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mercoledì 20 maggio 2020

PAROLE, PAROLE, PAROLE: L’ITALIA SI E' ROTTA IL CAZZO DELLE PROMESSE

DA MILANO A NAPOLI PARTONO LE PROTESTE: “SENZA AIUTI NON RESISTEREMO” - A ROMA VA IN SCENA LA SERRATA DI BARISTI E NEGOZIANTI, IL 90% DEI RISTORANTI DEL CENTRO STORICO NON RIAPRIRANNO SUBITO, ALMENO FINCHÉ NON TORNERANNO A PIENO REGIME GLI HOTEL
IN PIAZZA ANCHE I PRESEPIAI DI SAN GREGORIO ARMENO: “NOI TUTELATI DALL'UNESCO, SALVINO ALMENO LA STAGIONE"
Anna Paola Merone per il “Corriere della Sera”

L' Italia che riapre e l' Italia che invece protesta. Un 18 maggio mica felice per tutti.
roma protestaROMA PROTESTA
Da Nord a Sud, operatori in piazza e botteghe chiuse, numerose le categorie rappresentate e un unico denominatore: l' ansia per il domani che si annuncia cupo.

Cominciamo da Napoli, dai leggendari presepiai di San Gregorio Armeno, celebri in tutto il mondo: «Io non apro, senza aiuti le botteghe muoiono», questa la scritta comparsa ieri mattina sulle saracinesche chiuse della strada dei pastori. Per la prima volta in tanti anni i 63 pastorai sono d' accordo fra loro: «Siamo pronti ad andare avanti almeno fino a quando il governatore Vincenzo De Luca non ci ascolterà», avverte Marco Ferrigno, uno di loro, durante il flashmob organizzato. In tempi più spensierati, bisognava istituire dei sensi unici pedonali per gestire la ressa dei visitatori. Oggi, invece, neanche l' ombra di un turista. Anche i bar, le pizzerie e i b&b lungo la strada sono desolatamente vuoti. «San Gregorio Armeno è tutelata dall' Unesco - conclude Ferrigno -. Ci diano almeno i fondi per salvare la stagione».
protesta dei commercianti in piazza san pietro 7PROTESTA DEI COMMERCIANTI IN PIAZZA SAN PIETRO 

La protesta è durata ore anche in piazza della Scala, davanti alla sede del Comune di Milano, con gli ambulanti sul piede di guerra per chiedere di riaprire al più presto. Se ne sono andati solo dopo aver ottenuto la garanzia che i 96 mercati scoperti riapriranno «tutti al massimo entro il 25 maggio». Lunedì prossimo.

Ma il disagio viaggia lungo tutta la penisola. Nei centri storici delle città turistiche, le saracinesche di molti ristoranti restano abbassate, persino l' edicola di Giovanni in piazza Duomo a Milano che prosegue la serrata «perché non passa quasi più nessuno». Riemergere da un lockdown di quasi 10 settimane è un' impresa durissima: «Che ci faccio con gli incassi di 10 persone in un giorno?
milano protestaMILANO PROTESTA

Non ci sono le condizioni per riaprire, la gente ha ancora troppa paura», racconta Pietro Lepore, il titolare dell' Harry' s Bar , storico locale di via Veneto, a Roma, una volta simbolo della Dolce vita. Ora, invece, le sedie restano malinconicamente capovolte sui tavolini. Numerosi, nella Capitale, i commercianti che ieri hanno deciso uno sciopero simbolico di un giorno contro gli «aiuti insufficienti» per fronteggiare bollette, affitti e merce nei magazzini da smaltire. Secondo Gianfranco Contini, rappresentante de «La Voce dei locali di Roma», il 90% dei ristoranti del centro storico non riapriranno subito, almeno finché non torneranno a pieno regime gli hotel. Ma sarà dura, senza turisti. I titolari di alcuni alberghi addirittura hanno sigillato le porte scorrevoli per difendersi dal rischio di occupazioni abusive: «In periferia - raccontano - è già successo».

E pure a Cosenza i ristoratori hanno scelto di trascorrere il primo giorno di fase 2 protestando davanti al palazzo comunale, per sottolineare la necessità di ottenere aiuti economici e sospensione di tributi. Tra loro anche alcuni gestori di bar. Infine, in Sicilia sono in fermento i balneari per la stagione ancora sospesa, dopo l' ultima ordinanza del governatore Nello Musumeci: «Noi dal primo giugno abbiamo delle prenotazioni - lancia l' sos Antonello Firullo, portavoce della categoria nel ragusano -. Le perderemo se non ci aiutano». Fonte: qui

mercoledì 26 giugno 2019

LA NUOVA TERRA PROMESSA DEGLI ITALIANI? LA ROMANIA. E IL MERITO E' DELLA FLAT TAX

OGNI GIORNO A BUCAREST E DINTORNI REGISTRATE 4 NUOVE IMPRESE A CAPITALE ITALIANO 

NEI PRIMI 4 MESI DEL 2019 SONO STATE FONDATE 473 SOCIETÀ SOPRATTUTTO NEI SERVIZI E NEL TERZIARIO 
SULLE PERSONE FISICHE ESISTE UNA FLAT TAX DEL 10% CHE RIGUARDA SIA I LAVORATORI AUTONOMI CHE I DIPENDENTI E PENSIONATI 

L’INCUBO CINESE

Roberto Galullo e Angelo Mincuzzi per www.ilsole24ore.com

romania 59ROMANIA
Venticinque anni dopo l'assalto degli imprenditori veneti a Timisoara, la Romania è di nuovo la terra promessa per gli italiani. Ogni giorno nelle camere di commercio romene vengono registrate quattro nuove imprese a capitale italiano. Nei primi quattro mesi del 2019 sono state fondate 473 società per un capitale versato di 705.582 euro.

Dal 1991 all'aprile 2019 l'Istituto per il commercio estero (Ice) ha stimato l'arrivo di 47.841 imprese italiane in Romania (di cui 19.131 attive a fine 2018), pari al 20,94% di tutte le imprese straniere registrate. L'Italia è prima per numero di imprese, seguita dalla Germania, che però ci supera per patrimonializzazione. Nello stesso arco temporale, infatti, il capitale versato dalle imprese italiane è stato di 2,6 miliardi mentre la Germania, anche grazie alla spinta dell'automotive, ha immesso nelle proprie imprese rumene quasi 4,9 miliardi (si veda tabella).

societa in romania 1SOCIETA IN ROMANIA 
Mentre, però, le ondate che si sono succedute dopo la caduta del regime di Nicolae Ceaucescu erano caratterizzate dalla presenza di moltissimi avventurieri e gente sull'orlo del fallimento nel proprio Paese, oggi chi sbarca a Bucarest è strutturato e attrezzato per rimanerci. E mentre 25 anni fa il fenomeno era caratterizzato da delocalizzazioni spesso selvagge nel manifatturiero, oggi in testa alla corsa degli italiani ci sono servizi e terziario. Nel manifatturiero – a partire da tessile, meccanica e calzaturiero – resiste soltanto chi nel tempo ha investito e ha seguito l'onda dell'internazionalizzazione.

L’ondata veneta
Luca Serena, presidente di Confindustria Est Europa, l’associazione imprenditoriale che raccoglie le imprese italiane presenti nei paesi dell’area balcanica, è arrivato qui nel 1991 come responsabile del Consorzio export di Unindustria Treviso. «Mi fu detto: caro Serena, prendi la valigetta e vai in Est Europa per vedere dove si possono avviare nuove attività - spiega oggi l’imprenditore -. In quegli anni nel Nord-Est gli ordini volavano, non c'era manodopera e si rischiava di perderli a vantaggio dei concorrenti esteri. Individuai la Romania come paese più favorevole per una minor barriera culturale e linguistica rispetto ad altri paesi e perché era un luogo dove alcuni imprenditori avevano già cominciato a trasferirsi».

La dislocazione sul territorio
Società attive a partecipazione italiana in Romania. Ripartizione territoriale al 31 dicembre 2018. (Fonte: Elaborazione Agenzia ICE Bucarest su dati del Registro del Commercio)

Da quel momento, con l’apertura di un ufficio in Romania, Serena ha accompagnato le aziende venete a trovare façonisti a Timisoara. «Dall’Italia partivano semilavorati - continua Serena -, in Romania venivano effettuate alcune lavorazioni che poi venivano reimportate in Italia, dove venivano finite ed esportate nuovamente».
romania 9ROMANIA

Oggi Serena è presente in Romania con un’impresa di 60 dipendenti attiva nel taglio delle pelli destinate al settore dell’automotive e mantiene le aziende in Italia dove occupa complessivamente 220 persone.

Il regno della flat tax
Il fisco ha un ruolo non indifferente nel richiamare le imprese di tutta Europa in Romania. L'aliquota ordinaria sul reddito d'impresa è unica al 16% ma scende a un valore compreso tra l'1% e il 3% per le cosiddette microimprese, quelle che non arrivano a un milione di euro di fatturato. I dividendi non sono tassati in caso di distribuzione a persone giuridiche europee o romene che detengano almeno il 10% del capitale per un periodo minimo di un anno. In tutti gli altri casi la ritenuta sui dividendi è del 5%.

Anche royalties e interessi non sono tassati se il beneficiario effettivo è una persona giuridica europea che detiene almeno il 25% del capitale per almeno due anni. In tutti gli altri casi le ritenute salgono al 16%.
Sulle persone fisiche esiste una flat tax del 10% che riguarda sia i lavoratori autonomi sia i dipendenti e pensionati. Chiaro come questo sia un incentivo non da poco per chi decide di installarsi in Romania.
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In 25 anni la Romania ha cambiato volto e a raccontarlo sono gli stessi imprenditori italiani: tanto chi è rimasto quanto chi è arrivato da poco.
L'apice di questa grande corsa all'oro romeno è stato raggiunto nel 2001, quando gli industriali trevigiani decisero di svolgere la propria assemblea annuale nel teatro dell'Opera di Timisoara. Un luogo simbolo per la città – da qui partì la rivolta contro il dittatore Ceaucescu – e per il Veneto, di cui Timisoara diventava, di fatto, l'ottava provincia. Dieci anni fa, la grande crisi mondiale ha colpito anche l'imprenditoria italiana in Romania e poi, lentamente, è cominciata la nuova corsa oltreconfine. Ma con un nuovo dna.

Sul palco dell'Opera
Diciotto anni dopo il direttore dell'Opera di Timisoara, Cristian Rudic, ci guida all'interno del Teatro che ospitò l'evento degli industriali di Treviso. Insieme a lui Giulio Bertola, che in quel teatro, il 26 febbraio 2001 era presente con centinaia di colleghi imprenditori.
Per Rudic, Timisoara è la casa degli italiani e Bertola non fatica a riprendere il filo di questo discorso. «Si percepiva la grande opportunità che questo Paese offriva ai nostri connazionali – spiega – ma sui volti di molti imprenditori leggevo perplessità e dubbi, perché non era ancora chiaro a tutti in che modo seguire la scia aperta dai pionieri alcuni anni prima».

I pionieri
romania 15ROMANIA 
Uno dei primi ad arrivare, nel 1994, è stato il trevigiano Aldo Roccon con la sua azienda Euroccoper, oggi patrimonializzata con 900mila euro, che si occupava di gestire le operazioni doganali. «Sono giunto qui con quattro computer più potenti di quelli dell'amministrazione statale – spiega – con i quali sdoganare le merci ai varchi. Liberalizzavano le dogane e pur non sapendo cosa fossero ho capito che poteva essere un lavoro interessante anche perché erano un punto nevralgico da cui tutti dovevano passare. La mia è stata la prima azienda italiana che ha avuto l'autorizzazione dal ministero delle Finanze romeno sostituendomi così all'unica azienda statale fino a quel momento esistente. Il primo scoglio che ho dovuto superare è stato quando mi hanno detto che non avrei potuto avere la rappresentanza non essendo cittadino romeno. Ho dovuto spiegare la differenza che passa tra persona fisica e persona giuridica».

Oggi Euroccoper gestisce varchi doganali, magazzini e centri logistici in una ventina di città romene oltre che in Serbia. Quando ha iniziato l'attività, Roccon lavorava il 60% delle dichiarazioni doganali della zona di Timisoara. «Solo di italiani avevo 2.600 clienti, la maggior parte dei quali provenivano dal Veneto – ricorda l'imprenditore -. Oggi di italiani ne servo pochi perché sono rimasti quelli più strutturati».

L’incubo cinese
Lo conferma anche Giovanni Favaron, imprenditore veneto titolare di Donna Shoes a Timisoara, arrivato qui nel 1991. «Quando sono arrivato in Romania non c'era neanche da mangiare. Mi portavo dei biscotti da casa, i negozi erano vuoti. Allora su cento imprenditori – afferma -, ottanta erano avventurieri. Con un milione di lire aprivano un'azienda e si sentivano dei signori».
MATTEO SALVINIMATTEO SALVINI

Lo spirito di Favaron era diverso. “In Italia non si poteva più lavorare perché i margini erano ridotti ai minimi termini. Allora siamo venuti qui - continua l'imprenditore -, abbiamo fatto un giro tra le aziende statali e abbiamo visto che le potenzialità c'erano. Sono rientrato in Italia, sono andato da tre o quattro grossi calzaturifici e sono tornato. Ho fatto delle prove di produzione in aziende statali, sono andate bene e questo mi ha dato la forza di aprire una mia società qui».

Donna Shoes ha cominciato l'attività a ottobre del 1992 ed è arrivata a produrre 1,2 milioni di paia di scarpe all'anno. Questi livelli sono stati conservati per 15 anni al punto che sono stati costruiti capannoni in grado di produrre fino a 2 milioni di paia di scarpe all'anno ma poi la grande crisi internazionale ha investito anche la Romania e ora Favaron si è attestato sulle 350-400 mila paia all'anno, con un fatturato di 4 milioni di euro.

«Oggi stiamo facendo i salti mortali perché i margini sono tornati a essere risicati – sottolinea -. Non so cosa stia succedendo ma i negozi in tutto il mondo non vendono più scarpe. Tiene solo il lusso. Siamo stati invasi dai prodotti cinesi. Un mio importante cliente si è visto offrire da un produttore cinese una sneaker perfetta a 19 dollari. Come fai a dire di no?».

La nuova ondata
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Con il nuovo millennio è cominciato a cambiare il volto dell'imprenditoria italiana in Romania. Sono arrivate le nuove generazioni, come testimonia Giuseppe Canale, a capo della G. Canale & C. Romania di Bucarest, che stampa libri e riviste per clienti che arrivano da tutto il mondo. Dopo tre generazioni in Piemonte, la famiglia Canale si è trasferita nel 2005 in Romania vendendo a inizio 2019 la vecchia impresa italiana a un grande gruppo veneto. Ora il cordone ombelicale con il Piemonte è stato tagliato e ci troviamo dunque di fronte all'ennesima impresa a capitale italiano che è ormai totalmente romena.

«In Italia un'azienda delle nostre dimensioni aveva difficoltà a battersi sul mercato. Siamo partiti con 50 dipendenti che producevano per il mercato locale soprattutto riviste – spiega Canale -. Abbiamo costruito due stabilimenti che si sono aggiunti a quello esistente. Con le vecchie maestranze italiane e i macchinari portati dal Piemonte abbiamo fatto formazione ai dipendenti romeni per la stampa di libri. Dopo un anno abbiamo cominciato a servire i mercati esteri compresi i nostri vecchi clienti italiani».

Le nuove leve
ROMANIA PROTESTEROMANIA PROTESTE
Le nuove generazioni non hanno bisogno di tagliare le radici con l'Italia perché arrivano qui spesso senza un'impresa già strutturata nel paese di origine e avviano ex novo attività direttamente nei servizi, la nuova frontiera degli italiani che arrivano qui 25 anni dopo la prima ondata.

Lo testimonia Giacomo Billi, quarantenne toscano che nel maggio 2013 ha fondato la Alive Capital, società che gestisce impianti di energia rinnovabile in Romania ed è attiva anche nel trading energetico.

«Nel 2012, insieme ad altri 300 tra imprenditori, professionisti e consulenti, venni a seguire a Bucarest un convegno sulle opportunità che questo paese offriva – racconta Billi -. Arrivai qui con pochi euro in tasca e lasciando in Italia orologio e carta di credito perché si diceva che la Romania fosse un paese poco sicuro. Nulla di più falso, visto che oggi lascio la casa aperta e non è mai successo nulla. Il problema non sono i romeni, per la maggior parte affidabili, ma gli avventurieri che arrivano dall'estero».

L'anno dopo Billi è tornato a Bucarest per fondare la sua azienda. Oggi Alive Capital ha un fatturato di 52 milioni di euro, copre 1/45esimo del trading di energia del paese, pari a un terawatt, e ha registrato nell'ultimo anno un margine di profitto dell'11% sul giro d'affari. La sua società gestisce 90 impianti in Romania e impiega 17 persone, tra cui un italiano. «Il settore energetico rappresenta il 20% del prodotto interno lordo romeno – spiega Billi -, con un costo per megawattora di 50 euro contro i 250 in Italia».

BUCAREST IN ROMANIABUCAREST IN ROMANIA
Tra le leve che spingono le nuove generazioni a venire in Romania il Fisco ha un ruolo importante. «Sono stato sottoposto a indagini fiscali chiuse positivamente in meno di tre mesi – afferma Billi – un tempo non paragonabile alle lungaggini burocratiche italiane. Qui l'Iva viene restituita dopo 30 giorni».

Fisco e burocrazia mettono d'accordo la nuova e la vecchia guardia. «Qui un'impresa si registra in tre giorni – spiega Roccon – e il rapporto con le agenzie fiscali non è ossessivo come in Italia. Con il fisco parli, discuti e anche quando vengono a fare i controlli non ti bloccano l'attività».

E il sindaco di Timisoara, Nicolae Robu, ricorda come la sua amministrazione abbia messo a disposizione degli imprenditori una struttura per risolvere i loro problemi burocratici.

matteo salvini al festival del lavoro 2MATTEO SALVINI AL FESTIVAL DEL LAVORO
L’evoluzione verso i servizi
«L’espansione nel settore dei servizi è abbastanza tipica anche in altre aree balcaniche - spiega il presidente di Confindustria Est Europa, Luca Serena -. L'industria è stata attratta inizialmente dal costo della manodopera più basso e la fase successiva è stata la produzione per il mercato interno. Questi due fattori, uniti all’arrivo dei fondi europei, hanno agevolato gli investimenti in infrastrutture che hanno attratto nuove imprese. Questo sviluppo industriale ha portato un’evoluzione verso i servizi che le imprese romene non erano in grado di assicurare».

La corsa alla sanità privata
Giulio Bertola è un manager di lungo corso. È stato tra i primi ad arrivare in Romania al seguito di imprese multinazionali. La sua vasta rete di rapporti lo ha portato a entrare nel campo dei servizi, prima con la sua società di comunicazione, poi nel settore della sanità. È stato lui a portare in Romania Mba, la più grande mutua sanitaria italiana per numero di associati.

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In Romania Mba vende piani di assistenza sanitaria privata, in un paese dove la sanità pubblica è indietro negli investimenti per l'adeguamento delle strutture. «Avviciniamo le famiglie alla sanità di qualità – spiega Bertola – e permettiamo agli associati anche le cure in Italia nella sanità privata. Uno dei problemi degli italiani che vengono a vivere in Romania e dunque obbligati a iscriversi all'Aire, il registro degli italiani residenti all'estero, è che perdono il diritto all'assistenza pubblica nel paese di origine. Questa mutua elimina il problema ed è aperta anche ai lavoratori romeni e alle loro famiglie».

La sanità in Romania fa gola. La famiglia De Salvo, proprietaria in Italia del Gruppo Policlinico di Monza, ha investito a Bucarest con lo Spitalul Monza, un ospedale all'avanguardia nella cardiologia.

«Oggi siamo il quarto gruppo privato sanitario del paese- spiega Luca Militello, Ceo del Grupul Monza Romania – e non temiamo la concorrenza. Continuiamo a investire perché nel paese la richiesta di assistenza sanitaria privata è in grande crescita. La domanda cresce perché è cresciuta l'economia. Quando sono arrivato qui 16 anni fa lo stipendio medio era di 150 euro, oggi nelle fabbriche è in media di 700-800 euro».

In 25 anni c'è stata una rivoluzione copernicana in Romania. E i pionieri che sono rimasti hanno un'ambizione. «Anzi - come spiega Aldo Roccon -, un'ossessione. Quella che l'azienda sopravviva a me stesso». Fonte: qui

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lunedì 24 giugno 2019

''LE FAMIGLIE SONO A RISCHIO USURA'', L'ALLARME DELLA FABI, IL SINDACATO DEI BANCARI.

SILEONI: ''CON LA VENDITA MASSICCIA DI SOFFERENZE, OLTRE 1 MILIONE DI FAMIGLIE E IMPRESE RISCHIA DI FINIRE NEL CAPPIO. SERVE UNA LEGGE AD HOC PER TUTELARLI'' 
GLI ISTITUTI RIPULISCONO I BILANCI, CEDENDO PACCHETTI DI SOFFERENZE A SOCIETÀ DI RECUPERO CREDITI CHE OPERANO CON MODALITÀ SPREGIUDICATE
(AdnKronos) - C'è un "rischio usura, per imprese e famiglie, legato alla massiccia vendita di sofferenze e di crediti deteriorati da parte delle banche italiane". A lanciare l'allarme è la FABI, che in un'analisi ha fotografato l'impatto sui territori e i rischi sociali derivanti dalla cospicua cessione di pacchetti di non performing loan delle banche. Come spiega infatti il segretario generale del sindacato, Lando Maria Sileoni, in Italia "i tempi di recupero crediti delle società specializzate sono troppo veloci, da qui i pericoli per i titolari delle sofferenze di venire strozzati, con il serio rischio di finire, per disperazione, nelle mani degli usurai e della criminalità organizzata".

SILEONI FABISILEONI FABI
Quello della cessione, ricorda il sindacato bancario, è "un fenomeno sensibilmente cresciuto negli ultimi anni, che riguarda prestiti non rimborsati per oltre 360 miliardi di euro e che interessa, guardando alle sole sofferenze, oltre 1,2 milioni di soggetti. Si tratta di clienti bancari 'ceduti', con le loro rate scadute, dagli istituti bancari a società specializzate nel recupero crediti che operano frequentemente con modalità spregiudicate: la maggior parte dei soggetti coinvolti (61%) è esposta per cifre che vanno da 250 euro a 30.000 euro". Nell'analisi, evidenzia la FABI, emerge che sul piano territoriale è il Nord Ovest l'area geografica più toccata dal problema col 33% degli npl totali, con la Lombardia (24,9%) in testa alla classifica, seguita dal Lazio con il 13,3% dei crediti deteriorati.

CREDITI DETERIORATICREDITI DETERIORATI
Come ricorda ancora il sindacato, dal 2015 al 2018, anche per effetto delle forti pressioni esercitate dalle autorità di vigilanza europee, sono stati immessi sul mercato npl per oltre 170 miliardi. "Operazioni che, se da una parte hanno consentito alle banche di migliorare i risultati raggiungendo in tempi brevi gli obiettivi dei requisiti patrimoniali imposti dalle stesse autorità europee, dall'altro stanno mettendo in pericolo i clienti bancari". Il fenomeno dei crediti deteriorati in banca raggiunge il picco nel 2015 con 360,4 miliardi tra sofferenze (201,1 miliardi) inadempienze probabili (136,3 miliardi) ed esposizione scadute (13,8 miliardi). "Da quel momento è scattata una vasta pulizia di bilancio, che ha rappresentato la via d'uscita preferita dalle banche italiane, ricercata da management al solo scopo di fare cassa, riequilibrare il bilancio e accontentare la vigilanza bancaria europea", continua la FABI.

Nell'arco del triennio 2015-2018, continua l'analisi, il totale dei crediti deteriorati ancora iscritti nei bilanci bancari è stato portato 189,5 miliardi: 101,5 miliardi di sofferenze, 82,9 miliardi di inadempienze probabili e 4,9 miliardi di esposizioni scadute. La riduzione è assai significativa. Sul discusso e pericoloso mercato del recupero crediti è finita, dunque, con ogni probabilità, una parte consistente dei 170,8 miliardi ''spazzati via'' dai bilanci delle banche. Le operazioni di vendita sono cresciute costantemente. Nel corso del 2018, i crediti deteriorati netti sono calati a 90 miliardi, con una riduzione di 40 miliardi rispetto al 2017: una discesa legata a rilevanti operazioni di cessione di non performing loan (55 miliardi nel 2018, 42 miliardi nel 2017, 26 miliardi nel 2016).
CREDITI DETERIORATICREDITI DETERIORATI

Rispetto allo stock di finanziamenti, gli npl valgono il 4,3%, nel 2015 erano al 9,8%. Se si guarda alle sole sofferenze, analizzando i dati della Banca d'Italia, si scopre che i soggetti coinvolti sono oltre 1,2 milioni. Si tratta di imprese e famiglie alle prese con le difficoltà nell'onorare le scadenze dei finanziamenti: il 61,4% del totale dei clienti in ritardo coi rimborsi è esposto per finanziamenti da 250 euro a 30.000 euro; un altro 12,9% per prestiti da 30.000 euro a 75.000 euro; il 7,4% per crediti da 75.000 euro a 125.000 euro. Nella fascia più alta, invece, sono pochi, in proporzione, quelli in crisi: 19.609 clienti (1,6%) con prestiti da 1 a 2,5 milioni; 7.520 soggetti (0,6%) con finanziamenti da 2,5 milioni a 5 milioni; 5.425 (0,4%) per crediti da 5 milioni a 25 milioni, mentre oltre questa soglia ci sono appena 584 ''nomi'' (0,04% del totale).

Da un punto di vista geografico, il fenomeno delle sofferenze, e quindi di clienti bancari a rischio usura, si innesta per oltre il 50% nelle regioni settentrionali: il 33% degli npl è del Nord Ovest (Piemonte e Valle d'Aosta 5,4%, Lombardia 24,9%, Liguria 2,7%); il 25,2% è del Nord Est (Trentino Alto Adige 2,0%, Veneto 8,6%, Friuli Venezia Giulia 1,4%, Emilia Romagna 10,0%); nelle regioni del Centro si registrano, poi, sofferenze pari al 27,9% del totale (Toscana 8,3%, Umbria 1,9%, Marche 3,1%, Lazio 13,3%); il 6,4% degli npl è al Sud (Abruzzo e Molise 2,4%, Campania 6,7%, Puglia e Basilicata 4,5%, Calabria 1,5%), mentre il restante 3,4% è delle isole (Sicilia 5,4%, Sardegna 2,0%).

Guardando più in generale all'Europa, negli ultimi cinque anni lo stock di crediti deteriorati si è quasi dimezzato, 'liberando' risorse per ben 517 miliardi e il 65% di questo risultato è stato ottenuto da paesi come Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Solo in Italia, precisa il sindacato, l'ammontare complessivo di npl è diminuito del 52% dal 2014 al 2018, percentuale più alta d'Europa dopo il 78% registrato in Irlanda.
CREDITI DETERIORATICREDITI DETERIORATI

"Peccato che il primato tricolore delle operazioni di cessione cartolarizzazione - scrive la FABI nell'analisi - sia stato raggiunto nel nostro Paese con la vendita diretta di pacchetti di crediti a terze controparti che ormai hanno fatto degli npl un business o attraverso la garanzia pubblica dello Stato (Gacs). Entrambe le soluzioni sono state utilizzate e perpetrate a danno delle categorie sociali più importanti per lo sviluppo e la crescita del nostro Paese: i lavoratori, le imprese e famiglie. Chi ha tratto profitto dalle svendite folli di crediti marci - sostiene il sindacato - sono solo le banche e gli operatori di mercato, avvoltoi in cerca di affari a buoni prezzi e ignari del danno sociale prodotto".

"Non bisogna limitarsi a far quadrare i bilanci delle banche, ma anche tutti gli altri aspetti, soprattutto quelli sociali, derivanti da operazioni squisitamente finanziarie volute dalla Banca centrale europea e dietro le quali si arricchiscono i soliti personaggi", commenta il segretario Sileoni. "I tempi di recupero crediti delle società specializzate - spiega ancora - sono troppo veloci, da qui i pericoli per i titolari delle sofferenze di venire strozzati, con il serio rischio di finire, per disperazione, nelle mani degli usurai e della criminalità organizzata. Il paradosso sarà rappresentato dal fatto che sullo stesso territorio opereranno sia le banche che vorranno comportarsi bene, ma che hanno svenduto i loro crediti a degli avvoltoi, sia le stesse società specializzate nel recupero crediti che agiranno in fretta e con pochissimi scrupoli.

CREDITI DETERIORATICREDITI DETERIORATI
 E' una bomba che sta per esplodere - avverte Sileoni - e il governo deve intervenire a stretto giro, con una legge ad hoc, salvaguardando piccole, medie imprese in crisi oltre che famiglie disperate. Senza dimenticare che le ripetute cessioni di sofferenze da parte delle banche hanno un impatto negativo sul settore, sia per quanto riguarda l'occupazione sia perché le stesse banche rinunciano ad attività che potrebbero essere ben gestite al proprio interno: le professionalità esistono e vanno invece valorizzate", conclude Sileoni.

Fonte: qui

lunedì 10 giugno 2019

ECCO COME DOVREBBE FUNZIONARE LA NUOVA VALUTA ELETTRONICA

DEBITI ARRETRATI, INTERNI E DIFESA I PEGGIORI PAGATORI
Mario Sensini per il “Corriere della sera”

Oltre 73 mila fatture non pagate, per un debito residuo, accertato e scaduto, di 588 milioni di euro alla fine dello scorso anno. Matteo Salvini invita il ministro dell' Economia, contrario ai mini-Bot, ad accelerare i pagamenti dello Stato alle imprese, ma tra le amministrazioni pubbliche che hanno nei confronti delle imprese un arretrato di 27 miliardi, il suo ministero, quello dell' Interno, è tra i peggiori pagatori in assoluto.
CLAUDIO BORGHI CON UN FACSIMILE DI UN MINI BOTCLAUDIO BORGHI CON UN FACSIMILE DI UN MINI BOT

Nell' elenco delle amministrazioni che hanno più debiti arretrati, un rapporto che il Mef ha pubblicato per la prima volta un paio di settimane fa,il Viminale è al quarto posto. Al primo c' è l' Anas, con 1,4 miliardi di debiti scaduti a fine 2018, poi ci sono il Comune di Roma e il ministero della Difesa guidati dal Movimento 5 Stelle, in pressing altrettanto feroce sul ministero dell' Economia. Il Campidoglio ha 648 milioni di debito arretrato, mentre quello della Difesa arriva a 614 milioni. Fatti i conti, le imprese lamentano quasi 2 miliardi di euro di crediti scaduti nei confronti di tutti i ministeri.

Quello della Giustizia ha 269 milioni di euro di fatture arretrate da saldare, quello del Lavoro 117, quello dei Beni Culturali 130, ed è uno di quelli che ha il portafoglio più piccolo. Il ministero dell' Economia, cui Lega e M5S chiedono una soluzione per accelerare i pagamenti, ed ha il bilancio di gran lunga più grande di tutti i ministeri, è tra i più puntuali. L' arretrato è di 29 milioni, e nel corso del 2018 il Mef ha saldato il 99% delle fatture in appena 13 giorni di media.
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Il ministero del Lavoro si è fermato al 14%, e paga con un ritardo medio di 6 giorni, quello dello Sviluppo, anch' esso guidato da Luigi Di Maio, ha pagato il 56% delle fatture, ma rispettando pienamente i tempi (che in genere sono di 30 giorni). Il Viminale ha pagato l' 84% delle sue fatture del 2018: 2,4 miliardi su 3,1 complessivi, in un tempo medio di 85 giorni e un ritardo medio di 37, il peggiore in assoluto tra i ministeri.

E dire che, rispetto a quelli biblici del passato, che ci sono costati una procedura d' infrazione europea, i tempi si sono già accorciati molto. Anzi, i dati registrati dal sistema informatico dello Stato dicono che nel 2018 il tempo medio per pagare le forniture di beni e servizi è stato di 46 giorni, in anticipo di un giorno rispetto alla scadenza. A fine 2017 il tempo di pagamento era di 55 giorni, con un ritardo medio di una settimana.

Bankitalia offre cifre un po' diverse sulle passività commerciali dello Stato, valutate 43 miliardi al netto di quelle già conteggiate nel debito pubblico, ma in questa somma non ci sono soltanto i crediti scaduti. Quelli accertati dal Tesoro, i 27 miliardi di fine '18 non sono comunque un' eredità del lontano passato, ma quasi tutti maturati nel corso del 2018. Le imprese, l' anno scorso, hanno emesso 163 miliardi di euro di fatture, incassando 120 miliardi. Il resto è un credito che si può certificare e scontare in banca o usare per pagare le tasse. Come i mini-Bot.

COME DOVREBBE FUNZIONARE LA NUOVA VALUTA ELETTRONICA
Paolo Becchi Giovanni Zibordi per “Libero quotidiano”

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Alla fine anche Mario Draghi è intervenuto ieri nella discussione sull' emissione di 50 o 60 miliardi di mini-Bot: «...i mini-Bot sono moneta e in questo caso sono illegali oppure sono debito e allora il debito pubblico aumenterebbe...». I mini-Bot sono stati proposti da Claudio Borghi come biglietti di piccolo taglio emessi dal Tesoro per pagare i debiti arretrati di circa 60 miliardi verso le imprese e - non bisogna dimenticarlo - sono stati recepiti nel famoso "contratto" di governo tra M5S e Lega.

Il ministro dell' Economia Tria non li ha presi in considerazione per cui non se è più parlato, fino a quando, a sorpresa, pochi giorni fa è passata una mozione sui debiti arretrati dello stato in cui si diceva che possono essere pagati "anche con biglietti di piccolo taglio" emessi dal Tesoro. Tutti i partiti l' hanno votata all' unanimità, perché molti non avevano letto bene il testo. A quel punto è iniziata la polemica, cominciando da quella per cui si aumenta il debito pubblico.

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I 60 miliardi di debiti arretrati dello Stato verso fornitori sono stati già conteggiati nei deficit degli anni precedenti per cui si tratta di un fatto contabile formale e il mercato finanziario sa già che, in realtà, fanno parte del debito pubblico effettivo. Non è riconoscere contabilmente questo debito, che già esiste, nel debito pubblico che impressionerrebbe i mercati. Il punto critico è se funzionino come moneta, anche se non sono moneta legale.

I mini-Bot sarebbero cartacei, con un valore nominale di 10 euro, 20 euro, 50 o 100 euro, come le banconote. Non pagano interessi e non hanno scadenza, per cui sono un tipo di debito pubblico particolare, somigliano alla "moneta" che appunto non paga interessi e non scade. Non sono moneta legale (quella che tutti siamo obbligati ad accettare in pagamento) come gli euro e non sono garantiti dalla BCE. Avrebbero però lo stesso un valore simile agli euro.

IL SISTEMA 
Lo Stato italiano può accettare direttamente 1,000 mini-Bot come se fossero 1,000 euro. Se tu oggi detieni dei Bot (o BTP) e devi pagare 1,000 euro di tasse, li vendi, ottieni 1,000 euro sul conto corrente e poi fai un bonifico. Ma se lo Stato può accettare direttamente dei Bot in pagamento senza passare per il conto in banca e gli euro. E se lo Stato la accetta quasi tutti i privati la accettano anche loro, volontariamente (senza obbligo legale).

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Nello schema di Borghi i mini-Bot sarebbero cartacei, ma previo accordo del fisco con le banche, si potrebbero versare sul conto titoli e bonificare 1,000 mini-Bot al fisco per pagare 1,000 euro di tasse. Se una impresa allora riceve 1,000 di mini-Bot in pagamento di crediti arretrati può saldare una pendenza con il fisco di 1,000 e non le conviene darli via per una cifra minore altrimenti chi glieli compra per 800 o 900 ci guadagna la differenza. Se chi riceve Minibot non ha tasse da pagare li rivende, ma ci sarà molta gente che offre di comprarli per pagare le sue tasse se si offre uno sconto del 10% o forse anche solo del 5%.

Quale sarebbe la reazione della Ue, dei mercati, della Bce e anche dei cittadini? Qui c' è un problema. Oltre a saldare questi debiti verso le imprese e mettere in circolazione liquidità, i Minibot servivano secondo Borghi per avere una moneta cartacea in circolazione nel caso di ritorno alla lira. Se un governo allora emette MiniBot, questo potrebbe essere interpretato dai mercati e dai cittadini come una messa in discussione dell' euro e questo potrebbe scatenere il panico tra chi ha parecchi soldi in banca e una fuga dalle banche e dai titoli italiani. Supponiamo però che gli italiani non si facciano impressionare da chi grida "si vuole in segreto tornare alla lira" e il governo predisponga l' emissione di 60 miliardi di Minibot. Come va valutato il loro effetto?

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Ci sarebbero più soldi in giro e l' economia reagirebbe positivamente, ma lo Stato riceverebbe decine di miliardi di euro in meno di tasse e quindi saremmo da capo al problema del deficit che schizza dal 2% al 5% del Pil ad esempio?

LO SCAMBIO
Borghi sostiene che quasi tutti i negozi e business li accetterebbero per cui verrebbero scambiati come se equivalenti agli euro e non si avrebbe una riduzione di gettito perché si continuerebbe a pagare le tasse in euro. L' ipotesi è che, per un verso i MiniBot hanno valore pari agli euro perché il fisco li accetta, e per l' altro i cittadini si abituano ad usarli come se fossero contanti e alla fine se li tengono in tasca.

È realistico che vengano scambiati allo stesso valore degli euro anche se di fatto non li si usa per pagare le tasse? I MiniBot non pagano interessi, non sono garantiti dalla Bce e Bankitalia che anzi sono contrarie alla loro circolazione e non si possono usare all' estero, sono cartacei (anche se si può predisporre di versarli in un conto titoli...) e non tutti li accetteranno, perlomeno subito. È ovvio che si svalutino, magari di poco (dipende dalla percezione dei cittadini) rispetto agli euro che non hanno queste limitazioni e sono una moneta consolidata da venti anni nel mondo. Sembra probabile che le imprese li usino per pagare le tasse o per rivederli a qualcuno che a sua volta appena li riceve ci paga le tasse.
CLAUDIO BORGHI E ANTONIO MARIA RINALDICLAUDIO BORGHI E ANTONIO MARIA RINALDI

I 60 miliardi emessi di Minibot spariranno quindi quasi tutti dalla circolazione e torneranno allo Stato tramite il fisco. L' impatto sul deficit sarebbe in realtà minore di 60 miliardi perché stimolano a spendere, lavorare e produrre di più per cui il Pil e anche il gettito aumenta.

CONSEGUENZE
Alla fine dell' anno però il Tesoro incasserà 60 miliardi di mini-Bot invece che 60 miliardi di euro, mentre le pensioni, stipendi e redditi di cittadinanza vari li paga in euro e non in mini-Bot. Il deficit salirebbe, forse, al 5% del Pil facendo espandere l' economia, ma provocherebbe la solita reazione ostile da parte della Ue e dei mercati.

Affinché il meccanismo funzioni occorre quindi che i cittadini li utilizzino come se fosse moneta appunto, a fianco agli euro, e non se ne sbarazzino subito girandoli al fisco.
DEBITO PUBBLICODEBITO PUBBLICO
La proposta per essere efficace nel lungo periodo potrebbe allora essere così riformulata: i) Trasformare i mini-Bot in moneta fiscale elettronica e non cartacea, perché una moneta su carta di credito e bancomat è molto più liquida e utilizzabile (del resto tutte le proposte di "moneta fiscale" elaborate finora in Europa sono state pensate per moneta elettronica).

E creare un circuito di pagamenti agganciato al fisco e a tutti gli esercizi commerciali interessati; i) Occorre annunciare che se ne emetterà ogni anno a venire, come politica permanente, non una volta e poi basta. Vanno emessi a favore di tutte le famiglie e imprese per facilitarne la diffusione (in funzione dello stato dell' economia e degli obiettivi sociali del governo); ii) Devono anche pagare un interesse pari a quello medio di Btp, diciamo intorno all' 1,5%, in modo che ci sia un incentivo a detenerli (anche come forma di risparmio).

In questo modo potrebbero diventare una "Moneta Elettronica del Tesoro" che paga un interesse come un Btp a 5 anni e che il Tesoro si impegna a ricomprare alla pari con gli euro. E in più che si può usare direttamente per ogni pagamento, per cui compri una pizza da 7 euro e addebiti i 7 euro direttamente ai 50 mila euro che hai nel conto presso il Tesoro e che ti remunera all' 1,5%.
MARIO DRAGHI E GIOVANNI TRIAMARIO DRAGHI E GIOVANNI TRIA

Se è emessa dal Tesoro che garantisce che puoi pagarci le tasse, paga anche interessi come un Btp medio ed in più è utilizzabile per tutti i pagamenti elettronici, questa moneta elettronica sarà anche più conveniente che tenere soldi nei conti correnti o in fondi comuni. I cittadini italiani avranno convenienza ad usarla e detenerla e lo Stato si finanzierà più facilmente con questo nuovo tipo di debito pubblico che funziona anche come moneta.

Fonte: qui