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martedì 24 settembre 2019

COLESTEROLO, ISTRUZIONI PER L’USO

TENERLO SOTTO CONTROLLO È FONDAMENTALE PER RIDURRE IL RISCHIO DI INFARTI E ICTUS, MA NON ESISTONO DEI VALORI UNIVERSALI CHE POSSONO CONSIDERARSI NELLA NORMA: IL NUMERO "MAGICO" È DA METTERE IN RELAZIONE ALL’ETÀ E LE CONDIZIONI DEL PAZIENTE MENTRE IL VALORE DA TENERE IN CONSIDERAZIONE È IL TOTALE 
PERCHÉ È PERICOLOSO, QUANDO SERVONO I FARMACI E QUALI SONO I RISCHI DELLE TERAPIE…

COLESTEROLOCOLESTEROLO
Non si vede, non si sente, ma può fare tanti danni alla salute.
Il livello di colesterolo è, con pressione e glicemia, uno dei parametri da conoscere per avere un' idea del rischio di infarti e ictus e poter così intervenire per mettersi al sicuro. Ma quali sono i valori da considerare, perché è così pericoloso, come agire per ridurlo?
A questo e altro rispondono le nuove linee guida dell' European Society of Cardiology e un incontro tematico dell' ultimo Festival della Scienza di Bologna, dove Maurizio Averna, responsabile del Centro Dislipidemie Genetiche del Policlinico Giaccone di Palermo, Claudio Borghi, direttore dell' unità di Medicina Interna del Policlinico Sant' Orsola di Bologna, e Claudio Rapezzi, direttore dell' Unità Complessa di Cardiologia del Policlinico di S.Orsola di Bologna, hanno chiarito tutto quello che avremmo sempre voluto sapere sul colesterolo. In questa pagina una sintesi delle loro indicazioni.

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IL COLESTEROLO È BUONO O CATTIVO?
Tutti e due. Il colesterolo è uno solo e oltre che essere indispensabile (per le membrane delle cellule, per la sintesi di alcuni ormoni, della vitamina D, della bile) non ha un' anima da esprimere; quel che fa la differenza è la modalità con cui viene trasportato nel corpo.
È infatti una molecola liposolubile , così ha bisogno di essere racchiuso in involucri che contengono anche proteine: sono questi involucri a determinarne il destino. I due tipi principali sono le lipoproteine a bassa densità o Ldl , che portano il colesterolo verso i tessuti periferici perché possa essere utilizzato, e le lipoproteine ad alta densità o Hdl che invece servono a portare il colesterolo al fegato, dove viene smaltito.

I guai cominciano quando c' è troppo colesterolo legato alle Ldl, per esempio perché se ne produce in eccesso per colpa di una dieta squilibrata troppo ricca di grassi: il colesterolo Ldl tende infatti ad andare verso la parete delle arterie e accumularsi, formando placche che si ispessiscono ostacolando il flusso del sangue.
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Volendo affibbiare nomignoli poi ci sarebbe pure il colesterolo «brutto»: è quello in Vldl ( lipoproteine a densità molto bassa ) e chilomicroni (a densità ancora più bassa, molto grandi), che trasportano soprattutto trigliceridi. È perciò una sorta di «residuo» che però, secondo un recente studio danese, contribuisce al rischio cardiovascolare (si veda la domanda n°3): diminuire il colesterolo brutto e con lui i trigliceridi abbassa del 25 per cento il pericolo di infarti e ictus.

QUALI SONO I VALORI NORMALI?
È praticamente impossibile definire uno spartiacque oltre cui iniziano di sicuro le complicanze che sia valido per tutti: per molto tempo ci sono state soglie rigide, oggi si è capito che serve considerare la storia clinica del paziente e le sue caratteristiche perché un valore del tutto innocuo per una persona potrebbe essere pericoloso in un' altra e quindi la soglia reale è individuale.

In linea di massima più sale il rischio cardiovascolare complessivo, più scende il limite di sicurezza: in un 45enne avere il colesterolo Ldl a 115 può essere accettabile, lo stesso valore in un 70enne deve mettere in allarme.
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Non ci sono perciò numeri «magici» da cercare anche se in media, per un soggetto adulto sano senza particolari fattori di pericolo e con un rischio cardiovascolare basso o moderato (si veda domanda n°6), il colesterolo Ldl dovrebbe essere inferiore a 115 milligrammi per decilitro di sangue, l' Hdl compreso fra 40 e 70 e il colesterolo totale più basso di 200; in chi è ad alto rischio (come ipertesi, soggetti con dislipidemie familiari o insufficienza renale cronica moderata, diabetici senza altri elementi di pericolo) bisogna stare sotto i 100 mg/dl; se il pericolo è molto alto, la soglia scende a 70mg/dl.

Il colesterolo poi dipende anche dall' età: nei neonati, che sono in fase di crescita esponenziale e usano colesterolo in gran quantità per sintetizzare le membrane delle tante nuove cellule di cui hanno bisogno, il colesterolo totale in media è attorno a 60 e quello Ldl a 20.

QUAL È IL “NUMERO” PIÙ IMPORTANTE?
Non è né l' Hdl, né l' Ldl: il valore di cui si dovrebbe tenere maggior conto è il colesterolo non-Hdl , ovvero quello totale a cui sia stato tolto il valore dell' Hdl. Il colesterolo che viaggia verso i tessuti infatti non è solo l' Ldl, ma anche quello in chilomicroni e Vldl che sta in «palline» più grosse e per lo più ricche di trigliceridi: anche questo colesterolo può essere dannoso e così, per misurare con precisione la quota di rischio, si dovrebbe fare il dosaggio di apolipoproteina B, sempre associata a tutti i «pacchetti» di colesterolo che possono far danni.
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I dati mostrano che il valore dell' apolipoproteina B sarebbe ancora più predittivo del rischio cardiovascolare rispetto ai test sul colesterolo, ma non è un esame di routine nei laboratori di analisi; tuttavia, siccome esiste una correlazione perfetta fra il valore dell' apolipoproteina B e quello del colesterolo non-Hdl, basta fare la semplice sottrazione detta sopra per avere un dato realistico del proprio rischio cardiovascolare, ancora più utile del considerare il solo colesterolo Ldl.

Esistono infatti pazienti in cui il colesterolo Ldl è relativamente basso ma che vanno comunque incontro a un infarto: in buona parte è colpa del pericolo residuo indotto dal colesterolo «brutto» portato in giro dalle lipoproteine addette al trasporto dei trigliceridi.

Detto ciò, il colesterolo Ldl è la parte maggiore della componente non-Hdl, quindi resta comunque un ottimo (e semplice) indicatore, veritiero per la maggioranza dei pazienti.

È VERO CHE BISOGNA FARLO CALARE IL PIÙ POSSIBILE?
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Diversi studi sembrano suggerire che non esista un «effetto pavimento» per il colesterolo Ldl, che sembra quasi non sia mai abbastanza basso: più scende, più cala la probabilità di malattie cardiovascolari. Il rischio di infarti e ictus per esempio è di circa il 20 per cento entro due anni se le Ldl sono a 180, si abbassa a poco più del 10 per cento se le Ldl sono a 120, si abbatte fino al 2 per cento con un valore di 50.

I dati accumulati in merito sono talmente tanti che anche le linee guida sulle dislipidemie appena diramate dall' European Society of Cardiology e l' European Atherosclerosis Society sottolineano la necessità di ridurre il più possibile il colesterolo Ldl per diminuire il pericolo di eventi cardiovascolari: non c' è un limite inferiore oltre cui non scendere e una riduzione forte delle Ldl quasi elimina la probabilità di guai connessi all' eccesso di lipidi nel sangue.

Così oggi non si sospendono o si riducono necessariamente le terapie neanche se il colesterolo Ldl è sceso a 50 o 40; in chi è ad alto rischio l' obiettivo è arrivare al proprio valore soglia ideale e come minimo a una riduzione relativa del 50 per cento rispetto al livello iniziale. Tutto questo perché gran parte dell' Ldl ce lo fabbrichiamo noi con lo stile di vita, quello che arriva da madre natura è intorno ai 20 e non avremmo bisogno di molto altro.

È la cosiddetta «evoluzione lipidica»: un neonato ha un colesterolo totale attorno a 60, lo stesso i membri delle tribù di cacciatori-raccoglitori, nella Cina rurale già la media è 135, in quella urbana 175.
colesteroloCOLESTEROLO

PERCHÉ IL COLESTEROLO FA MALE?
Perché si «attacca» alle arterie e provoca ispessimenti e irrigidimenti che poi portano ad aterosclerosi e alla formazione di placche e trombi che, staccandosi, possono provocare infarti e ictus.

Il problema diventa ancora più esplosivo se già si è avuto un infarto, perché l' evento aumenta l' instabilità delle placche aterosclerotiche che fino a quel momento erano rimaste stabili: il rischio di un ulteriore nuovo infarto è molto elevato in chi ha il colesterolo alto e per questo motivo dopo un infarto la terapia diventa ancora più aggressiva.

L' obiettivo è scongiurare che il «cappuccio» fibrotico che copre il colesterolo sui vasi si rompa facendolo fuoriuscire, innescando così potenti fenomeni di coagulazione che possono portare a una nuova formazione di trombi, anche più grandi della placca di partenza.

Il colesterolo alto è più pericoloso anche in chi ha altri fattori di rischio che potrebbero diventare elemento scatenante di un infarto, come il fumo, la pressione alta, il diabete: la probabilità di infarto complessiva può risultare perfino maggiore rispetto a chi ha già avuto un evento cardiovascolare.

Inoltre, per conoscere il vero rischio da colesterolo occorre sapere da quanto ci si convive: il «carico» di malattia dipende infatti dall' esposizione e quindi sale molto al crescere degli anni passati coi valori alterati.

Sarebbe perciò opportuno fare i test da giovani, anche prima dei 18 anni se ci sono casi di ipercolesterolemia in famiglia: prima scende il colesterolo alto, meglio è.

QUANDO SERVONO I FARMACI?
Occorre sempre considerare il «numero» del colesterolo in relazione agli altri elementi di rischio; una prima auto-valutazione è possibile sul sito del Progetto Cuore dell' Istituto Superiore di Sanità (www.cuore.iss.it), che tiene conto di elementi come età, fumo, diabete, pressione e colesterolo.

Una volta individuato il profilo di rischio è bene sapere che il primo passo è sempre un miglioramento dello stile di vita (si veda alla pagina seguente), ma se la probabilità di infarti e ictus è alta non si può stare a guardare; lo stesso vale per chi ha già avuto un infarto o un ictus e abbia anche il colesterolo alto.

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In questi casi dieta e sport spesso non bastano e si passa subito ai farmaci, statine in prima battuta ma poi anche ezetimibe , un principio attivo che blocca il trasporto intestinale di colesterolo e quindi riduce l' assorbimento di quello che viene introdotto coi cibi.

Se anche questo non basta a riportare il colesterolo Ldl sotto il livello di guardia e il pericolo resta alto si possono aggiungere gli anticorpi contro la proteina PCSK9, che in associazione con statine ed ezetimibe possono ridurre l' Ldl anche fino al 70 per cento.

Si tratta di una nuova classe di farmaci prescritti a pazienti ad alto e altissimo rischio, con un meccanismo d' azione diverso dagli altri: PCSK9 è infatti una proteina che regola l' attività del recettore cellulare che «acchiappa» il colesterolo Ldl in circolo, se c' è molta PCSK9 il recettore viene eliminato e il colesterolo resta nel sangue, se si blocca la proteina e ce n' è poca il recettore continua a fare il suo lavoro e il colesterolo.

QUALI SONO I RISCHI DELLE TERAPIE?
cuore 4CUORE 
Soprattutto le statine hanno fatto tanta paura in passato, quando si sono registrati casi gravi di alterazioni muscolari; tuttavia il rischio è basso se la terapia viene monitorata accuratamente facendo esami periodici per valutare la funzionalità epatica, tenendo conto degli altri farmaci assunti (le interazioni sono frequenti) e riferendo al medico la comparsa di eventuali dolori muscolari (succede a uno su sei, ma non necessariamente si andrà incontro a qualcosa di peggio).
Le statine, che agiscono nel fegato impedendo la sintesi del colesterolo, sono considerate sicure al punto che di recente ricercatori statunitensi hanno proposto di prescriverle anche in chi ha un livello di rischio cardiovascolare soltanto moderato; tuttavia diventano meno tollerabili al crescere della dose e così, siccome raddoppiando il dosaggio di statina il colesterolo Ldl scende ancora del 4-7 per cento ma se si associa ezetimibe il calo raggiunge almeno il 15 per cento, quando una statina non funziona abbastanza si preferisce una combinazione.

Un po' per la paura di effetti collaterali, un po' perché il colesterolo alto non si «sente», le statine sono fra i farmaci più abbandonati dai pazienti: secondo le stime entro soli sei mesi dalla prima prescrizione già il 30-40 per cento dei pazienti non le prende più, a due anni di distanza oltre la metà ha smesso.
 
Eppure il rischio maggiore è ritrovarsi in breve tempo con il colesterolo di nuovo alto e una probabilità elevata di eventi cardiovascolari: per ogni riduzione del colesterolo Ldl di 40 mg/dl scende del 25 per cento il pericolo di infarti e ictus, la probabilità di problemi muscolari gravi da statine invece è inferiore allo 0,1 per cento.

Fonte: qui

lunedì 16 settembre 2019

LA DIETA A BASE DI VEGETALI AUMENTEREBBE IL RISCHIO DI ICTUS: È QUANTO EMERGE DA UNO STUDIO DELL’UNIVERSITÀ DI OXFORD CHE SOTTOLINEA COME NON MANGIARE CARNE RIDURREBBE L'APPORTO DI ALCUNE VITAMINE, IN PARTICOLARE LA B12 E LA D, PROPRIO QUELLE CHE PROTEGGONO IL CORPO UMANO DALL'ICTUS

MA CI SONO PURE BUONE NOTIZIE VISTO CHE…

Tiziana lapelosa per "www.liberoquotidiano.it"
veganiVEGANI
Meglio tenere sotto controllo il cuore o la testa? Non passa giorno senza leggere qualche suggerimento sulla dieta corretta da seguire, sui cibi da non mangiare o su cibi miracolosi per la salute e per la linea. Non passa giorno in cui non arrivi una notizia che, come una pallina da biliardo, contribuisca ad alimentare ancora di più la confusione che alberga più o meno in tutti in fatto di cibo, croce e delizia dell' epoca che viviamo.
L' ultima riguarda i vegetariani e i vegani, quelli, questi ultimi, che dai loro piatti non soltanto hanno escluso la carne (e pazienza), ma anche tutti i derivati animali. Che vuol dire latte, formaggi, uova, miele (e ci vuole davvero tanto coraggio)...
Secondo uno studio inglese, questo tipo di alimentazione a base di "foglie", seitan (un impasto ricavato dal glutine del grano tenero o farro o khorasan che assomiglia un po' alla carne), tofu (un derivato della soia), latte di riso, legumi e cloni di hamburger e spezzatino, aumenterebbe il rischio di ictus, la chiusura o la rottura di un vaso cerebrale con conseguente danno alle cellule cerebrali per mancanza di ossigeno. Ma, attenzione, ridurrebbe il rischio di infarto.
È quanto emerge da uno studio condotto dalla Oxford University e pubblicato sulla rivista scientifica British Medical Journal. Funzionerebbe così, in base a quanto emerso dalla ricerca durata circa dieci anni e che ha messo sotto osservazione 50mila britannici di età superiore a 18 anni.
ictus 4ICTUS 
Non mangiare carne abbasserebbe il livello di colesterolo oltre a ridurre l' apporto di alcune vitamine, in particolare la B12 e la D, proprio quelle che proteggono il corpo umano dall' ictus. Ne è emerso che il 20% della popolazione vegana sarebbe più predisposta a questo tipo di malattia rispetto a chi invece la carne la mangia.
E questa è la nota negativa. Perché c' è anche un "lato b" meno preoccupante: preferire legumi, tofu, seitan e compagnia, infatti, ridurrebbe del 22% il rischio di avere un infarto o una qualsiasi malattia cardiaca. Forse, dicono gli esperti ricercatori inglesi, per via di una più bassa pressione del sangue e anche di una minore incidenza del diabete.
dietaDIETA
Ma sarà vero? Fatto lo studio, trovato il difetto nel variegato mondo dell' alimentazione.
Tom Sanders, professore del King' s College di Londra, la quarta più antica università britannica, fa notare, per esempio, che lo studio pecca di attendibilità.
«È probabile che le persone che seguono diete alternative abbiano meno probabilità di assumere farmaci per l' ipertensione e di conseguenza soffrono di ictus», ha suggerito al Guardian.
ictus 2ICTUS 
Un "limite" che si associa al fatto che la ricerca si sia basata sull' autodichiarazione e al fatto che abbia coinvolto per lo più persone bianche che vivono nel Regno Unito e quindi difficilmente applicabile ad altre popolazioni. Gli stessi ricercatori, del resto, hanno sottolineato che lo studio merita un maggiore approfondimento e che nessuno dovrebbe allarmarsi dal momento che lo studio non dimostra un rapporto di causa ed effetto.
veganiVEGANI
Per stare tranquilli, insomma, meglio scegliere la via di mezzo, quella della moderazione, senza rinunciare ai piccoli piaceri della tavola. Certo, con una attenzione in più verso le verdure come del resto suggeriscono tutti i nutrizionisti. Fonte: qui

sabato 7 settembre 2019

CANCRO DEL COLON: SINDROME METABOLICA FATTORE DI RISCHIO, PUBBLICATO STUDIO UNIVERSITA' DI CHIETI

CHIETI - La Sindrome Metabolica è un importante fattore di rischio per la insorgenza di adenomi e cancro del colon.
Lo dimostra uno studio coordinato da ricercatori della Università “d’Annunzio” coordinati dal professor Matteo Neri, gastroenterologo, professore ordinario presso il Dipartimento di Medicina e Scienze dell’Invecchiamento.
Il lavoro è stato appena pubblicato sulla prestigiosa rivista Sage Journals.
Sebbene fosse noto in passato che obesità e diabete conclamati fossero tra i fattori di rischio per le neoplasie del colon, - spiega il prof. Matteo Neri - abbiamo dimostrato che anche soggetti normopeso e prediabetici, se posseggono tre delle cinque componenti della sindrome metabolica, sono a rischio doppio rispetto a chi non le possiede di sviluppare adenomi o carcinoma del colon. La sindrome metabolica è un insieme di caratteristiche antropometriche (circonferenza addominale), circolatorie (pressione arteriosa) e laboratoristiche (glicemia, trigliceridemia, colesterolemia) la cui presenza è un fattore di rischio noto per le malattie cardiovascolari e, da oggi, anche per le neoplasie del colon, indipendentemente dalla presenza di obesità. La forza di questo studio - prosegue il prof. Neri - risiede nell’elevato numero di soggetti coinvolti per l’esame colonscopico (circa 6.000) che ha portato a riscontrare 213 carcinomi e complessivamente 1949 polipi. Questo imponente numero di soggetti arruolati è stato ottenuto grazie al coinvolgimento di 50 centri di Endoscopia Digestiva distribuiti su tutto il territorio italiano e rappresentativi della nazione. Ad oggi il fattore di rischio più importante per le neoplasie del colon è l’età. Tutti i programmi di screening si basano sul reclutamento di soggetti con più di 50 anni. In realtà il riscontro di neoplasie prima di questa età è in crescente aumento. Questo studio dimostra che la sindrome metabolica è un fattore di rischio indipendente per neoplasie del colon soprattutto in soggetti con meno di 50 anni. Ciò - conclude il prof. Neri - indica la necessità di un possibile mutamento delle strategie di screening delle neoplasie del colon su base nazionale o regionale che includano questo fattore di rischio”. Fonte: qui


MANGIARE CARNE DIMINUISCE DEL 20% IL RISCHIO DI AVERE UN ICTUS 

SECONDO UNA RICERCA DELL’UNIVERSITA’ DI OXFORD CHI FA A MENO DI CARNE, UOVA E LATTICINI, PRIVA IL PROPRIO ORGANISMO DI GRASSI "BUONI", E VITAMINE PROTETTIVE, IN PARTICOLARE LA B12. 

LA CUI MANCANZA È DIRETTAMENTE LEGATA AL MAGGIOR RISCHIO DI ICTUS…


carneCARNE
In molti sono convinti che mangiare carne aumenti il rischio di problemi al cuore (oltre alle correlazioni delle carni rosse col tumore), eppure una ricerca condotta dall'Università di Oxford, svela che coloro che escludono del tutto dalla dieta alimenti di origine animale, hanno il 20% di possibilità in più di essere colpiti da un ictus. Secondo lo studio chi fa a meno di carne, uova e latticini, priva il proprio organismo di grassi "buoni", e vitamine protettive, in particolare la B12. Quindi, mangiare carne avrebbe, anzi, effetti benefici sul nostro organismo.

La ricerca, condotta su quasi 20 mila adulti, è durata 18 anni. I medici hanno osservato che i soggetti vegetariani e vegani risultavano avere livelli più bassi della vitamina B12, la cui mancanza è direttamente legata al maggior rischio di ictus. Tuttavia, il dottor Tammy Tong, di Oxford, ha affermato che sono necessarie ulteriori approfondimenti, prima di modificare le linee guida dietetiche. Mentre dal canto suo, il dottor Stephen Burgess, dell'Università di Cambridge, ha preso atto dello studio di Oxford, e suggerisce quindi che "seguire una dieta vegetariana potrebbe non essere universalmente vantaggioso per la nostra salute".
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Ogni anno in Italia i casi di ictus sono all'incirca 200 mila. Il 20% di questi non sopravvive, mentre sono 50 mila i casi che, invece, sono costretti a portarsi dietro gravi disabilità. Molti esperti hanno quindi preso di mira la dieta Mediterannea, da sempre osannata come una delle più sane, colpevole di essere troppo ricca di sale, carni, burro, formaggi e uova.

Fonte: qui

mercoledì 24 luglio 2019

UNA RICERCA DELL'ISTITUTO AMERICANO DELLA NUTRIZIONE RIVELA CHE L'ABITUDINE A BERE MOLTE BEVANDE ZUCCHERATE DURANTE LA GIORNATA PUÒ PORTARE A INCREMENTO DI PESO E A UN PIÙ ALTO RISCHIO DI DIABETE, MALATTIE CARDIACHE E ICTUS


PER QUANTO RIGUARDA LA MORTALITA' CARDIOVASCOLARE LE OPINIONI SONO CONTRASTANTI...

Antonio G. Rebuzzi* per “il Messaggero”
*Direttore Cardiologia intensiva Policlinico Gemelli - Università Cattolica Roma

BEVANDE ZUCCHERATEBEVANDE ZUCCHERATE
Le bibite, con zucchero o dolcificanti, gasate o non gasate, energizzanti o meno, sono tra le bevande maggiormente consumate nei paesi occidentali sia tra i ragazzi che tra gli adulti. Negli uomini forniscono mediamente il 9.3% delle calorie giornaliere.
Nelle donne l'8.2% .

Se si tiene conto che le società scientifiche raccomandano che l'energia prodotta da zuccheri nella dieta quotidiana non superi il 10%, ci si rende facilmente conto che con le sole bibite si rischia di superare tale quota. In diversi studi epidemiologici si è dimostrato che l'abitudine a bere molte bevande zuccherate durante la giornata può portare a incremento di peso, a più alto rischio di diabete a malattie cardiache ed ad ictus.

Per ciò che riguarda invece la mortalità, le opinioni sono contrastanti. L'analisi del National Health and Nutrition Examination Survey degli Stati Uniti effettuata da Qiang Yang prova una correlazione importante tra bevande zuccherate e mortalità cardiovascolare negli adulti.

IL FRUTTOSIO
ictusICTUS
Altri studi invece non trovano questo evidente rapporto, in particolare se i soggetti di studio sono giovani o se le quantità bevute non sono eccessive. Ulteriore difficoltà ad avere chiare le idee dipende dal fatto che bisogna distinguere tra bevande a base di zuccheri naturali (saccarosio, fruttosio o altro) ed altre in cui il dolcificante è artificiale. Al momento, comunque, molte società mediche provano a scoraggiare, specialmente nei ragazzi, un consumo smodato.

Nell'ultimo numero della rivista americana Circulation è stato pubblicato un interessante lavoro di Vasanti Malik università di Harvard e coll. sull'uso per lunghi periodi di bevande dolcificate (con zuccheri o dolcificanti artificiali) e rischio di sviluppare malattie cardiache o neoplastiche.

LA DOSE
problemi cardiovascolariPROBLEMI CARDIOVASCOLARI
Sono stati esaminati dati derivati da due grossi studi epidemiologici attualmente in corso, e sponsorizzate da fondi governativi degli Stati Uniti: l'Health Professional's Follow-up Study, iniziato nel 1986, che analizza i dati epidemiologici di oltre 51.500 uomini tra i 40 e 75 anni, ed il Nurse's Health Study, iniziato nel 1976 che finora ha incluso 121.700 donne tra i 30 e 55 anni. Dall'analisi sono stati esclusi i soggetti che già all'ingresso avevano diabete, cardiopatie o malattie neoplastiche. Si è dimostrato che il consumo di bibite dolcificate con zuccheri naturali era direttamente correlato ad aumento della mortalità, in particolare cardiovascolare, in maniera dose-dipendente.

Tale aumento poteva arrivare (per coloro che bevevano oltre due bottiglie al giorno) fino al 31% in un periodo di follow up inferiore a 20 anni. Per il rischio neoplastico i valori erano decisamente minori ( 16%) e, necessitano quindi, anche secondo gli autori, di ulteriore conferma. Il consumo di bibite con dolcificanti artificiali aumentava il rischio solo nei consumatori maggiori e solo nelle donne. Tali associazioni erano comunque significative indipendentemente da età, massa corporea, tipo di attività fisica esercitata, qualità e quantità della dieta.

Fonte: qui