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giovedì 9 gennaio 2020

Scoperta una sorella della Terra distante 100 anni luce

Dal telescopio Tess, potrebbe avere acqua liquida

Ansa - Scoperta una sorella della Terra che si trova nella cosiddetta zona abitabile della sua stella, ossia alla distanza ideale  per avere acqua liquida in superficie. Si chiama TOI 700 d, è distante 100 anni luce ed è stata scoperta dal nuovo cacciatore di pianeti Tess, della Nasa, lanciato nel 2018 e specializzato nell'individuare i pianeti osservando cali nella luminosità della stella causati dal loro passaggio.
Il risultato è stato annunciato a Honolulu, nel convegno della Società Astronomica Americana, dal gruppo dell'università di Chicago guidato da Emily Gilbert. Alla ricerca partecipano gli italiani Giovanni Covone, astrofisico dell'università Federico II di Napoli e associato dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), e Luca Cacciapuoti, sempre della Federico II.
Mappa del sistema planetario della stella TOI 700 (fonte: NASA,/Goddard Space Flight Center)

"Questo risultato è molto importante per Tess perché è il primo pianeta simile alla Terra scoperto da questo telescopio spaziale", ha detto Covone all'ANSA. Il prossimo passo, ha aggiunto, sarà verificare se il pianeta ha un'atmosfera e, la composizione chimica. "Cercheremo soprattutto tracce di ossigeno e acqua, prime indicazioni importanti dell'eventuale presenza di forme di vita", ha osservato l'esperto.
Intorno alla stella TOI 700, che è una nana rossa la cui massa è circa la metà di quella del Sole, Tess ha scoperto tre pianeti. Di questi il più affascinante è TOI 700 d, che ha una massa del 20% maggiore di quella della Terra, ha un anno lungo 37 giorni e ha temperature miti in superficie perché riceve dalla sua stella l'86% dell'energia che la Terra riceve dal Sole. Altra caratteristica che lo rende simile alla Terra è la tranquillità della sua stella, che in 11 mesi di osservazioni non ha mostrato segni di eruzioni.
Il pianeta rivolge sempre la stessa faccia alla sua stella, ma questo potrebbe non essere un limite per la sua capacità di ospitare la vita. Tuttavia, rileva Covone, "bisogna vedere che tipo di vita si potrebbe formare su un pianeta senza l'alternanza di giorno e notte, per questo TOI 700 d sarà un bel laboratorio per l'astrobiologia".
La scoperta è stata confermata dal gruppo coordinato da Joseph Rodriguez, del Centro americano Harvard-Smithsonian, grazie alle osservazioni del telescopio spaziale Spitzer della Nasa, mentre il gruppo di Gabrielle Englemann-Suissa, dell'americana Universities Space Research Association, ha tracciato l'identikit del pianeta con delle simulazioni. In una di esse TOI 700 d è un mondo coperto di acqua con un'atmosfera dominata dalla CO2, mentre in un'altra è secco e senza nuvole. "Sono due ipotesi alternative su cui è difficile scommettere ma - conclude Covone - simulazioni come queste sono utili per capire cosa dobbiamo aspettarci quando andremo a osservare il pianeta in modo diretto".

giovedì 19 dicembre 2019

DIETRO GRETA E GLI ALLARMI ESAGERATI SUL CLIMA CI SAREBBE LA GRANDE FINANZA MONDIALE CHE HA SCOMMESSO SUL ''GREEN NEW DEAL'', UN BOTTINO DA 100 TRILIONI DI DOLLARI CHE GLI STATI PROMETTONO DI INCENTIVARE, DEFISCALIZZARE, DEREGOLARE.

A SCAPITO DEI SETTORI ''SPORCHI'' DELL'ECONOMIA E DEI LORO LAVORATORI, MA GARANTENDO OTTIMI PROFITTI AGLI ISTITUTI FINANZIARI

L'INCHIESTA DI WILLIAM ENGDHAL

greta thunberg a torino 8GRETA THUNBERG A TORINO
Tino Oldani per ''Italia Oggi''
Il fallimento della conferenza Cop 25 di Madrid sul clima non deve stupire più di tanto. Ormai dietro le divisioni tra gli Stati non ci sono soltanto le profonde divergenze di interessi sul divieto progressivo dei combustibili fossili, ma anche il proliferare sul web di studi contrari al mainstream mediatico sulla cosiddetta emergenza climatica. Proprio alla vigilia del vertice di Madrid, sul sito canadese Global Research è stata postata un' inchiesta di William Engdhal, 75 anni, analista geopolitico americano e autore di best seller sulle guerre del petrolio, il quale, citando nomi e fatti precisi, sostiene una tesi clamorosa.
Eccola: la grande finanza mondiale, alleata per l' occasione con l' Onu e l' Unione europea, si starebbe servendo in modo cinico di Greta Thunberg come icona mediatica per creare allarmismo sul riscaldamento climatico provocato dall' uomo (una fake news, sostiene Engdhal), e innescare di conseguenza il business più redditizio dei prossimi decenni, il cosiddetto Green new deal, la rivoluzione dell' economia verde.
Il tutto con un piano di investimenti di oltre 100 trilioni di dollari, da raccogliere con massicce emissioni di obbligazioni speculative. Fondi da riversare, mediante il credito, sulle nuove imprese climatiche, anche a prescindere dal loro effettivo valore e know-how. Ovviamente a scapito dei settori dell' economia «colpevoli» di inquinare, e con duri sacrifici per milioni di lavoratori e consumatori, ma enormi profitti per gli istituti finanziari che hanno sposato questo business.
greta thunberg 4GRETA THUNBERG 
Due gli uomini chiave di questa «agenda verde mondiale», sostiene Engdhal: il banchiere inglese Mark Carney, 54 anni, capo della Banca d' Inghilterra, e l' ex vicepresidente Usa Al Gore, 71 anni, vice di Bill Clinton (1993-2001), da sempre ambientalista, oggi ricco presidente del gruppo Generation Investment, impegnato negli investimenti a lungo termine sulla sostenibilità ambientale.
greta thunberg 9GRETA THUNBERG 
Carney, sostiene Engdhal, è stato la mente finanziaria dell' intero progetto mondiale. Nel dicembre 2015, il Financial Stability Board della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), presieduto da Carney, ha creato una task force sulla divulgazione finanziaria legata al clima (Tcfd) per «consigliare investitori, finanziatori e assicurazioni sui rischi legati al clima».
Nel 2016 questa task force, formata da 31 banchieri nominati dalla Bri e presieduta dal finanziere Michael Bloomberg, insieme alla City of London Corporation e al governo del Regno Unito, ha avviato la Green Finance Initiative, con la missione di pilotare trilioni di dollari in investimenti verdi. Tra i primi ad aderire, il principe Carlo, futuro re d' Inghilterra, che insieme alla Bank of England e alla City of London ha promosso i Green Bonds, strumenti finanziari verdi per «reindirizzare piani pensionistici e fondi comuni d' investimento verso progetti verdi».
mark carneyMARK CARNEY
In pratica, la task force ideata da Carney costituisce la cabina di regia e include i rappresentanti dei maggiori operatori finanziari del pianeta: «Ci sono tutti: da Jp Morgan a BlackRock, uno dei più grandi gestori di patrimoni del mondo». Non solo. Goldman Sacks ha appena sfornato il primo indice globale dei titoli ambientali di alto livello quotati a Wall Street, indice condiviso da tutte le maggiori banche d' affari, «per attirare fondi d' investimento e sistemi pensionistici statali».
leonardo dicaprio e al gore quando era vicepresidenteLEONARDO DICAPRIO E AL GORE QUANDO ERA VICEPRESIDENTE
Questa ricostruzione di Engdhal trova conferma nel Libro bianco «Strategia di finanza verde», pubblicato nel luglio scorso da Philip Hammond, ex premier britannico, dove si afferma che l' iniziativa «supportata da Carney e presieduta da Bloomberg è stata approvata dalle istituzioni che rappresentano 118 trilioni di dollari di attività a livello globale». Il piano, sostiene l' analista Usa, consiste nella finanziarizzazione dell' intera economia mondiale «usando la paura di uno scenario da fine di mondo per raggiungere obiettivi arbitrari come le emissioni zero di gas serra».
Più avanti: «Gli eventi assumono una svolta cinica quando ci troviamo di fronte ad attivisti climatici molto popolari e fortemente promossi, come Greta Thunberg o la 29enne Alexandra Ocasio-Cortez di New York e il loro Green New Deal. Per quanto sinceri possano essere questi attivisti, c' è una macchina finanziaria ben oliata dietro la loro promozione a scopo di lucro». Quanto al ruolo di Al Gore, ma anche dell' Ue, dovremo tornarci.
Fonte: qui

sabato 13 luglio 2019

Gli scienziati trovano che "il cambiamento climatico provocato dall'uomo non esiste in pratica"

Un nuovo studio scientifico potrebbe svelare precisi e profondi presupposti fondamentali alla luce della controversa legislazione sul clima e iniziative come il New Deal verde, ovvero il grado in cui il "cambiamento climatico" è guidato da fenomeni naturali rispetto a problematiche create dall'uomo come impronta di carbonio . Scienziati in Finlandia hanno trovato "praticamente nessun cambiamento climatico antropogenico [causato dall'uomo" dopo una serie di studi. 
"Durante gli ultimi cento anni la temperatura è aumentata di circa 0,1 ° C a causa dell'anidride carbonica. Il contributo umano era di circa 0,01 ° C ", i ricercatori finlandesi affermano senza mezzi termini in una serie di articoli.
Questo è stato collaborato da un team della Kobe University in Giappone, che ha promosso la teoria dei ricercatori finlandesi: "Nuove prove suggeriscono che particelle ad alta energia provenienti dallo spazio conosciute come raggi cosmici galattici influenzano il clima della Terra aumentando la copertura nuvolosa, causando un 'effetto ombrello' "," lo studio appena pubblicato ha trovato, una sintesi della quale è stata pubblicata sulla rivista  Science Daily . I risultati sono estremamente significativi dato che questo "effetto ombrello un evento del tutto naturale -  potrebbe essere  il principale fattore del riscaldamento del clima e non i fattori causati dall'uomo . 

Gli scienziati coinvolti nello studio sono più preoccupati del fatto che gli attuali modelli climatici che guidano il lato politico del dibattito, in particolare la scala di sensibilità al clima del gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), non riescono a incorporare questa variabile cruciale e potenzialmente centrale dell'aumento della copertura nuvolosa. 
"Il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) ha discusso l'impatto della copertura nuvolosa sul clima nelle loro valutazioni, ma questo fenomeno non è mai stato preso in considerazione nelle previsioni climatiche a causa della insufficiente comprensione fisica di esso", commenta il professor Hyodo su Science Daily . "Questo studio offre l'opportunità di ripensare l'impatto delle nuvole sul clima: quando i raggi cosmici galattici aumentano, così fanno le nuvole basse, e quando i raggi cosmici diminuiscono anche le nuvoleil riscaldamento climatico può essere causato da un effetto opposto dell'ombrello ".
Nel loro documento correlato,  giustamente intitolato , "Nessuna evidenza sperimentale per il significativo cambiamento climatico antropogenico [creato dall'uomo]", gli scienziati finlandesi hanno scoperto che la copertura nuvolosa "praticamente" controlla le temperature globali ma che "solo una piccola parte" dell'aumento la concentrazione di anidride carbonica è antropogenica o causata dall'attività umana
Quella che segue è una sezione bomba chiave in uno degli studi condotti dal team della Finlandia Turku University
Abbiamo dimostrato che i modelli GCM utilizzati nel report IPCC AR5 non sono in grado di calcolare correttamente il componente naturale incluso nella temperatura globale osservata. Il motivo è che i modelli non riescono a derivare le influenze della bassa percentuale di copertura nuvolosa sulla temperatura globale. Un componente naturale troppo piccolo risulta in una porzione troppo grande per il contributo dei gas serra come il biossido di carbonio. Ecco perché 6 J. KAUPPINEN E P. MALMI IPCC rappresenta la sensibilità climatica più di un ordine di grandezza maggiore della nostra sensibilità 0,24 ° C. Poiché la porzione antropogenica nell'aumento di CO2 è inferiore al 10%, non abbiamo praticamente alcun cambiamento climatico antropogenico. Le nuvole basse controllano principalmente la temperatura globale.
Ciò solleva questioni urgenti e contraddizioni centrali riguardo agli attuali modelli che i politici e i gruppi ambientalisti di tutto il mondo stanno usando per spingere radicali cambiamenti economici sulle popolazioni dei loro paesi.
Fonte immagine: NASA
Le conclusioni di entrambi gli studi giapponesi e finlandesi suggeriscono fortemente, ad esempio, che le "drastiche misure per ridurre le emissioni di carbonio" di Rep. Alexandria Ocasio-Cortez che alla fine richiederebbero modifiche radicali della legislazione per "rifare l'economia degli Stati Uniti"  non solo manderebbero in bancarotta tutti ma semplicemente non funzionerebbe nemmeno, almeno secondo le nuove scoperte del gruppo di ricerca finlandese
Per mettere le "drastiche misure" di AOC in prospettiva -  basate interamente sull'ipotesi fondamentale dell'impatto monumentale e disastroso dell'attività umana sul clima  prendi in considerazione le seguenti conclusioni degli studi finlandesi : 
"Durante gli ultimi cento anni la temperatura è aumentata di circa 0,1 ° C a causa dell'anidride carbonica. Il contributo umano era di circa 0,01 ° C. 
Che porta gli scienziati a precisare ulteriormente:
"Poiché la porzione antropogenica nell'aumento di anidride carbonica è inferiore al 10%, non abbiamo praticamente alcun cambiamento climatico antropogenico ", hanno concluso i ricercatori.
E la squadra in Giappone ha chiesto una totale rivalutazione degli attuali modelli climatici, che rimangono pericolosamente imperfetti per aver respinto una variabile cruciale : 
Questo studio offre l'opportunità di ripensare l'impatto delle nuvole sul clima. Quando i raggi cosmici galattici aumentano, lo fanno anche le nuvole basse, e quando i raggi cosmici diminuiscono, anche le nuvole fanno così, quindi il riscaldamento del clima può essere causato da un effetto opposto dell'ombrello. L'effetto ombrello causato dai raggi cosmici galattici è importante quando si pensa all'attuale riscaldamento globale e al periodo caldo dell'epoca medievale.
La mancata considerazione di questo risultato è la seguente, secondo uno della serie di studi : "La sensibilità al clima dell'IPCC è di circa un ordine di grandezza troppo alta, perché nei modelli climatici manca un forte feedback negativo delle nuvole".
Fonte immagine: AFP / Getty 
"Se prestiamo attenzione al fatto che solo una piccola parte della maggiore concentrazione di CO2 è antropogenicadobbiamo riconoscere che il cambiamento climatico antropogenico non esiste nella pratica ", concludono i ricercatori. 
Anche se dubitiamo che gli ideologi attualmente spingano a rifare radicalmente l'economia americana attraverso quella che finisce per essere una proposta da $ 93 trilioni (secondo  uno studio )  -  inclusa la richiesta di AOC per un'alta percentuale del 70%   indagherà attentamente su questa nuova conferma scientifica. presentato nella nuova ricerca , almeno speriamo che la comunità scientifica statunitense prenda atto prima che sia troppo tardi nella causa di una scienza accurata e autentica che eviterebbe un disastro economico irreparabile che senza dubbio si diffonderà in tutto il mondo, aggiungendo sia all'uomo che all'ambiente miseria.  
E "troppo tardi", cioè, non per un mitico imminente o prossimo futuro "riscaldamento globale di Armageddon",  come la "scienza" attualmente in voga altamente politicizzata degli attivisti e dei membri del congresso.  
Fonte: qui

martedì 29 gennaio 2019

EMERGENZA CLIMA: ECCO GLI EFFETTI SULL'AGRICOLTURA ITALIANA


UNO STUDIO DELLA COLDIRETTI FOTOGRAFA UN PAESE SEMPRE PIU’ PAZZO A LIVELLO CLIMATICO CON IL LIVELLO DEL PO SCESO DI 3,5 METRI RISPETTO A UN ANNO FA: A PAGARNE LE SPESE È L’AGRICOLTURA, CON DANNI QUANTIFICATI A 1,5 MILIARDI DI EURO NEL 2018 
IN VENETO I CONTADINI OLTRE ALLE SECCHE DEVONO FRONTEGGIARE UN ALTRO PROBLEMA: L’ACQUA SALATA...
Francesca Santolini per la Stampa
EMERGENZA CLIMAEMERGENZA CLIMA

La pianura padana è la zona della penisola dove si concentra il 35 per cento della produzione agricola nazionale e dove si produce circa il 40 per cento del pil italiano. Tuttavia, negli ultimi mesi la sua principale riserva d’acqua, il bacino idrico del Po, si è ridotta drasticamente.

Mentre il Sud Italia è stretto nella morsa del gelo e bloccato da bufere di neve, al Nord scatta l’allarme siccità, con il livello del Po sotto di 3,5 metri rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. È quanto emerge da un monitoraggio della Coldiretti sullo stato di salute del più grande fiume italiano (a volerlo seguire per intero si percorrerebbero circa 652 chilometri). Una fotografia che racconta molto nitidamente delle anomalie climatiche che segnano i nostri tempi, con un’Italia alla rovescia e spaccata in due. Al nord non piove e non nevica dall’inizio dell’inverno, e gli effetti si fanno sentire con il ripetersi di incendi boschivi fuori stagione, mentre cresce l’allarme degli agricoltori per la mancanza di acqua necessaria a creare le riserve idriche per i prossimi mesi. La mancanza di precipitazioni rischia di compromettere colture come grano e mais, provocando danni enormi alla produzione agricola.

FIUME PO 3FIUME PO 3
Il Veneto ha quasi 1 milione di ettari coltivati, 80 mila imprese agricole, con circa 5 miliardi di euro di produzione agricola all’anno. Tuttavia il rigoglioso Nord est si trova alle prese con una terribile siccità: temperature massime più alte di 3 gradi e neanche una goccia di pioggia da molti mesi. Una drammatica crisi idrica che risale fino alla foce dei grandi fiumi.

Qui i contadini oltre alle secche devono fronteggiare un altro problema: l’acqua salata. Il basso livello delle falde ha favorito l’infiltrazione dell’Adriatico lungo le foci dei fiumi in secca, determinando l’aumento dei livelli di sale nell’acqua dolce (il limite di salinità dell’acqua per poter essere utilizzata per l’irrigazione si aggira intorno ai due grammi al litro).   Il fenomeno prende il nome di cuneo salino ed è uno dei problemi che fa più paura agli studiosi e agli agricoltori. Quali sono le cause? I motivi sono tanti: dall’abbassamento del canale di scorrimento del fiume, per il continuo prelievo di sabbia e pietrisco, agli stati di magra del Po, proprio come sta avvenendo in questi giorni, un fenomeno sempre più frequente a causa del cambiamento climatico.

FIUME PO SICCITA'FIUME PO SICCITA'
Nelle campagne del litorale veneto, i fiumi portano sempre meno acqua dolce nei campi, e così il cuneo salino rende inutilizzabile l’acqua per irrigare il terreno, causando ingenti perdite dei raccolti e danni enormi agli agricoltori. Con il cuneo salino la perdita del raccolto può arrivare fino al 100% perché il suolo salificato può distruggere completamente le colture, con il paradosso di avere terreni fertilissimiMa a rendere la situazione preoccupante è anche il livello dei laghi, con quello di Como che si trova sotto di 34 centimetri rispetto alla media storica, con un riempimento poco sopra il 23%, sottolinea la Coldiretti. La mancanza di precipitazioni e la siccità al Nord, è la conseguenza di un aumento delle temperature, con un 2018 che è stato lungo tutta la Penisola, secondo i dati del Cnr, il più caldo dal 1800 ad oggi, con una anomalia di +1.58°gradi sopra la media del periodo di riferimento (1971-2000). Con l’aumento medio delle temperature, l’eccezionalità degli eventi atmosferici è ormai diventata la norma, l’alternarsi di siccità e gelate, sconvolgimenti stagionali, bombe d’acqua o addirittura uragani. Il risultato di questi eventi estremi è, tra le altre cose, un conto salatissimo che paga anche l’agricoltura: secondo la Coldiretti, ammontano a 1,5 miliardi di euro le perdite subite solo nel 2018. Il fatto che questa situazione costituisca ormai una conseguenza pressoché stabile dei cambiamenti climatici in corso, è testimoniato da diversi studi.

cambiamenti climaticiCAMBIAMENTI CLIMATICI
L’analisi dell’ agenzia regionale per la protezione dell’ambiente dell’Emilia Romagna (Arpae) conferma, in questo senso,  i dati delle Nazioni Unite e dell’Ispra: “Dal 1960 a oggi sul bacino del Po si osserva un aumento delle temperature medie annue di circa due gradi, che potrebbero arrivare a tre o quattro alla fine del secolo”. Al tempo stesso, rispetto a trent’anni fa le precipitazioni medie annue sono diminuite del 20 per cento. Inoltre, secondo uno studio del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici(Cmcc), il cambiamento climatico gioca un ruolo determinante nel ridurre le riserve idriche del bacino, “il ciclo idrologico alterato provoca uno scioglimento anticipato dei nevai e le stagioni di coltivazione diventano più lunghe, facendo così crescere la domanda d’acqua e i prelievi: è un circolo vizioso”. È probabile, se non certo, quindi, che l’aumento delle temperature medie finirà, anche nei prossimi anni, per danneggiare i raccolti sia in termini di quantità sia di qualità, mentre la richiesta d’acqua sarà sempre maggiore.

In generale, infatti, gli esperti segnalano la difficoltà di poter garantire le stesse quantità d’acqua usate oggi per irrigare i campi, considerato che il cambiamento climatico, oltre a manifestarsi con fenomeni atmosferici violenti, comporterà una riduzione della disponibilità di acque superficiali, causando una riduzione delle risorse idriche complessivamente disponibili.

Fonte: qui

martedì 8 marzo 2016

2050: Odissea sulla Terra

Il tempo degli umani è scandito dal susseguirsi delle generazioni. L’arco temporale fra una generazione e la successiva, convenzionalmente fissato in 35 anni, dà la misura di come è cambiato il mondo da quando i nostri genitori avevano la nostra età ad oggi. Allo stesso modo siamo portati a guardare al futuro immaginando le vite dei nostri figli quando essi avranno l’età che noi abbiamo oggi. Mi è sembrato allora interessante provare a rivolgere uno sguardo all’anno 2050, cioè ad una generazione da oggi, tentando di estrapolare alcuni dei trend che oggi osserviamo a livello globale in materia di economia, energia ed emissioni di gas serra, con l'obiettivo di prefigurare l'entità delle trasformazioni necessarie a scongiurare gli impatti più gravi dei cambiamenti climatici.
Partiamo dall’economia. E’ notizia recente che la Banca Mondiale ha rivisto al ribasso le stime per la crescita economica globale del 2016, portandola al 2,9% rispetto al 3,4% previsto in precedenza. Le ragioni di una revisione al negativo delle previsioni sono note e non mi soffermerò su questo. Faccio solo notare che una crescita di questa entità del PIL mondiale è la media fra gli aumenti dei paesi emergenti – che seppure in forte difficoltà crescono del 5-7% – e quelli non lontani dallo zero dei paesi sviluppati. Supponendo che questo tasso di crescita annuale si mantenga invariato per i prossimi 34 anni (la qual cosa suona tutt’altro che entusiasmante per il mainstream economico-finanziario e per i leader politici, che si ostinano a sognare crescite ben più sostenute), nel 2050 la ricchezza complessiva delle economie mondiali sarà aumentata di 2,6 volte rispetto ad oggi.
Se consideriamo che la popolazione mondiale sarà di circa 9 miliardi di persone rispetto agli attuali 7,3, questo dato si traduce in un aumento medio pro-capite di 2,1 volte. E’ ovviamente del tutto verosimile che, per quanto lo scandaloso divario fra una esigua minoranza di superricchi e una maggioranza di poveri possa ancora aumentare, gran parte della nuova ricchezza generata sarà destinata ai paesi in via di sviluppo.
Passiamo ora all’energia. Può un simile aumento di ricchezza avvenire senza una crescita parallela dei consumi di energia? Ovviamente no, e neanche su questo mi dilungo.
Osservo solo che, visti i miglioramenti da attendersi in tema di efficienza energetica, i tassi di crescita dell’energia primaria globale saranno con ogni probabilità sensibilmente inferiori all’aumento del PIL immaginato prima.
Nell’ultimo decennio l'energia consumata nel mondo è cresciuta in media del 2,1% l’anno, nonostante la profonda recessione che ha colpito l’economia mondiale.
Ipotizzando dunque una leggera ripresa dei consumi combinata ad ulteriori progressi nell’uso efficiente dell’energia, ho voluto tentativamente immaginare una crescita dell’energia primaria mondiale del 2% l’anno fino al 2050, anche in questo caso a quasi esclusivo beneficio dei popoli in via di sviluppo la cui popolazione aumenterà rapidamente.
Ne risulta al 2050 un raddoppio del fabbisogno di energia rispetto ad oggi.
Con mia sorpresa, ho scoperto che questa grossolana previsione è perfettamente in linea con lo scenario dipinto da Nicola Armaroli e Vincenzo Balzani in una loro pregevole rassegna appena pubblicata, nella quale viene considerato ottimale un consumo medio pro-capite annuo al 2050 pari a 2,8 tonnellate equivalenti di petrolio (tep) contro il valore di 1,8 registrato nel 2014. I due studiosi argomentano che il valore di 2,8 tep pro-capite deve ritenersi adeguato sulla base di indicatori che correlano il livello di sviluppo umano di una data popolazione con il suo consumo di energia. Si è visto, ad esempio, che paesi come la Nigeria o il Ciad, che presentano elevati tassi di mortalità infantile, hanno un consumo pro-capite di soli 0,1 tep, e che la mortalità diminuisce con l’aumentare della disponibilità di energia fino ad un livello approssimativamente pari a 3 tep, oltre il quale non vi sono ulteriori apprezzabili miglioramenti. Si deve rimarcare come il valore di 2,8 tep considerato desiderabile è comunque largamente inferiore agli attuali consumi pro-capite di paesi come gli USA o il Canada, pari rispettivamente a 7,2 e 9,4 tep.
Dunque, a meno di incrementi strepitosi nell'efficienza energetica (su cui comunque si deve continuare ad investire) o di un collasso dell'economia globale, si può ipotizzare un consumo mondiale di energia al 2050 pari a 25.200 Mtep (2,8 tep x 9 miliardi), che è appunto circa il doppio di quello, pari a 12.928 Mtep, calcolato al 2014 dalla BP Statistical Review of World Energy 2015.
Quale potrà essere il mix delle fonti energetiche a quella data? Non certo quello attuale che vede le fonti fossili giocare un ruolo del tutto predominante. Come sottolineato fino alla noia in questo blog, se vogliamo avere delle chances di contenere a livelli ancora accettabili il riscaldamento globale dobbiamo accelerare la transizione già in atto dalle fonti fossili alle rinnovabili. Pertanto mi sono chiesto quale dovrà essere l’entità dell’incremento annuo da qui al 2050 della quota di energia primaria proveniente dalle rinnovabili non idroelettriche, ed ho provato a fase dei semplici conti.
Ipotizzando che l’apporto percentuale di energia idroelettrica e nucleare, attualmente pari rispettivamente al 7% e al 4%, rimanga invariato (il che vuol dire prevedere comunque un raddoppio del loro contributo in valore assoluto, cosa per nulla scontata considerando per un verso i programmi di smantellamento di molte centrali nucleari nei prossimi vent'anni e per l’altro i limiti alla crescita dell’idroelettrico dovuti alla crescente penuria di acqua in vaste aree del pianeta causata proprio dai cambiamenti climatici), otteniamo gli scenari illustrati nella Tabella 1.
Scenario_transizione
Come si vede, per ribaltare l’attuale egemonia delle fonti fossili non è sufficiente neanche un incremento annuo delle rinnovabili del 10%, che lascerebbe ancora una quota maggioritaria a petrolio, gas e carbone.
La situazione invece si ribalterebbe con un aumento annuo del 12%, che farebbe lievitare le rinnovabili ai 2/3 del totale.
 
La conferma che, nelle ipotesi date, il tasso di aumento del 10% è insufficiente a contenere il riscaldamento globale viene dall’elaborazione riassunta nella Tabella 2, nella quale sono riportate le presumibili variazioni delle emissioni di CO2 in funzione dei diversi tassi di crescita delle rinnovabili.
Secondo questo calcolo approssimativo, solo un incremento ininterrotto non inferiore al 12% annuo fino al 2050 può garantire una consistente riduzione delle emissioni in linea con quanto stimato nello scenario RCP2.6 dell’IPCC (quello che dà buone probabilità di contenere l’aumento delle temperature al 2100 sotto i 2°C), che infatti stima al 60% la quota necessaria di energia “low-carbon” al 2050.
 
Dobbiamo a questo punto interrogarci sulla reale fattibilità di un aumento, anno dopo anno per 35 anni, del 12% della quota rinnovabili non idroelettriche.
Per la verità, il 12% è proprio l’aumento complessivo registrato nel 2014 rispetto al 2013 secondo le statistiche BP. E' possibile mantenere per tanto tempo un incremento così sostenuto?
 
E’ facile comprendere che si tratta di un’impresa immane, che in assenza di innovazioni tecnologiche dirompenti richiederebbe la produzione e l’installazione forsennata di moduli fotovoltaici, pale eoliche e centrali solari termodinamiche per molti anni e in ogni angolo del globo (compatibilmente con l'insolazione e la ventosità).
 
Anche con il massimo supporto politico possibile, che peraltro oggi non c'è, una crescita impetuosa di un singolo comparto industriale per un tempo così lungo presenta enormi ostacoli. Secondo l’ultimo rapporto della International Energy Agency (IEA), in assenza di forti stimoli politici ed economici è da attendersi un rallentamento dell’attuale trend di crescita delle rinnovabili sia nei paesi sviluppati che in quelli emergenti, a causa di persistenti barriere di accesso ai mercati, difficoltà di integrazione nelle reti elettriche, mancanza di incentivi adeguati e persistenza di sussidi alle fonti fossili. Va poi ricordato che quasi tutta l’espansione delle rinnovabili registrata finora si riferisce alla produzione di elettricità: i settori dei trasporti e del riscaldamento continuano ad essere dominati dalle fonti fossili, e tutto lascia pensare che lo saranno ancora per parecchi anni.
 
Oltre ad una certa stabilità economica (tutt’altro che garantita in tempi nei quali la volatilità dei mercati la fa da padrona e il rischio di un nuovo shock globale è dietro l'angolo), all'assenza di conflitti su vasta scala e ad una sufficiente tenuta degli equilibri ecologici fondamentali, il prerequisito fondamentale perché una scommessa così azzardata possa essere vinta è la disponibilità ancora per parecchi anni di energia a basso costo (per uscire dalle fonti fossili abbiamo bisogno delle fonti fossili, come è stato già spiegato in un precedente post), necessaria per la produzione di una mole imponente di dispositivi e impianti di energia rinnovabile e relative infrastrutture di supporto.
 
L’attuale congiuntura che vede le quotazioni del greggio ai minimi da molti anni è una preziosa opportunità e deve costituire uno stimolo a potenziare gli sforzi produttivi.
 
Lo scenario potrebbe mutare in peggio nel giro di pochi anni man mano che la disponibilità di giacimenti ad alto ERoEI andrà a scemare, e a quel punto tutto sarà più difficile e imprevedibile.
Lo sforzo collettivo della nuova generazione di giovani può cambiare il mondo. E’ già accaduto in passato e può accadere ancora.
La missione assomiglia ad una nuova odissea, non nello spazio ma sulla Terra, dove però non ci sarà nessun misterioso monolite nero a guidarci.
Se fallirà, sarà soprattutto a causa delle scelte sbagliate della nostra generazione, che non potrà mai perdonarsi di aver lasciato un pianeta così malridotto ai nostri figli.
Stefano Ceccarelli
Da Stop Fonti Fossili