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martedì 12 novembre 2019

ARCELOR-MITTAL HA DEPOSITATO L’ATTO DI RECESSO DEL CONTRATTO DI AFFITTO DELL’IMPIANTO DI TARANTO DOVE NEL FRATTEMPO STAMANI C’È STATO L’ENNESIMO INCENDIO

CONTE HA RIUNITO DI MAIO, PATUANELLI E I PARLAMENTARI PUGLIESI DEL M5S SUL DOSSIER, MA IN MOLTI SULLA POSSIBILE REINTRODUZIONE DELLO SCUDO PENALE SI SONO INCAZZATI E SI ATTACCANO ALL'EUROPA
Ex Ilva, sindacati: Incendio nell'acciaieria due

incendio all'ilva di taranto 3INCENDIO ALL'ILVA DI TARANTO
(LaPresse) - "Ancora una volta un incidente gravissimo nell'acciaieria due" dell'ex Ilva di Taranto, "una siviera appena uscita dal Convertitore 1 si è bucata svestendo acciaio in fossa, procurando fiamme altissime che raggiungevano le tubazioni gas. Solo l'intervento tempestivo dei vigili del fuoco evitato il peggio". E' quanto denunciano in una nota Fim, Fiom e Uilm.

Ex Ilva, sindacati: Incendio nell'acciaieria due-2
giuseppe conte luigi di maioGIUSEPPE CONTE LUIGI DI MAIO
(LaPresse) - "Oltre il gravo episodio, nell'intervento emerge una mancanza inaudita, la completa assenza della distribuzione d'acqua della linea di emergenza che doveva essere utile al reintegro delle cisterne e di supporto a tutta l'acciaieria in caso di incendio", aggiungono i sindacati. "Ancora una volta le scriventi hanno assistito a iniziative e manovre per gestire l'emergenza del tutto improvvisate e non proceduralizzate dai singoli preposti e soprattutto gli stessi che devono dare l'esempio intervenivano sprovvisti dei dispositivi di sicurezza previsti". I sindacati ritengono "intollerabile l'intero accaduto, a dimostrazione che l'acciaieria due e tutti gli altri impianti necessitano di interventi immediati, e di una seria manutenzione ordinaria e straordinaria sino a oggi annunciata senza nessuno effettivo intervento".

Ilva, ArcelorMittal deposita l'atto di recesso
incendio all'ilva di taranto 2INCENDIO ALL'ILVA DI TARANTO 

Ex Ilva, i legali di ArcelorMittal hanno depositato all'iscrizione a ruolo in Tribunale a Milano l'atto di citazione per il recesso del contratto di affitto, preliminare all'acquisto, dello stabilmento di Taranto e delle altre sedi del gruppo. Ora il procedimento passerà al presidente del Tribunale Roberto Bichi che provvederà ad assegnarlo ad una delle due sezioni specializzate in materia di imprese.
giuseppe conte contratto ilvaGIUSEPPE CONTE CONTRATTO ILVA

I legali di Arcelor Mittal hanno depositato all'iscrizione a ruolo in Tribunale a Milano l'atto di citazione per il recesso del contratto di affitto, preliminare all'acquisto, dell'ex Ilva. Ora il procedimento passerà al presidente del Tribunale Roberto Bichi che provvederà ad assegnarlo ad una delle due sezioni specializzate in materia di imprese. 

Intanto oggi si è svolta di primo mattino una riunione del premier Giuseppe Conte con i parlamentari pugliesi del M5S sul dossier dell'ex Ilva. All'incontro hanno preso parte i ministri Luigi Di Maio, Stefano Patuanelli e Federico D'Incà. I toni si sarebbero accesi sulla questione della possibile reintroduzione di uno scudo per Arcelor Mittal, tema su cui molti parlamentari M5S fanno muro.
arcelor mittalARCELOR MITTAL

M5S
«Germania e Polonia vogliono un fondo europeo per la transizione ecologica e la decarbonizzazione? Bene, questo fondo deve riguardare anche l'ex Ilva. Il Just Transition Fund, che la nuova Commissione europea ha inserito fra le sue priorità, non deve riguardare solo il carbone ma anche l'acciaio».

incendio all'ilva di taranto 5INCENDIO ALL'ILVA DI TARANTO
Così in una nota l'europarlamentare del Movimento 5 Stelle Rosa D'Amato. «La Commissione europea non può voltarsi dall'altra parte dinanzi alla scelta di ArcelorMittal di ritirarsi da Taranto. Quello dall'ex Ilva è un caso emblematico su cui, come Movimento 5 Stelle, misureremo il reale rispetto della nuova Commissione Von der Leyen delle sue promesse in tema ambientale. Il Green New Deal annunciato da Bruxelles non può non affrontare il tema dell'acciaio, settore che rappresenta il 24% delle emissioni globali», aggiunge D'Amato.

incendio all'ilva di taranto 4INCENDIO ALL'ILVA DI TARANTO 
«La Commissione europea deve sostenere il Governo italiano in un progetto che preveda la chiusura dell'area a caldo e il consolidamento delle lavorazioni a freddo. A Taranto - conclude - si gioca una partita centrale per il futuro dell'Europa, una partita in cui dobbiamo dimostrare che una nuova economia, pulita e sostenibile sotto tutti i punti di vista, è possibile. Ecco perché Bruxelles non può voltarsi dall'altra parte». Fonte: qui

IL GOVERNO DOVREBBE ACCETTARE LA RIDUZIONE DELLA PRODUZIONE A 4 MILIONI DI TONNELLATE (DAI 4,5 ATTUALI) ED IL MANTENIMENTO IN FUNZIONE DI APPENA DUE ALTIFORNI 
ARCELOR MITTAL POTREBBE LIMITARSI A CHIEDERE LA MESSA IN CASSA INTEGRAZIONE DI 3 MILA OPERAI (E NON 5 MILA) 
DECISIVO PER L’INTESA, L’INGRESSO DELLO STATO ATTRAVERSO CDP CON UNA QUOTA DEL 20-30% NEL CAPITALE DI ARCELOR MITTAL ITALIA…
Paolo Baroni per “la Stampa”

giuseppe conte roberto gualtieri 9GIUSEPPE CONTE ROBERTO GUALTIERI 
«Nulla di calendarizzato»: le notizie che rimbalzano dal quartier generale di Londra dicono non sarà oggi il giorno in cui i Mittal torneranno a Roma per vedere di nuovo Conte e sciogliere il nodo-Ilva. Prima, infatti, occorre che la politica faccia chiarezza su cosa vuol fare, si fa notare, e questo vale sia per la maggioranza nel suo insieme che, soprattutto, per i 5 Stelle. Però, dopo il faccia a faccia molto duro della scorsa settimana a palazzo Chigi, sbollita la rabbia sembra che negli ultimi giorni si sia aperta «una fase di riflessione» da parte dei Mittal che potrebbe preludere ad un avvicinamento tra le parti. Sotto traccia, infatti, si tratta.

arcelor mittalARCELOR MITTAL
Sul piatto c'è sempre la minaccia di recesso dal contratto di acquisto dell'ex Ilva perchè l'investimento di 4,2 miliardi previsto a suo tempo è diventato insostenibile a causa della grave crisi del mercato dell' acciaio. Ma il problema, viene riconosciuto da più parti, oggi non è tanto il ripristino delle tutele legali, quanto i 5 mila esuberi annunciati.

Arcelor potrebbe ammorbidire un poco le sue richieste, ma il governo dovrebbe accettare la riduzione della produzione a 4 milioni di tonnellate (dai 4,5 attuali) ed il mantenimento in funzione di appena due altiforni. A sua volta il gruppo franco-indiano, riparametrando meglio produzione e numero di occupati, potrebbe limitarsi a chiedere la messa in cassa integrazione di «appena» 3 mila operai, più i 1.700 già in cig da mesi.

Tremila persone a cui destinare ammortizzatori di lunga durata in modo tale da superare l'attuale fase di crisi del mercato e da consentire senza intoppi il completamento della messa a norma di tutti gli impianti. «Un eventuale mantenimento della presenza di ArcelorMittal a Taranto, nel presupposto che la cosa si dimostri fattibile, non potrebbe prescindere da una riconsiderazione della presenza stessa» fanno sapere fonti vicine al dossier. Terzo punto di una possibile intesa, il ruolo dello Stato.
cassa depositi e prestiti 3CASSA DEPOSITI E PRESTITI

Esclusa una nazionalizzazione dell' Ilva («una pericolosa illusione» l'ha definita ieri Gualtieri), l' opzione più percorribile è quella che prevede l' ingresso dello Stato attraverso Cdp con una quota del 20-30% nel capitale di ArcelorMittal Italia. Soluzione che offrirebbe a Mittal la possibilità di alleggerire quel «rischio Italia» su cui le agenzie di rating l'hanno già messa nel mirino, e di contro darebbe al governo poteri di controllo più forti visto che potrebbe nominare nel cda alcuni suoi rappresentanti.

Lo stesso Gualtieri ha ammesso che l'opzione Cdp «ovviamente esiste», spiegando la Cassa «è uno strumento che non va escluso dalla cassetta degli attrezzi di cui disponiamo» per affrontare il caso-Ilva. Nell' attesa che una soluzione maturi il gruppo procede con le operazioni che porteranno alla «progressiva ed ordinata fermata degli impianti» decisa nei giorni scorsi. Ieri si è così appreso che da alcuni giorni a Taranto è stato sospeso lo scarico delle materie prime e anche dal porto di Brindisi hanno fatto sapere che i rifornimenti dell' ex Ilva sono sospesi.
arcelor mittalARCELOR MITTAL

Su un binario parallelo procede anche la battaglia legale: oggi gli avvocati di Arcelor depositano in Tribunale a Milano l' atto con cui il gruppo chiede il recesso dal contratto per l' ex Ilva già notificato ai commissari. Che a loro volta annunciano un ricorso urgente, in cui sostengono che il venir meno dello scudo penale non è una condizione che consente ad Arcelor di sfilarsi, e partono al contrattacco. Anche con la benedizione di Conte . 

Fonte: qui

SE DAVVERO SALTASSE IL BANCO CON ARCELORMITTAL, L’ILVA RISCHIA DI ESSERE COMPRATA DAI CINESI? 
TUTTO IL SETTORE SIDERURGICO EUROPEO È IN CRISI. LA VIA DELLA SETA RISCHIA DI DIVENTARE LA NUOVA VIA DELL’ACCIAIO 
TRA DUMPING E ACQUISIZIONI (IERI QUELLA DELLA BRITISH STEEL) I CINESI SI PRENDONO TUTTO…
Teodoro Chiarelli per “la Stampa”

acciaio fonderia altofornoACCIAIO FONDERIA ALTOFORNO
Taranto, ma non solo. La crisi dell' ex Ilva è solo un tassello della più vasta crisi dell' industria siderurgica europea, che da anni soccombe sotto i colpi di maglio di produttori come Russia, Turchia e, soprattutto, Cina. E proprio alla Cina, paradossalmente, c' è chi guarda ora nel caso saltasse il banco con ArcelorMittal sullo stabilimento pugliese. Il mercato dell' acciaio è per sua natura ciclico.
luigi di maio xi jinpingLUIGI DI MAIO XI JINPING

Essendo un comparto tra i più energivori, soffre in maniera marcata le oscillazioni dei prezzi dei combustibili necessari a far marciare gli impianti. Ma il suo andamento è legato in maniera strettissima anche ad alcuni settori specifici del manifatturiero, in particolare l' industria automobilistica.
 
E il dopo Dieselgate e le nuove sensibilità ambientaliste non si può dire che stiano facendo vivere un buon periodo all' industria delle quattroruote. Il problema ormai strutturale della siderurgia europea è la difficoltà nel competere con l' acciaio a basso prezzo proveniente dalla Cina, che smaltisce sotto costo sui mercati esteri la produzione in eccesso. Il dumping di Pechino è tra i fattori che nel 2018 hanno portato le importazioni di acciaio in Europa a crescere del 12% a fronte di un mercato che saliva di appena il 3,3%.

acciaio fonderia altofornoACCIAIO FONDERIA ALTOFORNO
La produzione complessiva di Pechino ha raggiunto i massimi storici, con un aumento del 2,2% nei primi nove mesi del 2019: nello stesso periodo ArcelorMittal - il gigante anglo-indiano che ora vorrebbe abbandonare l' ex Ilva - ha perso il 18% del suo valore in Borsa e ha tagliato la produzione in tutta Europa. La fusione tra la tedesca Thyssenkrupp e l' indiana Tata è fallita per l' opposizione della Commissione europea. Nel Regno Unito il terzo produttore nazionale, la British Steel, ha dichiarato bancarotta.
british steel acciaioBRITISH STEEL ACCIAIO

Un mix di rallentamento del ciclo economico e dell' imposizione di dazi da parte degli Stati Uniti verso la Cina ha comportato l' afflusso di prodotti cinesi a basso costo verso l' Europa che non si è protetta dalla concorrenza asiatica. Su una produzione mondiale di 1 miliardo e 808 milioni di tonnellate l' anno, 168 milioni sono prodotte in Europa, contro 928 milioni realizzate in Cina (il 50% della produzione mondiale), mentre gli Stati Uniti producono solo 75-80 milioni di tonnellate l' anno.
sciopero all'ilva 2SCIOPERO ALL'ILVA 

ArcelorMittal è il colosso più grande del pianeta, con 96,4 tonnellate prodotte ogni anno, ma ai primi posti si piazzano comunque i cinesi: al secondo (Baowu Steel, con 67,4 milioni di tonnellate), quarto, sesto, settimo, nono, decimo posto della classifica mondiale ritroviamo infatti tutte aziende del Dragone. Però è stata avviata una maxifusione tra Baowu Steel e Magang Steel: un' unione tra società statali, nata con l' intento di «rafforzare la competitività internazionale».

Probabilmente già oggi supera il colosso franco indiano. La Via della Seta rischia di diventare la nuova Via dell' Acciaio. I piani di espansione cinesi procedono spediti e mirati. Con un investimento di 46 milioni di euro, Hebei Iron and Steel (Hbis), secondo player cinese, ha rilevato in Serbia l' acciaieria Smederevo, la più grande del Paese, con la firma maturata durante la visita a Belgrado nel giugno 2016 del presidente Xi Jinping. La stessa Hbis ha acquisito dalla famiglia italiana Bolfo nel 2014 la Duferco Trading, primo trader europeo dell' acciaio basato in Svizzera.

hebei acciaio 1HEBEI ACCIAIO british steelBRITISH STEEL
Nel Regno Unito il terzo produttore nazionale, la British Steel, ha dichiarato bancarotta. E ieri il gruppo cinese Jingye ha raggiunto un accordo per acquisire il produttore siderurgico britannico. Secondo la Bbc, l' importo dell' acquisto sarebbe di 70 milioni di sterline (81,2 milioni di euro) e il governo britannico dovrebbe contribuire al salvataggio attraverso garanzie sui prestiti e altri finanziamenti.

di maio ilvaDI MAIO ILVA
Dalla Cina un pericolo o anche un' opportunità? «Se le aziende cinesi, indiane o russe che siano, vengono e rispettano le regole e il mercato non ci sono problemi - commenta con pragmatismo Alessandro Banzato, presidente di Federacciai - La siderurgia ha una natura fortemente globalizzata ed è fisiologico che chi annovera 6 fra i primi 10 produttori al mondo stia incominciando a realizzare una crescita fuori dai propri confini e quindi anche in Europa».

ilva taranto 2ILVA TARANTO 
Ecco quindi che nell' ipotesi di un abbandono definitivo da parte di ArcelorMittal, un possibile intervento cinese sull' ex Ilva diventa qualcosa di più di una suggestione. Mercoledì il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, parlando a Shanghai, ha riferito che «c' è anche un grande interesse su Taranto, che ci è stato manifestato, e che porterà ad alcune iniziative sugli investimenti». Il passaggio chiave potrebbe essere una soluzione integrata che includa anche il nodo infrastrutturale dell' aerea ionica. 

Fonte: qui

lunedì 11 novembre 2019

ILVA: Perché, italiani, siete così?



> Stimabile Signor Blondet,
> seguo con sconcerto la intricata vicenda della Acciaieria ILVA di  Taranto e mi sconforta, come persona che è in parte italiana, di  vedere sempre un inestricabile groviglio negli affari italiani che, mi  perdoni, sembra confermare i tremendi pregiudizi che l’ ideologia  nazionalsocialista aveva nei confronti dei popoli mediterranei, che  venivano così definiti nei testi di propaganda sulla presunta  superiorità germanica: ” i popoli mediterranei sono brachicefali,  caotici, anarchici, ingovernabili, proni alla corruzione”. E’ un  crudo, drastico e generalizzato pregiudizio, sono certo che la maggior  parte degli Italiani non sono così ma vicende come quella di Taranto  danno motivo di diffidenza qui nel mio Paese nei confronti degli  Italiani anche se, certo, noi Tedeschi non abbiamo il diritto di  giudicare altri popoli, non siamo certo immuni da difetti e lo stigma  di quel che è accaduto nell’ ultimo Conflitto mondiale ci segna per  sempre. Non ho ancora capito di chi siano le responsabilità sul > disastro di Taranto e come si sia arrivati a tanto ma mi permetto di  notificarLe un esempio che viene da Linz, in Austria, ove c’è un  importante impianto produttivo del Gruppo VoestAlpine: senza clamori,  senza confusione, senza arrestare la produzione, che è vitale per l’ economia austriaca, si sono progressivamene risanato gli impianti che,  a ridosso della città, producono senza alterare l’aria e l’acqua.
> Viene spontaneo di chiedersi: perché non s’è fatto niente di analogo  a Taranto ? Non so se mai troverà il tempo per rispondere a me e a tutti quelli che hanno a cuore la vicenda, di seguito Le allego  comunque il collegamento alla Pagina di Rete di VoestAlpine, mi spiace  che sia in tedesco, se ha difficoltà La prego mi faccia sapere, Le  invierò la traduzione dei passaggi più importanti, dove si  descrivono le misure adottate sin dal 1958 per la depolverazione dei  fumi e la riduzione di composti nitrati e solforati.

> Cordialissimi saluti.
>                                                           Manfred R.
Collegamento:
Come non concordare con il giudizio “nazionalsocialista”?  Purtroppo  – lo ho anche riconosciuto  in vari articoli – l’Italia non si sa dare una classe dirigente; e non da oggi, ma da secoli (se ne disperavano già Dante, Machiavelli…), e per questo è sempre stata occupata, sfruttata –  governata dagli stranieri. Spesso chiamati da italiani perché li aiutassero ad eliminare   altri italiani, i nemici interni.  Situazione che vediam anche oggi, dove il “partito francese” lavora per Macron, e “gli europeisti”   sono al servizio della Kommissione perché così sono più forti contro “populistie  sovranisti”..
Su  ILVA la vera assurda responsabilità    risale la nostra magistratura  che da anni persegue la chiusura dell’acciaieria, accusandola di inquinare:  la magistrata è arrivata a sequestrare l’intera produzione a caldo, compreso il prodotto finito  – l’acciaio – come “corpo del reato”.
Come ha scritto Vittorio Feltri:
“Il disastro cominciò anni fa quando la magistratura indagò la ditta accusata  di inquinare l’ ambiente provocando il cancro a numerose persone, in particolare i dipendenti. In pratica, per semplificare, i proprietari – i signori Riva – furono arrestati e il capofamiglia, un grande industriale, ci lasciò per disperazione le penne. Mentre la fabbrica fu paralizzata con grave danno per tutta la comunità, incluse le maestranze. La magistratura fu implacabile, i padroni delle ferriere passarono per gente cinica che non esitava a sacrificare vite umane ai fini del business. In realtà risulta che a Lecce, dove non esistono opifici, la percentuale di vittime di tumore era uguale a quella di Taranto. Evidentemente il problema che causava i decessi era un altro, non l’acciaio e le sue scorie. Non importa, lo stabilimento entrò in una crisi micidiale di cui, con la rinuncia indiana, seguitiamo a patire le conseguenze”
O Nicola Porro:
Per questo la  Mittal ha chiesto una immunità legale, davanti a un simile comportamento della procura di  Taranto: perché l’impianto a caldo è ancora sotto sequestro legale, e quindi anche solo lavorarci rende passibile di arresti  – preventivi,  all’italiana.
Quanto all’esempio dell’acciaieria austriaca che mi porta, grazie,  anche noi abbiamo acciaierie modello con proprietari e dirigenti capacissimi e  all’altezza della migliore modernità tecnologica: esempio  fra tutti, il gruppo Arvedi, recente  vincitore di una gara in cui ha fornito  agli USA un’acciaieria a ciclo completo chiavi in mano.
E’ che la “classe dirigente”  sta al disotto della modernità, non  solo ignorante, ma che vuole ignorare –  credendo di sapere già tutto  –  e adesso  governa la terza potenza industriale europea  segueno l’ultima ideologia  folle dettata da un comico, Beppe Grillo, la decrescita felice. La chiusura di ILVA è stato fin dall’inizio nel programma dei 5Stelle  – e con  l’aiuto  attivo  della magistratura, e senza la capacità di opporsi degli “alleati di governo”.. Nemmeno le voci delle migliaia di lavoratori presto disoccupati   li convincono.  Nemmeno le figure che fanno davcanti appunto agli stranieri come lei: uno dei misteri per me più impenetrabili, è che questo sedimento italiota, non prova vergogna della sua stupidità, ignoranza   criminale –   gli è estraneo quel sentimento onorevole che spesso è spinta delle persone a  migliorarsi.
Questo è  il mistero di cui non so darle ragione, per cui non abbiamo – da secoli – classe dirigente: mai chi temporaneamente “comanda” – o occupa il potere politico  –   nel cerca nella nazione coloro che sono i migliori , né ne  cerca la  collaborazione – ma li guarda con sospetto e li tiene lontani dal potere. C’è una falla non dell’intelligenza,  ma del carattere: per cui devo constatare ogni volta che non solo comanda  la plebaglia , ma comanda in modo imperioso:  vuole essere obbedita, subito,   sorda e cieca  ad ogni ragionamento: vuole   subito chiudere l’ILVA, così come “non vuole inceneritori”  nella Roma che sta seppellendo sotto i suoi rifuti –  anche se inceneritori funzionano benissimo a Vienna come dovunque nei paesi del Nord, anche in Lombardia. Questa plebaglia imperiosa,   mentalmente arretrata,  è una specie di sedimento ineliminabile dell’essere  italiano. Ed  autorizza i  giudizi come quello da lei riportato.   Non so che dirle, se non: ha ragione.
P.S. al di qua delle Alpi c'è una azienda friulana(Buttrio - Udine) che è al Top a livello mondiale per l'impiantistica dell'acciaio:https://www.danieli.com/

mercoledì 18 gennaio 2017

IL MANAGER DI UBI CHE SPARA A ZERO CONTRO I VERTICI DELL'ISTITUTO

IL RESPONSABILE DELL'ANTIRICICLAGGIO DI UBI BANCA RIVELA AI MAGISTRATI TUTTE LE PORCHERIE NELLA GESTIONE DELLA BANCA, TRA EVASIONI, CAPITALI ALL'ESTERO, FILIALI IN PARADISI FISCALI CHE FINISCONO NEI PANAMA PAPERS E TRATTAMENTI SPECIALI PER CLIENTI ''SOSPETTI''

Maurizio Tortorella per La Verità

L’annotazione di servizio dei carabinieri è di sole 10 cartellette, quasi una goccia in un mare di oltre 46.000 pagine, depositate lo scorso 17 novembre dalla Procura di Bergamo alla chiusura delle indagini contro 39 indagati per una serie di presunti, gravi illeciti nella gestione di Ubi Banca.
UBI BANCA BRESCIAUBI BANCA BRESCIA

Ma quelle 10 cartellette contengono accuse durissime nei confronti dei vertici del quarto gruppo creditizio italiano: accuse quasi incredibili, ma tutte molto circostanziate e provenienti da una fonte decisamente autorevole, visto che ad affidarle agli investigatori nel maggio 2014 fu Roberto Peroni, all’epoca responsabile dell’Ufficio rischi di riciclaggio, finanziamento al terrorismo, segnalazioni operazioni sospette e indagini penali di Ubi Banca, cioè uno dei principali organi di controllo interni all’istituto.

Ora la denuncia di Peroni, di cui La Verità è entrata in possesso, dovrà ovviamente essere verificata e confermata in un giudizio che dev’essere ancora richiesto dalla Procura: ma rischia di aprire un nuovo fronte giudiziario particolarmente gravoso per alcuni dei 39 indagati di Bergamo. Le 10 paginette riguardano soprattutto l’industriale bresciano dell’acciaio Franco Polotti, al momento della denuncia (e fino al 14 aprile 2016) presidente del consiglio di gestione di Ubi Banca.

Dopo una serie di segnalazioni interne, a suo dire frustrate dai vertici dell’istituto, il 23 maggio 2014 Peroni si decide a raccontare ai carabinieri quel che sostiene di aver visto. Chiede così un contatto via email con il comando dell’Arma, a Roma, e viene interrogato quattro giorni dopo, a Brescia. A due marescialli e un appuntato, che registrano le sue parole, il manager denuncia i collegamenti tra Polotti e Mariliano Mazzoleni, imprenditore dei rottami ferrosi e cliente della banca.

Su di lui, Peroni racconta parecchie cose: che la Popolare di Bergamo avrebbe già segnalato all’Ufficio italiano cambi nel 2005 per «movimentazioni milionarie della società rottami Cmps, poi liquidata», e che l’uomo sarebbe stato anche indagato per inquinamento ambientale. Ma quel che più conta è quel che Peroni dichiara di aver visto con i suoi occhi, come responsabile dell’antiriciclaggio di Ubi Banca: «Ci arriva una se- gnalazione di operazione sospetta », racconta, «per un rimpatrio di ingenti quantità di denaro dalla Svizzera: stiamo parlando di 3,7 milioni di euro su un conto scudato, tramite una fiduciaria che abbiamo più volte segnalato per attività sospette e alla quale abbiamo chiuso tutti i rapporti perché evidentemente “scudava”, cosa che non potevamo accettare » .

BANCA UBIBANCA UBI
Peroni consegna ai militari copia delle segnalazioni che il suo ufficio ha fatto all’Unità di informazione finanziaria, cioè l’Uif, che dal 2008 è subentrata all’Ufficio italiano dei cambi come autorità centrale antiriciclaggio. Poi continua nella sua denuncia e racconta che contro Mazzoleni era stato addirittura disposto il sequestro di un’azienda, la Aom rottami: «Questa, però, è stata poi esclusa dall’indagine in quanto non controllata direttamente dal soggetto (cioè Mazzoleni, ndr), ma solo indirettamente. Perché c’era anche un altro socio. Allora noi facciamo gli approfondimenti e si scopre che l’altro socio di questa Aom rottami, al 50 per cento, è la Ori Martin, acciaierie e ferriera di Brescia: riconducibile come proprietà al presidente del consiglio di gestione di Ubi Banca».

Insomma, le indagini del responsabile dell’antiriciclaggio di Ubi gli fanno comprendere, a sorpresa, che l’uomo su cui sta indagando è in affari proprio con Polotti, cioè con il numero uno della sua banca. E sul punto, oltre alla denuncia, Peroni sembra voler consegnare ai carabinieri anche il suo personale scandalo:
PIERO GUSSALLI BERETTAPIERO GUSSALLI BERETTA

«Che un’azienda come la Ori Martin, con l’immagine e lo standing che ha su questa piazza, veda il suo presidente mettersi in società al 50 per cento con un soggetto che, stante il ruolo che Polotti ha in questo gruppo, sicuramente lo portava a conoscenza del fatto che (Mazzoleni ,ndr) è già stato inquisito in passato per queste cose e che grazie a queste attività ha portato notevolissime disponibilità economiche anche all’estero, che in parte ha scudato e fatto ritornare in Italia, e che quindi si è messo in società, mi si permetta di dire, con un disonesto…».

Dice proprio così, Peroni: usa il termine «disonesto», e l’aggettivo introduce una categoria moralistica, in quanto tale opinabile e certamente non condivisibile, nei confronti di chi non abbia subìto finora condanne definitive. Ma ben più grave è la sequenza di accuse che segue. Perché Peroni sostiene che Mazzoleni avrebbe fatto rientrare in Italia «notevoli capitali» tramite la fiduciaria Ser-Fid «che era quella che gli ha scudato alcuni rapporti che ha in Lussemburgo». E qui parte la denuncia più grave: «La Ubi Banca International in Lussemburgo», dichiara Peroni, «è in pratica la banca utilizzata dagli amici degli amici per fare le peggio schifezze ».

Va ricordato, a questo punto, che la Ubi Banca international del Lussemburgo, di cui nel maggio 2014 era presidente l’industriale bresciano delle armi Piero Gussalli Beretta, è comparsa anche nei cosiddetti «Panama papers»: una massa di 2,5 terabyte di dati, pubblicati nell’aprile scorso e provenienti da una fonte anonima interna allo studio legale panamense Mossack- Fonseca, che avrebbe curato gli interessi di centinaia e centinaia di soggetti (anche italiani) desiderosi di sottrarsi al fisco.
FAISSOLAFAISSOLA

Quell’immensa massa d’informazioni è stata minuziosamente analizzata, elaborata e pubblicata dai giornalisti dell’International consortium of investigative journalists, un circuito internazionale di cui in Italia fa parte l’Espresso . Quando ai primi dell’aprile 2016 l’Espresso aveva rivelato l’esistenza «di 40 sigle offshore, registrate a Panama e alle isole Seychelles, che appaiono legate a Ubi» attraverso la sua controllata lussemburghese, la banca prima aveva negato tutto.

Poi il 28 aprile, in meno di un mese, aveva velocemente ceduto Ubi International a una banca di Zurigo, la Efg International. E Beretta aveva lasciato la sua presidenza per diventare vicepresidente vicario nel consiglio di sorveglianza del gruppo Ubi. Ma torniamo a Peroni e alla sua denuncia.

Sulla filiale di Ubi in Lussemburgo, nel 2014 il capo dell’antiriciclaggio racconta ai carabinieri di essersi scontrato con un vero muro di gomma, all’interno del suo stesso istituto: «C’erano cose», sostiene, «che non si voleva fare emergere.

(…) Mi è stato inibito di farlo, e le inibizioni arrivavano anche sulle cose più allucinanti. Faccio due esempi pratici. Sono riuscito a ottenere che la (nostra , ndr) banca lussemburghese sottoponesse ogni nuovo potenziale cliente a un’analisi preliminare per verificare se c’erano pregiudiziali: se aveva avuto indagini penali, se aveva un rischio di riciclaggio, se fosse stato oggetto di segnalazione di operazione sospetta.

(…) Inizio a ottenere queste evidenze, e ogni settimana c’è qualche nostro cliente italiano che apre rapporti in Lussemburgo. Sono tutte persone che in Italia hanno basso rischio. Allora ai miei superiori faccio un ragionamento: scusate, ma se io voglio fare investimenti all’estero e sono a rischio basso o irrilevante, posso farlo tramite la mia filiale italiana; nel momento in cui invece voglio aprire un conto in Lussemburgo è perché ho qualcosa da movimentare o da gestire che in Italia non verrebbe accettato come lecito».

UBI BANCAUBI BANCA
Peroni propone quindi ai suoi superiori di elevare per tutti quei clienti «anomali» il livello di rischio riciclaggio. È una misura forte, probabilmente eccessiva in certi casi. Ma la risposta che gli arriva dalla banca è, a sua volta, eccessivamente garantista: «La risposta è stata: dimentica di aver fatto questa proposta». Infine, Peroni passa a un altro capitolo che definisce «allucinante », quello delle nomine.

E ai carabinieri racconta che nel marzo 2014 Ubi ha provveduto al rinnovo del consiglio d’amministrazione. Tra i premiati sono due figli di ex presidenti del consiglio di sorveglianza di Ubi Banca: Cristina Faissola, figlia di Corrado, l’avvocato che dal 2006 al 2010 è stato anche presidente dell’Associazione bancaria italiana (è poi deceduto nel dicembre 2012); e Matteo Zanetti, figlio di Emilio. «Hanno trovato entrambi un posto», dice Peroni, «uno nel consiglio d’amministrazione della Popolare di Bergamo, l’altro nel consiglio della Banca Regionale Europea. Non hanno alcuna competenza specifica, se non il fatto di essere della famiglia».

La famiglia, già. E proprio sui Faissola, Peroni aggiunge un altro carico da 90: «Mesi fa», dice ai carabinieri, «ho avuto evidenza che il fratello di Corrado Faissola avesse fatto arrivare dalla Svizzera 350.000 euro in tranche da 50.000. Ho detto (ai miei superiori, ndr): questa è importazione di capitali, dobbiamo segnalarla all’Uif. No, non puoi segnalarla. E perché non posso? Vedi, mi hanno detto: l’ordinante è il figlio, un alto dirigente della Deutsche Bank a Londra, quindi guadagna molto, e può mandare soldi al padre. Ma io replico: i soldi arrivano dal Credit Suisse di Basilea, che cosa ha a che fare con la Deutsche Bank di Londra? Questi sono soldi che l’avvocato Faissola (Corrado , ndr) aveva illecitamente in Svizzera, e che dopo la sua morte il fratello sta facendo rientrare». Sospetti motivati o eccessivi, quelli di Peroni? Al momento non è dato saperlo.

Contattata dalla Verità , Ubi Banca oggi risponde alle dure accuse del suo manager sottolineando che la stessa Procura di Bergamo non deve avere trovato particolari riscontri alle sue parole, se è vero che nessuno dei capi d’accusa elevati nei confronti degli indagati contempla quel tipo d’ipotesi di reato.
UBI BANCA indexUBI BANCA INDEX

Nel verbale del maggio 2014 il manager si lamentava anche dell’eccessivo carico di lavoro, sostenendo fosse «una delle tecniche» per distrarlo dai suoi compiti: «Il fatto di ammazzarmi di lavoro è per impedirmi di avere tempo per fare altri approfondimenti », spiegava. 

È un dato di fatto che dal suo ufficio all’antiriciclaggio, dove due anni fa gestiva 45 persone, Peroni è stato poi trasferito a un’altra società del gruppo. Oggi ha molti dipendenti in meno. E si occupa di factoring.


Fonte: qui

giovedì 24 novembre 2016

LA FRANCIA CHIUDE 12 SITI NUCLEARI


“E’ POSSIBILE UN INCIDENTE IN EUROPA”: LO DICE IL RESPONSABILE DELL’AUTORITA’ PARIGINA SULLA SICUREZZA ATOMICA

Paolo Levi per la Stampa

CENTRALI NUCLEARI FRANCESICENTRALI NUCLEARI FRANCESI
Allarme sulle centrali nucleari della Francia che sono collocate a ridosso del confine italiano: a parlare di una situazione «divenuta molto preoccupante» non sono Ong o militanti anti-atomo, ma Pierre-Franck Chevet, il presidente dell' Authority nazionale di Parigi sulla sicurezza nucleare (Asn).

A trent' anni dalla catastrofe di Cernobil, lo scorso aprile, l' alto responsabile aveva già detto che nonostante i progressi realizzati un «incidente nucleare maggiore è possibile», anche in Europa, dove il contesto francese suscita «particolari inquietudini». Tanto che a Parigi - tra problemi tecnici e difficoltà finanziarie dei due colossi Edf e Areva - si è dovuti correre ai ripari.
Pierre Franck ChevetPIERRE FRANCK CHEVET

Diciotto reattori nucleari in dodici siti, di cui sei vicini all' Italia - a Tricastin, Cruas e Bugey - sono stati fermati o sono sul punto di esserlo a scopo precauzionale. Il problema immediato è la tenuta dell' acciaio degli involucri che potrebbe non trattenere il vapore radioattivo in caso di incidente. C' è poi una questione di più lungo periodo: «Siamo passati da una cattiva sorpresa all' altra - deplora Chevet -. La nostra inchiesta ha portato alla luce pratiche inaccettabili fin dall' inizio degli Anni 60. Quattrocento dossier sono stati censurati presso la fucina di Creusot (Areva, ndr ), dove si forgiano i reattori, per nascondere anomalie. I documenti appaiono deliberatamente falsificati».

Sindrome cineseSINDROME CINESE
Ad accendere la miccia, però, è stata la scoperta di un eccesso di carbonio nell' acciaio della vasca dell' Epr, il reattore di ultima generazione in costruzione a Flamanville, tra Bretagna e Normandia. L' acciaio di alcune componenti aveva un contenuto di carbonio alto fino al doppio del limite ammesso (0,4% anziché 0,2%). Sono così scattate indagini a tappeto in tutte le centrali in funzione del Paese. Risultato: «Dodici siti sono fermi o sul punto di esserlo» nel quadro di un piano «di sicurezza a tutela della cittadinanza».

CHERNOBYL 2CHERNOBYL
L' obiettivo, in particolare, è «controllare che l' eccesso di carbonio scoperto nell' acciaio non alteri la capacità di resistenza meccanica dei generatori di vapore». Spiega Giovanni Battista Zorzoli, docente al master sull' energia dell' Università La Sapienza: «Una quota di carbonio troppo alta rende fragile l' acciaio. Nel reattore Epr di Flamanville è risultato che l' acciaio di alcune componenti, fabbricate in Giappone, conteneva più carbonio del consentito. Quello che è emerso dopo, estendendo l' indagine a tutte le centrali francesi, è più grave, perché si è scoperto che in molti reattori l' eccesso di carbonio riguarda non singole componenti, ma tutto l' involucro, fatto da una società francese concessionaria di quella stessa azienda giapponese».

L' Asn si è data un mese di tempo prima di decidere se riavviare o meno i reattori sotto esame. Il responsabile dell' Asn ritiene inoltre che trenta giorni in più siano necessari affinché i reattori autorizzati a ripartire raggiungano la massima potenza, il che equivale a gennaio 2017. Mentre cresce il timore che quest' anno la Francia non sia in grado di rispondere alla domanda invernale sette impianti Edf sono chiamati a riprendere la produzione il 31 dicembre. L' energia francese è direttamente dipendente da 58 reattori Edf che garantiscono il 75% del fabbisogno.

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