dilatati e arrivano anche a molte ore. Con il che aumenta la necessità di posti in terapia intensiva e si allungano i tempi di recupero di pazienti che, se avessero avuto un'assistenza quando i sintomi erano intensi ma non gravi, magari non sarebbero peggiorati in modo così drammatico.

ventilatori terapie intensiveVENTILATORI TERAPIE INTENSIVE
E alla fine si torna sempre al punto di partenza: con le dovute protezioni per i medici, un numero maggiore di ospedali attrezzati e di posti letto in terapia intensiva, questo virus potrebbe essere affrontato in modo molto più efficace.


Gianni Santucci per il “Corriere della Sera

«Se il Covid-19 entrasse profondo su Milano, sarebbe come un Boieng-747 che si schianta davanti al pronto soccorso. Non ce la faremmo». L' infermiere B. non potrebbe parlare. La comunicazione per tutto il personale sanitario è stata «blindata».

ospedale luigi sacco milano 2OSPEDALE LUIGI SACCO MILANO
Accetta però di raccontare al Corriere un mese di lavoro in epoca di coronavirus. Lo fa dall' interno del Pronto soccorso dell' ospedale «Sacco» di Milano. Struttura di riferimento nazionale per le malattie infettive. Prima, però, era anche un ospedale «normale». Oggi è solo Covid. Sale operatorie ferme. Posti in terapia intensiva passati da 8 a 30. Pronto soccorso trasformato in polmone d' emergenza. «Servirà ancora una settimana - riflette l' infermiere B. - per sapere che quel crash non ci sarà».

Che pazienti vede oggi?
le foto di medici e infermieri che lottano con il coronavirus 1LE FOTO DI MEDICI E INFERMIERI CHE LOTTANO CON IL CORONAVIRUS 1
«Qualche settimana fa molti arrivavano con sintomi lievi, o medi, comunque senza "impegno respiratorio". Oggi sono un po' meno, ma l' età media s' è abbassata, intorno ai 55/60 anni, anche ragazzi di 30 anni. E quasi tutti hanno bisogno immediato di ossigeno. Febbre che non scende sotto i 38. Lastre bruttissime.
In pronto soccorso vedi ovunque persone con cannule, mascherine, caschi».

Come se lo spiega?
«Tutto il sistema sanitario sta dicendo ai malati di restare a casa isolati il più possibile. A volte va bene, ma le persone non si rendono conto di quanto avanza la malattia. Entrano in pronto soccorso con l' ossigeno nel sangue a 90, basso da far spavento. Quaranta atti respiratori al minuto, oltre il doppio del normale: hanno fatto quattro passi e ansimano come se avessero corso. Compensano fino alla fine con i polmoni quasi compromessi. Su 20/25 pazienti che entrano in un turno di 7 ore, almeno 3 o 4, ancor prima di fare il tampone, hanno già bisogno del casco, massimo livello di ossigeno prima dell' intubazione».

Ce la fate?
«In pronto soccorso "reggiamo" 8-9 caschi, più le mascherine. Hanno creato due aree d' emergenza, anche in astanteria. Ad ogni bocchettone d' ossigeno è attaccato qualcuno. Abbiamo anche i meccanismi per sdoppiare i flussi e assistere due pazienti.
le foto di medici e infermieri che lottano con il coronavirus 3LE FOTO DI MEDICI E INFERMIERI CHE LOTTANO CON IL CORONAVIRUS 
Ma la quantità totale d' ossigeno dell' impianto resta quella. Per ora stiamo reggendo».

Siete preoccupati?
«Il "Sacco" è attrezzato per il bioterrorismo. Abbiamo sale visita specifiche, docce alla candeggina per l' antrace. Con quella mentalità è stato trasformato l' intero ospedale. La nostra forza è stata la formazione obbligatoria, ogni infermiere può essere reperibile per la task force Ebola. Sai come vestirsi. Come comportarti. Che precauzioni prendere.

Sono io che scelgo le protezioni, a seconda se sto al triage o in emergenza. Affrontiamo il Covid con i protocolli Ebola, un virus con una mortalità devastante. Tutto questo per ora ci sta salvando la pelle». (È la differenza chiave rispetto a molti altri ospedali lombardi, che per carenze nella formazione, nell' organizzazione d' emergenza e nelle scorte di protezioni, investiti dall' epidemia, sono diventati centri moltiplicatori del contagio) .

Come è cambiato il «Sacco»?
ospedale luigi sacco milano 1OSPEDALE LUIGI SACCO MILANO
«Un mese fa ci comunicano che le ambulanze porteranno solo sospetti Covid. Entriamo in una maxi-emergenza perenne, che dura ancora. Viene rifatto il pronto soccorso. Si trovano aree d' emergenza per gestire i pazienti gravi nell' immediato. Vengono studiati percorsi diversi, linee gialle e verdi, posti "puliti" e posti "sporchi". E poi aree di isolamento, di filtro, di sanificazione, di vestizione. Ascensori solo per i "positivi". Prima i prelievi di sangue viaggiavano con la posta pneumatica, oggi vengono sigillati in triplice involucro e portati di persona da un operatore, per evitare ogni contaminazione.
All' accettazione, tutti i pazienti ricevono guanti, mascherina e camice monouso».

Dove trova la speranza?
«Ho visto i bambini col coronavirus. Lo passano come un raffreddore. Almeno loro saranno risparmiati da questa tragedia».

sabato 21 marzo 2020

SARDEGNA: MEDICI SENZA MASCHERINE NEGLI OSPEDALI DOVE CRESCE IL NUMERO DEI CONTAGI TRA SANITARI E PAZIENTI.

293 CASI ACCERTATI, INTERI REPARTI CONTAGIATI. 
GLI ORDINI DEI MEDICI: "MASSIMA INSICUREZZA". 
PROTESTANO ANCHE I GIORNALISTI, IN CAMPO CONTRO "IL BAVAGLIO" IMPOSTO DALLA GIUNTA. 
APERTE DUE INCHIESTE…
Coronavirus, Sardegna: 293 positivi, 2 decessi, 1 paziente guarito
(LaPresse) - Sono 293 i casi di positività al virus Covid-19 accertati in Sardegna dall'inizio dell'emergenza. È quanto rilevato dall'Unità di crisi regionale nell'ultimo aggiornamento. In totale nell’Isola sono stati eseguiti 1.912 test. I pazienti ricoverati in ospedale sono in tutto 71, di cui 15 in terapia intensiva, mentre 217 sono le persone in isolamento domiciliare. Il dato progressivo dei casi positivi comprende il primo paziente guarito e altri due clinicamente guariti. Due i decessi nell'Isola dall'inizio dell'emergenza.
Sul territorio, dei 293 casi positivi complessivamente accertati, 43 sono stati registrati nella Città Metropolitana di Cagliari (+2 rispetto all'ultimo aggiornamento), 8 (+1) nel Sud Sardegna, 4 (+1) a Oristano, 22 (+1) a Nuoro e 216 (+82) a Sassari.

Covid e caos, in Sardegna interi reparti contagiati. Medici senza mascherine: le denunce e i documenti che lo provano
Antonella Loi per  https://notizie.tiscali.it/

sardegnaSARDEGNA
Dopo la Procura della Repubblica di Tempio Pusania, anche i pm di Sassari hanno aperto un fascicolo di indagine sui contagi fuori controllo avvenuti all'interno dell'ospedale della provincia sarda.

Tamponi fatti a tappeto su medici, infermieri e pazienti di interi reparti, a seguito della crescita esponenziale del numero degli infetti da Coronavirus, ha indotto i magistrati ad avviare un'indagine per il momento contro ignoti. I dati dicono che la provincia del Nord Sardegna segue un trend doppio rispetto a quello nazionale: il numero dei contagiati al 19 marzo è di 134, su un totale di 206 casi in tutta l'Isola (saliti a 293 il 20 marzo, ndR)

coronavirus 2CORONAVIRUS
Molti di questi sono sanitari in trincea - è proprio il caso di dirlo - dell'ospedale sassarese. Ma altre positività consistenti si rilevano nell'ospedale di Olbia, dove sono stati contagiati 15 tra medici infermieri e pazienti del reparto di Terapia Intensiva, ancora nella struttura di Nuoro, dove si contano almeno 16 infetti, e diversi casi in due diversi nosocomi cagliaritani. Ce n'è abbastanza per dipingere il quadro preoccupante della sanità isolana che, come sembra accadere in tante altre parti d'Italia, è apparsa drammaticamente inerme di fronte all'avanzare del virus.

I documenti che provano l'emergenza
traghetto per la sardegnaTRAGHETTO PER LA SARDEGNA
Cosa sta succedendo? All'indice soprattutto la mancanza di Dpi (dispositivi di protezione individuali) necessari per preservare dal rischio contagio il personale medico e sanitario, e di conseguenza i pazienti, delle strutture ospedaliere, dove scarseggia anche l'essenziale: mascherine, calzari, tute, grembiuli e occhiali. Laddove si dovrebbe dare protezione, oltre alla buona volontà degli operatori, resta davvero poco.

Già la scorsa settimana in un ospedale sardo veniva diramata una direttiva interna (foto sotto) con la quale si raccomandava "a tutti gli operatori di utilizzare gli appositi D.P.I. (guanti, occhiali, facciali filtranti, sovracamici etc.) solo quando necessario. Vista l'emergenza in corso - si legge nel documento in mano a Tiscali News - e la limitata disponibilità di Dpi questi devono essere utilizzati solo quando opportuno. Il pronto soccorso - è scritto ancora - ha in carico la funzione di filtro per gli eventuali casi sospetti per Covid-19". E non si tratta di una raccomandazione, bensì un obbligo. La disposizione continua infatti precisando che "i coordinatori dovranno farsi carico di vigilare su quanto sopra detto e segnalare alla direzione l'uso improprio".

coronavirus diagnosiCORONAVIRUS DIAGNOSI
A una settimana da questa disposizione (datata 11 marzo) e a molti più giorni dalle prime evidenze sulla velocità di diffusione del Covid-19, poco è cambiato. Nel reparto di Pediatria dello stesso ospedale, dove lavorano 7 medici, 14 infermieri, 3 tra Oss e ausiliari, i Dpi in dotazione sono "5+3 mascherine FFP3, 3 Visiere, 5 mascherine chirurgiche con visiera, di cui 3 nello studio dei medici". Lo si legge in un altro documento interno risalente al 16 marzo e che Tiscali News ha potuto visionare (foto sotto). In esso compare anche una nota scritta a penna con la quale si dà conto dell'avvenuta "consegna di altre 20 maschere FF3 totale 28", più "3 tute".

E come già in precedenza, la direttiva spiega che "nel momento in cui si decide di utilizzare le mascherine FFP3 (da utilizzare solo in caso certo o sospetto di Covid-19) deve essere avvisato il Direttore di struttura, la coordinatrice e la Direzione sanitaria". E questo accade in un reparto di Pediatria, dove "i bambini arrivano spesso con sintomi influenzali che ben potrebbero coincidere con quelli del Coronavirus, ma noi non possiamo saperlo", dice una fonte che preferisce restare anonima. Insomma, nonostante decreti legge, stanziamenti regionali, sequestri di container carichi di mascherine e tutto il macigno di consapevolezza sulla pericolosità dell'infezione, la situazione in corsia resta invariata.

La denuncia dei medici: "Massima insicurezza"
traghetti sardegna 1TRAGHETTI SARDEGNA
Alle procure di Sassari e Tempio è ragionevole pensare che si aggiunga presto anche quella di Cagliari, a cui alcuni giorni fa è stato presentato un esposto - arrivato anche all'Ispettorato del lavoro - con il quale l'Anaao-Assomed lamentava "la persistente grave carenza di dispositivi di protezione, in particolare specifiche mascherine con i filtranti respiratori e delle protezioni per gli occhi".

Per il sindacato dei medici bisogna spingere perché "le autorità vigilino sulla tutela della salute degli operatori sanitari". A dar man forte intervengono i camici bianchi dell'Ordine di Cagliari, Oristano e Nuoro, che attraverso una nota dei presidenti Raimondo Ibba, Antonio Sulis e Maria Giobbe si dichiarano pronti ad avviare iniziative di autotutela "in mancanza di correttivi" come "la sanificazione di tutti gli ambienti in cui si svolga assistenza alle persone" e "dispositivi di protezione individuali (Dpi) e tamponi ad ogni operatore sanitario". Attività necessarie e indifferibili che ad oggi non sono state ancora eseguite. I rischi li raccontano le cronache.

La Giunta mette il "bavaglio" ai medici
Domande che attendono risposte veloci e che seguono il "diktat" dell'assessore regionale alla Sanità, Mario Nieddu (ben presto imitato dal direttore generale dell'Ausl Romagna, Marcello Tonini ndr), con il quale, silenziando di fatto gli operatori degli ospedali impone che il personale non parli con i giornalisti o attraverso i social: solo la Regione potrà dare informazioni su quanto accade nelle strutture pubbliche.

Nella direttiva indirizzata alle Direzioni generali delle Aziende sanitarie, ai direttori dei presidi ospedalieri e ai direttori dei reparti di malattie infettive, si dice infatti che ogni comunicazione sarà controllata e che "si chiede di avviare senza indugio opportuni provvedimenti disciplinari verso chiunque non si attiene strettamente a tale disposizione, ribadendo che qualunque attività comunicativa di codeste aziende deve essere autorizzata da questa Regione".

Giornalisti e medici contro "il bavaglio"
Intento chiaro di tacitare l'informazione su quanto accade all'interno degli ospedali pubblici, denunciano l'Associazione della Stampa e l'Ordine dei giornalisti sardi in un comunicato congiunto a difesa "della libera consultazione delle fonti". I giornalisti, è scritto nella nota, "ritengono il provvedimento un tentativo di limitare la libera manifestazione del proprio pensiero. L’art.21 della Costituzione - si legge - non può essere messo in discussione da nessuno, tanto meno in momenti delicatissimi della vita del Paese come quello che stiamo attraversando".
traghetti sardegna 5TRAGHETTI SARDEGNA

Presa di posizione che non è piaciuta nemmeno ai camici bianchi che, come riporta l'Agi, in 11 tra associazioni e sindacati di categoria, compresi l'Ordine dei medici di Cagliari e Oristano, in una nota parlano di "grave atto di censura". E scrivono: "Mentre i nostri medici con tutti gli altri operatori sanitari, schierati in prima linea contro un nemico feroce e invisibile, chiedono, agli amministratori regionali, di essere protetti e difesi per poter svolgere con un po' di sicurezza il proprio lavoro, arriva, invece delle mascherine, un bavaglio". E chiariscono: "Se i medici non possono esprimersi, parliamo noi".

Fonte: qui

MENTRE GIORGIO GORI DORMIVA, ECCO COME BERGAMO E' DIVENTATA L'EPICENTRO DEL CONTAGIO

IL 23 FEBBRAIO ALL’OSPEDALE DI ALZANO LOMBARDO, DUE GIORNI DOPO LO SCOPPIO DEL PRIMO FOCOLAIO DI CODOGNO, VENGONO ACCERTATI DUE CASI POSITIVI DI CORONAVIRUS ALL’OSPEDALE “PESENTI FENAROLI”. LA STRUTTURA VIENE ISUBITO “CHIUSA”, PER POI RIAPRIRE ALCUNE ORE DOPO. 

NEI GIORNI SUCCESSIVI SI APPRENDE CHE DIVERSI MEDICI E INFERMIERI RISULTAVANO CONTAGIATI E QUALCUNO CONTINUAVA A LAVORARE SU ORDINI PROVENIENTI DALL'ALTO ...



Il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, nel pomeriggio di mercoledì 26 febbraio 2020, ha invece pubblicato un video sulla propria pagina Facebook per parlare dei provvedimenti presi da Governo e Regione per contenere la diffusione del Coronavirus. "I bar e i pub non sono più soggetti a restrizioni - ha confermato - purché sia fatto solo ed esclusivamente servizio ai tavoli. Quindi niente servizio al bancone per evitare assembramenti di gente, ma solo servizio ai tavoli. Anche dopo le 18. Sono sicuro che questo primo provvedimento aiuterà gli operatori di questo settore".

Francesca Nava per tpi.it

Inutile girarci intorno: Bergamo, la città dove sono nata e cresciuta, è oggi l’epicentro italiano di questa nuova pandemia, con oltre oltre 4.000 casi positivi da Coronavirus, centinaia di nuovi contagi al giorno e quasi 400 morti dallo scoppio dell’epidemia. Nelle strade, ormai deserte, si sente solo il suono delle sirene delle ambulanze, una dietro l’altra, come se fosse scoppiata una guerra.
focolaio bergamoFOCOLAIO BERGAMO

I bergamaschi non hanno più nemmeno una bara su cui piangere i propri cari, le pompe funebri sono in tilt, i feretri sono stipati nella chiesa del cimitero o dentro alle tendopoli montate fuori dagli ospedali, in attesa di essere cremati o sepolti in fretta e lontano dagli affetti. Almeno cento i medici di famiglia contagiati, centinaia gli operatori sanitari in quarantena e con la febbre. Negli ospedali i pazienti vengono ammassati dove capita, nell’atrio del pronto soccorso, in sala parto, nei corridoi.

CRISTINA PARODI E GIORGIO GORICRISTINA PARODI E GIORGIO GORI
Il 4 marzo Bergamo ha superato Lodi, con 817 contagi contro i 780 della zona rossa intorno a Codogno. E c’è solo una domanda che mi gira in testa: perché Bergamo è diventata il lazzaretto d’Italia? Che cosa non ha funzionato? Osservando la mappa del contagio a livello provinciale ci si accorge che il focolaio lombardo (il secondo dopo quello di Codogno) è divampato da una zona ben precisa in Val Seriana, da un piccolo comune che dista meno di sei chilometri da Città Alta. Si chiama Alzano Lombardo e insieme a Nembro detiene il triste record della più alta incidenza di contagi da coronavirus di tutta Europa. Ma andiamo per ordine.

Domenica 23 febbraio 2020, nel pomeriggio, due giorni dopo lo scoppio del primo focolaio di Codogno, vengono accertati due casi positivi di Covid19 all’ospedale “Pesenti Fenaroli” di Alzano Lombardo, almeno uno di loro passa dal pronto soccorso, un luogo angusto e affollato. L’ospedale viene immediatamente “chiuso”, per poi riaprire – inspiegabilmente – alcune ore dopo, senza che ci sia stato “nessun intervento di sanificazione e senza la costituzione nel pronto soccorso di triage differenziati né di percorsi alternativi”, come denunciano due operatori sanitari che chiedono l’anonimato.
l esercito porta le bare fuori da bergamoL ESERCITO PORTA LE BARE FUORI DA BERGAMO

Nei giorni successivi – si legge nella loro lettera pubblicata da Avvenire – si apprende che diversi operatori, sia medici che infermieri, risultano positivi ai tamponi per Covid19, molti di loro sono sintomatici”. Ma le disposizioni cambiano velocemente e pochi giorni dopo “tutti i contatti stretti delle persone accertate positive non vengono più sottoposti a tampone se asintomatici”. Come pensare quindi di delimitare il contagio, isolando i possibili vettori? Si chiedono i due operatori sanitari dipendenti della struttura ospedaliera. La domanda ce la poniamo anche noi.

l esercito porta le bare fuori da bergamoL ESERCITO PORTA LE BARE FUORI DA BERGAMO
Soprattutto perché la maggior parte delle persone transitate nell’ospedale e nel pronto soccorso quella domenica di fine febbraio, una volta uscite – senza essere né diagnosticate, né isolate e ignare dei casi positivi riscontrati – sono tornate a casa dalle proprie famiglie, il giorno dopo sono andate in ufficio, in fabbrica, a fare la spesa, in palestra, al parco, al bar a fare l’aperitivo, si sono mosse liberamente per il comune, per la provincia e la regione, altre sono anche andate a sciare, magari a Valbondione (località sciistica in provincia di Bergamo) dove, guarda caso, si sono registrate impennate di contagi da coronavirus nei giorni successivi. Le scuole sono già chiuse da alcuni giorni in tutta la Lombardia, ma la gente continua a lavorare e soprattutto a uscire.
l esercito porta le bare fuori da bergamoL ESERCITO PORTA LE BARE FUORI DA BERGAMO

Intanto nell’ospedale di Alzano Lombardo si ammalano un po’ tutti: dal primario, ai medici, dagli infermieri ai portantini. Ci sono addirittura pazienti che entrano con una frattura ed escono morti positivi a Covid19. E con l’aumento dei casi, aumenta anche la voglia di denunciare. Un’altra infermiera si sfoga con il quotidiano locale Valseriana News: “noi stasera siamo di guardia al pronto soccorso con un medico positivo al tampone – racconta la donna con voce concitata al telefono – e nessuno lo allontana, gli hanno dato ordine di rimanere qui fino a domani mattina, indossando la mascherina. Rischio il posto di lavoro a dire queste cose, ma sono stanca di essere presa per i fondelli, ci sono mille raccomandazioni e poi mi metti di guardia un medico che sai che è positivo!”.

Insomma, in barba al buon senso e a qualunque criterio logico di protezione, dall’ospedale di Alzano il contagio si allarga a macchia d’olio a tutta la provincia. “Anche noi siamo rimasti attoniti da quello che è successo quella domenica pomeriggio all’ospedale – mi dice il sindaco di Alzano Lombardo, Camillo Bertocchi – consideri che la mattina stavamo decidendo se festeggiare o no il carnevale e il pomeriggio ci sono stati i primi due casi”.

bare a bergamoBARE A BERGAMO
Ma la gravità della situazione emerge chiaramente una settimana dopo, quando si inizia a vedere un aumento esponenziale dei contagi, soprattutto nel vicino comune di Nembro e sono in molti nella valle a chiedere una zona rossa come quella di Codogno. “Abbiamo capito da subito che la situazione era seria – continua il sindaco Bertocchi – e infatti insieme ad altri sindaci abbiamo emesso immediatamente delle ordinanze urgenti per stringere le maglie di quella ministeriale. Non so se si ricorda ma nella stessa città di Bergamo si invitava la gente a tornare nelle strade a sostenere le attività, a prendere i mezzi pubblici, mentre noi consapevoli della criticità avevamo preteso fermezza. È stato un momento non semplice, perché i nostri operatori e commercianti si chiedevano perché la gente a Bergamo potesse fare ciò che voleva, mentre il sindaco di Alzano li costringeva a chiudere a una determinata ora. Per il semplice motivo che noi avevamo inteso la gravità e il principio era: regole rigide subito per uscirne il prima possibile”.
Alzano Lombardo e NembroALZANO LOMBARDO E NEMBRO

E invece oggi Alzano Lombardo conta oltre 50 morti in tre settimane, sette volte la media. “Più che le fabbriche bisognava fermare tutto quello che succedeva intorno alle fabbriche, penso ai locali, ai ristoranti, la vita è continuata in maniera normale, supermercati pieni, assembramenti in piazza, questo tra il 23 febbraio e l’8 marzo. In Val Seriana la gente continuava a viver come prima.



esercito porta via le bare da bergamoESERCITO PORTA VIA LE BARE DA BERGAMO









Quando è uscito il decreto ministeriale del primo marzo, nel quale si diceva che le società sportive potevano continuare a restare aperte – stigmatizza Bertocchi – noi lo abbiamo visto come una cosa folle, tant’è che abbiamo chiamato le società sportive e gli abbiamo detto: il decreto vi da la possibilità di restare aperte, ma noi vi invitiamo ad astenervi dal farlo.

Alzano LombardoALZANO LOMBARDO
Qua giocano migliaia di ragazzi, abbiamo squadre di pallavolo, calcio, pallacanestro. La norma aveva introdotto una sorta di lassismo dicendo, va bene potete continuare a fare sport, e noi a ripetere: ma allora non avete capito la situazione! È grave, dal governo non ci date la possibilità di fare delle ordinanze e allora chiediamo un atto di responsabilità ai nostri cittadini”.

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I giorni antecedenti all’8 marzo – data di chiusura della Lombardia – sono stati tesissimi. “Abbiamo cercato risposte – mi spiega il sindaco di Alzano – e non le abbiamo avute: né dal governo, né dalla prefettura, non abbiamo capito perché si siano aspettati tutti quei giorni. In quei 4 giorni la gente era più interessata a capire se c’era o no la zona rossa e non era interessata a contenere i contagi. Non c’era la percezione del pericolo e questa incertezza non ha giovato alla nostra missione che era quella di contenere l’epidemia. Arriverà il momento in cui capiremo che cosa è successo”.
Alzano LombardoALZANO LOMBARDO

E per capire davvero che cosa sia successo tra il 23 febbraio e l’8 marzo, per capire per quale motivo non si sia sigillata subito (come approvato anche dall’Istituto Superiore di Sanità) una zona infetta di soli 25 mila abitanti – evitando magari di chiuderne una da 11 milioni prima e da 60 milioni dopo – dovremmo considerare anche l’altro aspetto centrale di tutta questa storia, quello economico. Creare subito una zona rossa tra Alzano Lombardo e Nembro avrebbe significato bloccare quasi quattromila lavoratori, 376 aziende, con un fatturato da 700 milioni l’anno.
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Un danno incalcolabile per il nostro territorio, un enorme dramma per il nostro tessuto economico”, diceva il sindaco Bertocchi due settimane fa quando, invocando la zona rossa, chiedeva comunque ambiguamente di mantenere la circolazione delle merci. Il termometro della preoccupazione è rimasto altissimo per giorni in questa valle produttiva. Colossi come la Persico Group (nota per gli scafi di Luna Rossa per l’America’s Cup) o la Polini Motori si sono trincerate dietro un no comment.

Eppure sono molti gli imprenditori che hanno palesato il timore che un isolamento forzato del loro territorio li avrebbe danneggiati irrimediabilmente. L’unica cosa che ci è data sapere oggi sono i numeri incontrovertibili di questa battaglia, messi lì a dimostrarci tutti i nostri errori. Quali siano lo capiremo, forse, a epidemia passata. Intanto la direzione sanitaria dell’ospedale di Alzano Lombardo mi ha comunicato di “non ritenere opportuno in questo momento rispondere” alle mie domande. Hanno altre emergenze da gestire e da una settimana lo fanno anche con l’ausilio dell’esercito.

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