venerdì 15 aprile 2016

Un Parlamento illegittimo modifica la Costituzione: scaricate e depositate la denuncia per usurpazione del potere politico, fermiamo il colpo di Stato.

Dopo i drammatici fatti degli ultimi giorni, un Parlamento composto, sono parole della Corte di Cassazione, in grave alterazione dei principi di rappresentatività democratica, ha avuto l’arroganza inaudita di approvare un’ampia revisione costituzionale su ordine diretto del Governo.  Trattasi di un atto eversivo dell’ordinamento senza precedenti che la Magistratura penale ha il dovere di fermare. Ecco la denuncia in integrale che potrete scaricare e depositare in ogni Procura della Repubblica italiana.

Clicca qui sotto per il pdf:

Penale usurpazione potere politico

PROCURA DELLA REPUBBLICA
ATTO DI DENUNCIA – QUERELA
Promosso da __________________________________________________ nato/a a _______________________ il ____________________ e residente in_______________________,
via ____________________________ ed ai fini del presente atto elettivamente domiciliato presso lo studio e la persona dell’Avv. Marco Mori (C.F.: MRO MRC 78P29 H183L – Tel e Fax: 0185.231221 – Pec: studiolegalemarcomori@pec.it), sito in Rapallo (GE), C.so Mameli 98/4.
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L’art. 1 della Costituzione Italiana recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”;
L’art. 287 c.p. punisce: Chiunque usurpa un potere politico, ovvero persiste nell’esercitarlo indebitamente, è punito con la reclusione da sei a quindici anni”.
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PREMESSO IN FATTO
1) Con provvedimento 21 dicembre 2005 n. 270 il Parlamento italiano approvava la nuova legge elettorale, meglio nota con il termine dispregiativo di “Porcellum”, termine di fatto coniato dallo stesso autore del disegno di legge, Roberto Calderoli, che autodefinì il suo lavoro “una porcata”;
2) Le criticità del porcellum erano principalmente due, il premio di maggioranza e l’abolizione del voto di preferenza con cui gli elettori potevano scegliere di premiare uno specifico candidato;
3) Come noto, con sentenza della Corte Costituzionale n. 1/2014, il “porcellum” è stato dichiarato incostituzionale per violazione degli artt. 3, 48, 56 e 58 Cost. In sostanza il voto, in forza di tale legge elettorale, non è più stato espletato dai cittadini in modo eguale, diretto, libero e personale;
4) La Cassazione, con sentenza n. 8878/14, ha potuto poi ribadire il gravissimo vulnus democratico che ha travolto la nostra democrazia affermando, con molta più durezza e decisione della Corte Costituzionale, che: “E in effetti, la dedotta lesione v’è stata per il periodo di vigenza delle disposizioni incostituzionali, poiché i cittadini elettori non hanno potuto esercitare il diritto di voto, personale, eguale, libero e diretto, secondo il paradigma costituzionale, per la oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica, a causa del meccanismo di traduzione dei voti in seggi, intrinsecamente alterato dal premio di maggioranza disegnato dal legislatore del 2005, e a causa della impossibilità per i cittadini elettori di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento”;
5) Come noto il Parlamento è il fulcro della nostra democrazia, ma non è sovrano di per se stesso, è sovrano solo perché è composto secondo i principi di rappresentatività democratica. La sovranità infatti appartiene al popolo ex art. 1 Cost., che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, limiti oggi palesemente violati;
6) Non vi è dubbio che le Camere avrebbero dovuto essere sciolte, da Giorgio Napolitano prima e da Sergio Mattarella poi, visto il grave vulnus democratico già accertato dalla Magistratura, ma ciò non è avvenuto per grave colpa dei due Presidenti, che tuttavia in merito a tale scelta godono di immunità ai sensi della Costituzione;
7) Ad ogni buon conto tale immunità non riguarda i restanti usurpatori del potere politico, che oggi continuano ad imporre la propria volontà a discapito del popolo italiano;
8) Il semplice mantenimento abusivo del potere politico, che dopo le due sentenze citate è palesemente doloso, avrebbe dovuto portare ad un’incriminazione d’ufficio ex art. 287 c.p. in capo a tutti coloro che hanno proseguito ad esercitarlo indebitamente. La Magistratura non ha avuto il coraggio di operare tale scelta, rinunciando di fatto, sino ad oggi, alla sua indipendenza rispetto agli altri poteri dello Stato, ovvero al potere legislativo e all’ormai sempre più ingombrante ed autoritario potere esecutivo;
9) Un Parlamento composto in violazione dell’art. 1 Cost. ha riformato la Costituzione una prima volta con Legge Cost. n. 1/2012. Con essa è stato inserito, tra l’altro, il vincolo del pareggio in bilancio in Costituzione emendando l’art. 81 Cost. e creando un evidente contrasto interno tra tale norma e l’art. 47 Cost., che al contrario impone alla Repubblica l’adozione di politiche di deficit nel lungo periodo al fine di creare risparmio diffuso;
10) Tale intervento normativo è avvenuto prima della pronuncia della Corte Costituzionale e può dunque esservi dubbio sul dolo necessario alla punibilità della condotta criminosa. Tuttavia visto che lo stesso autore della legge elettorale l’aveva definita “una porcata”, a sommesso avviso di chi scrive, il dolo era già sussistente poiché tutti sapevano della palese incostituzionalità del porcellum;
11) Ad ogni buon conto, tale ragionamento non vale certamente per quanto avvenuto in questi giorni, giorni nei quali ha trovato dimostrazione, con tutta la possibile evidenza materiale, quanto sia stato grave il deficit democratico degli ultimi dieci anni nel Paese;
12) Il Governo ha proposto un’ampia riforma Costituzionale, la più ampia della storia Repubblicana, che il Parlamento ha approvato grazie alla maggioranza artificialmente ottenuta in forza della legge elettorale dichiarata incostituzionale;
13) Un Parlamento composto in accertata violazione dei principi di rappresentatività democratica ha modificato, su ordine del Governo, la Costituzione. Se non si applica l’art. 287 c.p. in un caso del genere, non si vede quando lo si dovrebbe applicare;
14) L’azione penale è obbligatoria per legge e l’inerzia delle Procure non è a questo punto ulteriormente accettabile, è ora che si metta fine alla fase di sospensione democratica che si protrae nel nostro Paese da dieci anni e che ha portato la nostra democrazia ad un passo dal suo definitivo tramonto.
IN DIRITTO
L’art. 287 c.p. punisce chi: Chiunque usurpa un potere politico, ovvero persiste nell’esercitarlo indebitamente, è punito con la reclusione da sei a quindici anni.
Usurpare significa arrogarsi ovvero assumere un potere che per legge non spetta.
Come detto nelle premesse il Parlamento non è sovrano di per se, la sovranità appartiene, ex art. 1 Cost. al popolo, che delega il suo esercizio ai propri rappresentati, scelti secondo le forme costituzionali del voto eguale, diretto, libero e personale.
Se l’Ill.ma Procura non “crede” all’Avv. Marco Mori, autore materiale della presente denuncia, allora potrà trovare più credibili i membri della nostra Assemblea Costituente, ovvero i Padri della Costituzione italiana del 1948.
Il vice Presidente dell’Assemblea, l’On. Umberto Tupini, ci ricordava come: Punto centrale di tutto l’ordinamento è il Parlamento. Noi auspichiamo che il Parlamento possa, in avvenire, rappresentare per il nostro popolo come il palladio delle sue libertà e l’istituto senza il quale la democrazia è nome vano e artificioso. Anche il regime fascista parlava di democrazia ma il Parlamento era ridotto ad una smorfia ed a una contraffazione di se stesso”.
L’On. Meuccio Ruini nel progetto di Costituzione, ancor più chiaramente, ribadiva quello che è il concetto cardine per la configurazione del reato di cui si dibatte: “La sovranità del popolo si esplica, mediante il voto, nell’elezione del Parlamento e nel referendum. E poiché anche il referendum si inserisce nell’attività legislativa del Parlamento, il fulcro concreto dell’organizzazione costituzionale è qui, nel Parlamento; che non è sovrano di per se stesso; ma è l’organo di più immediata derivazione del popolo; e come taleriassume in sé la funzione di fare le leggi e di determinare dirigere la formazione e l’attività di governo.
Ricordiamo che nel caso di specie il D.D.L. di riforma Costituzionale è stato firmato da un membro del Governo (Maria Elena Boschi), fatto che da solo già costituisce usurpazione di un potere politico sulla base degli assetti della carta del 1948, in cui ovviamente doveva essere appunto il Parlamento a dirigere l’attività di Governo e giammai il contrario.
Mentre un membro del Governo può certamente proporre un disegno di legge ordinaria al Parlamento, non è possibile che il Governo si occupi di riforme Costituzionali, essendo tale azione, sic et simpliciter, un’eversione dell’ordinamento democratico. Ovvio che con un Parlamento di “nominati”, l’equilibrio tra potere esecutivo e legislativo si è completamente dissolto, trattasi di un altro evidente e nefasto effetto del porcellum.
In ogni caso, se è chiaro che la piana lettura della Costituzione e l’interpretazione autentica di essa dei Padri Costituenti, conducono ad affermare con certezza che il Parlamento è sovrano solo in virtù dell’investitura popolare, viene assolutamente spontaneo chiedersi come possa, un Parlamento composto secondo la Corte di Cassazione in grave alterazione dei principi di rappresentatività democratica, approvare un’ampia riforma Costituzionale scritta oltretutto dal Governo?
Semplicemente non può.
Il fatto che si stia esercitato indebitamente un potere politico è già giurisprudenzialmente accertato, la conseguente commissione del delitto di cui all’art. 287 c.p., da parte di chi ha scritto e voluto la riforma costituzionale e da parte di chi l’ha approvata senza essere investito della sovranità per farlo, è una fatto di sconcertante pacificità.
Si pretende dunque la punizione dei responsabili di questo reato che è ad oggi ancora in corso ovvero specificatamente dei membri del Governo, a partire dal Presidente del Consiglio, Matteo Renzi e dei Parlamentari tutti che, malgrado non avessero alcuna legittimazione democratica, hanno comunque votato a favore della riforma.
Pare davvero appena il caso ricordare, onde evitare sciocche controdeduzioni difensive, che il fatto che la legge costituzionale sarà sottoposta a referendum confermativo ex art. 138 Cost. non esclude affatto l’usurpazione del potere politico, che si è comunque verificata a prescindere dall’esito del futuro referendum.
Un “no” alla riforma eviterà le ulteriori conseguenze del reato commesso, ma ovviamente non retroagisce alla sua consumazione, che palesemente si individua nel momento stesso in cui il potere politico è stato usurpato e trattenuto indebitamente.
Lasciamo alla Procura il compito poi di valutare se, in generale, la prosecuzione della legislatura dopo la sentenza n. 1/2014 sia in toto usurpazione del potere politico e dunque tale usurpazione non si verifichi solo dove sia stata toccata la Costituzione, ma anche nell’ordinaria azione legislativa.
Lo scrivente aderisce a tale tesi in quanto la Corte Costituzionale, laddove definisce un fatto concluso le elezioni che hanno formato il presente Parlamento, legittimando l’azione ordinaria dello stesso (ma non già quella straordinaria!) ha detto una clamorosa sciocchezza, che in ogni caso non incide assolutamente sull’obbligatorietà dell’azione penale.
Anzi a dirla tutta che la Corte abbia legittimato un’usurpazione del potere politico mi avrebbe indotto, senza esitazione alcuna, ad inserirne i membri tra i denunciati in questo atto. Solo l’immunità dei suoi membri rende inutile farlo, ma non c’é dubbio che quella sentenza sia uscita, anche sotto il profilo penale, dai binari di uno Stato di diritto.
Se il Parlamento non è sovrano di per se, come scritto nero su bianco dai nostri Padri Costituenti, in caso di violazione dei principi di rappresentatività democratica, esso non può proseguire nella sua attività.
Dove non è intervenuta la Corte Costituzionale, laddove non sono intervenuti due discutibili Presidenti della Repubblica, deve intervenire la Magistratura penale.
La critica argomentata alla sentenza della Corte, già chiara in queste parole, merita comunque una spiegazione che si trae pedissequamente, trascrivendola, dal libro “Il tramonto della democrazia – analisi giuridica della genesi di una dittatura europea, 2016, Agorà & Co.” scritto proprio dall’autore materiale del presente atto, Marco Mori:
L’illegittimità del Parlamento avrebbe dovuto portare ad un ovvio “reset” istituzionale, con la restituzione della sovranità al popolo (suo unico legittimo proprietario) per l’immediato ripristino della rappresentatività democratica, ma ciò non è quello che è accaduto.
La Corte Costituzionale nella parte motiva della pronunzia, dopo aver dichiarato l’incostituzionalità della legge, si è purtroppo anche così espressa:
È evidente, infine, che la decisione che si assume, di annullamento delle norme censurate, avendo modificato in parte qua la normativa che disciplina le elezioni per la Camera e per il Senato, produrrà i suoi effetti esclusivamente in occasione di una nuova consultazione elettorale, consultazione che si dovrà effettuare o secondo le regole contenute nella normativa che resta in vigore a seguito della presente decisione, ovvero secondo la nuova normativa elettorale eventualmente adottata dalle Camere.
Essa, pertanto, non tocca in alcun modo gli atti posti in essere in conseguenza di quanto stabilito durante il vigore delle norme annullate, compresi gli esiti delle elezioni svoltesi e gli atti adottati dal Parlamento eletto. Vale appena ricordare che il principio secondo il quale gli effetti delle sentenze di accoglimento di questa Corte, alla stregua dell’art. 136 Cost. e dell’art. 30 della legge n. 87 del 1953, risalgono fino al momento di entrata in vigore della norma annullata, principio «che suole essere enunciato con il ricorso alla formula della c.d. “retroattività” di dette sentenze, vale però soltanto per i rapporti tuttora pendenti, con conseguente esclusione di quelli esauriti, i quali rimangono regolati dalla legge dichiaratainvalida» (sentenza n. 139 del 1984).
(N.d.a. – se vale appena la pena ricordarlo, perché la Corte si è affannata a specificare questo concetto? Forse perché esso palesemente sovverte la naturale efficacia retroattiva delle sue sentenze? Quantomeno ambiguo: excusatio non petita, accusatio manifesta).
Le elezioni che si sono svolte in applicazione anche delle norme elettorali dichiarate costituzionalmente illegittime costituiscono, in definitiva, e con ogni evidenza, un fatto concluso, posto che il processo di composizione delle Camere si compie con la proclamazione degli eletti (n.d.a. – clamorosamente falso visto che l’art. 66 Cost. dispone: “ciascuna camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità ed incompatibilità”. Quale causa sopraggiunta d’illegittimità è più grave di una pronuncia di incostituzionalità della legge elettorale? Non posso immaginarne alcuna).
Del pari, non sono riguardati gli atti che le Camere adotteranno prima che si svolgano nuove consultazioni elettorali.
Rileva nella specie il principio fondamentale della continuità dello Stato, che non è un’astrazione e dunque si realizza in concreto attraverso la continuità in particolare dei suoi organi costituzionali: di tutti gli organi costituzionali, a cominciare dal Parlamento. È pertanto fuori di ogni ragionevole dubbio – è appena il caso di ribadirlo – che nessuna incidenza è in grado di spiegare la presente decisione neppure con riferimento agli atti che le Camere adotteranno prima di nuove consultazioni elettorali: le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare. Tanto ciò è vero che, proprio al fine di assicurare la continuità dello Stato, è la stessa Costituzione a prevedere, ad esempio, a seguito delle elezioni, la prorogatio dei poteri delle Camere precedenti «finché non siano riunite le nuove Camere» (art. 61 Cost.), come anche a prescrivere che le Camere, «anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni» per la conversione in legge di decreti-legge adottati dal Governo (art. 77, secondo comma, Cost.)”.
La Corte chiaramente ha affermato che la composizione attuale dei due rami del Parlamento costituisce situazione giuridica esaurita e che dunque la legittimazione, anche a legiferare, delle Camere ad oggi permane. Tuttavia la situazione è ben diversa rispetto a quanto prospettato nella citata sentenza, che risulta affetta da gravi errori, sia sotto il profilo logico, che giuridico. Pare davvero una volontaria, ed assai improbabile, arrampicata sugli specchi.
La Corte Costituzionale ha certamente sbagliato, rendendo lecito il dubbio che il porcellum stesso abbia demolito il suo ruolo di garanzia nell’imporre il rispetto della democrazia costituzionale, ruolo possibile solo se l’indipendenza dei suoi componenti dagli altri poteri dello Stato resta assoluta.
Per i giuristi è venuto il momento di smettere di voltarsi dall’altra parte e dire le cose come stanno, le conseguenze infatti sono troppo gravi. Il fatto che siano magistrati in forza alla Corte Costituzionale a scrivere sciocchezze non ci impone di osservare un omertoso silenzio in segno di un rispetto a questo punto largamente immeritato.
Il diritto di opinione, fortunatamente, resta. Ma andiamo con ordine.
In primo luogo, per capire il punto, occorre ovviamente chiedersi quali siano i poteri della Corte Costituzionale e se, conseguentemente, la stessa avesse o meno la possibilità di pronunciarsi, con gli effetti propri del giudicato, su qualcosa di diverso dalla mera declaratoria di incostituzionalità della norma oggetto del suo esame, o di quelle consequenziali ad essa.
Effettivamente vi sono solidi argomenti giuridici per ritenere che la pronunzia in merito all’attuale legittimazione del Parlamento sia, oltre che palesemente errata, anche assolutamente incidentale e dunque non vincolante nel nostro ordinamentoe ciò in quanto la determinazione degli effetti dell’incostituzionalità di una norma non rientra affatto nei poteri che la Costituzione conferisce ai sensi dell’art. 134 alla Corte stessa. In claris non fit interpretatio.
A fondamento della propria presa di posizione circa la piena legittimazione dell’attuale Parlamento la Corte richiama due norme di legge. Tuttavia, proprio menzionando tali norme, la stessa finisce per evidenziare compiutamente i vizi del proprio ragionamento.
Le norme richiamate infatti codificano gli effetti della declaratoria d’incostituzionalità sancendone la piena retroattività. Esaminiamole.
L’art. 136 Cost., a piena conferma del mio ragionamento, dispone:
Quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione”.
Dunque è la Costituzione a determinare quali siano gli effetti della declaratoria d’incostituzionalità e non la Corte Costituzionale secondo il suo arbitrio.Secondo la Costituzione la norma dichiarata incostituzionale non viene abrogata ma perde efficacia nell’ordinamento.
La perdita di efficacia è qualcosa di ben più profondo di una semplice abrogazione in quanto presuppone la retroattività degli effetti della pronuncia della Corte. Di palmare evidenza che, se un Parlamento illegittimo nella sua composizione continua tranquillamente a legiferare, gli effetti della norma dichiarata incostituzionale permangono vivi più che mai nell’ordinamento. In verità più il Parlamento legifera e più gli effetti della legge dichiarata incostituzionale si diffondono e si moltiplicano!
Se poi il Parlamento da il via ad un ampia revisione Costituzionale, volta peraltro a cancellare la sovranità e l’indipendenza del Paese, siamo davvero difronte ad un atto sostanzialmente eversivo che la Corte non ha saputo fermare sul nascere, malgrado ne avesse l’evidente obbligo.
D’altro canto, una situazione giuridica può dirsi logicamente esaurita unicamente laddove non continui a determinare nuovi effetti (conseguenze) nell’ordinamento.
Ad ulteriore conferma dell’assoluta erroneità del ragionamento della Corte basta anche solo rammentare che la Costituzione prevede un meccanismo atto ad assicurare la continuità dello Stato laddove dispone, ad esempio, a seguito delle elezioni, la prorogatio dei poteri delle Camere precedenti “finché non siano riunite le nuove Camere” (art. 61 Cost.).
Pertanto, non corrisponde al vero neppure l’ulteriore esternazione che si legge in sentenza, ovvero che la perdita di poteri in capo al Parlamento avrebbe creato pregiudizio al corretto funzionamento delle istituzioni democratiche. Il Parlamento avrebbe ben potuto legiferare in via d’urgenza fino all’avvento delle nuove elezioni.
Poter legiferare nanti ad una situazione di necessità certamente non significa “fregarsene” dell’alterazione della rappresentatività democratica e portare a termine il mandato parlamentare come se nulla fosse accaduto: così si entra a pieno titolo nel diritto penale, data l’evidente appropriazione di un potere politico che apparterrebbe esclusivamente al popolo (art. 287 c.p.).
Il pregiudizio, al contrario, sussiste solo laddove si consente ad un Parlamento illegittimo di proseguire nella sua attività.
L’art. 30 Legge n. 87/1953, ad ulteriore conferma delle tesi che affermo con il necessario furore che scaturisce dall’assistere impotente al tradimento dei valori repubblicani, recita:
La sentenza che dichiara l’illegittimità costituzionale di una legge o di un atto avente forza di legge dello Stato o di una Regione, entro due giorni dal suo deposito in Cancelleria, è trasmessa, di ufficio, al Ministro di grazia e giustizia od al Presidente della Giunta regionale affinché si proceda immediatamente e, comunque, non oltre il decimo giorno, alla pubblicazione del dispositivo della decisione nelle medesime forme stabilite per la pubblicazione dell’atto dichiarato costituzionalmente illegittimo. La sentenza, entro due giorni dalla data del deposito viene, altresì, comunicata alle Camere e ai Consigli regionali interessati, affinché, ove lo ritengano necessario adottino i provvedimenti di loro competenza. Le norme dichiarate incostituzionali non possono avere applicazione dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione. Quando in applicazione della norma dichiarata incostituzionale è stata pronunciata sentenza irrevocabile di condanna, ne cessano la esecuzione e tutti gli effetti penali”.
Dunque, anche la seconda delle norme richiamate dalla Corte Costituzionale a sostegno delle proprie ragioni, in realtà, non limita affatto la retroattività degli effetti della pronuncia d’incostituzionalità di una legge in riferimento ai soli rapporti giuridici tuttora pendenti.
L’apodittico assunto della Corte circa la non retroattività degli effetti della propria pronuncia non può avere gli effetti propri del giudicato.
Peraltro, ed è appena il caso di sottolinearlo nuovamente, ai sensi dell’art. 1 Cost.“La sovranità appartiene al popolo”.
Non si riesce ad immaginare nulla che possa contravvenire maggiormente a tale fondamentale precetto (non a caso espresso nell’articolo 1) di un Parlamento che continui a legiferare, nonostante la sua elezione sia avvenuta proprio in violazione del rispetto della sovranità popolare stessa.
Come può la Corte Costituzionale definire tale stato di cose una situazione giuridica “esaurita”? Molto semplicemente non può e la realtà di questi giorni lo conferma pienamente. Gli “abusivi” si sono infatti elevati a Padri Costituenti.
Ritengo che la storia sarà addirittura più dura di me quando, tra qualche decennio, si tornerà a dibattere su quanto accaduto in questi tempi oscuri per la ragione.
Altrettanto infondato è infine ritenere che la nomina a parlamentare sia un fatto giuridico esaurito anche in riferimento all’art. 66 Cost., che dispone l’esatto contrario:
Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità”.
Ergo, se la nomina di un Parlamentare diventa illegittima, anche successivamente al voto, può comunque essere travolta, con buona pace dell’assurdità di ritenere fatto esaurito la composizione di un Parlamento. Non si vede causa di ineleggibilità sopraggiunta più clamorosa di quella che dichiara incostituzionale, per violazione dei principi di rappresentatività democratica, la legge che ha portato una determinata persona in Parlamento.
In merito poi alle norme emanate dall’attuale Parlamento composto da abusivi le argomentazioni sopra esposte conducono alle seguenti conclusioni.
Le leggi precedenti alla sentenza della Corte sono legittime (si possono effettivamente ritenere un fatto giuridico esaurito), quelle successive invece, tra cui anche l’ampia riforma istituzionale, sono sic et simpliciter un fatto illecito, a mio avviso ampiamente all’interno, al di là delle irrilevanti osservazioni della Corte Costituzionale sul punto, all’ambito di operatività della fattispecie penale di usurpazione del potere politico punito ex art. 287 c.p.
Ma a livello pratico tutto ciò cosa comporta realmente?
Comporta la morte dello Stato di diritto e l’apertura di una fase di assoluta incertezza degli equilibri istituzionali del Paese. Infatti, innegabilmente, ancora oggi è possibile sostenere in giudizio che qualsivoglia legge emessa dal Parlamento, successivamente alla pubblicazione della sentenza n. 1/2014, sia costituzionalmente illegittima.
Solo laddove tale questione arrivasse nuovamente sul tavolo della Corte Costituzionale sarebbe possibile per la stessa pronunziare sentenza avente efficacia di giudicato sul punto (augurandoci che questa volta la Corte faccia diritto anziché politica, sempre che questo sia ancora possibile dopo che una legge elettorale ha regalato alla maggioranza tutti gli organismi di controllo democratici), circostanza che non si è verificata con la sentenza di cui si discute in cui oggetto del contendere era unicamente la legge elettorale.
Pertanto, ad oggi, ogni nuova legge emanata dal Parlamento è potenzialmente passibile di essere dichiarata illegittima dalla stessa Corte Costituzionale, che del tutto legittimamente potrebbe (anzi dovrebbe) mutare l’orientamento espresso in via unicamente incidentale nella sentenza di cui si dibatte e magari scusarsi con il popolo italiano per avere omesso di svolgere correttamente i suoi compiti istituzionali.
Ma ovviamente la Corte godrà della necessaria indipendenza di decisione? O i giudici nominati saranno i figli del partito che li ha portati a quelle importanti, e giustamente ben pagate, poltrone?
Costituzionalmente parlando vi è però anche un altro organo istituzionale che ha il potere, anzi il dovere, di porre fine a questa situazione di potenziale cortocircuito dovuta dall’apertura di una fase di grave incertezza del diritto, che potrebbe esplicitarsi anche tra molti anni, con conseguenze evidentemente catastrofiche: trattasi del Presidente della Repubblica, unico soggetto giuridico che può sciogliere le Camere.
Tuttavia, prima Napolitano, ed oggi Mattarella, entrambi eletti in violazione dei criteri di rappresentatività democratica, non hanno mosso un dito”.
Il testo, tratto dal volume suindicato, non fa che evidenziare come la sentenza sia completamente abnorme, illogica e diretta unicamente ad uno scopo politico, mantenere in vita un Parlamento che viola i principi di rappresentatività democratica in spregio allo stesso concetto di democrazia.
L’Ill.ma Procura ha il dovere di intervenire come ultimo baluardo della legalità in questo Paese ormai dominato dal potere finanziario internazionale che, come sappiamo, ha voluto fortemente questa riforma.
Tutto ciò richiamato e premesso l’esponente
CHIEDE
Che i responsabili dei reati di cui in epigrafe indicati siano condannati penalmente in base alle norme penali suindicate ovvero a quelle meglio viste e ritenute da codesta Ill.ma Procura della Repubblica.
Si esprime la volontà di ricevere informazione circa eventuale iniziativa archiviatoria presso il domicilio eletto.
Si chiede l’emissione dei provvedimenti cautelari meglio visti e ritenuto per fermare quello che appare, a tutti gli effetti, un colpo di stato.
Con la massima osservanza. L’autore del presente atto, Avv. Marco Mori, resta a totale disposizione dell’Ill.ma Procura per ogni opportuno chiarimento.
Luogo e data.
Firmato
Avv. Marco Mori – blog scenarieconomici – membro di Alternativa per l’Italia – autore de “Il tramonto della democrazia – analisi giuridica della genesi di una dittatura europea” disponibile sulla piattaforma online ibs

Fonte: 
http://scenarieconomici.it/un-parlamento-illegittimo-modifica-la-costituzione-scaricate-e-depositate-la-denuncia-per-usurpazione-del-potere-politico-fermiamo-il-colpo-di-stato/

SOLARE BOOM: NEL 2015 L’8% DEL FABBISOGNO ELETTRICO ITALIANO E’ STATO COPERTO DAL FOTOVOLTAICO, NESSUNO AL MONDO HA UNA QUOTA COSI’ ALTA

MA IL GOVERNO HA TAGLIATO SUSSIDI E INCENTIVI AUMENTANDOLI AI COMBUSTIBILI FOSSILI

Maurizio Ricci per “la Repubblica”

 

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Nella terra che ha fatto di “’O sole mio” una sorta di inno ufficioso, è il momento della rivalsa. Nessun altro Paese al mondo copre con l’energia solare una quota così alta del suo fabbisogno di elettricità. Nel 2015 è stata dell’8%, certifica la Iea, il braccio per l’energia dell’Ocse. In pratica, se accendete 12 lampadine una dopo l’altra, la luce della dodicesima arriva direttamente dal sole.

 

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È un record. In media, nel mondo, bisogna arrivare a oltre 75 lampadine: il solare copre l’1,3% del fabbisogno. La Grecia, che di sole ne ha anche più di noi, è al 7,4%. La Germania, da sempre indicata con invidia come la capitale del solare, è solo al 7,1%. Quell’8% è un elemento chiave del portafoglio che ha consentito all’Italia, nel 2014, di assicurare, con le rinnovabili (idroelettrico compreso), il 42% del fabbisogno energetico, sulla strada per arrivare all’obiettivo del 50%, indicato dal governo. Peccato solo che il record luccichi più del dovuto.

 

GIÙ I CONSUMI

Nel senso che è stato ottenuto in una marcia all’indietro, una sorta di “ciapa no” fra Italia e Germania. Le installazioni di nuovi impianti fotovoltaici, infatti, è crollata nel 2015 a 300 Megawatt, un quinto di quanto era avvenuto in Italia nel 2013, un decimo del 2012, fino ad un trentesimo degli impianti del 2011. Nella classifica Iea delle installazioni 2015, l’Italia, di conseguenza, non c’è, ma il boom degli anni scorsi è sufficiente ad inserire il nostro paese al quinto posto, dietro realtà economiche assai più grandi, per quanto riguarda, invece, la capacità totale installata in questi anni.

 

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Ma gli ormai quasi 20 Gigawatt (un giga corrisponde a mille mega) del parco fotovoltaico italiano si confrontano con consumi complessivi sempre più ridotti, alzando la quota di copertura. Nonostante il piccolo recupero del 2015, i consumi elettrici italiani sono lontani, infatti, dai numeri del 2012 e del 2013.

 

LA FINE DEI SUSSIDI

matteo renzi alla cameraMATTEO RENZI ALLA CAMERA

Crisi economica e sbornia di impianti (ma negli anni scorsi) sono, insomma, alla radice del record italiano. Tuttavia, il crollo di installazioni registrato nel 2015 era largamente atteso, in seguito al taglio di sussidi e incentivi. Lo stesso, del resto, e per le stesse ragioni, è avvenuto in Germania. La Iea definisce, peraltro, il nuovo regime italiano degli incentivi “adeguato”, anche se la decisione del governo di renderli retroattivi ha, probabilmente, spaventato gli investitori.

 

Una preoccupazione che Palazzo Chigi non pare aver avuto nel caso del solare, ma che, invece, ha guidato le sue scelte nel referendum di domenica prossima sulle trivelle, dove uno degli argomenti a favore della prosecuzione dell’estrazione di petrolio e gas dalle piattaforme marine è, appunto, la necessità di non spaventare gli investitori. Due pesi e due misure che vengono in generale imputati alla politica energetica del governo e che si riflettono nelle polemiche intorno al referendum.

 

Il sole non sostituisce (almeno fino a che l’auto elettrica non sarà una realtà di massa) il petrolio, ma il metano nelle centrali elettriche sì. Più pannelli fotovoltaici, dunque, uguale meno gas da importare o da estrarre dalla terra. O da imputare nelle statistiche sulle emissioni di anidride carbonica.

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SOLE CONTRO PETROLIO

Però, mentre si tagliavano gli incentivi al solare, quelli ai combustibili fossili come petrolio e gas venivano aumentati dal governo dai 12,8 miliardi di dollari del 2013 ai 13,2 miliardi del 2014 (secondo i dati del Fondo monetario internazionale), più o meno l’ammontare dei tanto contestati incentivi alle rinnovabili. E’ una scelta che potremmo scontare in futuro: anche se una riforma di quei sussidi appariva inevitabile, infatti, il freno complessivo ai nuovi impianti arriva probabilmente nel momento peggiore, quando il costo delle installazioni scende sempre più in basso.

 

fotovoltaico 1FOTOVOLTAICO 1

Negli Usa siamo a 9 centesimi (di dollaro) per kilowatt, ma in Portogallo - dove il sole splende forte e a lungo come in Italia - si è riusciti ad arrivare poco sotto i 5 centesimi. Nel mondo, inoltre, si stanno moltiplicando i bandi per la costruzione di nuove centrali, in cui il fotovoltaico dimostra di poter competere con nucleare e combustibili fossili. Più in generale, metà delle nuove centrali elettriche costruite nel 2015 funzionano con energie rinnovabili.

 

OBIETTIVO 2 GRADI

La direzione verso la quale marcia il mondo, insomma, è inequivocabile. Per chi scommette che l’obiettivo posto a dicembre alla conferenza di Parigi - fermare il riscaldamento globale sotto i 2 gradi, in buona misura con la spinta delle rinnovabili - non sia una chimera, le notizie che contano sono quelle che vengono dalle grandi economie inquinatrici.

VAL D AGRI BASILICATA PETROLIOVAL D AGRI BASILICATA PETROLIO

 

Negli Usa, le installazioni fotovoltaiche sono cresciute di 7 Gigawatt, in Cina del doppio, oltre 15 Giga. In Giappone di 11 Giga. Nel giro di un solo anno, il fotovoltaico è cresciuto nel mondo del 25 per cento, portando il totale installato oltre i 227 Gigawatt. Per capire il fenomeno, solo sei anni fa, nel 2009, il solare nel mondo era dieci volte più piccolo.

 

Il rapporto della Iea, sotto questo profilo, sprizza soddisfazione: «Il fotovoltaico può contribuire in misura significativa alla decarbonizzazione dell’elettricità mondiale, prima di quanto ci si potesse aspettare e ad un costo ragionevole ». Tanto più che lo sviluppo del solare, anche se in misura diseguale, interessa ormai tutto il pianeta: sono 23 i Paesi che hanno superato un Gigawatt di capacità installata dal solare.

Isola galleggiante alimentata con energia solareISOLA GALLEGGIANTE ALIMENTATA CON ENERGIA SOLAREENERGIA SOLARE

giovedì 14 aprile 2016

LA GERMANIA METTE IN CIRCOLAZIONE LA MONETA DA 5 EURO


I primi 250.000 esemplari sono già tutti prenotati dai collezionisti, che l’hanno acquistata al costo di 15,50 euro al pezzo. Ma avrà anche una versione pop: altri due milioni e mezzo, infatti, saranno disponibili al costo del valore reale per tutti i cittadini. Per comprarla basterà recarsi in un qualunque sportello bancario in Germania

GERMANIA: BILD, DA OGGI MONETA 5 EURO SOLO NAZIONALE
(ANSA) - La Germania mette in circolazione una moneta esclusiva da 5 euro, spendibile soltanto all'interno del Paese. La moneta da collezione, sottolinea la Bild "negli altri paesi dell'eurozona non ci sarà". "Questo significa che altrove non si potrà pagare con la moneta da 5", spiegano al ministero delle Finanze. Il "pezzo speciale" sarà distribuito da oggi dalla Bundesbank. Le monete da collezione, spiega ancora la Bild "nel nostro Paese sono sempre utilizzabili come mezzi di pagamento, negli altri no".

Giusy Franzese per www.ilmessaggero.it

Il borsellino delle monete in euro da giovedì si arricchirà di un nuovo formato: arriva la moneta da 5 euro. L’ha coniata la Bundesbank e i primi 250.000 esemplari sono già tutti prenotati dai collezionisti, che l’hanno acquistata al costo di 15,50 euro al pezzo. Ma la moneta da 5 euro tedesca avrà anche una versione pop: altri due milioni e mezzo di pezzi, infatti, saranno disponibili - al costo del valore reale - per tutti i cittadini. Per comprarla basterà recarsi in un qualunque sportello bancario in Germania.

La vendita - si legge sul sito della Bundesbank - è limitata a una sola moneta al giorno per persona. È molto probabile che i cittadini tedeschi decideranno di conservare queste monete in un cassetto, ma non è detto: la nuova moneta da 5 euro avrà corso legale, ovvero potrà essere spesa esattamente come le altre. O quasi. Perché in realtà c’è una limitazione non da poco: vale solo sul territorio tedesco.


Per cui attenzione: se vi dovesse capitare di andare in Germania e qualcuno dovesse darvi come resto una moneta da 5 euro, accettatela solo se avete intenzione di rispenderla prima di varcare il confine tedesco oppure tenerla come oggetto da collezione. In Italia e in tutto il resto dell’Unione europea quella moneta non potrà essere spesa. Ufficialmente le monete in euro continuano a fermarsi a 2 euro.

Fonte: qui

martedì 12 aprile 2016

Intervista a Pierluigi Paoletti analista finanziario e cofondatore dell’associazione Arcipelago Scec

Abbiamo intervistato su alcuni temi economici il dr. Pierluigi Paoletti


Il Dr. Pierluigi Paoletti è esperto di economia, analisi dei mercati finanziari e politiche monetarie, ha curato uno dei primi siti di divulgazione economica e finanziaria, ha collaborato con varie testate giornalistiche e tenuto corsi e conferenze. E' stato consulente comunale e regionale, ha scritto libri e dato il suo contributo grazie al suo pensiero economico. E' anche cofondatore di Arcipelago SCEC La rete di Arcipelago SCEC, la cui missione è di "costruire qualcosa di nuovo, libero, uno spazio dove la Solidarietà reciproca sia la norma e dove non ci siano secondi fini e manipolazione". Per fare ciò utilizza come mezzo una moneta complementare, lo SCEC. 
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Per saperne di più su Arcipelago SCEC, clicca sulla foto

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Come definisce il nostro Paese nel 2016 economicamente parlando?
Se esaminiamo con spirito critico gli accadimenti dalla morte di Moro in poi, in particolare:
  • il divorzio nel 1981 fra Tesoro e bankitalia e il conseguente raddoppio del debito pubblico in appena 10 anni,
  • la firma di trattati internazionali che snaturavano le sovranità del nostro stato,
  • il colpo di stato di fatto nel 1992 con mani pulite e le successive riforme della legge bancaria operate dall'allora direttore generale del tesoro, Mario Draghi,
  • le grandi privatizzazioni di banche e società pubbliche,
  • l'adozione dell'euro,
riusciamo a vedere un disegno molto lucido e preciso teso a rendere inoffensivo un paese molto scomodo sia economicamente che per le scelte di politica internazionale. Oggi probabilmente ci stiamo avvicinando alla fine di questo processo con un'Italia completamente in ginocchio, stanca e preda di avvoltoi che stanno spolpando voracemente le ricchezze rimaste, ma forse più pronta a fare un deciso cambio di rotta.
Da dove dovremo ripartire?
Il discorso è complesso e non può che iniziare da una rinascita prima di tutto culturale, etica e solo poi si arriva a quella economica. Bisogna far riemergere il senso di appartenenza ad una comunità allargata che accoglie e non esclude, una comunità che riscopre la solidarietà reciproca delle nostre radici contadine, il rapporto con la terra ed il rispetto di persone e beni collettivi.
 E' in atto una sorta di chiamata a raccolta di tutte le persone di buona volontà che possano con la loro passione e con la loro professionalità iniziare a ricostruire sulle macerie perché è come se un cataclisma o una guerra si fossero abbattuti sul nostro paese.
Prima di ricostruire però dobbiamo attivare una pulizia profonda dall'egoismo, dall'avidità e dalla voglia di sopraffazione che deve lasciare il posto allo spirito di servizio, alla collaborazione e alla solidarietà reciproca. Solo allora sarà possibile costruire sulla roccia le fondamenta del nuovo corso.
Su chi e quale categoria punterebbe maggiormente?
Nel processo di ricostruzione bisogna necessariamente ripartire dai giovani e sensibilizzarli sia alla gestione etica della cosa comune che al nuovo concetto di impresa privata che aiuta e collabora con la comunità. Dal punto di vista delle categorie, premesso che tutte sono importanti, è necessario iniziare come intuibile dall'agricUltura riportandola ad una dimensione più naturale e locale coinvolgendo in questo processo di rinnovamento sia le aziende che le amministrazioni locali e le comunità sociali. Bisogna ribaltare il concetto ormai superato di “mors tua vita mea” per arrivare a comprendere che siamo noi a stabilire le regole del gioco e che i risultati maggiori si raggiungono collaborando e rendendo tutti i partecipanti felici e orgogliosi di partecipare a questo gioco.
Con la sua associazione afferma di voler cominciare a ricucire e fortificare le economie locali. Come?
Arcipelago SCEC, acronimo di Solidarietà ChE Cammina, è uno strumento neutro e no profit che mettiamo al servizio delle comunità. Sono buoni locali che rappresentano la Solidarietà delle aziende che li accettano insieme agli euro come percentuale del prezzo di merci e servizi, nei confronti della comunità che, ricevendoli gratuitamente e/o a fronte di comportamenti virtuosi, premia queste aziende comprando da loro invece che dalle multinazionali. Per capire quanto importante sia premiare le aziende locali pensiamo che un comune come Latina spende per la spesa alimentare circa 180 milioni l'anno e poiché il 90% di questa spesa viene assorbita dai numerosi supermercati e centri commerciali della GDO è intuibile che solo una parte minimale di questa ricchezza viene reinvestita sul territorio, creando nel lungo termine danni incalcolabili.
Ripartire a risanare le nostre comunità locali è importantissimo per riprendere fiducia in noi stessi e toccare con mano che un'inversione positiva degli eventi è possibile. Dal locale al nazionale il passo poi è breve.
Per lei siamo imprigionati da un sistema fatto di potere alle banche ed indebitamento privato?

Attualmente credo sia chiaro a tutti che siamo sotto la dittatura del denaro con il ricatto del debito, un debito costruito su di una colossale truffa destinata come tutte le truffe, prima o poi, a cadere.

Se tutto il denaro emesso viene emesso a fronte di un debito come è possibile estinguere questo debito?

Ovviamente è impossibile e per questo stiamo vivendo nell'allucinazione della scarsità e dell'ingiustizia, in attesa che sia ripristinata finalmente la verità e la giustizia avendo fatto propria la frase riportata su ogni SCEC:

“Non venderò mai la mia libertà per tutto l'oro del mondo”


venerdì 8 aprile 2016

Renzi e la sanità. Non c’è nessun progetto di privatizzazione in atto

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Piuttosto questo governo ha deciso di ridurre d’imperio il fabbisogno della sanità, convinto ingenuamente di poter compensare il costo della sanità con una pari riduzione delle diseconomie e questo spiazza tutti (Regioni e sindacati). Perché nel sistema delle diseconomie, delle regressività e delle anti economie, alla fine, non si sta poi così male. Ma questo non vuol dire che opporsi a tale politica non sia possibile

20 GEN - L’articolo di Roberto Polillo pubblicato su (Qs 11 gennaio 2016) secondo me è una occasione preziosa per riflettere sul senso sul ruolo e su come fare opposizione in sanità. Per me si tratta di prendere coscienza non solo come dice Polillo giustamente, dello stato di crisi del sistema, ma anche dello stato di crisi in cui versa il nostro inconcludente sindacalismo e più in generale il pensiero riformatore della sanità.
Polillo parla di “modello mercantista della sanità” che io, con un fondo sanitario di ben 111 mld e con il grande apparato pubblico usato per spenderlo (operatori compresi) e con un sistema di finanziamento basato ancora sulla fiscalità, non riesco proprio a vedere. A meno di definire “mercantista”...gli effetti collaterali del definanziamento e i tentativi  di Confindustria  di fare spazio ai fondi assicurativi. Ma in questo caso non parlerei di “modello mercantista” ma di modello pubblico minacciato da importanti contraddizioni che a tutt’oggi però non sono ancora riuscite a metterlo in discussione.
Polillo attribuisce a questo governo una strategia quindi una volontà non tanto e solo banalmente contro riformatrice ma addirittura orientata a controvertere il sistema (privato in luogo di pubblico) e a spianare vergognosamente la strada alle “lobbies private e confessionali”. Questa lettura, come la prima, per me è semplicemente sbagliata oltreché   ideologica quindi fuorviante.
Fino ad ora l’unico tentativo serio di cambiare il sistema pubblico è stato fatto dal governo Berlusconi (Libro Verde e Libro Bianco del ministro Saccaoni 2008/2009) ma da allora in poi i governi compreso quello in carica si sono dedicati a “tempo pieno” a ridurre in nome della sostenibilità in tutti i modi possibili il fabbisogno della sanità con criticabili politiche di riduzione della spesa pubblica, ma (almeno fino ad ora domani non si sa) a modello pubblico invariante.
Quello che Polillo non dice, ma non solo lui, è che le premesse a certa privatizzazione strutturale del sistema sanitario sono state poste “pragmaticamente” da un governo di sinistra (Prodi 1° - 1996/2000) e più esattamente dalla riforma di Rosi Bindi del ‘99 che, con il consenso dei sindacati,  introdusse l’intra moenia negli ospedali, le mutue integrative bandite dalla riforma del ‘78, le sperimentazioni gestionali che oggi ci  hanno regalato il “project financing”.

Per non parlare di quell’impiastro contrattuale che Mario Pirani in un celebre articolo definì “todos caballeros”, la famosa dirigenza data a tutti, e che oggi il sindacalismo medico fa finta che sia piovuta dal cielo.

Oggi il governo riduce d’imperio il fabbisogno della sanità convinto ingenuamente di poter compensare il costo della sanità con una pari riduzione delle diseconomie e questo spiazza tutti (Regioni e sindacati) perché nel sistema delle diseconomie, delle regressività, delle anti economie alla fine non si sta poi così male.

In questo sistema tutti, compreso il sindacato, hanno fatto i loro comodi.

E’ un topos della retorica sindacale prendersela con la politica che certamente non brilla per rigore e parlare di “modello mercantista” quindi buttarla in caciara (ideologia) ma sapeste quanti servizi e quanti primariati sono stati dati con la tessera sindacale!

Ne vogliamo parlare?

Sapeste quante alleanze collusive tra gestione e sindacati sono state fatte “sistemando” i sindacalisti o i loro parenti o i loro affiliati! Ma andiamo avanti.

Ci siamo dimenticati che l’operazione del governo ribadita anche con l’ultima legge di stabilità, “meno soldi meno diseconomie” è stata anticipata addirittura con una legge di riforma dalla Bindi che secondo me (aporie normative a parte) con grande intelligenza politica già 17 anni fa tentava di “compensare ” con il consenso dei sindacati  le risorse contingentate addirittura con una razionalizzazione a scala  nazionale.
Ve lo ricordate il titolo della 229? "Norme per la razionalizzazione del Servizio sanitario nazionale". E allora mi spiegate perché il sindacato oggi non riesce a proporre al governo almeno uno straccio di razionalizzazione del lavoro in cambio dei rinnovi contrattuali? E perché uno serio bravo preparato come Polillo sulla cui onestà intellettuale e vocazione riformatrice non ho dubbi, ci propone una vertenza sul niente, mettendo su un movimento improbabile da far capitanare alla Fnomceo che, se Polillo potesse, bagnerebbe di benzina per darle fuoco.
Polillo i sindacati di certa sinistra ritengono che per difendere la sanità pubblica serva la lotta, il movimento, lo scontro, lo sciopero, la mobilitazione ecc. Per costoro la piattaforma diventa secondaria (“pochi punti” dice Polillo) quello che conta è aprire una “vertenza a livello nazionale” contro il governo. Cioè mostrare i muscoli e fare opposizione.
Il termine “opposizione” in filosofiasta ad indicare   la condizione per cui qualcosa si pone, materialmente e/o idealmente, in netto contrasto rispetto ad un'altra. Ma se valutiamo quello che è accaduto dopo gli Stati Generali dei medici, dopo la manifestazione a Roma, dopo lo sciopero del 16 dicembre 2015 e se valutiamo come sono andate le cose nel 2012 (la grande manifestazione alla quale seguì solo la mortificazione), ci accorgiamo che ormai la classica rivendicazione oppositiva (finanziamenti contro definanziamenti) finisce per essere regolarmente ignorata ma solo perché  finisce per essere  annullata per questioni di illogicità.
Cosa vuol dire illogico e come è possibile annullare un conflitto? L'annullamento tra due opposti (governo/sindacati) avviene grazie ad una contraddizione logica dovuta ad una piattaforma sindacale  che si limita ad esprimere in modo acritico solo il conflitto da “risorse” e “non risorse” considerando le “non risorse” (blocco dei contratti, del turn over, decapitalizzazione, ecc.) solo   in relazione alle “risorse” che vorrebbero i sindacati (rinnovi contrattuali, crescita delle retribuzioni, percorsi di carriera).

Ai sindacati che ci sia la crisi, la medicina difensiva, gli sprechi, i problemi di disavanzo, la regressività, le diseconomie, la questione medica, i vincoli dell’Europa…ecc., interessa poco, loro vogliono soldi per rinnovare contratti e convenzioni, e tirare a campare.

Il punto debole di questa idea di opposizione è che il contrasto “risorse”, “non risorse” è falso, e come tale è funzionale solo alle arretratezze e agli interessi del sindacato, perché a partire dalla 229 il problema è diventato, almeno sul piano delle possibilità teoriche, “risorse in cambio di risorse” cioè “razionalità in cambio di irrazionalità” quindi “contratti in cambio di cambiamento” , ”economie in cambio di diseconomie”…ecc.

Quello che i sindacati denunciano come il problema delle risorse, dandogli quindi una connotazione negativa potrebbe assumere al contrario una connotazione positiva e a certe condizioni offrirsi come una grande occasione per fare pulizia, far funzionare meglio le cose, farle costare di meno e dare ai cittadini di più, ammodernare il sistema e salvare la sanità pubblica dal degrado.

Il genere di opposizione che ci propone Polillo, e nei fatti il sindacato, è ideologica quindi fuori gioco, ma non perché essa è implausibile ma solo perché i termini dello scontro sono cambiati. Mettere in opposizione i contratti con le politiche finanziarie del governo e definire i primi come positivi e le seconde negative oggi serve al sindacato perché non sa fare altro che mettersi o in una relazione consociativa come ai tempi della 229 o come ora in una  relazione di opposizione con il governo.

Ma nessuno impedisce al sindacato di presentare una piattaforma nella quale i contratti sono finanziati con l’azzeramento di certe diseconomie legate al lavoro, al clientelismo sindacale, ai costi della regressività culturale degli operatori, alla storica invarianza del lavoro cioè ad un pensiero riformatore.

Questo giornale ha offerto ai medici un e-book per ricordare loro  che esiste una “questione medica” da affrontare  e che  dalla sua risoluzione non solo dipende il futuro della professione  ma la possibilità oggi di riaprire tutti i giochi a partire dai contratti. Non c’è stato un cane che abbia fatto “bau”, pur registrando un numero imponente di persone che l’hanno scaricato (oltre 6.000 fino ad oggi).

Insomma oggi la natura dell’opposizione tra le cose, grazie alla crisi, è cambiata. Essa non è più “soldi” contro “non soldi” ma è tra conservazione e cambiamento. Oggi in sanità conservare le tante irrazionalità che vi sono è illogico, quindi fuori gioco. Il sindacato si rivela quello che nell’ambito del lavoro è sempre stato un formidabile conservatore dello status quo, un riparametratore di retribuzioni, costi quel che costi.

La sua opposizione al governo oggi diventa illogica non perché non vi siano ragioni per opporsi al governo, al contrario, ma solo perché è illogico oltre che suicida opporsi ad uno scambio economia/diseconomia. Se la sanità fosse perfetta le politiche di definanziamento del governo non avrebbero nessuna giustificazione ma siccome la sanità è tutt’altro che perfetta, cosa ci impedisce di tendere (lo dico scherzando) alla perfezione costando di meno?
In sostanza vorrei dire a Polillo e agli altri, cioè ai miei naturali compagni di battaglia, che oggi l’opposizione si deve fare e che il governo va certamente contestato ma in un altro modo, cioè sfidando la sua incompetenza riformatrice con una nuova competenza riformatrice, quella che purtroppo  non c’è e nessuno dimostra di avere, a parte un po’ di marginalismo e di razionalizzazione.
Vorrei tanto avere la possibilità di presentare al governo una piattaforma che abbia uno spessore riformatore tale da misurare effettivamente la volontà riformatrice che questo controverso governo dice di avere sulla sanità. Fino a quando non si avrà una intesa sulle riforme da fare circa il lavoro, questo governo non potrà fare a altro che contro riformarlo e decapitalizzarlo.
Quindi finiamola con il vertenzialismo facilone e vediamo di rimboccarci le maniche e di fare le persone serie
Ivan Cavicchi

Fonte: qui

mercoledì 6 aprile 2016

LA CONVERSAZIONE TRA I DUE BIG DEL FMI, POUL THOMSEN E DELIA VELCULESCU, RESA PUBBLICA DA WIKILEAKS, SEMBRA QUELLA TRA DUE STROZZINI ...

big-thomsen-velculescu-782478IL DEBITORE IN QUESTIONE E’ IL POPOLO GRECO

Nella conversazione “intercettata”, Thomsen è esplicito: “Se il governo ellenico verrà sottoposto alle giuste pressioni alla fine cederà, come già successo in passato quando è rimasto senza soldi”. Velculescu concorda: “Giusto…”

Cosimo Caridi per il “Fatto Quotidiano
THOMSEN E VELCULESCU BIG
THOMSEN E VELCULESCU

2 strozzini beccati con le mani nella marmellata. Ieri Wikileaks ha pubblicato la trascrizione di una teleconferenza del Fondo monetario internazionale, in cui Poul Thomsen, direttore del Fmi in Europa, ipotizza minacce incrociate a Grecia e Germania per arrivare a un credit event (crisi del debito).

Secondo quanto pubblicato da Wikileaks, Thomson ha detto che "se il governo ellenico verrà sottoposto alle giuste pressioni alla fine cederà, come già successo in passato quando è rimasto senza soldi".
poul thomsen capo della troika in grecia
POUL THOMSEN CAPO DELLA TROIKA IN GRECIA

La sua interlocutrice Delia Velculescu, capo missione in Grecia del Fmi, già soprannominata Draculescu per il periodo in cui guidò il Fondo a Cipro, risponde: "Giusto".

Thomsen riprende: "E questo probabilmente accadrà. In questo caso bisogna trascinarla fino a luglio", dopo il referendum sulla Brexit del 23 giugno.

La teleconferenza è avvenuta il 19 marzo, pochi giorni dopo che il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble aveva detto, pubblicamente, che si sarebbe opposto a una riduzione del debito greco. Bce e Commissione Ue detengono circa 300 miliardi di euro dei prestiti fatti ad Atene, quasi la totalità della somma dei vari salvataggi. Il Fmi chiede, dalla scorsa estate, che il debito venga rinegoziato.
Lo scorso luglio, durante un Eurogruppo ad alta tensione, anche i leader europei avevano lasciato aperta la porta a una ristrutturazione del debito, mai avvenuta. Il Fmi vuole che la Grecia aumenti il suo avanzo primario per il 2018 al 3,5% del Pil.
Questo si tradurrebbe in un taglio alla spesa tra i 7 e i 9 miliardi, cifra molto più alta dei 5 miliardi chiesti da Bruxelles per non parlare dei 1.800 milioni proposti da Atene. Si tratta quindi di far migliorare i conti greci, cancellando parte del debito e aumentando i tagli dello Stato, in particolare con una riforma della pensioni molto più dura di quella messa sul tavolo da Euclidis Tsakalotos, ministro delle Finanze ellenico.
DELIA VELCULESCU 3
DELIA VELCULESCU
La minaccia di creare una crisi del debito rievoca lo scorso luglio, quando milioni di ellenici si misero in coda davanti ai bancomat. Ma anche questo non basterebbe al Fmi.

Infatti nella stessa teleconferenza Thomsen spinge la collega a far pressione sulla Germania, usando la questione dei rifugiati bloccati in Grecia.

E poi simula un ultimatum alla Cancelliera tedesca: "Guardi, signora Merkel lei deve affrontare un problema, deve pensare a cos' è più costoso: continuare senza il Fmi" e affrontare il Bundestag (il Parlamento tedesco, ndr) o accettare "la riduzione del debito di cui noi riteniamo la Grecia abbia bisogno per tenerci a bordo".

In altre parole Thomsen intende ricattare la Merkel con una possibile uscita del Fmi dalla Troika, in cambio di condizioni più adeguate alla ripresa economica greca, anche se per questo dovesse creare una nuova corsa agli sportelli ellenici.

Il Bundestag la scorsa estate si era già espresso sull' impossibilità di continuare con un piano di salvataggio, per la Grecia, senza la supervisione del Fondo di Washington.
Per Merkel e Tsipras lo scenario, al quale tramavano Thomsen e Velculescu, si tradurrebbe in una crisi di governo, in entrambi i paesi. Il Fondo monetario internazionale "non commenta le fughe di notizie - ha detto una sua portavoce - Abbiamo affermato chiaramente cosa pensiamo sia necessario per una soluzione duratura delle sfide economiche della Grecia (…) C' è un collegamento tra le riforme attuabili e il debito cancellabile".
LAGARDE TSIPRAS
LAGARDE TSIPRAS
Silenzio a Berlino, dove Angela Merkel deve muoversi con attenzione per non perdere l' appoggio del Parlamento tedesco, e di quello europeo, per poter giocare tutte le carte contro un possibile Brexit. Di tutt' altro tenore le risposte che arrivano da Atene: Tsipras ha tenuto una riunione d' urgenza con i ministri di Esteri e Finanze Kotzias e Tsakalotos. Fonti del governo hanno anche fatto sapere che Atene "non accetterà che si giochi con il Paese".
Lo stesso primo ministro greco ha scritto ieri a Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, chiedendo conto di una possibile uscita di scena del Fmi dal salvataggio greco e di una nuova crisi del debito voluta dallo stesso Fondo. Intanto si lavora per capire chi ha inviato a Wikileaks il documento.
Dalla traslitterazione del cognome Velculescu, divenuto Velkouleskou, sembra opera di un madrelingua greco. Forse la stessa fonte che la scorsa estate inviò all' organizzazione di Julian Assange un documento in cui si provava che nel 2009 Fmi e Germania avevano bloccato un taglio alle spese militari da parte del governo ellenico, già allora alla prese con la crisi del debito. Atene comprò quegli armamenti da un' azienda tedesca.
Fonte: qui