lunedì 29 agosto 2016

BRZEZINSKI RINUNCIA ALL’IMPERO AMERICANO

Counterpunch commenta un recente articolo di Zbigniew Brzezinski, noto politologo e geostratega americano, consigliere sotto diverse amministrazioni, famoso per aver teorizzato nel 1997 la strategia (successivamente adottata) per consolidare la supremazia “imperiale” degli USA nella prima metà del XXI secolo – strategia di cui la Clinton è una delle principali promotrici.

In questo articolo, Brzezinski fa un’inversione a U: gli USA non sono più una superpotenza, sostiene, si sta formando una vasta coalizione anti-americana e perseguire il progetto originale nelle mutate condizioni potrebbe portare caos e guerra in tutto il globo. Meglio collaborare con Russia e Cina e cercare di preservare la leadership americana.

Una svolta letteralmente storica nell’indirizzo geostrategico di una parte dell’establishment americano, che prospetticamente lascia Hillary Clinton sola ad inseguire un progetto imperiale sconfessato dal suo stesso ideatore.

di Mike Whitney, 25 agosto 2016

L’architetto principale del piano di Washington per governare il mondo ha abbandonato il progetto e ha richiesto la creazione di legami con la Russia e la Cina.

Anche se l’articolo di Zbigniew Brzezinski su The American Interest dal titolo “Towards a Global Realignment” [“Verso un riallineamento globale”, ndT] è stato ampiamente ignorato dai media, esso dimostra che membri potenti dell’establishment decisionale non credono più che Washington prevarrà nel suo tentativo di estendere l’egemonia degli Stati Uniti in tutto il Medio Oriente e in Asia. Brzezinski, che è stato il principale fautore di questa idea e che ha redatto il progetto per l’espansione imperiale nel suo libro del 1997 “La Grande Scacchiera: il primato americano e i suoi imperativi geostrategici“, ha fatto dietro-front e ha richiesto una incredibile revisione strategica. Ecco un estratto dal l’articolo del AI:

“Mentre finisce la loro epoca di dominio globale, gli Stati Uniti devono prendere l’iniziativa per riallineare l’architettura del potere globale.

Cinque verità fondamentali per quanto riguarda l’emergente ridistribuzione del potere globale e il violento risveglio politico in Medio Oriente stanno segnalando l’arrivo di un nuovo riallineamento globale.

La prima di queste verità è che gli Stati Uniti sono ancora l’entità politicamente, economicamente e militarmente più potente del mondo, ma, dati i complessi cambiamenti geopolitici negli equilibri regionali, non sono più la potenza imperiale globale.” (Towards a Global Realignment, Zbigniew Brzezinski, The American Interest)

Ripetete: gli Stati Uniti “non sono più la potenza imperiale globale”.

Confrontate questo giudizio con quello che Brzezinski ha dato anni prima, ne La Grande Scacchiera, quando affermava che gli Stati Uniti erano “il massimo potere a livello mondiale.”

“… L’ultimo decennio del ventesimo secolo è stato testimone di uno spostamento tettonico nelle relazioni internazionali. Per la prima volta in assoluto, una potenza non eurasiatica è emersa non solo come giudice chiave delle relazioni di potere eurasiatiche, ma anche come il massimo potere a livello mondiale. La sconfitta e il crollo dell’Unione Sovietica sono state il passo finale nella rapida ascesa di una potenza dell’emisfero occidentale, gli Stati Uniti, come l’unica e, in effetti, la prima potenza veramente globale” (“La Grande Scacchiera: il primato americano e i suoi imperativi geostrategici”, Zbigniew Brzezinski, Il Saggiatore, 1997, p. xiii)

Qui altro ancora dall’articolo del AI:

“Il fatto è che non c’è mai stata una vera e propria potenza “dominante” globale fino alla comparsa dell’America sulla scena mondiale… La nuova, determinante realtà globale è stata la comparsa sulla scena mondiale dell’America come giocatore allo stesso tempo più ricco e militarmente più potente. Durante l’ultima parte del 20° secolo nessuna altra potenza gli si è nemmeno avvicinata. Quell’epoca sta ormai per finire.” (AI)

Ma perché “quell’epoca sta ormai per finire”?

Che cosa è cambiato dal 1997, quando Brzezinski si riferiva agli Stati Uniti come il “massimo potere a livello mondiale”?

Brzezinski indica l’ascesa della Russia e della Cina, la debolezza dell’Europa e il “violento risveglio politico tra i musulmani post-coloniali”, come le cause approssimative di questa improvvisa inversione. I suoi commenti sull’Islam sono particolarmente istruttivi in quanto egli fornisce una spiegazione razionale per il terrorismo, invece dell’aria fritta governativa sull'”odiare le nostre libertà”. A suo merito, Brzezinski vede lo scoppio del terrore come lo “sgorgare di lamentele storiche” (da un “senso di ingiustizia profondamente sentito”), non come la violenza cieca di psicopatici fanatici.

Naturalmente, in un breve articolo di 1.500 parole, Brzezniski non può coprire tutte le sfide (o minacce) che gli Stati Uniti potrebbero affrontare in futuro.
Ma è chiaro che quello che più lo preoccupa è il rafforzamento dei legami economici, politici e militari tra la Russia, la Cina, l’Iran, la Turchia e gli altri Stati dell’Asia centrale. Questa è la sua principale area di preoccupazione; infatti, ha anche anticipato questo problema nel 1997, quando scrisse La Grande Scacchiera. Ecco cosa disse:

“D’ora in poi, gli Stati Uniti potrebbero dover stabilire come far fronte a coalizioni regionali che cercano di spingere l’America fuori dall’Eurasia, minacciando in tal modo lo status degli Stati Uniti come potenza mondiale” (P.55)

“… Per dirla in una terminologia che richiama l’età più brutale degli antichi imperi, i tre grandi imperativi della geostrategia imperiale sono di prevenire la collusione e mantenere la dipendenza sulla difesa tra i vassalli, tenere i tributari docili e protetti, e impedire che i barbari si uniscano”(p.40)

“… prevenire la collusione… tra i vassalli”. Questo dice tutto, non è vero?

La politica estera sconsiderata dell’amministrazione Obama, in particolare il rovesciamento dei governi in Libia e in Ucraina, ha notevolmente accelerato la velocità con cui si sono formate queste coalizioni anti-americane.

In altre parole, i nemici di Washington sono apparsi in risposta al comportamento di Washington. Obama può biasimare solo se stesso.

Il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha risposto alla crescente minaccia di instabilità regionale e al posizionamento delle forze NATO ai confini della Russia, rafforzando le alleanze con i paesi perimetrali della Russia e in tutto il Medio Oriente. Allo stesso tempo, Putin e i suoi colleghi dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) hanno istituito un sistema bancario alternativo (BRICS Bank e AIIB) che finirà per sfidare il sistema dominato dal dollaro, che è la fonte del potere globale degli Stati Uniti.

È per questo che Brzezinski ha fatto una rapida svolta a U e ha abbandonato il piano egemonico degli Stati Uniti; è perché egli è preoccupato per i pericoli di un sistema non basato sul dollaro che sta nascendo tra i paesi emergenti e i non allineati, che dovrebbe sostituire l’oligopolio della Banca Centrale occidentale.

Se ciò accadrà, allora gli Stati Uniti perderanno la loro morsa sull’economia globale e il sistema di estorsione nel quale biglietti verdi buoni per incartare il pesce vengono scambiati per beni e servizi di valore sarà giunto al termine.

Purtroppo, è improbabile che l’approccio più cauto di Brzezinski sarà seguito dal candidato presidenziale favorito Hillary Clinton, che è una convinta sostenitrice dell’espansione imperiale attraverso la forza delle armi.

E’ stata la Clinton che per prima ha introdotto la parola “pivot” [perno, ndT] nel lessico strategico in un discorso che ha tenuto nel 2010 dal titolo “America’s Pacific Century” [Il secolo pacifico dell’America, ndT]. Ecco un estratto dal discorso che è apparso sulla rivista Foreign Policy:

“Mentre la guerra in Iraq si esaurisce e l’America comincia a ritirare le sue forze dall’Afghanistan, gli Stati Uniti si trovano ad un punto di svolta. Negli ultimi 10 anni, abbiamo stanziato risorse immense in questi due teatri.

Nei prossimi 10 anni, dobbiamo essere intelligenti e sistematici su dove investiremo tempo ed energia, in modo da metterci nella posizione migliore per sostenere la nostra leadership, garantire i nostri interessi, e far avanzare i nostri valori. Uno dei compiti più importanti della politica americana nel prossimo decennio sarà quello di tenere al sicuro gli investimenti – diplomatici, economici, strategici, e di altro tipo – sostanzialmente aumentati nella regione Asia-Pacifico …

Sfruttare la crescita e il dinamismo dell’Asia è centrale per gli interessi economici e strategici americani ed è una delle principali priorità per il presidente Obama. L’apertura dei mercati in Asia fornisce agli Stati Uniti opportunità senza precedenti per gli investimenti, il commercio, e l’accesso alla tecnologia d’avanguardia… le aziende americane (devono) sfruttare la vasta e crescente base di consumatori dell’Asia…

La regione genera già oltre la metà della produzione mondiale e quasi la metà del commercio mondiale. Mentre ci sforziamo di soddisfare l’obiettivo del presidente Obama di raddoppiare le esportazioni entro il 2015, siamo alla ricerca di opportunità per fare ancora più affari in Asia … e delle nostre opportunità di investimento nei dinamici mercati dell’Asia. ”

(“America’s Pacific Century”, il segretario di Stato Hillary Clinton, Foreign Policy Magazine, 2011)
Confrontate il discorso della Clinton coi commenti fatti da Brzezinski ne “La Grande Scacchiera” 14 anni prima:

“Per l’America, il premio geopolitico principale è l’Eurasia … (p.30) … l’Eurasia è il più grande continente del globo ed è l’asse geopolitico. Una potenza che domini l’Eurasia controllerebbe due delle tre regioni più avanzate ed economicamente produttive del mondo. … 

Circa il 75 per cento della popolazione mondiale vive nell’Eurasia, e la maggior parte della ricchezza fisica del mondo sta lì, sia nelle sue imprese che sotto il suolo. L’Eurasia conta per il 60 per cento del PIL mondiale e circa tre quarti delle risorse energetiche conosciute al mondo”. (p.31)

Gli obiettivi strategici sono identici, l’unica differenza è che Brzezinski ha fatto una correzione di rotta sulla base di circostanze mutevoli e della crescente resistenza al bullismo, al dominio e alle sanzioni statunitensi. Non abbiamo ancora raggiunto il punto di svolta per il primato degli Stati Uniti, ma quel giorno si sta avvicinando velocemente e Brzezinski lo sa.

Al contrario, la Clinton è ancora completamente impegnata ad ampliare l’egemonia degli Stati Uniti in tutta l’Asia. Non capisce i rischi che ciò comporta per il paese o per il mondo. E’ intenzionata a continuare con gli interventi fino a quando il titano combattente Stati Uniti si immobilizzerà di colpo, cosa che, a giudicare dalla sua retorica iperbolica, accadrà probabilmente dopo un po’ di tempo durante il suo primo mandato.

Brzezinski presenta un piano razionale ma opportunista per fare marcia indietro, ridurre al minimo i conflitti futuri, evitare una conflagrazione nucleare e mantenere l’ordine globale (cioè il “sistema del dollaro”).

Ma la sanguinaria Hillary seguirà il suo consiglio?
Fonte: qui

LA CAMPANA TEDESCA SUONA A MORTO

I consiglieri economici della Merkel, cosiddetti "i Cinque saggi", capeggiati da Lars Feld [nella foto],  se ne sono usciti con una proposta sulla ristrutturazione del debito pubblico italiano che ricalca il meccanismo del bail-in bancario. 

Ai piani alti del Palazzo tedesco, dando per scontato che il Fiscal compact non funzioni si pensa oramai al dopo Eu e al dopo euro. 

La strategia è semplice: "si salvi chi può". Un messaggio anche per Draghi e la Bce:  "quando la finiamo con il Quantitative easing?".


Ai tedeschi piace l'euro, almeno fino a quando continuerà a dargli i ben noti vantaggi che sappiamo. Ancor di più, ai tedeschi piacciono gli euri. Quelli che gelosamente custodiscono nelle loro casseforti, e che non intendono proprio scucire. Neppure se ciò dovesse servire a salvare l'euro, inteso questa volta come moneta unica dei 19 paesi dell'eurozona.

Ho l'impressione che vista da Berlino questa contraddizione tra euro ed euri cominci ad esser cosa seria assai. L'ultima notizia che ci giunge da quelle parti ce ne dà una conferma piuttosto lampante. Come riferisce Federico Fubini sul Corsera, il Consiglio tedesco degli esperti economici ha già in canna un colpo assai pesante per affondare le economie del Sud Europa, quella italiana in primo luogo.

Attenzione, perché il suddetto "Consiglio" non è un Think tank come tanti. No, questo organismo è composto da cinque economisti nominati direttamente dal governo di Berlino. I cinque non sono lì solo per "pensare", ma soprattutto per proporre. E le loro proposte dettano spesso le linee guida dell'azione di Schauble e Merkel.

In ogni caso l'ultima propostina è stata varata, ed ha un titolo abbastanza ghiotto: «Un meccanismo per regolare la ristrutturazione dei debiti sovrani». Ora, tra i nostri lettori nessuno sarà così ingenuo da pensare che questi rispettabili signori si occupino del debito di casa loro. 
In tutta evidenza la proposta ha per oggetto i debiti degli altri paesi dell'eurozona, quelli della sponda sud in maniera specifica. 

D'altronde in Europa c'è chi, come il governo italiano, deve chiedere il permesso anche per andare in bagno a casa propria, e chi può invece decidere sul destino di interi popoli riunendosi comodamente tra vecchi amici a Berlino. Il documento reca in calce la firma di Lars Feld, un tipo di cui ci siamo già occupati qui.

La proposta è molto semplice: abbiamo messo in campo il bail in bancario? 


Bene, adesso è il momento di passare al bail in sui titoli di Stato. 


Tutti sanno ormai che il bail in bancario prevede che uno Stato possa salvare una banca solo dopo che a tale salvataggio abbiano partecipato gli azionisti, gli obbligazionisti ed i correntisti sopra i centomila euro. Tralasciando qui per brevità i dettagli tecnici, l'importante è capire il principio ispiratore, quello secondo cui i creditori debbono pagare la loro parte per risanare una banca. 

Un principio in apparenza accettabile, se non fosse che tra i cosiddetti "investitori" vi sono spesso risparmiatori sostanzialmente ignari del meccanismo infernale in cui hanno collocato i loro averi. E se non fosse che grazie a tale meccanismo si tende a mandare in rovina il sistema bancario di alcuni paesi, anche per poterci poi mettere le mani sopra con qualche spicciolo.


Lo stesso giochino Lars Feld e soci lo vogliono ripetere con i debiti pubblici. In questo caso è in ballo il ruolo dell'Esm (European Stability Mechanism), il cosiddetto "fondo salvataggi europeo". In questo fondo i tedeschi hanno ovviamente la quota principale, e l'obiettivo della loro iniziativa è proprio quello di evitare ogni forma —fosse pure la più modesta— di condivisione del debito. 

La proposta dei Cinque è infatti netta: prima dell'intervento dell'Esm, gli Stati debbono ristrutturare il debito, sospendendo come prima misura i rimborsi dei titoli di Stato quando un governo dovesse chiedere aiuto al fondo europeo.


Ora, che prima o poi si renda necessaria una ristrutturazione del debito in paesi come l'Italia è cosa fin troppo ovvia. Ma che le regole di questo intervento vengano decise a Berlino sembrerebbe davvero troppo. Eppure la pretesa è proprio questa. 

Quali sarebbero le conseguenze per l'Italia, ma non solo, se la Germania (come di solito avviene) riuscisse anche in questo caso ad imporsi? La risposta è assai semplice. 


Così come il bail in bancario ha finito per mettere in ginocchio un sistema già in forte difficoltà per il lascito di 8 anni di crisi economica, l'eventuale bail in dei titoli di Stato avrebbe come primo effetto l'aumento dei tassi di interesse e dunque del costo del debito. In altre parole tornerebbe d'attualità il signor spread, tanto più che —molti se lo dimenticano ma la scadenza è ormai prossima— il quantitative easing della Bce dovrebbe terminare (o comunque rallentare) nel marzo del prossimo anno. 

Come noto, l'aumento dello spread non è solo uno svantaggio per paesi come l'Italia, ma è pure un vantaggio diretto per quelli come la Germania, che oltre a godere di tassi negativi sui titoli del proprio debito  ci guadagnano pure in competitività. 

Capite quanto sono disinteressati i Cinque? 

E quanto è solidale l'Europa?


«Voi italiani dovrete colpire i risparmi privati. E forse vi servirà un salvataggio Ue», affermava Lars Feld, braccio destro di W. Schauble in un'intervista al Corriere della Sera del 19 dicembre del 2015.
Qui accanto Il Sole 24 Ore del giorno grida allo scandalo

Se le ragioni tedesche sono tanto chiare quanto bieche, bisogna però chiedersi qual è lo scenario che fa da sfondo alle proposte dei consiglieri della Merkel. E qui la campana suona a morto, quantomeno per il fiscal compact. Mettendo il lutto, Fubini non può fare a meno di riconoscerlo. «La Germania» —ci informa— «semplicemente sta smettendo di credere al patto di stabilità ed ai suoi bizantini rituali». 

E ancora: «Lo scetticismo verso l'architettura del fiscal compact europeo è talmente profondo che poco sotto il testo di Feld e colleghi propone di non tenere conto del fatto che un Paese sia già soggetto - o no - a una procedura di Bruxelles sui suoi conti. La valutazione del fondo salvataggi sulla sostenibilità del debito di un governo - si legge - dev'essere "indipendente"». 

Insomma, a Berlino non si fidano troppo neppure della solitamente fida Commissione UE.

Dopo aver messo in luce i sicuri rischi di destabilizzazione economica della normativa proposta, uno sconsolato Fubini così conclude: «Ma l'obiettivo del documento di oggi non è stabilizzare l'area euro: è ridurre al minimo i fondi che la Germania rischia di dover trasferire per salvare altri Paesi in futuro». Di chi si stia parlando lo esplicita graziosamente il dott. Feld: «Grandi economie avanzate come l'Italia sono probabilmente troppo grandi per essere salvate in ogni caso».

La campana tedesca suona dunque a morto per l'economia italiana? 

Certamente sì, ma suona a morto anche per il fiscal compact, e dunque necessariamente anche per l'euro. 


Del fiscal compact abbiamo sempre evidenziato la sua insostenibilità - ed i fatti ci hanno dato ragione, come il patetico mendicare decimali di Renzi dimostra piuttosto bene. 


Ma abbiamo anche sempre detto un'altra cosa: che, per quanto folle, quel meccanismo era necessario per l'oligarchia eurista per tentare di salvare la moneta unica. 


Senza condivisone del debito, solo una sua forzosa convergenza (a questo doveva servire il fiscal compact) avrebbe potuto quantomeno allungare i tempi dell'agonia dell'euro.


Adesso il massimo pensatoio in terra di Germania prende atto dell'irrealizzabilità di quel disegno. Quando ne prenderanno atto i "pensatori" di casa nostra non sappiamo. Quel che sappiamo è che l'ora della verità si avvicina. 

E che le oligarchie europee non molleranno la presa sui popoli solo perché dovranno prima o poi mollare la loro moneta. 

A dispetto del totale fallimento del progetto monetario, per non parlare di quello politico che faceva da sfondo, quando il momento decisivo giungerà il loro piano sarà quello di mantenere in piedi, magari rafforzandola, la gabbia di regole che hanno costruito per assicurarsi il dominio su una società frantumata e impoverita, non solo materialmente, dalla spietata applicazione dei loro dogmi neoliberisti.

Dobbiamo impedirglielo. Ma per farlo occorre una risposta ed una forza politica. Il tempo stringe e conosciamo le difficoltà. Alternative però non ce ne sono.


Leonardo Mazzei

Fonte: qui

domenica 28 agosto 2016

BRASILE 2016 - IL LATO OSCURO DEI GIOCHI: CONTI IN ROSSO, STADI VUOTI, FUGA DALLA TV E SPONSOR SPIAZZATI DAI PIRATI DEGLI SPOT

BRASILE 2016: LA NBC DELUSA DAI RISULTATI DELL’AUDIENCE 

100 MILIONI DI BUCO IN BILANCIO: SARA’ TAPPATO CON SOLDI PUBBLICI 

LE PARALIMPIADI RESTANO A SECCO

Ettore Livini per “la Repubblica”

Conti in rosso, rating tv in calo e sponsor ufficiali spiazzati dai “pirati dello spot”. Il business Olimpico – quello dove a vincere è la legge del profitto – esce da Rio con un bilancio più agro che dolce. E con il serio rischio che lo sforzo finanziario per mandare in porto i Giochi ufficiali finisca per mettere a rischio le Paralimpiadi – al via il 7 settembre – ancora nel caos e senza soldi e costrette a tagliare drasticamente i servizi per evitare il flop.

IL BUDGET IN ROSSO

BBC PROMO GIOCHI OLIMPICI RIOBBC PROMO GIOCHI OLIMPICI RIO

La crisi del Brasile e gli stadi vuoti hanno mandato in passivo l’organizzazione.

E il buco – previsto in circa 100 milioni – sarà tappato con soldi pubblici dello Stato. Un salasso per un paese in gravissima crisi. 

Quattro tornate di tagli (a numero volontari, infrastrutture, fringe benefits come le tv per gli atleti e le zanzariere) non sono bastati a compensare le entrate inferiori al previsto. Le cifre ufficiali parlano di 5 milioni di biglietti venduti, l’82% di quelli disponibili.

Ma gli stadi sono apparsi quasi sempre tristemente vuoti. «Colpa di quelli venduti in blocco a grandi aziende e non usati», spiegano a Rio 2016. 

I costi per la sola organizzazione dei Giochi sono stati pari a 4,8 miliardi di dollari, il 56% più del budget secondo uno studio della Oxford University.


GIOCHI DI RIOGIOCHI DI RIO

La media dello sforamento nella storia delle Olimpiadi dal 1960 è del 151%. I nodi però rischiano di arrivare al pettine ora: il Comitato che ha gestito questa edizione – sospettano in molti – potrebbe aver raschiato il fondo del barile per mandare in porto senza troppi guai la prima fase. Lasciando a secco le Paralimpiadi che condividono lo stesso budget.


Molte Federazioni non hanno ancora ricevuto i fondi per pagare biglietti e soggiorni ai loro atleti che sarebbero dovuti arrivare a fine luglio. «È il momento più difficile della nostra storia», ha ammesso Philip Craven, presidente del Comitato paralimpico, annunciando una nuova pesante sforbiciata ai costi necessaria per evitare un’imbarazzante cancellazione. Una pagina olimpica nera, specie dopo lo spettacolo (e i numeri) delle Paralimpiadi di Londra 2012.


UN BUCO NEL VIDEO

Il bilancio delle Olimpiadi in tv è invece in chiaroscuro. La rete americana Nbc ha pagato 12 miliardi per assicurarsi i diritti dei Giochi su tutte le piattaforme fino al 2032, forte del fatto che i cinque cerchi restano sempre l’avvenimento sportivo più seguito sul pianeta.


I risultati a Rio le lasciano però un po’ d’amaro in bocca. L’audience è scesa del 17% (a circa 31 milioni di spettatori a sera negli Usa) rispetto a Londra. La visione su piattaforme digitali del network, come ovvio, è decollata con un bel +46% e nei primi dieci giorni a cinque cerchi era superiore a quelle di Pechino e del 2012 sommati.


RIO GIOCHI OLIMPICI

Ma si tratta sempre di numeri marginali. Solo l’8% dei telespettatori ha guardato i Giochi su smartphone o pc. La rete tv Usa preferisce guardare il bicchiere mezzo pieno. L’audience è scesa, ma gli spot sono stati di più: Nbc ha raccolto 1,2 miliardi di pubblicità, il 20% in più di Londra. Dove l’avventura dei Giochi le aveva regalato un utile di 120 milioni.


I PIRATI DELLO SPOT

La vera rivoluzione nel business olimpico è però quella degli sponsor. Quelli ufficiali – che sborsano 40 milioni per i diritti – hanno subito quest’anno l’attacco dei figli di uno spot minore. Il Cio – per questioni di soldi – ha ammorbidito la “Rule 40”, la camicia di ferro che proteggeva i diritti di Coca-Cola, McDonald &C., storici partner. Pagando una cifra e evitando di usare parole come “Vittoria” “Olimpiadi”, persino “estate” e “citius, altius, fortius” alcune aziende hanno potuto continuare a utilizzare i loro testimonial anche nel periodo di black-out della manifestazione.


GIOCHI RIOGIOCHI RIO
Under Armour per esempio ha fatto girare in tv uno spot con Michael Phelps nelle ore delle sue gare senza alcun riferimento (se non quello naturale e subliminale) a Rio. E la sua esposizione digitale, hanno calcolato i guru del settore, è cresciuta dell’83%. È possibile che gli sponsor ufficiali chiedano ora al Cio uno sconto o il ripristino della versione “dura” della Rule 40 per Tokyo 2020.
Fonte: qui

sabato 27 agosto 2016

FALLITO IL VERTICE VENTOTENE – I tentativi di Renzi andati a vuoto.

Renzi, fallimento totale: la Merkel lo gela sulla sua unica richiesta

Nessuna novità né aperture concrete da parte della Merkel, sulla flessibilità nei conti pubblici auspicata dal premier italiano Matteo Renzi.

Il cancelliere tedesco, ieri, si è limitato a ricordare che il patto di stabilità della Ue già offre ampi spazi di manovra per recuperare, nei conti pubblici, quelle risorse indispensabili per rilanciare le economie. «Credo che il patto di stabilità ha molte possibilità di flessibilità, ma starà alla Commissione Ue confrontarsi con gli Stati membri: noi vogliamo che Italia Francia e Germania crescano per creare posti di lavoro e creare le condizioni per il futuro degli investimenti privati» ha detto Merkel.
Parole che devono aver deluso Renzi. Netta la posizione del viceministro dell’ Economia, Enrico Morando. «L’ interpretazione delle clausole di flessibilità secondo cui, a esempio la clausola sulle riforme, si applica una tantum è completamente inaccettabile» ha spiegato il numero due di via Venti Settembre a SkyTg24, che ha escluso una correzione dei conti come conseguenza della frenata del pil 2016.
Di là dal negoziato sulla flessibilità, che prosegue a ritmi serrati, i tecnici dell’ Economia ragionano sulle risorse necessarie per mettere in piedi la legge di stabilità, che avrà misure attorno a 25 miliardi. Tra l’ 1,8% di deficit-pil programmato per il 2017 e il limite del 2,9%, a un soffio dal livello europeo di warning ci sono tra i 10 e 17 miliardi di risorse in ballo. Risorse che sarebbero preziosissime in questo momento per consentire al governo diversi ritocchi fiscali per fare della prossima una manovra «espansiva». A palazzo Chigi sono incerti sulle misure: pensioni, fisco, imprese i capitoli chiave. Il taglio delle tasse divide il Pd. Col premier che attacca la minoranza: «Non lo vogliono». La replica di Roberto Speranza: «Se togli la tassa sulla prima casa a un miliardario commetti un errore grave».
Fonte: qui

I tentativi andati a vuoto di Renzi

Ieri si è tenuto il vertice sulla portaerei Garibaldi tra Renzi, Merkel e Hollande. Non sembrano esserci state decisioni importanti

Matteo Renzi ha messo a segno un risultato mediatico, anzi da vero e proprio show business. Ventotene dove è stata concepita l’idea di una Europa federale, la tomba di Altiero Spinelli, la portaerei Garibaldi, una conferenza stampa alla luce del tramonto, un mare Mediterraneo placido e splendente che ricorda però la scia dei morti, la tratta degli uomini, il dramma dell’esilio, la tragedia dell’immigrazione clandestina, lo spettro del terrorismo islamico.
Dopo la Brexit, l’Europa riparte – questo il messaggio di fondo – e riparte da un ménage a trois (chiamiamolo così perché parlare di direttorio sembra inopportuno, senza dubbio prematuro) tra i più grandi dei paesi fondatori. Sarà vero? Dipende da che cosa è emerso in concreto, al di là dei fuochi d’artificio. Difficile saperlo nei dettagli, perché il più dovrebbe essere emerso dalla cena tra Renzi, Angela Merkel e François Hollande.

Il tema centrale è stato l’immigrazione. La Merkel ha ricordato che la Germania ha cambiato linea e ha aperto le porte. Ma ha difeso l’accordo con la Turchia come possibile modello su scala più generale. Renzi ha colto la palla al balzo e ha detto che lo stesso schema può essere applicato nel Mediterraneo centrale. Quindi si tratta di andare in Africa e intervenire a monte. È questo il succo della linea italiana, la quale ha bisogno di un sostegno politico, di uomini e di denaro, perché il modello turco si regge su una consistente erogazione monetaria da parte di tutti gli stati europei, Italia compresa naturalmente.

Hollande gli ha dato ragione, anche se nel frattempo la Francia ha fatto capire, con la forza prima ancora che con la ragione, che non intende far passare nessuno da Ventimiglia. Si vedrà solo al vertice di Bratislava se questa impostazione prenderà corpo davvero.

Il secondo punto riguarda l’economia. Qui, Renzi si è presentato con una lunga serie di debolezze. Il prodotto lordo ristagna, il deficit pubblico è al 2,3% del Pil invece dell’1,8% previsto, il debito continua a crescere, le banche sono sotto stress e così via. In conferenza stampa ha ribadito che andrà avanti con la linea delle riforme e con la riduzione del disavanzo statale, ma accanto c’è bisogno di rilanciare l’economia con investimenti pubblici. Un’ipotesi che potrebbe favorire l’Italia è un piano Juncker per la cultura. Ma anche questo richiede una complessa discussione e un’insidiosa trattativa.

E la flessibilità?

Non era in agenda, se ne parlerà nel prossimo bilaterale italo-tedesco, ma certo aleggiava nell’aria e un giornalista tedesco ha sollevato la questione.

La Cancelliera ha glissato, non prima di ricordare che l’attuale patto di stabilità consente già di essere interpretato e gestito in modo flessibile. È la linea che Berlino ha sempre ripetuto:non si esce dal seminato, si cerchi qualche spazio all’interno del patto. Sapendo bene che di margini ce ne sono pochi e sono quasi tutti sfruttati.

Se non riparte la crescita, il rischio è che l’Italia non riesca arrestare dentro il 3%.

Quanto alle speranze di aver lanciato a Ventotene la futura guida l’Europa, Angela Merkel ha sottolineato che “questo è uno dei tanti incontri che precedono il vertice di Bratislava”.

Nessuna scortesia, nessuna voglia di sottovalutare l’impatto simbolico dell’appuntamento, ma un richiamo alla realtà, a mettere i piedi per terra come lei sa fare molto bene.

Del resto, non c’è aria di grandi architetture o di svolte strategiche perché sia in Germania, sia in Francia incombono le elezioni del prossimo anno. Lo ha ricordato un giornalista a Hollande, citando la notizia che oggi in Francia fa le prime pagine: la candidatura ufficiale di Nicolas Sarkozy. Il presidente francese ha lasciato cadere visibilmente seccato. Ma la domanda è stata un richiamo alla prosaica verità quotidiana che sta dietro i voli pindarici spinelliani e le evocazioni storiche.
La strada è lunga e accidentata. Renzi ha annunciato che si voterà solo nel 2018, lo ha fatto alla vigilia del vertice anche per dare un messaggio ai suoi ospiti: davanti a voi non c’è un padrone di casa con un piede nell’uscio, l’Italia può garantire continuità.

Tra un anno Hollande non ci sarà più, la Merkel non si sa (magari continuerà a guidare il Paese dietro le quinte), Renzi sarà ancora a palazzo Chigi. O no?

In tutta Europa ormai si guarda al referendum italiano sulla riforma costituzionale come a una nuova Brexit.

Probabilmente la preoccupazione è esagerata. Ma né la Merkel, né Hollande possono credere che nulla cambierà se vince il No.
Fonte: qui

Grecia. La morte sociale dei pensionati

La pensione media in Grecia, prima della terza riforma, ammontava a 882 euro, il costo della vita è come quello dei paesi europei più sviluppati. 


La retorica di Tsipras non riesce a nascondere la macelleria sociale



Pensioners Union Organise Anti-Austerity Protest
Il 5 maggio 2016, il parlamento greco ha votato un progetto di legge con pesanti conseguenze per la popolazione, poiché contiene la riforma delle pensioni e nuove misure fiscali. 
La discussione alla Vouli (il parlamento greco), estesa su un fine settimana, è durata meno di 48 ore. 
Tale fretta si spiega facilmente: si trattava in effetti di far passare nuove misure antipopolari prima della riunione dell’eurogruppo di lunedì 6 maggio. Il voto di tali misure nei tempi comandati era in prima linea nelle esigenze poste dalla Troika per omologare l’esame (review) della messa in opera degli impegni negoziati dal governo greco in occasione delle firma del terzo memorandum. Dopo tutto, anche questo stesso memorandum, firmato da Alexis Tsipras nel luglio 2015 (un documento di più di mille pagine senza gli allegati) che conteneva l’insieme delle misure che il governo greco non fa che confermare da quella data, era stato votato in meno di 48 ore, anche allora per conformarsi agli ultimatum della Troika e completare il quadro della riduzione a vassallaggio del paese e delle sue istituzioni rappresentative.
La riforma delle pensioni votata dalla maggioranza Syriza e Anel alla Vouli, è altamente simbolica. È la terza di questo genere, dopo il primo Memorandum del 2010. I pensionati greci (27% della popolazione del paese) hanno già visto le loro pensioni diminuire dal 30 al 50% nel corso degli ultimi sei anni. La pensione media in Grecia, prima della realizzazione di questa terza riforma, ammontava a 882 euro, in un paese in cui il costo della vita, a parte la casa, è paragonabile a quello dei paesi europei più sviluppati.
Fatto di un’importanza cruciale per cogliere la portata di questa distruzione del sistema pensionistico: in un paese devastato dalla crisi, dove il tasso di disoccupazione ufficiale supera il 23%, e dove più di quattrocento mila persone sono emigrate dal 2010, il bilancio di più di una famiglia su due dipende in misura maggioritaria dalla pensione dei nonni. In effetti, secondo i dati comunicati da Savas Robolis, un universitario esperto in materia, peraltro vicino al governo, 350.000 famiglie non dispongono di alcuna fonte di reddito proveniente dall’attività dei loro membri, 500.000 famiglie contano un solo membro attivo, e solo 105.000 tra gli 1,35 milioni di disoccupati hanno un’indennità.[1]
Il carattere esplosivo di questa problema spiega perché il non diminuire ulteriormente le pensioni era una delle «linee rosse» del governo Syriza nella prima fase, quella del «negoziato conflittuale» con la Troika, che si è concluso con la capitolazione di Tsipras nel luglio 2015. Era anche una delle principali esigenze del «piano Junker» che era stato respinto nel referendum del 5 luglio 2015.
Per coprire i loro voltafacia, Tsipras e il suo governo, e particolarmente il ministro del lavoro Giorgos Katrougalos, hanno moltiplicato le dichiarazioni tranquillizzanti, il cui carattere menzognero diventava sempre più evidente una volta stabilite le grandi linee della «riforma». Hanno perseverato in questa linea fino in fondo. Così, nella sua dichiarazione al Parlamento, Katrougalos dichiarava «nessuna pensione principale sarà ridotta» e affermava che «questo governo non passerà il conto alle generazioni future».[2] Dal canto suo, Alexis Tsipras non ha esitato a dire ai parlamentari che «noi proteggeremo le forze sociali che per cinque anni hanno sostenuto il peso della crisi. Pensionati, operai, contadini, scienziati, disoccupati. Sono le forze sociali che vogliamo rappresentare … Con il progetto di legge che votiamo oggi, puntiamo a creare un sistema pensionistico durevole, che garantisce pensioni per tutti i cittadini e allo stesso tempo sarà conforme alla giustizia sociale, tenendo conto delle difficoltà economiche della situazione».[3]
La realtà delle misure votate, e una semplice enumerazione delle loro conseguenze, porta una crudele smentita a tali affermazioni. E rivela allo stesso tempo un livello di cinismo e di manipolazione dell’opinione mai raggiunto nel paese dopo la caduta della dittatura dei colonnelli. 
Nel testo che segue, Dimitris Stratoulis, ex viceministro degli affari sociali del primo governo Syriza, e uno dei migliori conoscitori di questo problema, smonta il meccanismo implacabile che farà solo accelerare la morte sociale del pensionato greco e di una buona parte della popolazione del paese.
da Cadtm   ……………………………………………………………………….
Stathis Kouvelakis
Fonte: qui

Colpi mortali portati al sistema delle pensioni
Dimitris Stratoulis, Unità Popolare, ex vice-ministro degli affari sociali [4] [5]
Riassunto da Stathis Kouvelakis
1. Soppressione graduale fino al 2019 dell’aiuto concesso ai 370.000 pensionati che ricevono le pensioni più basse (EKAS), che vedranno la loro pensione diminuire in media di 193 euro.
2. La divisione delle pensioni in «pensione nazionale» (sorta di rete minima di 384€) e «pensione principale», non porta solo a una diminuzione, ma a un sistema «proporzionale» applicato alla pensione principale, il che significa la fine della pensione a ripartizione l’impegno per un sistema a capitalizzazione.
3. L’indurimento delle condizioni di attribuzione della pensione nazionale, la sola garantita dallo Stato, toccherà alcune categorie, come gli handicappati con un tasso di handicap inferiore all’80%, che non otterranno più nemmeno questo minimo.
4. Riduzione dal 20 al 30% delle pensioni principali per tutti quelli che vanno in pensione dopo il voto della nuova legge, a causa della diminuzione del tasso di sostituzione portato al 40,7% (la proposta iniziale del governo era del 45%, il tasso precedente era del 60%).
5. Le pensioni principali già versate saranno «ricalcolate»sulla base dei nuovi tassi di sostituzione e dunque drasticamente ridotte. Per quante e quanti sono già pensionat/e/i, la perdita sarà compensata, fino al 2018, dalla regola della «differenza personale», ma questa sarà gradualmente cancellata a partire dal 2018.
6. Una grande parte delle pensioni subisce già dei tagli dovuti all’istituzione di un tetto massimo di 1.820 euro netti, alla soppressione graduale dell’EKAS (cfr 1) e all’aumento del contributo per l’assistenza sanitaria, alla riduzione della pensione nazionale per quanti sono andati in pensione a partire dal 1° luglio 2016 e all’ulteriore penalizzazione del 10% per quanti vanno in pensione in anticipo.
7. Tagli dal 15 al 20% alle pensioni complementari, destinati a continuare a causa dell’applicazione della regola «deficit zero» ai regimi complementari.
8. Instaurazione di un nuovo meccanismo di riduzione delle pensioni applicabile a partire dal 2017, per mantenere l’impegno di non superare di più del 2,5% il bilancio globale destinato alle pensioni in rapporto al suo livello nel 2009, e questo fino al 2060, data nella quale il numero dei pensionati sarà aumentato del 70% rispetto al 2009.
9. I pensionati che hanno un lavoro vedranno la loro pensione ridursi del 60%.
10. Aumento brutale dei contributi per le pensioni delle professioni liberali, degli indipendenti, e degli autoimprenditori, categorie molto sviluppate in Grecia, dove solo il 66%della popolazione attiva è composto di salariati, che hanno redditi medi bassi. Con l’aumento della fiscalità, sono due terzi dei redditi di queste categorie che finiscono nelle casse dello Stato.
Note
|5| Vedere il comunicato che Eric Toussaint aveva pubblicato in seguito all’incontro con il ministro Dimitris Stratoulis che ha avuto luogo nel maggio 2015 http://www.cadtm.org/Communique-d-E…
L’autore
Stathis Kouvelakis insegna filosofia politica al King’s College dell’università di Londra, è membro del comitato centrale di Syriza e della Corrente di sinistra di questo partito. Membro della redazione della rivista Contretemps, ha diretto l’opera Y a t il une vie après le capitalisme? (Le Temps des Cerises, 2008) ed è l’autore di La France en révolte : Luttes sociales et cycles politiques (Textuel, 2007) e di Philosophie et révolution, De Kant à Marx(PUF, 2003). È stato membro del comitato centrale di SYRIZA fino all’estate 2015 che ha lasciato in seguito alla capitolazione del governo di Tsipras. Ha contribuito a creare Unità Popolare.