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giovedì 14 maggio 2020

''IL PRIMO FOCOLAIO NON ERA CODOGNO''. LA STORIA DEL VIRUS IN ITALIA DEVE ESSERE ANCORA SCRITTA






CODOGNO, CREMONA E LA VAL SERIANA. E QUEI SINTOMI MOLTO TEMPO PRIMA DEL PAZIENTE 1 

I TENTENNAMENTI DI FINE FEBBRAIO HANNO AVUTO EFFETTI NEFASTI, PERMETTENDO AL VIRUS DI INSINUARSI NEI TRENI STIPATI DI PENDOLARI, NEI PRONTO SOCCORSO CON PAZIENTI CHE CREDEVANO DI AVERE L'INFLUENZA, NEGLI UFFICI E NELLE RESIDENZE PER ANZIANI

Giuseppe De Lorenzo e Andrea Indini per www.ilgiornale.it

Non è partito tutto da Codogno. Non è esploso a fine febbraio. E chissà se le "zone rosse" avrebbero cambiato il corso degli eventi. La storia dell’epidemia da coronavirus in Italia è tutta da scrivere, e molti capitoli restano ancora oscuri. Ma quel che ormai appare chiaro è che le convinzioni sin qui radicate, sia sull’evoluzione temporale del contagio che sui luoghi colpiti dal coronavirus, sono probabilmente da rivedere.

Se ci basiamo infatti sui dati ufficiali riportati dalla Protezione Civile, la storia dell’epidemia italiana sembra avere una data di inizio (il 20 febbraio) e un luogo preciso (Codogno). È la cronaca che tutti conosciamo e che abbiamo osservato ogni giorno seguendo le (inutili) dirette del commissario Angelo Borrelli. Eppure esiste un prequel oscuro che ci costringe a volgere lo sguardo più indietro.

Nello studio intitolato "The early phase of the Covid-19 outbreak in Lombardy, Italy", un gruppo di scienziati ha studiato i "primi 5.830 casi confermati in laboratorio" in Lombardia e ha scoperto che "l'epidemia in Italia è iniziata molto prima del 20 febbraio 2020". "Al momento del rilevamento del primo caso Covid-19 - si legge - l'epidemia si era già diffusa nella maggior parte dei comuni del sud-Lombardia". Gli analisti hanno chiesto alle persone sottoposte a tampone e positive al coronavirus di provare a ricordare quando erano sorti i primi sintomi e i risultati sono sorprendenti.

Non solo l'epidemia era "in corso prima dell'identificazione del paziente 1", ma addirittura il primo caso di coronavius è del 1 gennaio 2020, un mese e mezzo prima l'esplosione del focolaio a Codogno. A dire il vero, i test sierologici di questi giorni stanno spostando la lancetta addirittura all'ultima decade dello scorso anno. Quel che è certo, comunque, è che tra il 24 gennaio e l'inizio di febbraio in Italia comparivano numeri sempre più consistenti di persone con sintomatologia da Covid-19. Tanto che, quando il 20 febbraio l’Italia scopre il caso nel Lodigiano, circa 1.200 di persone soffrivano già tutti i sintomi da infezione da coronavirus.

È da qui che occorre partire per valutare le scelte del governo in quei primi drammatici giorni e capire se i vari lockdown sono stati tempestivi oppure no. La prima decisione è quella di blindare dieci Comuni nel Lodigiano (Bertonico, Casalpusterlengo, Castelgerundo, Castiglione d'Adda, Codogno, Fombio, Maleo, San Fiorano, Somaglia e Terranova dei Passerini) e Vo' Euganeo in Veneto. La speranza è di contenere l'infezione e di circoscrivere i contagi, ma in poche ore comincia ad apparire evidente che bisogna fare qualcosa in più.
codogno 1 
"Noi avevamo chiaro che il problema si stava diffondendo anche oltre Codogno - racconta una fonte nella task force lombarda - e in sede tecnica avevamo fatto tantissime ipotesi su come agire". All'inizio, come il Giornale.it è in grado di ricostruire, si pensa di allargare le zone rosse nel Lodigiano. "Avevamo pensato di includere tutti i Comuni che avevano avuto almeno due casi, poi quelli confinanti, in modo da creare una corona un po' più ampia. Questa ipotesi però è stata scartata quando le inchieste sul paziente 1 hanno evidenziato che l'infezione si era ormai propagata e iniziavano ad emergere i primi casi a Bergamo". In quel momento gli epidemiologi ancora non lo sanno, ma in Val Seriana, a Cremona e a Piacenza i contagi si stavano già moltiplicando da giorni. Senza che nessuno se ne accorgesse.

Distribuzione geografica dei casi (date di insorgenza dei sintomi) in Lombardia
Gli studiosi lo capiranno solo diverse settimane dopo, quando le analisi dimostreranno che Codogno non sarebbe neppure il luogo d'inizio della tragedia. Andando a ritroso, la task force lombarda ha infatti scoperto che i primi segnali dell'epidemia sarebbero sorti ad Arese e a Conegliano Laudense, due Comuni di 20mila e 3mila abitanti.

E solo in un secondo momento l'infezione si sarebbe allargata alle zone del Lodigiano (il 24 gennaio), di Bergamo e di Cremona (il 31 gennaio). "Se il focolaio fosse stato Codogno - dice la fonte - penso che saremmo riusciti a bloccarlo. Invece una cosa che ormai ci è chiara, ma in quei giorni lo era un po' meno, è che la nostra velocità di analisi della catena di contagio era insufficiente rispetto a quella del virus".
ANGELO BORRELLI ROBERTO SPERANZA GIUSEPPE CONTE 
Quello che molti si chiedono è perché, una volta appurato che l'infezione era ormai sfuggita dalla cittadella lodigiana, non si sia deciso di chiudere anche le altre aree più colpite (Bergamo, la Val Seriana o Brescia) non appena queste si "accendevano" come nuovi focolai. La successione degli eventi è ormai nota: la Lombardia chiede a Roma di istituire nuove zone rosse, il governo chiede lumi al comitato tecnico scientifico e poi temporeggia.

ospedale pesenti fenaroli alzano lombardo
Il 2 marzo, come rivelato da Tpi, l'Istituto superiore di sanità consiglia a Conte di estendere la serrata ai comuni bergamaschi di Alzano Lombardo e Nembro e a quello bresciano di Orzinuovi. Ma Palazzo Chigi non si muove. Perché? Difficile dirlo. Sono ore convulse. Anche gli epidemiologi navigano a vista. Quel che è certo è che la decisione andava presa nell'immediato.

alzano lombardo
Tanto che dopo pochi giorni di attesa (tra il 27 febbraio e l'8 marzo), gli esperti iniziano a capire che è già troppo tardi e che l'unica soluzione è chiudere l'intera Lombardia. "Quando è venuto il ministro speranza a Milano (il 4 marzo, ndr), la relazione della task force già affermava che le zone rosse probabilmente non avevano più senso e che ormai bisognava fermare tutto". Quattro giorni dopo arriverà il Dpcm che chiuderà l'intera Lombardia e altre 14 province del Nord.
alzano lombardo nembro 
I tentennamenti di quelle due settimane hanno avuto effetti nefasti, permettendo al virus di insinuarsi nei treni stipati di pendolari, nei pronto soccorso degli ospedali affollati da pazienti in crisi respiratoria convinti di avere una "banale influenza", negli uffici e nelle residenze per anziani. "Sulle zone rosse - dice la fonte nella task force - penso che se anche l'avessimo realizzata non credo che avremmo ottenuto risultati sul contenimento dell'infezione. Ma sicuramente avrebbe permesso di spegnere quei focolai un po' più in fretta, come successo a Codogno. Forse se io e i miei colleghi fossimo stati più convincenti, magari avremmo anticipato anche solo di 3 o 4 giorni la decisione del governo e forse avremmo limitato i danni". Fonte: qui

mercoledì 8 aprile 2020

DAL "WALL STREET JOURNAL" A TRUMP: ''L'OMS, UN DISASTRO''



E' IL TUTTI CONTRO TUTTI!

E' FOLLIA ED ISTERIA COLLETTIVA DI UNA CLASSE DIRIGENTE ALLO SBANDO ED IN MODALITA' AUTOSUICIDA!

UNA MASSA DI, IGNORANTI ED ISTERICI, MEDICI E VIROLOGI CHE NON SANNO UN CAZZO DI NULLA HANNO FATTO METTERE IL PIANETA IN QUARANTENA E NON SANNO NEPPURE COME CURARE UN'INFLUENZA VIRALE... 

E CONTINUA UNA TRAGICA PARABOLA, DOVE IL PUNTO DI ARRIVO SARA' SOLO IL CAOS E I DISORDINI SOCIALI DIFFUSI IN TUTTO IL MONDO, CON LE MORTI, MOLTE DI PIU' DI QUELLE DOVUTE AL COVID-19 STESSO, DA STENTI E DA FAME CHE DECIMERANNO LA POPOLAZIONE MONDIALE.

BENVENUTI ALL'INFERNO!!!

L'ONCOLOGO GARBAGNATI CONTRO L'ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITA' (OMS) A DAGOSPIA: ''LO DICEVO UN MESE FA CHE LE LINEE GUIDA ERANO TOTALMENTE SBAGLIATE (VIDEO), MA ERO L'UNICO. GLI ALTRI MEDICI TEMEVANO DI ANDARE CONTRO QUESTA ISTITUZIONE. CHE PURTROPPO È GUIDATA DA UN PRESIDENTE TOTALMENTE SOGGIOGATO ALLA CINA. ANCORA OGGI INSISTE A NON RACCOMANDARE LE MASCHERINE. 

COSÌ CAUSANDO ALTRI MORTI'' 

TRUMP: ''FINANZIATA IN LARGA PARTE DAGLI USA È PER QUALCHE MOTIVO SINO-CENTRICA. PER FORTUNA HO RESPINTO IL LORO CONSIGLIO DI TENERE APERTI I CONFINI ALLA CINA ALL'INIZIO"
GARBAGNATI AL TG4 UN MESE FA: ''NON MI INTERESSA COSA DICE L'OMS. TUTTI DEVONO INDOSSARE MASCHERINE, SUBITO''



L'ONCOLOGO GARBAGNATI: IL DISASTRO DELL'OMS ORMAI È CHIARO A TUTTI, NON SOLO A ME. UN ENTE SOGGIOGATO ALLA CINA CHE HA DIFFUSO LINEE GUIDA FOLLI CHE HANNO CAUSATO ANCORA PIÙ MORTI. E IN ITALIA TUTTI AD ADEGUARSI…

DAGO-INTERVISTA

francesco garbagnati mascherineFRANCESCO GARBAGNATI MASCHERINE
Torniamo a parlare con il dottor Francesco Garbagnati, oncologo dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, che per primo in Italia lanciò l'allarme sulla necessità di indossare tutti delle mascherine, anche fatte in casa (ma fatte bene e con i materiali giusti) e soprattutto, per primo ha rotto il silenzio dei medici e delle istituzioni italiane, schierandosi apertamente contro l'Organizzazione Mondiale della Sanità.

Dottore, come mai questa sua critica così forte all'OMS?
Ho assistito incredulo alle prime conferenze stampa dei suoi vertici, non credevo alle mie orecchie. Il presidente dell'istituzione, Tedros Adhanom Ghebreyesus, il 28 gennaio scorso incontra Xi Jinping a Pechino, e il giorno dopo in conferenza stampa dice che in Cina va tutto bene, e si diceva soprattutto preoccupato per i paesi che non hanno i sistemi sanitari in grado di rispondere al coronavirus. Ma come? Abbiamo visto che nessuno era pronto per il coronavirus, neanche i paesi più ricchi e attrezzati.

Avrebbe dovuto mandare un messaggio più forte?
Ma io dico, Ghebreyesus torna da un paese che ha appena isolato oltre 40 milioni di persone nella regione dell'Hubei, un paese il cui presidente si è mostrato con la mascherina a colloquio con i vertici del governo, e non dice al mondo di predisporre piani simili, né di dotarsi di dispositivi di protezione, di separare i pronto soccorso normali da quelli Covid-19, e così via?

Cosa l'ha spinta a parlare in pubblico?
francesco garbagnati mascherineFRANCESCO GARBAGNATI MASCHERINE
Le folli linee guida dell'OMS: dire che le mascherine non doveva portarle nessuno se non gli operatori sanitari  – e solo quelli che avevano in cura malati di coronavirus, cosa ancor più folle visto che già si sapeva che molti contagiati erano asintomatici. Per questo prima ho contattato la Rai, ma nessuno mi ha dato ascolto, e poi Mediaset: al Tg4 e a ''Stasera Italia'' ho spiegato che tutti dovevano proteggere se stessi e gli altri con mascherine, anche fatte in casa.

Eppure l'OMS ancora oggi ha ribadito che le mascherine vanno usate solo se si ha a che fare con malati accertati, in contesti sanitari
L'OMS è in ritardo, probabilmente non vuole ammettere i suoi clamorosi errori che hanno peggiorato il contagio e dunque il numero dei morti. Sono felice che molti colleghi, da Crisanti a Rezza fino a Burioni, ormai abbiano abbandonato ogni timore e parlino apertamente del disastro compiuto da questa organizzazione. L'articolo del Wall Street Journal spiega anche le ragioni geopolitiche che ci sono dietro, e che molti di noi conoscevano già: il presidente etiope Ghebreyesus deve il suo posto (e forse la prossima presidenza del paese) al sostegno della Cina, che in Etiopia ha investito miliardi di dollari di fatto ''comprandosi'' il controllo economico e politico di una intera nazione.

Ma gli altri dirigenti dell'OMS non potevano fare qualcosa?
GHEBREYESUS XI JINPINGGHEBREYESUS XI JINPING
Lei ha sentito il numero due, Mike Ryan, e la numero tre, Maria Van Kerchove, e i messaggi che hanno mandato in queste settimane? Errori sulla letalità e sul fatto che solo gli anziani potevano morire di questo virus. Ancora un mese fa non erano in grado di dare direttive chiare sugli asintomatici sulla durata dell'isolamento che deve rispettare chi invece ha avuto sintomi. Non hanno fatto altro che peggiorare la situazione.

E in Italia?
In Italia Walter Ricciardi si sarebbe dovuto opporre alle direttive dell'OMS, di cui fa parte, e applicare quello che la comunità scientifica stava capendo anche senza i potenti mezzi di Ginevra. In questo il povero Conte non ha responsabilità: ha fatto quello che gli esperti suggerivano. Solo che questi esperti(gli scienziati del nulla!) si sono trincerati dietro linee guida che si sono rivelate letali.

Però se oggi si va al supermercato, non c'è una singola persona senza mascherina, anche del tipo fatto in casa
Per fortuna gli italiani sono più saggi e più previdenti di chi li governa.




TRUMP ATTACCA L'OMS, 'CENTRATA SU CINA, HA SBAGLIATO'
GHEBREYESUS XI JINPINGGHEBREYESUS XI JINPING
(ANSA) - L'Organizzazione mondiale della sanità "ha sbagliato. Finanziata in larga parte dagli Stati Uniti è per qualche motivo Sino-centrica. Fortunatamente ho respinto il loro consiglio di tenere aperti i confini alla Cina all'inizio. Perché dare una raccomandazione così sbagliata?". Lo twitta Donald Trump, assicurando che guarderà attentamente all'Oms e ai finanziamenti americani.


IL WALL STREET JOURNAL CONTRO L’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ (OMS)

TEDROS ADHANOM GHEBREYESUSTEDROS ADHANOM GHEBREYESUS
“Di tutte le istituzioni internazionali, l’Oms dovrebbe essere quella meno politicizzata, dal momento che la sua missione primaria è quella di coordinare gli sforzi internazionali contro le epidemie e fornire un onesto orientamento alla salute pubblica. Se invece diventa solo la Linea Maginot politicizzata contro le pandemie, allora è più che inutile e non dovrebbe ricevere più finanziamenti dagli Stati Uniti”.

E’ la conclusione choc di un editoriale del Wall Street Journal a latere della pandemia Covid-19 contro l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms).
Una conclusione dal sapore trumpiano quello dell’editoriale del quotidiano finanziario americano del gruppo che fa capo a Rupert Murdoch.

Non solo: il quotidiano statunitense attacca frontalmente il direttore generale dell’Oms, Tedros Ghebreyesus, ritenendolo “responsabile della maggior parte degli errori commessi dall’Oms in questa epidemia”.
Ecco tutti i dettagli.

COME IL WSJ ATTACCA L’OMS
walter ricciardiWALTER RICCIARDI
Il Wall Street Journal auspica dunque una riforma dell’Oms: “La pandemia di coronavirus offrirà molte lezioni su cosa fare meglio per salvare più vite e fare meno danni economici la prossima volta. Ma una cosa è già certa: per far sì che le future pandemie siano meno letali bisogna riformare l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms)”, si legge nell’editoriale sul ‘Wall Street Journal’, che in proposito ricorda come la settimana scorsa il senatore della Florida Rick Scott abbia chiesto un’indagine del Congresso sul “ruolo dell’Agenzia delle Nazioni Unite nell’aiutare la Cina a coprire le informazioni riguardanti la minaccia del coronavirus”, avanzando un’istanza per sospendere i finanziamenti all’Oms. “Il marciume all’Oms – prosegue duro l’editoriale – in realtà va oltre la ‘combutta’ con Pechino, ma questa vicenda è un buon punto di partenza”.


IL RUOLO DELLA CINA
“L’epidemia di coronavirus – ricostruisce l’editoriale del WSJ – è iniziata in Cina, a Wuhan, probabilmente in autunno, forse a novembre, e ha poi accelerato nel mese di dicembre. E, secondo la piattaforma digitale economica cinese Caixin Global, i laboratori cinesi avevano sequenziato il genoma del coronavirus entro la fine di dicembre, ma i funzionari cinesi hanno ordinato di distruggere i campioni e non pubblicare le loro ricerche. Il 30 dicembre il dottor Li Wenliang ha lanciato un allarme ai collegi cinesi, e alcuni giorni dopo le autorità locali lo hanno accusato di mentire e di arrecare grave disturbo all’ordine pubblico”.
GIOVANNI REZZAGIOVANNI REZZA

CHE COSA DICONO A TAIWAN
Funzionari taiwanesi hanno avvertito l’Oms il 31 dicembre – prosegue la ricostruzione del WSJ – di aver avuto prove che il virus potesse essere trasmesso da uomo a uomo. Ma l’agenzia dell’Onu, ‘inchinata’ di fronte a Pechino, non ha invece una buona relazione con Taiwan. Dunque il 14 gennaio l’Oms ha twittato: ‘Le indagini preliminari condotte dalle autorità cinesi non hanno trovato prove chiare della trasmissione da uomo a uomo”. E ha impiegato un’altra settimana per invertire questa ‘disinformazione'”.

LE COLPE DELL’OMS
Il 22 e 23 gennaio il comitato di emergenza dell’Oms – ricorda il WSJ – ha discusso se dichiarare Covid-19 ‘emergenza sanitaria globale’. Il virus si era già diffuso in diversi Paesi, e fare tale dichiarazione avrebbe preparato meglio il mondo. Avrebbe dovuto essere una decisione facile, nonostante le obiezioni di Pechino. Eppure il direttore generale Tedros Ghebreyesus – si osserva nell’editoriale – ha rifiutato di farla ed è volato in Cina. Alla fine l’emergenza globale è stata dichiarata il 30 gennaio, perdendo una settimana di tempo prezioso, con il forte sospetto che il viaggio a Pechino fosse più di carattere politico che incentrato sulla salute pubblica. Intanto il Dg dell’Oms si congratulava con il governo cinese per le misure straordinarie adottate, per l’assoluta trasparenza tenuta da Pechino, la velocità con cui ha sequenziato il genoma del virus e lo ha condiviso con l’Oms e con il mondo”.

L’ATTACCO AL DG
ANDREA CRISANTIANDREA CRISANTI
La pandemia è stata dichiarata solo l’11 marzo”, ricorda ancora il Wall Street Journal, criticando anche altri statement diffusi nel tempo dall’Oms. Ma l”affondo’ del quotidiano statunitense è un attacco personale a Tedros Ghebreyesus, ritenendolo “responsabile della maggior parte degli errori commessi dall’Oms in questa epidemia” e affermando che “è un politico più che un medico”. E ancora: “come membro del Fronte di Liberazione del Popolo Tigray, di sinistra, è arrivato ad essere nominato ministro della Salute e poi degli Esteri dal governo autocratico dell’Etiopia”. Il WSJ fa notare anche che, “dopo aver assunto la carica di direttore generale dell’Oms nel 2017, ha cercato di far nominare il dittatore dello Zimbabwe Robert Mugabe come ambasciatore di buona volontà dell’Organizzazione Onu”.

LE ACCUSE DI ECCESSO DI FILO-CINA VERSO L’OMS
roberto burioniROBERTO BURIONI
Il WSJ si chiede poi: perché l’Oms “sembra molto più spaventato delle ire di Pechino che di quelle di Washington? Solo il 12% dei contributi assegnati all’Oms dagli Stati membri proviene dalla Cina, laddove gli Stati Uniti contribuiscono con il 22%. Gli americani nominati all’Oms in genere sono leali – sostiene il quotidiano Usa – mentre i cinesi mettono gli interessi cinesi al primo posto o comunque subiscono l’influsso di Pechino”. Dunque, secondo il WSJ, “gli Stati Uniti avranno molti alleati nel tentativo di riformare l’Oms”. Non a caso il vicepremier giapponese ha chiamato l’Oms ‘Organizzazione cinese della sanità’ e, secondo quanto riferito, il primo ministro britannico Boris Johnson sta ripensando i rapporti tra Regno Unito e Cina per la mancanza di trasparenza dimostrata in questa epidemia”.

Fonte: qui

venerdì 27 marzo 2020

ITALIA: CASE DI, ETERNO, RIPOSO


LE FAMIGLIE DI MOLTI ANZIANI DENUNCIANO DI NON ESSERE STATI AVVERTITI IN TEMPO DELL’ESPLOSIONE DEL CORONAVIRUS NELLE STRUTTURE E DI ESSERE ANDATI A TROVARE I LORO CARI QUANDO GIÀ SI ERANO REGISTRATI I PRIMI MORTI 

IL RISULTATO? NON AVENDO PRESO ALCUNA PRECAUZIONE, I PARENTI HANNO PORTATO IL VIRUS IN GIRO
Matteo Pucciarelli e Zita Dazzi per “la Repubblica”

coronavirus anzianiCORONAVIRUS ANZIANI
«Mia nonna Palmira avrebbe compiuto 89 anni fra pochi giorni, non abbiamo potuto starle accanto mentre ci lasciava. Ci hanno chiamato solo dopo che era morta, il 16 marzo, alle 21.30. Ma quando ancora ci facevano entrare in casa di riposo, non ci hanno nemmeno avvertiti che c' erano stati dei casi di coronavirus. Quindi noi siamo tornati in famiglia e ci siamo probabilmente contagiati tutti, compresa mia mamma che è cardiopatica. Anche se ad oggi nessuno ci ha fatto un tampone», racconta Claudia Bianchi, 47 anni.

coronavirus case di riposoCORONAVIRUS CASE DI RIPOSO
Sua nonna era ospite della residenza di Mediglia, hinterland milanese. «Una volta che il virus entra nelle case di riposo, gli anziani muoiono come mosche», dice senza girarci troppo intorno Luca Degani, presidente dell' associazione Uneba, che rappresenta il 60 per cento delle case di riposo della Lombardia.

donna anziana in casa di riposoDONNA ANZIANA IN CASA DI RIPOSO
I numeri sono impressionanti e parlano da sé: a Mediglia in pochi giorni se ne sono andati 56 ospiti e altri 100 sono ammalati, alla Santa Chiara di Lodi ne sono morti 43, a Gandino (Bergamo) 24, a Quinzano d' Oglio (Brescia) 20 e l' elenco potrebbe continuare. Anche fuori dalla Lombardia sta accadendo lo stesso: in Trentino 13 morti in un giorno nelle rsa, a Cossato (Biella) sei deceduti in quattro giorni, e poi centinaia di infettati in tutta Italia, dalla Liguria alla Sicilia, dalle Marche alla Puglia.

Non solo gli anziani però, perché si stanno ammalando decine di operatori sanitari e di assistenza delle strutture, che per settimane hanno lavorato senza alcun dispositivo di protezione individuale. Entrando ed uscendo dal luogo di lavoro, ogni giorno.
coronavirus case di riposoCORONAVIRUS CASE DI RIPOSO

Dietro alla freddezza dei numeri, alla distanza che separa chi sta dentro questi ospizi e chi continua la sua vita fuori, ci sono però ragioni e sentimenti fortissimi spezzati senza neanche capire bene cosa stesse accadendo. Luoghi dove gli anziani non autosufficienti - insieme ai bambini le persone più fragili della nostra società - vanno via uno dietro l' altro e il personale scappa, perché intuisce che dentro a quei reparti l' unico destino che unisce tutti è quello del contagio.

casa di riposo lager 4CASA DI RIPOSO 
«I nostri vecchi non ce li ridarà più nessuno, ma ci stiamo organizzando in un comitato e abbiamo dato incarico a un legale di presentare una denuncia contro ignoti», spiega Leonardo La Rocca, dipendente pubblico lombardo, 43 anni, che dentro alla Borromea sempre di Mediglia ha la nonna di sua moglie, 90 anni, che lotta fra la vita e la morte; in più però ha visto infettarsi anche i suoceri settantenni, entrati nella struttura fino al 22 marzo, dopo che c' erano stati i primi morti.

coronavirus case di riposoCORONAVIRUS CASE DI RIPOSO
«Nessuno li aveva avvertiti, li hanno fatti entrare con la mascherina, ma la nonna non l' aveva, come non l' aveva il personale sanitario - aggiunge La Rocca - Quindi sono rientrati a casa e hanno infettato mezzo condominio, prima di stare male e di fare il tampone che li ha certificati anche loro come positivi».

Aggiunge Laura Olivi, sindacalista della Fp Cisl lombarda, che «all' inizio dell' emergenza in molte case di riposo venne addirittura chiesto agli assistenti di non mettere le mascherine perché avrebbero spaventato gli anziani ». Non sempre poi i morti di queste strutture rientrano nel computo finale delle vittime dei coronavirus, perché non si fa neanche in tempo a fargli un tampone.

casa di riposo lager 6CASA DI RIPOSO LAGER 
Ora che il problema nelle residenze è conclamato un po' in tutto il Paese, ospiti e parenti sono terrorizzati e il registro è simile ovunque: vietate le visite, voci di nuovi ammalati che si rincorrono, direzioni delle strutture bombardate di chiamate e richieste di chiarimento, lavoratori in malattia e mancanza di ricambio in corsia.

La coppia di anziani coniugi separata dal coronavirusLA COPPIA DI ANZIANI CONIUGI SEPARATA DAL CORONAVIRUS
Vincenzo ha la zia di 74 anni ricoverata alla Gerosa Brichetto di Milano e si domanda semplicemente se la donna sta avendo le dovute cure a attenzioni, in mezzo a questo caos: «Come faccio a saperlo, se non posso più vederla?». È una richiesta banale, eppure ciò che prima era ovvio oggi non lo è più.

Fonte: qui






UNA BOMBA SANITARIA IN CALABRIA 
18 MORTI E 101 NUOVI CASI POSITIVI, 52 SOLO NELLA CASA PER ANZIANI DI CHIARAVALLE. 
IL FOCOLAIO RISCHIA DI MANDARE IN TILT IL SISTEMA DELLA SANITA’ CALABRESE 
NELLA STRUTTURA DEL CATANZARESE, SU 60 OSPITI E 41 DIPENDENTI IN MENO DI 24 ORE RISULTATI POSITIVI AL VIRUS 40 DEGENTI E 12 OPERATORI 
GLI OSPEDALI DELLA REGIONE SONO GIÀ IN AFFANNO


ALESSIA CANDITO per repubblica.it

ITALIA CoronavirusITALIA CORONAVIRUS
Un focolaio che rischia di mandare in tilt l'intero sistema sanitario regionale calabrese. Una residenza per anziani che, dopo Lodi, Palermo, Messina, Brescia, e le innumerevoli ancora sotto osservazione, si trasforma in una potenziale bomba sanitaria. Alla Domus Aurea di Chiaravalle centrale, in provincia di Catanzaro, su 60 ospiti e 41 dipendenti, in meno di 24 ore sono stati accertati 52 casi positivi al coronavirus, tra i quali 40 degenti e 12 operatori, di cui 34 già con febbre e 7 immediatamente trasferiti in ospedale. Altri ulteriori 15 casi sono da rivalutare perché dubbi. "Una catastrofe" si commenta al Dipartimento Salute della Regione, dove si inizia a ragionare sui numeri. E lo scenario è potenzialmente disastroso.
GIOIA TAURO - SEQUESTRATI FALSI KIT PER DIAGNOSTICARE IL CORONAVIRUSGIOIA TAURO - SEQUESTRATI FALSI KIT PER DIAGNOSTICARE IL CORONAVIRUS
A tre settimane dal primo lockdown che ha chiuso l'Italia in casa e reso concreta e urgente la necessità di prepararsi su tutto il territorio nazionale al potenziale dilagare dell'epidemia, la Calabria continua a fare i conti con l'esiguità del suo sistema sanitario. A dispetto delle promesse di rapido potenziamento, i 107 posti di terapia intensiva, già occupati per l’80% dunque con poco più di 20 letti realmente disponibili, di tre settimane fa sono aumentati solo di poche decine. Adesso sulla carta sono 139, ma la dotazione già è stata erosa dai primi 23 pazienti positivi al Covid-19 che necessitano di assistenza respiratoria. Traduzione, in tutta la regione rimarrebbero solo una quarantina di posti, meno dei 52 risultati positivi solo a Chiaravalle, mentre i contagi crescono in tutta la Calabria.
GIOIA TAURO - SEQUESTRATI FALSI KIT PER DIAGNOSTICARE IL CORONAVIRUSGIOIA TAURO - SEQUESTRATI FALSI KIT PER DIAGNOSTICARE IL CORONAVIRUS

"Abbiamo 73 posti di pneumologia, 53 in attivazione, e 146 posti in Malattie infettive" ha detto ieri la governatrice Jole Santelli al Consiglio regionale, che a due mesi dalle elezioni si è riunito per la prima volta. Ma dall'ultimo bollettino regionale 101 sono già stati occupati, con una percentuale di crescita dei casi che si aggira attorno ai 30 in più al giorno. Un numero destinato a schizzare verso l'altro con quello che in Calabria è già il "caso Chiaravalle".

A svelare il guaio, il rapido aggravarsi delle condizioni di salute di una degente ultranovantenne. Febbre persistente, tosse senza tregua. I sintomi erano chiari e ormai fin troppo noti ed è stata subito sottoposta a tampone. Quando l'esito positivo è arrivato, subito è scattato l'allarme. Pazienti e personale sono stati tutti sottoposti a screening e il risultato - ancora parziale - è motivo di allerta per tutta la regione. E non solo perché un focolaio in una struttura in cui si concentrano i "casi sensibili" e ad alto rischio ospedalizzazione, nonché mortalità, rischia di mandare in affanno l'intero sistema, ma soprattutto perché potenzialmente infinite sono le reti sociali che si intrecciano alla Domus Aurea di Chiaravalle.

GIOIA TAURO - SEQUESTRATI FALSI KIT PER DIAGNOSTICARE IL CORONAVIRUSGIOIA TAURO - SEQUESTRATI FALSI KIT PER DIAGNOSTICARE IL CORONAVIRUS
Paesino di seimila anime che guarda allo Jonio dalle colline, Chiaravalle centrale fa da cerniera fra il catanzarese e il vibonese e vive in simbiosi con tutti i Comuni limitrofi. Insieme ad altri quattro è stato dichiarato zona rossa da cui non si può né entrare, né uscire, ma i virus non rispettano i check point ed è un'intera area - da cui provengono dipendenti e famiglie dei degenti, fino a qualche tempo fa autorizzate a regolari visite - a gravitare attorno alla Domus Aurea. Un'indagine epidemiologica però al momento è sostanzialmente impossibile. Secondo alcune indiscrezioni, mancano tamponi e operatori sufficienti. Mancano mascherine, tute, occhiali. Per adesso dunque, si cerca di tappare la falla. La Regione ha affidato all'assessorato alla Sicurezza l'istituzione un'unità di crisi per gestire la situazione, ma al momento ci si arrangia come si può.

Tramontata per indisponibilità dei gestori o carenze strutturali l'ipotesi di spostare degenti e operatori positivi in un albergo per la quarantena, si è deciso di dividerli per piani all'interno della stessa residenza. Un drastico cambio di rotta dettato dall'unità di crisi regionale, che ribalta le prime disposizioni con cui i responsabili della residenza avevano obbligato tutti - inclusi i dipendenti negativi - a non lasciare la struttura, senza disporre alcun tipo di divisione per cluster.

Nel frattempo, si tenta quanto meno di ricostruire su carta la mappa dei contatti di operatori e degenti, in modo da avere cognizione chiara dell'esercito di persone da monitorare e da mettere quarantena. Per testarli non sembrano esserci mezzi. E poi c'è il giallo su come l'epidemia sia arrivata fra gli anziani della Domus Aurea. Secondo le indiscrezioni, il "paziente zero" sarebbe un operatore, che subito avrebbe avvertito i responsabili della struttura di avere un conoscente positivo al Covid-19. Ma la sua richiesta di astensione dal lavoro per la necessaria quarantena sarebbe stata rispedita al mittente. Tutte circostanze da verificare, dicono dalla Regione. Ma dopo. Adesso la priorità è tentare di tappare la falla, nella speranza che non diventi un cratere in grado di affondare la nave. Fonte: qui

SARDEGNA, FOCOLAIO E MEDICI A RISCHIO, L'INFEZIONE DILAGA ANCHE NELLE CASE DI RIPOSO. 
MENTRE I SANITARI DENUNCIANO LA MANCANZA DI MASCHERINE E PROTEZIONI. 
GLI SCIVOLONI DELL'ASSESSORE REGIONALE ALLA SANITÀ, LA CACCIA ALL’UNTORE ARRIVATO DAL NORD E LA CAMPAGNA CHOC DEL SINDACO DI CAGLIARI…


Monia Melis per www.lettera43.it
Dalla caccia all’untore arrivato dal Nord alla corsa al controllo individuale, anche a suon di macabri slogan.
sardegna coronavirusSARDEGNA CORONAVIRUS
Così la Sardegna, l’isola del turismo (ora fuori stagione), si ritrova a fare i conti con l‘emergenza da Covid-19.
Ufficialmente 1 milione e 600 mila abitanti, con un’età media 45 anni, la regione ha un sistema sanitario fragilissimo e sbilanciato, che ha subito uno smantellamento della rete dei piccoli ospedali in favore del privato convenzionato, tra tutti il Mater Olbia finanziato dal Qatar e destinato ora proprio ai contagiati.

FOCOLAI NEGLI OSPEDALI E NELLE CASE DI RIPOSO
Un equilibrio delicato difeso, ora, con confini ancora più blindati perché fino al 3 aprile si entra ed esce solo con l’autorizzazione del presidente della Regione. Tutto chiuso per decreto, come nel resto d’Italia, isolamento retroattivo per gli ultimi arrivati, ma non è bastato.

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Perché, per ora, i focolai veri, di contagio, sono e restano le corsie degli ospedali. Nonché le case di riposo. E le procure sarde sono già al lavoro a Cagliari e Sassari. Diciannove i decessi (al 27 marzo), 492 i positivi di cui almeno 330 nel nord della regione, in un territorio che va da Sassari a Olbia, in gran parte tra i sanitari, appunto. Gli addetti ai lavori stimano siano almeno la metà, anche se per la Regione sono un quarto, il 26%.

MEDICI SENZA MASCHERINE E IL DIKTAT DEL SILENZIO
È iniziato a Cagliari con il primissimo contagio, poi Nuoro, nell’ospedale San Francesco, un caso da manuale poi miracolosamente disinnescato quando l’esercito era già pronto ad allestire un ospedale da campo. Medici, infermieri e oss contagiati, pazienti poi trasportati nell’ospedale di Tempio, in Gallura.

Protocolli non rispettati o assenti, come i dispositivi di sicurezza: così il reparto di Cardiologia del Santissima Annunziata di Sassari è diventato crocevia di destini di pazienti e professionisti (anche di rientro da Milano), chiusi dentro per tre giorni. Per fare i tamponi (a singhiozzo) a ospiti e dipendenti della locale casa di riposo, a gestione comunale, Casa Serena (140 gli anziani, tra cui una vittima e 26 positivi) sono dovuti arrivare i medici militari da Roma. Per i sindacati è «una polveriera».

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E non è l’unica: succede nelle residenze sanitarie, e in altri centri del Medio Campidano e della Barbagia. Dove la guardia medica – infetta – è passata per più paesi. Le infermiere fanno il bucato con le mascherine riciclate e condividono le foto via chat, altri denunciano di avere «Panni swiffer sulla bocca». Per tutti loro vige il diktat del silenzio imposto dalla Regione alle aziende: chi parla rischia provvedimenti disciplinari. Eppure, senza nome, fioccano i racconti e le interviste. Il piano d’emergenza prevede il reclutamento di 600 sanitari per dare il cambio a chi è in quarantena, per 200 infermieri – però – chiamata a partita Iva. Si fattura per sei mesi, sotto turnazione, e poi chissà.

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GLI SCIVOLONI DELL’ASSESSORE ALLA SANITÀ
La Regione guidata dal sardista leghista Christian Solinas è riuscita ad accentrare tutta la comunicazione delle singole aziende sanitarie locali. Ma qualcosa è sfuggito: le esternazioni di un assessore, non uno a caso ma quello alla Sanità, Mario Nieddu, in quota Lega. Sul record di contagi tra i sanitari (in proporzione ai “civili”) in un’intervista a Videolina ha dichiarato che «ci può stare».

E al primo scivolone il 17 marzo si è aggiunta la citazione di un’azienda, la Tema srl, a cui sarebbero stati commissionati dei test rapidi. Prodotti definiti pochi giorni dopo dallo stesso assessore «poco affidabili».
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Da lì la reazione della società che ha annunciato azioni penali, e negato di aver ricevuto gli ordini a quella data. E se i medici continuano a denunciare carenze, dalla Regione arrivano assicurazioni sulle dotazioni (450 mila mascherine distribuite dalla Protezione civile) oltre ai doni quotidiani di imprenditori cinesi. Per il futuro, però, si punta sull‘high tech: tamponi per tutti, stile Veneto e Corea del Sud, app per tracciare gli spostamenti e sperimentali braccialetti- saturimetri da assegnare agli asintomatici in isolamento.

I MANIFESTI CHOC A CAGLIARI E IL TAM TAM SOCIAL DEI SINDACI
Il tam tam dei sindaci (anche di micro comuni) riuniti nell’Anci Sardegna ha spinto verso la chiusura dell’Isola. Parole di apprensione, da Pula a San Teodoro, di fronte agli arrivi, specie nei comuni costieri, nei primi giorni dell’emergenza. Sono gli stessi primi cittadini a comunicare la presenza di positivi su Facebook, spesso denunciano senza alcun coordinamento regionale. Ed è quindi caccia alle uscite inutili, seppur in solitaria o con il cane come lasciapassare. Fino all’ultima mossa del sindaco di Cagliari, Paolo Truzzu (Fdi) che a inizio marzo aveva assicurato: «La città è aperta».

La campagna di comunicazione ha dato il via a una controcampagna sui social.
Sui muri urbani sono apparsi tre diversi messaggi istituzionali su cartelloni 6 metri per 3. «Quando hanno portato mia madre in ospedale ho capito che dovevo rinunciare alla corsa», e ancora «Quando hanno intubato mio padre ho pensato a quella passeggiata che non dovevo fare». Un registro colpevolizzante contestato dall’opposizione di centrosinistra e diventato nel giro di poche ore bersaglio dei meme.

I cartelloni apparsi a Cagliari voluti dall’amministrazione.
Fondo bianco, caratteri cubitali rossi e neri come gli originali – al punto da essere facilmente confusi – hanno creato una controcampagna social, una rivolta collettiva. Tra tutti, questo: «Quando mi hanno portato in ospedale, non pensavo che mi sarei ammalato proprio lì», una sardonica – e amara – verità.
Fonte: qui