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martedì 10 marzo 2020

COSA CI INSEGNA LA GUARIGIONE DEL “PAZIENTE UNO” DI CODOGNO?

IL FATTO CHE MATTIA RESPIRI DA SOLO È UNA SPERANZA: ANCHE IN CONDIZIONI GRAVISSIME SI PUÒ GUARIRE, MA NON ECCEDIAMO IN ENTUSIASMO. LA RIABILITAZIONE È LENTA, CONSIDERANDO CHE È GIOVANE E NON HA ALTRE PATOLOGIE E CHE È USCITO DALLA RIANIMAZIONE DOPO 18 GIORNI 

LA SUA STORIA MOSTRA COME EVOLVE IL VIRUS: IL PEGGIORAMENTO È RAPIDO, POI C’È UNA LUNGA FASE DI...

Simona Ravizza per www.corriere.it

il contagiato di codogno - coronavirusIL CONTAGIATO DI CODOGNO - CORONAVIRUS
Un simbolo. Ecco cosa ci insegna sulla guarigione dal Coronavirus il «Paziente Uno», 38 anni, finito in Terapia intensiva in condizioni gravissime il 20 febbraio e da lunedì 9 marzo, dopo 18 giorni, fuori dalla Rianimazione e senza più nessun tubo per respirare. Lo spiegano al Corriere il rianimatore Francesco Mojoli e l’infettivologo Raffaele Bruno, i due primari del San Matteo di Pavia che lo stanno curando:

coronavirus 1CORONAVIRUS
- Il Coronavirus può colpire in maniera molto grave anche i più giovani. Lo dimostrano le statistiche della Lombardia, la regione con più casi di contagio: sui 440 pazienti più gravi ricoverati in Terapia intensiva al 9 marzo, l’8% ha tra i 25 e i 49 anni, il 33% tra i 50 e i 64, il 37% tra i 65 e i 74, il 22% oltre i 75 anni.
roma deserta per il coronavirus 5ROMA DESERTA PER IL CORONAVIRUS 

- Chi è giovane ha più armi per combattere il virus: il trattamento in Rianimazione prevede delle terapie d’urto (con cocktail di farmaci antivirali, antibiotici e, in via sperimentale, anche quelli utilizzati per curare l’Hiv) più facili da sopportare per chi non ha un fisico già debilitato.
codogno – panico coronavirus 1CODOGNO – PANICO CORONAVIRUS 

- Perché il trattamento vada a buon fine, deve funzionare un combinato di tre fattori: le terapie vitali (idratazione, alimentazione artificiale, ecc,); le cure con il cocktail sperimentale di farmaci; l’assenza di complicazioni successive (da evitare con profilassi anti-trombosi, accertamenti per accorgersi del sopraggiungere di sovra-infezioni batteriche ai polmoni, ecc.).

codogno – panico coronavirus 3CODOGNO – PANICO CORONAVIRUSemergenza coronavirus cittadini in viaggioEMERGENZA CORONAVIRUS CITTADINI IN VIAGGIO
- Un contributo notevole alle probabilità di guarire lo dà l’assenza di altre patologie: vuol dire che, oltre ai polmoni, gli altri organi funzionano bene. - In un fisico giovane è più difficile che durante le cure sopraggiungano problemi ad altri organi come al cuore, al fegato e ai reni.

codogno – panico coronavirus 2CODOGNO – PANICO CORONAVIRUS 
- Le condizioni critiche ma stabili sono un buon segnale: il «Paziente Uno» è dovuto rimanere in Terapia quasi tre settimane. Ciò per i medici è un segnale di come evolve il virus: il peggioramento è rapido, c’è una lunga fase di stabilizzazione, poi l’inizio del miglioramento. Mattia adesso è nel reparto di cure sub-intensive del San Matteo ed è nella fase che i medici chiamano di svezzamento, in cui cioè si sospendono via via le terapie d’urto. Il suo respiro è autonomo ed è semi-cosciente. Da Mojoli e Bruno una precisazione: «Il “Paziente Uno” è il simbolo del fatto che dal Coronavirus si può guarire anche se in condizioni gravissime – dicono –. Ma per noi tutti i pazienti sono come il “Paziente Uno”». Fonte: qui

venerdì 6 marzo 2020

''LA LOMBARDIA È LA NOSTRA WUHAN E IL TEMPO È QUASI SCADUTO''


INTERVISTA NINO CARTABELLOTTA, MEDICO CHE SI OCCUPA DI TRACCIARE I DATI DEL CORONAVIRUS, CHE PERÒ LAMENTA L'OMERTÀ DEL GOVERNO: ''I POSTI IN TERAPIA INTENSIVA SI RIEMPIONO SEMPRE PIÙ.NON CONOSCIAMO NIENTE DEI PAZIENTI CHE STANNO DIETRO AI NUMERI SNOCCIOLATI OGNI SERA DAL CAPO DELLA PROTEZIONE CIVILE. NON È NEMMENO STATA STANDARDIZZATA UNA SCHEDA DI RACCOLTA DATI. SAPPIAMO UNA COSA: BISOGNA RISPETTARE QUARANTENA E ISOLAMENTO''

Selvaggia Lucarelli per www.tpi.it
L’Italia è in quarantena a causa del Coronavirus: da oggi, infatti, le scuole sono chiuse su tutto il territorio nazionale, cinema e teatri hanno abbassato le saracinesche, mentre nei prossimi giorni tutti gli eventi sportivi si disputeranno senza spettatori. Sono solo alcune delle misure prese dal Governo, insieme alle raccomandazioni igienico sanitarie, per contrastare l’epidemia di COVID-19 nel nostro Paese. Basteranno per contenere la diffusione del virus in Italia? TPI lo ha chiesto al professor Nino Cartabellotta, tra i più autorevoli metodologi italiani.
nino cartabellottaNINO CARTABELLOTTA
Medico chirurgo, Cartabellotta è presidente della Fondazione Gimbe, Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze, nata con l’obiettivo di diffondere in Italia la cultura e gli strumenti dell’EBM attraverso iniziative di formazione, editoria e ricerca. Cartabellotta ha spiegato, attraverso i dati elaborati dalla Fondazione Gimbe, quali sono le criticità attuali e cosa bisogna fare per vincere la sfida contro il Coronavirus.
I valori della Lombardia hanno un incremento più rapido di quello delle altre Regioni. Perché?
Per varie ragioni: innanzitutto la bassa lodigiana è il focolaio principale, in sostanza la nostra Wuhan; in secondo luogo perché l’epidemia si è sviluppata in ambito ospedaliero con rapida identificazione dei soggetti infetti; infine perché sono stati eseguiti numerosi tamponi (12.138).
Quello che fa più impressione è che i valori assoluti per l’Italia sono gli stessi dalla Cina (considerando come giorno 1 italiano il 20 febbraio e giorno 1 cinese il 15 gennaio), ma abbiamo meno di 1/20 degli abitanti della Cina. E cosa comporta?
I numeri della Cina sino a fine gennaio sono da prendere con cautela, nel senso che è verosimile fossero molto più elevati. In ogni caso l’impennata del numero di casi in Italia è molto più ripida (figura 1) di quella cinese e molto simile a quella della Corea, dove i 31 casi del 18 febbraio sono diventati 5.328 il 4 marzo. Le conseguenze della rapida impennata purtroppo le stiamo già toccando con mano: nell’impossibilità di contenere l’incremento percentuale dei casi l’assistenza sanitaria rischia di andare in tilt.
Stando ai dati di ieri ci sono 295 persone in terapia intensiva. Quanti sono i posti letto in terapia intensiva in tutta Italia? Con questa tendenza, quanti giorni abbiamo prima che siano tutti esauriti?
codogno – panico coronavirus 1CODOGNO – PANICO CORONAVIRUS 
Secondo i dati del ministero della Salute aggiornati al 2018 in Italia i posti letto di terapia intensiva sono 5.293 tra pubblici e privati accreditati. La situazione è particolarmente critica in Lombardia: ha una dotazione di 859 posti letto di terapia intensiva, ma ben 209 sono occupati da pazienti affetti da Coronavirus (figura 2). Il ministero della Salute ha già emanato una circolare per aumentare del 50% il numero dei posti letto in terapia intensiva, ma non potrà essere una misura immediata.
Quindi quanto tempo abbiamo?  
In Lombardia se si mantiene il trend attuale (+20-25% al giorno), in assenza di adeguate contromisure (rimandare interventi chirurgici non programmati, attivare posti di semi-intensiva, coinvolgere il privato accreditato), il tempo è quasi scaduto, anche perché le terapie intensive devono accogliere anche altri pazienti gravi.
Qual è l’identikit del paziente ricoverato in terapia intensiva? È la stessa della Cina, della Corea, o c’è differenza?
Non lo conosciamo. Non conosciamo nulla dei pazienti che stanno dietro ai numeri snocciolati ogni sera dal capo della Protezione Civile Borrelli. Non è nemmeno stata standardizzata una scheda di raccolta dati per i pazienti positivi al Coronavirus. Di cui oggi non sappiamo assolutamente NULLA.
Perché in Corea il tasso di mortalità è molto più basso che quello italiano?
Il dato è impressionante: in Corea 32 decessi su 5.328 casi, in Italia 107/3.089. Ovvero per tasso di letalità Italia batte Corea 3,4% a 0,6%. Un dato che sicuramente gioca a nostro sfavore è la popolazione più anziana, ma non credo spieghi una differenza sul tasso di letalità di 5-6 volte superiore. Purtroppo, in assenza di dati sulle caratteristiche cliniche, epidemiologiche e assistenziali dei pazienti è molto azzardato fornire spiegazioni certe.
È ancora possibile contenere la diffusione all’interno dei focolai? Se sì, cosa bisogna fare? Oppure tutta l’Italia è già esposta al contagio?
nino cartabellottaNINO CARTABELLOTTA
La Cina ha insegnato a tutto il mondo come si trasmette e come si debella il virus. Europa, America e altri sono stati a guardare pensando di essere immuni senza preparare strutture sanitarie e popolazione allo tsunami. Il virus è già ampiamente diffuso in tutta Italia: escludendo Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, ieri il numero totale dei casi nelle altre regioni era 365, quasi il 12% (figura 3). Emblematico il caso delle Marche: il 26 febbraio ha registrato il primo caso, il 4 marzo ne ha riportati 84, di cui 34 ricoverati con sintomi e 15 in terapia intensiva.
Il contagio può essere rallentato solo con misure di distanziamento sociale: dall’isolamento dei malati alla tracciatura dei contatti, dalla quarantena delle persone esposte al virus alla chiusura delle scuole, dalle misure relative ai luoghi di lavoro (es. smart working) all’evitare gli assembramenti di persone. Misure estese (in ritardo) a tutta Italia dal DPCM pubblicato il 4 marzo.
Le precedenti esperienze di pandemie influenzali, in particolare quella del 2009-2010, hanno dimostrato che è impossibile contenerle nel focolaio iniziale, né prevenire a medio termine la diffusione internazionale dell’infezione. In assenza di vaccini e di farmaci antivirali efficaci, le uniche misure per rallentare la diffusione del Coronavirus sono quelle di distanziamento sociale che permettono di ottenere 3 risultati. Anzitutto ritardare il picco epidemico guadagnando tempo per preparare adeguatamente il sistema sanitario; in secondo luogo ridurre l’entità del picco epidemico per evitare il collasso del sistema sanitario; infine distribuire le infezioni su un arco temporale più lungo, per consentire una migliore gestione dei casi. In altri termini per evitare che una mareggiata (area azzurra) si trasformi in tsunami (area arancione). (figura 4)
EPIDEMIE E DIFFUSIONEEPIDEMIE E DIFFUSIONE
Ovviamente se le regole dettate dal Governo a livello nazionale sono condicio sine qua non per contenere il COVID-19, serve la massima attenzione delle amministrazioni locali e, soprattutto, il senso di responsabilità dei cittadini: dobbiamo accettare che servono rinunce individuali, tempo e pazienza.

È possibile che in regioni con un sistema sanitario meno efficiente i numeri possano aumentare con una frequenza più rapida?
La regola generale è “chi cerca trova”: ovvero il numero dei casi è condizionata anche dal numero di tamponi effettuati. Nel meridione quello che più preoccupa non è l’aumento dei casi lievi, ma quello dei casi gravi che richiedono ospedalizzazione o addirittura terapia intensiva. Per essere molto franchi, nessuna Regione del sud è in condizioni di affrontare un’emergenza come quella che sta cercando, con grande difficoltà, di fronteggiare la Lombardia.

Si può immaginare un modello simile a quello della Cina, con i contagi in diminuzione dopo 45 giorni dall’inizio “ufficiale” dell’epidemia? Cosa ci dicono i numeri? Oppure le misure attuate in Italia sono diverse e quindi diverso il decorso?
È presto per fare ipotesi e vedere i risultati delle misure attuate. Ma ribadisco, la Cina ci ha insegnato come combattere con successo il COVID-19. Noi la lezione l’abbiamo imparata solo a metà.
codogno – panico coronavirus 2CODOGNO – PANICO CORONAVIRUS

Fonte: qui

IL RACCONTO (VIA SMS) DI ALESSANDRA, 56 ANNI DI CODOGNO: ''NON È UNA BANALE INFLUENZA. SEMBRAVA DI STARE IN UN GIRONE DELL’INFERNO. LA CURA TI AMMAZZA. PIEGA IL TUO CORPO, IL MAL DI STOMACO CON NAUSEA E VOMITO È LANCINANTE, LA FEBBRE TI FA BRUCIARE''

''LA MIA VITA IN TERAPIA INTENSIVA''  
TUTTO VERO, MA OCCHIO: HA AVUTO LA FEBBRE ALTA PER NOVE (9) GIORNI PRIMA DI ESSERE RICOVERATA. SE UNO SI FA CURARE IN TEMPO, COME IN TUTTE LE POLMONITI, PUÒ AVERE UN DECORSO MENO ''HARD''
Cesare Giuzzi per www.corriere.it

«Sono ricoverata da dieci giorni. Le mie condizioni sono peggiorate: sono svenuta in due occasioni, sono a letto sotto ossigeno e assumo la terapia mattina e sera, oltre a quella endovenosa fissa. La febbre da due giorni non c’è più, ma i polmoni hanno bisogno di aiuto...». Ospedale di Cremona, reparto Malattie infettive. Alessandra ha 56 anni, lavora come operatrice socio sanitaria nella Rsa di Maleo. Viene da Codogno, ha due figli e una nipotina. Alessandra è attaccata notte e giorno all’ossigeno, non può parlare. Racconta la sua esperienza scrivendo dal cellulare: «L’unico collegamento che mi è rimasto con il mondo».

Quando ha scoperto di essere positiva al coronavirus?
RESPIRATORE PER LA TERAPIA INTENSIVARESPIRATORE PER LA TERAPIA INTENSIVA
«Mi è venuta la febbre dopo una notte al lavoro: mal di ossa, tosse leggera, curata come influenza, tachipirina e mucolitico».
Ma non è guarita...
«Ogni giorno peggioravo. Ho chiamato il 112, ma non avevo avuto contatti con persone infette. Dopo 9 giorni di febbre alta i miei figli hanno richiamato un po’ arrabbiati. È arrivata l’ambulanza, erano tutti con la tuta...».

Quel giorno Codogno era già zona rossa.
«Ho avuto un primo ricovero a Cremona in un poliambulatorio adibito ad ospedale da campo con brandine della Protezione civile. Ho fatto li i primi esami. Quando ho avuto il risultato mi hanno spedita negli infettivi».
Cosa ha pensato quando le hanno detto la diagnosi?
«Sembrava di stare in un girone dell’inferno. Te lo dicono ma non capisci cosa ti aspetta ed è meglio così. La cura ti ammazza. Piega il tuo corpo, il mal di stomaco con nausea e vomito è lancinante, la febbre ti fa bruciare».

E adesso come sta?
«Lunedì è stata la mia giornata peggiore. Impotente davanti al ricovero di mio marito, in terapia subintensiva a Lodi. Non vedevo via d’uscita. Mi sentivo soffocare. Avrei voluto urlare, perché a Lodi è già ricoverato anche mio papà...»
Per coronavirus?
«Polmonite, non ha ancora l’esito del tampone».
terapia intensiva 2TERAPIA INTENSIVA 

Si è chiesta come ha contratto il Covid-19?
«La bidella della scuola di mia nipote è risultata positiva. Le parlavo mattina e pomeriggio. Anche l’impiegata della Rsa dove lavoro è stata contagiata e ricoverata sempre qui a Cremona. Ma l’ho saputo dopo. Oppure l’ho preso altrove senza saperlo...».
In ospedale avete informazioni di quel che succede intorno?
«Non è ammessa alcuna visita. La stanza ha due letti, ma la tv è girata verso l’altro letto, solo lì c’è l’auricolare. Il tempo non passa mai».

E i medici?
«Entrano al mattino per la visita e sono gentili e disponibili. Il personale anche, ma ha disposizione di entrare il meno possibile. A volte bussano dal vetro...».
Chi c’è in stanza con lei?
terapia intensiva 1TERAPIA INTENSIVA 
«Una signora molto più giovane, è ricoverata da 12 giorni. Si è aggravata, non riusciamo a parlare. Anche il mangiare... tu vorresti finirlo, invece dopo due cucchiai hai già nausea».

A cosa si pensa per superare questo momento?
«Ai miei due figli, a mio marito. Ha 58 anni, con i suoi splendidi occhi azzurri ha rallegrato le nostre vite da quando ci siamo sposati. A maggio saranno 33 anni... A mia nipotina di 8 anni che mi ha mandato via telefono un disegno. Ha riprodotto la stanza e le terapie, tutto con l’immaginazione. Ora capisce?».
Cosa?
«Spero di essere stata chiara: questa non è una banale influenza».

Fonte: qui

giovedì 27 febbraio 2020

COS'È SUCCESSO A CODOGNO?

MATTIA, IL 38ENNE "PAZIENTE 1" (ORA RICOVERATO A PAVIA IN CONDIZIONI STABILI), SI ERA PRESENTATO AL PRONTO SOCCORSO IL 18 FEBBRAIO MA SENZA RIVELARE DI AVERE AVUTO CONTATTI SOSPETTI E VOLLE TORNARE A CASA "NONOSTANTE LA PROPOSTA PRUDENZIALE DI RICOVERO", PER POI RIPRESENTARSI IL GIORNO DOPO CON UN PEGGIORAMENTO DEI SINTOMI 

SOLO LA MATTINA DEL 20 FEBBRAIO, PARLANDO CON LA MOGLIE, MATTIA HA INFORMATO I MEDICI DI UNA CENA CON UN AMICO RIENTRATO DALLA CINA SVOLTASI A FINE GENNAIO, MA POI L'AMICO E' RISULTATO NEGATIVO AL TEST. 

CHI HA FREQUENTATO MATTIA...?


Mentre l’Italia si trova ad affrontare la situazione di emergenza dettata dalla diffusione del Coronavirus, si chiariscono sempre più le circostanze che avrebbero portato alla diffusione di uno dei focolai più importanti, quello del Lodigiano. Secondo quanto dichiarato da Massimo Lombardo, direttore dell’Azienda sanitaria di Lodi, il paziente «caso 1» — il 38enne ancora ricoverato, in condizioni stabili, all’ospedale di Pavia — quando si è presentato per la prima volta al pronto soccorso di Codogno, «si è presentato al pronto soccorso dell’Ospedale di Codogno una prima volta il giorno 18 febbraio senza presentare alcun criterio che avrebbe potuto indentificarlo come “caso sospetto” o “caso probabile” di infezione da Coronavirus secondo le indicazioni della circolare ministeriale del 27 gennaio 2020». «Durante l’accesso», scrive ancora Lombardo, «è stato sottoposto agli accertamenti necessari e a terapia; tuttavia decideva di tornare a casa nonostante la proposta prudenziale di ricovero».
PRONTO SOCCORSO OSPEDALE CODOGNOPRONTO SOCCORSO OSPEDALE CODOGNO

ospedale di codognoOSPEDALE DI CODOGNO
«Nella notte tra i giorni 18 e 19 febbraio», il «paziente 1» si è poi ripresentato «al pronto soccorso dello stesso ospedale per un peggioramento dei sintomi: viene quindi ricoverato nel reparto di medicina dove il peggioramento delle condizioni cliniche ha determinato l’intervento del rianimatore la mattina del 20 febbraio e il contestuale ricovero in rianimazione».

Ed è solo a questo punto — dopo che il giovane è stato visitato, in reparto di Medicina, da parenti, amici e molti medici — che «parlando con la moglie, il rianimatore viene informato di una cena, svoltasi a fine gennaio, alla quale avrebbe partecipato il “Caso 1” e dove era presente un amico rientrato dalla Cina». «Ma anche quest’ultimo fatto, secondo i protocolli del ministero» — chiarisce Lombardo — «non classificava il “Caso 1” come “caso sospetto” o “caso probabile”».
psicosi coronavirus strade deserte a codognoPSICOSI CORONAVIRUS STRADE DESERTE A CODOGNO

CONTROLLI DI POLIZIA A CODOGNOCONTROLLI DI POLIZIA A CODOGNO
Secondo quanto ricostruito dal Corriere qui, tra il momento in cui il «paziente 1» entra per la seconda volta in Pronto soccorso (le 3.12 del 19 febbraio) e il momento in cui gli viene effettuato il tampone (intorno alle 16 del 20 febbraio) sono trascorse 36 ore. In realtà, le linee guida del ministero della Salute del 22 gennaio su chi va sottoposto al tampone, dicono che è da trattare come caso sospetto anche «una persona che manifesta un decorso clinico insolito o inaspettato, soprattutto un deterioramento improvviso nonostante un trattamento adeguato». E una polmonite per un 38enne sano e sportivo, in realtà, lo può essere. Ma la nuova versione delle linee guida ministeriali del 27 gennaio aveva cancellato quella frase e prevedeva controlli solo per chi avesse avuto legami con la Cina.
OSPEDALE CODOGNO LODIOSPEDALE CODOGNO LODI

INFERMIERI ALL OSPEDALE DI CODOGNO CON MASCHERINE MA SENZA GUANTIINFERMIERI ALL OSPEDALE DI CODOGNO CON MASCHERINE MA SENZA GUANTI
Le cartelle cliniche del paziente 1 — secondo quanto riportato dall’agenzia Ansa — sono state oggi sequestrate dai carabinieri del Nas di Piacenza. La Procura di Lodi ha aperto un fascicolo, al momento a carico di ignoti.

Fonte: qui

“POTREI INFETTARE TUTTE LE PERSONE CHE INCROCIO” 
LA TESTIMONIANZA DI UN MANAGER DI BRESCIA CHE LAVORA VICINO A WUHAN A “LA ZANZARA”: “SONO TORNATO IN ITALIA TRANQUILLAMENTE FACENDO SCALO A MOSCA. IERI, NON UN MESE FA. A MALPENSA NESSUN CONTROLLO, ZERO” 
“A MALPENSA NESSUNO MI HA CHIESTO NIENTE. HO CHIESTO SE È POSSIBILE FARE UN TAMPONE E HANNO DETTO DI NO. NON GLIENE FREGA UN CAZZO…”

termoscanner aeroporto 4TERMOSCANNER AEROPORTO 
Sono Andrea e chiamo da Brescia, ho preso un volo dalla Cina a Mosca e poi Milano Malpensa. Nessun controllo, zero. Sul volo dalla Cina alla Russia c’era una donna che si è sentita male, aveva la febbre, sono arrivate persone con le mascherine, ci hanno fatto scendere. Poi arrivato in Italia nessun controllo, potrei spargere il virus ovunque”. Così un ascoltatore a La Zanzara su Radio 24. Dov’eri in Cina?: “Non lontanissimo dalla zona di Wuhan”.

reparto di terapia intensiva all'ospedale di wuhan 1REPARTO DI TERAPIA INTENSIVA ALL'OSPEDALE DI WUHAN coppia con mascherina in metro a milanoCOPPIA CON MASCHERINA IN METRO A MILANO
Che è successo a Mosca?: “Ci hanno controllato la temperatura, una ragazza aveva la febbre, l’hanno isolata e noi siamo scesi”. Poi?: “Ho preso un volo da Mosca a Milano. A Malpensa ho preso la mia valigia e sono uscito. Nessuno mi ha detto nulla, nessuno mi ha chiesto da dove venivo. Nulla, zero. Una cosa che mi ha stupito moltissimo”. “Dopo aver fatto i miei bisogni in un autogrill – racconta – ho chiamato tutti i numeri, ma dopo ore di attesa ho lasciato perdere. Poi questa mattina ho richiamato e mi hanno chiesto se avevo la febbre: ho detto di no, e mi hanno detto di richiamare solo se ho la febbre. Ho chiesto se è possibile fare un tampone, e hanno detto di no. Non gliene frega un cazzo”. “In teoria ci vogliono alcuni giorni di incubazione – dice Andrea – e dunque potrei infettare tutte le persone che incrocio. E’ normale tutto questo?” 

Fonte: qui

sabato 22 febbraio 2020

C’E’ LA SECONDA VITTIMA IN ITALIA DEL CORONAVIRUS: È UNA DONNA RESIDENTE IN LOMBARDIA CHE POTREBBE ESSERE COLLEGATA AI CASI DI CODOGNO. NEL VENETO TERZO CONTAGIO


IL SINDACO DI CREMONA, DOVE SI REGISTRA IL 16° CASO IN LOMBARDIA: "RESTATE IN CASA" 

IL GOVERNATORE ZAIA: LA PROTEZIONE CIVILE DEL VENETO HA MONTATO A SCOPO PRECAUZIONALE 12 TENDE PER MASSIMO 96 POSTI ALL'ESTERNO DELL'OSPEDALE DI SCHIAVONIA (PADOVA)


coronavirusCORONAVIRUS
Il coronavirus fa un'altra vittima in Italia, dopo l'uomo morto ieri sera in Veneto. Secondo fonti sanitarie citate dall'Ansa  si tratta di una donna residente in Lombardia che potrebbe essere collegata ai casi di Codogno.

Intanto ci sono due nuovi casi nel Nord Italia, uno a Dolo, nel Veneto, e uno a Cremona in Lombardia. In Veneto, dopo i due uomini, tra i quali uno deceduto in nottata di ieri c'è una persona risultata positiva al test a Dolo, nel veneziano, ed è ricoverata in terapia intensiva. Gli accertamenti sono stati fatti dal centro di riferimento regionale di Padova. Come da prassi il campione è stato inviato allo Spallanzani di Roma per la conferma.


coronavirus 7CORONAVIRUS 
In Lombardia, il sindaco di Sesto Cremonese ha comunicato che c'è un contagiato nel comune, che porta a 16 i casi nella Regione, dove dieci comuni del lodigiano sono isolati e sono in quarantena 250 persone che hanno avuto contatti con i contagiati. Scuole chiuse a Cremona e sospese le manifestazioni pubbliche, il sindaco ha invitato i residenti a restare in casa.

Fonti della Regione Veneto informano intanto che è in condizioni stazionarie l'uomo di 67 anni di Vò Euganeo che fino a ieri era il secondo caso di contagio da coronavirus in Veneto. L'amico con cui, per cause ancora ignote, aveva condiviso il contagio, Adriano Trevisan, 78 anni, è stato il primo deceduto in Italia. Entrambi erano ricoverati nell'ospedale di Schiavonia, in provincia di Padova,

Il presidente della Regione, Zaia, ha scritto sui social che "Nella notte la Protezione civile del Veneto ha montato a scopo precauzionale 12 tende per massimo 96 posti all'esterno dell'ospedale di Schiavonia (Padova), a disposizione degli operatori sanitari e del personale medico". L'intervento rientra nelle operazioni di isolamento dell'area padovana dove si è sviluppato il contagio.

Fonte: qui

EMERGENZA NELL'EMERGENZA! ALL’OSPEDALE DI CODOGNO, ORMAI ISOLATO DOPO I CASI DI CORONAVIRUS, INFERMIERI BLOCCATI: “SIAMO AL TERZO TURNO CONSECUTIVO, NON CI SONO CAMBI E NON ABBIAMO RISULTATI SUI TEST 
LA FIGLIA DI UN'OPERATRICE SANITARIA IN QUARANTENA: "STARLE LONTANO FA MALE. VA RINGRAZIATA OGNI GIORNO"- LA SECONDA VITTIMA SAREBBE LEGATA AL “FOCOLAIO” DI CODOGNO

Cesare Giuzzi per corriere.it
ospedale di codognoOSPEDALE DI CODOGNO
È l’emergenza nell’emergenza. All’ospedale di Codogno (Lodi), ormai isolato dopo i casi di Coronavirus tra medici e pazienti, ci sono équipe di infermieri e sanitari bloccati da quasi 24 ore nei reparti a rischio. Si tratta del personale ospedaliero che è entrato in contato con i malati risultati positivi al test sul Covid-19 e che ancora attendono, senza risposte, istruzioni sul loro futuro.

«Non abbiamo alcuna informazione, siamo in attesa del risultato sul test a cui siamo stati sottoposti ieri — spiega uno degli infermieri —. Non ce la facciamo più a livello fisico e siamo in crisi a livello psicologico perché nessuno è in grado di darci risposte o permetterci di finire questo infinito turno». In particolare il problema riguarda sei infermieri del reparto di medicina interna, quello dove si sono registrati già due casi di positività tra i degenti.

L’appello

ospedale di codognoOSPEDALE DI CODOGNO
Il personale ospedaliero ha scritto una lettera urgente al direttore sanitario dell’ospedale di Codogno: «Segnaliamo il nostro avvenuto contatto diretto in questi giorni con i medici risultati positivi ai test effettuati per la ricerca del coronavirus. Dopo aver saputo che per i medici di reparto è stata predisposta la misura cautelare della quarantena. Segnaliamo inoltre che la quasi totalità dei nostri colleghi infermieri ha telefonato per segnalare l’indisponibilità ad essere presente nel reparto nelle prossime giornate, aprendo così ovvi problemi di continuità assistenziale».
Gli infermieri, infatti, non hanno ricevuto il cambio ieri sera dopo il turno dalle 14 alle 22. In questo momento le équipe, coordinate da un medico di reparto, sono al terzo turno di lavoro ininterrotto. «Già stanotte non si è presentato nessuno a darci il cambio e noi saremo costretti ad un turno di 16 ore. E stamattina idem. Noi siamo qui da ieri alle 14 senza avere risposte certe e dovendo provvedere ancora alle necessità assistenziali del reparto». Medici e infermieri stanno garantendo terapie e assistenza ei malati ricoverati ma si trovano in stato di isolamento assoluto: «Non possiamo lasciare l’ospedale, servono squadre di infermieri che garantiscano la possibilità di cura per i pazienti ricoverati. I risultati dei nostri test ancora non ci sono. È una situazione di emergenza».

OSPEDALE CODOGNO LODIOSPEDALE CODOGNO LODI
CORONAVIRUS, LA FIGLIA DI UN'OPERATRICE SANITARIA

LUCIA LANDONI per repubblica.it
Uno sfogo affidato a Twitter per condividere l'esperienza che sta direttamente toccando la sua famiglia a causa dell’emergenza Coronavirus: l'ha postato Elena, figlia di una donna che lavora all'ospedale di Codogno (nel Lodigiano), ricevendo centinaia di reazioni e commenti di sostegno e affetto. "Mia mamma lavora nel pronto soccorso di Codogno dove è stato questo signore – ha scritto, riferendosi al paziente uno, il 38enne ricoverato – Non sapete quanto fa male sapere che lei e tutti i suoi colleghi dovranno stare in isolamento per 15 giorni. Chi fa questo lavoro va ringraziato ogni giorno per ciò che fa".

PRONTO SOCCORSO OSPEDALE CODOGNOPRONTO SOCCORSO OSPEDALE CODOGNO
E i ringraziamenti stanno arrivando: "Coraggio alla tua mamma, a tutto il personale sanitario e agli altri pazienti che erano lì", scrive qualcuno, mentre altri esprimono la propria gratitudine "al personale medico e paramedico che affronta il serio problema del Coronavirus e a tutti gli scienziati che in ogni parte del mondo lo stanno studiando".
C'è chi ammette di essere "assalito dall’ansia" e chi offre il proprio sostegno alla ragazza sottolineando che "la misura presa, difficile e dolorosa, serve a proteggere lei e i suoi cari". Quella di Elena è una testimonianza diretta di quello che in un commento viene definito "l'effetto a cascata che si genera" a causa delle misure di prevenzione adottate per arginare la diffusione del virus.
Fonte: qui

IL CORONAVIRUS ARRIVA A TORINO: SI TRATTA DI UN 40ENNE CHE AVEVA CORSO LA MARATONA CON IL CONTAGIATO DI CODOGNO. NON È GRAVE  

L’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITA': "L’80% SONO MALATI LIEVI

LA REGIONE FRIULI VENEZIA GIULIA DECRETA LO STATO D'EMERGENZA


coronavirusCORONAVIRUS
Il coronavirus arriva in Piemonte. Un caso di contagio è stato registrato oggi, sabato 22, all’ospedale Amedeo di Savoia di Torino. Si tratta di un uomo di 40 anni che ha avuto contatti con alcune delle persone contagiate in Lombardia. Il 40enne al momento, ha un po’ di febbre, ma non sarebbe grave. Lo ha confermato la Regione Piemonte nel corso di una conferenza stampa organizzata nella sede della protezione civile di Torino, in corso Marche.

Unità di crisi permanente
«Alle 18 avremo un confronto con il governo - ha detto il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio - Da ieri, venerdì 21 febbraio, abbiamo una situazione che stiamo gestendo, il livello di attenzione è altissimo e ora di contenimento. Con prefetto e sindaca abbiamo ritenuto opportuno riunire l’Unità di crisi permanente. Quindici i casi in corso di accertamento al momento.

il contagiato di codogno - coronavirusIL CONTAGIATO DI CODOGNO - CORONAVIRUS
RITA DALLA CHIESA
Il coronavirus tiene banco in queste ore. Dopo i primi contagi e i primi due decessi, anche Rita Dalla Chiesa commenta la tragica situazione. "Io capisco il diritto alla privacy - esordisce su Twitter -. Ma se tengono nascosti i nomi delle persone 'sospette', il contagio si allarga come un cerchio nell'acqua....Chi è entrato in contatto con quelli ricoverati, ha il diritto di saperlo, per potersi far controllare". In effetti, a parte l'identità del 77enne, Adriano Trevisan, morto a causa dell'epidemia cinese, nessuno è a conoscenza di chi sono gli altri 32 infetti in Lombardia, i 7 in Veneto e la donna deceduta a Casalpusterlengo. 

Fonte: qui