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lunedì 13 gennaio 2020

A MILANO UN BOLIVIANO DI 29 ANNI STUPRA UNA 17ENNE DI ORIGINE SALVADOREGNA APPROFITTANDO DEL FATTO CHE LEI FOSSE UBRIACA E DORMIVA IN UN FURGONE


violenza sessualeVIOLENZA SESSUALE
Al momento del fermo, a giugno, la flagranza del reato - una violenza sessuale in piena regola - era trascorsa. Così, nonostante tutte le testimonianze lo inchiodassero alle sue responsabilità, gli investigatori della squadra di polizia giudiziaria del commissariato «Scalo Romana» hanno potuto arrestarlo e portarlo in carcere a San Vittore solo l' altroieri, cioè esattamente sette mesi dopo che aveva stuprato una 17enne di origine salvadoregna approfittando del fatto che la giovane era ubriaca e dormiva a bordo di un furgone, quasi priva di sensi e comunque completamente ignara dell' abuso che stava subendo.

L'«orco» in questione stavolta è un pluripregiudicato 29enne di origine boliviana residente in via Padova e che in questi sette mesi di indagini della polizia e verifiche del tribunale dei minori era difficile potesse fuggire: a causa dei suoi precedenti per rissa, lesioni e danneggiamento è sottoposto infatti all' obbligo di firma al commissariato Villa San Giovanni. Dove venerdì gli sono state messe le manette.
violenza sessualeVIOLENZA SESSUALE

La vicenda risale alla mattina del 9 giugno, quando, poco prima delle 11, l' equipaggio di una «Volante» interviene alla stazione della metropolitana «Cadorna» dove tre donne stanno picchiando un uomo. È allora che una delle signore, una ecuadoriana di 34 anni, ammette di aver malmenato il tizio che ancora tiene bloccato contro un muro, ma ha anche una valida ragione: quel sudamericano la notte prima aveva violentato sua figlia in via Palmieri, in zona Stadera.

Quando la seconda pattuglia della questura arriva sul luogo dello stupro trova la minorenne ancora addormentata dentro un furgone. La ragazzina è totalmente incosciente, ma una volta svegliatasi ammette di avvertire dolori al basso ventre. Mentre viene portata alla clinica Mangiagalli, gli agenti ricostruiscono l' accaduto. Le quattro donne (tra cui la vittima, la madre e la zia) hanno passato la notte in diversi locali bevendo molto. All' alba sono arrivate nel mini market di via Palmierin dove hanno conosciuto il boliviano (pure lui ubriaco) e, dopo aver comprato degli alcolici, si sono messe a bere e a chiacchierare con l' uomo.

VIOLENZA SESSUALEVIOLENZA SESSUALE
Nel frattempo la 17enne, spiegando di essere molto stanca, chiede il permesso di appisolarsi nel furgoncino del proprietario del negozio, che trova aperto lì vicino. Approfittando della distrazione e dell' ubriachezza delle altre donne, il 29enne entra allora nel minivan e stupra la ragazza. Ad accorgersene è la zia della stessa, che, da un finestrino, riesce a vedere un movimento inequivocabile; si mette allora a urlare, attirando l' attenzione delle altre donne e facendo scappare l' uomo che fugge in metrò, alla stazione «Abbiategrasso». Le tre, a quel punto, lasciano la ragazza nel minivan e lo inseguono: lo bloccano a Cadorna, dove interviene la polizia. Fonte: qui

lunedì 5 agosto 2019

Foligno, rapita e stuprata per tre giorni: fermato l'ex compagno albanese

Una donna italiana di 28 anni, madre di due figli, è stata costretta con la forza a seguire il suo ex, un albanese di 30 anni, da Siena fino a Foligno. Qui è stata segregata in un appartamento e obbligata per tre giorni a subire le violenze sessuali del suo aguzzino, irregolare sul territorio italiano, con a carico un ammonimento del Questore di Perugia. L'uomo è stato arrestato per sequestro di persona, violenza sessuale, minacce e lesioni.
Condotta presso il centro outlet di Castel Romano, la donna ha trovato la forza di gettarsi dalla vettura. Accortasi della presenza di numerose persone che in quel momento erano nel parcheggio del centro, approfittando di una distrazione dell`albanese, la donna ha aperto lo sportello della vettura ancora in movimento e si è gettata in strada chiedendo aiuto.

Nonostante ciò l'individuo ha bloccato il veicolo e ha raggiunto la ragazza colpendola con schiaffi e pugni al fine di costringerla a risalire sulla vettura. Solo l'intervento delle persone presenti e di alcune guardie giurate in servizio presso l`outlet hanno consentito di trarre in salvo la donna. All'arrivo degli agenti del commissariato Spinaceto, però, l'albanese si era già dileguato.
Agli agenti la vittima ha raccontato la storia di un amore malato: un lungo anno di soprusi e violenze, fisiche e psicologiche e il costringimento con minacce rivolte a lei e ai suoi figli a non rivelare a nessuno ciò che era costretta a subire. Dopo i soccorsi alla donna, ricoverata in ospedale e sottoposta al protocollo per le vittime di abusi sessuali, sono scattate le indagini finalizzate alla rintraccio del soggetto.

Grazie ai filmati di videosorveglianza delle telecamere presenti nel centro outlet, si è riusciti comunque anche a risalire alla targa e al modello dell'autovettura utilizzata dall'albanese. Questo ha permesso di concentrare le ricerche su un individuo noto alle Forze dell`Ordine, con dimora a Foligno, bloccato e posto in stato di fermo per sequestro di persona, violenza sessuale, minacce e lesioni. Al termine degli accertamenti è stato accompagnato presso il carcere di Spoleto.
Fonte: qui

martedì 30 luglio 2019

“MI TENEVA A TERRA, NON VEDEVO L’ORA DI FINIRLA. GLI HO DETTO DI FARE QUELLO CHE VOLEVA”, PARLA LA COMMESSA STUPRATA DA UN 29ENNE SENEGALESE, IRREGOLARE DAL 2016 E GIA’ CONDANNATO PER VIOLENZA SESSUALE


IL RACCONTO DELLA VITTIMA HA AIUTATO I CARABINIERI A RISALIRE ALL’UOMO (UOMO?) CHE E’ STATO ARRESTATO


“HO LOTTATO PER UN’ORA. A UN CERTO PUNTO ERO ESAUSTA”


“MI TENEVA A TERRA, NON VEDEVO L’ORA DI FINIRLA. GLI HO DETTO DI FARE QUELLO CHE VOLEVA”

Maddalena Berbenni per corriere.it

Moustapha DiopMOUSTAPHA DIOP
«A un certo punto ero esausta, non vedevo l’ora di finirla. Gli ho detto di fare quello che voleva». Quello che la 27enne stuprata la sera del 7 giugno, a Osio Sotto, consegna ai carabinieri di Treviglio, è il racconto di un incubo. È stata lei stessa a chiamare il 112 e il suo titolare dal numero fisso del negozio, in una zona commerciale, dove nessuno ha sentito le sue urla disperate. Il telefonino lo aveva lasciato in macchina per un’assurda coincidenza. Quella sera, si era trattenuta oltre l’orario di chiusura. Una volta in auto, si era resa conto di avere dimenticato l’incasso. Così è tornata indietro senza portare con sé la borsa. Forse sarebbe servito a poco, ma non ha nemmeno potuto contare sul cellulare.

Moustapha DiopMOUSTAPHA DIOP
Moustapha Diop, 29 anni, senegalese con famiglia di origine a Verdellino, l’attendeva sulla porta con un coltello in mano. È in carcere dal 25 giugno, il fermo è stato convalidato, lui si è avvalso della facoltà di non rispondere. Anche il suo avvocato Alessandro Bresmes, in questa fase, sceglie il silenzio. Contro l’uomo c’è una marea di indizi. Ha un precedente specifico risalente al 3 aprile 2014, quando, sempre a Osio Sotto, fu arrestato e rilasciato nel giro di un giorno.

Poi, la condanna con pena sospesa a un anno e due mesi e la revoca del permesso di soggiorno nel 2016. «Mi teneva bloccata a terra e continuava a toccarmi nelle parti intime», la drammatica testimonianza della vittima, che ai carabinieri, con il tenente Giuseppe Romano, ha spiegato come ha tentato di difendersi in un’ora di supplizio. Ha sferrato pugni, ha graffiato e ha morsicato la mano con cui l’aggressore cercava di impedirle di urlare.

Moustapha DiopMOUSTAPHA DIOP
Alla fine, schiaffeggiata e picchiata a sua volta, non aveva più forza nelle braccia. Ha ceduto per poi avere una reazione di rabbia. Dopo la violenza, quando si è alzata da terra, lo ha visto avvicinarsi alla porta per fuggire, ma non trovava il pulsante per l’apertura automatica. Lo ha insultato, ha minacciato di non lasciarlo andare. Era così disperata che quasi non aveva più paura, ha confidato tra le lacrime il giorno successivo in caserma, quando lo ha riconosciuto nell’album che le è stato sottoposto.

La rapina e lo stupro
A Verdellino, nella casa dove vivono i genitori, il fratello e le due sorelle di Diop, gli investigatori si sono presentati subito dopo. Lui era irreperibile e tutti hanno cercato di coprirlo, probabilmente senza immaginare la gravità delle accuse. La madre ha riferito che era in Spagna da un mese, ma dai telefonini è subito risultato altro. Diop avrebbe vagato per tutto il tempo in zona, rifugiandosi durante la notte in un capannone abbandonato del paese. Le indagini hanno fatto un balzo in avanti dopo il 13 giugno, grazie alla denuncia di una prostituta lituana di 30 anni, aggredita in strada da un ragazzo dalla pelle scura, sempre a Osio Sotto.

Non ha saputo identificarlo, perché aveva il viso nascosto da uno scalda collo, ma anche in quel caso il responsabile ha tentato di rapinare il marsupio del cliente, poi fuggito, e di violentare lei. L’ha immobilizzata e le si è sdraiato sopra. Ha desistito con l’intervento di un passante e di altre prostitute. Fra queste ultime, una romena che ha riferito di essere stata a sua volta rapinata, a novembre 2018, da un giovane africano che aveva poi rivisto in strada. Le hanno sottoposto 14 fotografie: ha riconosciuto al cento per cento Diop. È stato a questo punto che il pm ha disposto il fermo, seguito dall’incidente probatorio del 10 luglio quando la 27enne e la prostituta romena si sono ritrovate nella stessa stanza, in Procura, con Diop e altri tre senegalesi. La ragazza del negozio è scoppiata a piangere.
violenza sessualeVIOLENZA SESSUALE

Il cerchio si è chiuso con il Dna: quello isolato dalle tracce biologiche recuperate sulla scena dello stupro e in ospedale, dove la vittima si è fatta visitare quella stessa notte, corrisponde al profilo dell’indagato. «Un perfetto connubio tra indagine tecnica e tradizionale», evidenzia il pm Carmen Pugliese (ma il fascicolo è della collega Laura Cocucci). Per il comandante provinciale Paolo Storoni, la riprova di una sempre maggiore attenzione sul complesso fronte della violenza di genere. Parlano i numeri: un arresto nel primo semestre del 2017, sei nello stesso periodo del 2019; 6 provvedimenti di allontanamento nel 2017, 20 nel 2019. «C’è una maggiore consapevolezza da parte delle vittime e una maggiore sinergia ed efficacia nel lavoro delle forze dell’ordine e della procura», conclude il colonnello.

Fonte qui

lunedì 11 marzo 2019

L’INCREDIBILE SENTENZA DELLE TRE GIUDICI IN UN CASO DI VIOLENZA SESSUALE AD ANCONA

“SEMBRA UN MASCHIO, IMPOSSIBILE CHE SIA STATA STUPRATA”  

PROTAGONISTA E’ UNA 22ENNE PERUVIANA CHE HA ACCUSATO UN COETANEO DI STUPRO MA IL COLLEGIO GIUDICANTE HA SCRITTO NELLE MOTIVAZIONI DI ASSOLUZIONE CHE ALL'IMPUTATO “LA RAGAZZA NEPPURE PIACEVA, TANTO DA AVERNE REGISTRATO IL NUMERO DI CELLULARE CON IL NOMINATIVO ‘VIKINGO’”

Maria Elena Vincenzi per “la Repubblica”

stuproSTUPRO
Troppo mascolina. Poco avvenente. E quindi è poco credibile che sia stata stuprata, più probabile che si sia inventata tutto. È un ragionamento che già indignerebbe se ascoltato in un bar, ma che letto in una sentenza fa un effetto ancora peggiore. Per di più se a firmarla sono tre giudici donne. Che scelgono, così, di assolvere in appello due giovani condannati in primo grado a cinque e tre anni per violenza sessuale.

E nelle motivazioni scrivono che all' imputato principale «la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo "Vikingo" con allusione a una personalità tutt' altro che femminile quanto piuttosto mascolina». Poi la chiosa: « Come la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare».

Il verdetto è stato annullato con rinvio dalla Cassazione come richiesto dal procuratore generale che ne ha evidenziate alcune incongruenze e vizi di legittimità. Per cui il processo di appello dovrà ora essere rifatto. Ma intanto la sentenza bocciata ha fatto saltare sulla sedia più di magistrato della Suprema Corte. Perché leggendone il testo sembra che a influire sulla decisione delle tre magistrate sia stato proprio l'aspetto fisico della donna.
ancona stuproANCONA STUPRO

Un passo indietro. Ancona, marzo 2015. Una ragazza di origini peruviane, 22 anni (la chiameremo Nina, nome di fantasia) si presenta in ospedale con la madre dicendo di avere subito una violenza sessuale alcuni giorni prima da parte di un coetaneo, mentre un amico di lui faceva da palo. Il gruppetto frequentava la scuola serale, dopo le lezioni i tre avevano deciso di bere una birra insieme. Le birre diventano parecchie, la giovane e uno dei due compagni si appartano più volte, hanno rapporti sessuali.

Per gli imputati erano consensuali, per la parte offesa a un certo punto hanno smesso di esserlo, sia per l' eccesso di alcol sia per una esplicita manifestazione di dissenso. I medici riscontrano lesioni, compatibili con una violenza sessuale, e un' elevata quantità di benzodiazepine nel sangue che la vittima non ricorda di aver mai assunto. Dopo le indagini, si apre il processo di primo grado che il 6 luglio 2016 condanna uno dei due, quello che ha avuto i rapporti con Nina, a cinque anni, e il suo amico che ha fatto da palo a tre.
Gli imputati ricorrono e il 23 novembre 2017 la Corte d' Appello dà loro ragione. Li assolve perché non ritiene credibile la ricostruzione della parte offesa. Fino a qui, nulla di strano: normale dinamica processuale. Quello che non fa parte della dinamica processuale, prima anomalia, è che la parte offesa venga definita dalle giudici della Corte d' Appello di Ancona, nelle motivazioni, come «la scaltra peruviana».

Non bastasse questo, le tre componenti del collegio si lasciano andare a commenti e valutazioni fisiche forse dimenticando che il loro ruolo è sì quello del giudice, ma penale, e non di un concorso di bellezza.

Tanto da arrivare a scrivere nelle conclusioni della sentenza che « in definitiva, non è possibile escludere che sia stata proprio Nina a organizzare la nottata " goliardica", trovando una scusa con la madre, bevendo al pari degli altri per poi iniziare a provocare Melendez (al quale la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo di " Nina Vikingo", con allusione a una personalità tutt' altro che femminile, quanto piuttosto mascolina, che la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare) inducendolo ad avere rapporti sessuali per una sorta di sfida». Insomma, gli imputati devono essere assolti, così avevano stabilito le tre giudici marchigiane. Perché Nina, secondo loro, non poteva essere desiderata: sembrava un maschio.

Fonte: qui

venerdì 15 febbraio 2019

E’ STATA ARRESTATA LA 21ENNE ANTONELLA FAUNTLEROY, AMICA DI DESIRÉE MARIOTTINI E FINORA TESTIMONE DELL’INDAGINE


SAREBBE STATA LEI AD ACCOMPAGNARE LA RAGAZZINA NELLO STABILE DI VIA DEI LUCANI, LE HA CEDUTO METADONE E STUPEFACENTI, PIÙ VOLTE. SAPEVA CHE ERA MINORENNE E L'HA PORTATA NEL CAPANNONE LA NOTTE IN CUI È MORTA, DOPO UN'INTERA GIORNATA DI VIOLENZE

Michela Allegri per “il Messaggero”

ANTONELLA FAUNTLEROYANTONELLA FAUNTLEROY
Ha accompagnato Desirée nello stabile di via dei Lucani, le ha ceduto metadone e stupefacenti, più volte. Sapeva che quella ragazzina di Cisterna di Latina aveva solo 16 anni. E l' ha portata nel capannone abbandonato nel quartiere San Lorenzo anche la notte in cui è morta, stroncata da un mix letale di droghe e psicofarmaci e dopo un' intera giornata di violenze. C' è una svolta nell' inchiesta sul decesso di Desirée Mariottini: finisce in manette una delle testimoni chiave dell' indagine.

Si tratta di Antonella Fauntleroy, ventunenne cittadina della Repubblica Botswana, amica della sedicenne. È stata arrestata dalla Squadra Mobile ieri all' alba. Si nascondeva nel vano lavanderia di uno stabile in borgata Finocchio. È accusata di cessione continuativa e aggravata di stupefacenti alla minore e ora si trova nel carcere di Rebibbia.
l'esclusiva di 'giallo' su desiree 6L'ESCLUSIVA DI 'GIALLO' SU DESIREE

Avrebbe dato droghe alla ragazzina anche nei giorni precedenti la sua morte, avvenuta nella notte tra il 18 e il 19 ottobre. Restano intanto in carcere i quattro componenti del branco che, per l' accusa, avrebbe stuprato e ucciso la sedicenne. Sono indagati per omicidio volontario e violenza sessuale di gruppo. Uno di loro, Yusif Salia, interrogato, aveva detto che Antonella era la sua fidanzata.

«MI BUCHI TU?»
Molti testimoni hanno parlato di lei. Hanno detto che ha aiutato la sedicenne a procurarsi e assumere le sostanze in via dei Lucani. «L' ho vista più volte dentro lo stabile - è una delle testimonianze - So che in un' altra circostanza ha schiaffeggiato Desirée per ragioni di droga e in un' occasione l' aveva bucata». E ancora: «Ho sentito Desirée dire ad Antonella: Mi buchi te? Mi fai te? Fallo visto che già l' hai fatto l' altra volta».
DESIREE MARIOTTINI E LA MADREDESIREE MARIOTTINI E LA MADRE

Nei verbali agli atti dell' inchiesta si legge che alcuni dei presenti avrebbero litigato con la Fauntleroy, accusandola di avere portato in quello stabile diventato un covo di tossici e spacciatori una ragazza giovanissima. Nella perquisizione effettuata contestualmente all' arresto gli inquirenti hanno sequestrato metadone e psicofarmaci.

DESIREE MARIOTTINIDESIREE MARIOTTINI




La Fauntleroy è stata ascoltata più volte dal procuratore aggiunto Maria Monteleone e dal pm Stefano Pizza, titolari del fascicolo. In uno degli ultimi verbali, si era rifiutata di parlare di Marco Mancini, il pusher indagato per avere ceduto droga al branco - non è coinvolto nell' omicidio -. Aveva detto che era un suo «amichetto» e che non voleva metterlo nei guai.

DESIREE MARIOTTINIDESIREE MARIOTTINI
Poi, però, aveva deciso di ritrattare: «Quella sera hanno cominciato a cuocere la cocaina e a fumarla e c' ero io, Muriel, Giovanna, Paco, Ibrahim, un nord africano, un senegalese e c' era anche Marco, la stessa persona di cui la volta precedente non vi ho voluto riferire, ma che portava sul posto, in cambio di droga, alcuni psicofarmaci». Aveva anche raccontato: «Il padre di Desirée mi voleva conoscere per ringraziarmi». E aveva fornito dettagli sul branco: «Ho visto Yusif che ha dato del metadone a Desirée... Paco invece non ha avuto alcuno scrupolo e ha iniziato a fornire sia eroina, che crack, che cocaina cruda, nonché psicofarmaci».

Fonte: qui

giovedì 27 dicembre 2018

DESIRÉE ERA VERGINE QUANDO È STATA VIOLENTATA


“GIALLO” RIVELA NUOVI DETTAGLI CHOC SULLA TRAGEDIA DELLA 16ENNE MORTA A SAN LORENZO DOPO DUE GIORNI DI SEVIZIE E VIOLENZE –DESIRÉE È STATA PRIMA DROGATA E SEDATA CON POTENTI PSICOFARMACI, POI VIOLENTATA RIPETUTAMENTE E LASCIATA MORIRE 

MA NON SI ERA MAI CONCESSA IN CAMBIO DI DOSI DI DROGA. NELL’AUTOPSIA È STATA RISCONTRATA UNA…

Anteprima stampa da “Giallo”

l'esclusiva di 'giallo' su desiree 1L'ESCLUSIVA DI 'GIALLO' SU DESIREE
Desirée Mariottini è deceduta a seguito di una crisi cardiocircolatoria. Inoltre, nel corso dell’esame autoptico, si è riscontrata una recentissima rottura imeneale. Desirée era vergine prima di essere violentata! È lo scioccante dettaglio emerso dall’autopsia eseguita dal medico legale sul cadavere della 16enne di Cisterna di Latina morta due mesi fa a Roma. La tragedia è avvenuta nel quartiere San Lorenzo, in uno stabile abbandonato: la ragazzina vi è arrivata la sera del 17 ottobre, ma è morta dopo due giorni di atroci sevizie. Desirée è stata prima drogata e sedata con potenti psicofarmaci, poi violentata ripetutamente. Infine, è stata lasciata morire nell’indifferenza generale.

Nessuno in quel maledetto edificio fatiscente, che si trova in via dei Lucani, cioè in pieno centro a Roma, ha mosso un dito per aiutarla. Anzi, la minore sarebbe stata violata perfino da morta. Violenza su violenza, orrore su orrore. Chi era presente la tragica notte del 17 ottobre non ha avuto un briciolo di umana pietà nei confronti di questa sfortunata ragazzina, per il cui decesso sono accusati quattro immigrati clandestini, abituali frequentatori di quel palazzo abbandonato nonché noti spacciatori di sostanze stupefacenti.
l'esclusiva di 'giallo' su desiree 5L'ESCLUSIVA DI 'GIALLO' SU DESIREE

DUE AFRICANI SONO GIÀ STATI SCARCERATI!
Sono Mamadou Gara detto “Paco”, 27 anni, del Senegal, Brian Minteh detto “Ibrahim”, 43 anni, anche lui del Senegal, Chima Alinno detto “Sisco”, 46 anni, della Nigeria, e Yusif Salia detto “Youssef”, 32 anni, del Gambia. Due di loro, Paco e Youssef, sono in carcere con l’accusa di omicidio volontario.

l'esclusiva di 'giallo' su desiree 6L'ESCLUSIVA DI 'GIALLO' SU DESIREE






Per gli altri due, Ibrahim e Sisco, è decaduta l’accusa di violenza di gruppo. Tuttavia, entrambi restano indagati per la morte della 16enne di Cisterna di Latina e sono ancora in carcere con l’accusa di spaccio di droga. Ma torniamo all’autopsia, i cui risultati, clamorosi, sono finiti in una dettagliata relazione consegnata in questi giorni alla Procura di Roma, titolare delle indagini. Da quanto ha potuto constatare il medico legale incaricato dal pubblico ministero di eseguire l’esame sul cadavere di Desirée, quest’ultima, fino a poco prima di morire, non aveva mai avuto rapporti sessuali. Insomma, Desirée era ancora vergine.

DESIREE MARIOTTINI - LO STABILE DI VIA DEI LUCANIDESIREE MARIOTTINI - LO STABILE DI VIA DEI LUCANI

Molti si chiederanno perché vi riferiamo un particolare così intimo della vittima. Ve lo riferiamo perché ha una grandissima rilevanza nell’inchiesta sulla morte della ragazzina. Dopo il decesso, infatti, era stato detto che la vittima si concedeva sessualmente in cambio di droga. Un oltraggio alla memoria di questa ragazzina morta nel fiore degli anni. Accuse che si sono rivelate completamente false.
YUSIF SALIAYUSIF SALIA





Non è vero che Desirée concedeva il suo corpo per la droga. Lo ha stabilito, come avete letto, un esame scientifico “infallibile”. Nel clamore iniziale che aveva suscitato questo crimine così efferato, qualcuno aveva creduto alle voci circolate sul conto della ragazza e della sua famiglia: «Desirée Mariottini non era seguita dai genitori. Era una drogata. Faceva sesso in cambio di stupefacenti», dicevano. Tutto falso! Da quanto è stato possibile ricostruire durante le indagini, la ragazza apparteneva a una buona famiglia. I genitori sono persone perbene, stimate da tutti. Non è vera nemmeno la circostanza secondo cui la 16enne viveva con la nonna. Le era molto affezionata, questo sì, e qualche volta andava a dormire a casa sua, ma la maggior parte delle notti le trascorreva a casa della mamma, a cui era stata affidata dal giudice dopo la separazione dei genitori.
DESIREE MARIOTTINI - LO STABILE DI VIA DEI LUCANIDESIREE MARIOTTINI - LO STABILE DI VIA DEI LUCANI

È STATA ACCERCHIATA DAI QUATTRO MOSTRI
Ora che sono trascorsi più di due mesi dalla tragedia, è doveroso stabilire un minimo di verità sul conto di questa ragazzina, che, complice la tenera età, ha commesso l’errore di entrare in un luogo degradato, senza alcun controllo da parte delle autorità. Ma niente giustifica ciò che le è stato fatto. All’interno del “palazzo della droga”, come viene ribattezzato lo stabile di via dei Lucani, è stata accerchiata da un manipolo di orchi, che l’hanno violentata ripetutamente. E sono andati avanti ad abusare di lei anche quando la ragazza non aveva più le forze per opporsi alle barbarie. Desirée era incosciente, ma loro andavano avanti.
DESIREE MARIOTTINI - LO STABILE DI VIA DEI LUCANIDESIREE MARIOTTINI - LO STABILE DI VIA DEI LUCANI

I risultati dell’autopsia hanno fatto emergere tutta la verità sulla tragica fine della povera ragazzina. E allora lo ripetiamo ancora una volta: Desirée non si è affatto concessa ai suoi aguzzini in cambio di dosi di droga. Non lo ha fatto in quei tragici giorni di ottobre e non lo aveva mai fatto prima di allora. È stata vittima della crudeltà di un branco di quattro uomini senza scrupoli. Dei veri e propri mostri, la cui spietatezza emerge dalle testimonianze raccolte durante la prima fase dell’inchiesta.

DESIREE MARIOTTINI E LA MADREDESIREE MARIOTTINI E LA MADRE











Si legge nelle carte in mano al giudice per le indagini preliminari: «La condizione di incoscienza in cui si trovava la ragazza e che diventa con il trascorrere delle ore sempre più grave e intensa è riconosciuta da tutti coloro che sono presenti nel palazzo. Essa è chiara a coloro che l’hanno procurata, a coloro che ne approfittano, ai soggetti intervenuti per prestare ausilio, nonché a coloro che tale soccorso impediscono».
DESIREE MARIOTTINIDESIREE MARIOTTINI

Fa venire i brividi quanto si legge a un certo punto nel provvedimento di fermo, emesso nei confronti degli indagati: «La persona offesa (Desirée Mariottini, ndr) manifesta, invero, sin dal pomeriggio del 18 ottobre, lo stato di stordimento strumentalizzando il quale gli indagati abusano di lei. Ma esso si aggrava, così da tramutarsi in una condizione di dormiveglia prima e incoscienza poi che viene immediatamente avvertita dai presenti allorché trasportano il corpo della ragazza dal container al capannone. Ed è proprio in questa fase che Youssef, Ibrahim e Sisco, che pure sono presenti, ridimensionano la gravità delle condizioni della ragazza e impediscono che vengano allertati i soccorsi, assumendo lucidamente la decisione di sacrificare la giovane vita per garantirsi l’impunità o qualsivoglia fastidioso controllo delle forze dell’ordine.

l'esclusiva di 'giallo' su desiree 3L'ESCLUSIVA DI 'GIALLO' SU DESIREE 
Al riguardo appare di estrema efficacia la frase “meglio che muore lei che noi in galera”, che secondo quanto riferito da diversi informatori gli indagati avrebbero pronunciato». Poi ci sono le parole pronunciate da Noemi C., una ragazza giapponese.

IL CERCHIO STA PER CHIUDERSI
DESIREE MARIOTTINIDESIREE MARIOTTINI






Ecco cosa ha riferito la testimone agli inquirenti: «Hanno abusato di Desirée solo per divertimento». Ma per comprendere meglio l’immane tragedia, leggiamo la ricostruzione meticolosa che in poche ore gli agenti della squadra mobile di Roma, coordinati dal dirigente Luigi Silipo, sono riusciti a fare: «Alle ore 4.20 del 19 ottobre, personale del commissariato interveniva all’interno dello stabile sito a Roma, in via Lucani 22, per una segnalazione relativa al presunto decesso di una donna.

DESIREE MARIOTTINIDESIREE MARIOTTINI



Lo stabile in questione, i cui cancelli apparivano chiusi con dei lucchetti, era ritrovo solitamente frequentato da senzatetto e tossicodipendenti. Questi ultimi hanno certezza di trovare all’interno del predetto sostanza stupefacente, in particolare cocaina ed eroina. Avuto accesso all’edificio, per il quale si rendeva necessario l’intervento dei vigili del fuoco, gli agenti rinvenivano, riverso su un materasso, il cadavere di una ragazza dall’età apparente di anni 20/25 (in realtà ne ha 16, ndr).

YUSIF SALIA 1YUSIF SALIA 
I preliminari accertamenti sullo stato dei luoghi permettevano di rinvenire tracce del consumo di sostanze stupefacenti avvenuto in quel luogo e, inoltre, dal riscontro dattiloscopico (identificazione, ndr), si individuava il cadavere in questione come quello appartenente in vita a Desirée, nata a Latina il 13 settembre del 2002. Ciò che si è immediatamente evidenziato è che la persona offesa (Desirée, ndr) frequentava da qualche settimana il complesso in questione dove si recava per procurarsi sostanza stupefacente di ogni tipo che assumeva ivi (sul posto, ndr). In tali occasioni era entrata in contatto con le persone lì gravitanti, per lo più costituite da spacciatori, ricevendo da alcune donne il consiglio di stare molto attenta in quanto si trattava di un ambiente difficile e pericoloso».

Le indagini della squadra mobile e della Procura di Roma continuano e molto presto il cerchio intorno a tutti i responsabili della morte di Desirée sarà chiuso. Se lo augura la sua famiglia, assistita dall’avvocato Valerio Masci.

Fonte: qui
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