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giovedì 8 dicembre 2016

Austerità: come l’UE ha ridotto la Grecia a paese del terzo mondo

Dopo aver visto gli effetti delle politiche di austerità in Italia, valutiamo gli effetti delle stesse politiche in Grecia.

L’austerità non è stata una soluzione per l’Italia, tantomeno per la Grecia.
Abbiamo già visto il fallimento delle politiche di austerità nel nostro Paese, ma l’austerity continua ad essere una cura propagandata a tutto tondo, con la scusa della virtù, nell’Unione Europea.
Pertanto, ci sembra d’uopo valutare gli effetti dall’austerità anche in quello che, visto ciò che abbiamo sentito e “categorizzando” sulla falsa riga di un noto filosofo, potrebbe essere detto il paese PIIGS dei PIIGS, cioè, il paese PIIGS in assoluto: la Grecia.
Chiaramente ci stiamo riferendo alla Grecia e, quindi, valuteremo gli effetti dell’austerità nella stessa, su alcuni parametri come il PIL (nominale), il rapporto debito/PIL e l’occupazione, alla luce degli obiettivi perseguiti, almeno nell’intento e in relazione alle dichiarazioni, e quelli effettivi e reali conseguiti con le politiche di austerità calate dall’alto dell’Unione Europea.
Ma non ci limiteremo a questo: confrontiamo i parametri di volta in volta presi in considerazione per la Grecia con quelli di paesi che vengono considerati del “terzo mondo”, per avere una migliore idea dei risultati raggiunti dalle politiche volute dall’Unione Europea in Grecia.
Cominciamo prendendo in considerazione il PIL (nominale) dell’economia ellenica: 

PIL Grecia (colonne blu, scala di sinistra), PIL Nigeria (linea punteggiata nera, scala di destra)
Nel 2008, allo scoppio della crisi, il PIL della Grecia era di 354 miliardi di dollari, quello della Nigeria di 208 miliardi di dollari. Nel 2015, dopo anni di austerità in Grecia, il PIL della stessa è di 195 miliardi di dollari e quello della Nigeria di 481 miliardi. Di poi, è vero che se guardiamo al PIL in termini reali, la forbice è molto “inferiore”, dati gli alti livelli di inflazione nigeriana rispetto a quella greca, ma, sottolineiamo, non è sufficiente a giustificare una perdita di PIL così ampia da parte della Grecia.
Questo significa che, in termini reali, il PIL greco sarà più vicino a quello della Nigeria. Ma ciò non fa altro che avallare ulteriormente, anche in termini reali, quello che siamo qui a sostenere: cioè che in Grecia le politiche di austerità hanno avuto “performance” con risultati da “terzo mondo” e non da economia evoluta.
Grandi effetti dell’austerità, oseremmo dire: la Grecia, dal 2008, in pratica, ha perso 159 miliardi di dollari in PIL. Inoltre, e valutiamo lo stock del debito greco (irrisorio in confronto agli stock di paesi come Francia, Italia, Germania, USA, Giappone, ecc. ecc.) notiamo che sulla crescita del rapporto debito/PIL, più che una crescita del debito (numeratore), ha pesato il crollo del PIL (fattore denominatore).
Per cui, le politiche di austerità hanno abbattuto il PIL greco più che lo stock del debito. Infatti se confrontiamo, come fatto nel grafico, il PIL greco prima e dopo la crisi, è impossibile non cogliere questo crollo. Invece, per es., la Nigeria, nel 2008 aveva un PIL di 208 miliardi di dollari, ora è a 481 miliardi.
In pratica, mentre ad inizio crisi il PIL della Grecia era di molto superiore a quello della Nigeria, ora, dopo anni di austerità, è di molto inferiore. Certo, si potrebbe sostenere che, in questo caso, siano state lungimiranti le politiche nigeriane, ma questo non toglie nulla al fatto che, invece, quelle implementate in Grecia (proprio in relazione alla grossa perdita di PIL) siano state fallimentari e, inoltre, renderebbe plausibile pensare che in Nigeria capiscano di “crescita del PIL”, più di quanto ne capiscano all’Unione Europea.
Continuiamo prendendo ora in considerazione il rapporto debito/PIL:

Rapporto debito/PIL Grecia (colonne blu, scala di sinistra), rapporto debito/PIL dello Zimbabwe (linea punteggiata nera, scala di destra)
Nel 2008, il rapporto debito/PIL della Grecia era al 109% ora è al 177%. Quindi l’obiettivo dichiarato con l’adozione delle politiche di austerità, cioè il contenimento della crescita del rapporto debito/PIL, non è stato raggiunto: anzi, è peggiorato di molto. Infatti dal 2008 ad ora è salito di ben 68 punti percentuali.
Al contrario, nello Zimbabwe, sì, il paese con la moneta inflazionata e svalutata (dove, secondo alcuni si fa, o si dovrebbe fare, la spesa con le carriole, come in Germania ai tempi di Weimar), il rapporto debito/PIL passa dal 147% del 2008, al 77% del 2015. Anche questo caso, si avalla l’idea che in Zimbabwe si intendano di riduzione del rapporto debito/PIL più di quanto facciano all’Unione Europea.
Infine vediamo il dato occupazionale in Grecia: 
 
Tasso di disoccupazione in Grecia (linea azzurra continua, scala di sinistra), Tasso di disoccupazione in Sudan (linea nera punteggiata, scala di destra)
Come è facile notare, in Grecia, nel 2008, la disoccupazione era ben sotto il 10%, nel 2015 era al 23,40%. In Sudan, nel 2008, la disoccupazione era al 16,8%, nel 2015 al 19,5%. Quindi, anche dal punto di vista occupazionale, le politiche implementate in Grecia sono state ben peggiori di quelle implementate in Sudan. Infatti, mentre all’alba della crisi la disoccupazione in Grecia era inferiore a quella in Sudan, dopo anni di austerità, la disoccupazione è diventata ben peggiore in Grecia che in Sudan.
Ora, ci sia permesso un appunto. Sappiamo che confrontare dati così (senza, per esempio, valutare il PIL reale più che quello nominale) potrebbe avere scarso “senso economico” e risultare, più che altro, in una “provocazione” (ed infatti è una provocazione); ma questo non cancella, né erode, l’idea di fondo che le politiche di austerità abbiano portato la Grecia ad un disastro peggiore, piuttosto che sanare la sua situazione. Invero, le politiche di austerità hanno avuto come risultato quello di avvicinare la Grecia (in termini nominale e reali) più a un paese del terzo mondo che ad una economia evoluta del Vecchio Continente.
La Grecia, grazie all’austerità, si è avvicinata all’Africa, non all’Europa; e questo grazie a politiche, senza senso, volute da tecnocrati che sono più inclini a favorire i forti contro i deboli e ad aumentare le disuguaglianze, piuttosto che a praticare misure economiche in grado di risolvere la crisi. 
Dalla crisi della Grecia qualcuno, facendo strame della stessa, ci ha guadagnato ed ha individuato il “capro espiatorio” di un’Unione che non è unita in nulla se non nel perseguire un’Europa dei poveri sempre più poveri e dei ricchi sempre più ricchi (che assoldano i tecnocrati), piuttosto che quella dei popoli (che fino ad ora non si è mai vista nemmeno da lontano).
Pertanto, le politiche di austerità, volute dall’Unione Europea si sono rivelate, incontrovertibilmente e indubitabilmente, fallimentari; e chi continua a sostenerle (nonché a sostenere l’Europa Unita) non è, né più né meno, che un “complice” dello strazio e dello strame che è stato fatto contro la Grecia e contro i greci.
Fonte: qui

Nel Venezuela in crisi nera le donne si vendono pure i capelli


Cibo e medicine scarseggiano.

In centinaia passano il confine per pochi dollari

Ne arrivano a centinaia, di recente almeno 200 al giorni, dice il Guardian. Sono tutte donne, tutte hanno una chioma fluente e tutte, dopo un'attesa più o meno lunga, attraversano di nuovo la frontiera colombiana, per tornare nel Venezuela dove una crisi nera spinge a vendersi tutto per pochi dollari, capelli compresi.
Manca il cibo, mancano le medicine, mancano gli assorbenti. Nel Paese sudamericano la situazione è ormai tragica e se le corsie dei supermercati sono un desolante ritratto dello stato del Paese, il mercato nero fiorisce e spinge le donne venezuelane a vendersi anche le ciocche, per dieci, venti dollari. Non di più.
Venti dollari che però non sono pochi a Caracas. Un salario minimo. Quanto basta per convincere donne come Celina, 45 anni, intervistata dal Guardian, a farsi tagliare malamente i capelli, che finiranno nelle extension per le donne colombiane. "Non sarà molto, ma almeno posso permettermi degli antidolorifici", spiega. O comprarsi un po' di cibo.
Oltre confine è un fiorire di improvvisati barbieri e intermediari, per un business che dal lato venezuelano del confine significa sopravvivere ancora per un po', da quello colombiano materia prima a poco prezzo - e molte lacrime - per i saloni di parrucchiere.

Fonte: qui

venerdì 23 settembre 2016

Venezuela, in ospedale non ci sono culle: neonati finiscono nelle scatole di cartone

L'immagine pubblicata da una avvocato venezuelano per i diritti umani documenta lo stato di degrado in cui versano alcune strutture sanitarie del Paese sudamericano, vittima ormai da tempo di una gravissima crisi economica.



Venezuela, in ospedale non ci sono culle: neonati finiscono nelle scatole di cartone


La grave situazione economica in cui versa il Venezuela continua ad avere tragiche ripercussioni sulla vita quotidiana. Ne è una prova la foto scattata da Manuel Ferreira, un avvocato esperto in diritti umani che così ha provata a gettare luce su quanto succede in un reparto maternità di un ospedale locale: in mancanza di culle sono state riciclate delle scatole di cartone per accogliere i bimbi venuti al mondo negli ospedali pubblici. 

La foto è diventata immediatamente virale su Facebbok e Twitter. Il fatto sarebbe avvenuto nel reparto maternità dell'ospedale Domingo Guzman Lander, nello stato di Anzoategui (nord-est del Paese). Il tweet riporta come didascalia una citazione di una nota canzone di Ali Primera, celebre cantautore impegnato: "Che triste come arrivano i bimbi nelle loro culle di cartone".

La vicenda ha catalizzato l’attenzione dei media non solo in Venezuela. Inizialmente il direttore dell'ospedale, José G. Zurbarán, ha definito la diffusione di queste immagini su Twitter “un attacco mediatico feroce”, mentre i dipendenti del nosocomio  hanno postato immagini, molto diverse, dello stesso luogo, al fine di contrastare questa “foto tendenziosa”. Il medico ha prima assicurato, dal suo account twitter, che “è falso che i bambini vengono messi nelle scatole di cartone”, aggiungendo però in un altro messaggio che “ci sono persone che utilizzano situazioni isolate per attaccare chi, giorno dopo giorno, dà il meglio di sé”. Quel che è certo è che ora i neonati sono stati sistemati all’interno di vere culle. "La mia denuncia almeno è servita a fare accomodare un po' meglio quei bebé", ha commentato Ferreira.

Fonte: qui

domenica 12 giugno 2016

Da dove arriverà il nuovo collasso dell’economia

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COLLASSO ECONOMICO - «C’è una supernova pronta a esplodere», ha avvertito Bill Gross, numero uno di Janus Capital. Si riferiva ai 10 trilioni di bond con tassi negativi. Ma in giro ci sono molte altre micce: il petrolio che non risalirà, Trump, la Brexit. Senza dimenticare, sullo sfondo, la Cina e i Paesi emergenti

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Arriverà la Supernova?

Ci sarà un nuovo 2008?

Una nuova era di fallimenti a catena è più dietro l’angolo di quanto non pensiamo?

La sfera di cristallo non è ancora in commercio, ma il nervosismo si sta impossessando dei mercati. I sondaggi favorevoi ala Brexit hanno affondato le borse europee, venerdì 10 giugno, e i rendimenti ai minimi storici del Bund decennale tedesco (arrivati allo 0,01%) fanno temere nuove bolle, come hanno avvertito venerdì, in Germania, il ministro delle finanze Wolfgang Schäuble e il governatore della Bundesbank, Jens Wiedmann. Che di rischi all’orizzonte ci sia abbondanza è facile capirlo. Sono di origine finanziaria, ma oggi in larga parte anche politica. Vediamoli, in ordine di pericolosità.

Petrolio

Se ne parla meno di qualche mese fa, perché i livelli sono risaliti da 30 a 50 dollari al barile. Ma l’Opec tra aprile e giugno non ha trovato un accordo sulla riduzione della produzione e l’aumento sembra più derivare dagli incendi in Alberta (Canada) e da vari scioperi che hanno interessato il settore. Stimare il prossimo andamento dei prezzi è diventato un esercizio quanto mai aleatorio, come ha sottolineato anche un recentissimo paper di McKinsey. Ci, in ogni caso, molte ragioni per pensare che il prezzo del petrolio non risalga nei prossimi cinque anni. Come ha sottolineato un “guru” dell’energia come Leonardo Maugeri, professore di Harvard, a parte le crisi politiche tra Arabia e Iran, tutto lascia pensare che non ci sarà una risalita.
Questo è un problema innanzitutto per i produttori indipendenti di shale oil, che hanno costi di produzione elevati. I loro debiti, tuttavia, non stanno aumentando, perché le banche hanno tagliato di un terzo le loro linee di credito. Continuano invece a crescere i debiti delle grandi compagnie. Il meccanismo è spiegato daun’analisi pubblicata dall’economista Giorgio Arfaras sul sito del Centro Einaudi. Le società hanno in questo momento un “clash flow” insufficiente. Se possono tagliare investimenti futuri (come l’esplorazione nell’Artico), non possono tagliare investimenti correnti, come quelli per le manutenzioni. Non solo: hanno la necessità di distribuire comunque i dividendi, perché tra i loro azionisti figurano tipicamente fondi pensione o Stati. Con quali conseguenze? Non di tipo sistemico, spiega Arfaras, soprattutto per i produttori indipendenti. «Gli effetti ci sarebbero sulle obbligazioni delle azioni collegate alle aziende, ma non sulle banche». Uno scenario quindi diverso dalla crisi dei mutui subprime del 2008.
E allora perché mettere il petrolio al primo posto tra i rischi mondiali? La risposta va cercata in Russia, Iran e Venezuela. Tutti posti dove, con tutte le limitazioni del caso, si tengono delle elezioni. E, quindi, un sistema sociale va tenuto in piedi. Bene. In Russia questo sistema sociale ha bisogno di un petrolio a 80 dollari al barile. Se il tappo salta, le conseguenze sono imprevedibili. Dei rischi di tensioni geopolitiche legati all’instabilità sociale dell’Iran è appena il caso di parlare. Sarebbero maggiori di quelli che ha di fronte l’Arabia Saudita. Anche il suo sistema sociale è messo in crisi, ma Riad ha abbastanza riserve da poter resistere qualche anno. Il suo piano di sviluppo, i cui primi punti sono stati appena presentati, può poggiarsi sulla privatizzazione di una parte dell’Aramco, il più grande fondo sovrano al mondo.

Trump

I sondaggi non lasciano tranquilli. Uno scandalo in grande stile che coinvolgesse Hillary Clinton potrebbe mettere Donald Trump nelle condizioni di vincere la gara della presidenza. I sondaggi cambiano e andranno visti quelli effettuati con la nomination in manno alla Clinton. Tuttavia il rischio c’è. C’è quello di una guerra commerciale con la Cina e, in misura minore, con la Russia. «Si tornerebbe a un clima da Guerra Fredda», dice a Linkiesta l’economista dell’Università di Bologna Paolo Manasse. Ma soprattutto c’è il rischio di un’esplosione del debito pubblico, se fossero attuate le riforme fiscali promesse, a partire dalla “flat tax” e dai tagli alle tasse per 10mila miliardi di dollari. «Il Congresso probabilmente lo impallinerebbe, ma se realizzasse le sue promesse, Trump incrementerebbe il debito del 38% rispetto a uno scenario base», aggiunge Giorgio Arfaras. La conseguenza? Una debolezza dell’economia Usa che si riverberebbe sul resto del mondo.
Un economista di parte ma autorevole come Larry Summers (già segretario al Tesoro durante la presidenza Clinton e rettore di Harvard) è andato già durissimo. «I rischi di un’elezione di Trump per l’economia statunitense e l’economia mondiale sono di gran lunga maggiori (della Brexit, ndr) - ha scritto in un articolo del Financial Times ripreso dal Sole 24 Ore -. Se venisse eletto, prevedo l’inizio di una recessione prolungata nel giro di 18 mesi. Le ripercussioni si farebbero sentire ben oltre i confini degli Stati Uniti». Non solo. «Non c’è bisogno dell’approvazione del Congresso per revocare un trattato commerciale - continuato Summers -. Se Trump facesse anche solo la metà di quello che ha promesso, scatenerebbe senza alcun dubbio la peggiore guerra commerciale dai tempi della Grande Depressione». Problemi che sarebbero aumentati dalle tensioni geopolitiche e dalla discesa della fiducia delle imprese.
«I rischi di un’elezione di Trump per l’economia statunitense e l’economia mondiale sono di gran lunga maggiori (della Brexit, ndr). Se venisse eletto, prevedo l’inizio di una recessione prolungata nel giro di 18 mesi»
Larry Summers

Banche e assicurazioni europee

I tassi a zero della Bce danno respiro agli Stati, e in particolare a Stati come l’Italia che sono molto indebitati. Tuttavia stanno creando sempre più problemi alle banche, assicurazioni e fondi pensione. La sfilza di risultati negativi in tutta Europa è stata ricordata, tra gli altri, dal presidente del fondo Atlante Alessandro Penati, al Festival dell’economia di Trento. Le banche in difficoltà sono un campanello d’allarme da non sottostimare. Per quelle italiane la difficoltà a fare utili significa, in primo luogo, l’impossibilità di togliersi di dosso il macigno di incagli e sofferenze, anche per l’impossibilità di una bad bank di sistema e il limitato effetto delle Gacs (Garanzia Cartolarizzazione Sofferenze), le mini-bad bank locali dove il prezzo di garanzia deve essere a valori di mercato.
C‘è anche un altro risvolto dei tassi bassi: il basso costo del debito (con l’Euribor negativo) spinge gli operatori di private equity a tornare a usare in modo aggressivo l’effetto leva. Il risultato: acquisti di aziende a costi stratosferici per lo più a debito. Come faceva Lehman Brothers. A mettere in guardia dai rischi di tassi troppo bassi è stato tra gli altri il governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau. E poi c’è l’arci-nemico di Draghi, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble, che al G7 di Sendai di fine maggio è stato chiarissimo. «Dobbiamo stare attenti, in modo che i progressi che abbiamo raggiunto dalla crisi finanziaria del 2008 non siano sprecati a causa della troppa liquidità nei mercati a seguito di prese di rischio crescenti».
E se economisti e politici non fossero sufficienti, meglio dare retta a chi i soldi li muove, e tanti. Come Larry Fink, Ceo di BlackRock. O Bill Gross, ex numero uno e co-fondatore di Pimco, che ha lasciato da un anno e mezzo per Janus Capital Group. «I rendimenti globali sono al loro punto più basso in 500 anni di storia. 10 trilioni di dollari (10mila miliardi, ndr) di bond con tassi negativi. Questa è una supernova che un giorno esploderà», ha scritto Gross in un commento su Twitter che ha messo in agitazione il mondo della finanza globale.
 


«Dobbiamo stare attenti, in modo che i progressi che abbiamo raggiunto dalla crisi finanziaria del 2008 non siano sprecati a causa della troppa liquidità nei mercati a seguito di prese di rischio crescenti»
Wolfgang Schäuble

Brexit

Quali sarebbero gli effetti di un’uscita del Regno Unito dall’Unione europea? Lo si scoprirà dopo il 23 giugno, se dovessero vincere i favorevoli alla Brexit. Le conseguenze sarebbero negative innanzitutto per la Gran Bretagna: una serie di studi, da quelli del Tesoro a quelli degli industriali, hanno ipotizzato discese del Pil, aumento del debito pubblico e conseguenti tagli sociali. L’Ocse ha quantificato in una diminuzione della crescita del 3% entro il 2020 e del 6% entro il 2030. Ma per il resto d’Europa che cambierebbe? «Se la seconda economia del continente entra in recessione, l’impatto non può che farsi sentire anche sugli altri Paesi», prevede Manasse. Di certo nel breve periodo si spalancherebbero le porte ai ribassisti. «Sarebbe un’ottima scusa per imbastire politiche al ribasso in Europa» da parte degli investitori, prevede Arfaras. L’azione di acquisto di bond da parte della Bce, attraverso il Quantitative Easing, dovrebbe porre al riparo i titoli di Stato e non fare impennare, in Italia, lo spread tra Btp e Bund tedeschi. Tuttavia le conseguenze si farebbero sentire fortemente sui mercati azionari. Dove, se guardiamo a Piazza Affari, i primi mesi dell’anno sono già stati funesti, soprattutto per il fragile e cruciale settore bancario.
E nel lungo periodo? Tutto dipenderà dalle conseguenze politiche sugli altri Paesi. La Brexit potrebbe rinvigorire i partiti anti-europeisti, in Francia e nei Paesi dell’Est. Qualcuno dei quali potrebbe essere tentato di seguire la via inglese.

Cina

«China, China, China». L’ossessione di Donald Trump è stata tra lo scorso luglio e lo scorso gennaio lo spauracchio delle economie mondiali, a causa delle brusche discese della Borsa di Shanghai dopo anni di crescita elevatissima. Ma in seguito abbiamo capito che le banche cinesi, almeno per ora, vedono una partecipazione molto ridotta da parte di investitori occidentali. L‘effetto sistemico non c’è stato.
La situazione cinese resta comunque di difficile lettura: da una parte ci sono i segnali positivi di una transizione in atto senza troppi scossoni da un’economia basata su investimenti pubblici ed export a una di servizi e consumi, accompagnata da una rinnovata spinta agli investimenti esteri. Dall‘altra tornano in maniera carsica le preoccupazioni su due spine cinesi: la situazione delle “shadow bank” e il rischio di una bolla immobiliare. «La verità è che non sappiamo molto della vera situazione delle banche cinesi. Sospettiamo che sia un pasticcio e che abbiano problemi di riscossione dei debiti» spiega Arfaras. «La Cina diventerà importante se, saltando il suo sistema finanziario, le aziende si trovassero costrette ad abbassare i prezzi per vendere i beni all’estero. Questo creerebbe un problema di deflazione generale nel mondo».

Paesi emergenti

In genere ce ne preoccupiamo solo per i riflessi sull’export italiano. Ma che rischi comporta il rallentamento dei Paesi emergenti, a partire da Brasile e Russia, colpiti dal calo dei prezzi delle materie prime? Il vero problema è il loro indebitamento e in particolare la loro esposizione in dollari. Per questo una politica di rialzo dei tassi da parte della Fed (la banca centrale statunitense), con il probabile aumento del valore del dollaro, aggraverebbe la situazione degli emergenti e metterebbe il mondo di fronte a un rischio sistemico. Questo, però, è noto da tempo e l’estrema prudenza e gradualità nell’aumento dei tassi da parte di Janet Yellen ha lo scopo di evitare passaggi traumatici.
Fonte: qui

giovedì 9 giugno 2016

Su cosa è basato l'attuale sistema economico?

È risaputo che la crisi economia è iniziata a dicembre 2007 negli Stati Uniti, quando il mercato mobiliare americano prima, e quello finanziario poi, scoppiò sotto il peso della speculazione finanziaria. Alcuni economisti hanno teorizzato l’inizio della speculazione finanziaria il 15 agosto 1971.

Almeno una volta si è sentito parlare degli accordi Bretton Woods, che si tennero nel New Hampshire tra l’1 e il 22 Luglio 1944. Lo scopo dell’accordo di Bretton Woods, era quello di stabilizzare i cambi ed evitare fluttuazioni di capitali, in sostanza prevenire ciò che accadde nella depressione del 29; per questo si decise di legare tutti i cambi al dollaro, che a sua volta dipendeva dall’oro. Vi parteciparono molti paesi, tra cui anche l’URSS e tutti quei paesi che erano già sviluppati, ma anche quelli più poveri e in via di sviluppo.
Qui fu progettato anche il Fondo Monetario Internazionale, che divenne operativo il 27 Dicembre 1945 quando 29 paesi decisero di aderirvi. Inoltre fu durante gli accordi di Bretton Woods che venne deciso di fissare il prezzo delle materie prime e i relativi scambi commerciali, solo in dollari. In poche parole gli accordi di Bretton Woods dovevano fungere da strumento anti crisi per prevenire ciò che accadde durante la grande depressione del 1929, e gli U.S.A. hanno fatto di tutto per porsi come punto nevralgico, in modo da poter controllare l’economia mondiale.Purtroppo non tutti sanno che questi accordi furono stralciati il già citato 15 agosto 1971, giorno in cui Richard Nixon decise di annullare gli accordi di Bretton Woods.
Ma perché l’allora presidente degli Stati Uniti decise, in maniera unilaterale, di porre fine a tale accordo? Il motivo fu semplice, gli accordi di Bretton Woods prevedevano che la moneta fosse stampata non a proprio piacimento, ma solo in proporzione alla quantità di oro che ogni nazione ha nelle sue casseforti, e questo andò a genio agli Stati Uniti fino a quando un gruppo di contadini asiatici dimostrò che le forze militari americane non erano poi così invincibili. Per finanziare la guerra in Vietnam, gli Stati Uniti spesero circa 12000 tonnellate d’oro, e le riserve auree statunitensi si assottigliarono così tanto che appunto Nixon fu costretto a recidere gli accordi di Bretton Woods.
Da quel famoso 15 agosto 1971, non c’è un reale accordo fra paesi, quindi da quel momento il mercato finanziario ha iniziato un nuovo periodo senza regole sostanziali, con le valute che hanno potuto e possono anche tutt’ora fluttuare più liberamente; tutta questa libertà ha dato il via anche alle speculazioni finanziarie, che a poco a poco hanno iniziato a diventare sempre più grandi fino a quando nel 2007 il sistema finanziario, malato fino all’osso, ha fatto crac, e ciò che più preoccupa è che nonostante tutto la quantità di prodotti finanziari, derivati e via dicendo ha ripreso vertiginosamente a crescere, c’è addirittura chi sostiene che il livello speculativo nell’economia, oggi sia più alto di quello del 2008, quando anche l’Italia entrò in piena crisi.Se oggi gli U.S.A. continuano a vantare una posizione economica forte, rappresentata prima di tutto dal dollaro, è solo perché molti dei suoi alleati politici ancora glielo permettono. Di fatto è risaputo che gli U.S.A. hanno svuotato i loro caveau d’oro, e l’esempio più tangibile inizia proprio nel 2007, quando la Germania chiese alla FED la restituzione di 54000 lingotti d’oro che quest’ultima consegnò 50 anni prima agli americani, ovviamente la Germania non fu la sola a trasportare le sue riserve auree negli States, tra queste c’è pure l’Italia… Fatto sta che dopo anni ti tentennamenti la FED ha concordato nel 2013 una restituzione graduale spalmata in sette anni, ossia fino al 2020. Il perché mi sembra abbastanza chiaro,  basti pensare che solamente nel 2011, fu permesso agli ispettori tedesco di poter entrare in uno dei 9 caveau dove era custodito l’oro tedesco, e sotto espressa richiesta della FED i risultati della pesatura dei lingotti d’oro venne tenuta segreta..
Il dollaro continua a restare forte solo perché, come concordato negli accordi Bretton Woods, per prassi molti accordi internazionali, e non solo di materie prime, continuano ad essere effettuati in dollari, il fatto è che molti stati hanno capito che le basi su cui regge il dollaro non sono poi così forti come molti vogliono far credere, per questo ad esempio, molti scambi che avvengono fra economie emergenti, oggi vengono regolati tramite le loro rispettive monete nazionali, Russia e Cina in primis, consci della debolezza intrinseca del dollaro.
Bandiera USA
Il biglietto verde continua a sopravvivere grazie alla fiducia che i partner europei continuano a riporre in esso, che cosa succederebbe al dollaro se domani tutti i paesi europei decidono di chiedere indietro tutto l’oro dato in custodia 50 anni fa? Inizierebbe una svalutazione che andrebbe ad incidere pesantemente sulle sorti del debito pubblico americano. Anche per questa ragione, Cina e Russia, anche se alle prese con la crisi economica, stanno continuando ad incrementare le loro riserve auree, perché hanno capito che questo sistema economico senza regole, che rasenta l’anarchia, prima o poi imploderà definitivamente, ed allora bisognerà ritornare al “gold standard” o in ogni caso a regole che stabilizzano il mercato internazionale. Se si guarda alla situazione economica attuale, sembra chiaro che il giorno in cui dovranno essere rinegoziati degli accordi sulla falsa riga di Bretton Woods non è poi così lontano.. così come gli attori chiavi non
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