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domenica 4 giugno 2017

Guerra di intelligence intorno a Trump.

Poco prima dell’insediamento ufficiale a gennaio, Trump ha incontrato i capi dell’intelligence statunitense. Nella stessa stanza si erano ritrovati Michael Flynn e James Clapper. Il generale Flynn era stato incaricato di guidare lo staff del National Security Council nella Casa Bianca dell’era Trump. Ma proprio Flynn, nel 2014, era stato licenziato da capo della Dia (Defence Intelligence Agency) dallo stesso Clapper, allora direttore dell’intelligence nazionale. E Flynn, dopo solo 24 giorni di servizio, è stato nuovamente silurato, questa volta dalla stessa amministrazione presidenziale, per il cosiddetto Russiagate. L’accusa è quella di aver taciuto al vice presidente Mike Pence parte del contenuto di conversazioni telefoniche scambiate con l’ambasciatore della Federazione Russa a Washington.
Sarebbe sufficiente, ma non lo è affatto, lo scenario descritto, per annusare quanta “turbolenza” agisca sia all’interno delle agenzie dell’intelligence Usa, sia nei rapporti tra Casa Bianca e i diversi servizi di su cui è strutturato l’immenso, complesso e competitivo sistema degli apparati di sicurezza degli Stati Uniti.
“In ogni battaglia tra i servizi segreti e la stessa Casa Bianca, l’unica risorsa effettiva della comunità dell’intelligence è di preparare informazioni o favorire fughe di notizie contro il presidente. Non ci sono, tuttavia, garanzie sul fatto che possa funzionare davvero” scriveva un esperto israeliano di intelligence lo scorso gennaio sul Financial Times.
Ma adesso nella turbolenza permanente dentro e tra le varie agenzie di sicurezza statunitensi, sono entrate anche le turbolenze nella relazioni con i servizi segreti “cugini” (così di definiscono), in particolare quelli britannici e israeliani con cui da decenni esiste una relazione speciale di collaborazione.
Con i primi durante tutta l’epoca della guerra fredda c’è stata una cooperazione strettissima a tutti i livelli. Con i secondi c’è stato anche qualche incidente, come quello dell’agente Pollard che, inserito nelle agenzie statunitensi (analista della Us Navy), passava informazioni al Mossad. Era stato arrestato nel 1985 e liberato nel novembre del 2015 dopo quasi trent’anni di carcere per tradimento. Era stato l’addestratore del Mossad Rafi Eitan, a reclutare Pollard nei servizi segreti israeliani, come lo stesso Eitan rivelò in un’intervista ad Haaretz del dicembre 2014. Secondo i responsabili dell’intelligence americana c’erano le prove secondo cui le informazioni ottenute da Pollard sarebbero state passate dal Mossad ai sovietici in cambio della libertà per gli ebrei russi di continuare a emigrare verso Israele. Ed effettivamente con l’era Gorbaciov (seconda metà del 1985) vennero via via aperte le porte alla emigrazione di massa dall’Urss verso Israele (600mila persone), un processo che ha significato la lapide materiale sulle aspirazioni palestinesi.
Qualche giorno fa, lo scenario si sarebbe ripetuto ma a parti opposte, con Trump accusato di aver rivelato ai russi notizie fornitegli dal Mossad sulle forze dell’Isis sul teatro di crisi siriano.
Il recente incidente con la fuga di notizie sui giornali Usa relative alle indagini per l’attentato di Manchester, è forse il segnale più brusco del cambiamento di clima nelle relazioni da sempre strettissime tra i servizi segreti britannici e quelli statunitensi. In Gran Bretagna gli sgambetti tra servizi sono spesso più “interni” tra le due sponde del Tamigi dove risiedono i servizi che fanno riferimento al Foreign Office (MI 6) e quelli per la sicurezza interna (MI5).
Ad un occhio “smaliziato” non era sfuggito come le prime indiscrezioni sull’attentatore e l’ordigno di Manchester venissero diffuse dal New York Times, piuttosto che dalla stampa britannica. Si è scoperto poi che la fuga di notizie era stata favorita dai “cugini” americani come vero e proprio inciampo sulla strada di Trump alla vigilia del vertice Nato e del G7. La sfuriata della May a Trump e la promessa del presidente Usa di punire i responsabili annuncia una nuova fase di redde rationem nel rapporto tra Casa Bianca e agenzie di intelligence statunitensi.
Ma la bomba che si prepara a deflagrare per prima, sembra riguardare più i servizi britannici che gli statunitensi. La rivelazione che il padre dell’attentatore, Abeidi, abbia lavorato per lungo tempo come terminale dei servizi segreti britannici dentro i gruppi jihadisti in Libia non può passare inosservata. 
Al contrario getta una luce fosca ma illuminante sul “lavoro sporco” che i servizi inglesi attuano in Medio Oriente e, a quanto sembra, all’insaputa dei “cugini” Usa.
Ramadam Abeidi, il padre dell’attentatore, era infatti uno dei Manchester Fighters spediti in Libia nel 2011 dalla Gran Bretagna a combattere per la caduta di Muammar Gheddafi (altro che rivoluzione, ndr). Nel 1991, Ramadam aveva lasciato la Libia con la sua famiglia ed era andato in Arabia Saudita, dove aveva addestrato i mujaheddin afghani e arabi che combattono in Afghanistan contro il governo di Najibullah che i sovietici hanno lasciato alle loro spalle dopo aver abbandonato Kabul. Nel 1992, i mujaheddin entrano a Kabul, uccidono in modo brutale Najibullah e assumono il potere prima di riscatenare una sanguinosa guerra di tutti contro tutti fino all’arrivo dei Talebani. Ramadam si trasferisce allora in Inghilterra (a Londra prima, a Manchester, poi) per unirsi alla diaspora libica islamista raccolta nel “Libyan Islamic Fighting Group” (LIFG).
Insomma un miliziano a disposizione dei servizi britannici per azioni coperte in Libia e Medio Oriente.
E’ da questi dettagli che si capisce come l’attentato di Manchester, la fuga di notizie, le tensioni tra May e Trump si stanno portando dietro e dentro contraddizioni assai più rognose di quelle che i telegiornali danno in pasto quotidianamente all’opinione pubblica.

venerdì 16 dicembre 2016

Giulietto Chiesa: "Cia e Putin, fascismo e forconi: sono bufale e nervosismo d'èlite"

Ha ragione la Cia quando dice che Putin ha influenzato la campagna elettorale negli Stati Uniti a vantaggio di Donald Trump? E hanno ragione certi giornali italiani che utilizzano termini quali "squadrismo" e "fascismo" per commentare quanto fatto dai forconi davanti a Montecitorio? IntelligoNews lo ha chiesto allo scrittore Giulietto Chiesa che, come sempre, ha detto la sua in modo chiaro...

Ci sarebbero delle prove incontrovertibili, almeno secondo Nbc News: Putin in prima persona ha interferito nelle elezioni americane, indicando come far trapelare e utilizzare il materiale hackerato ai democratici. La verità o è fantapolitica?
"Assolutamente è fantapolitica, questa è la mia risposta univoca. Un'accusa per Putin equivalente a quella di aver ucciso Anna Politkovskaja. Sono grandi bufale preparate per tempo truccando le carte. Nella migliore delle ipotesi si tratta di un fake, cosa di cui gli americani sono particolarmente ferrati. Nella peggiore delle ipotesi si tratterà di una fantasia che servirà a far fare un certo numero, direi decine di migliaia di titoli alle riviste occidentali. In entrambi i casi non c'è da credere a questo".

Perché?
"Perché Putin è uomo di grande intelligenza ed esperienza. Queste cose qui non solo non le può fare, ma solo un imbecille le può considerare credibili. Tutto lì, è molto semplice. Il mio è un ragionamento sulla base dell'esperienza".

Vi è però una divergenza di vedute tra Cia ed Fbi. 
"Questo è il segno di una lotta politica dura negli Stati Uniti d'America che, attenzione, dura da molto tempo. Lì non c'è un solo gruppo dirigente, ma uno scontro fortissimo tra due o più ipotesi di gestione della crisi degli Usa. La campagna elettorale che ha portato alla vittoria di Donald Trump è esattamente un risultato temporaneo e parziale di questo scontro. La cosa che appare evidente, questo l'ho già ripetuto anche con voi, è la crisi profondissima dell'America". 


Giulietto Chiesa: 'Cia e Putin, fascismo e forconi: sono bufale e nervosismo d'èlite'
Spostiamoci in Italia. Il caso Forconi-Osvaldo Napoli ha visto usare, verso quello che possiamo definire movimento, dei termini quali "squadristi" e "fascisti". Un utilizzo appropriato? Sul loro sito si parla di "resistenza" al potere, perché in Italia si usano ancora quei termini? In questo caso è giusto?
"Credo che c'entri poco. Lo considero una reazione nervosa delle èlite politiche, dove metto anche i giornalisti accreditati sulle televisioni nazionali. Una reazione in parte sbalordita, in parte appunto nervosa a quello che sta accadendo sotto i nostri occhi. Questo modo di gestire la crisi sta aprendo una sollevazione del Paese. La classe politica non è capace di capire che c'è un limite oltre il quale si solleverà una rivolta". 

Se non ci fossero stati i 5 Stelle si sarebbe già scesi in piazza? Grillo e Casaleggio hanno un po' gestito il disordine?
"Francamente non lo so, è un'ipotesi difficile da fare. Il Movimento 5 Stelle ha interpretato una parte di questa rivolta, di questo sdegno sociale contro la classe politica. L'ha interpretata bene, tant'è vero che ha preso il 25% dei voti. Ora la sta interpretando male perché non è capace di andare avanti. Non ha il respiro e l'antagonismo per farlo". 

Cosa significa questo?
"Vuol dire che altre forze entreranno in campo". 

Fonte: qui

mercoledì 16 novembre 2016

Da Brexit a Trump l’inganno delle élite dietro alla crisi dell’Occidente

Nel nuovo libro di Federico Rampini un’analisi delle cause della crescita dei populismi

Il mondo sembra impazzito.

Stagnazione economica. Guerre civili e conflitti religiosi. Terrorismo. E, insieme, la spettacolare impotenza dell’Occidente a governare questi shock, o anche soltanto a proteggersi. Senza una guida, abbandonate dai loro leader sempre più insignificanti e irrilevanti, le opinioni pubbliche occidentali cercano rifugio in soluzioni estreme.

La vittoria di Brexit nel referendum in Gran Bretagna che ha sancito l’uscita dall’Unione europea. I messaggi radicali di Donald Trump. Le derive autoritarie in Polonia e Ungheria. Che si tratti di fenomeni durevoli o transitori, passeggeri o irreversibili, tutti hanno un elemento in comune: alla paura si risponde con la fuga indietro, verso il recupero di identità nazionali. Si cerca di alzare il ponte levatoio. Di isolarsi da tutto il male che viene da «là fuori».

È una reazione comprensibile. È normale cercare di proteggersi dall’inaudita violenza di attentati terroristici di matrice islamista sul suolo europeo: un’escalation che dopo Charlie Hebdo ha colpito ancora Parigi nel novembre 2015, Bruxelles nel marzo 2016, Nizza nel luglio 2016. L’America non è immune.
Ed è normale cercare una via d’uscita dalla stagnazione economica ultradecennale, che ha reso i figli più poveri dei genitori.

Immigrazione e globalizzazione, sono i due fenomeni sotto accusa. Il grande tradimento delle élite spinge alla ricerca di soluzioni nuove… oppure antichissime. Quel tradimento è reale.

Per élite intendo un ceto privilegiato che estrae risorse dal resto della società, per il potere che esercita direttamente: politici, tecnocrati, alti dirigenti pubblici nella sfera di governo; capitalisti, banchieri, top manager nella sfera dell’economia. Più coloro che hanno un potere indiretto attraverso la formazione delle idee, la diffusione di paradigmi ideologici, l’egemonia culturale: intellettuali, pensatori, opinionisti, giornalisti, educatori. Ci sono dentro anch’io.


Il tradimento delle élite è avvenuto quando abbiamo creduto al mantra della globalizzazione, abbiamo teorizzato e propagandato i benefici delle frontiere aperte: e questi per la maggior parte non si sono realizzati. 

Quando abbiamo continuato a recitare un’astratta retorica europeista mentre per milioni di persone l’euro e l’austerity erano sinonimi di un grande fallimento.

Il tradimento delle élite si è consumato quando abbiamo difeso a oltranza ogni forma di immigrazione, senza vedere l’enorme minaccia che stava maturando dentro il mondo islamico, un’ostilità implacabile ai nostri sistemi di valori.

Il tradimento delle élite è continuato praticando l’autocolpevolizzazione permanente, una sorta di riflesso pavloviano ereditato dai tempi in cui ”noi” eravamo l’ombelico del mondo: come se ancora oggi ogni male del nostro tempo fosse riconducibile all’Occidente, e quindi rimediabile facendo ammenda dei nostri errori.

Il tradimento delle élite ha giustificato ogni violenza contro di noi riconducendola ai nostri peccati ancestrali; e così ha illuso che il mondo possa tornare ”in ordine” se soltanto l’Occidente si pente e imbocca la retta via.


Il pensiero politically correct, dominante fra i tecnocrati, le élite e tanta parte della sinistra di governo, ha continuato a recitare la sua devozione a tutto ciò che è sovranazionale.

Tutto ciò che unisce al di là delle frontiere è stato considerato positivo per definizione: trattati di libero scambio, organizzazioni multilaterali.

Si è reso omaggio sempre e ovunque alla società multietnica, senza voler ammettere che questo termine in sé non vuol dire niente: «società multietnica » non ci dice qual è il risultato finale, il segno dominante, il mix di valori che regolano una società capace di assorbire flussi d’immigrazione crescenti.

Da tempo gli Stati Uniti sono multietnici; lo è l’India; lo è il Brasile; lo è la Russia; lo sono la Turchia e l’Iraq con le loro minoranze armene o curde.

E noi, a chi vogliamo assomigliare?


Può sembrare anacronistica l’attuale riscoperta, da destra, di un modello russo. Ma è anche questa una conseguenza del «tradimento delle élite ».

Alle paure di un’opinione pubblica angosciata dalla stagnazione economica e dal terrorismo, l’establishment globalista e ottimista ha risposto recitando a oltranza la stessa fiaba a lieto fine: «E dopo avere abbattuto le frontiere vissero per sempre felici e contenti ».

Se ormai ci credono in pochi, la colpa non è di Putin. 

Più in generale, per molti decenni abbiamo raccontato che in questo mondo sempre più connesso lo Stato-nazione è superato; e quindi, implicitamente, lo stesso esercizio della sovranità popolare che aveva fondato la democrazia su basi nazionali viene condizionato e limitato da forze superiori. Salvo scoprire che queste «forze superiori» non sono né oggettive né naturali; producono risultati che avvantaggiano pochi, sempre gli stessi. 

Come stupirsi, allora, se una parte di noi perde fiducia nella democrazia stessa?

«Non hanno dimenticato nulla. E non hanno imparato nulla». Si dice che 
Charles - Maurice de Talleyrand, celebre figura della Rivoluzione francese e del periodo napoleonico, diede questa definizione dei nobili esiliati, quando tornarono in patria con la Restaurazione del 1815. Evitiamo che quella frase finisca per descrivere anche la nostra generazione, il nostro tempo.

Fonte: qui

domenica 18 settembre 2016

EUROPA IN PEZZI - ESISTE SOLO L’ASSE TRA BERLINO E PARIGI, RENZI SI DICE INSODDISFATTO, LA MERKEL REPLICA: L’AGENDA ERA CONCORDATA

LA CONVINZIONE È CHE FRAU ANGELA VOGLIA ARRIVARE AL VOTO DELL' AUTUNNO 2017 SENZA PRENDERE INIZIATIVE FORTI: IL RISCHIO E' CHE I PROSSIMI 12 MESI VEDANO LA DISINTEGRAZIONE DELLA UE

Danilo Taino per il Corriere della Sera
MERKEL HOLLANDEMERKEL HOLLANDE

Esiste solo una relazione speciale in Europa: quella tra Berlino e Parigi. Non è più l' asse di una volta, è del tutto sbilanciata a favore della Germania e soprattutto non sta funzionando, di fronte alle crisi multiple della Ue. Ma sembra non avere alternative. È stata sufficiente una conferenza stampa a due, Angela Merkel e François Hollande assieme, per chiarire che «fronte dei Paesi mediterranei» e «alleanza dei governi socialisti» sono palloncini di aria calda. Per quanto mezza mediterranea e al momento socialista, la Francia non romperà con la Germania.

L' incontro EuMed di Atene del 9 settembre - capi di governo dei Paesi europei del Mediterraneo della famiglia socialdemocratica, compreso il presidente francese - aveva irritato il governo di Berlino. E aveva provocato la reazione di Wolfgang Schäuble sulle idee «poco intelligenti» che escono dai vertici della sinistra. La conferenza stampa Merkel-Hollande alla fine del summit europeo di Bratislava, venerdì, ha ricostituito l' ordine europeo: Parigi non va da nessuna parte senza Berlino. È una brutale piccolezza, confrontata con le sfide di oggi: ma è così. Il problema è capire se il vecchio motore franco-tedesco ha un piano e verso cosa conduce.

RENZI MERKELRENZI MERKEL
L' idea di Merkel, alla quale Hollande si è adeguato, è che dopo la Brexit non ci sia la possibilità di proseguire verso «una maggiore integrazione» della Ue: gli elettori non la vogliono e l' Unione si spaccherebbe, mentre oggi il primo obiettivo è l' unità dei 27. 

Quindi, solo iniziative concrete che i cittadini capiscano, su sicurezza, crescita economica e lavoro ai giovani. Questa è la linea seguita nel vertice informale di venerdì, che i leader di Germania e Francia hanno giudicato positivo.

Quella che Merkel, Hollande e il Consiglio europeo hanno chiamato Dichiarazione di Bratislava, però, per Matteo Renzi è molto meno, più uno Schizzo di Bratislava.
Nel governo italiano, l' idea è che la risposta che si sta dando alla Brexit e alle altre sfide a cui l' Europa è di fronte sia pericolosamente inadeguata.


renzi hollande merkel ventoteneRENZI HOLLANDE MERKEL VENTOTENE
La convinzione è che Merkel voglia arrivare alle elezioni federali tedesche dell' autunno 2017 senza prendere iniziative forti, con il rischio che i prossimi 12 mesi vedano lo sfilacciarsi definitivo della Ue, già nel pieno della sua maggiore crisi, con il Regno Unito in uscita, i Quattro di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia) su una rotta centrifuga, governi in ginocchio quasi ovunque e alle porte Putin, Erdogan, i terroristi, la tragedia siriana, i rifugiati e la possibilità di un presidente Trump. 

In quest' ottica, Renzi si è detto «insoddisfatto» delle conclusioni del vertice.

In realtà, che nella capitale slovacca non si sarebbero prese decisioni concrete ma si sarebbe per lo più mostrato la faccia unita della Ue a 27 e avviato un processo si sapeva da tempo. E il portavoce di Merkel ieri ha ricordato all' agenzia d' informazioni Ansa che la road-map «è stata condivisa e concordata da tutti i 27» della Ue, compresa l' Italia, e che lo «spirito di Bratislava» è uno «spirito di collaborazione». Resta il fatto che Renzi ha voluto allontanarsi da Berlino e Parigi: a costo di apparire isolato, ha diretto critiche forti soprattutto a Merkel ma si è anche irritato con Hollande. Idee e agende elettorali diverse.


renzi merkel hollandeRENZI MERKEL HOLLANDE
In discussione è la lenta strada dei «nervi saldi» presa dalla cancelliera e seguita dal presidente francese: capire se può avere successo nei prossimi 12-18 mesi, che per la Comunità saranno probabilmente i più duri in 60 anni di vita. Resta il fatto che l' obiettivo di Berlino e Parigi è l' unità europea: polemiche e ripicche a parte, di sicuro con Roma.

Fonte: qui


P.S. non c'è una linea comune e tante opinioni divergenti su tutti i punti principali e ne è stato redatto un documento del vertice. Insomma sono allo sbando più totale.

Di fatto l'Unione Europea è FINITA 

e l'arroganza di Hollande e della Merkel è completamente fuori luogo.