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venerdì 10 febbraio 2017

Torna l'incubo spread. E adesso tremano anche i nostri conti pubblici

Il differenziale Btp-Bund a 201. Il costo sugli interessi potrebbe crescere fino a 50 miliardi

Lo spread sfonda quota 200 punti e noi dovremo abituarci. Negli uffici del ministero dell'Economia da giorni si stanno facendo le stime su quanto peseranno gli interessi sul debito a fine anno.
Ieri i timori per i conti pubblici si sono meterializzati in un aumento del differenziale tra il Btp e il bund tedesco che lascia poco spazio ai dubbi.
Per la prima volta in tre anni lo spread ha sfondato il muro dei 200 punti base, chiudendo la seduta di ieri a 201. Pesano le vendite dei Btp e il conseguente aumento dei rendimenti. Quelli del Btp decennale sono arrivati al 2,39% dal 2,24%, percentuale di chiusura della settimana scorsa.
Questa volta le ragioni dell'impennata non sono (solo) interne. I mercati si muovono sulle difficoltà dell'Ue dopo gli attacchi del presidente statunitense Trump e sulle incertezze che arrivano anche dagli stati forti dell'Europa. Dalla Germania, alle prese con elezioni incerte.
Poi, soprattutto, dalla Francia, dove il Fronte Nazionale di Marine Le Pen guadagna consensi su un programma che, se realizzato, metterebbe a serio rischio l'esistenza dell'Unione europea. Non sono bastate nemmeno le parole del governatore della Banca centrale europea sull'Euro irreversibile a invertire la tendenza. A rimetterci sono stati in primo luogo titoli degli stati più deboli. Oltre ai nostri Btp, i Bonos spagnoli che hanno chiuso la giornata con un differenziale rispetto ai Bund a 141 punti base (+20 punti rispetto a venerdì) e un rendimento salito all'1,79% dall'1,64%.
Questa volta anche la Francia ha risentito dell'ondata di vendite e lo spread con i Bund è arrivato a 77 punti, il massimo da quattro anni. Una tempesta perfetta completata con i mercati finanziari che hanno chiuso tutti in perdita. In particolare Piazza Affari, a meno 2,21%, a causa dei bancari e di Unicredit.
L'Italia è destinata comunque a pagare il conto più salato. I tassi di interesse stanno aumentando in tutto il mondo per ragioni diverse. L'Italia accentua questa tendenza per ragioni interne. L'aumento del costo del debito fa diminuire a sua volta la fiducia dei mercati sul Belpaese, già minata dalla prospettiva di una Banca centrale europea meno interventista e, viste le pressioni tedesche sempre più forti, sempre meno disposta ad acquistare titoli di stato, quindi a tenere bassi i tassi di interesse.
Questo significa che dovremo abituarci a spread più alti di quelli degli ultimi due anni. Forse più alti anche rispetto a quelli di ieri.
Se gli interessi sul debito italiano aumenteranno ancora ne risentiranno i conti pubblici. La preoccupazione emerge da qualche dichiarazione del ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan e da studi della direzione debito del dicastero di via XX settembre. Difficile sapere ora quanto peserà la voce interessi sul deficit del 2017, ma «se si riproponesse una crisi dello spread come quella del 2011 costerebbe sui 50 miliardi», spiega Emanuele Canegrati, analista di BlackPearlFX.
Sulla stessa linea Unimpresa che calcola cosa succederebbe se il livello dello spread, e quindi degli interessi sul debito italiano, dovessero semplicemente rimanere sullo stesso livello: di ieri «si potrebbe ottenere un aggravio tra i 12 e i 20 miliardi».
Un costo extra da aggiungere all'extradeficit da 3,4 miliardi che il governo si appresta a correggere nelle prossime settimane con una manovra che sarà quasi esclusivamente concentrata sulle entrate, cioè sulle tasse. In prospettiva, nel 2018, ci sono altri 20 miliardi da coprire per le clausole di salvaguardia ed evitare un aumento dell'Iva. Impresa quasi impossibile.
 Mar, 07/02/2017
Fonte: qui

P.S. lo spread aumenta perchè molti italiani, per salvaguardarsi dalla rottura dell'Euro, preferiscono disinvestire dai titoli di Stato del nostro paese e comprare quelli di paesi ritenuti più solidi.

lunedì 19 dicembre 2016

Perché l’Italia uscirà dall’euro

I media nostrani trasmettono l’idea che in italia ci sia uno scontro tra populisti favorevoli a uscita dall’euro e élite responsabili favorevoli a rimanere nell’euro.. uno scontro che dovrebbe decidere le sorti italiane nel club euro.

Peccato che saranno i numeri, e non le parole, a decidere. L’Italia, sarà bene iniziare a capirlo, non uscirà dall’euro attraverso un percorso decisionale, ma perché costretta a uscire dall’euro perché impossibilitata a rimanerci, e questo a prescindere dalle intenzioni dei futuri governanti italiani.

L’insieme di regole e vincoli posti attorno l’euro a partire dalla sua creazione, ne danno una realtà come trasposizione su scala europea del vecchio DM.
Solo a queste condizioni la Germania accettò il diktat francese che subordinava la riunificazione tedesca alla adozione di una moneta comune. E sempre la Francia impose alla riluttante Germania che anche l’Italia facesse parte del club euro.

Ora, l’incompatibilità manifesta tra un euro a immagine dm e sistema italiano (caratterizzato da una propensione strutturale al deficit di bilancio, elevata spesa pubblica, elevata ingerenza pubblica, scarsa qualità servizi pubblici, moralità personale pubblico bassa, opacità trasferimenti interni, centralismo, stagnazione produttività..) era una evidenza già a fine XX secolo.
La premessa (e promessa) dell’euro era che l’Italia in primis – e poi l’intero club med – sarebbe divenuta più simile alla Germania, non che la Germania sarebbe scivolata verso l’Italia.

Così non è stato, e così non sarà.

La Germania, recuperata la propria unità, non ha oggi alcuna intenzione ed interesse ad entrare in una deriva europea simile a quella post-unitaria italiana. Sarà bene rendersi conto che la strategia dei nostri ultimi governanti “eletti”, sempre a chiedere euro a Bruxelles e Francoforte – con piagnistei o arroganza poco cambia – per rilanciare una spesa pubblica già ipertrofica, non può che aver aumentato la diffidenza e l’ostilità verso il bel paese dei popoli e dei governi del centro e nord-europa.
Purtroppo la sfida e l’opportunità che abbiamo avuto, quella di guardare e muoverci “verso nord”, è stata miserabilmente persa.
Nell’Italia post-89 c’è stato un conflitto di classe tra chi vive di stato e chi paga lo stato, e il conflitto si è concluso con la disfatta dei secondi.
Basta vedere governo e parlamento, ma meglio ancora consultare vecchie nuovi media, per capire la dimensione della sconfitta di chi credeva nella necessità di una modernizzazione del bel paese, una modernizzazione che non poteva che passare dalla sconfitta degli interessi parassitari.
Potremmo disquisire sul come e il perché della disfatta che ha lasciata intatto il sistema corporativo prima ancora che consociativo avente come perno lo Stato dei benefici e dei privilegi, e qualche storico penso abbia già iniziato a farlo.

Ma oggi l’incertezza sul futuro dell’italia fuori dall’euro non è il “se”, ma solo il “quando” ed il “come”.

Sarà bene prenderne atto.



Carlo Annoni


Fonte: qui

giovedì 6 ottobre 2016

JOSEPH STIGLITZ: Italia presto fuori dall’Euro ed Eurozona con destino segnato


Mi è capitato di finire sul sito del Welt, e mi sono ritrovato con un’intervista quantomai interessante, soprattutto perché a parlare è Joseph Stiglitz,  premio Nobel all’economia e non proprio uno stupido. Il suo parere è autorevole e merita sicuramente un po’ di considerazione.
Di certo Joseph Stiglitz non è mai stato tenero con questa struttura di Unione Europea,  ed a ragione. Infatti, come il sottoscritto, ritiene assolutamente deleteria questa situazione, dove abbiamo a che fare con quest’agglomerato di paesi che è sempre più una Disunione. E a nulla sono serviti i moniti della Brexit. Anzi, il dramma dell’immigrazione non hanno fatto che aumentare le divisioni. Non c’è accordo su nulla, ognuno guarda l proprio giardino e tira su le barricate per difendere i propri territori e la propria integrità, andando contro a quegli accordi (Schengen) che dovrebbero andare in ben atra direzione.
Anche per Stiglitz, quindi, questa Unione Europea non ha più senso. E deve succedere qualcosa altrimenti sarà il disastro. Ma la cosa interessante è quello che lui aggiunge….

(…) Starökonom Joseph Stiglitz glaubt nicht, dass Italien auf Dauer Teil der Euro-Zone sein wird. „Wenn ich mich mit Italienern unterhalte, spüre ich, dass die Menschen dort zunehmend enttäuscht sind vom Euro“, sagte der Nobelpreisträger im Gespräch mit der „Welt“. (Source) 

Tradotto dal tedesco suona all’incirca così: secondo Stiglitz l’Italia non farà ancora parte del progetto Euro ancora per molto tempo. 

Anche perché ha la convinzione che gli italiani siano sempre più delusi da questa Europa unita e dalla moneta unica. 

Possiamo dargli torto? 

Successivamente Stiglitz parla di tutto quello che noi conosciamo molto bene: la nostra crisi bancaria, le sofferenze, la crisi economica, la mancanza di crescita, tutte cose arcinote sopratutto per chi segue questo blog. Ma dice anche che tanto in Europa non c’è la volontà di “andare oltre” e provare a creare un qualcosa di più coeso. E alla fine sarà quindi ovvio arrivare all’EuroFrammentazione.

(…) Deshalb werde der gemeinsame Währungsraum vermutlich in den kommenden Jahren zerbrechen. Dann werde es die Euro-Zone in ihrer heutigen Form nicht mehr geben, sagte der Topökonom: „Es wird in zehn Jahren noch eine Euro-Zone geben, aber die Frage ist, wie sie aussehen wird. Es ist sehr unwahrscheinlich, dass sie immer noch 19 Mitglieder haben wird. Es ist schwer zu sagen, wer dann noch dazugehören wird.“ (…)
Fin qui tutto bene, o meglio tutto male ma sono cose che vado dicendo sul blog da tempo immemore, anche se (lo sapete) io sarei toericamente un europeista, ormai degradato al livello Europeista deluso e rassegnato.
Quello che è interessante viene subito dopo.

(…) Der Ökonom kann zwar eine ganze Reihe von Reformen aufzählen, die nötig wären, damit die Währungsunion tatsächlich funktioniert. Offenbar glaubt er selbst aber nicht daran, dass sich die Regierungen der Mitgliedstaaten zu diesen Schritten aufraffen werden. Die Auflösung der Gemeinschaftswährung oder der Bruch in einen Nord-Euro und einen Süd-Euro seien deshalb die einzig realistischen Optionen, die lahmende Wirtschaft des Kontinents wieder in Schwung zu bringen. (…)
L’economista elenca una serie di provvedimenti che sarebbero necessari. Ma che tanto non saranno attuati: La soluzione quindi è quasi d’obbligo. 

O si passa ad un doppio Euro (Euro del Nord ed Euro del SUD, UNA SOLUZIONE RIDICOLA CHE NON RISOLVE I PROBLEMI STRUTTURALI DI UNA MONETA USURAIA) oppure più semplicemente (si fa per dire… ndr) avremo la frammentazione dell’Euro. Quindi Euro “game over”.

Stiglitz poi fa anche un paragone tra USA e UE. Dimensionalmente simili, con crisi abbastanza superato dagli americani mentre invece in Europa… i problemi sono ancora tutti li. 

Proprio perché gli USA sono un’unione vera e non farlocca come la nostra.

Quindi l’ipotesi Euro Frammentazione non è da cestinare. La Germania ha per esempio già accettato che la Grecia lascerà la zona euro, dice Stiglitz. Ed in passato il premio Nobel ha consigliato a Portogallo e Grecia di lasciare quanto prima l’Eurozona. 

Ma sarà proprio l’Italia il paese che rischia questo percorso prossimamente proprio a causa del peggioramento della fiducia sull’argomento Euro nel nostro Bel Paese.


Un parere, quello di Stiglitz, come tanti. Ma secondo me ben più autorevole. 
Dobbiamo quindi aspettarci quanto prima una Eurodeflagrazione?
Fonte: qui