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venerdì 20 dicembre 2019
martedì 12 novembre 2019
ARCELOR-MITTAL HA DEPOSITATO L’ATTO DI RECESSO DEL CONTRATTO DI AFFITTO DELL’IMPIANTO DI TARANTO DOVE NEL FRATTEMPO STAMANI C’È STATO L’ENNESIMO INCENDIO

CONTE HA RIUNITO DI MAIO, PATUANELLI E I PARLAMENTARI PUGLIESI DEL M5S SUL DOSSIER, MA IN MOLTI SULLA POSSIBILE REINTRODUZIONE DELLO SCUDO PENALE SI SONO INCAZZATI E SI ATTACCANO ALL'EUROPA
Ex Ilva, sindacati: Incendio nell'acciaieria due
(LaPresse) - "Ancora una volta un incidente gravissimo nell'acciaieria due" dell'ex Ilva di Taranto, "una siviera appena uscita dal Convertitore 1 si è bucata svestendo acciaio in fossa, procurando fiamme altissime che raggiungevano le tubazioni gas. Solo l'intervento tempestivo dei vigili del fuoco evitato il peggio". E' quanto denunciano in una nota Fim, Fiom e Uilm.
Ex Ilva, sindacati: Incendio nell'acciaieria due-2
(LaPresse) - "Oltre il gravo episodio, nell'intervento emerge una mancanza inaudita, la completa assenza della distribuzione d'acqua della linea di emergenza che doveva essere utile al reintegro delle cisterne e di supporto a tutta l'acciaieria in caso di incendio", aggiungono i sindacati. "Ancora una volta le scriventi hanno assistito a iniziative e manovre per gestire l'emergenza del tutto improvvisate e non proceduralizzate dai singoli preposti e soprattutto gli stessi che devono dare l'esempio intervenivano sprovvisti dei dispositivi di sicurezza previsti". I sindacati ritengono "intollerabile l'intero accaduto, a dimostrazione che l'acciaieria due e tutti gli altri impianti necessitano di interventi immediati, e di una seria manutenzione ordinaria e straordinaria sino a oggi annunciata senza nessuno effettivo intervento".
Ilva, ArcelorMittal deposita l'atto di recesso
Ex Ilva, i legali di ArcelorMittal hanno depositato all'iscrizione a ruolo in Tribunale a Milano l'atto di citazione per il recesso del contratto di affitto, preliminare all'acquisto, dello stabilmento di Taranto e delle altre sedi del gruppo. Ora il procedimento passerà al presidente del Tribunale Roberto Bichi che provvederà ad assegnarlo ad una delle due sezioni specializzate in materia di imprese.
I legali di Arcelor Mittal hanno depositato all'iscrizione a ruolo in Tribunale a Milano l'atto di citazione per il recesso del contratto di affitto, preliminare all'acquisto, dell'ex Ilva. Ora il procedimento passerà al presidente del Tribunale Roberto Bichi che provvederà ad assegnarlo ad una delle due sezioni specializzate in materia di imprese.
Intanto oggi si è svolta di primo mattino una riunione del premier Giuseppe Conte con i parlamentari pugliesi del M5S sul dossier dell'ex Ilva. All'incontro hanno preso parte i ministri Luigi Di Maio, Stefano Patuanelli e Federico D'Incà. I toni si sarebbero accesi sulla questione della possibile reintroduzione di uno scudo per Arcelor Mittal, tema su cui molti parlamentari M5S fanno muro.
M5S
«Germania e Polonia vogliono un fondo europeo per la transizione ecologica e la decarbonizzazione? Bene, questo fondo deve riguardare anche l'ex Ilva. Il Just Transition Fund, che la nuova Commissione europea ha inserito fra le sue priorità, non deve riguardare solo il carbone ma anche l'acciaio».
Così in una nota l'europarlamentare del Movimento 5 Stelle Rosa D'Amato. «La Commissione europea non può voltarsi dall'altra parte dinanzi alla scelta di ArcelorMittal di ritirarsi da Taranto. Quello dall'ex Ilva è un caso emblematico su cui, come Movimento 5 Stelle, misureremo il reale rispetto della nuova Commissione Von der Leyen delle sue promesse in tema ambientale. Il Green New Deal annunciato da Bruxelles non può non affrontare il tema dell'acciaio, settore che rappresenta il 24% delle emissioni globali», aggiunge D'Amato.
«La Commissione europea deve sostenere il Governo italiano in un progetto che preveda la chiusura dell'area a caldo e il consolidamento delle lavorazioni a freddo. A Taranto - conclude - si gioca una partita centrale per il futuro dell'Europa, una partita in cui dobbiamo dimostrare che una nuova economia, pulita e sostenibile sotto tutti i punti di vista, è possibile. Ecco perché Bruxelles non può voltarsi dall'altra parte». Fonte: qui

IL GOVERNO DOVREBBE ACCETTARE LA RIDUZIONE DELLA PRODUZIONE A 4 MILIONI DI TONNELLATE (DAI 4,5 ATTUALI) ED IL MANTENIMENTO IN FUNZIONE DI APPENA DUE ALTIFORNI
ARCELOR MITTAL POTREBBE LIMITARSI A CHIEDERE LA MESSA IN CASSA INTEGRAZIONE DI 3 MILA OPERAI (E NON 5 MILA)
DECISIVO PER L’INTESA, L’INGRESSO DELLO STATO ATTRAVERSO CDP CON UNA QUOTA DEL 20-30% NEL CAPITALE DI ARCELOR MITTAL ITALIA…
Paolo Baroni per “la Stampa”
«Nulla di calendarizzato»: le notizie che rimbalzano dal quartier generale di Londra dicono non sarà oggi il giorno in cui i Mittal torneranno a Roma per vedere di nuovo Conte e sciogliere il nodo-Ilva. Prima, infatti, occorre che la politica faccia chiarezza su cosa vuol fare, si fa notare, e questo vale sia per la maggioranza nel suo insieme che, soprattutto, per i 5 Stelle. Però, dopo il faccia a faccia molto duro della scorsa settimana a palazzo Chigi, sbollita la rabbia sembra che negli ultimi giorni si sia aperta «una fase di riflessione» da parte dei Mittal che potrebbe preludere ad un avvicinamento tra le parti. Sotto traccia, infatti, si tratta.
Sul piatto c'è sempre la minaccia di recesso dal contratto di acquisto dell'ex Ilva perchè l'investimento di 4,2 miliardi previsto a suo tempo è diventato insostenibile a causa della grave crisi del mercato dell' acciaio. Ma il problema, viene riconosciuto da più parti, oggi non è tanto il ripristino delle tutele legali, quanto i 5 mila esuberi annunciati.
Arcelor potrebbe ammorbidire un poco le sue richieste, ma il governo dovrebbe accettare la riduzione della produzione a 4 milioni di tonnellate (dai 4,5 attuali) ed il mantenimento in funzione di appena due altiforni. A sua volta il gruppo franco-indiano, riparametrando meglio produzione e numero di occupati, potrebbe limitarsi a chiedere la messa in cassa integrazione di «appena» 3 mila operai, più i 1.700 già in cig da mesi.
Tremila persone a cui destinare ammortizzatori di lunga durata in modo tale da superare l'attuale fase di crisi del mercato e da consentire senza intoppi il completamento della messa a norma di tutti gli impianti. «Un eventuale mantenimento della presenza di ArcelorMittal a Taranto, nel presupposto che la cosa si dimostri fattibile, non potrebbe prescindere da una riconsiderazione della presenza stessa» fanno sapere fonti vicine al dossier. Terzo punto di una possibile intesa, il ruolo dello Stato.
Esclusa una nazionalizzazione dell' Ilva («una pericolosa illusione» l'ha definita ieri Gualtieri), l' opzione più percorribile è quella che prevede l' ingresso dello Stato attraverso Cdp con una quota del 20-30% nel capitale di ArcelorMittal Italia. Soluzione che offrirebbe a Mittal la possibilità di alleggerire quel «rischio Italia» su cui le agenzie di rating l'hanno già messa nel mirino, e di contro darebbe al governo poteri di controllo più forti visto che potrebbe nominare nel cda alcuni suoi rappresentanti.
Lo stesso Gualtieri ha ammesso che l'opzione Cdp «ovviamente esiste», spiegando la Cassa «è uno strumento che non va escluso dalla cassetta degli attrezzi di cui disponiamo» per affrontare il caso-Ilva. Nell' attesa che una soluzione maturi il gruppo procede con le operazioni che porteranno alla «progressiva ed ordinata fermata degli impianti» decisa nei giorni scorsi. Ieri si è così appreso che da alcuni giorni a Taranto è stato sospeso lo scarico delle materie prime e anche dal porto di Brindisi hanno fatto sapere che i rifornimenti dell' ex Ilva sono sospesi.
Su un binario parallelo procede anche la battaglia legale: oggi gli avvocati di Arcelor depositano in Tribunale a Milano l' atto con cui il gruppo chiede il recesso dal contratto per l' ex Ilva già notificato ai commissari. Che a loro volta annunciano un ricorso urgente, in cui sostengono che il venir meno dello scudo penale non è una condizione che consente ad Arcelor di sfilarsi, e partono al contrattacco. Anche con la benedizione di Conte .
Fonte: qui

SE DAVVERO SALTASSE IL BANCO CON ARCELORMITTAL, L’ILVA RISCHIA DI ESSERE COMPRATA DAI CINESI?
TUTTO IL SETTORE SIDERURGICO EUROPEO È IN CRISI. LA VIA DELLA SETA RISCHIA DI DIVENTARE LA NUOVA VIA DELL’ACCIAIO
TRA DUMPING E ACQUISIZIONI (IERI QUELLA DELLA BRITISH STEEL) I CINESI SI PRENDONO TUTTO…
Teodoro Chiarelli per “la Stampa”
Taranto, ma non solo. La crisi dell' ex Ilva è solo un tassello della più vasta crisi dell' industria siderurgica europea, che da anni soccombe sotto i colpi di maglio di produttori come Russia, Turchia e, soprattutto, Cina. E proprio alla Cina, paradossalmente, c' è chi guarda ora nel caso saltasse il banco con ArcelorMittal sullo stabilimento pugliese. Il mercato dell' acciaio è per sua natura ciclico.
Essendo un comparto tra i più energivori, soffre in maniera marcata le oscillazioni dei prezzi dei combustibili necessari a far marciare gli impianti. Ma il suo andamento è legato in maniera strettissima anche ad alcuni settori specifici del manifatturiero, in particolare l' industria automobilistica.
E il dopo Dieselgate e le nuove sensibilità ambientaliste non si può dire che stiano facendo vivere un buon periodo all' industria delle quattroruote. Il problema ormai strutturale della siderurgia europea è la difficoltà nel competere con l' acciaio a basso prezzo proveniente dalla Cina, che smaltisce sotto costo sui mercati esteri la produzione in eccesso. Il dumping di Pechino è tra i fattori che nel 2018 hanno portato le importazioni di acciaio in Europa a crescere del 12% a fronte di un mercato che saliva di appena il 3,3%.
La produzione complessiva di Pechino ha raggiunto i massimi storici, con un aumento del 2,2% nei primi nove mesi del 2019: nello stesso periodo ArcelorMittal - il gigante anglo-indiano che ora vorrebbe abbandonare l' ex Ilva - ha perso il 18% del suo valore in Borsa e ha tagliato la produzione in tutta Europa. La fusione tra la tedesca Thyssenkrupp e l' indiana Tata è fallita per l' opposizione della Commissione europea. Nel Regno Unito il terzo produttore nazionale, la British Steel, ha dichiarato bancarotta.
Un mix di rallentamento del ciclo economico e dell' imposizione di dazi da parte degli Stati Uniti verso la Cina ha comportato l' afflusso di prodotti cinesi a basso costo verso l' Europa che non si è protetta dalla concorrenza asiatica. Su una produzione mondiale di 1 miliardo e 808 milioni di tonnellate l' anno, 168 milioni sono prodotte in Europa, contro 928 milioni realizzate in Cina (il 50% della produzione mondiale), mentre gli Stati Uniti producono solo 75-80 milioni di tonnellate l' anno.
ArcelorMittal è il colosso più grande del pianeta, con 96,4 tonnellate prodotte ogni anno, ma ai primi posti si piazzano comunque i cinesi: al secondo (Baowu Steel, con 67,4 milioni di tonnellate), quarto, sesto, settimo, nono, decimo posto della classifica mondiale ritroviamo infatti tutte aziende del Dragone. Però è stata avviata una maxifusione tra Baowu Steel e Magang Steel: un' unione tra società statali, nata con l' intento di «rafforzare la competitività internazionale».
Probabilmente già oggi supera il colosso franco indiano. La Via della Seta rischia di diventare la nuova Via dell' Acciaio. I piani di espansione cinesi procedono spediti e mirati. Con un investimento di 46 milioni di euro, Hebei Iron and Steel (Hbis), secondo player cinese, ha rilevato in Serbia l' acciaieria Smederevo, la più grande del Paese, con la firma maturata durante la visita a Belgrado nel giugno 2016 del presidente Xi Jinping. La stessa Hbis ha acquisito dalla famiglia italiana Bolfo nel 2014 la Duferco Trading, primo trader europeo dell' acciaio basato in Svizzera.
Nel Regno Unito il terzo produttore nazionale, la British Steel, ha dichiarato bancarotta. E ieri il gruppo cinese Jingye ha raggiunto un accordo per acquisire il produttore siderurgico britannico. Secondo la Bbc, l' importo dell' acquisto sarebbe di 70 milioni di sterline (81,2 milioni di euro) e il governo britannico dovrebbe contribuire al salvataggio attraverso garanzie sui prestiti e altri finanziamenti.
Dalla Cina un pericolo o anche un' opportunità? «Se le aziende cinesi, indiane o russe che siano, vengono e rispettano le regole e il mercato non ci sono problemi - commenta con pragmatismo Alessandro Banzato, presidente di Federacciai - La siderurgia ha una natura fortemente globalizzata ed è fisiologico che chi annovera 6 fra i primi 10 produttori al mondo stia incominciando a realizzare una crescita fuori dai propri confini e quindi anche in Europa».
Ecco quindi che nell' ipotesi di un abbandono definitivo da parte di ArcelorMittal, un possibile intervento cinese sull' ex Ilva diventa qualcosa di più di una suggestione. Mercoledì il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, parlando a Shanghai, ha riferito che «c' è anche un grande interesse su Taranto, che ci è stato manifestato, e che porterà ad alcune iniziative sugli investimenti». Il passaggio chiave potrebbe essere una soluzione integrata che includa anche il nodo infrastrutturale dell' aerea ionica.
Fonte: qui
lunedì 11 novembre 2019
ILVA: Perché, italiani, siete così?
(un lettore tedesco):
> Stimabile Signor Blondet,
> seguo con sconcerto la intricata vicenda della Acciaieria ILVA di Taranto e mi sconforta, come persona che è in parte italiana, di vedere sempre un inestricabile groviglio negli affari italiani che, mi perdoni, sembra confermare i tremendi pregiudizi che l’ ideologia nazionalsocialista aveva nei confronti dei popoli mediterranei, che venivano così definiti nei testi di propaganda sulla presunta superiorità germanica: ” i popoli mediterranei sono brachicefali, caotici, anarchici, ingovernabili, proni alla corruzione”. E’ un crudo, drastico e generalizzato pregiudizio, sono certo che la maggior parte degli Italiani non sono così ma vicende come quella di Taranto danno motivo di diffidenza qui nel mio Paese nei confronti degli Italiani anche se, certo, noi Tedeschi non abbiamo il diritto di giudicare altri popoli, non siamo certo immuni da difetti e lo stigma di quel che è accaduto nell’ ultimo Conflitto mondiale ci segna per sempre. Non ho ancora capito di chi siano le responsabilità sul > disastro di Taranto e come si sia arrivati a tanto ma mi permetto di notificarLe un esempio che viene da Linz, in Austria, ove c’è un importante impianto produttivo del Gruppo VoestAlpine: senza clamori, senza confusione, senza arrestare la produzione, che è vitale per l’ economia austriaca, si sono progressivamene risanato gli impianti che, a ridosso della città, producono senza alterare l’aria e l’acqua.
> Viene spontaneo di chiedersi: perché non s’è fatto niente di analogo a Taranto ? Non so se mai troverà il tempo per rispondere a me e a tutti quelli che hanno a cuore la vicenda, di seguito Le allego comunque il collegamento alla Pagina di Rete di VoestAlpine, mi spiace che sia in tedesco, se ha difficoltà La prego mi faccia sapere, Le invierò la traduzione dei passaggi più importanti, dove si descrivono le misure adottate sin dal 1958 per la depolverazione dei fumi e la riduzione di composti nitrati e solforati.
> Cordialissimi saluti.
> Manfred R.
Collegamento:
Come non concordare con il giudizio “nazionalsocialista”? Purtroppo – lo ho anche riconosciuto in vari articoli – l’Italia non si sa dare una classe dirigente; e non da oggi, ma da secoli (se ne disperavano già Dante, Machiavelli…), e per questo è sempre stata occupata, sfruttata – governata dagli stranieri. Spesso chiamati da italiani perché li aiutassero ad eliminare altri italiani, i nemici interni. Situazione che vediam anche oggi, dove il “partito francese” lavora per Macron, e “gli europeisti” sono al servizio della Kommissione perché così sono più forti contro “populistie sovranisti”..
Su ILVA la vera assurda responsabilità risale la nostra magistratura che da anni persegue la chiusura dell’acciaieria, accusandola di inquinare: la magistrata è arrivata a sequestrare l’intera produzione a caldo, compreso il prodotto finito – l’acciaio – come “corpo del reato”.
Come ha scritto Vittorio Feltri:
“Il disastro cominciò anni fa quando la magistratura indagò la ditta accusata di inquinare l’ ambiente provocando il cancro a numerose persone, in particolare i dipendenti. In pratica, per semplificare, i proprietari – i signori Riva – furono arrestati e il capofamiglia, un grande industriale, ci lasciò per disperazione le penne. Mentre la fabbrica fu paralizzata con grave danno per tutta la comunità, incluse le maestranze. La magistratura fu implacabile, i padroni delle ferriere passarono per gente cinica che non esitava a sacrificare vite umane ai fini del business. In realtà risulta che a Lecce, dove non esistono opifici, la percentuale di vittime di tumore era uguale a quella di Taranto. Evidentemente il problema che causava i decessi era un altro, non l’acciaio e le sue scorie. Non importa, lo stabilimento entrò in una crisi micidiale di cui, con la rinuncia indiana, seguitiamo a patire le conseguenze”
O Nicola Porro:
Per questo la Mittal ha chiesto una immunità legale, davanti a un simile comportamento della procura di Taranto: perché l’impianto a caldo è ancora sotto sequestro legale, e quindi anche solo lavorarci rende passibile di arresti – preventivi, all’italiana.
Quanto all’esempio dell’acciaieria austriaca che mi porta, grazie, anche noi abbiamo acciaierie modello con proprietari e dirigenti capacissimi e all’altezza della migliore modernità tecnologica: esempio fra tutti, il gruppo Arvedi, recente vincitore di una gara in cui ha fornito agli USA un’acciaieria a ciclo completo chiavi in mano.
E’ che la “classe dirigente” sta al disotto della modernità, non solo ignorante, ma che vuole ignorare – credendo di sapere già tutto – e adesso governa la terza potenza industriale europea segueno l’ultima ideologia folle dettata da un comico, Beppe Grillo, la decrescita felice. La chiusura di ILVA è stato fin dall’inizio nel programma dei 5Stelle – e con l’aiuto attivo della magistratura, e senza la capacità di opporsi degli “alleati di governo”.. Nemmeno le voci delle migliaia di lavoratori presto disoccupati li convincono. Nemmeno le figure che fanno davcanti appunto agli stranieri come lei: uno dei misteri per me più impenetrabili, è che questo sedimento italiota, non prova vergogna della sua stupidità, ignoranza criminale – gli è estraneo quel sentimento onorevole che spesso è spinta delle persone a migliorarsi.
Questo è il mistero di cui non so darle ragione, per cui non abbiamo – da secoli – classe dirigente: mai chi temporaneamente “comanda” – o occupa il potere politico – nel cerca nella nazione coloro che sono i migliori , né ne cerca la collaborazione – ma li guarda con sospetto e li tiene lontani dal potere. C’è una falla non dell’intelligenza, ma del carattere: per cui devo constatare ogni volta che non solo comanda la plebaglia , ma comanda in modo imperioso: vuole essere obbedita, subito, sorda e cieca ad ogni ragionamento: vuole subito chiudere l’ILVA, così come “non vuole inceneritori” nella Roma che sta seppellendo sotto i suoi rifuti – anche se inceneritori funzionano benissimo a Vienna come dovunque nei paesi del Nord, anche in Lombardia. Questa plebaglia imperiosa, mentalmente arretrata, è una specie di sedimento ineliminabile dell’essere italiano. Ed autorizza i giudizi come quello da lei riportato. Non so che dirle, se non: ha ragione.
P.S. al di qua delle Alpi c'è una azienda friulana(Buttrio - Udine) che è al Top a livello mondiale per l'impiantistica dell'acciaio:https://www.danieli.com/
venerdì 9 agosto 2019
E’ FINITA ANCHE LA BATTAGLIA M5S SULL’ILVA: ARCELOR MITTAL RITROVA L’IMMUNITÀ PENALE
LA MULTINAZIONALE HA PRESENTATO RICORSO CONTRO IL DECRETO DEL MINISTRO DELL'AMBIENTE COSTA CHE HA AVVIATO IL RIESAME DELLA AUTORIZZAZIONE INTEGRATA AMBIENTALE (AIA) ALLA LUCE DI NUOVI DATI SUL RISCHIO SANITARIO…
Marco Palombi per il “Fatto quotidiano”
LUIGI DI MAIO IN IMBARAZZO DAVANTI AD ALESSANDRO MARESCOTTI A TARANTO
In attesa del testo del "decreto Imprese", approvato martedì sera in Consiglio dei ministri, ci si deve accontentare del pudico accenno del comunicato di Palazzo Chigi: il governo, tra le altre, ha varato anche "disposizioni in materia di Ilva". Dietro queste cinque parole c'è il ritorno dell' immunità penale per i nuovi proprietari dell' acciaieria di Taranto, la multinazionale ArcelorMittal, che sarebbe rimasta senza "scudo" dal 6 settembre e minacciava di fermare la produzione.
Insomma Arcelor, che ha forti sponde leghiste nell' esecutivo, ha vinto sull' immunità e ha pensato bene di assestare anche un altro schiaffone ai 5 Stelle di governo: ha presentato ricorso contro il decreto del ministro dell' Ambiente Costa che ha avviato il riesame della Autorizzazione integrata ambientale (Aia) alla luce di nuovi dati sul rischio sanitario.
ILVA
Partiamo dalla cosiddetta "esimente penale".
Luigi Di Maio aveva cantato vittoria a maggio quando il decreto Crescita eliminò lo scudo penale "totale" fino al completamento del Piano ambientale (2023) concesso da Matteo Renzi a gestori e proprietari dell' Ilva: l' esimente, prevedeva il testo, sarebbe stata abrogata a partire dal 6 settembre per Arcelor e restava in vigore per i commissari governativi alle bonifiche e solo per l' attuazione dell' Aia.
ILVA TARANTO
Non sono passati neanche tre mesi e, viste anche le minacce di chiusura e causa miliardaria della multinazionale, lo stesso Di Maio è stato costretto alla marcia indietro: torna lo scudo, ma sarà meno vasto del precedente. È "l' immunità a scadenza" di cui Il Fatto ha già parlato tempo fa: in sostanza Arcelor avrà la stessa immunità dei commissari, cioè circoscritta all' attuazione delle prescrizioni dell' Aia e del relativo cronoprogramma. Se, per fare un esempio, il Piano ambientale prevede che i parchi minerari siano sistemati entro il 2020, lo scudo sarà valido solo fino a quella data e solo per le operazioni previste dall' Aia.
ILVA TARANTO
Di Maio, che in 90 giorni ha dovuto rimangiarsi un decreto, la mette così: "Abbiamo individuato una norma di equilibrio che rivede la precedente forma di immunità generalizzata in un sistema di tutele a scadenza vincolate al rispetto del piano ambientale". Niente più scudo, dice il vicepremier, su sicurezza del lavoro e salute. In realtà, essendo ambiti strettamente connessi, è difficile che lo scudo penale non influenzi anche eventuali procedimenti contro l' azienda per questi reati.
ArcelorMittal, come detto, ha vinto e ora vuole stravincere: alla multinazionale non basta l' immunità né la cassa integrazione di oltre mille operai non prevista dal piano industriale (il mercato è in ribasso, dicono), ma adesso punta a bloccare pure Sergio Costa. Qual è il problema? Il ministro dell' Ambiente, dopo aver ricevuto un esposto del sindaco di Taranto Rinaldo Melucci (Pd), con un decreto ministeriale del 27 maggio ha avviato il riesame dell' Autorizzazione integrata ambientale.
SERGIO COSTA
È contro questo decreto che la società proprietaria dell' Ilva di Taranto ha fatto ricorso al Tar: "È lo schiaffo più grande - s' è indignato il sindaco Melucci - Evidentemente qualcuno ha pensato che a Ferragosto fosse possibile l' ennesimo saccheggio e l' ulteriore presa in giro della città".
Al ministero dell' Ambiente, invece, non sono sorpresi più di tanto. D' altra parte, per l' azienda, è una "grana" non da poco. Il Comune a fine maggio ha chiesto infatti al ministero di imporre alla fabbrica "condizioni di esercizio più severe per acclarati motivi sanitari": i dati a fine 2018 dimostrano infatti che a Taranto - pur con l'acciaieria quasi ferma - si continua a morire e ammalarsi di più che nel resto d' Italia.
Se i tecnici di governo confermeranno la pericolosità sanitaria dell' Ilva, Costa potrebbe chiedere ad ArcelorMittal di accelerare il Piano Ambientale e, soprattutto, porre nuovi tetti alla produzione rispetto ai 6 milioni di tonnellate annue attuali (ma l' impegno è portarle ad otto col tempo).
Acquisita la pericolosità dell' acciaieria per i tarantini, ora si può spiegare quella di Costa per la multinazionale. Lo stabilimento di Taranto, che perde un milione al giorno, tornerà redditizio solo ricominciando a produrre almeno 8 milioni di tonnellate l' anno (oggi è sotto le 5): con tetti più stringenti alla produzione tenere aperta l' acciaieria di Taranto semplicemente non converrebbe più. Un' opzione, quella della chiusura, che ad Arcelor dispiace fino a un certo punto: in Europa ci sono 30 milioni di tonnellate di sovracapacità produttiva e i clienti dell' Ilva se li è già presi.
Fonte: qui
mercoledì 10 luglio 2019
LA PROCURA DI TARANTO ORDINA LO SPEGNIMENTO DELL’ALTOFORNO 2 DELL'ILVA DI TARANTO, CIOÈ LA PRINCIPALE PARTE PRODUTTIVA DELL’ACCIAIERIA
DOPO LA CANCELLAZIONE DELL’IMMUNITÀ LEGALE, ARCELOR MITTAL NON POTRÀ FARE ALTRO CHE MOLLARE LA PARTITA E DECRETARE LA CHIUSURA DELLO STABILIMENTO...
Roberta Amoruso per “il Messaggero”
Non è garantita la sicurezza degli operai. Così ieri la Procura di Taranto ha ordinato lo spegnimento dell'Altoforno 2 dell'ex Ilva, la principale parte produttiva dell'acciaieria, già tecnicamente sotto sequestro preventivo, a quasi quattro anni dai sigilli e dalla «facoltà d'uso» concessa dopo la morte di un operaio.
Un decreto del governo Renzi aveva sbloccato proprio questa linea produttiva che garantiva l'operatività dello stabilimento. Ma di fronte alla richiesta di rimozione formale del sequestro da parte dei vertici della fabbrica, è scattata ieri la nuova richiesta di stop: perché le prescrizioni imposte allora dalla Procura non sono state realizzate oppure non sono adeguate e sufficienti a garantire la sicurezza degli operai.
Una nuova minaccia per il polo siderurgico, un ostacolo in più sulla strada del rilancio targato ArcelorMittal, già decisa a fare un passo indietro se il 6 settembre dovesse cadere davvero, come previsto dal decreto Crescita, l'immunità legale prevista per i vertici.
Senza immunità e con l'Altoforno 2 congelato, uno dei tre dello stabilimento, un colosso come ArcelorMittal non potrà che abbandonare la partita, decretando la chiusura dello stabilimento di Taranto. Lo sa bene anche il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, che pur tenendo il punto anche ieri sulla linea che «non esiste alcuna possibilità che torni» l'immunità cancellata dal decreto Crescita, ha poi di fatto aperto a una soluzione mediata.
Lo ha fatto nel corso dell'incontro di tre ore al Mise con i commissari, i vertici di ArcelorMittal e i sindacati. Lo ha anche ribadito chiaramente in un'intervista al Mattino in edicola oggi. «Sull'immunità penale troveremo una soluzione con l'azienda», ha spiegato. «In questi mesi di interlocuzione ho sempre detto ad ArcelorMittal che la dirigenza dell'azienda non ha nulla da temere dal punto di vista legale se dimostra buona fede continuando nell'attuazione del piano ambientale: se si chiede di precisare questo concetto attraverso interpretazioni autentiche anche per norma, siamo assolutamente disponibili.
Ma nessuna persona in questo Paese potrà mai godere di una immunità per responsabilità di morti sul lavoro o disastri ambientali». L'ipotesi illustrata ai sindacati è quella di inserire in un decreto già in lavorazione, un provvedimento a largo spettro e non ad hoc per l'Ilva, la garanzia dello scudo legale per i vertici nell'ambito specifico della realizzazione del piano ambientale (non dell'intero piano quindi).
Del resto, l'intervento della Procura di Taranto sembra proprio dare ragione ai vertici ArcelorMittal che finora hanno sostenuto di non poter gestire uno stabilimento sotto sequestro, impostarne il rilancio e mettere tutte le toppe necessarie sul piano ambientale, ma anche della sicurezza, rinunciando del tutto all'immunità prevista nel contratto.
IL COMPROMESSO
Per il resto, il ministro dello Sviluppo sembra davvero convinto che in punto di diritto ArcelorMittal non possa rescindere il contratto da un giorno all'altro di fronte a un cambio di regole (quella sull'immunità), come invece sembra dimostrare chiaramente il contratto di cui dava conto ieri Il Sole24Ore ribadendo ciò che tutti i giornali hanno scritto in questi giorni.
Nel contratto c'è l'esimente penale, cioè una modifica che legittimerebbe Mittal a sciogliere il contratto? «Non è affatto così», ha detto curiosamente di Maio aggiungendo che nel contratto, così come negli atti successivi, «si parla esclusivamente della possibilità di recesso in caso di annullamento o di modifiche sostanziali del DPCM 29 settembre 2017, ovvero del piano ambientale».
Sull'altro capitolo cruciale sul tavolo ieri al Mise, invece, nessun passo avanti. La Cassa integrazione ordinaria scattata per oltre 1.400 non si tocca, dato il calo della domanda del settore, ha insistito il colosso dell'acciaio. Una delusione per i sindacati che ora aspettano l'aggiornamento del dossier nell'incontro previsto la prossima settimana.
Intanto, a quanto pare lo stesso ministro incontrerà anche i pm di Taranto nei prossimi giorni, in modo da intravedere possibili soluzioni per evitare lo spegnimento dell'Altoforno 2 e mettere a rischio 11 mila lavoratori. Per ora è stato disposto solo l'avvio della procedura di fermo. Il provvedimento è la conseguenza, quasi scontata, del rigetto da parte del gup tarantino della istanza di dissequestro dell'Altoforno dopo il sequestro preventivo disposto in seguito all'incidente costato la vita all'operaio travolto da una colata incandescente.
All'epoca, anche in forza di uno dei decreti legge sull'Ilva (poi impugnato dinanzi alla Corte costituzionale), fu concessa all'azienda siderurgica la facoltà d'uso dell'Afo 2. Nel corso dell'udienza preliminare è stato accertato dai tecnici nominati dallo stesso giudice che l'azienda non avrebbe adempiuto alle prescrizioni per la messa in sicurezza dell'impianto. Ma questo non significa una disattivazione dall'oggi al domani (impossibile) dell'impianto. Così ArcelorMittal e i commissari Ilva potrebbero avanzare una richiesta alla magistratura per adempiere agli adeguamenti necessari.
Fonte: qui
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