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lunedì 11 maggio 2020

ALTRO CHE ''GLI ITALIANI NON VOGLIONO LAVORARE IN CAMPAGNA'': UN AGRICOLTORE IN DUE GIORNI SI E' VISTO ARRIVARE 400 RICHIESTE

“LA PAGA È DI SEI EURO L’ORA, MA NESSUN HA CHIESTO SE SONO IMPEGNATI ANCHE IL FINE SETTIMANA O A FERRAGOSTO. 
LA FRASE CHE RICORRE IN OGNI CURRICULUM È "DISPONIBILITÀ TOTALE". MAI SUCCESSO PRIMA…”
Simona Pletto per ''Libero Quotidiano''

braccianti in fugaBRACCIANTI IN FUGA
«Gli italiani non vogliono lavorare nei campi e gli stranieri invece sì? Questo è un mito da sfatare perché non è più vero. Io ho raccolto 400 richieste nel giro di un paio di giorni e l' 80% di questi curricula appartengono a italiani».

Michele Ponso, titolare di un' azienda agricola a Lagnasco, nel Saluzzese, è ancora incredulo. Sul tavolo del suo ufficio amministrativo sono stampate decine e decine di richieste di lavoro, spedite anche di notte via mail. «Fino a l' altro giorno cercavo braccianti invano», spiega l' imprenditore.

braccianti in fugaBRACCIANTI IN FUGA
«Poi mi hanno fatto un servizio alla trasmissione televisiva Le Iene, dove lamentavo la difficoltà a reperire manovalanza straniera da mandare nei frutteti dopo il coronavirus, e apriti cielo! Sono stato letteralmente sommerso dalle domande». «Anche adesso - aggiunge l' agricoltore - che è sabato, ricevo una mail di richiesta ogni cinque minuti.

braccianti 5BRACCIANTI 
La cosa che addolora, è che molte di queste persone fino a ieri avevano una occupazione e ora sono disperate perché non hanno più un lavoro né soldi. Alcuni di loro li conosco personalmente, sa com' è, viviamo in un paese di appena 1500 abitanti. C' è un tabaccaio che ha chiuso per esempio, una parrucchiera. Ma anche molti universitari, gente che lavorava negli alberghi e che è rimasto disoccupato».
caporalato 1CAPORALATO 

LA RACCOMANDAZIONE Tra le richieste arrivate da tutta Italia nell' azienda del signor Ponso, c' è una coppia che si è fatta "raccomandare" dal parroco del paese perché rimasta senza lavoro e con figli piccoli da sfamare, c' è un tecnico del suono, camerieri, due ragazze giovanissime che abitano al Sud e che pur di lavorare nei campi per l' azienda di Lagnasco hanno cercato di sistemarsi nel più vicino camping. Un' altra coppia, marito e moglie, addirittura si è attrezzata col camper.

braccianti 4BRACCIANTI 
«Sono pronti a tutto, anche se vivono a distanza, pur di non perdere questa occasione», rimarca Ponso. «Sinceramente una cosa così non me l' aspettavo. Sa qual è la cosa che più colpisce? È che nessuno di questi, dico nessuno, ha chiesto quante ore si lavora, se sono impegnati anche il fine settimana o a Ferragosto. Nulla. La frase che ricorre in ogni curricula è "disponibilità totale". Mai successo prima».

caporalato 2CAPORALATO 
La tariffa oraria per questi mesi caldi di raccolta frutta (ora mirtilli, poi lamponi, pesche nettarine, susine e kiwi), è di sei euro. «Non è tanto, lo capisco, ma con queste annate cattive il settore non prospera e i guadagni sono sempre meno», ammette l' agricoltore.

caporalato 3CAPORALATO 
IL CONFRONTO E sottolinea: «L' anno scorso avevamo l' 80% di manovalanza straniera. Poi a causa del virus sono tornati nella loro terra alcuni nostri operai, tra cui cinesi, africani, polacchi. Ci siamo ritrovati senza personale. Ora ne abbiamo già selezionati e assunti 17, quasi tutti italiani. Ne servirebbero 25 ma abbiamo deciso di tenere il posto ai nostri stranieri perché dovrebbero riuscire a tornare nel nostro Paese per fare la stagione da noi».

braccianti 3BRACCIANTI 
Potrebbero esserci problemi al rientro, ma anche sull' aspetto sanitario evidenzia l' agricoltore siamo pronti a fare la nostra parte.
«Faranno la loro quarantena ovviamente. Intanto però, la nostra azienda non ha più problemi nel reperire risorse umane.

braccianti 2BRACCIANTI 2
Una cosa è certa: se si continua a dire che gli italiani non vogliono lavorare nei campi anche in tempi di coronavirus, è solo perché c' è un evidente problema di comunicazione. Se la gente viene informata, io ne sono un esempio, alza la mano e corre». Fonte: qui

martedì 31 marzo 2020

AGRICOLTURA: NEI CAMPI SERVONO 200 MILA OPERAI PER RACCOGLIERE FRAGOLE, TRAPIANTARE I POMODORI E MIETERE IL GRANO

CON LE PERSONE COLPITE DAL VIRUS, QUELLE IN QUARANTENA E GLI STAGIONALI STRANIERI RIENTRATI NEI PAESI DI ORIGINE CHE NON POSSONO TORNARE IN ITALIA PER IL BLOCCO DELLA CIRCOLAZIONE, MANCA MANODOPERA
Michelangelo Borrillo per il “Corriere della Sera”

Chi raccoglierà le fragole? Chi trapianterà i pomodori? E chi mieterà il grano e preparerà le viti per la vendemmia? Il coronavirus rischia anche di mettere in crisi il settore agricolo per mancanza di manodopera. «Con le persone colpite dal virus, quelle in quarantena e gli stagionali stranieri rientrati nei Paesi di origine che non possono tornare in Italia per il blocco della circolazione - spiega il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti - nelle campagne mancano braccia. E siamo in un momento cruciale: si avvicina la stagione della raccolta degli ortaggi e della frutta estiva. Servono almeno 200 mila persone subito. Per questo abbiamo chiesto strumenti governativi che facilitino le assunzioni, come i voucher, o la possibilità di impiegare persone che hanno perso il lavoro o i cassintegrati».
pomodoriPOMODORI

Quali sono le colture a rischio?
«Tutte, a partire dalle prime di asparagi e fragole. In Italia gli operai agricoli sono circa 1,1 milioni. E di questi i lavoratori stranieri regolari sono poco meno di 400 mila, ovvero circa il 36%, la stragrande maggioranza dei quali rumeni. Senza di loro si torna a un' agricoltura con sole braccia italiane, che a memoria non ricordo: gli ultimi campi senza immigrati saranno degli anni 70».

Cosa rischia l' agricoltura italiana?
«Stiamo entrando nel periodo primaverile, quando iniziano le raccolte e si programmano quelle estive, dai pomodori al grano, e si preparano le vigne e le potature degli oliveti. Al momento mancano 200 mila persone rispetto agli standard, gli operai dell' Est Europa che solitamente vengono da noi per 4-5 mesi e adesso non possono».
agricoltura 6AGRICOLTURA

In che senso rispetto agli standard?
«Perché adesso dobbiamo aggiungerci l'incognita Covid-19 anche per gli italiani.
Per ora stanno andando nei campi e, nonostante assenze di circa il 20% per malattia o quarantena, stanno garantendo le forniture alla filiera alimentare. Ma le aziende iniziano a faticare nel trovare ricambi».

Occorre trovare alternative. Ci state pensando?
«Sì, bisogna trovare un rimedio, anche perché il problema non è solo italiano ma tutti i Paesi agricoli europei: si stima che a livello continentale servano circa 700 mila persone. E negli Usa la principale associazione degli agricoltori ha fatto sapere che per completare regolarmente le attività ha bisogno di circa 260 mila lavoratori stagionali. La risposta dell'amministrazione è già arrivata, con una semplificazione delle procedure per il rilascio dei visti che consentirà, in particolare, l' arrivo di personale dal Messico».

agricoltura 4AGRICOLTURA
E in Europa e in Italia cosa si può fare?
«Partiamo dall' Europa. Nei giorni scorsi avevamo chiesto all' Unione europea di creare una sorta di corridoi per permettere la mobilità di lavoratori agricoli all' interno della Ue. E la Commissione ha appena pubblicato degli orientamenti che vanno in questa direzione. Si tratta, però, di orientamenti, per cui non sono iniziative cogenti. Ma la disponibilità a garantire la libera circolazione dando la priorità a settori essenziali va nella direzione giusta».

E in Italia cosa si può fare?
«La circolare del ministero dell' Interno che ha prorogato fino al 15 giugno i permessi di soggiorno in scadenza tra il 31 gennaio il 15 aprile è un primo passo. Ma non basta. Bisogna avviare in tempi rapidi l'iter per la definizione di un nuovo decreto flussi che consenta al settore agricolo di impiegare lavoratori non comunitari. E poi bisogna osare di più».
agricoltura 3AGRICOLTURA

Nel fare cosa?
«Proprio in queste ore abbiamo scritto alle ministre Teresa Bellanova dell' Agricoltura e Nunzia Catalfo del Lavoro per favorire l'incrocio tra domanda e offerta con il ricorso a manodopera italiana disponibile a lavorare nel settore agricolo, anche se al momento fruisce del Reddito di cittadinanza.

Occorre superare dei limiti nomativi, ma basterebbe un emendamento al decreto legge 18/20 per garantire ai datori di lavoro agricolo un esonero contributivo e a chi beneficia del Reddito di cittadinanza un prolungamento del periodo di percezione pari alla durata del rapporto di lavoro stagionale. Inoltre si potrebbe fare una sorta di call per gli operai in cassa integrazione di altri settori o un reclutamento dei disoccupati con strumenti che facilitino le assunzioni, come i voucher».
agricoltura 2AGRICOLTURA

Ma questa situazione potrà avere ripercussioni sui prezzi?
«Sì. E per evitarle occorre che l' intera filiera fissi regole comuni per un giusto prezzo al consumatore e un giusto reddito per chi produce».

A proposito di filiera, ma ci sono rischi per la produzione di pasta, visto che parte del grano utilizzato è importato?
«Per quest' anno no. Sempre che riusciremo a raccoglierlo il grano italiano».

Fonte: qui

sabato 22 febbraio 2020

La peste europea anti-scienza discende sull'Africa

Gli attivisti europei stanno mettendo a rischio la vita in Africa orientale, trasformando una piaga degli insetti in una prospettiva reale di carestia diffusa. La   locusta del deserto in rapida crescita ha invaso Kenya, Somalia ed Etiopia, creando uno  stato di emergenza . I parassiti sono recentemente sbarcati a Gibuti, Eritrea, Oman e Yemen. Gli sciami hanno anche colpito la  Tanzania e l'Uganda . Non si fermeranno da soli. Secondo la Food Agriculture Organization  (FAO), "questa è la situazione peggiore in 25 anni".
Queste bestie consumano ogni pianta sul loro cammino, lasciando dietro di sé terreni e pascoli devastati e possono migrare fino a 150 km in un giorno. Hanno già coperto  un milione di ettari in Kenya , senza segni di rallentamento.
Il bilancio umano è sconcertante. Venticinque milioni di persone sono state lasciate affamate, secondo  le stime di Oxfam .
Tuttavia, invece di radunarsi attorno alle nazioni africane in questo momento di grande pericolo, più ONG finanziate dall'UE sono discese al parlamento keniota per chiedere al governo di disarmarsi nella battaglia contro le locuste. Vogliono che il governo keniota metta al bando i pesticidi usati per combattere le locuste, l'unico strumento efficace che può fermare questi insetti e impedire che la crisi sfugga al controllo.
Secondo gli esperti, un pesticida come il fenitrothion svolgerà un ruolo chiave nell'eliminazione delle locuste in Kenya e in altri paesi africani. Se applicato correttamente, può contrastare gli sciami di locuste del deserto. Ma al Kenya  mancano le forniture di cui ha un disperato bisogno . “Il fenitrothion dei pesticidi è molto efficace. Uccide le locuste in quaranta minuti a sei ore di irrorazione ”, afferma Salad Tutana, presidente del team di coordinamento del controllo delle locuste del Kenya settentrionale. Il signor Salad dice che stanno vivendo una carenza di fenitrotion, ma che recentemente dal Giappone sono arrivati ​​nuovi rifornimenti di pesticidi.
Sono necessari più aerei per la spruzzatura. Attualmente, ci sono solo cinque aerei  usati per spruzzare  gli insetticidi disponibili.
Il Kenya ha già  stanziato 2,5 milioni  di dollari per combattere le locuste attraverso la nebulizzazione, ma questo non è abbastanza perché la situazione continua a peggiorare. La FAO delle Nazioni Unite ha accettato  di contribuire con $ 70 milioni  allo sforzo di irrorazione, ma finora  solo $ 15 milioni si  sono fatti strada nella regione.
La disperazione nelle comunità colpite è reale e bisogna fare di più. "Ci siamo rassegnati a metodi grezzi, come gridare, bruciare pneumatici e fischiare, per scacciare gli insetti", afferma Muthuri Murungi, residente nella città di Meru, nel Kenya orientale.
La comunità agricola africana si sta ancora riprendendo dall'incursione di un altro parassita maligno, il Fall Army Worm, che in un anno ha privato gli agricoltori keniani di mais (mais) del 70% del loro raccolto. Questa vorace falena larvale è tenuta sotto controllo nelle Americhe - dove è originaria - da pesticidi e colture Bt geneticamente modificate.
Ma anche qui gli attivisti delle ONG stanno cercando di dettare politiche che consentano alle piaghe degli insetti di continuare, senza controllo.
Le ONG guidate da Route to Food - che si oppone agli OGM - stanno ora spingendo una proposta in Kenya per vietare più di 200 pesticidi - inclusi quelli usati contro le locuste del deserto e il verme dell'esercito autunnale. Route to Food è stato creato in Africa nel 2016 utilizzando i fondi dei contribuenti della Heinrich Boll Foundation del Partito verde tedesco.
Questa organizzazione sta promuovendo tutte le idee attualmente alla moda in Europa, come i mandati di alimenti biologici e l'opposizione alle moderne tecnologie colturali nel nome di "agroecologia". Gli europei possono permettersi di pagare il grande supplemento per coltivare alimenti con metodi inefficienti e biologici. Questa non è un'opzione in Africa.
In effetti, questi europei vogliono che l'Africa rinunci all'idea di diventare un'economia mondiale avanzata o addirittura di raggiungere la vera sicurezza alimentare. La mania dell' "agro-ecologia" abbracciata dalle élite europee nelle organizzazioni internazionali - tra cui alcuni in seno alla FAO - esalta "l'agricoltura contadina" e il "diritto all'agricoltura di sussistenza", come se fosse una sorta di ideale, negando agli africani le moderne tecnologie utilizzate in paesi come gli Stati Uniti e il Brasile.
Rotta verso il cibo non è sola. Un'altra ONG, la Kenyan Organic Agricultural Network (KOAN), è nata anche dalla capitale europea delle sementi. I governi dell'UE, attraverso agenzie di sviluppo come il Ministero degli affari esteri danese, l'Agenzia svizzera per lo sviluppo e la cooperazione e le ONG olandesi SNV e Humanist Institute for Cooperation with Developing Countries (HIVOS o Humanistisch Instituut voor Ontwikkelingssamenwerking in olandese) hanno creato questo gruppo per promuovere gli interessi commerciali dell'industria biologica. Pertanto, KOAN sta promuovendo il divieto dei pesticidi di cui il Kenya ha bisogno per affrontare queste crisi, ma la proposta che respingono abbastanza convenientemente esclude dal divieto il pesticida preferito dagli agricoltori biologici, il solfato di rame, che è altamente tossico. Perché i doppi standard?
Il rame, nei suoi vari composti, è considerato "naturale" e quindi approvato per la produzione biologica, ma è altamente pericoloso per l'uomo e distruttivo per la biodiversità. Si accumula nel terreno ed è un noto cancerogeno. Nel 2015 l'UE ha inserito i composti di rame nel suo elenco di "candidati alla sostituzione", il che significa che "destano particolare preoccupazione per la salute pubblica o l'ambiente". L'UE avrebbe vietato le sostanze molto tempo fa, tranne per il fatto che i coltivatori biologici, che le scaricano sui loro campi in quantità davvero sorprendenti, non potrebbero sopravvivere senza di essa.
Vietare i pesticidi moderni più sicuri ed efficienti, come il fenitrionion per combattere le locuste, ma consentire al rame è un modo bramoso per gli interessi organici di spazzare via la concorrenza.
Nel frattempo, a meno che le locuste non vengano fermate, saranno gli stessi agricoltori africani che verranno spazzati via.
Si prevede che gli sciami si moltiplicheranno per 500 volte nel giro di pochi mesi, in particolare quando la stagione delle piogge arriva ad aprile e maggio. Per le élite privilegiate delle capitali europee, i pesticidi e la tecnologia agricola sono una questione di stile di vita e di segnalazione di virtù (e, a volte, di diretto interesse finanziario). L'Europa è abbastanza ricca da decimare la propria agricoltura e diventare persino un importatore netto più grande di cibo di quanto non sia già. Per gli africani senza un tale lusso, questa è una questione di vita o di morte.
L'Europa è stata paralizzata da pretese bizzarre e senza fatti di ONG attiviste che spingono i programmi politici . Deve svegliarsi e vedere cosa succede quando queste dottrine anti-scientifiche scendono nel continente africano. Il mondo naturale e organico senza pesticidi o OGM che stanno promuovendo è arrivato in Africa. È una nuvola di distruzione.
Il resto del mondo deve agire per evitare che questa crisi diventi la peggiore forma di tragedia - che avrebbe potuto essere evitata.
Autore di James Njoroge tramite EuropeanScientist.com

martedì 20 agosto 2019

Caporalato, viaggio tra i campi del Ragusano: migranti pagati 2,5 euro all’ora. Nelle serre anche ragazzini (che non vanno a scuola)

Marina di Acate, minuscolo borgo marinaro tra Vittoria e Gela, è una sorta di capitale del caporalato. Qui lavorano migliaia di persone, soprattutto di origine romena e magrebina: in quattro anni la Caritas ne ha censite circa duemila, ma i numeri sono probabilmente superiori. Secondo un report pubblicato nel 2018 dalla diocesi di Ragusa, nella piccola frazione marinara un'azienda agricola su due utilizza lavoratori in modo illegale e paga gli operai con paghe comprese tra i 2,5 e i 3 euro l’ora
Ha solo 15 anni ma non passerà un’estate come gli altri. Niente mare o serate con gli amici per Giulia (nome di fantasia), una ragazzina di origine rom che ogni giorno passa dieci ore nelle serre a raccogliere pomodori. Anzi ogni notte, visto che d’estate in Sicilia fa molto caldo: la raccolta, quindi si fa dopo il tramonto. In cambio riceverà una trentina di euro: meno di tre per ogni ora lavorata.
Lavoratori sfruttati da un’azienda su due – È una storia di miseria e sfruttamento quella che ogni giorno si ripete nei campi in provincia di Ragusa. Marina di Acate, minuscolo borgo marinaro tra Vittoria e Gela, è una sorta di capitale del caporalato. Qui lavorano migliaia di persone, soprattutto di origine romena e magrebina: in quattro anni la Caritas ne ha censite circa 2mila, ma i numeri sono probabilmente superiori. Secondo un report pubblicato nel 2018 dalla diocesi di Ragusa, nella piccola frazione marinara un’azienda agricola su due utilizza lavoratori in modo illegale e paga gli operai con paghe comprese tra i 2,5 e i 3 euro l’ora. Rispetto ad altre zone del Paese, dove il lavoro nelle campagne ha soprattutto caratteristiche stagionali, nel Ragusano il fenomeno del caporalato è più strutturale: ogni anno, infatti, nelle serre ci sono due o tre campagne produttive per le quali servono agricoltori attivi per almeno 250 giorni all’anno. È per questo motivo che da queste parti sono arrivati tantissime persone dalla Romania, dalla Tunisia e dal Marocco. Spesso hanno portato con loro l’intera famiglia: nonni, genitori, e figli.

Niente scuolabus: ragazzini restano in campagna – Anche a casa di Giulia sono in tanti: nove persone, tutte impiegate nelle serre, a parte la nonna e la mamma, che ha da poco avuto un bambino. I soldi in casa li gestisce il padre: quasi tutti se ne vanno per mantenere la famiglia, qualche spicciolo viene risparmiato per poter ritornare un giorno nel suo paese di origine. “Quando avrò 18 anni ritornerò ad inseguire i miei sogni e forse continuerò gli studi”, racconta Giulia. Che fino a poco tempo fa poteva permettersi il lusso di andare a scuola. Faceva parte di un gruppo di 15 ragazzini – tra i 6 e i 15 anni – che erano rientrati in un progetto di trasporto scolastico finanziato dalla Chiesa Valdese di Palermo. Avevano iniziato un percorso all’interno dell’Istituto Giovanni XXIII di Vittoria, partecipando alle attività scolastiche ed extrascolastiche, integrandosi perfettamente con gli altri bambini. Si parlava di allargare il servizio ad altri bambini, invece, nel luglio 2018 il progetto è terminato e di quei 15 ragazzini oggi solo in tre continuano ad andare a scuola. Il servizio di scuolabus, infatti, non copre le zone in cui abitano, così hanno dovuto interrompere gli studi. E adesso passano l’intera adolescenza tra i campi di pomodoro e le abitazioni fatiscenti .”Non mi rassegno al fatto che questi ragazzini hanno dovuto lasciare la scuola. Sto cercando di fare il possibile, ma serve una rete tra Istituti e Comuni”, dice la dirigente scolastica Vittoria Lombardo. “Abbiamo posto la questione alla Prefettura che si è sempre mostrata molto attenta e sensibile a questa tematica. Occorre potenziare i servizi, quei ragazzini hanno il diritto di vivere pienamente l’infanzia oggi negata”, spiega Domenico Leggio, direttore della Caritas di Ragusa.
Latrine affittate a caro prezzo, vestiti bruciati da prodotti chimici – Ed è proprio la Caritas a documentare quello che succede nelle campagne del Ragusano. Dove molte famiglie – a volte composte anche da più di dieci persone – vivono all’interno di catapecchie, con i bagni che generalmente si trovano all’esterno e sono delle vere e proprie latrine. Le case, che sono poi dei magazzini, vengono concesse in cambio di somme esorbitanti se paragonati allo stato in cui si trovano: alcuni arrivano a pagare anche 400 euro di affitto. Senza acqua e luce, confort che hanno un costo a parte, decurtato direttamente dal salario. I proprietari in questo caso giocano sul fatto che gli affittuari hanno bisogno di fissare in quei casolari la propria residenza, condizione fondamentale per i non comunitari per aver rinnovato il permesso di soggiorno. “In queste zone c’è un caporalato con delle caratteristiche più sfumate rispetto al resto d’Italia, nel senso che la gestione del lavoro in serra, con l’impiego di poche persone per un periodo di tempo ampio, fa sì che nei campi di lavoro vi siano anche i caporali, ma che assumono spesso il ruolo di caposquadra. Quindi i caporali lavorano con le stesse persone che reclutano. In passato abbiamo registrato anche forme di caporalato più pesanti soprattutto nei confronti dei rom che venivano reclutati in patria e privati dei documenti e, addirittura, anche della paga”, spiega Vincenzo La Monica, responsabile immigrazione della Caritas. Il direttore Leggio racconta anche altro: richieste continue di indumenti da parte dei migranti. Il motivo? “I prodotti chimici utilizzati in agricoltura bruciano letteralmente i vestiti, quindi ne hanno bisogno in gran quantità. A molti diamo poi anche le scarpe da lavoro, visto che entrano nelle serre con calzature non adatte e spesso il nostro medico ha riscontrato delle ferite ai piedi”.

Il caporalato dei trasporti – Al caporalato per lavorare in serra, si aggiunge poi quello “dei trasporti”: sono quelli che si fanno pagare a caro prezzo per portare i lavoratori da casa a lavoro e viceversa. I prezzi salgono poi quando occorre raggiungere il centro abitato per fare la spesa o altri luoghi, come ad esempio l’ospedale: per andare da Vittoria a Ragusa possono volerci anche 50 euro, un giorno e mezzo di lavoro. La Monica spiega poi come esiste un tariffario diverso a seconda dell’origine del lavoratore: ai rom spettano 30 euro al giorno, mentre negli ultimi anni si è registrato un aumento per magrebini e albanesi, che arrivano a prendere anche a 40-45 euro. “Ma siamo ancora lontani dalla paga sindacale di 57 euro”, dice l’esponente della Caritas. A dare una scossa all’ambiente sono state negli ultimi anni anche le tante operazioni delle forze dell’ordine culminate con decine di arresti per sfruttamento della manodopera e, a volte, proprio dei bambini costretti a lavorare per qualche spicciolo. E senza studiare.
Fonte: F.Q.

lunedì 29 luglio 2019

FAR CRESCERE LE PIANTE NEL DESERTO CON ACQUA MARINA: IL FUTURO SI CHIAMA COLTURA IDROPONICA A ENERGIA SOLARE E NON NECESSITA NÉ DI SUOLO NÉ DI ACQUA DOLCE. E GENERA PRODOTTI SENZA INQUINAMENTO O PESTICIDI

IN AUSTRALIA UN'AZIENDA HA PORTATO PANNELLI E PIANTINE IN MEZZO AL TERRENO PIÙ ARIDO. PER ORA COSTA UN PO' TROPPO, MA LA TECNOLOGIA È PRONTA
Marco Magrini per ''La Stampa''

Vista dal satellite l' Australia Meridionale appare come una macchia rossastra. È uno dei sei Stati della Federazione australiana che, tanto per capirsi, ha una superficie tre volte più grande dell' intera Italia. Dall' alto, fatta eccezione per quell' enorme tratto di costa che include Adelaide, sesta città per numero di abitanti, non si scorgono distese verdi, non si osservano grandi fiumi. Il grande lago Torrens è solo una distesa di sale. Qui la terra è bruciata dal sole e l' agricoltura fa a pugni con la scarsità d' acqua. È il luogo perfetto per immaginare cosa succederà in un mondo sempre più caldo. Molto presto.
sundrop farms australiaSUNDROP FARMS AUSTRALIA

L' agricoltura, ovvero l' attività primaria a sostegno della civiltà umana, sta vivendo una drammatica contraddizione: da un lato è corresponsabile della crisi di consumo eccessivo delle risorse in corso (produzione, trasporto, fertilizzazione, deforestazione e allevamenti emettono oltre il 20% del totale dei gas-serra), ma al tempo stesso è la sua principale vittima.

Adesso che non ci sono più dubbi sulla prospettiva di un costante aumento della temperatura media planetaria - visto che il mondo non sta facendo abbastanza per frenare le emissioni di anidride carbonica, metano e protossido di azoto - altri dubbi nascono.
sundrop farms australiaSUNDROP FARMS AUSTRALIA
Ce la farà l' agricoltura a sfamare le oltre nove miliardi di bocche da soddisfare a metà secolo? Un recente studio del CCAFS (un programma di ricerca su cambiamenti climatici, agricoltura e sicurezza alimentare) sostiene che sarà difficile, ma non impossibile. A condizione di adottare immediatamente nuove pratiche e nuove tecnologie.

Nell' Australia Meridionale è stato fatto un esperimento che offre uno squarcio di futuro. In quell' angolo remoto e desertico del mondo sorge una serra di venti ettari che produce 15mila tonnellate di pomodori all' anno usando le due uniche risorse disponibili, entrambe rinnovabili: i raggi del sole e l' acqua del mare.

sundrop farms australiaSUNDROP FARMS AUSTRALIA
La tecnologia sviluppata dalla Sundrop Farm, che dopo tre anni di sperimentazione è già un successo commerciale, è tutto sommato semplice. Un grande impianto solare a concentrazione composto da 23mila specchi fornisce 39 Megawatt di energia necessari allo stabilimento, ma anche all' impianto di desalinizzazione. In questo modo, l' acqua del mare non viene tanto usata per irrigare i pomodori, ma addirittura per farli crescere in una coltura idroponica(o idrocoltura s'intende una delle tecniche di coltivazione fuori suolo: la terra è sostituita da un substrato inerte). Il sole e la serra fanno il resto.

Adesso l' azienda passa alla seconda fase. Inizialmente finanziata dalla KKR, celebre società americana di private equity, e da istituzioni come la Commonwealth Bank, la Sundrop Farm è stata appena comprata da Morrison & Co., un fondo australiano che investe in progetti industriali sostenibili e in energia rinnovabile. Il prezzo di vendita non è noto. Visto che l' investimento iniziale è stato di ben 200 milioni di dollari, c' è chi ha espresso dubbi sul ritorno economico dell' impianto, variabile necessaria per trasformare un esperimento isolato in una pratica diffusa.
sundrop farms australia coltura idroponicaSUNDROP FARMS AUSTRALIA COLTURA IDROPONICA

«Questo è il nostro primo investimento nel settore agricolo - ha risposto Paul Newfield, direttore finanziario di Morrison - e siamo molto felici per le sue opportunità di crescita». Le opportunità sono innegabili: mentre la disponibilità di terre fertili e di acqua dolce si sta riducendo pericolosamente, sia le terre aride che l' acqua degli oceani - con desertificazione e aumento del livello dei mari - stanno aumentando. Anche queste pericolosamente.

Per salvare sé stessa l' agricoltura di metà secolo avrà bisogno di arrestare la deforestazione, di diminuire lo spreco di cibo (8% delle emissioni totali), di adottare varietà migliorate, di ridurre il consumo di acqua e fertilizzanti. E di ripensare la dieta umana, perché gli attuali consumi di carne sono già largamente insostenibili. Ma avrà anche bisogno di pomodori «rinnovabili» come quelli coltivati dalla Sundrop nel deserto dell' Australia Meridionale. Perché tutto, ma proprio tutto tutto, comincia dall' agricoltura. Fonte: qui
coltura idroponicaCOLTURA IDROPONICA