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lunedì 6 luglio 2020

TUTTO QUELLO CHE AVRESTE VOLUTO SAPERE SUL VIRUS, CHIESTO DA BECCHI AL MITICO VIROLOGO TARRO

LE IPOTESI DI 'CREAZIONE' IN LABORATORIO, LA VALIDITÀ DEL VACCINO, LA VIOLENZA DELLA SECONDA ONDATA, L'IMMUNITÀ DEI GREGGE, IL LOCKDOWN ESAGERATO, LE MASCHERINE ALL'APERTO, GLI EFFETTI DELL'INQUINAMENTO, LA FORZA DEL SISTEMA IMMUNITARIO

Paolo Becchi per ''Libero Quotidiano''

 

Giulio Tarro, nato a Messina il 9 luglio 1938, si è laureato con lode in Medicina e Chirurgia all' Università di Napoli nel 1962. Già professore di Virologia Oncologica dell' Università di Napoli, primario emerito dell' Ospedale "D. Cotugno", è stato "figlio scientifico" di Albert B. Sabin. Per primi hanno studiato l' associazione dei virus con alcuni tumori dell' uomo presso l' Università di Cincinnati, Ohio. Tarro ha scoperto la causa del cosiddetto "male oscuro di Napoli", isolando il virus respiratorio sinciziale nei bambini affetti da bronchiolite. In questa intervista Giulio Tarro risponde in modo molto articolato sull' emergenza Covid19.

 

Cos' è il Covid19? Creato in laboratorio, come dichiarato da Luc Montagnier, oppure naturale? Epidemia o endemia ci spieghi le differenze?

«Nel 2002- 2003 c' è stata la Sars; poco dopo, c' è stata una malattia pressoché identica, la Mers, in Medio-oriente, proveniente dai cammelli; oggi c' è il Covid19, una forma di polmonite atipica. Tutto inizia il 31 dicembre 2019, quando viene comunicato dalle autorità cinesi all' Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) un focolaio epidemico di polmonite in corso di diffusione nella città di Wuhan (11 milioni di abitanti). Il 7 gennaio 2020 gli studiosi cinesi sono in grado di identificare un nuovo coronavirus (2019-nCoV) come causa dell' epidemia.

GIULIO TARROGIULIO TARRO

 

Dopo tre settimane dalla prima comunicazione all' OMS viene confermata la trasmissione interumana del virus. Nel giro di poche settimane vengono rilevati nuovi casi in nazioni diverse, in tutto il mondo e in tutti i continenti. Il 16 gennaio, i ricercatori del Centro tedesco di Ricerca infettiva di Berlino sviluppano una nuova metodica di laboratorio per diagnosticare il nuovo coronavirus, e l' OMS ne pubblica le linee guida. Il 28 gennaio, i ricercatori del laboratorio di identificazione virale dell' Istituto australiano per l' infezione e l' immunità "Peter Doherty" di Melbourne dichiarano di aver cresciuto il nuovo virus in colture di tessuto dopo il suo isolamento dalla prima persona da loro diagnosticata con questa nuova infezione. Anche questa ricerca viene condivisa con l' OMS. L' epidemia a febbraio inizia a diffondersi rapidamente.

 

L' 11 marzo 2020, l' OMS dichiara la COVID-19 pandemia, in quanto l' epidemia è diffusa in vastissimi territori e continenti. Per la Sars, la Mers e il Covid19 c' è sempre stato un intermediario, ossia un' animale. Nel caso del Covid19 pare sia stato un pipistrello. È noto a tutti ormai che questa sindrome è cominciata dal mercato del pesce di Wuhan. Ma c' è anche un' altra possibilità, come rilevato da alcuni miei illustri colleghi, ossia che questo virus provenga dal laboratorio di Wuhan.

 

Non c' è nessuna evidenza scientifica per cui possiamo affermare che il virus sia stato creato in laboratorio. Numerosi ricercatori sono andati a predire le sequenze genetiche del Covid19 evidenziando una percentuale di differenza dal virus del pipistrello ma ciò probabilmente è dovuto al fatto che ci sono stati vari passaggi con un animale intermedio come il pangolino, non perché sia stato modificato artificialmente. Quindi io escludo l' origine artificiale. Tuttavia, non è impossibile che un ricercatore o un tecnico possa portare fuori, ovviamente si presume inconsciamente, un virus dal laboratorio».

 

Si cura il Covid19?

«Senz' altro il virus si può combattere, anche nei casi più gravi, con i diversi antivirali utilizzati ad oggi, c' è addirittura un antimalarico che va per la maggiore. Per i casi più clinici la risposta più efficace si trova negli anticorpi: gli anticorpi dei guariti per quelli che sono malati in fase critica, prima di passare al ventilatore».

 

SIEROTERAPIA

 

GIULIO TARROGIULIO TARRO

Ci parli della sieroterapia.

«Ha senso concentrarsi su questa terapia perché abbiamo già a nostra disposizione gli anticorpi dei guariti che possiamo ricavare con la plasmaferesi, una tecnica di separazione del sangue che viene usata per diversi scopi. La cura con il plasma dei pazienti guariti da Covid19 si sta sperimentando in tutto il mondo. È una terapia, dimostrata con lavori scientifici pubblicati, che consiste in 200 ml di plasma i quali in 48 ore azzerano il virus.

Non sono notizie campate in aria, ma pubblicate su giornali scientifici. Prassi utilizzate in particolare dai cinesi che hanno avuto un' esperienza recentissima e che si usavano già nelle esperienze con la Mers e in altri Paesi, come Germania, Stati Uniti, Israele. In Italia si stanno ottenendo dei risultati positivi. Voglio ricordare che non ci troviamo di fronte a una terapia sperimentale da dover studiare. È una pratica conosciuta da secoli, utilizzata anche da Pasteur nell' Ottocento: si sono sempre prelevate le gammaglobuline dai guariti per curare i malati.

 

La trasfusione di plasma è stata utilizzata con successo nelle altre due epidemie da coronavirus, la Sars del 2002 e la Mers del 2012, - riuscendole rapidamente a circoscrivere - immettendo il plasma in uno stadio preciso della malattia; e cioè quando già si evidenzia una scarsa ossigenazione e il paziente è sottoposto a ventilazione assistita con casco C-pap, ma non è ancora intubato. È una terapia che, come molte, presenta rischi ma, francamente, non si capisce proprio perché l' Oms - che ne aveva confinato l' utilizzo "solo nel caso di malattie gravi per cui non ci sia un trattamento farmacologico efficace" - non ne abbia suggerito, almeno, la sperimentazione durante questa emergenza Covid19. Le posso dire che oltre alla sieroterapia, anche l' antimalarico sta dando ottimi risultati».

 

Il mondo è alla ricerca spasmodica di un vaccino. È una soluzione?

PAOLO BECCHIPAOLO BECCHI

«Nell' affrontare le epidemie servono due cose: competenza e ordine, soprattutto nelle vaccinazioni. La soluzione non sarà il vaccino anche perché in questo momento non ce l' abbiamo. Per un vaccino efficace e "privo di rischi" ci vogliono "almeno diciotto mesi" e non è detto che in questo caso funzioni perché non esiste un solo Covid19. Un virus può mutare in appena cinque giorni. Sulla sostanziale differenza del virus presente qui da noi con quello di Wuhan, già a fine febbraio c' era uno studio, riportato anche nella dichiarazione del dottor D' Anna, che evidenziava come ben cinque nucleotidi del ceppo padano risultassero differenti rispetto al ceppo cinese di Wuhan. Il vaccino, per principio, è un metodo di prevenzione.

 

Quello contro l' Aids lo aspettiamo da 30 anni e non siamo riusciti a trovarlo. Siamo in presenza di un virus estremamente mutevole. Esistono più versioni del virus ed è per questo motivo che non può esserci un vaccino in grado, come nell' influenza, di metterci al riparo completamente. Difatti, se il virus ha come sembra più varianti, sarà complicato avere un vaccino che funzioni in modo efficace, esattamente come avviene per i vaccini antinfluenzali che non coprono tutto».

 

Il virus sta realmente perdendo virulenza? Quando ce ne libereremo?

«Il Covid19, più che perdere virulenza, si comporta come i virus influenzali che dapprima si espandono con l' epidemia, poi dopo che la popolazione sviluppa gli anticorpi e si immunizza, il virus non può più circolare. Questo vale in linea di principio per tutti i virus naturali. Ritengo che in estate, quasi sicuramente, saremo abbastanza immunizzati. Col caldo tutto dovrebbe tornare alla normalità.

ANTHONY FAUCI SI VACCINAANTHONY FAUCI SI VACCINA

 

Nella stagione successiva, se dovesse ripresentarsi, il virus potrebbe attaccare solo quei pochi che non hanno ancora sviluppato gli anticorpi. Secondo uno studio inglese, più del 60% degli italiani è stato contagiato ed ha sviluppato gli anticorpi. Per il prossimo autunno noi saremo, in larghissima parte, naturalmente immunizzati. A mio avviso, il Covid19 potrebbe sparire completamente come la prima SARS, oppure ricomparire come la Mers, ma in maniera localizzata o cosa più probabile diventare stagionale come l' aviaria. Per questo serve una cura più che un vaccino».

 

Come mai un virus appartenente alla famiglia dei coronavirus ha generato così tanti problemi. Ritiene realmente che ci sia un collegamento tra le vaccinazioni antinfluenzali e la pandemia?

«Per rispondere a questa domanda sono necessarie delle premesse e delle argomentazioni, partendo da alcuni numeri, tra l' altro al centro di alcune ricostruzioni giornalistiche negli scorsi mesi e motivo di discredito nei miei confronti e di alcune mie dichiarazioni, fondate e non campate in aria. Esiste un famoso lavoro dell' esercito americano che indica l' aumento del rischio di contrarre il coronavirus del 36% nei soggetti che hanno effettuato il vaccino antinfluenzale. Interessante è anche uno studio della scuola olandese, pubblicato nel 2008, su un' epidemia da pneumococco e da meningococco attivata dal virus dell' influenza e dal virus respiratorio sinciziale.

 

A Bergamo, il vero epicentro dell' emergenza come sottolineato da più parti, dove si è verificato qualcosa di ingestibile e che francamente ha stupito anche me, che mi trovo a lavorare con epidemie da decenni, c' è stata una richiesta di ben 185mila dosi di antinfluenzale. In concomitanza c' è stata un' endemia da meningococco per cui sono state richieste 34mila dosi. Tutti questi eventi sono sicuramente importanti, specialmente se messi a confronto con quello studio sull' esercito americano e quello olandese sul virus respiratorio sinciziale».

 

PIANURA PADANA

 

GIULIO TARROGIULIO TARRO

L' inquinamento, oltre che le temperature, come da Lei già sottolineato, influiscono sul virus?

«Ci sono sicuramente delle relazioni e a ciò aggiungerei una cosa forse sottovalutata da molti. Il fatto che i focolai di coronavirus italiano siano nella Pianura Padana, principalmente in Lombardia e Veneto, potrebbe dipendere da fattori ecologici, come alcuni tipi di concime industriale. Questi potrebbero aver alterato l' ecosistema vegetale e, quindi, animale nel quale uno dei tanti coronavirus normalmente in circolazione può aver avuto una inaspettata evoluzione».

 

Pensa che si possa incolpare la Cina di quello che è successo?

«Il discorso è molto più complesso. È facile voler trovare un responsabile, è tipico dell' uomo. Mi sono già espresso in merito all' origine naturale del virus ed eviterei di trasformare la Cina in un capro espiatorio, per giustificare inefficienze che sistemi sanitari all' avanguardia non dovrebbero avere. È necessaria un' argomentazione.

 

Sulla diffusione del Sars-Cov 2, conta la zoologia correlata a una certa latitudine geografica. I virus influenzali hanno origine o da alcuni animali volatili o da alcuni animali acquatici. In primis i pipistrelli: è stato calcolato che nell' intestino di un pipistrello della Cina meridionale si celino almeno 50 tipi di coronavirus diversi. E, considerando che il pipistrello ha anche una grande importanza alimentare nel Paese, non ci si può certo stupire che il 3% degli agricoltori di tutta la Cina risulti positivo ai coronavirus: nella stragrande maggioranza dei casi fortunatamente si tratta di forme benigne. Coronavirus e Sars sono due parenti stretti, in quanto fanno parte della stessa famiglia e hanno la stessa derivazione animale.

 

reparto di terapia intensiva all'ospedale di wuhanREPARTO DI TERAPIA INTENSIVA ALL'OSPEDALE DI WUHAN

La "prima" Sars però, in rapporto a quello che fu il suo livello di diffusione, probabilmente può considerarsi anche più temibile: durata sei mesi, in Cina colpì 8mila persone e ne uccise 774, giungendo così a un tasso di mortalità totale del 10%. Il Covid19 invece, pur con un' estensione epidemica maggiore (in Cina è stata colpita una popolazione di circa 81mila persone), a circa quattro mesi dall' inizio dell' epidemia ancora non supera il 3-4% di mortalità.

 

Le vittime accertate finora infatti sono qualcosa in più di 4mila. In Italia l' indice di mortalità non è da sottovalutare, tuttavia bisogna tener conto che riguarda pur sempre i contagiati ospedalizzati, che sono meno dei contagiati asintomatici o che non hanno bisogno di cure ospedaliere. Un virus che crea qualche grattacapo: richiede una larga e pronta disponibilità di postazioni per la terapia intensiva e in un certo senso inchioda alle loro responsabilità pregresse coloro che hanno gestito la Sanità pubblica nel passato, autorizzando tagli senza criterio.

Tuttavia, anche i trattamenti d' emergenza riguardano uno spicchio molto ridotto della popolazione, e cioè il 4,7%. Con l' ebola chiaramente non ci sarebbero paragoni».

 

L' Italia come ha gestito l' emergenza?

«Ritengo che siano state decise misure con una tempistica poco felice: varate in ritardo sull' effettiva convenienza ma al momento giusto, se vogliamo dire così, per aumentare stress e panico. Stress e panico di cui qualcuno sicuramente dovrà pagare il conto.

CORONAVIRUS - BARE A BERGAMOCORONAVIRUS - BARE A BERGAMO

È acclarato che in Italia il virus circolava probabilmente già da moltissimo tempo. In Lombardia è scoppiata una "bomba atomica", tutto in un lasso di tempo troppo breve a fronte della capacità del Sistema Sanitario.

 

L' Italia ha chiuso i voli diretti con la Cina, senza controllare gli arrivi indiretti attraverso gli scali e quindi è stato possibile aggirare il divieto. A tutto questo si aggiunge lo sfascio del nostro Sistema Sanitario Nazionale: dal 1997 al 2015 sono stati ridotti del 51% i posti letto delle terapie intensive. A gennaio quando si è saputo dell' epidemia in Cina, l' Italia non ha fatto nulla. La Francia - che non aveva nel tempo ridotto le terapie intensive - a inizio anno si è preparata e le ha raddoppiate. Noi no, siamo arrivati tardi. Sarebbe stato opportuno per esempio pensare per tempo a un raddoppio dei reparti di terapia intensiva. A ciò si deve aggiungere l' esistenza dei tuttologi, ma soprattutto le tante, troppe, divisioni nell' ambiente scientifico, a tratti perfino pretestuose».

 

IMMUNITÀ DI GREGGE

 

 Il "lockdown" era l' unica soluzione? L' immunità di gregge, inizialmente auspicata dal Regno Unito si è rilevata un fallimento: lo stesso Boris Johnson si è ammalato e ha cambiato rapidamente strategia.

«Su questo si è fatta molta confusione. Inizio col dire che io sarei stato favorevole alla ricetta utilizzata in Israele e quindi alla protezione degli anziani, lasciandolo però circolare tra i più giovani, che hanno maggiori difese immunitarie verso questo virus. Al riguardo possiamo fare un confronto con la madre di tutte le pandemie, la Spagnola. La Spagnola, al contrario del Covid19, era un virus influenzale che arrivava in un periodo, quello della Prima Guerra Mondiale, di per sé già drammatico - con persone denutrite e in condizioni di igiene e salute molto precarie - che nella seconda ondata, colpì soprattutto i giovani e risparmiò in gran parte gli anziani, già immunizzati perché avevano maturato gli anticorpi di virus precedenti. Il Covid19, al contrario, è un virus che è meno aggressivo sui giovani e sui bambini. I casi di polmoniti interstiziali e trombo-embolici polmonari registrati sono soprattutto su soggetti anziani e con patologie pregresse. Sarebbe stato auspicabile parlare di immunità di gregge partendo dai giovani.

 

boris johnsonBORIS JOHNSON

L' immunità di gregge è quella che normalmente si cerca di ottenere con una vaccinazione verso un determinato agente che può essere un virus o un batterio. Attraverso questa si riesce ad ottenere il 95% della risposta immunologica delle varie persone, per questo si parla di "gregge". Il che vuol dire arrivare ad un numero che ci rende abbastanza tranquilli sul fatto che quell' agente non circolerà più, perché troverà gente vaccinata e quindi verrà bloccato. Inizialmente, il primo ministro inglese ne parlò, poi ha cambiato idea, essendo egli stesso protagonista del contagio.

 

In merito al lockdown dico semplicemente che a mio avviso non ha senso, quantomeno non più e sarebbe insensato riproporlo nuovamente, come più volte si minaccia di fare. Il virus, così come tutti i virus, prolifera in spazi chiusi. Il sole e il mare sono gli antivirali per eccellenza. La stagione estiva e la salsedine sono ottimi alleati. Ad ogni modo consiglio a tutti di stare all' aperto.

Aiuterà a curare anche le ferite dell' anima provocate dal lockdown»

 

Possiamo riaprire e se sì come?

«Sì che possiamo riaprire tutto, sarebbe sciocco fare diversamente. Io riaprirei i teatri, i cinema, gli stadi, insomma tutto. Il buon senso nell' affrontare la vita rappresenta già un' ottima precauzione contro il virus, o meglio contro i virus e batteri con cui quotidianamente veniamo a contatto. Hanno già riaperto tutti, non capisco perché noi in Italia non lo facciamo. Bisogna riaprire, certo con intelligenza e buon senso, ma non possiamo morire di fame o sviluppare malattie mentali per questo motivo».

 

TROPPE ESAGERAZIONI

 

Boris Johnson e il Coronavirus by paniruro/spinozaBORIS JOHNSON E IL CORONAVIRUS BY PANIRURO/SPINOZA

Cosa pensa dei protocolli e del distanziamento?

«Trovo esagerato il tutto. Le malattie infettive si sono, da sempre, combattute con l' isolamento dei "soli" soggetti infetti. Nell' affrontare il Covid19 si sono isolate, in teoria, milioni di persone non isolando de facto i soggetti infetti. Il sistema di monitoraggio si è rilevato molto poco efficiente. Le abitazioni, gli ospedali ma soprattutto le RSA si sono rilevati ambienti assai confortevoli per il virus. A mio avviso si è fatto il contrario di quello che andava realmente fatto».

 

Il calcio e lo sport un rischio?

«Ritengo che pur con le debite distanze da rispettare sempre, almeno in questa fase inziale, si potrebbe tornare allo stadio già da domani. Idem per cinema, teatri, concerti e persino per le manifestazioni».

 

Sono veramente utili le mascherine e i guanti?

«Penso che ci siano tutte le condizioni per non indossare le mascherine all' aperto. Meno che mai sono consigliabili per un anziano che con queste temperature potrebbe subire aumenti pericolosi dell' anidride carbonica».

 

È concreto il rischio di una seconda ondata?

«Il Sars-CoV2 fa parte della popolazione virale dei coronavirus. E come tale si comporta, con un inizio ed una fine. Queste persone che fanno previsioni anche sull' ipotesi di una seconda ondata, sono le stesse che dicevano che in Germania, dopo appena due giorni dall' inizio della fase 2, il valore R0 era di nuovo salito a 1. Cosa non vera, perché due giorni non bastano per osservare un incremento del valore di riproducibilità virale di cui stiamo parlando.

 

Il valore R0 in Germania è salito a 1,1? Sì, quindi un infettato può contagiare un' altra persona in caso vi siano stati contatti fra i due. Oppure se l' infettato ha avuto contatti con più persone, può averle contagiate tutte. Questo valore R0 però ha una validità sensibile nel momento in cui la fase epidemica è al massimo della sua diffusione, non ora. Quando ci si trova in un momento di decrescita, come in Italia o in Germania, le cose non vanno più considerate in modo così grave e pessimistico. Quindi non credo che una seconda ondata ci sarà. O presumibilmente, se ci dovesse essere, troverebbe molta parte della popolazione già immunizzata».

mascherine fai da teMASCHERINE FAI DA TE

 

Di numeri se ne sono dati tanti: può spiegarceli? Alta mortalità?

«L' alta mortalità è dovuta non certo a un virus più cattivo, ma alla sottostima del numero dei contagiati, soprattutto nel Nord Italia. In Italia, i contagiati da Covid19 non sono quelli conteggiati dalla Protezione civile, basandosi solo sui pochi tamponi diagnostici effettuati dalle Regioni. Assolutamente no. Le stime più attendibili prospettano, al pari delle periodiche epidemie influenzali dai sei ai dieci milioni di contagiati da Covid19, solo in Italia.

 

A questo dato sicuramente non marginale, se ne deve aggiungere un altro. Credo e lo dico convintamente, che vi sia un' eccessiva enfasi nella divulgazione dei numeri. In base ai dati dell' Istituto Superiore di Sanità di cartelle cliniche relative ad esami autoptici eseguiti su presunte vittime da Covid19 abbiamo che in 909 casi solo 19 sono da attribuirsi come causa diretta e reale al Sars-CoV2. Sottolineo che col tempo, rispetto alle analisi iniziali, dove vi era un' attenta analisi delle cartelle cliniche dei pazienti, si è forse fatto confusione tra persone con coronavirus e persone morte di coronavirus».

 

A proposito di esami autoptici: le cremazioni che sono state effettuate per rispettare un' apposita ordinanza del Ministro della salute erano indispensabili?

«La vicenda autopsie, per altro molto ridotta nell' epidemia cinese a Wuhan, è stata inizialmente molto importante per i casi italiani. Infatti ha dimostrato che la mortalità non avveniva per la polmonite interstiziale, ma soprattutto per un meccanismo trombo embolico dei piccoli vasi di diversi organi vitali e pertanto l' importanza, ovvia per un pronto soccorso o letti in reparti di terapia intensiva, di utilizzare l' eparina ed il cortisone. Il "consiglio" del Ministero della Salute a non effettuare autopsie non poteva certo riferirsi ad un rischio di contagio per un virus che non sarebbe sopravvissuto su cellule non più viventi, ma ha permesso poi con l' eccessivo uso della cremazione di togliere quella che è sempre stata la base di una diagnosi anatomopatologica in grado di distinguere una morte da epatite virale in confronto ad una epatite da blocco di calcolo del coledoco non diagnosticato, questo vale ovviamente in particolare per le morti da tromboembolia dei piccoli vasi degli organi vitali, che non venivano salvati dalla somministrazione di ossigeno».

 

Sistema immunitario, controllo dello stress e vitamine. Sono alleati preziosi?

mascherina in taxiMASCHERINA IN TAXI

«Sicuramente e mi faccia dare un consiglio "prezioso": noi dobbiamo staccare la spina ad una "informazione" ansiogena e ipocritamente intrisa di appelli a "non farsi prendere dal panico". Bisogna considerare che oltre il 99% delle persone che vengono contagiate dalla malattia guariscono ed i loro anticorpi neutralizzano il virus e possono pertanto essere utilizzati per i contagiati più gravi. Come prevenzione si suggerisce quanto già conosciamo per il raffreddore e l' influenza: frequente ed approfondito lavaggio delle mani e del viso, coprirsi con il gomito da tosse e starnuti, stare a casa se ammalati, richiedendo l' immediato intervento sanitario se intervengono difficoltà respiratorie. Le vitamine sono alleate preziose, non solo per combattere il Coronavirus. La vitamina C potenzia il sistema immunitario e non deve mancare».

 

La sua posizione sulle vaccinazioni è controversa. Dicono sia un "No Vax", è vero?

«Nella vita io ho studiato per cercare vaccini, quindi declino fermamente questo appellativo. Tuttavia, l' obbligo vaccinale di massa non ha alcun senso ed è a mio avviso controproducente. È chiaro che la vaccinazione, in generale, è un fatto positivo per la salute delle popolazioni ma bisognerebbe fare un' anamnesi di ogni caso, capire quale è la storia di ogni paziente.

 

Noi siamo invece al cospetto di campagne di massa e di medici che per principio dicono che i vaccini non hanno effetti collaterali. Ma è assurdo. Il vaccino è di per sé un farmaco e può avere effetti collaterali, anche gravi».

4 COVID ''DIVERSI'' SONO ARRIVATI IN LOMBARDIA ALL'INIZIO DELL'ANNO: IL PIÙ VIRULENTO NEL LODIGIANO E NELLA VAL SERIANA.


MENTRE A FINE GENNAIO ERAVAMO CONCENTRATI A CHIUDERE I VOLI CON LA CINA, IL VIRUS ERA GIÀ ARRIVATO, PROBABILMENTE VIA TERRA NELLE AZIENDE CHE HANNO PIÙ RAPPORTI CON CINA E GERMANIA.


LO STUDIO DI NIGUARDA E SAN MATTEO DI PAVIA


Milena Gabanelli e Simona Ravizza per il ''Corriere della Sera''

 

Comporre la foto prima dell'incidente. Questo è l'obiettivo ambizioso delle équipe del Niguarda di Milano guidata da Carlo Federico Perno e del San Matteo di Pavia con Fausto Baldanti. La data che segna la storia dell'Italia è il 20.2.2020 alle ore 20 quando all'ospedale di Codogno viene diagnosticato il primo caso di Covid 19. All'improvviso siamo messi davanti allo scenario peggiore: epidemia senza un'origine facilmente identificabile. A oggi manca il «Paziente Zero».

 

reparto di terapia intensiva brescia 7REPARTO DI TERAPIA INTENSIVA BRESCIA

Calmate un po' le acque, i due ospedali pubblici hanno lavorato a un corposo studio scientifico che tenta di mettere qualche punto fermo. Il primo: stabilire quando il virus è entrato in Lombardia. Il secondo: perché si è accanito su questa regione, e ancor di più sulle valli bergamasche. Terzo: è arrivato direttamente dalla Cina o è passato da altre rotte? E quali? Non sono curiosità da virologi. È utile a comprendere meglio cosa è successo e come sorvegliare in futuro.

Mettiamo da parte le date ufficiali perché ormai abbiamo capito che c'è un'evidente responsabilità della Cina nel rilascio tardivo e parziale delle informazioni epidemiologiche (il primo ricovero all'ospedale di Wuhan di un malato di Covid-19 è dell'8 dicembre 2019, probabilmente anche prima, ma i funzionari cinesi riferiscono dell'esistenza di casi atipici di polmonite il 31 dicembre agli uffici Oms di Pechino che a sua volta prende tempo). Un ritardo di un mese che si è abbattuto come un flagello sul mondo intero. Ma quando è entrato il Covid in Lombardia?

 

ospedale da campo realizzato dalla ong americana samaritans purse all’ospedale di cremona 26OSPEDALE DA CAMPO REALIZZATO DALLA ONG AMERICANA SAMARITANS PURSE ALL’OSPEDALE DI CREMONA 26

 Per stabilirlo Niguarda e San Matteo hanno analizzato le sacche di sangue dei donatori Avis di Lodi a partire da gennaio. Nel periodo 12-17 febbraio sono stati trovati i primi cinque soggetti con gli anticorpi neutralizzanti, cioè quella risposta che si sviluppa in chi è entrato in contatto con il Coronavirus mediamente 3-4 settimane dopo il contagio. Questo dato permette di stimare la presenza del Covid nella Bassa lodigiana a partire almeno dalla seconda metà di gennaio.

Da dove è arrivato il virus in Lombardia? Lo studio (finanziato dalla Fondazione Cariplo che lo presenterà a giorni) ha esaminato le sequenze di genoma di 350 pazienti. Il confronto del profilo genetico permette di individuare i ceppi virali e ricostruire la loro relazione: se sono correlati, se derivano da un unico progenitore, quali rapporti hanno con i ceppi degli altri Paesi. Un modo per tracciare le differenze è misurare la cosiddetta «distanza genetica», cioè com' è cambiato il virus rispetto a quello originario. Più generazioni sono passate, maggiore è il numero di variazioni, un po' come quando si ricostruisce un albero genealogico.

Ebbene, mediante l'analisi comparativa si evidenzia che le sequenze genomiche del virus lombardo sono parenti del progenitore cinese, ma c'è una «distanza genetica», intermediata da altri Paesi europei. Presumibilmente dalla Germania, primo grande scalo europeo dei voli in arrivo dalla Cina. Il New Journal of England Medicine riporta che a metà gennaio una manager proveniente da Shanghai ha avuto due meeting con 4 persone; tutte risultate positive a fine gennaio, inclusa la manager, che si era curata la febbre con antipiretici.

 

metro milano in epoca coronavirus 1METRO MILANO IN EPOCA CORONAVIRUS

Secondo la ricostruzione delle due équipe lombarde, la tappa europea ha «figliato» e i ceppi arrivati in Italia con caratteristiche proprie sono più d'uno. In Lombardia sono arrivati il ceppo A e il ceppo B, che a sua volta ne ha generati altri due. Quindi al 20 febbraio non c'era un incendio appiccato da un singolo piromane, ma i piromani erano ben quattro, e al lavoro già da un mese. Uno di loro, il ceppo A, era più incendiario degli altri. Questa è la prova che in Lombardia ci sono stati due focolai di matrice diversa (A e B).

Ma il punto più delicato dello studio è quello di «misurare» la differenza fra questi ceppi, ed è possibile solo fermando il tempo a ridosso dell'intervento umano, arrivato con la chiusura. Il primo focolaio è quello dei 10 Comuni intorno a Codogno, Casalpusterlengo e Castiglione d'Adda, con 59 casi il 25 febbraio. Il secondo è quello della Val Seriana, che alla stessa data conta 137 casi. Da lì i numeri cambiano perché il Lodigiano diventa «Zona rossa», mentre la Val Seriana chiuderà insieme alla Lombardia solo l'8 marzo.

Ricostruendo il numero di persone che avevano manifestato sintomi compatibili con il Covid a partire dal 31 gennaio, sembra chiaro che il ceppo che poi ha travolto la Bergamasca (quello A) sia più veloce nella diffusione. I risultati sono ancora in fase di validazione, ma i primi riscontri fanno pensare che nella provincia di Bergamo un contagiato ne infettava 3,5. Mentre il ceppo di Lodi (con i suoi due figli) è un po' più lento: 1 ne infettava 2. I dati spiegano la differenza fra le due zone, aggravata dall'irresponsabile decisione di escludere dalla «Zona rossa» la Val Seriana, con le conseguenze devastanti che ne sono seguite.

 

CORONAVIRUS ITALIACORONAVIRUS ITALIA

L'ultimo quesito riguarda il perché i virus si sono concentrati proprio in quelle aree della Lombardia. Qui la scienza non ha risposte, ma fa solo ipotesi, sulla base di caratteristiche comuni che portano verso la logistica e i trasporti. Sono 463 le imprese lodigiane che si occupano di trasporto e logistica e con i loro oltre tremila lavoratori rappresentano la concentrazione percentuale più alta della Lombardia (7%). La loro attività si concentra a Lodi (69 imprese, di cui 17 nel magazzinaggio) e Casalpusterlengo (34). Seguono Sant' Angelo Lodigiano e Codogno rispettivamente con 29 e 23 imprese.

 

Accanto a Piacenza (la città di confine dove si è diffuso lo stesso focolaio di Codogno) ci sono i più grandi magazzini del Nord con la loro logistica: Ikea con circa 1.000 addetti (fra cui 900 di cooperative esterne), e Amazon con 1.600 addetti. A Bergamo le aziende di trasporto e logistica sono oltre duemila, di queste 348 si occupano di attività di magazzinaggio. A Nembro ce ne sono 23, ad Alzano lombardo 20. Vanno presi anche in considerazione i rapporti di import-export con Cina e Germania. A Lodi (seconda solo a Milano) è concentrato il 16% dell'import con la Cina, mentre quello con la Germania è al 5%.

 

CORONAVIRUS ITALIACORONAVIRUS ITALIA

Nella provincia bergamasca ci sono 66 grandi aziende manifatturiere legate a Cina e Germania. Per quel che riguarda l'import con la Cina, Bergamo è invece all'11% (terza), e al 10% di quello con la Germania (seconda solo a Milano). Ovviamente in numeri assoluti svetta la città di Milano, ma la concentrazione di imprese che potenzialmente possono avere importato il virus è senza dubbio significativa sia a Bergamo che nella Bassa lodigiana. Insomma, mentre a fine gennaio eravamo concentrati a chiudere i voli con la Cina, il virus era già arrivato in Lombardia, pronto a sparare da due fronti, mentre la Regione era senza elmetti. Il resto è la cronaca che conosciamo.

Fonte: qui


lunedì 16 marzo 2020

Covid-19 & Sole: una lezione della pandemia influenzale del 1918

Aria fresca, luce solare e mascherine per il viso improvvisate sembravano funzionare un secolo fa; e potrebbero aiutarci ora.
Quando emergono nuove malattie virulente, come la SARS e Covid-19, la razza inizia a trovare nuovi vaccini e trattamenti per le persone colpite. Mentre la crisi attuale si sviluppa, i governi stanno imponendo la quarantena e l'isolamento e le riunioni pubbliche sono scoraggiate. I funzionari sanitari hanno adottato lo stesso approccio 100 anni fa, quando l'influenza si stava diffondendo in tutto il mondo. I risultati sono stati contrastanti. Ma i documenti della pandemia del 1918 suggeriscono che una tecnica per combattere l'influenza - oggi poco conosciuta - era efficace. Alcune esperienze duramente conquistate dalla più grande pandemia della storia registrata potrebbero aiutarci nelle settimane e nei mesi a venire.
I pazienti affetti da influenza ricevono luce solare all'ospedale di emergenza di Camp Brooks a Boston. Il personale medico non avrebbe dovuto rimuovere le loro maschere(Archivi nazionali)
In parole povere, i medici hanno scoperto che i pazienti con influenza grave malati allettati all'aperto si sono ripresi meglio di quelli trattati al chiuso. Una combinazione di aria fresca e luce solare sembra aver prevenuto i decessi tra i pazienti; e infezioni tra il personale medico. C'è un supporto scientifico per questo. La ricerca mostra che l'aria esterna è un disinfettante naturale. L'aria fresca può aiutare ad uccidere il virus dell'influenza e altri germi dannosi. Allo stesso modo, la luce solare è germicida e ora ci sono prove che può uccidere il virus dell'influenza .

Trattamento "all'aperto" nel 1918

Durante la grande pandemia, due dei posti peggiori dove trovarsi erano le caserme militari e le navi-truppa. Il sovraffollamento e la cattiva ventilazione mettono i soldati e i marinai ad alto rischio di contrarre l'influenza e le altre infezioni che spesso la seguono. Come nell'attuale epidemia di Covid-19, la maggior parte delle vittime della cosiddetta "influenza spagnola" non è morta di influenza: sono morte di polmonite e altre complicazioni.
Quando la pandemia di influenza raggiunse la costa orientale degli Stati Uniti nel 1918, la città di Boston fu particolarmente colpita. Quindi la Guardia di Stato ha istituito un ospedale di emergenza. Accolsero i casi peggiori tra i marinai sulle navi nel porto di Boston. L'ufficiale medico dell'ospedale aveva notato che i marinai più gravemente malati si trovavano in spazi mal ventilati. Quindi ha dato loro quanta più aria fresca possibile mettendoli nelle tende. E con il bel tempo sono stati tolti dalle tende e messi al sole. A quel tempo, era pratica comune mettere i soldati malati all'aperto. La terapia a cielo aperto, come era noto, era ampiamente usata per le vittime del fronte occidentale. Ed è diventato il trattamento di scelta per un'altra infezione respiratoria comune e spesso mortale del tempo; tubercolosi. I pazienti sono stati messi fuori nei loro letti per respirare aria fresca all'aperto. Oppure venivano curati in reparti con ventilazione incrociata con le finestre aperte giorno e notte. Il regime a cielo aperto rimase popolare fino a quando gli antibiotici non lo sostituirono negli anni '50.
I medici che avevano avuto un'esperienza diretta di terapia a cielo aperto all'ospedale di Boston erano convinti che il regime fosse efficace. È stato adottato altrove. Se il rapporto fosse corretto, avrebbe ridotto i decessi tra i pazienti ospedalieri dal 40% a circa il 13%. Secondo il chirurgo generale della Guardia dello Stato del Massachusetts:
"L'efficacia del trattamento all'aria aperta è stata assolutamente dimostrata e bisogna solo provarlo per scoprire il suo valore."

Aria fresca è un disinfettante

I pazienti trattati all'aperto avevano meno probabilità di essere esposti ai germi infettivi che sono spesso presenti nei reparti ospedalieri convenzionali. Respiravano aria pulita in quello che doveva essere un ambiente in gran parte sterile. Lo sappiamo perché, negli anni '60, gli scienziati del Ministero della Difesa hanno dimostrato che l'aria fresca è un disinfettante naturale. Qualcosa al suo interno, che hanno chiamato il fattore dell'aria aperta, è molto più dannoso per i batteri nell'aria - e il virus dell'influenza - rispetto all'aria interna. Non sono stati in grado di identificare esattamente quale sia il fattore dell'aria aperta. Ma hanno scoperto che era efficace sia di notte che di giorno.
La loro ricerca ha anche rivelato che i poteri di disinfezione di Open Air Factor possono essere preservati in ambienti chiusi, se i tassi di ventilazione sono mantenuti abbastanza alti. Significativamente, i tassi che hanno identificato sono gli stessi per i quali sono stati progettati reparti ospedalieri a ventilazione incrociata, con soffitti alti e grandi finestre. Ma quando gli scienziati hanno fatto le loro scoperte, la terapia antibiotica aveva sostituito il trattamento a cielo aperto. Da allora gli effetti germicidi dell'aria fresca non sono più presenti nel controllo delle infezioni o nella progettazione ospedaliera. Tuttavia i batteri nocivi sono diventati sempre più resistenti agli antibiotici.

Infezione, luce solare e influenza

Mettere fuori i pazienti infetti al sole può aver aiutato perché inattiva il virus dell'influenza. Uccide anche i batteri che causano infezioni polmonari e altre infezioni negli ospedali. Durante la prima guerra mondiale, i chirurghi militari usavano abitualmente la luce solare per curare le ferite infetteSapevano che era un disinfettante. Quello che non sapevano è che un vantaggio di posizionare i pazienti all'esterno al sole è che possono sintetizzare la vitamina D nella loro pelle se la luce del sole è abbastanza forteQuesto non è stato scoperto fino agli anni '20. Bassi livelli di vitamina D sono ora collegati alle infezioni respiratorie e possono aumentare la suscettibilità all'influenzaInoltre, i ritmi biologici del nostro corpo sembrano influenzare il modo in cui resistiamo alle infezioni. Una nuova ricerca suggerisce che possono alterare la nostra risposta anti-infiammatoria al virus dell'influenza. Come per la vitamina D, al tempo della pandemia del 1918, non si conosceva il ruolo importante svolto dalla luce solare nella sincronizzazione di questi ritmi.

Mascherine per il viso Coronavirus e influenza

Le maschere chirurgiche sono attualmente scarse in Cina e altrove. Sono stati indossati 100 anni fa, durante la grande pandemia, per cercare di fermare la diffusione del virus dell'influenza.  Mentre le maschere chirurgiche possono offrire una certa protezione dalle infezioni, non si sigillano intorno al viso. Quindi non filtrano le piccole particelle sospese nell'aria. Nel 1918, chiunque all'ospedale di emergenza di Boston che aveva avuto contatti con i pazienti doveva indossare una mascherina improvvisata. Questo comprendeva cinque strati di garza montati su un telaio metallico che copriva il naso e la bocca. Il telaio è stato modellato per adattarsi alla faccia di chi lo indossa e impedire al filtro di garza di toccare la bocca e le narici. Le maschere venivano sostituite ogni due ore; correttamente sterilizzato e con una garza fresca. Sono stati un precursore dei respiratori N95 oggi in uso negli ospedali per proteggere il personale medico dalle infezioni trasmesse per via aerea.

Ospedali temporanei

Il personale dell'ospedale ha mantenuto elevati standard di igiene personale e ambientale. Non c'è dubbio che questo ha avuto un ruolo importante nei tassi relativamente bassi di infezione e decessi riportati lì. La velocità con cui il loro ospedale e altre strutture temporanee all'aperto furono erette per far fronte all'aumento dei pazienti con polmonite era un altro fattore. Oggi, molti paesi non sono preparati per una grave pandemia di influenza. I loro servizi sanitari saranno sopraffatti se ce n'è uno. Vaccini e farmaci antivirali potrebbero aiutare. Gli antibiotici possono essere efficaci per la polmonite e altre complicazioni. Ma gran parte della popolazione mondiale non avrà accesso a loro.Se arriva un altro 1918, o se la crisi di Covid-19 peggiora, la storia suggerisce che potrebbe essere prudente avere tende e reparti prefabbricati pronti ad affrontare un gran numero di casi gravi. Anche molta aria fresca e un po 'di luce solare potrebbero aiutare.

Autore di Richard Hobday via Medium.com


Visualizzazione della storia delle pandemie ...

Pan · dem · ic / panˈdemik / (di una malattia) prevalente in un intero paese o nel mondo.
Poiché gli umani si sono diffusi in tutto il mondo, anche le malattie infettive . Infatti, come osserva Nicholas LePan di Visual Cpitalist , anche in questa era moderna, i focolai sono quasi costanti, anche se non tutti i focolai raggiungono il livello di pandemia come ha fatto il romanzo Coronavirus (COVID-19).
La visualizzazione odierna delinea alcune delle pandemie più mortali della storia, dalla peste Antonina all'attuale evento COVID-19.

Una linea temporale di pandemie storiche
Le malattie e le malattie hanno afflitto l'umanità fin dai primi giorni, il nostro difetto mortale. Tuttavia, non è stato fino al marcato passaggio alle comunità agrarie che le dimensioni e la diffusione di queste malattie sono aumentate in modo significativo.
Il commercio diffuso ha creato nuove opportunità per le interazioni uomo-animale che hanno accelerato tali epidemie. Malaria, tubercolosi, lebbra, influenza, vaiolo e altri sono apparsi per la prima volta in questi primi anni.
Più umani diventavano umani - con città più grandi, rotte commerciali più esotiche e maggiore contatto con diverse popolazioni di persone, animali ed ecosistemi - più si sarebbero verificate le pandemie.
Ecco alcune delle principali pandemie che si sono verificate nel tempo:
Nota: molti dei numeri di bilancio delle vittime elencati sopra sono le migliori stime basate sulla ricerca disponibile. Alcuni, come la peste di Giustiniano, sono  oggetto di dibattito  sulla base di nuove prove.
Nonostante la persistenza di malattie e pandemie nel corso della storia, c'è una tendenza costante nel tempo: una graduale riduzione del tasso di mortalità. I miglioramenti della sanità e la comprensione dei fattori che incubano le pandemie sono stati strumenti potenti per mitigarne l'impatto.

Ira degli dei

In molte società antiche, la gente credeva che gli spiriti e gli dei infliggessero malattie e distruzione a coloro che meritavano la loro ira. Questa percezione non scientifica ha spesso portato a risposte disastrose che hanno provocato la morte di migliaia, se non di milioni.
Nel caso della peste di Giustiniano, lo storico bizantino  Procopio di Cesarea  rintracciò le origini della peste (i batteri di Yersinia pestis) in Cina e India nord-orientale, attraverso rotte commerciali terrestri e marittime verso l'Egitto dove entrò nell'Impero bizantino attraverso i porti del Mediterraneo.
Nonostante la sua apparente conoscenza del ruolo svolto dalla geografia e dal commercio in questa diffusione, Procopio diede la colpa allo scoppio dell'imperatore Giustiniano, dichiarandolo un diavolo o invocando la punizione di Dio per le sue vie malvagie. Alcuni storici hanno scoperto che questo evento avrebbe potuto frenare gli sforzi dell'Imperatore Giustiniano per riunire i resti occidentali e orientali dell'Impero Romano e segnare l'inizio del Medioevo.
Fortunatamente, la comprensione da parte dell'umanità delle cause della malattia è migliorata e ciò si traduce in un drastico miglioramento nella risposta alle pandemie moderne, sebbene lente e incomplete.

Importazione di malattie

La  pratica della quarantena  iniziò nel corso del XIV secolo, nel tentativo di proteggere le città costiere dalle epidemie di peste. Le autorità portuali caute imponevano alle navi che arrivavano a Venezia dai porti infetti di sedere all'ancora per 40 giorni prima dell'atterraggio - l'origine della parola quarantena dall'italiano "quaranta giorni", o 40 giorni.
Uno dei primi casi di affidamento alla geografia e all'analisi statistica fu nella metà del XIX secolo a Londra, durante un'epidemia di colera. Nel 1854, il Dr. John Snow giunse alla conclusione che il colera si stava diffondendo attraverso l'acqua contaminata e decise di visualizzare i dati sulla mortalità del quartiere  direttamente su una mappa.  Questo metodo ha rivelato un gruppo di casi attorno a una pompa specifica da cui le persone attingevano la loro acqua.
Mentre le interazioni create attraverso il commercio e la vita urbana svolgono un ruolo fondamentale, è anche la natura virulenta di particolari malattie che indica la traiettoria di una pandemia.

Tracciamento di infettività

Gli scienziati usano una misura di base per tracciare l'infettività di una malattia chiamata numero di riproduzione, noto anche come R0 o "R zero". Questo numero ci dice quante persone sensibili, in media, ogni persona malata infetterà a sua volta.
Il morbillo è in cima alla lista, essendo il più contagioso con un intervallo R0 di 12-18. Ciò significa che una singola persona può infettare, in media, da 12 a 18 persone in una popolazione non vaccinata.
Mentre il morbillo può essere il più virulento, gli sforzi di vaccinazione e  l'immunità del gregge  possono frenare la sua diffusione. Più le persone sono immuni da una malattia, meno è probabile che prolifichi, rendendo le vaccinazioni fondamentali per prevenire la ricomparsa di malattie conosciute e curabili.
È difficile calcolare e prevedere il vero impatto di COVID-19, poiché l'epidemia è ancora in corso e i ricercatori stanno ancora imparando a conoscere questa nuova forma di coronavirus.

Urbanizzazione e diffusione della malattia

Arriviamo da dove abbiamo iniziato, con connessioni e interazioni globali in aumento come forza trainante dietro le pandemie. Dalle piccole tribù di caccia e raccolta alla metropoli, la dipendenza dell'umanità l'una dall'altra ha anche suscitato opportunità di diffusione delle malattie.
L'urbanizzazione nei paesi in via di sviluppo sta portando sempre più residenti rurali in quartieri più densi, mentre l'aumento della popolazione sta esercitando una pressione maggiore sull'ambiente. Allo stesso tempo, il traffico aereo passeggeri è quasi raddoppiato nell'ultimo decennio. Queste macro tendenze stanno avendo un profondo impatto sulla diffusione delle malattie infettive.
Mentre le organizzazioni e i governi di tutto il mondo chiedono ai cittadini di praticare la distanza sociale per contribuire a ridurre il tasso di infezione, il mondo digitale consente alle persone di mantenere connessioni e commercio come mai prima d'ora.
Nota del redattore: la pandemia COVID-19 è nelle sue fasi iniziali ed è ovviamente impossibile prevederne l'impatto futuro. Questo post e infografica hanno lo scopo di fornire un contesto storico e continueremo ad aggiornarlo col passare del tempo per mantenerne l'accuratezza.
Fonte: qui