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martedì 31 marzo 2020

LA DENUNCIA DI "REPORT": IN CITTA' IL VERO PAZIENTE UNO A GENNAIO. IL CASO DELL'ANZIANO MORTO E PORTATO VIA CON TUTE DA BIOCONTENIMENTO

ECATOMBE A PIACENZA: 500 VITTIME 
AL CIMITERO NON C'E'POSTO E LE BARE FINISCONO IN LISTA D'ATTESA 
LA DISPERAZIONE DELLA SINDACA E DELL’EX SEGRETARIO DEL PD BERSANI: “TRISTEZZA SENZA NOME” 
ARMANI, CHE HA FATTO UNA DONAZIONE ALL’OSPEDALE: “LA MIA CITTÀ SI RIALZERÀ”… 

Giangiacomo Schiavi per corriere.it

piacenzaPIACENZA
Luigi Alberoni era uno di quei tipi che in paese fanno parte del paesaggio come la piazza e il campanile, aveva fatto il barbiere per tradizione di famiglia e gli piaceva andare a bottega anche da pensionato, ma era del 1933 e per il coronavirus l’età non è un optional, è un tirassegno. Così se n’è andato con altri 519 in una provincia ammutolita dal dolore che da tre settimane obbliga il quotidiano locale Libertà a forzare i toni.

Le parole
«A Piacenza siamo all’ecatombe», dice il direttore Pietro Visconti, che nei titoli ha aggiornato il lessico delle catastrofi, perché strage, flagello, tragedia sconfinata, non bastano più. In provincia ci si conosce un po’ tutti e per ogni ambulanza che passa si pensa con un brivido a un amico, un parente o un conoscente, poi il giorno dopo si apre la pagina dei necrologi e si fa con rassegnata impotenza la conta degli scomparsi: 20, 25, 29, 30, 33...

coronavirus – l'inchiesta di report sull'altro paziente uno a piacenza 5CORONAVIRUS – L'INCHIESTA DI REPORT SULL'ALTRO PAZIENTE UNO A PIACENZA 
Un po’ come a Bergamo anche a Piacenza non c’è posto al cimitero e le bare finiscono in lista d’attesa, ma per Luigi Alberoni, la dolcezza del sentimento ha reso meno lugubre lo sfoglio delle pagine d’addio. Sotto l’età, 89 anni, è comparso, in corsivo, un insolito titolo onorifico: giocatore di dama.


Un mondo che scompare a causa del virus
coronavirus – l'inchiesta di report sull'altro paziente uno a piacenza 4CORONAVIRUS – L'INCHIESTA DI REPORT SULL'ALTRO PAZIENTE UNO A PIACENZA 
Quando si parla di un mondo che scompare a causa del virus che toglie il respiro, è questo. È il mondo degli anziani come Alberoni, i longevi attivi che in provincia hanno segnato rinascite e riprese, che non si sono mai arresi davanti a niente, che hanno lavorato fino all’ultimo e poi magari hanno sostenuto con risparmi e pensioni le difficoltà di figli e nipoti, integrando bilanci familiari, surrogando emergenze di lavoro e malattia.

«Giocatore di dama» è una categoria ignota ai tempi di Xbox e Playstation, rimanda ai bar di una volta, alle sfide in famiglia fra nonni e nipoti, a qualche oratorio e alle abilità affinate con l’esercizio paziente su una scacchiera. Ma qui, a Piacenza, in questi drammatici giorni, è come una lapide su una generazione invecchiata con un bagaglio di abilità e competenze artigianali e tecniche, «le nostre infrastrutture civili», le chiama Visconti «che hanno accompagnato in questi anni i cambiamenti della società».
coronavirus – l'inchiesta di report sull'altro paziente uno a piacenza 6CORONAVIRUS – L'INCHIESTA DI REPORT SULL'ALTRO PAZIENTE UNO A PIACENZA 

Disperazione
A Piacenza la conta dei morti ha provocato «una disperazione inaudita», afferma la sindaca Patrizia Barbieri appena uscita dalla quarantena del Covid-19 iniziata il 3 marzo. Ma il dolore non ha urlato come altrove, «per giorni abbiamo avuto la sensazione di essere dimenticati, abbandonati tra le sirene delle ambulanze», dice un medico di famiglia. Lutti nell’industria, nell’agricoltura, nel commercio, nel mondo dell’artigianato e nella politica: la vicinanza con Codogno ha accelerato il contagio, l’ospedale è diventato il riferimento obbligato di una comunità, le caserme ormai vuote sono state riaperte e in pochi giorni è stato allestito dai militari un ospedale da campo per i nuovi pazienti.

armaniARMANI
Poi è arrivato il presidente della Regione Bonaccini, ha telefonato il premier Conte, sono giunti i primi aiuti, dalla centrale nucleare di Caorso, ora in dismissione, hanno mandato mille tute per proteggere i sanitari. È stata per giorni sovrastata dal lutto, Piacenza. «Una tristezza senza nome», trattiene le lacrime l’ex ministro e segretario del Pd, Pierluigi Bersani. È un contagio infinito, che tocca ricoveri e case per anziani. Alla clinica Piacenza i cronisti di Report denunciano il caso sospetto del vero paziente uno: un anziano morto e portato via dal personale con tute da biocontenimento.


Uno dei banchetti apparsi in città
Ma sono la solidarietà e la generosità a emergere in queste ore. A Roncaglia e Borghetto, due negozi hanno messo i banchetti come nel Dopoguerra: «Pane e focaccia gratis», dice un cartello. E l’altro: «Prendi quello che ti serve». Poi è arrivata una lettera di Giorgio Armani con una donazione all’ospedale della sua città. «È sempre stata coraggiosa la mia Piacenza, così riservata e silenziosa, ma pronta a combattere. Si riprenderà, grazie all’energia che conosco e alla sua umanità». Fonte: qui


COSA E’ SUCCESSO A FEBBRAIO NELLA CLINICA DI PIACENZA? SELVAGGIA SCODELLA LA STORIA DI UN BOOM DI CONTAGI 
LE TESTIMONIANZE: "ERAVAMO DUE INFERMIERI CON 40 PAZIENTI CHE SI LEVAVANO L’OSSIGENO, DOVEVAMO SPESSO LEGARE I POLSI AGLI ANZIANI”, FINO AD ARRIVARE ALL’AMMISSIONE SUL PRIMARIO  DELLA CLINICA: “SAPEVAMO CHE AVEVA PRESO IL CORONAVIRUS” 
LA RISPOSTA DELLE CLINICHE

Il coronavirus è stato per settimane un tabù in una clinica privata di Piacenza, che adesso si ritrova al centro di un caso a dir poco inquietante. Ad aprire il classico vaso di Pandora è stata Selvaggia Lucarelli, che ha pubblicato un lungo report su Tpi, basato sulle testimonianze raccolte tra il personale della clinica Sant’Antonino. “Pazienti, medici, caposala, oss, infermieri, donne delle pulizie che si ammalano di coronavirus già a metà febbraio, o forse anche prima, e nessuna informazione esce da lì”: è questo lo scenario tremendo che la Lucarelli mette in evidenza.
clinica piacenzaCLINICA PIACENZA

Fino al 16 marzo tutto è passato sotto silenzio: ufficialmente in quella clinica non è successo nulla, almeno fino a quando una donna delle pulizie non viene trovata morta in casa. Dopo questo tragico episodio, molti dipendenti contattano la Lucarelli e iniziano a parlare. Alcune testimonianze sono tremende, specialmente quelle relative alle condizioni di lavoro: da “qui se ti lamenti ti dicono quella è la porta’” a “eravamo due infermieri con 40 pazienti che si levavano l’ossigeno, dovevamo spesso legare i polsi agli anziani”, fino ad arrivare all’ammissione sul primario  della clinica (“sapevamo che aveva preso il coronavirus”). Insomma, la Lucarelli sostiene che a Piacenza in tanti si sono ammalati e alcuni sono anche morti a causa della gestione scellerata di una clinica che ha tenuto nascosto a lungo il coronavirus.


LA CLINICA DI PIACENZA
Selvaggia Lucarelli per www.tpi.it

Clinica privata Sant’Antonino, Piacenza. Una clinica accreditata col servizio sanitario che con “Casa Piacenza”, sua “gemella” e della stessa proprietà (il direttore sanitario Mario Sanna), si trova al centro di un caso molto inquietante: pazienti, medici, caposala, oss, infermieri, donne delle pulizie che si ammalano di Coronavirus già a metà febbraio, o forse anche prima, e nessuna informazione esce da lì. Finché il Fatto quotidiano, il 18 marzo, scoperchia la pentola: una donna delle pulizie muore e si scopre che settimane prima un vecchietto col Coronavirus è stato portato via in fretta dalla struttura.
piacenzaPIACENZA

La Clinica privata Sant’Antonino, interrogata da me il 6 marzo, tace su tutto dicendo di chiedere alla Ausl, il direttore della Ausl di Piacenza Luca Baldino mi comunica che quello che succede lì non gli interessa e che ha cose più importanti di cui occuparsi. Il 13 marzo, la Ausl di Piacenza annuncia che il Sant’Antonino diventa clinica specializzata Covid e ringrazia la clinica per la sua “sensibilità” in un comunicato ufficiale. E quindi, è forse il momento di aggiungere tutti i particolari della storia, comprese le varie testimonianze raccolte e le nuove “risposte” della dirigenza della Casa Piacenza e Sant’Antonino, anche se ancora una volta sostanzialmente attribuiscono ogni responsabilità alla Asl di Piacenza.

La storia
A metà febbraio, quando il Coronavirus sembra non essere ancora arrivato in Italia, il paziente anziano Gino B., ricoverato alla clinica Sant’Antonino, si sente male. Comincia ad avere una febbre costante, che non scende. In clinica pensano che dipenda dal fatto che il suo letto è situato di fianco al calorifero. Quella febbre però non passa e a un certo punto si ammala anche il suo vicino di letto. Stanno male anche alcuni dottori. Il 24 febbraio, in clinica, arriva notizia che il dottor Cremonesi, un medico in pensione che svolgeva alcune operazioni presso la clinica Piacenza, è stato ricoverato a Tenerife mentre si trovava in vacanza: ha il Coronavirus. Ne parlano anche i giornali e i tg, ma il nome della Clinica Piacenza non viene mai associato al fatto.
clinica piacenzaCLINICA PIACENZA

Ufficialmente, lì dentro, non è successo nulla. Nessuna comunicazione ufficiale del proprietario Mario Sanna, nessuna comunicazione alle famiglie dei pazienti ricoverati, nessuna comunicazione ufficiale a tutto il personale. Gino, il vecchietto trovato positivo, viene portato via alcuni giorni dopo. Il 16 marzo, Monica Rossi, una donna delle pulizie di Casa Piacenza, viene trovata morta in casa. “Avrei potuto salvarla, non me lo perdonerò mai! Vivrò la mia vita con questa croce sulle spalle! Scusami se puoi Monica!”, scrive su Facebook la responsabile del personale di Casa Piacenza Laura Cappellano.

Dunque, cosa è successo da metà febbraio a quel 16 marzo, nelle cliniche private Casa Piacenza e Sant’Antonino? Molte cose, e tutte ben silenziate dalla dirigente assistenziale Nawal Loubadi, dalla figlia del proprietario Lidia Sanna e da tutti i responsabili delle strutture. Molti dipendenti hanno continuato a lavorare, da quel 24 febbraio, in una condizione di incertezza e paura, scoprendo sempre per vie traverse, per confidenze di medici, di infermieri, di oss, che la malattia stava girando nelle cliniche e che tanti di loro si stavano ammalando. Qualcuno era stato contagiato e “andava in ferie” o “veniva messo in malattia” in tutta fretta. La parola “Coronvirus” era tabù.

Dopo la morte della donna delle pulizie però, tutto cambia. I dipendenti iniziano a parlare. E mi contattano in tanti. Un oss della Sant’Antonino mi racconta, tra un colpo di tosse l’altro: “Qui ci sono decine e decine di persone positive da più di un mese. Tutto inizia con il paziente anziano Gino B., nella stanza 8, vicino al termosifone bollente. Aveva sempre la febbre altissima, dal 10 febbraio circa. Lo spostano nella stanza 15, una tripla. Dopo che scoppia il Coronavirus in Italia scoprono, credo con una lastra o un tampone, che è positivo. Lo spostano in una stanza singola, la 5. Riguardo i due pazienti che gli sono stati accanto, uno è deceduto giorni fa”.
selvaggia lucarelliSELVAGGIA LUCARELLI

“Io non lo so come ci è arrivato il Coronavirus qui dentro, ma sicuramente non dai pazienti ricoverati. Qui c’è un infermiere di Casalpusterlengo che ha la mamma che fa l’infermiera all’ospedale di Codogno, mamma che aveva il Coronavirus. Il primario del Sant’Antonino si è preso anche lui il Coronavirus a febbraio e a quanto pare la figlia era stata a cena con un’amica intima della moglie del paziente 1 di Codogno.

Si è ammalato il medico F., il medico C., si sono ammalate l’infermiera S., la caposala C.,”, la fisioterapista F. e così via. “Il servizio di igiene dell’ospedale mi ha chiamato a metà marzo e aveva una lista di dipendenti parziale. Gli ho chiesto se nella lista c’era S., il dipendente di Casalpusterlengo e mi è stato risposto ‘La clinica non ci ha fornito questo nome’. Non avevano vari nomi di alcuni dipendenti malati o delle zone rosse che dovevano rimanere a casa”.

selvaggia lucarelliSELVAGGIA LUCARELLI
“Noi operatori del Sant’Antonino siamo distrutti. Lavoriamo solo per i pazienti. Non abbiamo avuto una mascherina FFP3 per fare l’ossigenoterapia per settimane, quindi ci saremo infettati tutti in quel periodo. Abbiamo visto il panico qui dentro, ma nessuno della dirigenza ha condiviso qualche informazione con noi mortali. A una riunione la mia collega N. ha detto che si sarebbe rivolta al sindacato, le hanno contestato che non era una persona seria. Il problema sanitario poteva accadere, questa omertà no”.

“I Covid li hanno spostati tutti qui alla Sant’Antonino perché a Casa Piacenza c’è la sala operatoria. Potevano quindi continuare a operare e a fatturare, qui siamo stati trattati come spazzatura. Chi si era ammalato da noi ora è mescolato con pazienti Covid mandati dagli ospedali, quindi ora si possono confondere le acque. Se Luca Baldino della Ausl vuole iniziare a indagare, parta dal paziente Gino B.”. “I problemi iniziano da prima dell’emergenza. Qui non abbiamo sapone, garze, giuste pomate per le medicazioni. Ci viene detto, da anni, addirittura di riciclare le bavaglie dove mangiano i pazienti. Qui da sempre è tutto improntato al risparmio, con cazziatoni della dirigenza continui”.
terapia intensiva coronavirus 1TERAPIA INTENSIVA CORONAVIRUS

Un’infermiera del Sant’Antonino mi racconta: “Io da un turno all’altro mi sono trovata qui 80 pazienti col Covid senza sapere come gestirli. In una settimana sono morte 20 persone. Una tizia della Ausl ci ha fatto una lezione veloce su come usare le tute, dicendoci: ‘Non dovete neppure guardarli i pazienti, sono tutte persone che moriranno'”. L’infermiera piange, mentre lo racconta. “Io li lavo, mi prendo cura di tutti, per me sono tutti come fossero mia mamma, se ne salvo uno sono contenta. Ma siamo troppo pochi qui, certe volte trovo i pannolini del giorno prima.

piacenzaPIACENZA
Stamattina un paziente mi ha strappato l’anima. Mi ha preso la mano e mi ha chiesto: ‘Come sta mia moglie, per favore, dimmelo’. La moglie stava male, muoiono soli, come le mosche. Almeno farli morire con dignità. Se io mi lamento che serve personale, mi dicono: se non vuoi lavorare qui, quella è la porta”. “Abbiamo chiesto tamponi per settimane, si sono ammalati di Coronavirus pazienti che erano entrati a fine gennaio e poi hanno avuto sintomi a febbraio.

Se avessero fatto il tampone a tutti, avrebbero chiuso perché sarebbero rimasti senza personale”.  “Io vedo pazienti morire come pesci senz’acqua, questo è solo un posto dove vengono i pazienti molto anziani a morire, almeno un po’ di dignità per loro e di sicurezza per noi. L’Ausl deve vigilare sul rigore con cui lavora il privato, quella di Piacenza cosa fa? Qui da quando non sono entrati più i parenti, si è fatto quel che si voleva, chi ha controllato?”.

Un’addetta alle pulizie, collega della donna delle pulizie morta, mi dice: “Io lavoro alla Casa Piacenza. Sono distrutta. A me fa male respirare, mi fa male la testa, ho tanta paura, ho famiglia. Lavoravo con Monica, quindi potrei aver preso anche io il Coronavirus. Lei aveva la febbre, si è fermata qualche giorno, poi è tornata al lavoro con la febbre e alla fine è morta in casa.

Una mia collega è positiva, il marito se l’è preso anche lui da lei, è finito in ospedale. Qui il tampone lo hanno fatto a chi pareva a loro”. “Nel frattempo io andavo avanti da settimane con una mascherina che andrebbe usata 8 ore e che ho usato 1 settimana. Io non voglio morire, ho un figlio. Le mie colleghe sono tutte con le febbre, io vedevo tutti i giorni il primario e non sapevo che era malato, ho saputo che aveva il Coronavirus dopo una settimana. Idem il dottor C. e chissà quanti altri”.
coronavirus – l'inchiesta di report sull'altro paziente uno a piacenza 5CORONAVIRUS – L'INCHIESTA DI REPORT SULL'ALTRO PAZIENTE UNO A PIACENZA 
Un’altra infermiera rivela: “Non so come sia entrato qui al Sant’Antonino il Coronavirus. Prendevamo emoculture senza sapere che girava il virus. Poi un giorno scopro che è morta la madre del primario. Che il primario ha il Coronavirus. La nostra caposala è di Codogno. Hanno fatto tamponi solo ad alcuni, poi ci hanno detto che i tamponi erano finiti, ma io li ho visti in un armadietto, c’erano. La mia collega L. aveva la polmonite interstiziale. Tutti ammalati.

Qui ora ci fanno la tac, se non hai sintomi come febbre e tosse lavori anche con la polmonite. Non siamo dipendenti, siamo discarica”. “Si è ammalata ed è morta una paziente che stava nella stanza ‘Sollievo’ da 3.000 euro al mese a Casa Piacenza che non era positiva e si è presa qui il virus. Siamo due infermiere su 40 malati, non sappiamo dove girarci. Siamo carne da macello, noi e i poveri malati. Abbiamo la delibera per legare i polsi per il loro bene perché non possiamo guardarli tutti, sennò si levano l’ossigeno. Noi non possiamo fare niente, scarseggia pure l’Urbason per le terapie, alle volte lo prendo dal carrello delle urgenze. Se ci lamentiamo ci dicono che c’è la fila fuori dalla porta per lavorare lì, possiamo andarcene. Molti di noi hanno deciso di parlare e questo è un bene. I problemi qui sono esplosi col Covid, ma sono iniziati dalla gestione di Mario Sanna, prima col Dottor Agamennone qui si lavorava bene”.

coronavirus – l'inchiesta di report sull'altro paziente uno a piacenza 4CORONAVIRUS – L'INCHIESTA DI REPORT SULL'ALTRO PAZIENTE UNO A PIACENZA 
Luisa racconta: “Mia suocera è stata ricoverata il 13 marzo al Sant’Antonino con febbre e tosse. Mio marito aveva la febbre altissima, ma la Ausl non ha voluto fare il tampone. Il sabato chiamiamo e non riusciamo a parlare con nessuno. Chiamiamo tre volte ma mi dicono che non conoscono ancora bene i pazienti. La sera mi buttano giù il telefono. La domenica dicono che mia suocera risponde alle cure e di portare un cambio. Il giorno dopo non ci rispondono. Alla fine mio cognato va in clinica col cambio il giorno dopo alle 13.00. Gli chiedono il nome della signora, arriva un dottore dopo 30 minuti e lo informano che mia suocera è morta durante la notte. Nessuno ci aveva avvisati! Non abbiamo mai avuto una diagnosi, nulla. L’avranno curata per il Covid? È una cosa oscena”.
terapia intensiva coronavirus 2TERAPIA INTENSIVA CORONAVIRUS 

Silvia Bettini, di Piacenza, aveva il papà al Sant’Antonino, ricoverato il 13 febbraio. “Io l’ho visto l’ultima volta il 23. Giorni dopo al telefono mi comunicano che è ventilato. Nessuno ci dice che lì gira il Coronavirus, ma io lo scopro per vie traverse. Una sera quindi mio fratello chiama la clinica minacciandoli, dicendo ‘So cosa succede lì dentro, portate mio padre subito al pronto soccorso di Piacenza!’. Dopo mezz’ora ci chiamano dal pronto soccorso e ci dicono che mio padre era arrivato malnutrito e disidratato. Stava morendo e gli avrebbero fatto la morfina. È morto poche ore dopo, di notte. Ci hanno detto che aveva sicuramente il Coronavirus, per via di una polmonite interstiziale gravissima. Lui non ha mai avuto le cure per il Coronavirus”.

coronavirus – l'inchiesta di report sull'altro paziente uno a piacenza 6CORONAVIRUS – L'INCHIESTA DI REPORT SULL'ALTRO PAZIENTE UNO A PIACENZA 
Andrea, figlio di una donna che è stata ricoverata al Sant’Antonino, mi dice: “Mia madre era stata operata all’ospedale di Piacenza a fine gennaio e poi è andata al Sant’Antonino per la riabilitazione. Mi avevano sconsigliato tutti quella clinica. È entrata il primo febbraio ed è rimasta fino al 25, ci siamo ammalati di Coronavirus io e mia madre. Io mi sono ammalato il 26. Negavano che ci fossero casi di Coronavirus, mi arrabbiavo perché una signora che era nella stessa stanza di mia madre aveva badanti che cambiavano continuamente e venivano due volte al giorno, quando già era scoppiato il caso Codogno. Erano tutte con tosse e raffreddore, raccontavano di parenti malati. Io ci litigavo e andavo dalle infermiere a informare della situazione. Il 25 ho chiesto di dimetterla: mia madre torna a casa e resta con la badante. Il 26 io mi ammalo.

La badante il 29 mi chiama e mi dice che mamma sta male, il 118 la vanno a prendere e scoprono la polmonite. Alla fine fa il tampone ed è positiva. Io dentro al Sant’Antonino ho visto un clima terribile di paura e omertà, i medici mi dicevano ‘Non parliamo qui per favore, ci sentono!’. Hanno lasciato sani e infetti insieme a lungo, non hanno informato noi parenti del fatto che gli stessi primari e medici con cui avevamo parlato erano infetti, siamo andati tutti in giro per Piacenza malati. Loro hanno fatto delle tac a febbraio a pazienti quando hanno capito cosa succedeva, me lo ha confermato un medico lì, ma hanno scelto di non dire la verità come andava fatto e subito a tutti i coinvolti”.
coronavirus – l'inchiesta di report sull'altro paziente uno a piacenza 7CORONAVIRUS – L'INCHIESTA DI REPORT SULL'ALTRO PAZIENTE UNO A PIACENZA 
Dopo il mio primo articolo su Casa Piacenza uscito su Il Fatto il 18 marzo, alcune mie fonti nelle strutture mi hanno riferito che i responsabili delle cliniche hanno avuto un atteggiamento intimidatorio nei confronti dei dipendenti, minacciando licenziamenti se avessero scoperto le mie fonti. Riguardo la morte della donna delle pulizie Monica Rossi, la Ausl ha confermato alla sorella Marina la positività del tampone: “Ma il medico di base ha scritto che mia sorella Monica è morta di ictus e – sai cosa? – Senza aver mai visto la sua salma dopo la morte! Quando gli ho chiesto spiegazioni è stato vago e poi non mi ha più parlato”.

La risposta delle cliniche
coronavirus – l'inchiesta di report sull'altro paziente uno a piacenza 3CORONAVIRUS – L'INCHIESTA DI REPORT SULL'ALTRO PAZIENTE UNO A PIACENZA 
Tramite l’avvocato delle due cliniche coinvolte, l’avvocato Sacchelli, ho posto alcune domande scritte alla dirigenza, che mi ha fatto arrivare le seguenti risposte.
1) Avete dipendenti delle zone rosse di Codogno? Se sì, vi risulta siano stati contagiati o abbiano parenti contagiati? L’ospedale di Piacenza, che aveva un infermiere di Codogno risultato positivo, ne ha dato comunicazione già a febbraio, per trasparenza. Come vi siete comportati voi? Sì, abbiamo dipendenti delle zone di Codogno.

L’Organo preposto alla gestione delle comunicazione sulla positività di operatori o loro parenti (compresi quelli delle due case di cura) è il Servizio di Igiene dell’Ospedale di Piacenza.

2) Il vostro primario C., positivo, risulta avere un familiare, la figlia, che era stretta conoscente di un’amica della moglie del paziente uno di Codogno. Sarebbero state informazioni importanti da comunicare a parenti di pazienti e pazienti entrati in contatto col primario, per permettere di ricostruire la catena dei contagi, anche all’interno della clinica Sant’ Antonino e nelle zone di Piacenza e Codogno. L’avete fatto? L’Organo preposto alla gestione delle comunicazione sulla positività di operatori o loro parenti (compresi quelli delle due case di cura) è il Servizio di Igiene dell’Ospedale di Piacenza. Abbiamo fornito al Servizio di igiene tutti i dati che ci hanno richiesto sul caso di specie.
3) Perché non è stata comunicata la positività del primario (senza specificare la sua identità, ma più genericamente di un dipendente) e di dottori e caposala? È stato fatto tramite il Servizio di Igiene dell’Ospedale di Piacenza.
4) Perché negli altri ospedali viene comunicato per trasparenza e nell’interesse di pazienti e cittadini il numero dei dipendenti e pazienti postivi per contagio avvenuto all’nterno e voi lo tacete? È stato fatto, in numeri dei pazienti sono quelli pubblicati 80 CCPSA e 90 CCPP, i dati sono quelli dell’Asl di Piacenza di cui noi facciamo parte come Struttura Privata Convenzionata.

5) Quanti sono ad oggi i dipendenti di Piacenza e Sant’Antonino contagiati? Sono dati che ha Servizio di Igiene dell’Ospedale di Piacenza.
PIACENZA - TEMPIO CREMATORIOPIACENZA - TEMPIO CREMATORIO
6) Come commentate il comunicato interno in cui invitavate i dipendenti a lavorare anche con tac positiva e che i tamponi erano terminati? La Tac è un esame non previsto nel protocollo ma lo è il tampone. La proprietà ha dato a disposizione la Tac gratuitamente come strumento di screening a maggior tutela dell’operatore. “Operatori con Tac positive ma in assenza di sintomi”: sono gli operatori che hanno in evidenze alterazioni strutturali del polmone non sicuramente riconducibili a polmonite interstiziali da virus, ma riconducibili a patologie virali (Rino virus), influenza virus avute in precedenza.
7) Come mai non avete fatto una comunicazione al personale tra infermieri, oss e addetti alle pulizie sui numeri del contagio all’interno dell’ospedale e li avete lasciati inconsapevoli e spaventati? Come mai avete fatto tamponi solo ad alcuni dipendenti? Abbiamo seguito il Protocollo Regionale
8) Il primo caso di paziente contagiato al Sant’Antonino risulta essere il signor Gino B., aveva la febbre già a metà febbraio, perché, pare, gli è stato fatto il tampone (positivo) solo a marzo? Da quel momento avete comunicato a tutti i parenti dei ricoverati, per esempio a quelli del paziente Gino B. e Bettini (ricordiamo che l’ospedale non era Covid ai tempi) la positività? Abbiamo seguito il Protocollo Regionale.
9) E avete comunicato ad altri parenti dei pazienti contagiati, tra cui alcuni della sezione Sollievo che erano lì da moltissimi mesi, la situazione? Subito appena ricevuti i Protocolli Regionali e le disposizioni Prefettizie.
10) Alcuni dipendenti dichiarano di aver avuto disposizione di legare i polsi ai pazienti e di averlo fatto. Volete commentare? Parla delle misure di contenzione previste da qualunque protocollo Ospedaliero.
PIACENZA - TEMPIO CREMATORIOPIACENZA - TEMPIO CREMATORIO
11) Medici e Oss parlano di un personale risotto all’osso, due/tre infermieri per 40 pazienti. È un problema mondiale la carenza di operatori, il personale che c’è, sta lavorando al massimo per garantire un servizio alla comunità.
12) Come si è conclusa la vicenda dei ricoveri truccati, in cui è stata coinvolta la Clinica Piacenza? (avrebbe operato interventi in regime di ricovero seppur breve, anziché ambulatoriale, per ottenere rimborsi superiori dal servizio sanitario) C’è un procedimento in corso.
Fonte: qui

domenica 29 marzo 2020

LA BUROCRAZIA CI UCCIDE (NEL VERO SENSO DELLA PAROLA)

PENSATE CHE ORA SIA FACILE PRODURRE MASCHERINE IN ITALIA? NO! 
LO STATO HA DEROGATO ALL'OBBLIGO DI ACCREDITAMENTO ''CE'' MA NON ALLE NORMATIVE ISO: I MATERIALI TASSATIVAMENTE PRESCRITTI IN ITALIA SI TROVANO POCO, E VENGONO INVECE PRODOTTI MASSICCIAMENTE IN CINA. 
QUINDI SIAMO COMUNQUE ALLA MERCÉ DI PECHINO
Francesco Galietti per ''Italia Oggi''

Una delle misure più sbandierate del decreto Cura Italia si rivela un amaro bluff. Si tratta dell'articolo 15, rubricato «Disposizioni straordinarie per la produzione di mascherine chirurgiche e dispositivi di protezione individuale». Per agevolare la produzione domestica di mascherine, il Governo ha sì scelto di derogare l'accreditamento CE. Non ha tuttavia concesso ai produttori interessati la possibilità di far testare materiali diversi da quelli prescritti dalle normative UNI ISO 10993 e UNI ISO 14683. Lo si desume anche dal sito dell'Istituto Superiore di Sanità, che si chiama fuori dallo svolgimento di alcun tipo di prova di laboratorio e ribadisce che i prodotti devono rispondere alle norme sopra citate ad esclusiva responsabilità del produttore.
mascherina 1MASCHERINA 

È un pericoloso controsenso, dato che i materiali tassativamente prescritti in Italia si trovano poco, e vengono invece prodotti massicciamente in Cina. Pertanto, anche se si riuscisse a realizzare le mascherine in Italia, saremmo alla mercé di Pechino per l'approvvigionamento del tessuto. Un vero disastro, insomma, che frena moltissimo la flessibilità e l'ingegno imprenditoriale di molte aziende italiane. Al danno si somma la beffa.
giuseppe conte roberto gualtieriGIUSEPPE CONTE ROBERTO GUALTIERI

Alle aziende più determinate, infatti, le autorità hanno risposto che le stesse aziende possono svolgere le prove di laboratorio sul proprio materiale. A ben vedere, si tratta di una risposta degna di Ponzio Pilato. Con tutte le attività chiuse, infatti, gli esiti delle prove tarderebbero parecchio tempo ad arrivare. Ecco perché molti imprenditori hanno dovuto tornare sui propri passi oppure si stanno affidando a enti regionali che a loro volta stanno testando tutti i materiali disponibili presso molti produttori.

Pur accordando priorità ai materiali previsti dalle specifiche ministeriali, non mancano scelte in aperto contrasto con le disposizioni del Governo. La speranza, infatti, rimane quella di reperire le quantità di materiale che al momento mancano sul mercato. Il differenziale di prezzo tra le mascherine importate dalla Cina e quelle prodotte autarchicamente è enorme (le prime costano il doppio delle seconde) e dover dipendere dalle importazioni costerebbe al contribuente italiano molto di più. Fonte: qui


MANDARE I SOLDATI IN GUERRA DISARMATI 
''O CI DATE UNO SCUDO PENALE, O NON OPERIAMO PIÙ''. AI MEDICI NON MANCA SOLO LA PROTEZIONE SANITARIA, MA PURE QUELLA LEGALE. MOLTI DOTTORI RISCHIANO CAUSE CIVILI E DENUNCE PENALI DA PARTE DEI PAZIENTI. SOPRATTUTTO QUELLI SPECIALIZZATI IN MATERIE DIVERSE DALLE MALATTIE INFETTIVE E CHIAMATI AD AIUTARE I COLLEGHI TRAVOLTI DAL VIRUS: LE LORO ASSICURAZIONI POTREBBERO NON COPRIRLI

Natascia Ronchetti per il “Fatto quotidiano
coronavirus medici 1CORONAVIRUS MEDICI
Un altro picco. Medici e infermieri contagiati continuano ad aumentare.
Ieri sono saliti a 5.760, più 549 rispetto al giorno precedente. Un balzo del 10,5% in ventiquattr' ore. Nel solo Lazio si contavano ieri altri 51 camici bianchi infettati, tra ospedalieri, medici di famiglia e del 118. Di questi circa otto del reparto di oculistica dell' ospedale Sant' Eugenio di Roma: tutti positivi insieme a una decina di infermieri, il reparto è stato chiuso.
Ora alcuni sono ricoverati allo Spallanzani, altri in isolamento a casa. E si allunga l' elenco dei morti, aggiornato quotidianamente dalla Federazione degli Ordini dei medici: 25 vittime. L' ultima di questo drammatico bollettino di guerra si chiamava Domenico De Gilio, aveva 66 anni ed era medico di medicina generale a Lecco.

le foto di medici e infermieri che lottano con il coronavirus 2LE FOTO DI MEDICI E INFERMIERI CHE LOTTANO CON IL CORONAVIRUS 
Il fatto è che la percentuale di operatori sanitari infettati, sul totale dei contagiati, è più del doppio di quella del resto del mondo: 8,9% (contro un 4% circa), con punte del 13% a Roma e del 12% in Lombardia. Numeri impressionanti che, a fronte della carenza degli adeguati dispositivi di protezione individuale, potrebbero indurre molti medici a rifiutarsi di andare al lavoro. La minaccia è già arrivata in Piemonte dagli operatori del 118.
Hanno scritto a Chiara Rivetti, segreteria regionale dell' Anaoo (il sindacato dei medici dirigenti); hanno spiegato che se continueranno a mancare le mascherine filtranti non assicureranno tutte le prestazioni d' urgenza. "Anche se adesso, dopo le diffide e gli esposti che abbiamo fatto, una prima scorta è arrivata - dice Rivetti -. Ma basterà per due o tre giorni e non di più". Un problema che si aggiunge alla contestata disposizione che impone ai medici e agli infermieri venuti in contatto con un paziente a rischio o infettato di tornare in corsia se asintomatici.

le foto di medici e infermieri che lottano con il coronavirus 3LE FOTO DI MEDICI E INFERMIERI CHE LOTTANO CON IL CORONAVIRUS
Ieri la Regione Emilia-Romagna ha alzato il tiro con una direttiva che dà il via libera al rientro in ospedale del personale sanitario asintomatico anche se positivo, provocando una levata di scudi. Solo il rapido dietrofront del commissario ad acta Sergio Venturi, ex assessore regionale alla Salute ("Sicurezza prima di tutto, faremo chiarezza", ha detto), ha evitato in extremis una sollevazione. Intanto emergono altre falle nei decreti sull' emergenza sanitaria approvati fino ad ora.
MEDICI E CORONAVIRUSMEDICI E CORONAVIRUS
Come quella che, secondo il personale medico, è stata aperta dall' articolo 34 del decreto del 2 marzo scorso, che consente di "fare ricorso alle mascherine chirurgiche quale dispositivo idoneo a proteggere" gli operatori sanitari. "Norma ambigua - osserva ora il segretario nazionale dell' Anaao Carlo Palermo -, con la quale il governo ha cambiato direzione.

INFERMIERI ALL OSPEDALE DI CODOGNO CON MASCHERINE MA SENZA GUANTIINFERMIERI ALL OSPEDALE DI CODOGNO CON MASCHERINE MA SENZA GUANTI
La situazione non è più sostenibile, c' è il rischio, in queste condizioni, che qualcuno possa anche rifiutarsi di operare. C' è stata fin da subito una sottovalutazione dell' epidemia, nessuno era preparato ad affrontare un problema di questa portata. Bisognava intervenire subito".
Ma c' è un' altra questione che sta venendo a galla. Molti medici impegnati in reparti non Covid in questi giorni vengono precettati per aiutare i colleghi in prima linea, perché manca personale. Ortopedici, chirurghi, pediatri. Si ritrovano a trattare pazienti che richiedono invece infettivologi, pneumologi, anestesisti.

MEDICI SI PROTEGGONO CON I SACCHI DELLA SPAZZATURA IN LOMBARDIAMEDICI SI PROTEGGONO CON I SACCHI DELLA SPAZZATURA IN LOMBARDIA
Nessuno può rifiutarsi: è stabilito dalla legge e dallo stesso codice deontologico dei medici. Ma che succede se qualcuno commette un errore mentre sta prestando cure a un paziente? Certo, i medici sono assicurati. Ma non è detto che in ambito civilistico possano vedersi riconosciuta la copertura. "Così - dice Palermo -, prima vengono mandati allo sbaraglio, poi rischiano di pagare di tasca propria il risarcimento dei danni". Fonte: qui

LA MINACCIA SU ROMA: 108 MEDICI POSITIVI NEL LAZIO (94 SOLO NELLA CAPITALE). L'ORDINE DEI MEDICI SI SCAGLIA CONTRO LA REGIONE LAZIO, COLPEVOLE DI NON AVER ANCORA INIZIATO CON I TAMPONI AGLI OPERATORI SANITARI E LANCIA L'ALLARME: “SE GLI OSPEDALI DIVENTANO COME LE CASE DI RIPOSO SARÀ UNA STRAGE”…
Federico Bosi per affaritaliani.it
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A Roma e nel Lazio aumentano i casi di Coronavirus ed aumentano i medici contagiati: in tutta la Regione sono 108, ben 94 nella sola Capitale. L'Ordine dei Medici si scaglia contro la Regione Lazio, rea di non aver ancora iniziato con i tamponi agli operatori sanitari promessi, e lancia l'allarme: “Se ospedali diventano come le case di riposo sarà una strage”.
Il grido di protesta arriva direttamente dalla voce del presidente dell'Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Roma, Antonio Magi.

Dottor Magi, ad oggi quanti sono i medici contagiati a Roma e nel Lazio?
“La situazione si fa ogni giorno sempre più grave e nessuno fa niente per arginarla. Al 26 marzo ci risultano 108 medici contagiati nel Lazio. Nel dettaglio ce ne sono 94 a Roma, 6 a Latina, 6 a Viterbo, 2 a Frosinone e nessuno a Rieti”.
Quanti di loro sono attualmente ricoverati?
Dei 108 medici positivi, quattro sono ricoverati in ospedale mentre i restanti 104 sono tutti in isolamento domiciliare”.
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La Regione lunedì aveva detto che avrebbe iniziato a fare i tamponi a tutto il personale sanitario a rischio. È stato così? Quanti ne sono stati fatti?
Zero, non è stato fatto ancora niente. Non sappiamo più come dirlo, abbiamo bisogno urgente che vengano fatti i tamponi. Non è possibile andare avanti in questa situazione. Se non vengono fatti al più presto anche gli ospedali rischiano di fare la fine delle case di riposi e diventano dei mega focolai. Tra noi operatori sanitari vengono registrati in media 509 nuovi positivi al giorno.
E non lo dico io, ma lo dicono i numeri: il 18 marzo gli operatori sanitari contagiati erano 2890, al 25 marzo sono 6205. Questo è poi il numero dei casi censiti dall'Istituto Superiore di Sanità, ma immagini quanti operatori possono aver contratto il virus e non lo sanno, e nel frattempo visitano ed hanno contatati con migliaia di pazienti e persone. Se non vengono tutelati i medici sarà una strage. Nessuno ci pensa ma questi medici trovati positivi hanno passato la loro incubazione nei reparti e potrebbero aver infettato il mondo”.
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E per quanto riguarda le mascherine? Come è la situazione?
“Qualcosa dalla Regione è stata consegnata, ma è poca roba rispetto quanta ne serve e per lo più inadeguata. Per lo più sono state consegnate mascherine chirurgiche, che in alcune situazioni possono anche andare bene, ma ai medici che hanno a che fare con i malati di Covid-19 hanno bisogno delle Ffp2 e delle Ffp3. Ripeto, se ci ammaliamo noi facciamo una strage”.
L'Ordine dei Medici ha inviato un camper attrezzato per dare supporto al Comune di Nerola. La situazione nel piccolo paese è grave?
“Con la zona rossa è stato arginato il problema. Con il nostro camper, su cui lavorano 6 volontari della Federazione Italiana Medici di Famiglia, ci siamo messi in piazza e stiamo eseguendo tamponi su tutte quei cittadini di Nerola a rischio contagio”.
Fonte: qui


''CHI DICE CHE IN TERAPIA INTENSIVA NON SI SCEGLIE IN BASE ALL'ETÀ DEL PAZIENTE, MENTE''. 
LUCIANO GATTINONI, IL PIÙ IMPORTANTE SPECIALISTA DEL SETTORE AL MONDO: ''LA DOMANDA CHE CI SI FA È: POTRÀ QUESTA PERSONA RESTARE DUE SETTIMANE INTUBATO? 
PERCHÉ QUESTA È L'UNICA VERA GARANZIA DI SOPRAVVIVENZA. CASCO A OSSIGENO E PRONAZIONE SONO PALLIATIVI. QUANDO IL VIRUS ARRIVA NEI POLMONI, SUCCEDE…''
Francesco Rigatelli per “la Stampa
Luciano Gattinoni, 75 anni, medico rianimatore di fama internazionale, ex direttore scientifico del Policlinico di Milano e presidente della Società mondiale di Terapia intensiva, è professore ospite all' Università di Gottinga in Germania. Da lì esamina i dati che i suoi ex allievi, primari dei principali ospedali lombardi, gli inviano per un parere sul coronavirus. E, anche se non lo ammetterà mai, molti pazienti vengono curati grazie alle sue intuizioni.
Che idea si è fatto del coronavirus?
LUCIANO GATTINONILUCIANO GATTINONI
«È un microrganismo che nella maggioranza dei casi non fa danni, ma in alcuni si attacca ai polmoni e diventa letale. In Germania ho visto dei pazienti e molti me li hanno sottoposti dall' Italia. La malattia si presenta in modi diversi e porta a una grave carenza di ossigeno».
È vero che ne ha intuito la causa?
«Mentre la polmonite colpisce gli alveoli, questa polmonite virale interstiziale tende a interferire sulla parte vascolare. Così i vasi sanguigni del polmone perdono potenza e causano l' ipossiemia, cioè la carenza di ossigeno nel sangue».
Come si cura?
«Se viene l' ipossiemia il cervello compensa aumentando la respirazione, per questo i malati arrivano in ospedale apparentemente in forma. In realtà, si ha già una saturazione bassa dell' ossigeno nel sangue. Per aumentare il respiro si fa più pressione, il polmone si infiamma e il plasma filtra nell' interstizio. Un meccanismo che si interrompe solo con un' intubazione di 10-15 giorni».
reparto di terapia intensiva brescia 23REPARTO DI TERAPIA INTENSIVA BRESCIA 
E se non c' è posto in terapia intensiva?
«Bisogna trovarlo perché casco e pronazione, lo dico io che l' ho ideata, sono palliativi. Intubando si permette al paziente di mantenersi dormiente finché le difese immunitarie vincono il virus. Al momento è l' unica cura. Non a caso muoiono di più quelli fuori dalla terapia intensiva che dentro».
Dunque l' intubazione è sempre necessaria?
«Per stabilirlo andrebbe misurata la negatività della pressione con un catetere esofageo, ma ora negli ospedali non c' è tempo e si decide come in guerra: chi ha fame d' aria e fa rientrare le costole per respirare va intubato».
È vero che si sceglie in base all' età?
«Chi dice il contrario mente, ma è naturale con poco tempo e molto afflusso. Si valuta la probabilità che un paziente anziano possa sopravvivere a due settimane di intubazione. Ho sempre insegnato a provare per tutti un trattamento intensivo per 24 ore, ma ora non si riesce».

ospedale REPARTO DI TERAPIA INTENSIVA coronavirusOSPEDALE REPARTO DI TERAPIA INTENSIVA CORONAVIRUS
E le cure farmacologiche?
«Al momento non ce ne sono di efficaci».
In quali casi si muore con o per il coronavirus?
«La domanda da fare è: quante vittime ci sarebbero senza l' epidemia? Gli oltre 8mila morti italiani sono dovuti al coronavirus».
Come mai così tanti?
«Pur avendo fra le prime sanità al mondo, si è intasato il sistema e non si è potuto curarli al meglio per mancanza di posti e di personale. I veri numeri da sapere sono i pazienti ricoverati, i morti in ospedale e quelli in terapia intensiva».
È vero che i giovani se la cavano?
«Un fisico anziano reagisce peggio alla malattia e alle cure. Il mistero è perché da un solo virus ci siano casi con sintomi diversi».
Cosa ne pensa degli ospedali da campo?
reparto di terapia intensiva all'ospedale di wuhanREPARTO DI TERAPIA INTENSIVA ALL'OSPEDALE DI WUHAN
«In guerra si fa il possibile, ma resto scettico perché per la terapia intensiva oltre al respiratore serve un' équipe che si formi in anni di lavoro».
Una sanità con meno tagli avrebbe retto meglio?
«È vero che si è tagliato troppo, ma un' emergenza del genere coglie chiunque impreparato.
L' unico rimpianto è di non aver pensato alle scorte di materiale e a un piano preciso».

Fonte: qui