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venerdì 10 aprile 2020

Gli scienziati sudcoreani avvertono: il COVID-19 si può "riattivare spontaneamente" nei pazienti guariti

Ieri abbiamo riferito di alcune nuove ricerche che sono state appena pubblicate su The Lancet, una rivista di ricerche non sottoposte a revisione paritaria che è comunque considerata una risorsa estremamente credibile. Il rapporto, pubblicato dagli scienziati di un'università di Shanghai, affermava che alcuni pazienti con COVID-19 mostrarono pochi o, ancora più allarmanti, nessun anticorpo con COVID-19 nel sangue dopo il recupero dalla malattia.
E ora, è stato rilasciato un altro rapporto che evidenzia la suscettibilità estremamente preoccupante che gli umani hanno nei confronti di questo virus. I ricercatori di Seoul hanno scoperto diversi casi in cui i pazienti che si sono ripresi da COVID-19 hanno visto "riattivare" la malattia, probabilmente perché il virus era ancora dormiente al loro interno ed era stato risvegliato, in qualche modo.
Lo Straits Times ha riferito che circa 51 pazienti che erano stati "curati" in Corea del Sud sono tornati positivi, hanno riferito i Centri coreani per il controllo delle malattie durante un briefing con i media. Invece di essere infettato di nuovo, il virus potrebbe essere stato riattivato in queste persone, dato che si sono rivelati nuovamente positivi poco dopo essere stato rilasciato dalla quarantena e probabilmente non hanno avuto il tempo di riacquisire il virus e vederlo diventare attivo, ha affermato Jeong Eun- Kyeong, direttore generale del KCDC.








"Mentre stiamo dando più peso alla riattivazione come possibile causa, stiamo conducendo uno studio completo su questo", ha detto Jeong.
"Ci sono stati molti casi in cui un paziente durante il trattamento sarà negativo un giorno e positivo un altro." Un paziente è considerato completamente guarito quando due test condotti con un intervallo di 24 ore mostrano risultati negativi.
Nonostante abbia avuto uno dei primi focolai, la Corea del Sud ha registrato solo 200 morti e riferito di nuovi numeri giornalieri in calo da quando i casi hanno raggiunto il picco a 1.189 il 29 febbraio. Il KCDC ha riportato giovedì solo 39 nuovi casi per un totale di 10.423. Uno dei programmi di sperimentazione più estesi al mondo e un approccio basato sulla tecnologia per rintracciare le infezioni ha aiutato il paese a contenere la sua epidemia senza blocchi o chiusure delle imprese.
Anche la paura di una nuova infezione nei pazienti guariti sta crescendo in Cina, a seguito di una serie di segnalazioni secondo cui alcuni pazienti erano risultati di nuovo positivi o addirittura deceduti a causa della malattia dopo aver presumibilmente recuperato e lasciato l'ospedale.
A partire da ora, gli scienziati stanno ancora cercando di capire questo fenomeno, e nulla è incastonato nella pietra.
Ma riteniamo che ci sia un numero crescente di prove che suggeriscono che molte persone non riescono a creare un'immunità a questo virus il che non fa ben sperare per le prospettive di un vaccino universalmente efficace. Fonte: qui

La simulazione scioccante mostra la nuvola di diffusione della tosse singola del supermercato COVID-19 attraverso il supermercato 

I ricercatori dell'Università di Aalto, dell'Istituto meteorologico finlandese, del Centro di ricerca tecnica VTT della Finlandia e dell'Università di Helsinki hanno pubblicato una terrificante simulazione di come le particelle di coronavirus si diffondono da una singola tosse nell'aria e si disperdano attraverso diverse navate in un supermercato. 
"Qualcuno infetto dal coronavirus, può tossire e allontanarsi, ma poi lasciare dietro di sé particelle di aerosol estremamente piccole che trasportano il coronavirus. Queste particelle potrebbero finire nel tratto respiratorio di altre persone vicine", ha detto Ville Vuorinen, assistente universitario dell'Università di Aalto. 
Jussi Sane, capo specialista dell'Istituto finlandese per la salute e il benessere, ha affermato che il modello esemplifica il motivo per cui le persone malate devono rispettare gli ordini di sanità pubblica per rimanere a casa. 

"Sulla base della modellistica del consorzio, non è ancora possibile emettere direttamente nuove raccomandazioni. Tuttavia, questi risultati sono una parte importante dell'insieme e dovrebbero essere confrontati con i dati degli studi sull'epidemia nella vita reale", aggiunge Sane .
Il modello potrebbe suggerire che i supermercati sono terreno fertile per il virus mentre le persone si precipitano in queste strutture interne per far prendere il panico. Ha anche senso il motivo per cui gli scoppi sulle navi da crociera sono rapidi. 
Il mese scorso, un nuovo rapporto ha delineato come il virus potrebbe  rimanere in aria  per almeno 30 minuti e viaggiare fino a 14 piedi(poco più di 4m). 
Ci sono prove crescenti che le persone hanno bisogno di iniziare a indossare maschere per il viso. L'unico problema: i 3M N95 sono esauriti in tutto il mondo. La scorsa settimana, il governo degli Stati Uniti ha ribaltato la sua precedente posizione sulle maschere, fornendo nuove indicazioni che le persone nei luoghi pubblici devono indossarle. Il presidente Trump non ha ancora richiesto maschere, ma alcuni governi locali hanno emesso regole più severe. 
Washington, DC, il sindaco Muriel Bowser ha dichiarato che tutti gli acquirenti che entrano nei negozi di alimentari nell'area metropolitana di Washington devono indossare maschere, indicando che i negozi applicheranno la nuova misura. 
La simulazione scioccante di come la tosse di un corriere COVID-19 crea una nuvola di aerosol del virus suggerirebbe che indossare la maschera sarà la nuova normalità per le persone in tutto il mondo fino a quando non sarà trovata una cura.  Fonte: qui

UN TERZO DEI GUARITI DAL CORONAVIRUS, SOPRATTUTTO TRA I PIÙ GIOVANI, HA LIVELLI BASSISSIMI DI ANTICORPI. ALCUNI DEI PAZIENTI STUDIATI A SHANGHAI NON NE AVEVANO PROPRIO. QUESTO È PREOCCUPANTE SIA PERCHÉ RIDUCE LE POSSIBILITÀ DI UN'IMMUNITÀ DI GREGGE, SIA PERCHÉ SI RISCHIA CHE UN VACCINO NON SIA ABBASTANZA EFFICACE: COSA DICE LO STUDIO PRELIMINARE DELLA FUDAN UNIVERSITY



coronavirus anticorpiCORONAVIRUS ANTICORPI
Uno dei temi maggiormente dibattuti nelle ultime settimane è la possibilità o meno di un secondo contagio da Coronavirus. A far scattare un nuovo allarme le analisi condotte dalla Fudan University su 175 pazienti, dimessi dallo Shanghai Public Health Clinical Centre e ritenuti non più affetti da Covid-19.

Secondo quanto affermato dai ricercatori, a destare preoccupazione sono soprattutto i livelli di anticorpi mostrati da alcuni dei guariti: in circa un terzo di loro la resistenza al Coronavirus risulterebbe piuttosto blanda, mentre in altri addirittura non vi sarebbe alcuna traccia di immunizzazione al virus. Ha dichiarato il gruppo di ricerca cinese:

Se questi pazienti siano ad alto rischio di ricaduta e re-infezione dovrebbe essere oggetto di ulteriori studi.

CORONAVIRUS ANTICORPICORONAVIRUS ANTICORPI
Pur trattandosi di risultati preliminari e di una ricerca non ancora sottoposta a revisione da parte di altri esperti, sostengono gli studiosi della Fudan Univerisity, si tratta al momento della prima indagine sistematica relativa agli anticorpi presenti nei pazienti dimessi dopo aver contratto il Coronavirus.

I ricercatori sono preoccupati infine anche dalle possibili conseguenze legate allo scarso sviluppo di anticorpi, registrato soprattutto nei giovani (i titoli anticorpali più alti sono stati registrati nella fascia 60-85, i più bassi in quella 15-39) che hanno manifestato solo una sintomatologia lieve. Ciò rischia di impedire lo sviluppo di una “immunità di gregge“, fenomeno che favorirebbe lo stop dell’epidemia. A tali pazienti non propriamente immunizzati dovrebbero guardare, concludono gli studiosi, anche coloro che stanno lavorando a dei possibili vaccini contro il virus Sars-Cov-2.


CORONAVIRUS ANTICORPICORONAVIRUS ANTICORPI
DAGO-AGGIUNTA: L'articolo del ''South China Morning Post'' contiene altri elementi, tutti purtroppo preoccupanti. La ricerca non è ancora peer-reviewed ma è una delle poche ad aver analizzato le condizioni dei pazienti guariti, visto che molti paesi occidentali sono ancora nel pieno dell'emergenza e dedicano le loro risorse sanitarie a curare i malati.

La ricerca si è concentrata sui pazienti con sintomi medio-lievi, visto che chi è finito in terapia intensiva spesso ha ricevuto il plasma di altri pazienti guariti e dunque aveva gli anticorpi anche in virtù di questo trattamento. 

mascherine anti virus in cinaMASCHERINE ANTI VIRUS IN CINA
Oltre al fatto che i più anziani avevano una quantità di anticorpi tripla rispetto ai più giovani, hanno rilevato che dieci pazienti su 175 avevano proprio zero anticorpi, o un numero talmente basso da non risultare dalle analisi di laboratorio. 

Eppure avevano sviluppato i sintomi tipici del Coronavirus, ovvero febbre, brividi e tosse. Forse hanno battuto il virus con altre parti del sistema immunitario, come i linfociti T o le citochine?

Il problema con questa bassa quantità di anticorpi è doppio: da una parte non garantisce quell'immunità di gregge a cui puntano molti, ed è una brutta notizia per chi produce vaccini. Se infatti una dose ''vera'' di virus non è bastata a sviluppare gli anticorpi, una sua versione indebolita da inoculare potrebbe non funzionare con questa classe di soggetti.

mascherine a disneyland shangaiMASCHERINE A DISNEYLAND SHANGAI
Nella ricerca è emerso anche che gli anticorpi per il Covid-19 si legavano con gli anticorpi del vecchio ceppo della Sars del 2003, ma nei test di laboratorio questi anticorpi ''legati'' non impedivano alla Sars di attaccare le cellule, cosa che ha smorzato le speranze che un vaccino singolo potesse coprire i pazienti da più ceppi di coronavirus.

Il professor Wang Chen, consigliere scientifico del governo centrale, ha detto ai media statali che era troppo presto per dichiarare la vittoria contro la malattia anche in Cina, dove per ora la situazione è sotto controllo. "Chissà se questo diventerà qualcosa di simile a un'influenza stagionale, o una malattia cronica come l'epatite B, o semplicemente svanirà come Sars?"

Fonte: qui

mercoledì 18 dicembre 2019

L’INCREDIBILE STORIA DI UNA STUDENTESSA ITALIANA INFETTATA DALL’HIV IN LABORATORIO, DURANTE IL LAVORO PER LA TESI: L’INCIDENTE È AVVENUTO NELLA STRUTTURA DI UN CENTRO EUROPEO. E ORA LEI CHIEDE UN MAXI RISARCIMENTO

“MI ERANO STATI FATTI MANIPOLARE PEZZI DEL VIRUS. MA ERANO VIRUS CHE NON POTEVANO REPLICARSI, DETTI DIFETTIVI. IN TEORIA UN’OPERAZIONE SENZA RISCHI…” 
GLI STUDIOSI: “POTREMMO ESSERE DI FRONTE AL PRIMO CASO DI CONTAGIO CON UN VIRUS GENERATO IN LABORATORIO, TRASMESSO VIA AEROSOL”
Giovanni Viafora per www.corriere.it

virus hivVIRUS HIV
Ha contratto l’Hiv dove si credeva al sicuro: nel laboratorio di un’Università europea in cui stava svolgendo le ricerche per la tesi di laurea. Un incidente gravissimo, unico nel suo genere, che le ha distrutto la vita e la carriera. Ma oggi Federica, come chiameremo questa ragazza ferita, eppure così forte, alla fine di una battaglia straziante e solitaria durata quasi sette anni, ha deciso di portare in tribunale due Università, quella italiana e quella straniera, pretendendo un risarcimento milionario.

E per la prima volta, pur chiedendo di tutelare l’anonimato, di svelare la sua storia: «Lo faccio — afferma mentre è seduta nello studio del suo legale, l’avvocato Antonio Serpetti del foro di Milano — per tutti i giovani come me, che consegnano le loro vite nelle mani di chi dovrebbe tutelarle. Perché nessun altro sia costretto ad affrontare il mio calvario».
RICERCA IN LABORATORIORICERCA IN LABORATORIO
 La scoperta
Federica festeggia il Natale con la famiglia. E siccome è una donatrice di sangue, approfitta dei giorni di vacanza per fare il prelievo. «Ero felice — ricorda —, le feste trascorrevano meravigliosamente e con il mio ragazzo progettavamo il futuro». Poi, all’improvviso, l’incubo. «Il giorno di Santo Stefano mi chiama il medico dell’ambulatorio. Mi dice: sei sieropositiva. Il mondo mi crolla addosso».

Federica non ha nessuno dei fattori di rischio previsti; è sotto choc, ma non ci mette molto a capire. «Ripenso subito agli esperimenti che avevo fatto sette mesi prima mentre ero all’estero — dice —: mi erano stati fatti manipolare pezzi del virus. Ma erano virus che non potevano replicarsi, detti difettivi. In teoria un’operazione senza rischi».

virus hivVIRUS HIV
Il calvario
Federica, studentessa modello, si trova d’un tratto scoperta. Non capisce cosa sia accaduto, ha paura e intanto sente crearsi il vuoto attorno. «Il mio ragazzo, con cui stavo insieme da 6 anni, mi lascia. E io, a mia volta, mi chiudo in casa, sprofondando in uno stato di grave depressione».

Nonostante il peso, decide però di muoversi: la sfida è dimostrare che il contagio sia avvenuto davvero all’interno delle mura del laboratorio. Gli inizi tuttavia non sono consolanti: «Il primo medico a cui mi rivolgo non trova riscontri; mentre il precedente legale avvisa l’ateneo estero con una lettera in italiano, fatta tradurre in loco da un’altra studentessa, che semina il panico».

Ma Federica, ancora una volta, non demorde: cambia avvocato, rivolgendosi a quello attuale, Serpetti, e si affida ad uno dei centri più avanzati di ricerca in Italia per l’Aids, che, a sua volta chiama in causa il Laboratorio di Virologia dell’Università di Tor Vergata, a Roma. Di fronte al silenzio degli Atenei, partono le prime diffide per l’apertura assicurativa dell’incidente. E intanto cominciano le ricerche.

Lo studio
RICERCA IN LABORATORIORICERCA IN LABORATORIO
Ci vogliono altri cinque anni, però, per arrivare a trovare la strada, anni in cui Federica mantiene il segreto e intanto, con indicibile fatica, prova a costruirsi una vita parallela (oggi lavora, anche se è un’occupazione necessariamente di ripiego, rispetto alle sue potenzialità; e solo papà, mamma e alcuni ristretti amici conoscono la sua verità). Il virus che ha in corpo Federica, dicono i ricercatori, non è quello circolante tra gli uomini, ma è proprio identico a quello costruito in laboratorio.

Lo hanno scoperto grazie alla sequenza genetica. È un riscontro inoppugnabile. Già, ma resta la domanda, forse la più inquietante: come è stato possibile? Nel febbraio 2016 a Boston gli stessi ricercatori che hanno trovato la corrispondenza tra i virus, presentano il caso di Federica ad uno dei più importanti congressi scientifici del settore. Lo definiscono «disturbante».
hiv testHIV TEST

E lanciano l’allarme: «Potremmo essere di fronte – dicono – al primo caso di contagio con un virus generato in laboratorio». Nel mondo scientifico la notizia ha un impatto deflagrante. Nello studio completo, pubblicato nel 2017, di fronte al fatto che non si sarebbe verificato alcun incidente (come rottura di guanti, punture), si considera addirittura la choccante ipotesi di una trasmissione dell’hiv «via aerosol». È solo un’ipotesi, ma tutti in quei giorni ne parlano. Nessuno, invece, può sapere che dietro a quei numeri ci sono Federica e il suo dramma.

Sicurezza
«La verità – dice ora lei –, è che non ho idea di cosa possa essere accaduto. Da allora me lo chiedo tutti i giorni. L’unica certezza è che non dovevo essere esposta a un virus capace di replicazione». Ma quindi, chi ha sbagliato? «Lo dovrà stabilire il tribunale (quello di Padova, davanti al quale per competenza territoriale è stata depositata la causa, rivolta sia all’Ateneo di partenza che a quello ospitante, ndr). Ma la mia vita è stata distrutta. E c’è una cosa che continua a tormentarmi: nessuno preparò me e gli altri studenti che entrarono in quel laboratorio a quegli esperimenti. Non ricevemmo alcun corso, nessuna indicazione sulla sicurezza. Com’è possibile che ragazzi così giovani siano messi in tali condizioni?».
RICERCA IN LABORATORIORICERCA IN LABORATORIO

E qui la voce di Federica si incrina: «Purtroppo c’è un’altra cosa che mi ha fatto soffrire in questi anni, ovvero che nessuno si è mai fatto sentire con me. Né l’Università italiana, dove mi sono laureata con 110 e lode, né quella straniera dove è avvenuto l’incidente. Sapevano tutto, ma mai una parola o una telefonata: mi hanno lasciata sola. Per cui oggi, che chiedo finalmente che mi sia riconosciuta giustizia, ai rettori dico anche: non dimenticatemi e fate in modo che non accada mai più».

Fonte: qui