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martedì 24 settembre 2019
lunedì 16 settembre 2019
LA DIETA A BASE DI VEGETALI AUMENTEREBBE IL RISCHIO DI ICTUS: È QUANTO EMERGE DA UNO STUDIO DELL’UNIVERSITÀ DI OXFORD CHE SOTTOLINEA COME NON MANGIARE CARNE RIDURREBBE L'APPORTO DI ALCUNE VITAMINE, IN PARTICOLARE LA B12 E LA D, PROPRIO QUELLE CHE PROTEGGONO IL CORPO UMANO DALL'ICTUS
MA CI SONO PURE BUONE NOTIZIE VISTO CHE…
Tiziana lapelosa per "www.liberoquotidiano.it"
VEGANI
Meglio tenere sotto controllo il cuore o la testa? Non passa giorno senza leggere qualche suggerimento sulla dieta corretta da seguire, sui cibi da non mangiare o su cibi miracolosi per la salute e per la linea. Non passa giorno in cui non arrivi una notizia che, come una pallina da biliardo, contribuisca ad alimentare ancora di più la confusione che alberga più o meno in tutti in fatto di cibo, croce e delizia dell' epoca che viviamo.
L' ultima riguarda i vegetariani e i vegani, quelli, questi ultimi, che dai loro piatti non soltanto hanno escluso la carne (e pazienza), ma anche tutti i derivati animali. Che vuol dire latte, formaggi, uova, miele (e ci vuole davvero tanto coraggio)...
Secondo uno studio inglese, questo tipo di alimentazione a base di "foglie", seitan (un impasto ricavato dal glutine del grano tenero o farro o khorasan che assomiglia un po' alla carne), tofu (un derivato della soia), latte di riso, legumi e cloni di hamburger e spezzatino, aumenterebbe il rischio di ictus, la chiusura o la rottura di un vaso cerebrale con conseguente danno alle cellule cerebrali per mancanza di ossigeno. Ma, attenzione, ridurrebbe il rischio di infarto.
È quanto emerge da uno studio condotto dalla Oxford University e pubblicato sulla rivista scientifica British Medical Journal. Funzionerebbe così, in base a quanto emerso dalla ricerca durata circa dieci anni e che ha messo sotto osservazione 50mila britannici di età superiore a 18 anni.
ICTUS
Non mangiare carne abbasserebbe il livello di colesterolo oltre a ridurre l' apporto di alcune vitamine, in particolare la B12 e la D, proprio quelle che proteggono il corpo umano dall' ictus. Ne è emerso che il 20% della popolazione vegana sarebbe più predisposta a questo tipo di malattia rispetto a chi invece la carne la mangia.
E questa è la nota negativa. Perché c' è anche un "lato b" meno preoccupante: preferire legumi, tofu, seitan e compagnia, infatti, ridurrebbe del 22% il rischio di avere un infarto o una qualsiasi malattia cardiaca. Forse, dicono gli esperti ricercatori inglesi, per via di una più bassa pressione del sangue e anche di una minore incidenza del diabete.
DIETA
Ma sarà vero? Fatto lo studio, trovato il difetto nel variegato mondo dell' alimentazione.
Tom Sanders, professore del King' s College di Londra, la quarta più antica università britannica, fa notare, per esempio, che lo studio pecca di attendibilità.
«È probabile che le persone che seguono diete alternative abbiano meno probabilità di assumere farmaci per l' ipertensione e di conseguenza soffrono di ictus», ha suggerito al Guardian.
ICTUS
Un "limite" che si associa al fatto che la ricerca si sia basata sull' autodichiarazione e al fatto che abbia coinvolto per lo più persone bianche che vivono nel Regno Unito e quindi difficilmente applicabile ad altre popolazioni. Gli stessi ricercatori, del resto, hanno sottolineato che lo studio merita un maggiore approfondimento e che nessuno dovrebbe allarmarsi dal momento che lo studio non dimostra un rapporto di causa ed effetto.
VEGANI
Per stare tranquilli, insomma, meglio scegliere la via di mezzo, quella della moderazione, senza rinunciare ai piccoli piaceri della tavola. Certo, con una attenzione in più verso le verdure come del resto suggeriscono tutti i nutrizionisti. Fonte: qui
sabato 7 settembre 2019
CANCRO DEL COLON: SINDROME METABOLICA FATTORE DI RISCHIO, PUBBLICATO STUDIO UNIVERSITA' DI CHIETI
CHIETI - La Sindrome Metabolica è un importante fattore di rischio per la insorgenza di adenomi e cancro del colon.
Lo dimostra uno studio coordinato da ricercatori della Università “d’Annunzio” coordinati dal professor Matteo Neri, gastroenterologo, professore ordinario presso il Dipartimento di Medicina e Scienze dell’Invecchiamento.
Il lavoro è stato appena pubblicato sulla prestigiosa rivista Sage Journals.
“Sebbene fosse noto in passato che obesità e diabete conclamati fossero tra i fattori di rischio per le neoplasie del colon, - spiega il prof. Matteo Neri - abbiamo dimostrato che anche soggetti normopeso e prediabetici, se posseggono tre delle cinque componenti della sindrome metabolica, sono a rischio doppio rispetto a chi non le possiede di sviluppare adenomi o carcinoma del colon. La sindrome metabolica è un insieme di caratteristiche antropometriche (circonferenza addominale), circolatorie (pressione arteriosa) e laboratoristiche (glicemia, trigliceridemia, colesterolemia) la cui presenza è un fattore di rischio noto per le malattie cardiovascolari e, da oggi, anche per le neoplasie del colon, indipendentemente dalla presenza di obesità. La forza di questo studio - prosegue il prof. Neri - risiede nell’elevato numero di soggetti coinvolti per l’esame colonscopico (circa 6.000) che ha portato a riscontrare 213 carcinomi e complessivamente 1949 polipi. Questo imponente numero di soggetti arruolati è stato ottenuto grazie al coinvolgimento di 50 centri di Endoscopia Digestiva distribuiti su tutto il territorio italiano e rappresentativi della nazione. Ad oggi il fattore di rischio più importante per le neoplasie del colon è l’età. Tutti i programmi di screening si basano sul reclutamento di soggetti con più di 50 anni. In realtà il riscontro di neoplasie prima di questa età è in crescente aumento. Questo studio dimostra che la sindrome metabolica è un fattore di rischio indipendente per neoplasie del colon soprattutto in soggetti con meno di 50 anni. Ciò - conclude il prof. Neri - indica la necessità di un possibile mutamento delle strategie di screening delle neoplasie del colon su base nazionale o regionale che includano questo fattore di rischio”. Fonte: qui

MANGIARE CARNE DIMINUISCE DEL 20% IL RISCHIO DI AVERE UN ICTUS
SECONDO UNA RICERCA DELL’UNIVERSITA’ DI OXFORD CHI FA A MENO DI CARNE, UOVA E LATTICINI, PRIVA IL PROPRIO ORGANISMO DI GRASSI "BUONI", E VITAMINE PROTETTIVE, IN PARTICOLARE LA B12.
LA CUI MANCANZA È DIRETTAMENTE LEGATA AL MAGGIOR RISCHIO DI ICTUS…
In molti sono convinti che mangiare carne aumenti il rischio di problemi al cuore (oltre alle correlazioni delle carni rosse col tumore), eppure una ricerca condotta dall'Università di Oxford, svela che coloro che escludono del tutto dalla dieta alimenti di origine animale, hanno il 20% di possibilità in più di essere colpiti da un ictus. Secondo lo studio chi fa a meno di carne, uova e latticini, priva il proprio organismo di grassi "buoni", e vitamine protettive, in particolare la B12. Quindi, mangiare carne avrebbe, anzi, effetti benefici sul nostro organismo.
La ricerca, condotta su quasi 20 mila adulti, è durata 18 anni. I medici hanno osservato che i soggetti vegetariani e vegani risultavano avere livelli più bassi della vitamina B12, la cui mancanza è direttamente legata al maggior rischio di ictus. Tuttavia, il dottor Tammy Tong, di Oxford, ha affermato che sono necessarie ulteriori approfondimenti, prima di modificare le linee guida dietetiche. Mentre dal canto suo, il dottor Stephen Burgess, dell'Università di Cambridge, ha preso atto dello studio di Oxford, e suggerisce quindi che "seguire una dieta vegetariana potrebbe non essere universalmente vantaggioso per la nostra salute".
Ogni anno in Italia i casi di ictus sono all'incirca 200 mila. Il 20% di questi non sopravvive, mentre sono 50 mila i casi che, invece, sono costretti a portarsi dietro gravi disabilità. Molti esperti hanno quindi preso di mira la dieta Mediterannea, da sempre osannata come una delle più sane, colpevole di essere troppo ricca di sale, carni, burro, formaggi e uova.
Fonte: qui
mercoledì 24 luglio 2019
UNA RICERCA DELL'ISTITUTO AMERICANO DELLA NUTRIZIONE RIVELA CHE L'ABITUDINE A BERE MOLTE BEVANDE ZUCCHERATE DURANTE LA GIORNATA PUÒ PORTARE A INCREMENTO DI PESO E A UN PIÙ ALTO RISCHIO DI DIABETE, MALATTIE CARDIACHE E ICTUS

PER QUANTO RIGUARDA LA MORTALITA' CARDIOVASCOLARE LE OPINIONI SONO CONTRASTANTI...
Antonio G. Rebuzzi* per “il Messaggero”
*Direttore Cardiologia intensiva Policlinico Gemelli - Università Cattolica Roma
Le bibite, con zucchero o dolcificanti, gasate o non gasate, energizzanti o meno, sono tra le bevande maggiormente consumate nei paesi occidentali sia tra i ragazzi che tra gli adulti. Negli uomini forniscono mediamente il 9.3% delle calorie giornaliere.
Nelle donne l'8.2% .
Se si tiene conto che le società scientifiche raccomandano che l'energia prodotta da zuccheri nella dieta quotidiana non superi il 10%, ci si rende facilmente conto che con le sole bibite si rischia di superare tale quota. In diversi studi epidemiologici si è dimostrato che l'abitudine a bere molte bevande zuccherate durante la giornata può portare a incremento di peso, a più alto rischio di diabete a malattie cardiache ed ad ictus.
Per ciò che riguarda invece la mortalità, le opinioni sono contrastanti. L'analisi del National Health and Nutrition Examination Survey degli Stati Uniti effettuata da Qiang Yang prova una correlazione importante tra bevande zuccherate e mortalità cardiovascolare negli adulti.
IL FRUTTOSIO
Altri studi invece non trovano questo evidente rapporto, in particolare se i soggetti di studio sono giovani o se le quantità bevute non sono eccessive. Ulteriore difficoltà ad avere chiare le idee dipende dal fatto che bisogna distinguere tra bevande a base di zuccheri naturali (saccarosio, fruttosio o altro) ed altre in cui il dolcificante è artificiale. Al momento, comunque, molte società mediche provano a scoraggiare, specialmente nei ragazzi, un consumo smodato.
Nell'ultimo numero della rivista americana Circulation è stato pubblicato un interessante lavoro di Vasanti Malik università di Harvard e coll. sull'uso per lunghi periodi di bevande dolcificate (con zuccheri o dolcificanti artificiali) e rischio di sviluppare malattie cardiache o neoplastiche.
LA DOSE
Sono stati esaminati dati derivati da due grossi studi epidemiologici attualmente in corso, e sponsorizzate da fondi governativi degli Stati Uniti: l'Health Professional's Follow-up Study, iniziato nel 1986, che analizza i dati epidemiologici di oltre 51.500 uomini tra i 40 e 75 anni, ed il Nurse's Health Study, iniziato nel 1976 che finora ha incluso 121.700 donne tra i 30 e 55 anni. Dall'analisi sono stati esclusi i soggetti che già all'ingresso avevano diabete, cardiopatie o malattie neoplastiche. Si è dimostrato che il consumo di bibite dolcificate con zuccheri naturali era direttamente correlato ad aumento della mortalità, in particolare cardiovascolare, in maniera dose-dipendente.
Tale aumento poteva arrivare (per coloro che bevevano oltre due bottiglie al giorno) fino al 31% in un periodo di follow up inferiore a 20 anni. Per il rischio neoplastico i valori erano decisamente minori ( 16%) e, necessitano quindi, anche secondo gli autori, di ulteriore conferma. Il consumo di bibite con dolcificanti artificiali aumentava il rischio solo nei consumatori maggiori e solo nelle donne. Tali associazioni erano comunque significative indipendentemente da età, massa corporea, tipo di attività fisica esercitata, qualità e quantità della dieta.
Fonte: qui
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