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lunedì 23 gennaio 2017

La deflazione programmata dell'Italia

L’Italia, ha certificato l’Istat, torna in deflazione per la prima volta dal 1959. Non è un incidente di percorso ma un obiettivo che è stato perseguito con lucidità e coerenza. L’ISTAT ha recentemente certificato che il 2016 è stato per l’Italia il primo anno di deflazione dal 1959.

Nell’anno appena terminato, i prezzi hanno registrato una variazione negativa dello 0,1 per cento rispetto al 2015. Era dal 1959, quando la flessione fu dello 0,4 per cento, che non accadeva.
Ciò che a prima vista potrebbe apparire come una manna dal cielo in tempo di crisi – beni e servizi a prezzi più accessibili, ottimo no? – è invece la cartina di tornasole della crisi profondissima in cui versa il nostro paese, quella che il governatore della Banca d’Italia ha recentemente definito  

«la recessione più profonda e duratura nella storia d’Italia».

La deflazione – con la quale s’intende una caduta generalizzata dei prezzi – è causata dal crollo della domanda aggregata e in particolar modo dei consumi, che infatti in Italia sono tornati ai livelli di trent’anni fa. A questo le imprese reagiscono riducendo il personale e tagliando i salari nonché, appunto, i prezzi. Il che, ovviamente, non fa che deprimere ulteriormente la domanda. E così via, in una spirale distruttiva da cui, una volta entrati, è molto difficile uscire. 


«Aumentano le diseguaglianze sociali e viene penalizzato chi è indebitato, che sia una famiglia o un’impresa. L’economia così invece di crescere va indietro. E sono i più poveri e quelli che vivono di lavoro a pagare il prezzo più alto».
Come nota Vecchi, la deflazione ha un effetto collaterale potenzialmente catastrofico: in uno scenario deflazionistico diventa sempre più difficile per le famiglie e le imprese far fronte ai debiti, perché i prezzi e i redditi calano ma il valore nominale del debito rimane inalterato (e dunque il suo valore reale aumenta). Questo – sommato alle imprese che sono costrette a chiudere: in Italia sono più di 100mila le imprese che sono fallite dall’inizio della crisi – fa ovviamente lievitare le sofferenze bancarie, ossia i crediti erogati a soggetti che sono poi diventati insolventi (o inesistenti), mettendo in crisi il settore bancario. L’Italia è una caso esemplare: l’ammontare delle sofferenze bancarie italiane è oggi pari all’incredibile somma di 360 miliardi di euro circa. Tra gli istituti più colpiti figurano, com’è noto, il Monte dei Paschi di Siena e altre banche “storiche”, per tenere a galla le quali il governo ha recentemente stanziato – in un’operazione tutt’altro che limpida – ben 20 miliardi di euro. Nota infine Guglielmo Forges Davanzati che  
«il principale effetto generato dalla caduta dei prezzi consiste nel ridistribuire reddito a beneficio dei percettori di rendite finanziarie (in quanto creditori) e di imprese esportatrici, dal momento che queste possono avvantaggiarsi della deflazione per recuperare quote di mercato nel commercio internazionale».
Tutto questo, come abbiamo detto, ha origine nel crollo della domanda interna verificatosi in Italia negli ultimi anni. E non poteva essere altrimenti, dopo sei anni di austerità fiscale (riduzione della domanda pubblica), svalutazione interna (riduzione dei salari e dunque della domanda privata) e “riforme strutturali” in salsa europea (riduzione delle tutele dei lavoratori, vedasi Jobs Act e affini), e più in generale dopo vent’anni di “convergenza” verso i criteri (intrinsecamente deflattivi) di Maastricht [1]. 

Che queste politiche avrebbero determinato una depressione della domanda aggregata (e dunque dell’inflazione, con pesanti ricadute sull’economia nel suo complesso) era ovvio, giacché la riduzione della domanda – al fine, secondo la narrazione ufficiale, di ridurre il disavanzo di partite correnti dei paesi della periferia e rendere queste economie più competitive – era (ed è) precisamente lo scopo di queste politiche. 

Come dichiarò Mario Monti in un’intervista alla CNN:  
«Stiamo effettivamente distruggendo la domanda interna attraverso il consolidamento fiscale».
Non si è trattato di un errore di percorso, insomma, ma di una strategia deliberata. 

Non a caso l’economista britannico Mark Blyth definisce l’austerità fiscale e salariale una forma di «deflazione volontaria» (“svalutazione interna” e “deflazione interna” sono infatti sinonimi). Allo stesso modo, era altrettanto ovvio che la politica di quantitative easing della BCE non avrebbe avuto pressoché alcun impatto sull’economia reale e di certo non sarebbe riuscita a compensare gli effetti depressivi delle politiche di austerità. 

Basta dare una rapida scorsa all’evoluzione delle retribuzioni in Europa negli ultimi anni per rendersi conto degli effetti drammatici di questa “cura letale”. 

Secondo dati dell’OCSE elaborati da Jan Zilinsky, tra il 2007 e il 2014 il reddito da lavoro (e dunque il potere d’acquisto) del lavoratore medio è diminuito del 50 per cento in Grecia, del 30 per cento in Spagna, del 19 per cento in Portogallo e del 14 per cento in Italia. 

Per i lavoratori a basso reddito le cose sono andate ancora peggio: -70 per cento in Grecia e Spagna, -60 per cento in Portogallo, -35 per cento in Italia[2]. 

E poi ci si sorprende che l’inflazione cali, fino a lasciare il posto alla deflazione? 








Fanno dunque sorridere – per non dire altro – le lacrime di coccodrillo di quei commentatori che hanno taciuto sulle politiche messe in campo negli ultimi anni (quando non le hanno entusiasticamente sostenute) e ora chiedono al governo di «intervenire» per combattere la deflazione, come se questa fosse l’effetto di una calamità naturale o al massimo dell’“inazione” del governo, e non il risultato di politiche che avevano come obiettivo esattamente quello di ottenere la deflazione (interna) attraverso la svalutazione salariale. 

Obiettivo che possiamo considerare pienamente centrato e di cui il governo sembra andare alquanto fiero, tanto che una recente brochure del Ministero dello Sviluppo Economico invitava gli stranieri a investire in Italia proprio in virtù degli stipendi più bassi della media europea.


Che sia chiaro: le cosiddette riforme strutturali, rivolte soprattutto all’eliminazione delle “rigidità del mercato del lavoro” e alla riduzione della contrattazione collettiva – di cui le manifestazioni più lampanti in Italia sono stati il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18 – sono parte integrante di questa strategia di svalutazione interna. È fin troppo evidente, infatti, che una maggiore flessibilità e precarizzazione del lavoro – che favorisce contratti precari, riduce le tutele sul lavoro e facilita i licenziamenti – permette alle aziende di esercitare una maggiore pressione al ribasso sui salari, deprimendo ulteriormente la domanda[3]. Persino un osservatore solitamente pacato come Gad Lerner al tempo della discussione intorno al Jobs Act ipotizzò che la riforma fosse «un passaggio preliminare mirato al drenaggio di altre risorse dalle buste paga dei lavoratori» e più precisamente «a una decurtazione complessiva dei redditi da lavoro dipendente», all’interno di un più ampio «ridisegno complessivo del nostro sistema economico».

Nota l’economista francese Michel Husson che le trasformazioni che sono avvenute sul mercato del lavoro in Italia e altrove negli ultimi anni «non sono il prodotto di sviluppi spontanei» ma sono il risultato dell’attuazione di riforme strutturali relative all’organizzazione dei mercati del lavoro il cui «obiettivo è decentralizzare al massimo la contrattazione collettiva per avvicinarla il più possibile alle realtà delle imprese e aggiustare la progressione dei salari ai risultati di redditività di ogni singola impresa».

Offrire alle imprese maggiore facilità di licenziamento rappresenta un elemento cruciale – anch’esso pienamente realizzato – di questa strategia.

Un’indagine sui salari condotta dalla Banca centrale europea mostra infatti come il 10 per cento dei datori di lavoro europei trovi più facile “regolare l’occupazione” oggi di quanto non lo fosse nel 2010. Come si può vedere nel seguente grafico, questa percentuale è particolarmente elevata (30 per cento o più) nei paesi più colpiti da queste riforme come la Grecia, la Spagna e il Portogallo. Per quanto riguarda l’Italia, solo un mese fa l’Osservatorio sul precariato dell’INPS riportava che i licenziamenti disciplinari dall’entrata in vigore del Jobs Act sono aumentati del 28 per cento.











Dal breve quadro che abbiamo tratteggiato emerge con chiarezza come la deflazione – in Italia e altrove – non sia un incidente di percorso quanto piuttosto un obiettivo che è stato perseguito con lucidità e coerenza da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi anni. 

Non crederemo davvero che ora saranno quegli stessi governi a tirarci fuori dal disastro che hanno pianificato a tavolino?

Note

[1] Già nel lontano 1978 Luigi Spaventa, al tempo deputato indipendente eletto nelle liste del PCI, previde con straordinaria lucidità le conseguenze dell’imminente ingresso dell’Italia nello SME, precursore dell’euro: 

«Quest’area monetaria rischia oggi di configurarsi come un’area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese sviluppo dell’occupazione e del reddito. Infatti non sembra mutato l’obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna».

[2] Il dato si riferisce sia al lavoro salariato che al lavoro autonomo, per cui è probabile che il dato sia parzialmente “falsato” da un aumento vertiginoso del lavoro nero tra i lavoratori autonomi.

[3] Vent’anni di ricerche empiriche hanno dimostrato che non esiste nessuna correlazione positiva tra flessibilizzazione del mercato del lavoro e crescita economica ed occupazionale. E l’Italia ne è la dimostrazione evidente: a partire dalla legge Treu del 1997, sono state approvate nel nostro paese ben nove riforme del mercato del lavoro, di cui sette negli ultimi sette anni, col risultato che oggi l’OCSE riconosce all’Italia il pregio di essere il paese che ha maggiormente flessibilizzato il mercato del lavoro tra i paesi industrializzati. A tal proposito è opportuno notare che l’Italia è il paese europeo in cui i salari reali sono cresciuti di meno dai primi anni novanta ad oggi, determinando una consistente riduzione della quota dei salari sul PIL.

Fonte: eunews.it

sabato 22 ottobre 2016

Isteria americana: sanzioni, disinformazione e terrorismo non fermano i BRICS

Pochi giorni fa a Goa, in India, i leader dei Paesi BRICS compivano un altro passo verso la riforma dell’ordine mondiale. 
Nonostante le affermazioni occidentali e di certi media ed esperti russi sui BRICS in crisi ed organizzazione non più necessaria, è improvvisamente apparso chiaro che l’unione, consolidando le maggiori economie in via di sviluppo, si rafforza a pieno. 
Se si chiamano le cose con il loro nome, allora va riconosciuto che i BRICS sono più vivi di tutti i vivi e saranno ai funerali di coloro che ne affermano la morte. Va attirata l’attenzione su un fatto che ha molto addolorato gli Stati Uniti, in particolare dipartimento di Stato e CIA. 
Se si ricorda, fecero sforzi titanici per organizzare l’impeachment dell’ormai ex-Presidentessa brasiliana Dilma Rousseff. L’operazione è stata lunga, sporca e le orecchie statunitense sporgevano dalle quinte, tanto che fu del tutto indecente. Dall’ascesa del protetto degli statunitensi Michel Temer, molti si aspettavano l’imminente fine dei BRICS. In pratica, gli statunitensi furono palesemente ingannati. Temer arrivava a Goa con una corte di uomini d’affari brasiliani dichiarando di accoglierne i necessari investimenti nel Paese. Non una parola su abbandono o crollo dei BRICS. Tutte le conversazioni riguardavano i soldi. 
Gli statunitensi ne saranno offesi, non avendo trovato in Brasile il suo Poroshenko. Netto fallimento della politica estera degli Stati Uniti. 
In questo contesto, passava inosservata la notizia che la Nuova Banca per lo Sviluppo (Banca BRICS), creata congiuntamente, dal prossimo anno investirà in specifici progetti infrastrutturali, anche in Russia, e probabilmente avvierà l’emissione di obbligazioni nelle valute dei Paesi BRICS, anche rubli. 
Così, il dominio del sistema finanziario globale di FMI e Banca mondiale volge visibilmente al termine. 

La ciliegina sulla torta è la dichiarazione dei leader dei BRICS che l’organizzazione debba svolgere un ruolo più importante nell’influenzare l’agenda internazionale. Ciò fu vivacemente e fermamente espresso dal leader cinese Xi Jinping. Traducendone la dichiarazione dal linguaggio diplomatico a uno semplice: influenzare l’agenda globale è un gioco a somma zero. Quando qualcuno influenza di più, l’altro influenza di meno. E sono gli Stati Uniti, che hanno influenzato tutti, che influenzeranno di meno.

I tentativi diplomatici statunitensi (e di certi europei) di proteggere terroristi e specialisti militari statunitensi intrappolati ad Aleppo appaiono francamente grotteschi in questo contesto, minacciando la Russia di nuove sanzioni, che l’entourage di Angela Merkel ha già accettato, a quanto pare per spaventare Vladimir Putin. Il piano non ha funzionato, ed è improvvisamente chiaro che non solo non ha funzionato, ma ha fallito miseramente. 
Si guardi cosa il capo della diplomazia europea, Federica Mogherini, ha detto: “Le sanzioni sono attivamente discusse sui media, ma non nelle nostre riunioni. Non un solo Paese l’ha proposto nei nostri incontri“. 
Uh oh! Ecco cosa accade quando bluffano? 
Gli statunitensi hanno effettuato un attacco psicologico e mediatico contro la Russia, scoprendo in realtà che nessuno aveva proposto nuove sanzioni. Non solo è una vergogna, ma un segno di disperazione. 
Cosa potranno fare gli statunitensi per rallentare la fine della loro egemonia globale? Si daranno da fare con campagne di disinformazione, coi media che controllano. E lo fanno. Possono anche accanirsi con i rastrellamenti diplomatici. E lo fanno. Possono imporre sanzioni. E lo fanno. Purtroppo hanno anche la possibilità di usare il terrorismo. E lo fanno pure.
Credo che Motorola sia stato vittima delle ambizioni geopolitiche statunitensi. Sottolineo che questa valutazione non dipende da chi ha piazzato l’esplosivo o a quale gruppo o nazionalità appartenesse. Non importa, questo crimine porta agli Stati Uniti, e vi si deve rispondere a freddo, abilmente, in modo asimmetrico e naturalmente senza rivendicarla. L’isteria dei falchi statunitensi dimostra ancora una volta che la tattica fredda e costante della Russia produce i risultati migliori. Non va cambiata e va continuata scacciando gradualmente gli statunitensi, prestando particolare attenzione a quei punti nel mondo che gli sarebbero più dannosi. Perdere Aleppo è un disastro tangibile per gli statunitensi. Per noi, lo ripeto, non c’è che una sola opzione: continuare lentamente e costantemente a fare pressione nel mondo. E chi resisterà fino alla fine sarà il vincitore di questo conflitto geopolitico. Le crepe dell’egemonia degli USA sono già visibili e l’isteria statunitense è già frastornante. È impossibile interrompere la creazione del mondo multipolare.
Ruslan Ostashko, PolitRussia, 18 ottobre 2016 – Forte Russ
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

venerdì 14 ottobre 2016

Il collasso dell'euro e del Nuovo Ordine Mondiale

Abbiamo ormai una certa familiarità col termine "Nuovo Ordine Mondiale".

I progressisti negli Stati Uniti e l'Old Boy Network in Gran Bretagna -- il Round Table Network -- hanno iniziato a promuovere la globalizzazione sin dalla prima guerra mondiale. Anche i teologi liberal del Social Gospel Protestant, la quale l'hanno considerata come un prolungamento del regno di Dio. La conferenza di pace di Versailles era la loro occasione d'oro. 

La Società delle Nazioni era l'incarnazione della loro visione. Sarebbe diventata un Nuovo Ordine Mondiale.


Questa settimana mi sono imbattuto in un libro di Samuel Batten, The New World Order. Venne pubblicato nel 1919. Era una difesa del globalismo post-guerra. Venne scritto seguendo il punto di vista del Social Gospel Protestant. Iniziava così:


Il mondo non potrà mai tornare ad essere quello che è stato. La casa è crollata, e la sua struttura è inutile. In questo periodo di ricostruzione è imperativo che gli uomini comprendano quali siano i principi difettosi del vecchio ordine da tenere fuori, e quali siano i veri principi che dovrebbero essere considerati le fondamenta della casa che verrà costruita.
Che tipo di ordine mondiale vogliamo?
Quali sono i principi e gli ideali che dovrebbero guidarci nella nostra pianificazione?
Quali sono le cose immediate e quali sono i fini ultimi? 
Quali sono le forze ed i fattori su cui possiamo contare per ottenere aiuto ed ispirazione? Queste sono questioni di primaria importanza.

Mentre questo passaggio potrebbe non significare nulla per voi, significa qualcosa per me. Il PDF è stato creato da una copia nella biblioteca della University of California, Riverside. Era stato donato da Gordon Watkins. Watkins è stato il primo presidente della UCR, 1954-1956. Aveva fatto parte dell'élite educativa della nazione. Wikipedia riporta questo: "È stato nominato dai presidenti Franklin D. Roosevelt e Harry S. Truman come membro della commissione fact-finding and labor arbitration, era un membro di una commissione di mediazione federale, è stato consulente del Danish Committee on Public Monopolies e consigliere e direttore del Building and Loan Institute of Los Angeles." Le sottolineature del libro probabilmente sono le sue. Potete scaricarlo a questo indirizzo.

Qui era una grande figura educativa, che curò la creazione di un campus separato nella più grande e prestigiosa università finanziata dalle tasse negli Stati Uniti. Eppure era guidato da una visione teologica -- globalismo.


Il nostro percorso è chiaro.
"L'indipendenza illimitata degli stati sovrani è tanto impossibile e indesiderabile quanto l'anarchica dei singoli cittadini."
La giustizia e la pace tra le nazioni esisteranno esattamente allo stesso modo in cui sono state approssimate all'interno dello stato, con l'unione e la collaborazione di tutti nella legge e nel diritto, con tutti che proteggeranno gli altri e saranno al servizio di tutti.
Così come la società ha affermato i principi di gestione sociale per la persona, allo stesso modo le nazioni devono affermare il principio di gestione nazionale per il mondo. Dobbiamo affermare il vecchio principio secondo cui la terra con le sue risorse è stata data da Dio agli uomini.
Dobbiamo dire che è contro l'interesse della società consentire a qualsiasi individuo di controllare in modo esclusivo le risorse naturali, rendendole proprietà privata e sfruttandole a proprio vantaggio contro il benessere della società. Allo stesso modo dobbiamo dire che si tratta di un torto contro l'umanità sprecare le risorse a livello individuale, o sequestrare tali risorse e sfruttarle a proprio vantaggio a livello nazionale.

Qual è stato il risultato? 

"Le 1,100 persone più ricche nel mondo oggi hanno un patrimonio netto che è quasi il doppio dei 2.5 miliardi di persone che guadagnano di meno." 

Questa è la superclasse. Questa è la Old Boy Network in azione.

Il Nuovo Ordine Mondiale del 1919 è diventato il Nuovo Ordine Mondiale dell'Europa post-seconda guerra mondiale. La forza motrice, dal 1919 fino alla sua morte nel 1979, fu Jean Monnet. Era dietro la creazione dell'Unione Europea, a cominciare con la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio nel 1951.


L'INCOMBENTE SFALDAMENTO DEL NWO

Questa settimana John Mauldin ha pubblicato un saggio di Charles Gave. Gave è un veterano: un analista economico. Il suo articolo è una rivelazione.

"In Europa il problema principale per un secolo o più è stata la rivalità tra la Germania e la Francia, la quale ha portato a tre guerre che sono diventate progressivamente sempre più distruttive." 

Le tre guerre erano la guerra franco-prussiana del 1870, la prima guerra mondiale e la seconda guerra mondiale.


Mentre le élite esauste in Europa raggiungevano il 1945, era ovvio che la guerra non avrebbe risolto nulla e, quindi, venne provata una nuova soluzione sotto forma d'Europa "politica". Il piano funzionò a tal punto che emersero nuove sfide, come ad esempio la gestione della riunificazione della Germania, la gestione dell'invecchiamento della popolazione e l'integrazione di un sacco di immigrati provenienti da civiltà diverse.

Questo era il piano di Monnet.

Queste nuove sfide richiedevano nuove soluzioni, ma le élite hanno risposto con soluzioni utilizzate per gestire le sfide precedenti: l'integrazione forzata dell'Europa in un unico costrutto politico ed economico.

Non sorprende se le vecchie soluzioni non abbiano funzionato, e anzi la loro applicazione sta facendo peggiorare i vari problemi dell'Europa.

La cosa interessante è che i membri delle élite lo stanno iniziando ad ammettere apertamente:

Mervyn King, l'ex-governatore della Banca d'Inghilterra, ha scritto nel suo recente libro The End of Alchemy che i leader europei hanno spinto per l'adozione dell'euro come moneta unica sapendo che avrebbe causato un disastro economico nel Sud Europa.

L'idea era che l'impatto sulle economie deboli avrebbe costretto i politici ad accettare le "riforme" imposte da Bruxelles. 

In parole povere, King sostiene che queste élite abbiano organizzato consapevolmente un enorme calo del tenore di vita nella speranza d'indebolire la legittimità dei politici locali. 

Il problema è che la maggior parte delle persone normali crede (giustamente) che il loro stato rappresenti la migliore garanzia affinché si possa "vivere insieme", cosa che incarna il contratto di base vincolante una nazione.


Questa è una rivelazione sorprendente. Quelli di noi che alla fine degli anni '90 si sono opposti alla creazione dell'euro, sapevano che ci sarebbe stata una netta divisione tra l'Europa settentrionale parsimoniosa e l'Europa meridionale spendacciona. 

Credevamo fermamente che l'euro sarebbe fallito. I deficit delle nazioni meridionali avrebbero fatto a pezzi la zona Euro. 

Ma non ricordo nessuno che abbia detto che l'euro fosse parte di una cospirazione di banchieri del Nord contro il Sud -- una strategia per portarli sotto il controllo del Nord. 

Se le cose stessero così, allora tale piano è fallito clamorosamente. Il Sud ha accumulato enormi debiti nei confronti delle banche del Nord, le quali ora sono intrappolate. Questo è stato il motivo per cui i governi del Nord hanno salvato la Grecia. Il Sud ha il controllo ora.

Il FMI era a bordo fin dall'inizio.


La scorsa settimana il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato una valutazione graffiante sulla gestione della crisi della zona Euro, con l'accusa di aver ignorato volutamente i difetti fatali nel progetto Euro a causa di un attaccamento emotivo.

È diventato un totem del FMI pensare che in una zona di pagamento comune, non ci possa essere una crisi di solvibilità. Inoltre le "soluzioni" imposte alla Grecia danneggiano la parte più vulnerabile della società, causando un crollo del tenore di vita.

Mettendo sotto i riflettori la sua stessa competenza, le sue valutazioni (previsioni) circa l'impatto delle sue politiche sull'economia greca rasentano il ridicolo. 

I processi seguiti dal personale del FMI hanno dimostrato d'essere poco professionali, con decisioni prese senza un'adeguata discussione e documentazione.


Le grandi banche hanno attirato il Sud -- settore privato ​​e pubblico -- verso un massiccio indebitamento. 

Poi il FMI ha offerto salvataggi ai governi su questa base: "austerità", il che significa disavanzi pubblici un po' meno mostruosi. Ma questa non era una novità. Questa è stata la strategia del FMI sin dall'inizio. Il miglior libro su questo tema è Confessions of an Economic Hitman di John Perkins.

Anche questa strategia è ormai saltata in aria. Il Brexit è stato il primo segno.


I nostri "esperti" (gli uomini brillanti di Davos) hanno dimostrato di proteggere i propri interessi piuttosto che il bene comune. Ciò è particolarmente rivelatorio in Europa, dove c'è un crollo della legittimità dei tecnocrati presumibilmente onniscienti e delle istituzioni transnazionali, che sin dal 2011 hanno caratterizzato il progetto europeo con effetti deleteri. Non solo il FMI, ma anche la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea hanno visto decimata la loro credibilità.

La cosa veramente preoccupante riguardo queste istituzioni palesemente incompetenti, è la loro continua presa di potere senza alcuna autorità appropriata. Tale arroganza li ha visti infrangere ogni regola concordata di gestione economica nazionale che esisteva prima della crisi (ora sembra solamente un dettaglio ininfluente che la BCE non potesse acquistare titoli di stato), nel vano tentativo di sostenere un progetto che sta manifestamente spingendo le economie europee verso un disastro. Dove stiamo andando?

Storicamente, quando una "mafia" non eletta ha preso il controllo del dominio politico, le due opzioni disponibili per i cittadini sono state le elezioni e una rivoluzione.

Come al solito, gli inglesi si sono mossi per primi -- attraverso un'elezione (l'ultima rivoluzione in Inghilterra c'è stata nel 1688).

La decisione degli inglesi d'andarsene non dovrebbe essere così sorprendente, dato che il sistema dell'UE è stato truccato affinché le "élite" non fossero licenziate democraticamente.


Egli pensa che la zona Euro crollerà. 

Ma questo significa anche che l'UE crollerà. 

La Gran Bretagna potrebbe uscirne più facilmente; non ha fatto parte dell'unione monetaria della zona Euro. Il resto dell'UE è intrappolato. Una disgregazione politica comporterà una disgregazione della valuta. Credo che abbia ragione.
Egli pensa che questo rafforzerà il dollaro e la sterlina. Concordo.

Le banche italiane sono sull'orlo del fallimento. Ma lo sono anche quelle della Spagna. Chi avrà fondi sufficienti per salvare entrambi i sistemi bancari? 

Subito dopo c'è la Francia.

CONCLUSIONE

Gave ha usato questa parola: "Disastro". David Stockman usa questa parola: "Rovina". 

Queste sono parole retoricamente potenti. Indicano una perdita di fiducia nell'economia. I due autori non credono che i salvataggi centrali funzioneranno la prossima volta. Gave dice: "Tenetevi forte."





Gary North

[*] traduzione di Francesco Simoncellihttps://francescosimoncelli.blogspot.it/2016/10/il-collasso-delleuro-e-del-nuovo-ordine.html