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giovedì 17 gennaio 2019

LA CAMERA DEI COMUNI RESPINGE LA MOZIONE DI SFIDUCIA ALLA MAY PRESENTATA DA CORBYN CON 326 NO. I FAVOREVOLI SI SONO FERMATI A 306

IL CAOS BREXIT CONTINUA, ORA L’UE CONCEDERÀ UNA PROROGA OPPURE SARÀ “NO DEAL”? 


BREXIT: MAY OTTIENE LA FIDUCIA DEL PARLAMENTO

theresa may alla camera dei comuniTHERESA MAY ALLA CAMERA DEI COMUNI
Il voto di ieri sulla Brexit dimostra che il governo Tory di Theresa May non ha una maggioranza sulla "questione più vitale che è di fronte" al Regno Unito e non è in grado di controllare la Camera dei Comuni. Lo ha sottolineato il leader dell'opposizione laburista, Jeremy Corbyn, formalizzando oggi la mozione di sfiducia e aprendo il dibattito. "Il governo ha fallito, restituisca la parola al Paese", ha detto Corbyn, sollecitando l'approvazione della mozione e la strada di elezioni anticipate.

jeremy corbyn alla camera dei comuniJEREMY CORBYN ALLA CAMERA DEI COMUNI
Theresa May ha chiesto ai Comuni di respingere la mozione, additando le elezioni anticipate dopo la bocciatura ieri del suo accordo sulla Brexit come "la peggiore strada possibile". Le elezioni - ha detto la premier Tory replicando a Jeremy Corbyn - non sono nell'interesse nazionale: porterebbero divisione mentre il Paese ha bisogno di unità, incertezza quando servono certezze e un ulteriore rinvio mentre il popolo britannico vuole guardare avanti".

theresa may alla camera dei comuni 2THERESA MAY ALLA CAMERA DEI COMUNI
Il voto di ieri sulla Brexit dimostra che il governo Tory di Theresa May non ha una maggioranza sulla "questione più vitale che è di fronte" al Regno Unito e non è in grado di controllare la Camera dei Comuni. Lo ha sottolineato il leader dell'opposizione laburista, Jeremy Corbyn, formalizzando oggi la mozione di sfiducia e aprendo il dibattito. "Il governo ha fallito, restituisca la parola al Paese", ha detto Corbyn, sollecitando l'approvazione della mozione e la strada di elezioni anticipate.
THERESA MAYTHERESA MAY

Theresa May ha chiesto ai Comuni di respingere la mozione, additando le elezioni anticipate dopo la bocciatura ieri del suo accordo sulla Brexit come "la peggiore strada possibile". Le elezioni - ha detto la premier Tory replicando a Jeremy Corbyn - non sono nell'interesse nazionale: porterebbero divisione mentre il Paese ha bisogno di unità, incertezza quando servono certezze e un ulteriore rinvio mentre il popolo britannico vuole guardare avanti".







A rischio 23 miliardi di export verso la Gran Bretagna: i pericoli per l'Italia targati Brexit

Rischi ed opportunità. Le authority italiane si sono già attivate, in accordo con quelle europee, per assicurare la continuità operativa delle piattaforme britanniche su cui viaggiano grandi flussi finanziari europei e anche per consentire la piena operatività degli sportelli italiani delle banche britanniche. Il ministero dell'Economia, in collaborazione con le diverse autorità di vigilanza dei mercati, sta poi elaborando un decreto da varare prima del 29 marzo proprio per evitare contraccolpi al funzionamento del mercato.
Ma, accanto a rischi e sfide per le imprese italiane (a partire dai livelli di export, 26 miliardi da difendere ma che potrebbero sentire di contraccolpi) - sostiene un'analisi del Centro Studi di Confindustria - Brexit e rischio 'no deal' creano anche opportunità che "trovano però l'Italia impreparata a coglierle", soprattutto visto qual è la posizione del governo sull'Europa.
A livello finanziario l'Italia si sta preparando ai rischi. Trova conferme l'indiscrezione che il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, stia lavorando ad un decreto per garantire continuità operativa con banche e piattaforme britanniche. La Consob, ha diffuso nei mesi scorsi tre comunicati, nei quali richiama le posizioni dell'autorità borsistica europea, l'Esma.
Mirano al riconoscimento delle cosiddette "controparti centrali" del Regno Unito: di fatto si tratta delle piattaforme su cui viaggiano investimenti e anche la maggior parte dei derivati europei. Per evitare che l'arrivo del No Deal richieda poi tempi per l'attivazione della procedura che autorizzerebbe questi soggetti come "non comunitari" si è deciso di partire in anticipo, riconoscendo anche l'equivalenza del quadro giuridico applicabile, con un periodo 'cuscinetto' di un anno. Fissate le regole per le attività di compensazione (clearing) anche in caso di mancato accordo politico sulla Brexit, con un richiamo agli intermediari ai doveri informativi verso la clientela sull'impatto dell'uscita del Regno Unito dall'Ue.
A richiamare l'attenzione sui possibili vantaggi che potrebbero derivare dalla Brexit è invece il centro studi di Confindustria. L'opportunità è quella di veder dirottati dal Regno Unito all'Italia investimenti diretti esteri per 26 miliardi di euro, con un aumento del valore aggiunto di 5,9 miliardi annui pari allo 0,4% del Pil. Non giocano però a favore - ragionano gli economisti di via dell'Astronomia - alcune ragioni strutturali ma anche altre "istituzionali", perchè "l'Italia, insieme al Regno Unito, è diventato il secondo Paese tra i più critici rispetto all'attuale architettura istituzionale dell'Unione".
In caso di Brexit, rileva il Csc di Confindustria, "ne risentiranno le imprese esportatrici italiane che rischiano di vedere ridotti i volumi di beni rivolti al mercato britannico: in ballo 23 miliardi". "La prolungata incertezza potrebbe far allontanare alcune multinazionali dal territorio britannico, costituendo un'opportunità per altri paesi europei: il Csc stima che per l'Italia gli investimenti diretti esteri potenziali extra potrebbero generare un aumento del Pil di 5,9 miliardi annui, ovvero lo 0,4%; ciò non è comunque compensativo di rischi ed effetti negativi legati alla Brexit".
Con la Brexit, dice il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, "il problema non è quante imprese collaborano con la Gran Bretagna ma come l'Italia potrebbe e dovrebbe candidarsi ad attrarre investimenti". Mentre "è evidente che la Brexit comporta maggior incertezza per l'economia: i dati previsionali del rallentamento dell'economia globale non fanno presagire niente di positivo". E "la situazione di incertezza diventa un vulnus anche per l'imprenditoria italiana", avverte il presidente della Picccola Industria di Confindustria, Carlo Robiglio.
Fonte: qui
BACKSTOP IN IRLANDA, COS’È E PERCHÉ STA FACENDO SALTARE LA BREXIT

Alberto Magnani per "www.ilsole24ore.com"
theresa may alla camera dei comuni 1THERESA MAY ALLA CAMERA DEI COMUNI 1
Uno fra i nodi irrisolti della Brexit è rappresentato dai confini irlandesi, i 499 chilometri che dividono lo spicchio settentrionale dell'Isola fra Repubblica d'Irlanda e Irlanda del Nord. L'argomento è tra le controversie che hanno affossato l'accordo siglato da Theresa May con i partner europei, stroncato dalla Camera dei comuni con uno scarto di oltre 200 voti. 

Fronde interne ai Tory (il partito conservatore) e al Democratic Unionist Party (il partito di destra nordirlandese che fa da stampella al governo May) non hanno mai digerito la soluzione concordata dalla premier con i leader Ue: il cosiddetto backstop, un accordo per garantire che non vengano eretto un confine fisico fra Irlanda e Irlanda del Nord.
CORBYN DA' DELLA STUPIDA A THERESA MAYCORBYN DA' DELLA STUPIDA A THERESA MAY
Perché il tema è così delicato? 

Dopo la Brexit, il confine irlandese si trasformerebbe nell'unica frontiera di terra fra la Gran Bretagna (che include l'Irlanda del Nord) e l'Unione europea (che include l'Irlanda, entrata nella Ue nel 1973). Oggi il confine tra i due è invisibile, aperto alla circolazione reciproca di merci e cittadini. Il problema di come valorizzarlo non è mai emerso finché la Gran Bretagna è rimasta all'interno della Ue insieme all'Irlanda. Diventa cruciale ora, visto che Irlanda e Irlanda del Nord si troverebbe improvvisamente soggette a regole doganali diverse: la prima nel mercato unico europeo, la seconda nello spazio autonomo che si vorrebbe ritagliare Londra.

BATTIBECCO TRA THERESA MAY E JUNCKERBATTIBECCO TRA THERESA MAY E JUNCKER
Nessuno vuole ripristinare i confini, perché un irrigidimento delle frontiere si ripercuoterebbe sull'interscambio interno (dal valore di circa 3 miliardi di euro nel 2016) e risveglierebbe vecchie tensioni politiche, in teoria pacificate dalla fine degli anni ‘90. Da qui la scelta di tamponare il problema con la “polizza” del backstop.

Ma cosa vuol dire? E come si manifesta?
Il termine backstop, preso in prestito dal baseball, indica la rete di protezione dispiegata alle spalle del ricevitore: si allude a una soluzione di emergenza per tenere la «palla nel campo» ed evitare che vada a sbattere, figurativamente, sulla faccia degli spettatori. Nel contesto della Brexit, è il compromesso sui confini irlandesi raggiunto da Theresa May nel patto siglato con i partner europei a novembre 2018.
theresa mayTHERESA MAY

La clausola assicura che non sarà imbastito alcun «hard border» (confine fisico) fra Irlanda e Irlanda del Nord qualora Regno Unito e Ue falliscano nel trovare una partnership commerciale sul lungo periodo. Il Regno Unito dovrebbe restare allineato all'unione doganale, cioè rispettarne i principi di base; l'Irlanda del Nord rientrerebbe in pieno nell'unione doganale e dovrebbe, in aggiunta, rispettare alcune norme del mercato unico europeo.

theresa may annuncia l'accordo sulla brexitTHERESA MAY ANNUNCIA L'ACCORDO SULLA BREXIT
In teoria, il divorzio fra Londra e la Ue dovrebbe scattare il 29 marzo 2019, con un periodo di transizione per metabolizzare i vari accordi in scadenza al 31 dicembre 2020. Il backstop potrebbe servire solo dopo quella data, in assenza di un accordo bilaterale che lo renda superfluo. «Ma gli accordi richiedono anni, non mesi – dice al Sole 24 Ore Matteo Villa, ricercatore Ispi – Quindi è probabile che rimanga il backstop. L'accordo peggiore, ma l'unico possibile».
THERESA MAYTHERESA MAY

Perché è criticato?
L'accordo di backstop ha suscitato le ire sia dei cosiddetti Hard Breexiter, i difensori più strenui di una Brexit dura e pura, sia degli unionisti nordirlandesi. I primi ritengono che la permanenza nell'unione doganale sia la negazione stessa della Brexit, visto che obbligherebbe la Gran Bretagna a restare - di fatto - nel perimetro delle regole commerciali Ue.

Una limitazione che impedirebbe al paese di fissare una tariffa doganale autonoma, vanificando la retorica sulle «nuove politiche commerciali» di un paese affrancato da Bruxelles. I secondi temono che il backstop sia il primo passo per isolare l'Irlanda del Nord dal resto della Gren Bretagna, rompendo l'unità del Regno e “consegnando” Belfast alla Ue e all'Irlanda. In aggiunta il Regno Unito non potrebbe recedere unilaterlmente dall'accordo: l'ennesima prova, a detta dei più critici, della «dipendenza da Bruxelles» dell'Isola. 

Fonte: qui
confine irlandese backstop 5CONFINE IRLANDESE BACKSTOP 

mercoledì 16 gennaio 2019

BREXIT, VOTO O RINVIO A LUGLIO, GLI SCENARI PER LONDRA DOPO LA BOCCIATURA DELL’ACCORDO


 

LA PREMIER PUNTA A FAR SLITTARE L' USCITA DALLA UE A LUGLIO 
SUL TAVOLO ANCHE L'OPZIONE DI UN SECONDO REFERENDUM ED ELEZIONI POLITICHE PER AZZERARE LA BREXIT (IL LEADER LABURISTA CORBYN HA PRESENTATO UNA MOZIONE DI SFIDUCIA NEI CONFRONTI DELLA MAY)
Marco Ventura per “il Messaggero”
THERESA MAYTHERESA MAY

I Beatles l' avrebbero chiamata The long and winding road. Una strada lunga e tortuosa. Soprattutto, una strada che potrebbe rivelarsi un vicolo cieco, con l' unica uscita di una Brexit senza accordo. No deal. È la strada che si appresta a percorrere Theresa May dopo la bocciatura, ieri sera, del complesso accordo con l' Unione europea sull' abbandono dell' Unione il 29 marzo. Gli scenari che si aprono sono disparati e nessuno più prevedibile degli altri. Forse il meno improbabile è il congelamento del termine del prossimo marzo fino a luglio, per un surplus di trattativa che richiede però il passaggio delle forche caudine della sfiducia presentata (per il voto oggi) dal leader dell' opposizione, il laburista Jeremy Corbyn.

la camera dei comuni boccia l'accordo sulla brexit 2LA CAMERA DEI COMUNI BOCCIA L'ACCORDO SULLA BREXIT



LA SCADENZA Se Westminster mandasse a casa la May si dovrebbe sciogliere il Parlamento e se in due settimane non sarà possibile formare un nuovo esecutivo con un leader Tory diverso da Theresa, entro 25 giorni si dovrebbero indire le elezioni e si avvicinerebbe drammaticamente il termine del No Deal a fine marzo. Perché la scadenza venga congelata, occorre non solo il favore del Regno Unito, cioè del Parlamento, ma anche l' assenso dei 27 membri superstiti della Ue.
CORBYN DA' DELLA STUPIDA A THERESA MAYCORBYN DA' DELLA STUPIDA A THERESA MAY



Se invece oggi la mozione di sfiducia laburista non passerà (e l' opposizione di Corbyn mancherà l' obiettivo principale, irrigidendosi in una opposizione ancora più pervicace), la May potrebbe tentare la carta disperata messa a disposizione da una risoluzione non a caso adottata la scorsa settimana dalla Camera dei Comuni, che concede al governo tre giorni lavorativi di tempo, fino a lunedì, per presentare al Parlamento un nuovo Piano.
manifestazioni contro la brexit 1MANIFESTAZIONI CONTRO LA BREXIT 1
Ma più che l' incertezza sulla reazione del resto della Ue di fronte al rigetto dell' accordo, pesano le divisioni delle (e dentro) le forze politiche britanniche. Possibile che passi in soli tre giorni un compromesso che in tutti questi mesi non è stato possibile definire secondo una ricetta per Westminster commestibile?

Del resto, l' Unione Europea dovrebbe a sua volta ottenere da una riapertura del negoziato qualcosa che Londra non è in grado di offrire: restare nel mercato interno o nell' unione doganale, rinunciando a riprendere la sovranità sull' immigrazione dai Paesi Ue e poter fare autonomamente una politica commerciale svincolata da regole e vincoli comunitari.
BATTIBECCO TRA THERESA MAY E JUNCKERBATTIBECCO TRA THERESA MAY E JUNCKER

LE ALTERNATIVE Certo, se passa la mozione di sfiducia di Corbyn, o se la May non sarà in grado, confermata alla guida dell' esecutivo, di mettere le mani in tre giorni a un' ipotesi appetibile per Bruxelles (e puntare poi a dilatare i tempi del negoziato col rinvio a luglio), c' è sempre l' eventualità del No Deal, nessun accordo, che secondo gli osservatori avrebbe effetti drammatici sia sul Regno Unito, sia sulla Ue.

Al punto che il presidente del Consiglio Europeo, il polacco Donald Tusk, in un tweet azzarda: «Se un accordo è impossibile, e nessuno vuole un No Deal, chi avrà alla fine il coraggio di dire qual è l' unica soluzione positiva?».

Ovvia allusione alla ripetizione del referendum o, più precisamente, a un secondo referendum.
la camera dei comuni boccia l'accordo sulla brexitLA CAMERA DEI COMUNI BOCCIA L'ACCORDO SULLA BREXIT

Che però oggi è ancora più difficile di ieri, perché sull' intesa si è espresso il Parlamento, quindi la proclamazione di una nuova consultazione sarebbe non soltanto un sottile tradimento della prima, ma anche una sconfessione dell' assemblea rappresentativa.
Inoltre, perché si possa indire una seconda consultazione referendaria occorrerebbe che il Labour ne accettasse l' idea, e non perseguisse al contrario l' abbattimento del governo Tory e il ritorno alle urne.

C' è pure un' ipotesi improbabile, ma sulla carta possibile, per cui bocciata la mozione di sfiducia, riscontrata l' impossibilità di fare un nuovo accordo, lo stesso governo della May comunichi l' uscita dall' Unione nel termine previsto del 29 marzo, senza neppure metterla ai voti. Westminster dovrebbe prenderne atto e la strada lunga e tortuosa si schianterebbe contro un muro.

Fonte: qui

domenica 4 giugno 2017

Guerra di intelligence intorno a Trump.

Poco prima dell’insediamento ufficiale a gennaio, Trump ha incontrato i capi dell’intelligence statunitense. Nella stessa stanza si erano ritrovati Michael Flynn e James Clapper. Il generale Flynn era stato incaricato di guidare lo staff del National Security Council nella Casa Bianca dell’era Trump. Ma proprio Flynn, nel 2014, era stato licenziato da capo della Dia (Defence Intelligence Agency) dallo stesso Clapper, allora direttore dell’intelligence nazionale. E Flynn, dopo solo 24 giorni di servizio, è stato nuovamente silurato, questa volta dalla stessa amministrazione presidenziale, per il cosiddetto Russiagate. L’accusa è quella di aver taciuto al vice presidente Mike Pence parte del contenuto di conversazioni telefoniche scambiate con l’ambasciatore della Federazione Russa a Washington.
Sarebbe sufficiente, ma non lo è affatto, lo scenario descritto, per annusare quanta “turbolenza” agisca sia all’interno delle agenzie dell’intelligence Usa, sia nei rapporti tra Casa Bianca e i diversi servizi di su cui è strutturato l’immenso, complesso e competitivo sistema degli apparati di sicurezza degli Stati Uniti.
“In ogni battaglia tra i servizi segreti e la stessa Casa Bianca, l’unica risorsa effettiva della comunità dell’intelligence è di preparare informazioni o favorire fughe di notizie contro il presidente. Non ci sono, tuttavia, garanzie sul fatto che possa funzionare davvero” scriveva un esperto israeliano di intelligence lo scorso gennaio sul Financial Times.
Ma adesso nella turbolenza permanente dentro e tra le varie agenzie di sicurezza statunitensi, sono entrate anche le turbolenze nella relazioni con i servizi segreti “cugini” (così di definiscono), in particolare quelli britannici e israeliani con cui da decenni esiste una relazione speciale di collaborazione.
Con i primi durante tutta l’epoca della guerra fredda c’è stata una cooperazione strettissima a tutti i livelli. Con i secondi c’è stato anche qualche incidente, come quello dell’agente Pollard che, inserito nelle agenzie statunitensi (analista della Us Navy), passava informazioni al Mossad. Era stato arrestato nel 1985 e liberato nel novembre del 2015 dopo quasi trent’anni di carcere per tradimento. Era stato l’addestratore del Mossad Rafi Eitan, a reclutare Pollard nei servizi segreti israeliani, come lo stesso Eitan rivelò in un’intervista ad Haaretz del dicembre 2014. Secondo i responsabili dell’intelligence americana c’erano le prove secondo cui le informazioni ottenute da Pollard sarebbero state passate dal Mossad ai sovietici in cambio della libertà per gli ebrei russi di continuare a emigrare verso Israele. Ed effettivamente con l’era Gorbaciov (seconda metà del 1985) vennero via via aperte le porte alla emigrazione di massa dall’Urss verso Israele (600mila persone), un processo che ha significato la lapide materiale sulle aspirazioni palestinesi.
Qualche giorno fa, lo scenario si sarebbe ripetuto ma a parti opposte, con Trump accusato di aver rivelato ai russi notizie fornitegli dal Mossad sulle forze dell’Isis sul teatro di crisi siriano.
Il recente incidente con la fuga di notizie sui giornali Usa relative alle indagini per l’attentato di Manchester, è forse il segnale più brusco del cambiamento di clima nelle relazioni da sempre strettissime tra i servizi segreti britannici e quelli statunitensi. In Gran Bretagna gli sgambetti tra servizi sono spesso più “interni” tra le due sponde del Tamigi dove risiedono i servizi che fanno riferimento al Foreign Office (MI 6) e quelli per la sicurezza interna (MI5).
Ad un occhio “smaliziato” non era sfuggito come le prime indiscrezioni sull’attentatore e l’ordigno di Manchester venissero diffuse dal New York Times, piuttosto che dalla stampa britannica. Si è scoperto poi che la fuga di notizie era stata favorita dai “cugini” americani come vero e proprio inciampo sulla strada di Trump alla vigilia del vertice Nato e del G7. La sfuriata della May a Trump e la promessa del presidente Usa di punire i responsabili annuncia una nuova fase di redde rationem nel rapporto tra Casa Bianca e agenzie di intelligence statunitensi.
Ma la bomba che si prepara a deflagrare per prima, sembra riguardare più i servizi britannici che gli statunitensi. La rivelazione che il padre dell’attentatore, Abeidi, abbia lavorato per lungo tempo come terminale dei servizi segreti britannici dentro i gruppi jihadisti in Libia non può passare inosservata. 
Al contrario getta una luce fosca ma illuminante sul “lavoro sporco” che i servizi inglesi attuano in Medio Oriente e, a quanto sembra, all’insaputa dei “cugini” Usa.
Ramadam Abeidi, il padre dell’attentatore, era infatti uno dei Manchester Fighters spediti in Libia nel 2011 dalla Gran Bretagna a combattere per la caduta di Muammar Gheddafi (altro che rivoluzione, ndr). Nel 1991, Ramadam aveva lasciato la Libia con la sua famiglia ed era andato in Arabia Saudita, dove aveva addestrato i mujaheddin afghani e arabi che combattono in Afghanistan contro il governo di Najibullah che i sovietici hanno lasciato alle loro spalle dopo aver abbandonato Kabul. Nel 1992, i mujaheddin entrano a Kabul, uccidono in modo brutale Najibullah e assumono il potere prima di riscatenare una sanguinosa guerra di tutti contro tutti fino all’arrivo dei Talebani. Ramadam si trasferisce allora in Inghilterra (a Londra prima, a Manchester, poi) per unirsi alla diaspora libica islamista raccolta nel “Libyan Islamic Fighting Group” (LIFG).
Insomma un miliziano a disposizione dei servizi britannici per azioni coperte in Libia e Medio Oriente.
E’ da questi dettagli che si capisce come l’attentato di Manchester, la fuga di notizie, le tensioni tra May e Trump si stanno portando dietro e dentro contraddizioni assai più rognose di quelle che i telegiornali danno in pasto quotidianamente all’opinione pubblica.

mercoledì 5 aprile 2017

LONDRA NON MOLLA LA ROCCA DI GIBILTERRA: L’ENCLAVE INGLESE IN SPAGNA SEGUIRA’ LA BREXIT

... ANCHE SE IL 96% DEI RESIDENTI HA VOTATO CONTRO L’USCITA DALLA UE 

BORIS JOHNSON: “NON VERRA’ MAI VENDUTA O CEDUTA”


Artcolo di Le Monde

gibilterraGIBILTERRA
Non si è dovuto aspettare molto per assistere a un aumento della tensione. Infatti, pochi giorni dopo l’attivazione dell’articolo 50 del trattato di Lisbona – che avvia formalmente il processo di ritiro del Regno Unito dall’Unione europea (Ue) – le autorità britanniche hanno reagito con forza per difendere il destino di Gibilterra.

All’origine di questa reazione c’è un documento presentato alla fine della scorsa settimana dal presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, che prevede che la Spagna dovrà dare il suo assenso per consentire l’applicazione della Brexit anche al territorio britannico (lo è dal 1713), situato sulla punta meridionale della penisola iberica e rivendicato da Madrid. I circa trentamila residenti della Rocca avevano votato con una maggioranza del 96 per cento per restare nell’Ue.

gibilterra falkland della MayGIBILTERRA FALKLAND DELLA MAY
Una prospettiva impensabile per Londra, che ha subito reagito con forza. Lord Howard, dirigente del Partito conservatore dal 2003 al 2005, ha sostenuto che la prima ministra Theresa May farà prova della stessa “determinazione” dimostrata da Margaret Thatcher nel 1982. In quell’anno la lady di ferro aveva mosso guerra all’Argentina per preservare l’egemonia britannica sulle Malvine (Falklands in inglese) nell’Atlantico meridionale.

boris johnsonBORIS JOHNSON
In reazione ai tories – di cui il giornalista Paul Mason critica le “ossessioni imperialiste” – i liberaldemocratici e i laburisti hanno denunciato “sbruffonate” e le “dichiarazioni esplosive” del governo di Londra. Tuttavia questo non ha fatto arretrare l’esecutivo. Sul Sunday Telegraph il ministro degli esteri (e capofila del movimento favorevole alla Brexit) Boris Johnson ha assicurato che “Gibilterra non è in vendita né potrà essere negoziata o ceduta”.

“Il governo spagnolo è un po’ sorpreso dal tono adottato dal Regno Unito, un paese noto per la sua flemma”, ha risposto ieri il ministro degli esteri spagnolo Alfonso Dastis in occasione di un convegno a Madrid.

Sull’Independent l’editorialista Matthew Norman sottolinea “l’intransigenza infantile” delle due parti e in particolare di Londra. “Forse abbiamo perduto l’India, ma, diamine, il sole non tramonterà mai sui nostri macachi di Barberia – i cosiddetti macachi di Gibilterra – o sulle nostre pecore dell’Atlantico meridionale”, riferendosi alle Malvine/Falklands.
frontiera spagna inghilterra gibilterraFRONTIERA SPAGNA INGHILTERRA GIBILTERRA

Da parte spagnola El Mundo si rallegra in un editoriale del fatto che per ora Madrid abbia avuto la meglio nella disputa, grazie al documento europeo7, definito un “grande successo” per la diplomazia nazionale. Ma il giornale di centrodestra si preoccupa anche delle conseguenze concrete della Brexit e in particolare della “tragedia” economica che comporterà.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

Fonte: qui


mercoledì 29 marzo 2017

BREXIT: THERESA MAY FIRMA E L’AMBASCIATORE NOTIFICA L’ARTICOLO 50 ALL’UNIONE EUROPEA

"È IL MOMENTO DI ESSERE UNITI", DICE LA MAY AI BRITANNICI. 

E AGLI SCOZZESI: "NON AVRETE UN SECONDO REFERENDUM" 

E PARTONO GLI APPELLI DELLE AZIENDE PER RIPRISTINARE ACCORDI BILATERALI.

RYANAIR: "GB RISCHIA DI RESTARE SENZA VOLI PER L'UE"

ANSA

theresa may firma la richiesta secondo l articolo 50THERESA MAY FIRMA LA RICHIESTA SECONDO L ARTICOLO 50
La premier britannica Theresa May ha firmato la lettera per la notifica dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona che, nel momento della consegna al presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk ed ha segnato l'avvio formale dell'iter della Brexit, il divorzio di Londra dall'Ue sancito dal referendum del 23 giugno scorso. Lo riporta la Bbc. La lettera - poche cartelle - è stata consegnata alle 13,30 a Tusk dall'ambasciatore Tim Barrow del Regno Unito a Bruxelles. E ha fatto scattare i due anni di negoziati previsti per il divorzio.

"E' il momento di essere uniti". Così la premier britannica, secondo le anticipazioni dei media del Regno Unito, si rivolgerà più tardi al Paese annunciando l'inizio della Brexit. Nel suo richiamo all'unità dopo le divisioni del referendum ricorda come "siamo una grande unione di persone e nazioni con una storia di cui andar fieri e un brillante futuro".

La May, sempre secondo le anticipazioni dei media, si impegna a "rappresentare ogni persona in tutto il Regno Unito, inclusi i cittadini Ue". Secondo la leader conservatrice, i milioni di residenti europei nel Regno "hanno fatto di questo Paese la loro casa".

theresa may firma la richiesta secondo l articolo 50THERESA MAY FIRMA LA RICHIESTA SECONDO L ARTICOLO 50
"E' uno dei momenti più importanti nelle recente storia del Regno Unito". Così la premier britannica Theresa May ha definito l'annuncio formale che farà sull'avvio della Brexit e delle trattative con Bruxelles. Il fine, ha aggiunto il primo ministro, è quello di creare una "relazione profonda e speciale" con l'Europa.

"Dobbiamo cogliere questa storica opportunità per emergere nel mondo e plasmare un sempre maggiore ruolo per una Gran Bretagna globale", ha aggiunto la premier parlando a Birmingham durante un forum sugli investimenti del Qatar. "Questo si traduce non solo nel costruire nuove alleanze ma ampliare i rapporti coi vecchi amici che sono al nostro fianco da secoli", ha detto ancora May.
tim barrowTIM BARROW

Intanto il parlamento scozzese ha votato in maggioranza a favore della richiesta di un referendum bis sulla secessione da Londra in risposta alla Brexit. La proposta era stata presentata dalla first minister e leader indipendentista dell'Snp, Nicola Sturgeon. "Non apriremo i negoziati sulla proposta della Scozia": è la risposta della premier britannica, tramite un suo portavoce. "Ora non è il momento giusto", ha ribadito il primo ministro, riferendosi all'inizio dei negoziati sulla Brexit.

"Per la Gran Bretagna sarà molto costoso lasciare l'Unione europea", ha detto il capogruppo del Ppe al Parlamento europeo Manfred Weber. Durante il periodo dei negoziati e quello transitorio, Londra "dovrà rispettare tutti gli obblighi in corso e la legislazione in corso - sostiene il tedesco - se no sarebbe un comportamento irrispettoso che creerebbe problemi ai negoziati". "Avremo in mente solo l'interesse dei 440 milioni di cittadini europei e non più quello dei cittadini britannici". "Uscire dall'Ue significa costruire di nuovo muri e barriere - afferma - e molti cittadini britannici avranno problemi con limitazioni della loro libertà nella vita quotidiana. Non mi piace ma è il risultato del referendum e tutti devono affrontare la realtà".

Dopo il referendum è arrivato, infatti, il giorno 'x' della Brexit. Il Regno Unito, a 44 anni dal suo ingresso nell'allora Comunità economica europea, oggi procede all'attivazione dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona e da lì si aprono i negoziati per lo storico 'divorzio' da Bruxelles.

nick clegg protesta davanti al parlamentoNICK CLEGG PROTESTA DAVANTI AL PARLAMENTO
Si è aperta sul fronte interno, per Theresa May, fra le folate di vento della riottosa Scozia, la settimana della Brexit, quella in cui la Gran Bretagna si appresta a dare un giro alla roulette della storia: attivando l'articolo 50 del Trattato di Lisbona, passo senza ritorno (forse) sulla strada del divorzio dall'Unione Europea.

May tenta di serrare le file in seno al regno di Sua Maesta', alla vigilia di quel momento fatale e in vista di un biennio di negoziati con l'Ue che s'annunciano problematici, carichi d'insidie e incognite. Per farlo ha iniziato dalla sfida piu' difficile, quella del territorio del nord, dove la maggioranza e' anti-Brexit e dove la first minister, Nicola Sturgeon, e' tornata a soffiare sulla secessione scozzese.


BREXIT: APPELLO RYANAIR,GB RISCHIA RESTARE SENZA VOLI PER UE
(ANSA) - Appello di Ryanair al Governo britannico perché metta il tema dell'aviazione in prima linea nei negoziati con l'Ue e fornisca un piano post-Brexit coerente, altrimenti il rischio è di lasciare il Regno Unito senza voli da e per l'Europa da marzo 2019, quando uscirà dall'Ue. Lo si legge in una nota della compagnia low cost irlandese.

BREXITBREXIT
"A circa 9 mesi dal referendum sulla Brexit non sappiamo quali effetti avrà sul settore dell'aviazione", spiega Kenny Jacobs di Ryanair, sottolineando che "sta diventando preoccupante il fatto che il Governo britannico sembri non avere un piano B per mantenere i cieli liberalizzati della Gran Bretagna legati all'Europa se non dovesse restare" in vigore l'accordo europeo 'Cielo aperto'. In questo caso, spiega la nota, il Governo Gb dovrà o negoziare un accordo bilaterale con l'Ue per consentire i voli da e per l'Europa, oppure ripristinare le storiche regole del Wto, che non coprono l'aviazione, aumentando così la possibilità che non ci siano voli tra Europa e Gb per un periodo da marzo 2019.

Ryanair, che conta oltre 3 mila dipendenti nel Regno Unito e trasporterà quest'anno oltre 44 milioni di clienti dagli aeroporti britannici, ha già imperniato il fulcro della propria crescita dalla Gran Bretagna ad altri aeroporti dell'Ue - evidenzia la nota - decidendo di non aggiungere ulteriori aeromobili nei 19 aeroporti del Regno Unito nel 2017 e di tagliare il proprio tasso di crescita dal 15% ad appena il 6% quest'anno.

michael o leary ryanairMICHAEL O'LEARY RYANAIR
Mentre Westminster firma la lettera per la notifica dell'articolo 50, Ryanair si appella al Governo di Londra affinché "definisca immediatamente una strategia per mantenere i viaggi low cost tra Gb e Ue a partire da marzo 2019" - prosegue la nota - e avverte che mancano appena 12 mesi prima di un possibile taglio della programmazione, dal momento che l'operativo dell'estate 2019 viene preparato a marzo 2018.

Fonte: qui

martedì 28 marzo 2017

Attacco a Westminster, polizia: "Masood ha agito da solo".

Dopo quattro giorni di indagini serrate, il coordinatore dell'antiterrorismo Neil Basu dichiara: "Nulla è emerso su possibili nuovi attacchi". La titolare dell'Interno conferma che l'attentatore inviò messaggi tramite l'applicazione nei minuti precedenti l'azione. In carcere resta solo uno degli 11 arrestati. Fonte mostra messaggi al Sunday Mirror: l'Isis ha fomentato attacchi nel Regno Unito su Telegram

SCOTLAND YARD è sempre più convinta che Khalid Masood, l'attentatore di Westminster, abbia agito da solo. E che, dopo quattro giorni di indagini serratissime, nessun elemento è emerso a supportare il pericolo di nuovi attacchi. E' quanto ha dichiarato il vice capo della polizia e coordinatore nazionale dell'antiterrorismo Neil Basu, aggiungendo alla nota di aggiornamento sullo stato dell'inchiesta, una frase che lascia immaginare quale vuoto avesse fatto attorno a sè Khalid Masood: "Le sue motivazioni potrebbero essere morte con lui".


La ministra dell'Interno Amber Rudd ha chiesto a WhatsApp di "collaborare alle indagini". Confermando implicitamente che Masood nei minuti che hanno preceduto l'attacco ha inviato messaggi attraverso l'applicazione, proprietà di Facebook, sfruttando la end-to-end encryption, sistema che permettendo solo agli interlocutori di leggere i testi, ne escluderebbe dalla visione lo stesso provider.

Parlando alla Bbc, Rudd ha definito "inaccettabile" che le comunicazioni criptate intercorse tra sospettati di terrorismo possano sfuggire al monitoraggio dell'intelligence. "Dobbiamo sincerarci che WhatsApp e simili non forniscano nascondigli segreti da cui i terroristi possano comunicare tra loro. Dobbiamo assicurarci che i servizi segreti abbiano la possibilità di accedere alle conversazioni criptate". La ministra ha quindi annunciato il suo incontro, giovedì prossimo, con i dirigenti delle più importanti compagnie del settore per convincerli a collaborare. "Ci sono delle inchieste in corso riguardanti terroristi. Devono essere al nostro fianco e io cercherò di convincerli", ha poi aggiunto Rudd su Sky News.


E' invece il Sunday Mirror a rilanciare il resoconto di una fonte anonima. Secondo l'informatore, nelle settimane precedenti l'attentato lo Stato Islamico ha usato il servizio di messaggeria criptata Telegram per fomentare attacchi a Londra nei suoi luoghi più simbolici, come appunto Westminster. La fonte ha esibito in particolare una serie di testi. Nel primo, si elencano i più recenti attentati rivendicati dall'Isis. Nel secondo la domanda: "Quale il prossimo obiettivo? Londra? Berlino? Mosca?". Nel terzo, la risposta: "Britain".

Forse rispondendo a quella chiamata, nel primo pomeriggio di mercoledì scorso, l'uomo poi identificato in Khalid Masood, il suo nome da convertito all'islam, al volante di un Suv preso a noleggio ha dapprima travolto i pedoni lungo il Westminter Bridge, uccidendone due e ferendone una cinquantina, impattando poi con la vettura contro la cancellata della Camera dei Comuni. Khalid si è quindi diretto verso l'ingresso del Parlamento, dove ha accoltellato a morte un agente prima di essere abbattuto dai suoi colleghi. Quando ancora nulla era trapelato sull'identità di Khalid, lo Stato Islamico aveva rivendicato l'azione di un suo "soldato", etichettando col lugubre marchio del jihad l'attacco a Westminster.
Di tutto questo, evidentemente nulla sapevano almeno 10 degli 11 arrestati nelle ore successive all'attentato. Persone che conoscevano Khalid, 
che si sono viste perquisire casa, che con lui avevano condiviso appartamenti, amicizie, religione, anche il crimine. Ma evidentemente nulla sapevano del piano terroristico di Khalid. Sono tutte state rilasciate, una donna in libertà vigilata. Resta in custodia solo un 58enne arrestato a Birmingham, dove Masood viveva. La polizia non ha diffuso identità o eventuali accuse a suo carico. Ma non deve trattarsi di un testimone decisivo o di un complice, se Scotland Yard ha rinnovato ancora l'appello a farsi avanti a chi conosceva Masood o lo ha semplicemente incrociato alla vigilia dell'attacco a Westminster.

Per voce di Neil Basu, Scotland Yard si è detta "riconoscente per il sostegno che il pubblico ci ha dato fino a questo momento, ma gliene chiediamo ancora". "La nostra inchiesta continua a ritmo serrato - si legge ancora nel comunicato firmato dal dirigente di polizia -. Siamo determinati ad accertare se Masood fosse un attore isolato ispirato dalla propaganda terrorista o se altre persone lo abbiano incoraggiato, sostenuto o istruito. Ma dobbiamo anche accettare l'esistenza della possibilità che potremmo non comprendere mai perché lo abbia fatto. Le ragioni di Masood potrebbero essere morte con lui".

Il profilo di Khalid Masood,  alias Adrian Russell Elms alias Adrian Ajao, nato nel Kent da madre single nel 1964, parla di un uomo di 52 anni, sposato e padre di due figlie, passato da un brillante curriculum scolastico a condanne tra 1983 e 2003 per episodi di microcriminalità: aggressione, detenzione illegale di armi, turbativa all'ordine pubblico. La sua conversione e successiva radicalizzazione sono evidentemente un punto centrale nell'indagine. Non è certo quando Adrian si convertì all'Islam e cambiò nome in Khalid Masood. Si parla del 2009, ma al Sun un amico di infanzia ha fatto risalire la conversione di Adrian al periodo immediatamente successivo al primo soggiorno in prigione, nel 2000. Dall'Arabia Saudita la conferma che Khalid Masood è stato per tre volte nel Regno sul Golfo Persico, per insegnare inglese e, nel 2015, da buon musulmano, per il pellegrinaggio alla Mecca.

Quanto alla radicalizzazione, vicini hanno ricordato come Khalid fosse cambiato all'uscita di prigione dopo il secondo arresto, quando se ne andò di casa abbandonando la sua donna, Jane Harvey, e le due figlie. Comune denominatore di ognuna delle testimonianze è il riferimento al carcere. La detenzione potrebbe aver facilitato quelle frequentazioni di Khalid Masood con 
ambienti dell'estremismo violento che lo avevano fatto entrare nel radar dei servizi segreti anche se solo come figura marginale. Ma è solo un'ipotesi, a riempire il vuoto creato attorno alla sua vita e alla sua morte da un uomo e padre di 52 anni trasformatosi in stragista.

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