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domenica 29 dicembre 2019
mercoledì 11 dicembre 2019
“ANASTASIYA E PRINCI TRATTARONO PER LA DROGA”, DOMENICO MUNOZ, L'AMICO DI LUCA SACCHI ACCUSA LA FIDANZATA DEL RAGAZZO UCCISO A ROMA IL 23 OTTOBRE: “LEI DECISIVA NELLA TRATTATIVA”

SMENTITA LA RICOSTRUZIONE DELLA RAGAZZA CHE AVEVA DETTO DI AVER SUBITO UNA RAPINA SENZA PARLARE DI COMPRAVENDITA DEGLI STUPEFACENTI
"VADO, PRENDO L'ERBA E TE LA PORTO", COSI' SCATTO' LA TRAPPOLA PER LUCA
IL RUOLO DI PRINCI CHE IN PASSATO CERCAVA SIM ANONIME, INTESTATE A SCONOSCIUTI. PER QUALE MOTIVO?
Alessia Marani e Giuseppe Scarpa per il Messaggero
Apre nuovi scenari Domenico Munoz. L' amico di Luca Sacchi, Anastasia Kylemnyk e Giovanni Princi, ha descritto, davanti agli investigatori, i dettagli di quel fatidico 23 ottobre all' Appio Latino. Definendo per la prima volta i ruoli esatti assunti dai protagonisti della vicenda, ponendo la baby sitter e Princi in posizioni di prima linea nella trattativa con i pusher di Casal Monastero che hanno sparato al personal trainer di 24 anni.
Il giovane studente di Biotecnologia ha, dunque, raccontato agli inquirenti, nell' interrogatorio del sei dicembre scorso, i particolari di quella serata, rendendo una cronologia esaustiva della partita per l' acquisto della marijuana. Una serata in cui lo stesso Munoz era presente fuori dal John Cabot Pub, in compagnia di Sacchi e Anastasia, quando Valerio Del Grosso e Paolo Pirino sono scesi dalla Smart per strappare lo zaino alla ragazza, sparando in testa a Luca.
La sua è la prima testimonianza ritenuta attendibile dalla procura, sul fronte interno al gruppo di amici di Sacchi, freddato per avere cercato di difendere la sua ragazza dall' aggressione, ma anche per non farle portare via lo zaino con all' interno una montagna di quattrini.
I RUOLI
Perciò Sacchi sarebbe stato consapevole di quello che stava succedendo. Ma fine a che punto? Ha avuto un ruolo secondario - ha sottolineato lo stesso Munoz agli investigatori - nella trattativa relativa allo stupefacente rispetto a Princi e a Nastja. Entrambi, quindi, con compiti diversi, sarebbero stati in prima linea e in piena sintonia per l' acquisto della marijuana, secondo la versione del cileno. Ciò che Munoz ha rappresentato ai carabinieri del Nucleo Investigativo di via In Selci e al pm Nadia Plastina è quindi utile agli inquirenti per puntellare l' accusa nei confronti della stessa Kylemnyk e di Princi.
I due, in sostanza, avrebbero avuto un ruolo attivo. Erano ben coscienti di quello che stavano facendo. Si tratta di una versione che, ovviamente, rende meno credibili le affermazioni della venticinquenne di origine ucraina che ancora il 4 dicembre, durante l' interrogatorio di garanzia di fronte al gip Costantino De Robbio, sosteneva che: «Non sapevo di avere 70 mila euro nello zaino. Io e Luca siamo totalmente estranei a questa vicenda». Affermazioni che ricalcano la prime sommarie informazioni di Nastja che, nelle ore successive alla rapina del suo zaino e soprattutto all' assassinio del suo Luca, raccontava di essere stata vittima inconsapevole. Omettendo, in pratica, tutti i fatti antecedenti al terribile epilogo.
Una verità di comodo che non aveva, fin da subito, convinto gli inquirenti i quali, infatti, l' hanno indagata per detenzione ai fini di spaccio. Una versione decisamente lacunosa, se non mendace, su cui, sulle prime, si era accomodato anche lo stesso Munoz. Il ragazzo cileno a oggi non risulta essere indagato, ma il suo destino giudiziario è ancora appeso, tutto da scrivere insomma. In Procura dovrebbe essere sentito presto anche Valerio Rispoli, l' intermediario dei pusher con il quale Princi avrebbe avuto già contatti precedenti.
PERIZIE E VERIFICHE BANCARIE
Ad ogni modo, dopo essere stato reticente nei giorni successivi al delitto dell' amico, Munoz si è poi redento. In una deposizione fiume ha riferito i dettagli dell' acquisto della marijuana. I primi contatti di quella serata. Una ricostruzione, con dovizie di particolari, che ha sorpreso gli stessi investigatori.
Intanto, anche su Princi, emergono nuovi elementi. Il ragazzo avrebbe cercato in passato sim anonime, intestate a sconosciuti.
Una delle ultime in suo possesso risulta appartenere a uno straniero. Un modo, insomma, per avere numeri di cellulare non riconducibili a lui. È questo il comportamento tipico di chi vuole parlare in assoluta libertà senza il pericolo di essere intercettato. Ebbene un episodio sarebbe indicativo dell' ossessione del ragazzo di cercare questa eccessiva riservatezza.
Princi avrebbe visto una sim buttata per terra, in strada. L' avrebbe presa. Un gesto che non sarebbe sfuggito ai genitori che poi avevano imposto al figlio di buttarla via.
Intanto, le indagini proseguono.
Sono in corso accertamenti bancari per capire i prelievi effettuati dagli amici dell' Appio Latino nelle ore e nei giorni precedenti al delitto; infine, oggi, verrà effettuata una perizia sulla Citroen C1 sequestrata ad Anastasia.
COSI' SCATTO' LA TRAPPOLA PER LUCA
Fulvio Fiano e Rinaldo Frignani per il Corriere della Sera – Roma
Giovanni Princi trattava alla pari con il pusher Valerio Del Grosso, che pochi minuti dopo avrebbe ucciso il suo amico Luca Sacchi. La conferma alle accuse del pm Nadia Plastina arriva da una frase riferita ai carabinieri del Nucleo investigativo dagli intermediari del pusher, Valerio Rispoli e Simone Piromalli, nella loro testimonianza sui fatti del 23 ottobre.
Siamo davanti al John Cabot pub, i contatti per concludere l' affare dei 15 chili di erba al prezzo di 70 mila euro sono già ben avviati, Anastasiya Kylemnik ha già mostrato ai due mandati sul posto dal 21enne di Casal Monastero le mazzette di banconote da 20 e 50 euro nel suo zaino di simil pelle rosa e Del Grosso, accompagnato da Paolo Pirino, compare sulla scena, ma senza marijuana.
È qui che Rispoli lo sente parlare con Princi, che chiede al pusher: «Ma come, frà, avevamo detto che facevamo qua?». E Del Grosso: «Vado, prendo l' erba e te la porto qua».
In realtà tornerà a mani vuote e armato per prendere i soldi in cambio di niente, ma a quel punto Princi si era già allontanato, forse fiutando qualcosa di strano, lasciando Nastia e Sacchi da soli e di fatto esponendoli alla rapina di Del Grosso, che in sua presenza forse non avrebbe tentato il colpo.
Di fronte al silenzio di tutti gli indagati, gli inquirenti contano ora di chiudere il cerchio con il riascolto di tutti i testimoni della vicenda, a partire da Piromalli e Rispoli.
È già stato interrogato anche Domenico Costanzo Martino Munoz, l' ultimo componente del gruppo di quattro (con Luca, Princi e Nastia) che secondo le indagini partecipava all' acquisto. Ma a suo carico non ci sono al momento contestazioni formali e questo lo obbliga a dire la verità. Le sue parole vengono vagliate in queste ore.
Intanto sono cominciati ieri mattina nella caserma dei carabinieri a Tor di Quinto gli accertamenti del Ris dell' Arma su alcuni reperti sequestrati dopo l' omicidio del 24enne. A cominciare dallo zainetto rosa di Anastasiya sul quale sono stati effettuati esami tecnici per individuare non soltanto impronte digitali ma anche sostanze biologiche per capire quella notte chi lo abbia toccato. Presenti alla apertura dei plichi sigillati gli avvocati della famiglia Sacchi.
Oltre allo zainetto è stato esaminato anche il portafoglio della baby sitter fidanzata con Luca, che si trovava all' interno dello zaino insieme con i documenti d' identità e altri effetti personali.
È stata poi la volta della mazza da baseball nera e argento impugnata da Pirino e con la quale sarebbero stati colpiti sia il personal trainer sia Anastasiya. Sull' attrezzo, così come dal materiale recuperato sotto le unghie della vittima (sulla mano destra e su due dita di quella sinistra), gli specialisti cercano le tracce di dna degli aggressori, con i quali Luca avrebbe avuto una colluttazione prima di essere ferito a morte.
Infine oggi si cercheranno tracce di polvere da sparo sulla Citroen C1 di Anastasiya, sulla Smart ForFour usata dai killer nella fuga e su quella presa in sostituzione della prima il 24 ottobre, dopo un incidente. Su questa seconda Smart, Pirino fu anche fermato sul Gra dalla Polstrada prima che diventasse un sospettato. Gli venne ritirata la patente. Fonte: qui
giovedì 23 maggio 2019
CAPITANO ULTIMO DEMOLISCE LA TRATTATIVA STATO-MAFIA

"UN’INDAGINE SBAGLIATA, UN MODO FORSE INVOLONTARIO, MA OSTINATO, DI RIDIMENSIONARE LA VITTORIA DELLO STATO ATTRAVERSO UNA SERIE DI CONGETTURE MAI DIMOSTRATE, DI DISTRARRE L’OPINIONE PUBBLICA CON MISTERI SUGGESTIVI, MA FALSI, PER IGNORARE QUELLI VERI"
"DA MORI HO AVUTO TUTTI I MEZZI NECESSARI"
"CASELLI NON E' MAI STATO INGANNATO DA ME"
''NESSUNO SI È SOGNATO DI INDAGARE COME MAI LA MAFIA E RIINA L’ABBIANO FATTA FRANCA PER TRENT’ANNI''
Con la mafia non si tratta
Un capitolo di “Fermate il capitano Ultimo”, il nuovo libro di Pino Corrias (ChiareLettere) in libreria da domani 23 maggio
Ultimo ha sempre considerato la trattativa Stato-mafia un’indagine sbagliata, un modo forse involontario, ma ostinato, di ridimensionare la vittoria dello Stato attraverso una serie di congetture mai dimostrate, di distrarre l’opinione pubblica con misteri suggestivi, ma falsi, per ignorare quelli veri. Compreso quello della buona convivenza tra i molti poteri in Sicilia –l’economia, la mafia, la massoneria, le istituzioni – che talvolta hanno rotte di navigazione differenti, ma più spesso stanno in scia senza troppe interferenze.
Quello di Ultimo è uno sfogo covato per anni. Dice: «Nessuno si è sognato di indagare come mai la mafia e Riina l’abbiano fatta franca per trent’anni. Nessuno ha indagato se c’erano complicità o coperture dentro il Palazzo di giustizia, dentro le istituzioni, dentro le forze politiche».
Si chiede: «Perché nessuno ha preso in considerazione il dossier “Mafia e appalti”? Perché non c’era un’attività investigativa costante su Riina e i suoi complici? Chi ha deciso di non controllare la moglie ogni volta che partoriva alla clinica Noto, nel centro di Palermo? Come mai nessuno l’ha seguita, intercettata? È successo per reciproca convenienza, per quieto vivere, per paura? Non lo so, anche se vorrei saperlo. Ma è un fatto che tantissimi di quelli rimasti muti e coperti per trent’anni si siano scatenati contro Falcone quando è finito il maxiprocesso, e contro di noi appena abbiamo preso Riina. E allora chi copre chi?
«Mi ricordo che, quando preparavamo la missione a Palermo, tanti brillanti investigatori ci dicevano: “State perdendo il vostro tempo. A Palermo è impossibile fare i pedinamenti. La mafia ha mille occhi”. E ci guardavano con aria di sufficienza. Ma quello che fino al giorno prima della cattura era considerato impossibile – stanare dal suo covo il capo dei capi – il giorno dopo è diventato un gioco da ragazzi: ve lo hanno consegnato. Anzi, peggio: è stata la contropartita per un tradimento delle istituzioni.
«E chi ha tradito? I carabinieri, dice la sentenza. In cambio di cosa? Della benevolenza dei politici? Quali? Oppure per ottenere soldi, onore, carriera? Proviamo a calcolare i vantaggi incassati: Mori, Subranni e De Donno sotto inchiesta per una ventina di anni, processati tre volte, poi alla fine condannati. Io sotto processo, assolto e infine archiviato in un sottoscala dove mi impediscono di lavorare. I miei uomini umiliati e dispersi.
«E i mafiosi che vantaggi hanno avuto dalla trattativa? Riina e Provenzano sono morti in carcere. Bagarella è sepolto al 41 bis. L’unico che ha scampato l’ergastolo e gode di immensi privilegi è Giovanni Brusca, che ha sulle mani il sangue di cento omicidi, compresi quelli di Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido, e di Falcone, ucciso dal suo tritolo. Per lui niente regime speciale e molti permessi perché si è pentito, ha aiutato le indagini e ha trattato con i magistrati. Quindi sì, Brusca la trattativa l’ha fatta. Anzi, ne ha fatte due: prima con lo Stato quando faceva le stragi, e poi con la procura quando si è lasciato il passato alle spalle e ha intrapreso la seconda trattativa, lavandosi il sangue dalle mani.
Dunque non un assassino, ma un genio del male e poi del bene. «E i magistrati? Qualche procura o qualche procuratore è finito sotto inchiesta a causa della trattativa? Non mi risulta. Il dottor Gian Carlo Caselli è andato in pensione con tutti gli onori, com’era giusto. Il dottor Pietro Grasso è salito fino ai vertici delle istituzioni, venendo nominato presidente del Senato. Il dottor Giuseppe Pignatone è andato a dirigere la Procura di Roma. Gli altri sono al loro posto, a parte il povero Ingroia che si è messo nei guai da solo, tutti bravi e brillanti investigatori.
«Era una trattativa che andava fatta, quella con Brusca? O quella che fece Pier Luigi Vigna, procuratore nazionale antimafia, con il boss Pietro Aglieri per convincerlo a pentirsi? Credo proprio di sì. Tutto quello che serve per disarticolare la mafia va tentato. Proprio come ha fatto il generale Mori quando è andato a sondare Vito Ciancimino.
Anche lui cercava una chiave, una luce investigativa, una strada per capire e per colpire. Ma mentre incontrava don Vito a Roma organizzava la mia partenza per Palermo, anche se tutti ci dicevano che era una missione impossibile, che avremmo fallito, che Palermo era un labirinto dove c’erano mille complicità che coprivano le serrature.
Eppure Mori mi ha dato tutti i mezzi necessari, tutti gli uomini, tutta la libertà di provare la strada della pura investigazione, dell’accerchiamento e dell’attacco. E lo ha fatto mentre trattava? Sì, certo. «Sondare la zona grigia per trovare una chiave d’accesso a Cosa nostra e nello stesso tempo preparare le armi per distruggerla sono due momenti della stessa strategia. «Mettere sotto inchiesta quella doppia strategia, trasformarla in un cedimento alla mafia – o addirittura in favoreggiamento – è una distorsione della realtà. Una distorsione pericolosa che fa solo l’interesse di chi con i sistemi criminali ci vuole convivere per trarne lavoro e prestigio.
«Cosa succederebbe se un giornale cominciasse a scrivere che un personaggio come il commercialista Piero Di Miceli entra ed esce dalla Procura di Palermo quando gli pare, che ha assunto la nuora del giudice Vittorio Aliquò e che ci sono almeno due pentiti di mafia, come Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci, che raccontano la vicinanza tra questo personaggio e certi magistrati? Niente la prima volta, niente la seconda, ma forse alla terza qualcuno aprirebbe un’indagine. Ci sarebbero le smentite, le polemiche. Ma intanto l’indagine diventerebbe un’inchiesta, magari affidata alla Procura di Caltanissetta. E dopo dieci anni, un processo. E dopo un processo, un altro.
Magari tutti basati su insinuazioni, sospetti e maldicenze più che su prove. «Per carità, penso che sia giusto fare i processi, mettere tutto in discussione, indagare, verificare, eccetera. Ma quando un’inchiesta diventa una persecuzione non mi sta più bene.
Quando il generale Subranni viene accusato dalla moglie di Borsellino di essere punciutu, cioè mafioso, perché lei lo ha sentito dire una sera da suo marito, come fai a difenderti? Quando l’assoluzione di Mori per la mancata cattura di Provenzano viene ignorata e le stesse carte ritornano nel processo sulla trattativa Stato-mafia, con gli stessi testimoni, gli stessi episodi, fino a ottenere una condanna che non sarebbe stata possibile in origine, non sono più sicuro che si stia cercando la verità, quanto piuttosto un capro espiatorio. Allo stesso modo, la mia assoluzione per la mancata perquisizione della villa di Riina avrebbe dovuto dissipare i sospetti una volta per tutte, ma non ha fatto altro che alimentarne di nuovi».
Continua Ultimo: «Caselli non è stato ingannato da me, che gli ho sempre detto la verità, ma da quei magistrati che hanno fatto marcia indietro sulla storia della perquisizione e lo hanno convinto a fare altrettanto. Li ha assecondati anche se sapeva benissimo che, se quel pomeriggio del 15 gennaio 1993 avesse ordinato di perquisire tutte le ville e tutti gli inquilini di via Bernini, di via della Regione Siciliana, di piazzale Kennedy, noi l’avremmo fatto perché lui era il responsabile dell’indagine, e non avremmo mai disatteso un suo ordine.
«Ma la verità è che stiamo tutti parlando di nulla e sul nulla. Dieci minuti dopo l’arresto, i mafiosi sapevano che Riina era stato catturato. Davanti alla sua auto c’era una staffetta in motorino che, mentre noi ci infilavamo nel traffico di Palermo, stava già avvertendo tutti i boss che aspettavano Riina per una riunione.
È una cosa che è stata raccontata anni dopo dai pentiti, ma che era immaginabile, perché a Palermo la mafia ha davvero mille occhi. «Se ci fosse stato veramente qualcosa di importante nella villa – qualche carta, qualche fantomatico elenco di complici – sarebbe sparito in quei minuti: Ninetta Bagarella lo avrebbe nascosto, distrutto o magari usato per qualche ricatto. Mentre noi saremmo riusciti a organizzare la perquisizione molte ore dopo e saremmo dovuti entrare in forze dentro al comprensorio perché ancora non sapevamo qual era la villa e tutti gli inquilini di via Bernini erano sospettabili. Sarebbe stato un rastrellamento. Quindi di cosa stiamo parlando?». Fonte: qui
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