Visualizzazione post con etichetta sofferenze bancarie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sofferenze bancarie. Mostra tutti i post

lunedì 24 giugno 2019

''LE FAMIGLIE SONO A RISCHIO USURA'', L'ALLARME DELLA FABI, IL SINDACATO DEI BANCARI.

SILEONI: ''CON LA VENDITA MASSICCIA DI SOFFERENZE, OLTRE 1 MILIONE DI FAMIGLIE E IMPRESE RISCHIA DI FINIRE NEL CAPPIO. SERVE UNA LEGGE AD HOC PER TUTELARLI'' 
GLI ISTITUTI RIPULISCONO I BILANCI, CEDENDO PACCHETTI DI SOFFERENZE A SOCIETÀ DI RECUPERO CREDITI CHE OPERANO CON MODALITÀ SPREGIUDICATE
(AdnKronos) - C'è un "rischio usura, per imprese e famiglie, legato alla massiccia vendita di sofferenze e di crediti deteriorati da parte delle banche italiane". A lanciare l'allarme è la FABI, che in un'analisi ha fotografato l'impatto sui territori e i rischi sociali derivanti dalla cospicua cessione di pacchetti di non performing loan delle banche. Come spiega infatti il segretario generale del sindacato, Lando Maria Sileoni, in Italia "i tempi di recupero crediti delle società specializzate sono troppo veloci, da qui i pericoli per i titolari delle sofferenze di venire strozzati, con il serio rischio di finire, per disperazione, nelle mani degli usurai e della criminalità organizzata".

SILEONI FABISILEONI FABI
Quello della cessione, ricorda il sindacato bancario, è "un fenomeno sensibilmente cresciuto negli ultimi anni, che riguarda prestiti non rimborsati per oltre 360 miliardi di euro e che interessa, guardando alle sole sofferenze, oltre 1,2 milioni di soggetti. Si tratta di clienti bancari 'ceduti', con le loro rate scadute, dagli istituti bancari a società specializzate nel recupero crediti che operano frequentemente con modalità spregiudicate: la maggior parte dei soggetti coinvolti (61%) è esposta per cifre che vanno da 250 euro a 30.000 euro". Nell'analisi, evidenzia la FABI, emerge che sul piano territoriale è il Nord Ovest l'area geografica più toccata dal problema col 33% degli npl totali, con la Lombardia (24,9%) in testa alla classifica, seguita dal Lazio con il 13,3% dei crediti deteriorati.

CREDITI DETERIORATICREDITI DETERIORATI
Come ricorda ancora il sindacato, dal 2015 al 2018, anche per effetto delle forti pressioni esercitate dalle autorità di vigilanza europee, sono stati immessi sul mercato npl per oltre 170 miliardi. "Operazioni che, se da una parte hanno consentito alle banche di migliorare i risultati raggiungendo in tempi brevi gli obiettivi dei requisiti patrimoniali imposti dalle stesse autorità europee, dall'altro stanno mettendo in pericolo i clienti bancari". Il fenomeno dei crediti deteriorati in banca raggiunge il picco nel 2015 con 360,4 miliardi tra sofferenze (201,1 miliardi) inadempienze probabili (136,3 miliardi) ed esposizione scadute (13,8 miliardi). "Da quel momento è scattata una vasta pulizia di bilancio, che ha rappresentato la via d'uscita preferita dalle banche italiane, ricercata da management al solo scopo di fare cassa, riequilibrare il bilancio e accontentare la vigilanza bancaria europea", continua la FABI.

Nell'arco del triennio 2015-2018, continua l'analisi, il totale dei crediti deteriorati ancora iscritti nei bilanci bancari è stato portato 189,5 miliardi: 101,5 miliardi di sofferenze, 82,9 miliardi di inadempienze probabili e 4,9 miliardi di esposizioni scadute. La riduzione è assai significativa. Sul discusso e pericoloso mercato del recupero crediti è finita, dunque, con ogni probabilità, una parte consistente dei 170,8 miliardi ''spazzati via'' dai bilanci delle banche. Le operazioni di vendita sono cresciute costantemente. Nel corso del 2018, i crediti deteriorati netti sono calati a 90 miliardi, con una riduzione di 40 miliardi rispetto al 2017: una discesa legata a rilevanti operazioni di cessione di non performing loan (55 miliardi nel 2018, 42 miliardi nel 2017, 26 miliardi nel 2016).
CREDITI DETERIORATICREDITI DETERIORATI

Rispetto allo stock di finanziamenti, gli npl valgono il 4,3%, nel 2015 erano al 9,8%. Se si guarda alle sole sofferenze, analizzando i dati della Banca d'Italia, si scopre che i soggetti coinvolti sono oltre 1,2 milioni. Si tratta di imprese e famiglie alle prese con le difficoltà nell'onorare le scadenze dei finanziamenti: il 61,4% del totale dei clienti in ritardo coi rimborsi è esposto per finanziamenti da 250 euro a 30.000 euro; un altro 12,9% per prestiti da 30.000 euro a 75.000 euro; il 7,4% per crediti da 75.000 euro a 125.000 euro. Nella fascia più alta, invece, sono pochi, in proporzione, quelli in crisi: 19.609 clienti (1,6%) con prestiti da 1 a 2,5 milioni; 7.520 soggetti (0,6%) con finanziamenti da 2,5 milioni a 5 milioni; 5.425 (0,4%) per crediti da 5 milioni a 25 milioni, mentre oltre questa soglia ci sono appena 584 ''nomi'' (0,04% del totale).

Da un punto di vista geografico, il fenomeno delle sofferenze, e quindi di clienti bancari a rischio usura, si innesta per oltre il 50% nelle regioni settentrionali: il 33% degli npl è del Nord Ovest (Piemonte e Valle d'Aosta 5,4%, Lombardia 24,9%, Liguria 2,7%); il 25,2% è del Nord Est (Trentino Alto Adige 2,0%, Veneto 8,6%, Friuli Venezia Giulia 1,4%, Emilia Romagna 10,0%); nelle regioni del Centro si registrano, poi, sofferenze pari al 27,9% del totale (Toscana 8,3%, Umbria 1,9%, Marche 3,1%, Lazio 13,3%); il 6,4% degli npl è al Sud (Abruzzo e Molise 2,4%, Campania 6,7%, Puglia e Basilicata 4,5%, Calabria 1,5%), mentre il restante 3,4% è delle isole (Sicilia 5,4%, Sardegna 2,0%).

Guardando più in generale all'Europa, negli ultimi cinque anni lo stock di crediti deteriorati si è quasi dimezzato, 'liberando' risorse per ben 517 miliardi e il 65% di questo risultato è stato ottenuto da paesi come Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Solo in Italia, precisa il sindacato, l'ammontare complessivo di npl è diminuito del 52% dal 2014 al 2018, percentuale più alta d'Europa dopo il 78% registrato in Irlanda.
CREDITI DETERIORATICREDITI DETERIORATI

"Peccato che il primato tricolore delle operazioni di cessione cartolarizzazione - scrive la FABI nell'analisi - sia stato raggiunto nel nostro Paese con la vendita diretta di pacchetti di crediti a terze controparti che ormai hanno fatto degli npl un business o attraverso la garanzia pubblica dello Stato (Gacs). Entrambe le soluzioni sono state utilizzate e perpetrate a danno delle categorie sociali più importanti per lo sviluppo e la crescita del nostro Paese: i lavoratori, le imprese e famiglie. Chi ha tratto profitto dalle svendite folli di crediti marci - sostiene il sindacato - sono solo le banche e gli operatori di mercato, avvoltoi in cerca di affari a buoni prezzi e ignari del danno sociale prodotto".

"Non bisogna limitarsi a far quadrare i bilanci delle banche, ma anche tutti gli altri aspetti, soprattutto quelli sociali, derivanti da operazioni squisitamente finanziarie volute dalla Banca centrale europea e dietro le quali si arricchiscono i soliti personaggi", commenta il segretario Sileoni. "I tempi di recupero crediti delle società specializzate - spiega ancora - sono troppo veloci, da qui i pericoli per i titolari delle sofferenze di venire strozzati, con il serio rischio di finire, per disperazione, nelle mani degli usurai e della criminalità organizzata. Il paradosso sarà rappresentato dal fatto che sullo stesso territorio opereranno sia le banche che vorranno comportarsi bene, ma che hanno svenduto i loro crediti a degli avvoltoi, sia le stesse società specializzate nel recupero crediti che agiranno in fretta e con pochissimi scrupoli.

CREDITI DETERIORATICREDITI DETERIORATI
 E' una bomba che sta per esplodere - avverte Sileoni - e il governo deve intervenire a stretto giro, con una legge ad hoc, salvaguardando piccole, medie imprese in crisi oltre che famiglie disperate. Senza dimenticare che le ripetute cessioni di sofferenze da parte delle banche hanno un impatto negativo sul settore, sia per quanto riguarda l'occupazione sia perché le stesse banche rinunciano ad attività che potrebbero essere ben gestite al proprio interno: le professionalità esistono e vanno invece valorizzate", conclude Sileoni.

Fonte: qui

lunedì 16 gennaio 2017

Debitori e banchieri sono tutti colpevoli

Oltre a pretendere la lista dei debitori delle banche, bisognerebbe cominciare a parlare anche di quella dei banchieri

Oltre a pretendere la lista dei debitori delle banche, bisognerebbe cominciare a parlare anche di quella dei banchieri.

Da qualche giorno a questa parte ha preso forza, come un virus, la richiesta dei nomi dei primi 100 debitori insolventi delle aziende di credito che, come il Monte dei Paschi, sono destinate ad essere salvate dallo Stato e cioè con i soldi dei contribuenti. Fuori i nomi dunque: a prima vista è difficile non essere d'accordo. Ma questa è solo una parte del problema. Ed è la più scivolosa: se ci si fa coinvolgere in un atteggiamento giacobino di questo tipo, si rischia di imbracciare il forcone prima ancora di capire contro chi lo si vorrebbe utilizzare e perché.
In Italia il cortocircuito tra i maggiori azionisti delle banche e certi loro grandi clienti, attraverso la mediazione degli strapagati top manager e sotto l'occhio vigile della Banca d'Italia, è sotto gli occhi di tutti almeno dalla fine del secolo scorso. 
Il fatto stesso che grandi imprenditori, costruttori in particolare, fossero - più o meno al tempo stesso - azionisti, amministratori e clienti a vario titolo del medesimo gruppo bancario rappresentava il terreno ideale per operare senza adeguati controlli. Mentre in casi di difficoltà, la regia della Banca d'Italia permetteva ai grandi soci di banche scassate di venire salvati da quelli delle aziende più sane.

Che così si ammalavano anch'esse.
I top manager, che sono i responsabili di ultima istanza delle grandi operazioni, mettevano la loro firma. In cambio hanno ricevuto per tre lustri (e ancora molti di loro ricevono) stipendi che nel '900 non si erano mai visti: nessuno guadagnava, con le lire, 5, 6 o 10 miliardi l'anno; che a volte lievitavano con i mitici e altrettanto misteriosi «bonus» fino al doppio. Eppure, da un certo momento in poi, questa cosa è diventata normale. 
Così come lo è diventata anche la prassi delle liquidazioni da 20-40 milioni di euro per quelli che, terminato il lavoro, se ne andavano.
Questo è un giornale di tradizione liberale che crede nel libero mercato. Ma abbiate pazienza: a noi umani il sospetto che dietro a certe cifre ci fosse l'adeguato risarcimento per aver agito più nell'interesse di alcuni soci (che facevano in modo di deliberarlo) piuttosto che in quello della società che lo pagava realmente, ci sta tutto. Specialmente «a valle» di certi risultati disastrosi lasciati in eredità.
A chi?

A noi contribuenti, pare.
Qualche settimana fa l'attuale numero uno di Unicredit, il francese Jean Pierre Mustier, ha annunciato che alla banca serve un aumento di capitale da 13 miliardi di euro: la più grande operazione mai lanciata in Italia (altrettanti sono già stati versati dai soci negli ultimi sette anni). 
Per l'occasione Mustier ha mostrato, tra le altre, una slide molto istruttiva: dei circa 50 miliardi di crediti deteriorati oggi nella pancia di Unicredit, il 50% si è accumulato in soli tre anni: dal 2007 al 2009. Vale a dire in corrispondenza dell'ultima grande «operazione di sistema» effettuata dall'allora numero uno Alessandro Profumo: la fusione con Capitalia, la ex Banca di Roma guidata da Cesare Geronzi, il gruppo bancario notoriamente più sofferente del sistema.

Nel 2010 Profumo lasciava Unicredit con una liquidazione di 40 milioni di euro, Mentre Geronzi passava alla presidenza di Mediobanca.
È vero che la crisi finanziaria ed economica ha poi trasformato tutto in Cajenna, ma certo c'è poco da stupirsi. Per questo il Giornale è stato tra i primi, dando voce a Luigi Zingales, a sposare la richiesta di una commissione di inchiesta interna (lo Stato azionista lo può fare, ma che non serve a nulla visto che non può lavorare per recuperare le somme impunemente distratte!) o parlamentare. Che ricostruisca come si è arrivati a 350 miliardi, all'equivalente del 20% del Pil, in crediti bancari deteriorati. Senza gogne e senza ipocrisia.

Fonte: qui

Banche: Cgia, grandi imprese responsabili 81% sofferenze

Situazione ha comportato forte contrazione dei crediti

(ANSA) - VENEZIA, 14 GEN - Al 30 settembre 2016, ultimo dato disponibile, le sofferenze riferite solo al sistema bancario italiano si sono attestate a 186,7 miliardi di euro lordi.
    Sebbene il tasso di copertura italiano continui ad essere superiore alla media europea, in nessun altro Paese dell'Ue la dimensione complessiva dei crediti deteriorati ha raggiunto tale importo. Lo indica la Cgia di Mestre che ha calcolato che l'81% delle stesse sofferenze è stato causato dal primo 10% degli affidati lo stesso 10% a cui sono stati erogati finanziamenti per cassa. Soggetti, questi ultimi, di segmento alto che sicuramente non appartengono alle categorie dei piccoli commercianti, degli artigiani o dei lavoratori autonomi. Questa situazione per la Cgia ha provocato una forte contrazione dei prestiti all'economia reale del nostro Paese. Non essendo in grado di recuperare una buona parte dei prestiti erogati, le banche hanno deciso di non rischiare più e hanno chiuso i rubinetti del credito.
   

martedì 14 giugno 2016

ALLARME BANCHE: TORNANO A SALIRE LE SOFFERENZE

banca-rotta-banche-144404 (3)

ORA LE RATE NON PAGATE VALGONO 198 MILIARDI DI EURO E QUELLE PIU' A RISCHIO (CIOE' SPAZZATURA CHE SPESSO SI TRASFORMA IN PERDITE) AMMONTANO A 84 MILIARDI (IN UN ANNO SONO CRESCITE DEL 2%)

Gli istituti si consolano con la crescita del credito al consumo e ringraziano le famiglie che si indebitano per comprare tablet e smartphone (negli ultimi 12 mesi boom di 21 miliardi)

Per le imprese, invece, si è registrata una diminuzione delle erogazioni di quasi 16 miliardi (-2%), da 806 miliardi a 790 miliardi

Tornano a salire le sofferenze bancarie ad aprile: in un anno le rate non pagate dei finanziamenti sono cresciute di 6,7 miliardi di euro arrivando a 198 miliardi (+2%): a pesare è soprattutto il peso delle sofferenze delle imprese, salite di 4 miliardi a 140,7 miliardi (+3%), mentre quelle relative alle famiglie ammontano a 37 miliardi e sono cresciute di quasi 2 miliardi.
abi
Le sofferenze lorde valgono 198 miliardi, mentre quelle nette sono cresciute di 1,6 miliardi (+2 miliardi) a quasi 84 miliardi. Questi i dati principali del rapporto mensile sul credito realizzato dal Centro studi di Unimpresa, secondo il quale i prestiti al settore privato sono complessivamente saliti di quasi 5 miliardi (+0,34%), dai 1.405 miliardi di aprile 2015 ai 1.409 miliardi di aprile 2016: a spingere la ripresina dei finanziamenti bancari è il credito al consumo, cresciuto di quasi 22 miliardi (+35%), e il ramo mutui casa, aumentato di oltre 4 miliardi (+1%); per le imprese, invece, si è registrata una diminuzione delle erogazioni di quasi 16 miliardi (-2%), da 806 miliardi a 790 miliardi, causata dalla discesa dei prestiti a breve di 16 miliardi e di quelli di lungo periodo di 15 miliardi, mentre i finanziamenti di medio periodo sono saliti di 15 miliardi.
Secondo lo studio dell'associazione Unimpresa, basato su dati della Banca d'Italia, complessivamente lo stock dei finanziamenti al settore privato è lievemente cresciuto da aprile 2015 ad aprile 2016 di 4,8 miliardi (+0,34%): il totale dei prestiti è salito da 1.405,08 miliardi a 1.409,8 miliardi.
Un risultato legato all'aumento delle erogazioni alle famiglie sostenute da una dinamica in forte accelerazione del credito al consumo, comparto salito di 21,8 miliardi in un anno da 60,9 miliardi a 82,7 miliardi (+35,91%): si tratta dei prestiti erogati per una finalità specifica, in particolare per l'acquisto di automobili, elettrodomestici, televisori, tablet, smartphone, computer, arredamento per la casa e viaggi.
Lieve crescita anche per i mutui di 4,5 miliardi da 357,9 miliardi a 362,5 miliardi (+1,28%), mentre si registra un calo di 5,6 miliardi per i prestiti personali scesi da 179,5 miliardi a 173,9 miliardi (-3,15%). Complessivamente i finanziamenti alle famiglie sono saliti di 20,8 miliardi da 598,4 miliardi a 619,2 miliardi (+3,48%). Resta in generale negativo il quadro per le imprese che hanno visto calare i finanziamenti di 15,9 miliardi da 806,6 miliardi a 790,6 miliardi (-1,98%).
Le aziende nell'ultimo anno hanno assistito alla riduzione dei finanziamenti di quasi tutti i tipi di durata. Sono calati i prestiti a breve termine (fino a 1 anno) per 16,06 miliardi (-5,43%) da 296,03 miliardi a 279,9 miliardi e quelli di lungo periodo (oltre 5 anni) di 15,5 miliardi (-4,13%) da 376,05 miliardi a 360,5 miliardi, mentre quelli di medio periodo (fino a 5 anni), in controtendenza, sono cresciuti di 15,6 miliardi (+11,61%) da 134,5 miliardi a 150,2 miliardi.
Parallelamente c'è la questione delle rate dei finanziamenti non rimborsati: in totale le sofferenze sono passate dai 191,6 miliardi di aprile 2015 ai 198,3 miliardi di aprile 2016 (+3,52%) in aumento di 6,7 miliardi; a gennaio scorso le sofferenze ammontavano a 202,05 miliardi. Nel dettaglio, la quota di crediti deteriorati che fa capo alle imprese è salita da 136,3 miliardi a 140,7 (+3,21%) in aumento di 4,3 miliardi. La fetta relativa alle famiglie è cresciuta da 35,5 miliardi a 37,4 miliardi (+5,16%) in salita di 1,8 miliardi.
accantonamenti sofferenze bancarie
ACCANTONAMENTI SOFFERENZE BANCARIE
Per le imprese familiari c'è stato un aumento di 416 milioni da 15,5 miliardi a 15,9 miliardi (+2,67%). Le "altre" sofferenze (Pa, onlus, assicurazioni, fondi pensione) sono passate invece da 4,07 a 4,1 miliardi (+2,95%) con 120 milioni in più. Le sofferenze nette sono passate da 82,2 miliardi di aprile 2015 a 83,9 miliardi di aprile 2016 in aumento di 1,6 miliardi (+2,04%).
Ad aprile 2015 le sofferenze corrispondevano al 13,64% dei prestiti bancari (1.405,8 miliardi), percentuale salita al 14,07% ad aprile scorso, quando i finanziamenti degli istituti erano passati a 1.409,8 miliardi. Rispetto alla fine del 2010 le sofferenze sono più che raddoppiate: in poco più di cinque anni, da dicembre 2010 ad aprile 2016, sono salite da 77,8 miliardi a 198,3 miliardi in salita di quasi 120 miliardi. A fine 2011 erano a 107,1 miliardi; alla fine del 2012 a 124,9 miliardi.
Fonte: qui

sabato 23 aprile 2016

Banche: Unimpresa, 70% sofferenze legate a grandi prestiti non rimborsati

Tabella-sofferenze-classi-dimensionali-
23 gennaio 2016
l rapporto dell’associazione sui 201,1 miliardi di finanziamenti non ripagati. Ad appena il 2,63% dei clienti (32.608 soggetti, sia imprese sia famiglie, su un totale di 1.240.410 clienti problematici) è riconducibile il 70,35% delle sofferenze bancarie (141,4 miliardi); 25,5 miliardi di sofferenze sono a carico di soli 579 soggetti, lo 0,05% del totale; sul 97% dei clienti (più di 1,2 milioni di soggetti), che hanno prestiti da 250 euro a 500.000 euro, pesa solo il 29% delle sofferenze (59,6 miliardi).

Longobardi: “Problema delle sofferenze da risolvere subito anche se ora emergono gli errori degli istituti che per anni hanno prestato denaro con criteri evidentemente sballati”

Le sofferenze delle banche sono legate ai grandi prestiti non rimborsati: il 70% dei finanziamenti non ripagati da famiglie e imprese si riferisce, infatti, a crediti superiori a 500.000 euro.

Sul totale delle sofferenze pari a 201,1 miliardi di euro, 141,4 miliardi sono relativi a finanziamenti oltre il mezzo milione di euro erogati ad appena 32.608 soggetti, il 2,63% dei clienti “problematici” degli istituti;

25,5 miliardi di sofferenze sono a carico di soli 579 soggetti, lo 0,05% del totale.

Lo rileva il rapporto del Centro studi di Unimpresa “Sofferenze bancarie divise per dimensione dei prestiti” secondo il quale sul 97% dei clienti (più di 1 milione di soggetti), che hanno prestiti da 250 euro a 500.000 euro, pesa solo il 29% delle sofferenze (52 miliardi).
Secondo l’analisi dell’associazione, basata su dati della Banca d’Italia aggiornati a novembre 2015, il 70,35% delle sofferenze delle banche, cioè 141,4 miliardi su 201,1 miliardi complessivi, è relativo a finanziamenti superiori a 500.000 euro. Ad appena il 2,63% dei clienti (32.608 soggetti, sia imprese sia famiglie, su un totale di 1.240.410 clienti problematici) è riconducibile il 70,35% delle sofferenze bancarie (141,4 miliardi). Nel dettaglio, 17,1 miliardi di sofferenze (8,45%) si riferiscono a finanziamenti da 500.000 euro a 1 milione, erogati a 25.973 soggetti (2,09%); 27,7 miliardi (13,83%) si riferiscono a prestiti da 1 milione fino a 2,5 milioni, concessi a 19.274 clienti (1,55%); 23,8 miliardi (11,84%) sono relativi a crediti da 2,5 milioni a 5 milioni, erogati a 7.386 clienti (0,60%); 47,2 miliardi (23,48%) si riferisce a finanziamenti da 5 milioni a 25 milioni, concessi a 5.369 soggetti (0,43%); 25,5 miliardi (12,72%) è legato a prestiti superiori a 25 milioni erogati a 579 clienti (0,05%).
Meno di un terzo delle sofferenze (29,65%), cioè 59,6 miliardi, è invece legato a finanziamenti di importo minore che vanno da 250 euro a 500.000 euro, concessi a una platea molto vasta di clienti ora in difficoltà, pari a 1.207.802 soggetti (il 97,37% del totale). Nel dettaglio, 6,5 miliardi di sofferenze (3,23%) si riferisce a finanziamenti da 250 euro a 30.000 euro erogati a 758.664 clienti (61,19%); 7,8 miliardi (3,90%) sono relativi a prestiti da 30.000 euro a 75.000 euro concessi a 161.641 soggetti (13,03%); 9,1 miliardi (4,50%) è relativo a crediti da 75.000 euro a 125.000 euro erogati a 93.168 clienti (7,51%); 20,2 miliardi (10,’8%) si riferisce a finanziamenti da 125.000 euro a 250.000 euro concessi a 119.504 soggetti (9,63%); 15,9 miliardi è legato a crediti da 250.000 euro a 500.000 euro erogati a 48.552 clienti (3,91%).
Fonte: qui