NEMMENO PER NIENTE. SIAMO A UNA SVOLTA CRUCIALE DELLA STORIA E DEI RAPPORTI CON PECHINO, CHE AVEVA ANNUNCIATO: ''20 ANNI DI SVILUPPO PACIFICO E SENZA BISOGNO DI GUERRA'', CHE SCADONO L'ANNO PROSSIMO.
AUSTRALIA, NUOVA ZELANDA, CANADA, MA ANCHE GIAPPONE, COREA DEL SUD E INDIA SI STANNO ALLINEANDO CON GLI USA PER NON ESSERE TRAVOLTI.
Dal 13 al 24 novembre 2006, ogni giorno in prima serata, la televisione di Stato cinese mandò in onda un documentario in dodici puntate intitolato “Da Guo Jue Qi”, cioè “L’ascesa delle grandi potenze”. Così, a centinaia di milioni di telespettatori, furono raccontate la nascita degli imperi coloniali portoghese e olandese, la rivoluzione industriale della Gran Bretagna, le intemperanze della potenza teutonica, le mutevoli vicende della Russia zarista e poi sovietica, la fondazione e quindi la Grande crisi degli Stati Uniti. Secondo l’ex segretario di Stato Usa Henry Kissinger, questo documentario senza precedenti fu il tentativo di popolarizzare una riflessione avviata ufficialmente qualche tempo prima sul “periodo di opportunità strategica” del Paese, com’era stato ribattezzato in alcune analisi avallate dal Partito comunista cinese.
JIANG ZEMIN E KISSINGER
Un periodo che sarebbe coinciso, stando alle autorità di Pechino, con i primi vent’anni del XXI secolo. Tra il 2000 e il 2020, sulla base di questa previsione, la Cina contemporanea avrebbe potuto svilupparsi economicamente e militarmentesenza rimanere nel frattempo coinvolta in nessun conflitto armato di rilievo. A patto di evitare gli errori delle grandi potenze che l’avevano preceduta, appunto. Nel 2019, secondo questa analisi del Partito comunista cinese, la ventennale ascesa “tranquilla” dell’ex Impero celeste dovrebbe essere ormai quasi terminata. Una lettura non superficiale delle attuali relazioni sino-americane, e quindi sino-occidentali, potrebbe forse partire da qui: cosa succede quando il “periodo di opportunità strategica” della Cina sta per finire?
TRUMP XI
Succede, per fare un esempio tratto dalla cronaca di queste ore, che George Soros, finanziere e filantropo statunitense di origini ungheresi, intervenga al World Economic Forum di Davos per parlare dell’impatto dell’intelligenza artificiale sulla democrazia e apostrofi così il presidente cinese: “Xi Jinping è il più pericoloso avversario delle società aperte”. L’aggressiva dichiarazione di Soros, noto antipatizzante di Donald Trump in servizio permanente effettivo, dovrebbe finalmente convincere alcuni commentatori e analisti europei a leggere cum grano salis gli attuali rapporti tra Washington e Pechino, senza derubricare due anni di attriti tra l’attuale Amministrazione Usa e la controparte cinese come fossero frutto del capriccio di un presidente sopra le righe.
Una prospettiva non esclusivamente Washington-centrica sulle relazioni sino americane, d’altronde, avrebbe già potuto sfatare un pregiudizio così superficiale. Si prenda quanto accaduto in questo inizio d’anno in Australia, democrazia collocata alla più estrema periferia geografica dell’anglosfera e dirimpettaia della Cina.
YANG HENGJUN
Da una parte il premier australiano, il liberal- conservatore Scott Morrison, ha appena compiuto un’inedita missione diplomatica in alcune isole del Pacifico dispiegando, per quanto possibile, il soft power di Canberra: a Vanuatu, dove un premier australiano in visita ufficiale non si vedeva dal 1990, promettendo infrastrutture e aperture commerciali; alle Fiji, Paese che l’anno scorso dopo molteplici rimostranze australiane abbandonò l’idea di ospitare una base militare cinese, puntando su infrastrutture e immigrazione regolare. Allo stesso tempo un’altra missione governativa in Cina, quella del ministro australiano della Difesa Christopher Pyne, è stata funestata da una crisi diplomatica scoppiata all’improvviso.
Yang Hengjun, ex burocrate del Partito comunista cinese con una seconda vita da scrittore di thriller naturalizzato australiano, è stato infatti arrestato dalle autorità di Pechino – con l’accusa di mettere a rischio la sicurezza nazionale – a ridosso della visita dell’esponente dell’Esecutivo di Canberra.
SCOTT JOHN MORRISON 1
Un imprevisto che si è verificato subito dopo le proteste ufficiali dell’Australia per la detenzione in Cina di due cittadini canadesi(le gati a George Soros), l’imprenditore Michael Spavor e l’ex diplomatico Michael Kovrig, anch’essi accusati di cospirare contro la sicurezza statale e il cui fermo è stato interpretato da più parti come una ritorsione per l’arresto in Canada della dirigente di Huawei, Meng Wanzhou. Tre episodi, in meno di una decina di giorni, che confermano come la capacità statunitense di interagire con la Cina, e magari di influenzare le sue scelte, non possa essere pienamente compresa senza tener conto dell’effetto “moltiplicatore” svolto in questo ambito dagli alleati di Washington.
MICHAEL KOVRIG
Vero, l’Amministrazione Trump non sembra tenere in gran conto le classiche organizzazioni multilaterali: sul fronte asiatico, per esempio, Washington ha abbandonato l’accordo di libero scambio TPP che “circondava” la Cina e ha contribuito finora a depotenziare l’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO) che secondo alcuni costituirebbe lo strumento principe per arginare le scorrettezze commerciali made in China.
Eppure perfino analisti molto critici dell’attuale Amministrazione – come quelli della Brookings Institution – riconoscono che, nel caso del confronto a distanza con Pechino, una qualche forma di collaborazione multilaterale Trump l’abbia di tanto in tanto ottenuta. Il caso più evidente si è verificato alla fine del 2018, quando i Paesi del gruppo Five Eyes – Australia, Canada, Nuova Zelanda e Regno Unito che collaborano con l’“occhio” a stelle e strisce – si sono formalmente associati alla condanna pubblica degli Stati Uniti contro il cyber-spionaggio attuato dalla Cina. Il nuovo attivismo australiano nell’area del Pacifico, di cui si è detto sopra, è un altro esempio di questo gioco di squadra.
MICHAEL SPAVOR CON KIM JONG UN
L’Amministrazione Trump, per fronteggiare Pechino, non disdegna dunque quello che potremmo definire un multilateralismo empirico e selettivo. Al di là della definizione di tale approccio, è importante sottolineare perché la costituzione di un simile fronte che ha come obiettivo il contenimento cinese possa realizzarsi proprio in questo momento storico e grazie alla collaborazione dei Paesi democratici più geograficamente ed economicamente prossimi alla Cina – cioè Australia, Nuova Zelanda, Canada, ma anche Giappone, Corea del Sud e India. Sono infatti questi Paesi, all’avvicinarsi del 2020 che convenzionalmente coincide con la fine dell’ascesa pacifica cinese, a testare o a temere per primi quel che verrà dopo il cosiddetto “periodo di opportunità strategica”.
TRUMP XI JINPING
Un Paese come l’Australia, “canarino” democratico nella “miniera” del capitalismo autoritario cinese, già oggi subisce in maniera massiccia le interferenze di Pechino nella propria vita democratica, per esempio. Sempre l’Australia è il primo Paese a vedere dispiegarsi fuori dai propri confini una forza militare che, come si legge in un recente rapporto della Defence Intelligence Agency sull’esercito di Pechino, è ormai in grado di gestire un conflitto regionale e allo stesso tempo di raggiungere obiettivi militari nemici in tutto il mondo (pur senza potere ancora schierare forze convenzionali ovunque). Assumendo questa prospettiva meno Washington-centrica, i tweet di Trump sulla Cina assumono un significato e un peso diversi.
Non a caso un atteggiamento retorico e diplomatico più incisivo nei confronti della leadership cinese da parte dell’Amministrazione americana riscuote diffuso apprezzamento negli apparati diplomatici e di sicurezza di Paesi – come l’Australia e il Giappone – legittimamente più ansiosi di capire l’evolversi della parabola cinese. “La grande domanda è se, di fronte a una forma di resistenza concertata a livello internazionale, non solo da parte degli Stati Uniti ma anche dei suoi numerosi alleati, Xi modificherà le sue convinzioni o le sue posizioni su qualche tema”, ha scritto Richard McGregor, del think tank australiano Lowy Institute, individuando così la ratio del nuovo “multilateralismo empirico” a trazione statunitense.
TRUMP E XI JINPING ALLA CITTA PROIBITA PIAZZA TIEN AN MEN
La scommessa che certi attori nell’area asiatica sembrano voler giocare adesso rispetto alla Cina assomiglia a quella di un genitore nei confronti di un figlio adolescente molto irrequieto. Il padre e la madre alzano e induriscono i toni nella speranza di modificare gli atteggiamenti più pericolosi dell’adolescente, prima che il giovane cresca e poi sia troppo tardi per indurlo a cambiare.
Se il “periodo di opportunità strategica” di Pechino che volge oramai al termine assomiglia all’adolescenza della potenza cinese contemporanea, allora per Canberra, Tokyo o Ottawa appare tutt’altro che avventato fare sponda con gli Stati Uniti di Trump su questo dossier. Nessun diplomatico o militare – australiano, canadese o giapponese – userà mai una simile metafora pedagogica in pubblico, ovviamente, ma delimitare oggi il perimetro dei comportamenti cinesi ritenuti accettabili sullo scacchiere internazionale potrebbe essere l’unica via per evitare problemi maggiori domani.
Con la fine del momento unipolare, che ha visto Washington dominare le relazioni internazionali, i paesi eurasiatici più ricchi e potenti stanno iniziando a organizzarsi in strutture e accordi di alleanze che mirano a facilitare il commercio, lo sviluppo e la cooperazione.
All'apice del momento unipolare statunitense, Bill Clinton guidava un paese in piena ripresa economica e gli strateghi del Pentagono stavano elaborando piani per modellare il mondo a loro immagine e somiglianza. L'obiettivo non dichiarato era il cambio di regime in tutti i paesi con sistemi politici non approvati, che consentirebbero la proliferazione della "democrazia" fatta dagli Stati Uniti ai quattro angoli della terra. Paesi chiaramente eurasiatici come la Russia, l'India, la Cina e l'Iran erano in cima alla lista delle cose da fare, come lo erano i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa.
L'attentato e la distruzione della Jugoslavia sono stati l'ultimo passo nell'assalto alla Federazione Russa in seguito allo scioglimento del Patto di Varsavia. Eltsin rappresentava il mezzo attraverso il quale l'alta finanza occidentale decise di succhiare tutta la ricchezza della Russia, privatizzando le società e saccheggiando risorse strategiche.
La Cina, d'altra parte, ha visto una rinascita a seguito del trasferimento delle aziende manifatturiere americane ed europee nel paese per approfittare della manodopera a basso costo offerta. L'India, storicamente vicina all'URSS, e l'Iran, storicamente avverso a Washington, stavano lottando per trovare un nuovo equilibrio in un mondo dominato da Washington.
Teheran era chiaramente in aperto conflitto con gli Stati Uniti a causa della rivoluzione islamica del 1979 che liberò il paese dalla sottomissione occidentale sotto lo Shah Mohammad Reza Pahlavi . L'India ha capito la nuova realtà, gettando le basi per una stretta collaborazione con Washington. In precedenza, l'uso del jihadismo in Afghanistan, attraverso il coordinamento tra Pakistan, Arabia Saudita e Stati Uniti, aveva seriamente indebolito le relazioni tra India e Stati Uniti, ricordando che New Delhi era un importante alleato di Mosca durante la Guerra Fredda.
Dopo la caduta del muro di Berlino e l'inizio dell'era unipolare, India, Russia, Cina e Iran hanno iniziato il loro percorso di rinascita storica, pur partendo da posizioni molto diverse e seguendo percorsi diversi. L'India capì che Washington aveva un enorme potere economico e militare a sua disposizione. Nonostante i primi abbracci tra Clinton e il primo ministro indiano Atal Bihari Vajpayee, i rapporti tra Nuova Delhi e Washington raggiunsero livelli inaspettati durante l'era Bush. Una serie di fattori ha contribuito a saldare il legame. C'era, in primo luogo, la realtà della grande crescita economica dell'India. In secondo luogo, l'India ha offerto l'opportunità di controbilanciare e contenere la Cina, un classico scenario geopolitico.
Durante questo delicato periodo unipolare, ci furono due eventi molto significativi per Russia e Cina che rappresentarono l'inizio della fine per i piani di Washington di dominare il pianeta. Prima di tutto, Putin divenne presidente della Federazione Russa il 31 dicembre 1999. In secondo luogo, Pechino fu accettata dall'Organizzazione mondiale del commercio (OMC). L'attuale potenza economica cinese ha preso il volo grazie alle società industriali occidentali che hanno trasferito la loro produzione in Cina per vedere triplicare i loro dividendi e costi più che dimezzare. Era un modello vincente per il capitalista e un perdente per il lavoratore delle fabbriche occidentali, come avremmo visto 20 anni dopo. Il pensiero strategico del neoeletto Putin era geopoliticamente visionario e aveva alla base un completo rinnovamento della dottrina militare russa.
Inizialmente, la Cina e la Russia hanno cercato di seguire il percorso indiano di cooperazione e sviluppo con Washington. Mosca ha tentato un franco dialogo con Washington e la NATO, ma la decisione da parte degli Stati Uniti nel 2002 di ritirarsi dal Trattato sui missili anti-balistici (Trattato ABM) ha segnato l'inizio della fine del sogno occidentale di integrare la Federazione Russa nella NATO. Per Pechino, la strada era più in discesa, grazie a un circolo vizioso in cui l'Occidente si è trasferito in Cina per aumentare i profitti, che sono stati poi investiti nel mercato azionario statunitense, moltiplicando i guadagni più volte. Sembrava che gli americani avessero preso qualcosa finché, 20 anni dopo, l'intera classe media e lavoratrice si ritrovò ridotta alla miseria.
In questo periodo successivo all'11 settembre 2001, l'attenzione di Washington si è spostata rapidamente dall'affrontare i poteri rivali alla cosiddetta "lotta" contro il terrorismo. Era un espediente modo di occupare paesi strategicamente importanti in regioni strategicamente importanti del pianeta. In Eurasia, le forze statunitensi si sono stabilite in Afghanistan con il pretesto di combattere al-Qaeda e ai talebani. In Medio Oriente, occupano l'Iraq per la seconda volta e ne hanno fatto una base operativa da cui destabilizzare il resto della regione nei decenni successivi.
Mentre India e Cina perseguivano principalmente la crescita pacifica come mezzo per potenziare economicamente la regione asiatica, la Russia e l'Iran capirono presto che l'attenzione di Washington sarebbe caduta su di loro. Mosca era ancora considerata il nemico mortale dai guerrieri neoconservatori della Guerra Fredda, mentre la rivoluzione islamica del 1979 non era né dimenticata né perdonata. Nel decennio successivo all'11 settembre, sono state poste le basi per la creazione di un ordine multipolare, generando nel processo l'enorme caos di transizione che stiamo vivendo attualmente.
L'India e la Cina hanno continuato il loro percorso per diventare giganti dell'economia, anche se c'è una rivalità latente ma costante, mentre Iran e Russia hanno continuato il loro percorso di ringiovanimento militare al fine di garantire un deterrente sufficiente a scoraggiare gli attacchi rispettivamente da parte di Israele o Stati Uniti .
Il punto di rottura di questo delicato equilibrio geopolitico è venuto nella forma della "primavera araba" del 2011. Mentre l'India e la Cina hanno continuato la loro crescita economica, e la Russia e l'Iran sono diventati poteri regionali difficili da spingere, gli Stati Uniti hanno continuato nella furia unipolare, bombardamento della Somalia, dell'Afghanistan e dell'Iraq dopo aver bombardato la Jugoslavia, mentre il Pentagono stava escogitando operazioni di impronta leggera in Medio Oriente con l'aiuto di sauditi, israeliani, britannici e francesi, che aiutavano e armavano i jihadisti locali per devastare. Prima la Tunisia, poi l'Egitto e infine la Libia. Più morti, più bombe, più caos. I segnali di allarme erano evidenti a tutte le potenze regionali, dalla Cina e dalla Russia all'India e all'Iran. Anche se le sinergie non erano ancora a posto, era chiaro a tutti cosa doveva essere fatto.
Lentamente, e non senza problemi, questi quattro paesi hanno avviato una cooperazione militare, economica, politica e diplomatica che, quasi un decennio dopo, ha permesso la fine del momento unipolare statunitense e la creazione di una realtà multipolare con diversi centri di potere.
La prima conferma di questa nuova fase nelle relazioni internazionali, favorita dai legami storici, è stata la cooperazione sempre più poliedrica tra India e Russia. Un altro fattore è stato la Cina e la Russia che sono state attratte dal Medio Oriente e dal Nord Africa a seguito delle azioni dell'amministrazione Obama in Medio Oriente con le sue primavere arabe, i bombardamenti della Libia e la destabilizzazione della Siria. Temevano che il caos prolungato nella regione avrebbe avuto un effetto negativo sulle proprie economie e sulla stabilità sociale.
L'ultima goccia è stata il colpo di stato in Ucraina, così come l'escalation di provocazioni nel Mar Cinese Meridionale in seguito al lancio da parte degli Stati Uniti del suo cosiddetto "Pivot to Asia". La Russia e la Cina furono così costrette in una situazione che nessuno dei due aveva pensato impossibile per i precedenti 40 anni: l'unione delle mani per cambiare l'ordine mondiale rimuovendo Washington dalla sua superpotenza. Inizialmente ci furono degli incredibili accordi economici che lasciarono i progettisti occidentali abbandonati. Poi sono arrivate le sinergie militari e infine quelle diplomatiche, espresse dal voto coordinato nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Dal 2014 in poi, la Russia e la Cina hanno firmato importanti accordi che hanno gettato le basi per un duopolio eurasiatico di vecchia data.
L'eredità di Obama non si è fermata, con oltre 100.000 jihadisti scatenati nel paese, finanziati dagli Stati Uniti e dai suoi alleati. Ciò ha portato Mosca a intervenire in Siria per proteggere i suoi confini e per ovviare all'eventuale avanzata dei jihadisti sul Caucaso, storicamente il ventre molle della Russia. Questa mossa è stata salutata dal Pentagono come un nuovo "Vietnam" per la Russia. Ma questi calcoli erano completamente sbagliati, e Mosca, oltre a salvare la Siria e frustrare i piani di Washington e dei suoi confederati, rafforzò notevolmente i suoi rapporti con l'Iran (non sempre un rapporto semplice, specialmente durante il periodo sovietico), elevandolo all'alto livello di cooperazione regionale.
L'eredità di Obama è stata quella di creare inavvertitamente un triangolo strategico che coinvolgesse Iran, Cina e Russia e il loro sviluppo di progetti e programmi di alto livello per la regione e oltre. Rappresenta un disastro per la politica estera degli Stati Uniti e l'indiscutibile fine del sogno unipolare.
Saltando in avanti di qualche anno, troviamo Trump nel posto di guida degli Stati Uniti, ripetendo un solo mantra: America First. Dal punto di vista indiano, ciò ha ulteriormente aggravato i rapporti tra i due paesi, con sanzioni e doveri posti sull'India per quella che fu una decisione occidentale in primo luogo per spostare la produzione in India a bassi salari allo scopo di ingrassare ulteriormente gli stipendi degli amministratori delegati di società euro-americane.
L'India di Modi è costretta ad aumentare significativamente i suoi legami con l'Iran per garantire la sua autonomia strategica in termini di approvvigionamento energetico, senza dimenticare la vicinanza geografica dei due paesi. In questo contesto, la vittoria della Russia e dell'Iran contro il terrorismo in Medio Oriente pacifica la regione e stabilizza la Siria, l'Egitto, l'Iraq e la Libia, consentendo così lo sviluppo di nuovi progetti come il mega investimento di Silk Road 2.0 su cui Pechino ha un'importanza considerevole.
Potremmo continuare su questa linea, spiegando come persino la Cina e l'India hanno superato la loro sfiducia storica, ben consapevoli che dividere e dominare avvantaggia solo quelli che si trovano dall'altra parte dell'oceano, certamente non due paesi che stanno vivendo una grande crescita economica con un comune confine che si estende per migliaia di chilometri. Gli incontri tra Modi e Xi Jinping, così come quelli tra Putin e Xi Jinping o Putin con Modi, mostrano come l'intenzione di questi tre leader è quella di garantire un futuro pacifico e prospero per i loro cittadini, e questo non può essere separato da un più forte unione con un abbandono di dispute e differenze.
Le sinergie negli ultimi anni si sono spostate dalle arene militari e diplomatiche a quella economica, soprattutto grazie a Donald Trump e alla sua politica aggressiva di brandire il dollaro come un club con cui attaccare gli avversari politici. Un ultimo passo che questi paesi devono prendere è quello della depronizzazione, che svolge un ruolo importante nel modo in cui gli Stati Uniti sono in grado di esercitare un'influenza economica. Anche se il dollaro USA dovesse rimanere centrale per diversi anni, il processo di depenalizzazione è irreversibile.
In questo momento l'Iran svolge un ruolo vitale nel modo in cui paesi come l'India, la Russia e la Cina sono in grado di rispondere asimmetricamente agli Stati Uniti. La Russia usa il potere militare in Siria, la Cina cerca l'integrazione economica nella Via della seta 2.0 e l'India scavalca il dollaro vendendo petrolio in cambio di merci o altra valuta.
India, Cina e Russia usano il Medio Oriente come trampolino di lancio per promuovere l'integrazione energetica, economica e militare, spingendo fuori i piani dei neocon nella regione, inviando indirettamente un segnale a Israele e all'Arabia Saudita. D'altra parte, i conflitti in Siria, Iraq e Afghanistan sono occasioni per la pace, portando avanti l'integrazione di dozzine di paesi incorporandoli in un grande progetto che include l'Eurasia, il Medio Oriente e il Nord Africa invece degli Stati Uniti e dei suoi stati proxy.
Presto ci sarà un punto di rottura, non tanto militarmente (come la dottrina MAD nucleare è ancora valida), ma piuttosto economica. Naturalmente la scintilla verrà dal cambiare la denominazione in cui viene venduto il petrolio, vale a dire il dollaro USA. Questo processo richiederà ancora tempo, ma è una condizione indispensabile affinché l'Iran diventi un egemone regionale. La Cina si scontra sempre più con Washington; La Russia è sempre più influente nell'OPEC; e l'India potrebbe finalmente decidere di abbracciare la rivoluzione eurasiatica formando un'impenetrabile piazza strategica contro Washington, che sposterà l'equilibrio del potere globale verso l'Oriente dopo oltre 500 anni di dominio da parte dell'Occidente.
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Federico Pieraccini è uno scrittore freelance indipendente specializzato in affari internazionali, conflitti, politica e strategie. È un frequente collaboratore di Global Research.
Le fonti di Mosca riferiscono che il capo della Federazione Russa, Vladimir Putin, sarà l’ospite chiave del “One Belt, One Way Forum”, che si terrà in Cina nell’aprile 2019. Sergey Sanakoev, capo del Centro di analisi russo-cinese, afferma che non c’è nulla di sorprendente in questo fatto – dopo tutto, tre delle cinque rotte terrestri di questo grandioso progetto attraversano anche il territorio russo.
Oltre a Putin, i membri di circa quattro dozzine di paesi prenderanno parte al forum, ma il leader russo, secondo l’ambasciatore russo nella Repubblica popolare cinese Andrei Denisov, sarà sicuramente l’ospite principale dell’evento.
Dopo che Putin ha visitato la Russia in aprile, il leader dell’Impero Celeste, Xi Jinping, farà una visita di ritorno – il presidente cinese visiterà il Forum economico di San Pietroburgo, che si terrà nel giugno 2019.
“È necessario comprendere che nell’ambito del progetto” One Belt and One Road “non sono solo in discussione le rotte di trasporto, ma anche alcune questioni relative ai trasporti, ai legami culturali tra la gente russa e quella cinese ” , – come cita l’ agenzia di affari federale Sanakoyev” Economia oggi “.
In definitiva, l’obiettivo regionale della Russia è quello di collegare le province settentrionali della Cina con l’Eurasia attraverso la Transiberiana e la Ferrovia orientale cinese – con Chita, nell’est russo, Khabarovsk in Russia e la Cina totalmente interconnesse.
E in tutto questo progetto, Mosca punta a massimizzare il ritorno sulle sue principali risorse dell’Estremo Oriente russo; agricoltura, risorse idriche, minerali, legname, petrolio e gas. La costruzione di impianti di gas naturale liquefatto (GNL) a Yamal avvantaggierà notevolmente non solo la Cina, ma anche il Giappone e la Corea del Sud.
L’orientamento verso l’Asia della Russia non deve meravigliare più di tanto. Gli esperti dell’Estremo Oriente russo sono molto consapevoli dell ‘”eurocentrismo di una parte considerevole delle élite russe”. Sanno che quasi l’intero ambiente economico, demografico e ideologico in Russia è stato strettamente intrecciato con l’Europa per tre secoli. Riconoscono che la Russia ha preso in prestito l’alta cultura europea e il suo sistema di organizzazione militare. Ma ora, sostengono, è il momento, come un grande potere eurasiatico, di trarre profitto da “una fusione originale e autosufficiente di molte civiltà”; La Russia non solo come un punto di scambio o di connettività, ma come un “ponte di civiltà”.
Quello che caratterizza la attuale leadership di Mosca è la sua straordinaria ambizione; posizionare la Russia come un crocevia geoeconomico e geopolitico chiave che collega i sistemi economici dell’Eurasia settentrionale, Asia centrale e sud-occidentale.
Lavorando su un progetto comune, la Russia e la Cina stanno creando nuove forme dell’ordine mondiale globale, alternative a quelle che l’Occidente collettivo sta cercando di imporre. Negli Stati Uniti, stanno lottando per un mondo unipolare, mentre Mosca e Pechino si stanno sforzando di creare una comunità geopolitica multipolare in cui non ci saranno pericolosi centri dominanti di potere.
Mancano pochi giorni nefasti al presidente uscente Obama per tentare di disarticolare il sorprendente avvicinamento tra D.Trump e Putin, quello che cerca in tutti i modi di impedire la CIA, adesso utilizzata per demonizzare lo zar Vlady Putin.I governi della Russia, della Turchia e dell’Iran, all’unisono dei loro multimedia, si sono “infilati i guanti” ed hanno segnalato come autori dell’assassinio dell’ambasciatore russo ad Ankara, se non la NATO, direttamente gli USA e/o la CIA, attraverso i suoi agenti locali.
I media turchi si sono dedicati a gettare la responsabilità dell’assassinio ai “poteri occidentali ed alla CIA”. I giornali filogovernativi “Yeni Safak” e “Yeni Söz” hanno accusato senza fronzoli la CIA, mentre il giornale Takvim ha descrittto il poliziotto, assassino dell’ambasciatore Karlov, come un “sicario per conto dell’alleanza occidentale”.
Yeni Safak ha citato il senatore Franz Klintsevich, vicedirettore del Comitato di Difesa e Sicurezza del Parlamento russo, il quale ha attribuito la responsabilità dell’omicidio ai “servizi segreti della NATO”.
Dalla parte iraniana, Alaedin Boruyerdi, presidente della Commissione della Sicurezza Nazionale e politica Estera dell’Assemblea Consultiva Islamica (Mayles) ha denunciato che l'”omicidio dell’ambasciatore russo in Turchia è stato architettato e pianificato dagli USA”. Vedi: Hispan Tv
Ha richiamato molto l’attenzione il fatto che, lo stesso giorno in cui Obama si trovava in vacanza alle Hawai giocando a golf, sono avvenuti in forma simultanea gli assassinii degli jihadisti in Belgio, a Zurigo ed in Giordania, ed all’unisono dell’assassinio dell’ambasciatore russo ad Ankara.
Non mancano accuse retrospettive contro la NATO che finanzia e sostiene gli jihadisti: “Newsbud” segnala che “l’auditor capo della NATO, ha avuto incarico di finanziare gli assassinii realizzati in Belgio”, Uf!
Lascio da parte il turbativo rapporto di come gli USA abbiano armato gli jihadisti in Siria nel corso degli ultimi anni. (Cosa ormai ben nota).
dr. Alfredo Jalife Rahme
Lo stesso giorno dell’assassinio dell’ambasciatore russo in Turchia, Petr Polshikov, un diplomatico russo di alto rango, è stato assassinato mentre era a casa sua. Cosa sta arrivando? (What is going on?)
Dopo questi avvenimenti ho voluto rivedere i miei 20 messaggi Twitter del giorno dell’assassinio dell’ambasciatore in Turchia con la finalità di metterli in contrasto con la realtà e mi ha meravigliato che questi coincidevano con l’atteggiamento ufficiale della Russia, della Turchia e dell’Iran, che ho condensato nella mia intervista a Russia Today.
1. Obama se ne va in vacanza alle Hawai e lascia il mondo alla deriva: gli rimangono 32 giorni per disarticolare l’accordo fra Trump e Putin.
2. Bisognava aspettarsi un attentato contro la Russia dopo la caduta strategica di Aleppo: un punto di inflessione.
3. I turchi considerano sempre Aleppo una loro provincia.
4. L’assassinio dell’ambasciatore russo ad Ankara è accaduto a 50 mt. dall’Ambasciata degli USA ad Ankara.
5. Con la chiusura dell’Ambasciata USA ad Ankara, un giorno dopo dell’assassinio dell’ambasciatore russo, sono iniziate le uccisioni degli ambasciatori…
6. Gli equilibri mondiali si sgretolano e Obama…goca a golf.
7. La caduta di Aleppo non si può distanziare dal tossico ambiente russofobo di Obama/Hillary/Rothschild/Soros negli USA.
8. Obbligati ad indagare sui possibili collegamenti del “poliziotto speciale” turco della NATO/CIA.
9. L’immagine trionfale del “poliziotto speciale” turco assassino è impattante. Si rifletterà per molto tempo su tutta l’Eurasia.
10. USA/NATO vogliono riaccendere i tizzoni dei 350 milioni di popolazione turco e turcomanna contro la Russia, dai Balcani fino al Deserto del Gobi? Ben progettato.
12. Arrivano forti rappresaglie dei perdenti di Aleppo contro la Russia. Non rimarranno con le braccia conserte.
13- CIA/NATO/Obama/Hillary/Rothschild/Soros cercano di destabilizzare il “triangolo Russia/Turchía/Irán” realizzato per risolvere la guerra in Siria senza gli USA nè l’Unione Europea.
14- Fondamentale il contesto dell’attentato nella Galleria d’Arte: “La Russia attraverso gli occhi della Turchia”.
15. Non si può sottovalutare che la Turchia è un paese fratturato (contenzioso curdo) ed in crisi con la NATO/USA/UE.
16- La domenica 15 Dicembre, nella mia rubrica “Bajo la Lupa” si indicava molto chiaramente il malessere degli USA/NATO/UE per non poter partecipare al vertice della Rusia/Turquía/Irán a seguito della caduta di Aleppo.
17. Esperto militare turco: l’assassinio dell’ambasciatore russo non è stato una coincidenza, se si considera la riunione dei cancellieri di Russia, Turchia ed Iran.
18. Interessante che Trump abbia enunciato la simultaneità degli attentati in Turchia, Berlino e Svizzera. Qualche cosa deve sapere. Lui sa che è stata la CIA?
19. Sono trascorse varie ore senza che Obama, in vacanza alle Hawai, abbia condannato l’assassinio dell’ambasciatote russo ad Ankara. Trump lo ha già fatto.
20. Oggi si è accentuata la battaglia per il destino dell’anima geostrategica della Turchia tra la Russia e gli USA/UE: il pronostico è riservato.
Il filosofo Alexander Dugin (AD), ideologo di Vladimir Putin, ha commentato che “l’autore di questo sanguinoso crimine già è stato identificato come un membro delle rete gulenista. Nello stesso giorno è avvenuto un attacco terrorista in Germania organizzato dal Daesh, così credo che siamo testimoni dell’agonia dell’amministrazione globalista, forzata ad abbandonare la Casa Bianca. Hanno cercato di distruggere le relazioni russo-turche nel giorno della votazione del Collegio Elettorale. Questo è stato l’ultimo attacco alla nostra collaborazione strategica”.
Quindi AD ha commentato in forma trionfale che “l’organizzatore pagherà un alto prezzo per questo assassinio. La nostra risposta più forte e più sonora a questo crimine sarà la continuazione dell’alleanza strategica russo-turca, e l’accelerazione del processo di ritiro della Turchia dalla NATO, creando una nuova alleanza euroasiatica. Questa è l’unica risposta ragionevole e simmetrica, perchè i nostri nemici -i globalisti- temono questo momento più che qualsiasi altro. Niente fermerà il nostro progresso nella realizzazione di un ordine mondiale multipolare e democratico”. Vedi: L’assassinio dell’ambasciatore russo in Turchia dimostra che il sistema globalista è ormai in agonia.
Molto sicuro di se stesso e confidando nella sua nuova luna di miele con Trump, lo zar Vlady Putin, nella sua conferenza stampa annuale, si è burlato del Partito Democratico, che non sa perdere, nel domandare in forma sarcastica se lo stesso Putin si trovasse anche dietro la maggioranza ottenuta al Congresso USA dal Partito Repubblicano e nel Senato.
Il New York Times (NYT) si lamenta che i coloqui tripartiti tra Russia, Turchia e Iran abbaino avuto luogo senza la partecipazione degli USA, non si dica senza la UE.
La realtà è quella che il triangolo Russia/Irán/Turchia è un passo avanti per risolvere il delicato contenzioso siriano, quello che abbiamo già anticipato quattro mesi fa.
Adesso la Russia richiederà l’estradizione del prelato islamico Fetulah Gulen, se si andrà a dimostrare la sua implicazione nell’assassinio dell’ambasciatore russo ad Ankara.
Questa richiesta non è meno importante e sarebbe una prova del fuoco per Trump: consegnare Gulen, presunto agente della CIA esiliato attualmente in Pennsylvania, perchè a sua volta Vladimir Putin lo possa regalare su un piatto d’argento al sultano Erdogan in cambio di un aggiustamento sulla Siria. I 350 milioni di sunniti dei popoli turchi centro-asiatici valgono bene la pena. Trump potrebbe farlo poichè lui ha un motivo di lite a morte con la CIA.
Erdogan accusa: ho le prove, gli Stati Uniti aiutano l'Isis
Il presidente turco accusa: ho foto e video che provano il sostegno allo Stato Islamico da parte delle forze della coalizione guidata da Washington in Siria
"Ho le prove che la coalizione guidata dagli Stati Uniti in Siria aiuta gruppi terroristici come l'Isis". Lo ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa il presidente turco. Recep Tayyip Erdogan. "Ci accusano di aiutare lo Stato Islamico", ha affermato, "Ma invece sono loro a dare sostegno a gruppi terroristici compresi i Daesh" (così viene chiamato lo Stato Islamico nel mondo arabo e in Turchia). E' molto chiaro. Abbiamo le prove, con immagini, foto e video".
L'uscita di Erdogan è clamorosa e gravida di conseguenze. La situazione in Turchia è a dir poco confusa. La scorsa settimana il mondo è rimasto senza fiato nel vedere le immagini del poliziotto turco che uccideva l'ambasciatore russo Andrei Karlov per vendicarsi della riconquista di Aleppo da parte dell'esercito siriano fedele al presidente Bashar Assad aiutato dalle forze armate di Mosca. Negli ultimi tempi c'è stato un clamoroso avvicinamento fra la Turchia e la Russia. Uno sviluppo non sorprendente, visto che Erdogan è convinto che il fallito tentativo di colpo di Stato ai suoi danni dello scorso 15 luglio sia stato opera del predicatore musulmano Fethullah Gulen, suo ex alleato che da anni è riparato negli Stati Uniti.
Erdogan è stato più volte accusato di finanziare l'Isis tramite il contrabbando di petrolio estratto dalle aree occupate dallo Stato Islamico, un traffico che vedrebbe coinvolto in prima persona il figlio dello stesso presidente turco, Bilal. In quanto agli Stati Uniti, il presidente eletto Donald Trump durante la campagna elettorale ha più volte accusato la sua concorrente democratica, Hillary Clinton, di avere aiutato l'Isis quando era segretario di Stato. L'uscita di Erdogan potrebbe essere interpretata anche come un tentativo di ingraziarsi Trump. Quando si parla di cose turche ogni interpretazione è possibile. Di certo le parole di Erdogan avranno delle conseguenze.
LA RUSSIA “NON ACCETTA LA GIURISDIZIONE AMERICANA EXTRA-TERRITORIALE NE' PRESSIONI POLITICHE, ECONOMICHE E MILITARI”
IL CREMLINO SI RISERVA IL DIRITTO DI “REAGIRE IN MODO FERMO” ALLE AZIONI “NON AMICHEVOLI”
1 - PUTIN FIRMA LINEE POLITICA ESTERA, NO A PRESSIONI USA
(ANSA) - Vladimir Putin ha firmato l'approvazione delle nuove linee russe in materia di politica estera. Il documento era stato aggiornato l'ultima volta nel 2013. La Russia, si legge, "non accetta la giurisdizione Usa extra-territoriale" così come le "pressioni politiche, economiche e militari" e si riserva il diritto di "reagire in modo fermo" alle azioni "non amichevoli" anche attraverso il rafforzamento "della difesa nazionale" e dell'utilizzo di misure simmetriche o asimmetriche". Lo riporta la Tass.
PUTIN KGB
2 - PUTIN, NOSTRO POPOLO DIFENDE SOVRANITÀ E RIGETTA POPULISMO
(ANSA) - La Russia ha affrontato molti problemi in "condizioni insolite", "come spesso è accaduto nella nostra storia", "ma il popolo russo ha dimostrato di saper difendere e proteggere la nostra indipendenza e gli interessi nazionali e la nostra sovranità". Così Vladimir Putin durante il suo discorso al Parlamento. Putin ha sottolineato che i problemi "saranno superati" e che il paese continuerà a seguire una "traiettoria democratica". "Il nostro popolo, alle ultime elezioni, ha dimostrato che viviamo in una società giusta e che la Russia rifiuta il populismo", ha aggiunto.
PUTIN
3 - PUTIN, UNO STATO DEBOLE È A RISCHIO CRISI E MANCA OBIETTIVI
(ANSA) - "Credete che si possano raggiungere gli obiettivi strategici senza unità, con uno stato debole e discussioni continue che non portano a nulla? Ovviamente no. E lo vediamo in altri paesi, anche nazioni ricche, e questo porta a crisi, colpi di stato e lutti". Così Vladimir Putin durante il suo discorso al Parlamento.
4 - PUTIN, PRONTI A BUONE RELAZIONI CON AMMINISTRAZIONE USA
PUTIN OBAMA
(ANSA) - "Vogliamo sviluppare rapporti con la nuova amministrazione americana: buone relazioni fra Russia e Usa sono nell'interesse del mondo intero". Così Vladimir Putin, che ha rinnovato la sua offerta a Washington di "lottare insieme contro il terrorismo internazionale".