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venerdì 3 gennaio 2020
martedì 24 dicembre 2019
L’ELEMOSINIERE DEL PAPA KRAJEWSKI NON HA MAI PAGATO LE BOLLETTE DELLO STABILE OCCUPATO IN CUI HA SEDE LO "SPINTIME LABS", DOVE SI SONO RIUNITE DOMENICA LE SARDINE

KRAJEWSKI DIVENNE IMPROVVISAMENTE FAMOSO A MAGGIO DOPO ESSERSI CALATO IN UN POZZO PER RIATTACCARE LA CORRENTE AL PALAZZO OCCUPATO.
POI PROMISE DI PAGARE GLI ARRETRATI, MA…
Francesco Borgonovo per “la Verità”
Il primo comandamento del decalogo delle sardine recita: «I numeri valgono più della propaganda e delle fake news». Giusto: parliamo allora di numeri e di bugie. Il numero è 300.000, cioè l' ammontare in euro delle bollette non pagate da Spintime Labs, il «centro culturale» in cui le sardine si sono riunite domenica per stilare il loro programma sotto vuoto. La bugia, invece, è quella del cardinal Bolletta, al secolo Konrad Krajewski, l' Elemosiniere del Papa.
Il monsignore, lo scorso maggio, ruppe i sigilli dello stabile occupato in via di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, per riattivare le utenze che erano state bloccate. Arrivò addirittura a calarsi in un pozzo per consentire all' edificio di riavere l' elettricità. «Da questo momento, da quando è stato riattaccato il contatore, pago io, non c' è problema», ribadì il monsignore. «Non voglio che diventi una cosa politica, io faccio l' elemosiniere e mi preoccupo dei poveri, di quelle famiglie, dei bambini.
Intanto, hanno luce e acqua calda, finalmente. Adesso tutto dipende dal Comune, aspettiamo che riaprano gli uffici». Piccolo problema: il cardinal Bolletta non ha sganciato un euro. Come ha scritto ieri il Messaggero, «nessuno ha pagato il maxi debito, ma soprattutto non è più possibile registrare i consumi elettrici mensili: il contatore, infatti, è stato blindato con una catena e ai tecnici di Acea viene impedito di visionare gli effettivi consumi».
Sono notizie di cui La Verità ha avuto conferma: per i tecnici di Acea, la multiutility romana dei servizi, è rischioso anche solo avvicinarsi al contatore, cosa che gli occupanti non gradiscono. Quanto al debito, le centinaia di migliaia di euro (che continuano ad aumentare) non andrebbero versate ad Acea, ma a Hera. Stiamo parlando di un' altra multiutility con sede a Bologna, controllata da un patto di sindacato al quale aderiscono 118 Comuni e che conta 198 azionisti pubblici.
Gran parte delle amministrazioni coinvolte, per altro, sono emiliano-romagnole, quindi il bolognese Mattia Santori e i suoi colleghi - legittimando l' occupazione a sbafo - stanno causando un danno ai loro concittadini. Lorenzo Donnoli, la sardina capo di Ferrara, ieri ha difeso con vigore la decisione di riunirsi nello stabile occupato. Lo stesso Santori ha dichiarato: «Conoscevamo la situazione e la storia di questo immobile, ma abbiamo deciso di presentarci qui proprio perché vogliamo stare dalla parte dei più deboli».
Solo che, in questo caso, i «più deboli» sarebbero il compagno Tarzan di Action, il movimento antagonista che gestisce le occupazioni romane, e i suoi allegri compagni di militanza. Fu sempre il Messaggero, tempo fa, a spiegare che l' occupazione del palazzo romano garantiva ad Action «un flusso di denaro superiore a 250.000 euro l' anno, tra parte ludica e affitti versati dai 450 occupanti. Anche qui, tutto in nero.
Le attività della discoteca (capienza oltre 1000 persone: e poco importa che non ci siano uscite di emergenza o impianto antincendio) e del ristorante, ma anche della scuola per birrai, o ancora, dei corsi di milonga, della sala cinematografica, sono ampiamente pubblicizzate sui social». Già, perché all' interno di quel palazzo si svolgono (a pagamento) attività ludiche e di intrattenimento, che grazie all' intervento del cardinal Bolletta hanno potuto continuare senza problemi.
Vale la pena di ricordare anche un altro piccolo particolare. Il monsignore elettricista riattaccò le utenze a maggio. In giugno, su Avvenire, il quotidiano dei vescovi, comparve uno stravagante appello. Su Popotus, l' inserto dedicato ai bambini, fu pubblicato un articolo che celebrava l' impresa del cardinale. Nel pezzo si spiegava che Krajewski aveva «lasciato un biglietto: alla bolletta non pagata ci penso io».
Il passaggio più interessante, però, era quello in cui ai piccoli lettori di Avvenire si chiariva in che modo il cardinale avrebbe trovato il denaro necessario a pagare il debito: «La risposta la conosciamo molto bene noi di Avvenire: perché ogni anno diamo una mano a raccogliere in tutte le parrocchie italiane le offerte della gente per la Carità del Papa, cioè quel salvadanaio del quale solo il Papa tiene la chiave e che gli serve proprio per pagare operazioni come quella di Roma, e un' infinità di altre in tutto il mondo».
Insomma, il quotidiano dei vescovi sosteneva che la bolletta sarebbe stata pagata con i soldi delle elemosine. Non solo, Avvenire invitava i bimbi a contribuire: «Domenica 30 giugno», scrisse Popotus, «sarà la Giornata per la Carità del Papa: se nella tua parrocchia raccolgono le offerte per questo scopo siamo sicuri che darai una mano a Francesco anche tu».
Immaginiamo che qualche bambino di buon cuore abbia rotto il salvadanaio e abbia versato i soldini, o si sia rivolto a mamma e papà per farsi dare qualche spicciolo da donare in parrocchia. Chi chiediamo: dove sono finiti quei soldi? Da Hera fanno sapere che, fino a non molto tempo fa, nessun pagamento era ancora giunto. Acea nemmeno riesce a leggere più il contatore.
Intanto le attività del «centro culturale occupato», comprese quelle di intrattenimento, vanno avanti in serenità. E le sardine si ritrovano a concionare illuminate dalla corrente pagata dagli italiani. Speriamo che a Natale Santori e soci mandino almeno un regalino al cardinal Krajewski. Magari un bel pesce balla.
Fonte: qui
sabato 4 febbraio 2017
PREPARATE IL PORTAFOGLI (TAR-TASSATI FOEREVER) - GENTILONI, L'ENNESIMO ABUSIVO, PREPARA LA MANOVRA-BIS DA 3,4 MILIARDI CHIESTI DALLA UE
SOLO UN QUARTO ARRIVERÀ DA UNA SFORBICIATA ALLE SPESE MINISTERIALI(AHAHAHAHAH ... BEATO A CHI CI CREDE!):
IL RESTO ARRIVERA’ DA BOLLI, SIGARETTE E BENZINARoberto Petrini per “la Repubblica”
Comincia la caccia ai 3,4 miliardi per far fronte alla manovra bis e mettere a punto il pacchetto di provvedimenti che scatteranno in primavera, entro aprile. Occhi puntati soprattutto sull' aumento delle tasse: benzina, sigarette, alcolici, birra, bolli, imposte ipotecarie e catastali.
Nulla resta fuori dallo scrutinio dei tecnici che hanno il compito di recuperare dalle entrate 1,5 miliardi, 1 dalla lotta all' evasione e di fare 8-900 milioni di tagli(beato a chi ci crede!!!). Dopo le precisazioni di Padoan al Senato e il via libera di Valdis Dombrovskis (vice presidente della Commissione Ue) da Malta, i motori sono accesi.
La cifra è nota, come pure il mix di interventi. Si tratterà di un quarto di tagli alla spesa per consumi intermedi dello Stato, in pratica una sforbiciata «selettiva» alla spesa dei ministeri, per un totale di 8-900 milioni. La parte più sostanziosa riguarda tuttavia i rimanenti tre quarti della manovra, pari a circa 2,5 miliardi: 1,5 miliardo verrà dall' aumento di accise e imposte indirette e 1 miliardo dalla lotta all' evasione.
È quest' ultima la partita più difficile perché il governo deve trovare un miliardo e mezzo da tasse che incidono sostanzialmente sui consumi. Padoan ha escluso aumenti dell' Iva e tagli delle detrazioni fiscali (si potrà agire solo su alcuni crediti d' imposta), ma l' elenco delle imposte indirette è ampio e comprende anche bolli, tasse ipotecarie e catastali. Nella lista ci sarebbero anche i giochi ma ieri il sottosegretario all' Economia Pierpaolo Baretta ha escluso un ritocco delle imposte su lotto e similari.
L' altra grossa partita, esplicitamente citata dalla lettera a Bruxelles è quella delle accise: qui si va dalla benzina, al gas, agli oli minerali, alle bevande alcoliche, alla birra. In questo caso l' ipotesi più probabile che sarà attivata la clausola di salvaguardia che era stata scongiurata con la legge di Bilancio 2017: l' aumento delle accise evitato allora e che potrebbe scattare è già cifrato in 220 milioni.
Dalle stesse parti c' è l' aumento delle sigarette, già oggetto di proiezioni nelle agenzie del governo: l' ipotesi, per ricavare 100 milioni, è quella di un aumento della sigarette di fascia bassa (intorno ai 4-5 euro) con un ritocco di 10 centesimi a pacchetto.
Più semplice l' estensione di due strumenti di contrasto all' evasione dell' Iva. Il primo è il reverse charge, prevede che l' Iva venga versata da chi compra e non da chi vende con l' obiettivo di evitare le forniture in nero e la conseguente evasione. Il meccanismo adottato dal 2015, già funziona nel campo dell' edilizia e dell' elettronica, ora lo si vorrebbe estendere ad altri settori come la grande distribuzione: dovrà esserci l' ok di Bruxelles che già bocciò una nostra richiesta (il gettito su base annua era previsto in un miliardo).
Oggi le possibilità sono migliorante perché è in discussione una direttiva che apre la porta su base europea all' inversione dell' onere fiscale. Stesso meccanismo per lo split payment, lo Stato trattiene l' Iva dei propri fornitori tagliando ogni problema alla radice: funziona per le pubbliche amministrazioni dal marzo del 2015 e potrebbe essere esteso a tutte le società pubbliche.
Fonte: qui
Nulla resta fuori dallo scrutinio dei tecnici che hanno il compito di recuperare dalle entrate 1,5 miliardi, 1 dalla lotta all' evasione e di fare 8-900 milioni di tagli(beato a chi ci crede!!!). Dopo le precisazioni di Padoan al Senato e il via libera di Valdis Dombrovskis (vice presidente della Commissione Ue) da Malta, i motori sono accesi.
Fonte: qui
lunedì 30 gennaio 2017
NUOVA STANGATA IN ARRIVO - AUMENTARE L’IVA E TASSARE I PATRIMONI:
LA RICETTA USURAIA DELL’UE PER I CONTI (IN ROSSO) ITALIANI
PER TROVARE I 3,4 MILIARDI RICHIESTI DALL'EUROPA PADOAN OLTRE ALL’AUMENTO DELL’IVA (RESPINTO DA RENZI) PENSA A UN RITORNO DELLA TASSA SULLA PRIMA CASA
Antonio Signorini per il Giornale
Avevano assicurato che questa sarebbe stata la Commissione europea più politica della storia.
Quella impegnata a contrastare sia gli eccessi rigoristi sia gli umori antieuropei e invece, anche nel 2017, con i movimenti populisti che crescono in tutta l'Unione e varie le elezioni alle porte, la ricetta proposta da Bruxelles è sempre la stessa. Per l'Italia si può sintetizzare così: tassare i consumi e la rendita per fare tornare i conti.
È da leggere in questo senso l'ultima disputa sull'aumento dell'Iva nata all'interno del governo e della maggioranza. Con il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan che ha presentato nel menù di misure per la manovra da 3,4 miliardi anche un aumento dell'Iva, subito respinto dal segretario del Pd Matteo Renzi.
Non si tratta di un'idea di Padoan. È parte del menù di proposte avanzate dalla Ragioneria generale dello Stato quando gli è stato chiesto di trovare le risorse per cancellare l 0,2% di extra deficit fatto dal precedente esecutivo. Per un motivo molto semplice: è in linea con le richieste dell'Europa. Proposta ieri bollata come irricevibile anche dal ministro dell'Agricoltura Maurizio Martina.
Impraticabile anche perché a legislazione invariata un aumento dell'Iva è già in programma per il 2018. Anticiparlo di qualche mese farebbe incassare poco quest'anno e avrebbe effetti negativi sui conti del prossimo (si veda il Giornale del 17 gennaio). Eppure era la carta che Padoan aveva deciso di giocare.
Il motivo è che è una soluzione particolarmente gradita alla Commissione europee e al Consiglio. L'Ue dà delle indicazioni precise nelle «Raccomandazioni specifiche per paese». Difficile sfuggire, soprattutto per un paese costantemente in mora a causa dell'elevato debito pubblico come l'Italia.
Nelle ultime è scritto chiaramente che dobbiamo «trasferire il carico fiscale dai fattori di produzione al consumo e al patrimonio(peccato che abbiamo un livello di carico fiscale esagerato ed un livello dei servizi statali da terzo mondo!, LADRI ED USURAI.)». In altre parole aumentare l'Iva e tassare i patrimoni. L'Ue non vede di buon occhio la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia decisa di anno in anno dall'Italia. Meglio fare scattare l'aumento dell'Iva e delle accise, anche perché il costo delle merci in un periodo di bassa inflazione è l'ultimo dei problemi.
Ma non c'è solo l'Iva nelle ricette che l'Europa(USURAI) vede di buon occhio. Nelle raccomandazioni del 2016 il Consiglio europeo (ma la Commissione è sulla stessa linea) critica la decisione di Renzi di abolire quella che nelle raccomandazioni, con uno slancio di onestà, viene definita «l'imposta patrimoniale sulla prima casa». Cioè Imu e Tasi, eliminate sull'abitazione principale.
Non è un caso che nel menù uscito dal ministero dell'Economia giorni fa ci fosse anche il ritorno della tasse sulla prima casa o una rimodulazione di quelle diverse dalla prima, magari seguendo qualche criterio di progressività. Una linea che l'Ue continua a perseguire con caparbietà, ma che potrebbe accelerarne la crisi di tutte le istituzioni europee.
Fonte: qui
Antonio Signorini per il Giornale
Avevano assicurato che questa sarebbe stata la Commissione europea più politica della storia.
Quella impegnata a contrastare sia gli eccessi rigoristi sia gli umori antieuropei e invece, anche nel 2017, con i movimenti populisti che crescono in tutta l'Unione e varie le elezioni alle porte, la ricetta proposta da Bruxelles è sempre la stessa. Per l'Italia si può sintetizzare così: tassare i consumi e la rendita per fare tornare i conti.
È da leggere in questo senso l'ultima disputa sull'aumento dell'Iva nata all'interno del governo e della maggioranza. Con il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan che ha presentato nel menù di misure per la manovra da 3,4 miliardi anche un aumento dell'Iva, subito respinto dal segretario del Pd Matteo Renzi.
Non si tratta di un'idea di Padoan. È parte del menù di proposte avanzate dalla Ragioneria generale dello Stato quando gli è stato chiesto di trovare le risorse per cancellare l 0,2% di extra deficit fatto dal precedente esecutivo. Per un motivo molto semplice: è in linea con le richieste dell'Europa. Proposta ieri bollata come irricevibile anche dal ministro dell'Agricoltura Maurizio Martina.
Impraticabile anche perché a legislazione invariata un aumento dell'Iva è già in programma per il 2018. Anticiparlo di qualche mese farebbe incassare poco quest'anno e avrebbe effetti negativi sui conti del prossimo (si veda il Giornale del 17 gennaio). Eppure era la carta che Padoan aveva deciso di giocare.
Il motivo è che è una soluzione particolarmente gradita alla Commissione europee e al Consiglio. L'Ue dà delle indicazioni precise nelle «Raccomandazioni specifiche per paese». Difficile sfuggire, soprattutto per un paese costantemente in mora a causa dell'elevato debito pubblico come l'Italia.
Nelle ultime è scritto chiaramente che dobbiamo «trasferire il carico fiscale dai fattori di produzione al consumo e al patrimonio(peccato che abbiamo un livello di carico fiscale esagerato ed un livello dei servizi statali da terzo mondo!, LADRI ED USURAI.)». In altre parole aumentare l'Iva e tassare i patrimoni. L'Ue non vede di buon occhio la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia decisa di anno in anno dall'Italia. Meglio fare scattare l'aumento dell'Iva e delle accise, anche perché il costo delle merci in un periodo di bassa inflazione è l'ultimo dei problemi.
Ma non c'è solo l'Iva nelle ricette che l'Europa(USURAI) vede di buon occhio. Nelle raccomandazioni del 2016 il Consiglio europeo (ma la Commissione è sulla stessa linea) critica la decisione di Renzi di abolire quella che nelle raccomandazioni, con uno slancio di onestà, viene definita «l'imposta patrimoniale sulla prima casa». Cioè Imu e Tasi, eliminate sull'abitazione principale.
Non è un caso che nel menù uscito dal ministero dell'Economia giorni fa ci fosse anche il ritorno della tasse sulla prima casa o una rimodulazione di quelle diverse dalla prima, magari seguendo qualche criterio di progressività. Una linea che l'Ue continua a perseguire con caparbietà, ma che potrebbe accelerarne la crisi di tutte le istituzioni europee.
Fonte: qui
Fonte: qui
martedì 3 gennaio 2017
PARLAMENTO FERMO, TUTTO CONGELATO FINO AL 24 GENNAIO, CON IL VERDETTO DELLA CONSULTA SULL' ITALICUM
LA SPADA DI DAMOCLE DEL REFERENDUM SUL JOBS ACT CON LA CORTE COSTITUZIONALE CON UN GIUDICE IN MENO
LA PARTITA INTERNA AL PD PER SOSTITUIRE LE NEO MINISTRE FEDELI E FINOCCHIARO
Paolo Bracalini per Il Giornale
Il Senato non riapre prima del 10 gennaio e con un' agenda di tutto riposo (Seguito dell' indagine conoscitiva sulla nuova disciplina sui contratti pubblici), il calendario della Camera riparte un po' prima, il 4, ma con un appuntamento di semplice formalità post-natalizia: Comunicazioni del presidente (cioè la Boldrini). Insomma il rientro dalle ferie non sarà traumatico per la politica, che si prepara ad un mese di stand-by in attesa di martedì 24, la fatidica data in cui la Consulta darà il verdetto sull' Italicum.
Dal parere dei giudici costituzionali (bocciatura senza appello, oppure solo parziale, o un meno probabile via libera alla nuova legge elettorale valida solo per la Camera) dipendono le prossime mosse dei partiti e anche il destino della legislatura, con Renzi che preme per votare a giugno, senza apparente ostacolo nel governo (il voto non è una minaccia dice il premier Gentiloni). Tutto rimandato, quindi, al 24 gennaio.
Prima di allora si preannunciano molte chiacchiere sulla riforma elettorale, tra chi punta al Mattarellum e chi al proporzionale. Pura melina però, perché la partita si giocherà soltanto dopo la sentenza della Corte costituzionale.
Un asse inedito Pd-M5s-Fi(accordo sul basta che magna, tanto sono abusivi/delinquenti dal Gennaio 2014.) ha infatti congelato in commissione Affari costituzionali alla Camera il dibattito sulla legge elettorale, in attesa appunto della Consulta. Che tiene appeso il Parlamento anche su due altri fronti.
Primo, un altro verdetto, atteso per l' 11 gennaio, sull' ammissibilità dei tre referendum abrogativi sul Jobs Act proposti dalla Cgil e sottoscritti da 3 milioni di italiani. Scenario che avrebbe ripercussioni sul voto anticipato, perché il segretario Pd vuole scongiurare il rischio di una seconda débâcle referendaria. I rumors di Palazzo però scommettono sul via libera ai due referendum minori (abolizione dei voucher e la tutela dei lavoratori negli appalti), ma invece un orientamento negativo della Consulta sulla richiesta di votare sulla reintroduzione dell' articolo 18, il cuore politico della riforma del lavoro del governo Renzi.
E c' è sempre la Consulta al centro di un altro appuntamento di gennaio. Il Parlamento è convocato, ancora l' 11 gennaio, per eleggere un nuovo giudice della Corte costituzionale in sostituzione del giurista Giuseppe Frigo, che a novembre si è dimesso per motivi di salute. Per i primi scrutini è richiesta la maggioranza dei due terzi, un quorum particolarmente elevato. Difficile si trovi un nome condiviso in fretta. Significa che il collegio della Corte che deciderà sull' Italicum sarà composto da 14 giudici, invece che da 15. Aritmetica non indifferente visto che nei pareri della Consulta basta la metà più uno dei voti, e quello del presidente in caso di spaccatura vale doppio.
Per il resto, giacciono nelle commissioni parlamentari i provvedimenti su cannabis, testamento biologico, concorrenza, processo penale, anche quelli in attesa di scongelamento quando il verdetto della Consulta renderà più chiaro l' orizzonte. Oltre al bla bla sul destino dell' Italicum, ci sono da sistemare delle poltrone.
Con la nomina a ministro di Valeria Fedeli, ex vicepresidente del Senato, si libera la poltrona del numero due di Palazzo Madama. E oltre a quella è vacante la carica di presidente della commissione Affari costituzionali del Senato (era della Finocchiaro, promossa ministro). La poltrona è ambita in vista della riforma della legge elettorale (che è incardinata in quella commissione). La rivendicano i verdinani ma anche la minoranza Pd.
Fonte: qui
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