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lunedì 18 maggio 2020

I MISTERIOSI CASI DI COVID-LIKE CON POLMONITE E TAMPONE FALSO NEGATIVO


PAZIENTI SENZA SINTOMI O CON POCA FEBBRE HANNO IN REALTÀ LA POLMONITE INTERSTIZIALE 

UNO STUDIO CONFERMA…

Cristina Marrone per corriere.it

Li hanno chiamati casi Covid-like: si tratta di pazienti negativi al tampone e con sintomi sfumati, ma una Tac rivela polmoniti interstiziali del tutto analoghe a quelle dei pazienti Covid. «Questi pazienti sono del tutto simili a quelli di Covid, ma senza che il virus emerga dal tampone. Talvolta lo scoviamo solo nel liquido di lavaggio bronco-alveolare. Il virus è sceso, lo dobbiamo cercare più in profondità» segnala Mario Balzanelli, presidente nazionale della Sis 118 (Società italiana sistema 118) che opera su Taranto.

Lo studio che conferma
Le segnalazioni per la verità arrivano da qualche tempo da tutta Italia. Alcuni giorni fa è stato pubblicato su Radiology un articolo scritto dai radiologi di Codogno con i colleghi dell’Istituto Galeazzi di Milano che descrive la situazione anomala: persone sane, con tampone negativo ma con la polmonite interstiziale. Il coronavirus insomma sembra poter danneggiare i polmoni anche in maniera silenziosa in chi è asintomatico. Codogno è stata la prima zona rossa d’Italia dopo la scoperta del paziente 1 il 20 febbraio scorso. Dopo la fine del lockdown molti cittadini, preoccupati per la diffusione del virus si sono rivolti al centro diagnostico locale per sottoporsi a radiografia polmonare.

covid 19 
Nessuno di loro aveva sintomi evidenti di Covid-19, al massimo febbriciattola. Il centro radiologico ha eseguito 170 radiografie: 100 di queste, pari al 59% mostravano lesioni al polmone tipiche della malattia. I segni delle radiografie negli asintomatici non erano estesi come i sintomatici e l’ipotesi è che si trattasse di casi in via di risoluzione, persone che si trascinavano l’infezione da un po’. «La negatività di questi pazienti simil Covid al tampone - commenta Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario dell’Istituto Galeazzi di Milano e co-autore dello studio - potrebbe essere legata al fatto che questo esame è stato fatto con troppo anticipo o alla presenza di falsi negativi. Ad ogni modo ogni sintomatologia che in qualche modo può ricordare Covid deve essere sorvegliata e indagata: abbiamo visto infatti che la strumentazione diagnostica può evidenziare anche seri problemi in pazienti che all’apparenza non hanno sintomi, o li hanno solo sfumati. Sono casi preoccupanti, perché possono sfuggire».
covid 

Un popolo che sfugge
Mario Balzanelli nella sua segnalazione descrive quello che sta succedendo a Taranto: «In queste settimane post lockdown abbiamo visto sempre meno pazienti positivi, invece questi casi simil-Covid sono aumentati, e sono tutti uguali. Un popolo che sfugge alle classifiche ma che, dal punto di vista clinico, è identico ai casi Covid. Mi diranno che non tutte le polmoniti interstiziali sono legate al coronavirus, ma in questo periodo fanno scattare un allarme».

Un caso clinico
Il presidente della Sis, intervistato dall’AdnKronos, ha citato l’ultimo caso trattato, che assomiglia a tanti altri dei giorni scorsi. Un uomo di 80 anni che chiama la Centrale operativa 118 di Taranto lamentando stipsi e febbricola (37.5°C), appena comparsa. Nega la presenza di tosse. Nega la presenza di affanno (dispnea). Nega la presenza di patologie respiratorie croniche polmonari. Anche se i sintomi sono sfumati e non chiaramente riconducibili a Covid 19 l’anziano viene accompagnato all’ospedale Giuseppe Moscati, Covid hub della provincia di Taranto dove si avvia il percorso diagnostico. Buona la saturazione arteriosa di ossigeno: 93% in aria ambiente (valori normale ‘minimo’ di 80 mmHg); viene effettuato il tampone naso-faringeo, con esito negativo.

covid test 
Poi viene prontamente eseguita l’emogasanalisi, metodica di indagine che consente attraverso il prelievo di sangue arterioso dall’arteria radiale di valutare, in modo preciso, l’efficacia della funzioni di ossigenazione e di ventilazione del polmone, e quindi le esatte concentrazioni nel sangue di ossigeno e di anidride carbonica. Qui la prima sorpresa. È presente una condizione di severa insufficienza respiratoria acuta, con pressione parziale di ossigeno di 57 mmHg (valore minimo di 60 mmHg). La Tac del torace rivela polmonite interstizio-alveolare Covid-like, ossia estremamente suggestiva di Covid-19. Fonte: qui

LO PNEUMOLOGO CARNESALLI: "IL VIRUS PUÒ COLPIRE TUTTI: I BAMBINI LO PORTANO MA NON LO DIFFONDONO, DAI GIOVANI IN SU TUTTI POSSONO ESSERE COLPITI. QUELLO CHE CONTA È COME LO SI PRENDE, SONO MORTI ANCHE 30ENNI, QUINDI NON È SOLTANTO UN FATTORE D'ETÀ. NON SI INTENDE SOLTANTO CHI È AVANTI CON GLI ANNI MA ANCHE IL 60ENNE FUMATORE DA TANTI ANNI, CHI MANGIA MALE, CHI HA UN LAVORO PESANTE, CHI HA UN FISICO INDEBOLITO DA ALTRI FATTORI. PER LE FORME PIÙ LEGGERE , LA TACHIPIRINA. NEI CASI PIÙ GRAVI, SI PUÒ USARE L'IDROSSICLOROCHINA. MA BISOGNA STARE ATTENTI, PERCHÉ…"

Alessandro Ferro per il Giornale

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Il Covid "visita" anche chi lo combatte in prima linea: in un'intervista esclusiva al Giornale.it abbiamo sentito il dott. Franco Carnesalli, Clinical Manager e Consulente Pneumologo presso l’Istituto Auxologico di Milano.

Anche lui è stato colpito dal virus, fortunatamente in forma non grave. Ci ha raccontato in che modo colpisce i polmoni, dalle forme più leggere a quelle più gravi e spesso in maniera subdola, di come radiografie e Tac possono "scoprirlo" e qual è l'unico farmaco che potrebbe, addirittura, prevenirlo.
Quali sono i danni che il virus fa all’apparato polmonare?
"Parlando di polmoni, particolarmente sensibile è la mucosa dei bronchi, dove spesso Covid si attacca provocando una reazione infiammatoria comune anche ad altri virus respiratori ma in questo caso molto più cospicua. L'entità della reazione infiammatoria può dar luogo a forme leggere di bronchite o broncopolminiti senza particolari complicanze respiratorie, oppure può portare a broncopolmoniti interstiziali, che colpiscono i "muri" dell'albero respiratorio".

A tal proposito, il virus Sars-Cov-2 provoca spesso queste polmoniti interstiziali. Cosa sono?
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"Immaginiamo di avere un albergo: l'ingresso è la trachea, i corridoi principali sono costituiti dai bronchi, i corridoi secondari sono i bronchi di primo e secondo livello. In fondo, abbiamo tanti piccoli corridoi che finiscono in mini 'appartamenti' con delle 'stanzette': la broncopolmonite, normalmente, colpisce queste stanzette, nel caso di quella interstiziale vengono colpite soprattutto le pareti, come se la tappezzeria si spogliasse ed il virus si infiltrasse fino a rompere questa parete. L'infiammazione, se molto forte, può portare anche ad un interessamento del circolo polmonare e dei piccoli vasi con le embolie polmonari, responsabili anche di alcuni decessi soprattutto in un fase iniziale in cui non si conosceva bene questo aspetto".

Quindi, Covid provoca anche le embolie polmonari?
"Le citochine sono delle proteine pro-infiammatorie che, quando sono prodotte in grossa quantità, oltre ad arrossamento e gonfiore sulla pelle, possono portare all'alterazione della coagulazione intravascolare. Si sono formano aggregati piastrinici che formano gli emboli, i quali si incastrano nei vasi periferici".

Quali sono i sintomi?
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"Dipendono dal livello di aggressione e gravità del virus: alcuni sono simil influenzali come febbre, mal di testa, dolori articolari o tosse secca e si risolvono in pochi giorni. Man mano che si va verso un aspetto un po' più grave può comparire la broncopolmonite, con febbre elevata, mancanza di respiro, cefalea e dolori diffusi e tosse ma senza catarro.

Ci sono dei pazienti che, in questi mesi, hanno avuto piccole influenze o raffreddori: a posteriori, si può immaginare che abbiano avuto il Covid. Se è vero che provoca broncopolmoniti, ha dato tutta una serie di manifestazioni simil influenzali, con le quali è stata confusa, che hanno colpito anche le alte vie respiratorie, come può essere il naso rispetto ai bronchi, che fanno parte delle basse vie respiratorie".

C’è una categoria di persone che colpisce maggiormente?
"Direi di no, il virus può colpire tutti: i bambini lo portano ma non lo diffondono, dai giovani in su tutti possono essere colpiti. Quello che conta è come lo si prende, sono morti anche 30enni, quindi non è soltanto un fattore d'età. Alcune fasce più a rischio possono essere costituite da portatori di handicap, epilettici, chi ha avuto la poliomelite. Sono un po' più fragili e potrebbero avere dei danni importanti così come per chi è anziano, non si intende soltanto chi è avanti con gli anni ma anche il 60enne fumatore da tanti anni. Ma anche chi mangia male, chi ha un lavoro pesante perché hanno un fisico indebolito da altri fattori".
Sappiamo essere l’organo preferito dal virus, qual è la percentuale di casi riscontrati?
"Ho preso Covid anche io, l'ho sperimentato sulla mia pelle, per fortuna in una forma non grave. Per quello che ho potuto constatare anche con i miei colleghi, nel 90% dei casi i sintomi erano essenzialmente respiratori, da quelli più leggeri simil influenzali, via vai fino ai bronchiali per arrivare a broncopolmoniti e polmoniti".
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C’è una terapia specifica per curare i polmoni?
"In tanti pazienti con le forme più leggere come febbre, cefalee, dolori articolari e tosse si curano con tachipirina e paracetamolo. Sono tanti, però, anche i pazienti che hanno la broncopolmonite: prima di tutto, è fondamentale individuarla magari con una radiografia o una tac. Nei casi più gravi, si può usare l'idrossiclorochina, un importante antifiammatorio reumatico che sembra aver anche effetti antivirali. Bisogna stare attenti, però, perché potrebbe avere implicazioni sul cuore e va monitorato con una certa attenzione. Nelle forme di broncopolmoniti più gravi, ai limiti del ricovero, ci sono terapie antibiotiche un po' più impegnative".

Ultimamente si parla dei casi Covid-like: pazienti negativi al tampone ma una tac rivela polmoniti intrerstiziali, cosa può dirci in merito?

"Uno studio pubblicato dai medici dell'Istituto Galeazzi di Milano mostra come, su 160 pazienti arrivati al pronto soccorso con sintomi come tosse e febbre, su 100 di loro c'era la presenza di broncopolmonite. Ciò significa che in molti casi non è stata diagnosticata, molti non lo sanno. In tanti soggetti studiati a posteriori, ormai guariti, con la Tac è stata evidenziata una broncopolmonite, nascosta dai quei sintomi leggeri. Anche se non c'è certezza che fossi Covid, si trattava sicuramente di broncopolminiti non diagnosticate. È sempre utile fare una Tac per vedere se è avvenuta o meno una completa guarigione".

Il danno polmonare che si vede con la Tac, è reversibile o permanente?
"È anche legato alle condizioni di partenza di un paziente, se è sano o deteriorato. E poi, dall'entità dell'infezione: se è leggera, normalmente sparisce; nei casi di rianimazione o di intubazione, quindi gravi broncopolmoniti, è difficile che sparisca tutto. Quei famosi danni alle pareti rimangono, radiologicamente si vedono esiti più o meno marcati. Molti pazienti devono fare una riabilitazione respiratoria per riparare l'apparato respiratorio che è stato danneggiato. E vanno seguiti nel tempo".

C’è un modo per prevenire le polmoniti?
"All'inizio non si sapeva nulla. Adesso si è detto che, nelle primissime fasi o addirittura come prevenzione, l'idrossiclorochina potrebbe essere utile, tenendo sempre ben presente gli effetti cardiologici. Non si può dare a tutta la popolazione ma bisogna identificare pazienti un po' a rischio dove si sospetta l'infezione, ed evitare i sintomi e l'infiammazione descritta prima. In ogni caso, il primo rimedio resta il distanziamento, non avere contatti con il virus. Prima cosa, non essere infettati. E poi, mica il farmaco si può prendere liberamente in farmacia, è il medico che lo decide o meno. Non è la tachipirina..."

Fonte: qui

lunedì 16 marzo 2020

Coronavirus Milano, allerta casi sommersi: «Sono una marea, nessuno sa quanti»

Quanti saranno? Risposta del primo medico di base: «Una marea. Stanno male nelle loro case. Con le loro famiglie, che stanno infettando. Il numero vero non lo sapremo mai». Dunque, esiste un gran numero di pazienti Covid-19 «sconosciuti»? Risponde un secondo medico: «Se i pazienti non arrivano a una crisi respiratoria grave, non entrano ospedale. E così non saranno mai registrati. Ma hanno il coronavirus, questo è certo».
È l’opinione di due medici di base, con studio in zona San Siro e Lambrate. Non esprimono certezze epidemiologiche, non hanno in mano i risultati dei tamponi. Ma entrambi sostengono: «Sono certezze che vengono dall’esperienza. Là fuori, in città, esiste un numero enorme di malati di coronavirus che se la “sfangheranno” da soli. Noi li sentiamo al telefono, sono tanti».
Eccola, l’onda del Covid-19 che sta attraversando Milano. Con una proporzione che va ben oltre le statistiche ufficiali. E non perché si parli di pazienti «asintomatici». Ma perché il servizio sanitario è già saturo e dunque, secondo le linee guida diffuse ai medici di famiglia, con una decisione dettata dalla necessità, si sta scegliendo di tenere il più possibile i malati a casa. Sono i malati «sommersi». Per cercare di capire cosa stia accadendo, il Corriere ha sentito le voci di 8 medici di base.
I «sommersi» esistono perché il servizio sanitario, già stremato, non potrebbe occuparsene. Spiega una dottoressa: «Le indicazioni dell’Ats sono chiare. Se avete pazienti con sintomi da Covid-19, trattateli come tali, considerateli “positivi”, monitorateli, stiano isolati come da legge. Ma segnalateli solo se hanno avuto con certezza contatti con un contagiato. Ma molte persone non lo sanno neppure se hanno avuto un contatto “a rischio”, e dunque stanno passando giorni e giorni in casa con la febbre a 39, con il terrore di peggiorare. Questo sento nella loro voce, quando li chiamo ogni mattina, il terrore». Riflette Roberto Scarano, medico di base e chirurgo: «Può essere anche una scelta corretta, ma noi dovremmo avere la possibilità di andare a visitare questi pazienti per capire davvero quali siano le loro condizioni, e invece non abbiamo sistemi di protezione. Dunque non riusciamo a farlo». 
Risultato: i malati entrano in ospedale soltanto quando sono in condizioni gravi, «in alcuni casi vicini al punto di non ritorno — riflette un altro medico di zona Ripamonti —. A quel punto il sistema si attiva col massimo sforzo, ma ormai può essere troppo tardi». Un’altra dottoressa sta cercando un’alternativa per non arrivare al «punto di non ritorno»: «Ai miei sospetti, ma di fatto sicuri casi Covid-19, se hanno un “saturimetro” in casa chiedo di fare le scale o camminare sei minuti e poi verificare la saturazione dell’ossigeno nel sangue. Se scende, vuol dire che il livello di rischio si sta alzando troppo».
La stessa dottoressa, con studio in centro, ha avuto anche la controprova che molti malati «sommersi» siano casi di coronavirus che il sistema non intercetterà mai: «Ho una dozzina di pazienti con sintomi identici, febbre alta e tosse. Cinque di loro prima del decreto di chiusura sono andati in Engadina e lì sono rimasti. Hanno chiesto di fare il tampone, in Svizzera pagando è possibile. Per tutti e cinque, l’esito è stato quel che per me era già scontato: “positivi».
Irven Mussi, altro medico di base, studio in via Palmanova, riflette: «I casi che emergono sono la punta dell’iceberg. Il tampone ora si fa praticamente solo a chi va in ospedale perché già grave. Ma noi medici di base sentiamo tanti pazienti con sintomi più sfumati, che potrebbero essere malati di Covid-19. I numeri dei malati quindi non sono reali. Senza contare i portatori sani. Già a gennaio avevamo notato uno strano aumento di polmoniti interstiziali, anche a Milano. Noi medici stiamo ancora aspettando una nuova fornitura mascherine e guanti. Mi ha appena chiamato un collega, che ha la polmonite e dovrà stare a casa». Le persone conteggiate in «isolamento domiciliare» sono solo quelle con un tampone «positivo», ma non in condizioni gravi. L’Ats si sta organizzando con un numero dedicato per contattarle periodicamente e monitorarne le condizioni, ma serve personale.
© Fornito da Corriere della Sera

Sulla massa (e la problematicità) dei malati «sommersi», conclude il professor Massimo Galli, responsabile Malattie infettive del «Sacco»: «Difficile dire quanti sono i positivi al virus non conteggiati. Se si tiene come riferimento il numero di morti in Lombardia e lo si confronta con quello di altri posti dove sono stati fatti tamponi a tappeto, ci immaginiamo che ci siano tante persone con infezione che non abbiamo registrato e che stanno contribuendo a diffondere il virus. Magari sono già stati malati e guariti. Il punto sarebbe poter ricostruire i contatti degli infetti almeno nelle zone ancora non sconvolte dall’epidemia, per cercare di circoscrivere il contagio. Penso alle altre Regioni, ma anche a Milano, per poter vincere la battaglia in città. Aprire più laboratori e fare più tamponi? Per Milano è un problema che va preso in considerazione».
Fonte: qui

Covid-19 & Sole: una lezione della pandemia influenzale del 1918

Aria fresca, luce solare e mascherine per il viso improvvisate sembravano funzionare un secolo fa; e potrebbero aiutarci ora.
Quando emergono nuove malattie virulente, come la SARS e Covid-19, la razza inizia a trovare nuovi vaccini e trattamenti per le persone colpite. Mentre la crisi attuale si sviluppa, i governi stanno imponendo la quarantena e l'isolamento e le riunioni pubbliche sono scoraggiate. I funzionari sanitari hanno adottato lo stesso approccio 100 anni fa, quando l'influenza si stava diffondendo in tutto il mondo. I risultati sono stati contrastanti. Ma i documenti della pandemia del 1918 suggeriscono che una tecnica per combattere l'influenza - oggi poco conosciuta - era efficace. Alcune esperienze duramente conquistate dalla più grande pandemia della storia registrata potrebbero aiutarci nelle settimane e nei mesi a venire.
I pazienti affetti da influenza ricevono luce solare all'ospedale di emergenza di Camp Brooks a Boston. Il personale medico non avrebbe dovuto rimuovere le loro maschere(Archivi nazionali)
In parole povere, i medici hanno scoperto che i pazienti con influenza grave malati allettati all'aperto si sono ripresi meglio di quelli trattati al chiuso. Una combinazione di aria fresca e luce solare sembra aver prevenuto i decessi tra i pazienti; e infezioni tra il personale medico. C'è un supporto scientifico per questo. La ricerca mostra che l'aria esterna è un disinfettante naturale. L'aria fresca può aiutare ad uccidere il virus dell'influenza e altri germi dannosi. Allo stesso modo, la luce solare è germicida e ora ci sono prove che può uccidere il virus dell'influenza .

Trattamento "all'aperto" nel 1918

Durante la grande pandemia, due dei posti peggiori dove trovarsi erano le caserme militari e le navi-truppa. Il sovraffollamento e la cattiva ventilazione mettono i soldati e i marinai ad alto rischio di contrarre l'influenza e le altre infezioni che spesso la seguono. Come nell'attuale epidemia di Covid-19, la maggior parte delle vittime della cosiddetta "influenza spagnola" non è morta di influenza: sono morte di polmonite e altre complicazioni.
Quando la pandemia di influenza raggiunse la costa orientale degli Stati Uniti nel 1918, la città di Boston fu particolarmente colpita. Quindi la Guardia di Stato ha istituito un ospedale di emergenza. Accolsero i casi peggiori tra i marinai sulle navi nel porto di Boston. L'ufficiale medico dell'ospedale aveva notato che i marinai più gravemente malati si trovavano in spazi mal ventilati. Quindi ha dato loro quanta più aria fresca possibile mettendoli nelle tende. E con il bel tempo sono stati tolti dalle tende e messi al sole. A quel tempo, era pratica comune mettere i soldati malati all'aperto. La terapia a cielo aperto, come era noto, era ampiamente usata per le vittime del fronte occidentale. Ed è diventato il trattamento di scelta per un'altra infezione respiratoria comune e spesso mortale del tempo; tubercolosi. I pazienti sono stati messi fuori nei loro letti per respirare aria fresca all'aperto. Oppure venivano curati in reparti con ventilazione incrociata con le finestre aperte giorno e notte. Il regime a cielo aperto rimase popolare fino a quando gli antibiotici non lo sostituirono negli anni '50.
I medici che avevano avuto un'esperienza diretta di terapia a cielo aperto all'ospedale di Boston erano convinti che il regime fosse efficace. È stato adottato altrove. Se il rapporto fosse corretto, avrebbe ridotto i decessi tra i pazienti ospedalieri dal 40% a circa il 13%. Secondo il chirurgo generale della Guardia dello Stato del Massachusetts:
"L'efficacia del trattamento all'aria aperta è stata assolutamente dimostrata e bisogna solo provarlo per scoprire il suo valore."

Aria fresca è un disinfettante

I pazienti trattati all'aperto avevano meno probabilità di essere esposti ai germi infettivi che sono spesso presenti nei reparti ospedalieri convenzionali. Respiravano aria pulita in quello che doveva essere un ambiente in gran parte sterile. Lo sappiamo perché, negli anni '60, gli scienziati del Ministero della Difesa hanno dimostrato che l'aria fresca è un disinfettante naturale. Qualcosa al suo interno, che hanno chiamato il fattore dell'aria aperta, è molto più dannoso per i batteri nell'aria - e il virus dell'influenza - rispetto all'aria interna. Non sono stati in grado di identificare esattamente quale sia il fattore dell'aria aperta. Ma hanno scoperto che era efficace sia di notte che di giorno.
La loro ricerca ha anche rivelato che i poteri di disinfezione di Open Air Factor possono essere preservati in ambienti chiusi, se i tassi di ventilazione sono mantenuti abbastanza alti. Significativamente, i tassi che hanno identificato sono gli stessi per i quali sono stati progettati reparti ospedalieri a ventilazione incrociata, con soffitti alti e grandi finestre. Ma quando gli scienziati hanno fatto le loro scoperte, la terapia antibiotica aveva sostituito il trattamento a cielo aperto. Da allora gli effetti germicidi dell'aria fresca non sono più presenti nel controllo delle infezioni o nella progettazione ospedaliera. Tuttavia i batteri nocivi sono diventati sempre più resistenti agli antibiotici.

Infezione, luce solare e influenza

Mettere fuori i pazienti infetti al sole può aver aiutato perché inattiva il virus dell'influenza. Uccide anche i batteri che causano infezioni polmonari e altre infezioni negli ospedali. Durante la prima guerra mondiale, i chirurghi militari usavano abitualmente la luce solare per curare le ferite infetteSapevano che era un disinfettante. Quello che non sapevano è che un vantaggio di posizionare i pazienti all'esterno al sole è che possono sintetizzare la vitamina D nella loro pelle se la luce del sole è abbastanza forteQuesto non è stato scoperto fino agli anni '20. Bassi livelli di vitamina D sono ora collegati alle infezioni respiratorie e possono aumentare la suscettibilità all'influenzaInoltre, i ritmi biologici del nostro corpo sembrano influenzare il modo in cui resistiamo alle infezioni. Una nuova ricerca suggerisce che possono alterare la nostra risposta anti-infiammatoria al virus dell'influenza. Come per la vitamina D, al tempo della pandemia del 1918, non si conosceva il ruolo importante svolto dalla luce solare nella sincronizzazione di questi ritmi.

Mascherine per il viso Coronavirus e influenza

Le maschere chirurgiche sono attualmente scarse in Cina e altrove. Sono stati indossati 100 anni fa, durante la grande pandemia, per cercare di fermare la diffusione del virus dell'influenza.  Mentre le maschere chirurgiche possono offrire una certa protezione dalle infezioni, non si sigillano intorno al viso. Quindi non filtrano le piccole particelle sospese nell'aria. Nel 1918, chiunque all'ospedale di emergenza di Boston che aveva avuto contatti con i pazienti doveva indossare una mascherina improvvisata. Questo comprendeva cinque strati di garza montati su un telaio metallico che copriva il naso e la bocca. Il telaio è stato modellato per adattarsi alla faccia di chi lo indossa e impedire al filtro di garza di toccare la bocca e le narici. Le maschere venivano sostituite ogni due ore; correttamente sterilizzato e con una garza fresca. Sono stati un precursore dei respiratori N95 oggi in uso negli ospedali per proteggere il personale medico dalle infezioni trasmesse per via aerea.

Ospedali temporanei

Il personale dell'ospedale ha mantenuto elevati standard di igiene personale e ambientale. Non c'è dubbio che questo ha avuto un ruolo importante nei tassi relativamente bassi di infezione e decessi riportati lì. La velocità con cui il loro ospedale e altre strutture temporanee all'aperto furono erette per far fronte all'aumento dei pazienti con polmonite era un altro fattore. Oggi, molti paesi non sono preparati per una grave pandemia di influenza. I loro servizi sanitari saranno sopraffatti se ce n'è uno. Vaccini e farmaci antivirali potrebbero aiutare. Gli antibiotici possono essere efficaci per la polmonite e altre complicazioni. Ma gran parte della popolazione mondiale non avrà accesso a loro.Se arriva un altro 1918, o se la crisi di Covid-19 peggiora, la storia suggerisce che potrebbe essere prudente avere tende e reparti prefabbricati pronti ad affrontare un gran numero di casi gravi. Anche molta aria fresca e un po 'di luce solare potrebbero aiutare.

Autore di Richard Hobday via Medium.com


Visualizzazione della storia delle pandemie ...

Pan · dem · ic / panˈdemik / (di una malattia) prevalente in un intero paese o nel mondo.
Poiché gli umani si sono diffusi in tutto il mondo, anche le malattie infettive . Infatti, come osserva Nicholas LePan di Visual Cpitalist , anche in questa era moderna, i focolai sono quasi costanti, anche se non tutti i focolai raggiungono il livello di pandemia come ha fatto il romanzo Coronavirus (COVID-19).
La visualizzazione odierna delinea alcune delle pandemie più mortali della storia, dalla peste Antonina all'attuale evento COVID-19.

Una linea temporale di pandemie storiche
Le malattie e le malattie hanno afflitto l'umanità fin dai primi giorni, il nostro difetto mortale. Tuttavia, non è stato fino al marcato passaggio alle comunità agrarie che le dimensioni e la diffusione di queste malattie sono aumentate in modo significativo.
Il commercio diffuso ha creato nuove opportunità per le interazioni uomo-animale che hanno accelerato tali epidemie. Malaria, tubercolosi, lebbra, influenza, vaiolo e altri sono apparsi per la prima volta in questi primi anni.
Più umani diventavano umani - con città più grandi, rotte commerciali più esotiche e maggiore contatto con diverse popolazioni di persone, animali ed ecosistemi - più si sarebbero verificate le pandemie.
Ecco alcune delle principali pandemie che si sono verificate nel tempo:
Nota: molti dei numeri di bilancio delle vittime elencati sopra sono le migliori stime basate sulla ricerca disponibile. Alcuni, come la peste di Giustiniano, sono  oggetto di dibattito  sulla base di nuove prove.
Nonostante la persistenza di malattie e pandemie nel corso della storia, c'è una tendenza costante nel tempo: una graduale riduzione del tasso di mortalità. I miglioramenti della sanità e la comprensione dei fattori che incubano le pandemie sono stati strumenti potenti per mitigarne l'impatto.

Ira degli dei

In molte società antiche, la gente credeva che gli spiriti e gli dei infliggessero malattie e distruzione a coloro che meritavano la loro ira. Questa percezione non scientifica ha spesso portato a risposte disastrose che hanno provocato la morte di migliaia, se non di milioni.
Nel caso della peste di Giustiniano, lo storico bizantino  Procopio di Cesarea  rintracciò le origini della peste (i batteri di Yersinia pestis) in Cina e India nord-orientale, attraverso rotte commerciali terrestri e marittime verso l'Egitto dove entrò nell'Impero bizantino attraverso i porti del Mediterraneo.
Nonostante la sua apparente conoscenza del ruolo svolto dalla geografia e dal commercio in questa diffusione, Procopio diede la colpa allo scoppio dell'imperatore Giustiniano, dichiarandolo un diavolo o invocando la punizione di Dio per le sue vie malvagie. Alcuni storici hanno scoperto che questo evento avrebbe potuto frenare gli sforzi dell'Imperatore Giustiniano per riunire i resti occidentali e orientali dell'Impero Romano e segnare l'inizio del Medioevo.
Fortunatamente, la comprensione da parte dell'umanità delle cause della malattia è migliorata e ciò si traduce in un drastico miglioramento nella risposta alle pandemie moderne, sebbene lente e incomplete.

Importazione di malattie

La  pratica della quarantena  iniziò nel corso del XIV secolo, nel tentativo di proteggere le città costiere dalle epidemie di peste. Le autorità portuali caute imponevano alle navi che arrivavano a Venezia dai porti infetti di sedere all'ancora per 40 giorni prima dell'atterraggio - l'origine della parola quarantena dall'italiano "quaranta giorni", o 40 giorni.
Uno dei primi casi di affidamento alla geografia e all'analisi statistica fu nella metà del XIX secolo a Londra, durante un'epidemia di colera. Nel 1854, il Dr. John Snow giunse alla conclusione che il colera si stava diffondendo attraverso l'acqua contaminata e decise di visualizzare i dati sulla mortalità del quartiere  direttamente su una mappa.  Questo metodo ha rivelato un gruppo di casi attorno a una pompa specifica da cui le persone attingevano la loro acqua.
Mentre le interazioni create attraverso il commercio e la vita urbana svolgono un ruolo fondamentale, è anche la natura virulenta di particolari malattie che indica la traiettoria di una pandemia.

Tracciamento di infettività

Gli scienziati usano una misura di base per tracciare l'infettività di una malattia chiamata numero di riproduzione, noto anche come R0 o "R zero". Questo numero ci dice quante persone sensibili, in media, ogni persona malata infetterà a sua volta.
Il morbillo è in cima alla lista, essendo il più contagioso con un intervallo R0 di 12-18. Ciò significa che una singola persona può infettare, in media, da 12 a 18 persone in una popolazione non vaccinata.
Mentre il morbillo può essere il più virulento, gli sforzi di vaccinazione e  l'immunità del gregge  possono frenare la sua diffusione. Più le persone sono immuni da una malattia, meno è probabile che prolifichi, rendendo le vaccinazioni fondamentali per prevenire la ricomparsa di malattie conosciute e curabili.
È difficile calcolare e prevedere il vero impatto di COVID-19, poiché l'epidemia è ancora in corso e i ricercatori stanno ancora imparando a conoscere questa nuova forma di coronavirus.

Urbanizzazione e diffusione della malattia

Arriviamo da dove abbiamo iniziato, con connessioni e interazioni globali in aumento come forza trainante dietro le pandemie. Dalle piccole tribù di caccia e raccolta alla metropoli, la dipendenza dell'umanità l'una dall'altra ha anche suscitato opportunità di diffusione delle malattie.
L'urbanizzazione nei paesi in via di sviluppo sta portando sempre più residenti rurali in quartieri più densi, mentre l'aumento della popolazione sta esercitando una pressione maggiore sull'ambiente. Allo stesso tempo, il traffico aereo passeggeri è quasi raddoppiato nell'ultimo decennio. Queste macro tendenze stanno avendo un profondo impatto sulla diffusione delle malattie infettive.
Mentre le organizzazioni e i governi di tutto il mondo chiedono ai cittadini di praticare la distanza sociale per contribuire a ridurre il tasso di infezione, il mondo digitale consente alle persone di mantenere connessioni e commercio come mai prima d'ora.
Nota del redattore: la pandemia COVID-19 è nelle sue fasi iniziali ed è ovviamente impossibile prevederne l'impatto futuro. Questo post e infografica hanno lo scopo di fornire un contesto storico e continueremo ad aggiornarlo col passare del tempo per mantenerne l'accuratezza.
Fonte: qui