domenica 3 giugno 2018

Cose di Mafia, cappucci e grembiulini



Di Luigi Grimaldi. Giovedì 29 aprile scorso, in Gran Bretagna The Economist ha pubblicato uno strano articolo, non formato, che merita qualche riflessione. Fonte: qui

"Chi non si trova bene col proprio vicino di casa può sempre traslocare in un altro quartiere, cosa che le nazioni non sono in grado di fare. Ma supponiamo che invece possano farlo. Riassettare la carta geografica europea renderebbe l’esistenza più logica e amichevole". L'Economist gioca così con la cartina e sposta qua e la, per affinità elettive i vari paesi europei. La giocosa mappetta del quotidiano britannico sposta così in altre "posizioni": la Gran Bretagna, la Polonia, il Belgio, la Repubblica Ceca, la Bielorussia, l' Estonia, Lettonia e Lituania, l’Ucraina, la Svizzera
Il passo successivo suggerito dall' Economist sarebbe riordinare i Balcani. "Macedonia, Albania e Kosovo dovrebbe scambiarsi i posti, con la Macedonia al posto del Kosovo vicino alla Serbia, il Kosovo nello spazio liberato sulla costa dall’Albania, che quindi slitterebbe all’interno".
Ma ecco il pezzo forte, che ci rigurda più da vicino. Chi rimane al suo posto perchè sta bene lì dov'è?
"La Bosnia è troppo fragile per spostarsi e dovrà restare lì dov’è".
"La Germania può restare dov’è, così come la Francia". Ma l’Austria potrebbe slittare verso ovest, al posto della Svizzera," in modo da consentire anche a Slovenia e Croazia di spostarsi verso nord-ovest. Potrebbero unirsi al nord Italia per formare una nuova alleanza regionale (idealmente governata da un Doge veneziano)". Insomma l'Italia va bene così com'è? Ninete affatto, ora viene il meglio. " Il resto dello stivale - scrive l'Economist - da Roma in giù, si staccherebbe per creare, insieme alla Sicilia, un nuovo paese, ufficialmente denominato Regno delle Due Sicilie (ma soprannominato Bordello – in italiano nel testo n.d.T.). Potrebbe dar vita ad un’unione monetaria con la Grecia – e nessun altro.
Ora il problema della divisione del Paese già è di fatto sul tappeto. Il nome scelto poi "Bordello" è significativo. Bordello infatti in italiano è sinonimo della parola "casino" che in senso figurato significa confusione. Ora la parola "confusione" in inglese si traduce con la parola "racket" che, in Italia, lo sappiamo bene almeno quanto nella redazione dell'Economist, è una delle principali attività economiche della Mafia.
Davvero una strana performance giornalistica che, assurdità a parte, sembra contenere qualche messaggio sul futuro del nostro paese. Di tutti gli "spostamenti" suggeriti dal quotidiano inglese infatti gli unici "possibili concretamente" sono infatti quelli che riguardano l'Italia in relazione ad Austria, Slovenia, Croazia. Per non parlare della divisione tra nord e sud. Che all'Economist sappiano qualcosa che noi ancora non sappiamo sul nostro futuro?
Link all'articolo originale "Redrawing the map": http://www.economist.com/world/europe/displayStory.cfm?story_id=16003661&source=most_read
[Articolo originale "Redrawing the map"]

venerdì 26 marzo 2010


Alpi-Hrovatin: quella scia di morti "strane"


Misteri, segreti e delitti a sedici anni dall'agguato di Mogadiscio in cui morirono i due giornalisti Rai
di Luigi Grimaldi da Liberazione 25 marzo 2010.

Il principale accusatore di Hashi Omar Hassan, l'unico condannato per l'uccisione della giornalista Ilaria Alpi e dell'operatore tv Miran Hrovatin (avvenuta a Mogadiscio il 20 marzo del '94), rischia di finire sotto processo a Roma per il reato di calunnia: si sarebbe prestato a un complotto per incastrare un innocente. Il provvedimento è stato disposto lo scorso 17 marzo dal Gip romano Maurizio Silvestri, nei confronti di Ali Rage Ahmed detto "Gelle" e riapre diversi capitoli di esplosiva importanza. Nel frattempo a Trapani e a Palermo una nuova indagine ancora top secret sta prendendo corpo e riunifica tre casi giudiziari rimasti altrettanti misteri: gli omicidi di Mauro Rostagno, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Vincenzo Li Causi.
Tutti arrivati vicinissimi alla verità sui traffici da Trapani a Mogadiscio. Traffici di rifiuti, armi, mafia e apparati deviati dello stato attivissimi e affiatati nel duty-free del crimine internazionale degli anni '90: la Somalia. Delitti somali per una pista tutta italiana.

Un noto assassino
E' clamoroso: Omar Hashi era stato indicato alle autorità italiane come assassino assai prima del delitto Alpi Hrovatin. Il suo nome lo fa alle nostre autorità Ismail Moallin Mohamed, poliziotto somalo sotto la guida delle autorità italiane, poi rifugiatosi nel nostro Paese. Ecco, cosa dichiara (si tratta di documentazione agli atti della Commissione Parlamentare di inchiesta), l'allora Maggiore Giuseppe Attanasio in servizio a Mogadiscio: «Confermo che Ismail Moallin Mohamed mi ha fatto cenno di sapere qualcosa sull'omicidio della Alpi e di Hrovatin». E quindi aggiunge in una successiva deposizione: «Hashi Omar Hassan, detto "Fawdo", era un noto "morian" (bandito) (...). Il suo nome l'avevo appreso all'epoca proprio da Ismail Moallin Mohamed che l'aveva individuato come il responsabile dell'omicidio di una donna somala in Balad [...] per questo lo aveva segnalato anche a noi per riuscire a catturarlo. (...) Tra noi e la polizia somala il rapporto era assai stretto (...). In una di queste riunioni ho saputo di questo Hashi Omar Hassan detto "Fawdo"».
Moallin, interrogato dalla Digos di Roma, una volta giunto in Italia, dopo essersi rivolto al Maggiore Attanasio, mette a verbale di non essere «in grado di fornire notizie dirette sull'omicidio di Alpi e Hrovatin».

L'uomo del Sismi
Contraddizioni? Davvero particolarmente interessanti perché il "poliziotto" Moallin è l'unica fonte ufficiale che ha indagato sull'omicidio in Somalia del maresciallo Vincenzo Li Causi, il super agente del Sismi, di Gladio, responsabile del centro Scorpione di Trapani e sospettato di essere stato un animatore della Falange Armata (la misteriosa organizzazione di terrisomo virtuale e psicologico attivissima in Italia tra il 1990 e il 1994) assassinato il 12 novembre del 1993 a Balad, sempre in Somalia.
E' sempre Moallin ad aver indicato anche per questo delitto un preciso responsabile (peraltro mai indagato), arrestato in Somalia per altri reati e poi ucciso durante "un tentativo di fuga". Da tutte queste contraddizioni si evince un ulteriore elemento che rende assai importante il coinvolgimento di Gelle nell'ipotesi di calunnia ai danni di Omar Hashi. Già, perché Hashi era ben noto e ricercato dai nostri militari in Somalia come presunto omicida, assai prima che il suo nome comparisse nelle carte del duplice omicidio di Mogadiscio (s'indagherà su di lui solo a partire dal 1997).

Delitti e calunnie
Stranezze, misteri, calunnie, segreti e delitti a distanza di 16 anni affollano ancora uno dei più intricati misteri d'Italia. Va anche detto che le storie di tutti i testimoni più importanti del delitto Alpi Hrovatin si concludono con altrettante morti misteriose. La cosiddetta "donna del the", che ha testimoniato sulle manovre preparatorie dell'agguato mortale ai due reporter della Rai davanti all'Hotal Amana, è scomparsa. L'autista di Ilaria, Ali Abdi, ha poi rinunciato al programma di protezione accordatogli nel nostro Paese e pochi giorni dopo il suo ritorno in Somalia è stato trovato morto (non si sa se per droga o avvelenamento, il termine somalo usato nei giornali di Mogadiscio che hanno dato la notizia ha entrambi i significati). Starlin Arush, una buona conoscente di Ilaria, presidente dell'associazione delle donne somale e impegnata anche a livello politico, dopo l'agguato del 20 marzo 1994 si era incontrata nella sua abitazione con l'autista di Ilaria, dopo aver rilasciato una nota intervista a Isabel Pisano (curatrice del documentario di cui si è detto e buona amica di Francesco Pazienza, per la trasmissione Format , andata in onda col titolo "Chi ha paura di Ilaria?"), è stata uccisa in circostanze misteriose, nel febbraio 2003, nel corso di una rapina lungo la strada che dall'aeroporto di Nairobi porta in città.
E ancora. Il colonnello Awes: capo della sicurezza dell'albergo Amana, nei pressi del quale avviene l'agguato mortale ai due giornalisti della Rai, è deceduto non si sa in quali circostanze né in quale periodo preciso. E' stato forse l'ultimo che ha visto Ilaria e Miran vivi. Altri testimoni, o per lo meno persone ritratte nei filmati girati dalla Tv Abc nell'immediatezza del delitto, sono morte. Come, ad esempio, «l'uomo con la maglia gialla e grigio-azzurra» che si vede durante il trasporto del corpo di Ilaria sulla macchina di Giancarlo Marocchino (l'imprenditore italiano che per primo arriva sulla scena del delitto), mentre passa nelle mani dello stesso alcuni oggetti: un taccuino, una macchina fotografica, una radio trasmittente o un registratore. Di costui si sa che era un uomo della scorta di Marocchino, il quale ha riferito trattarsi di una persona (di cui non ha fornito il nome) deceduta «sparandosi accidentalmente».
C'è poi Carlo Mavroleon, l'operatore della Tv americana Abc, che ha girato le immagini: è stato assassinato in Afghanistan nel 1997. Anche Vittorio Lenzi, operatore della televisione svizzera, presente nei primi momenti dopo il delitto è morto qualche anno dopo in uno strano incidente stradale. Una ecatombe, spropositata anche per coprire traffici di armi e di rifiuti, a cui, per ora, va aggiunta la morte, precedente, di Mauro Rostagno. Ma non solo.
Il colonnello Ali Jirow Shermarke ha firmato un rapporto investigativo per le Nazioni Unite che accusava Giancarlo Marocchino, a seguito di una indagine che aveva svolto in quanto capo della Divisione investigativa criminale di Mogadiscio. Anch'egli è morto senza che si sappia quando e come. Il suo rapporto, pervenuto nel dicembre 1994 al dottor De Gasperis della procura di Roma, ipotizzava un coinvolgimento di Giancarlo Marocchino (definito da Carlo Taormina ai tempi della Commissione parlamentare di inchiesta come «il principale collaboratore per la ricerca della verità») e sosteneva che Ilaria e Miran sarebbero stati visti uscire, prima dell'agguato, da un garage dello stesso faccendiere italiano.
Shermarke è stato sentito a verbale dal giudice Pititto il 26 luglio 1996: in quell'occasione ha confermato il rapporto e aggiunto che: «Appena Ilaria arrivò in albergo, ancora prima che lei potesse lavarsi, ricevette una telefonata… una chiamata del Marocchino, al che lei uscì fuori dall'albergo chiedendo chi ci fosse dei guardiani perché doveva andare subito a casa del Marocchino... io credo che a uccidere i due giornalisti sia stato il Marocchino». Marocchino, collegato da un lato a personaggi oggetto della archiviata inchiesta Sistemi Criminali di Palermo (che vedeva indagati anche la cupola dei mafiosi stragisti insieme a personaggi come Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie), e dall'altro ai protagonisti del cosiddetto progetto Urano (un piano di traffico e smaltimento di scorie tossiche e radioattive in Somalia in cambio di armi) non è mai stato iscritto nel registro degli indagati della procura di Roma per il duplice delitto.

martedì 26 gennaio 2010


SCANDALO: Udine 26 gennaio, LA LEGA, LA BANCAROTTA, LA EX IUGOSLAVIA E GHEDDAFI di Luigi Grimaldi


La Lega coinvolta a Udine nella bancarotta di una specie di villaggio turistico in Croazia. Una sentenza ad Udine porta a rileggere le carte della “dimenticata" inchiesta "Cheque to Cheque". Una storia di dinari libici e rubli che porta alla Lega e ai nazionalisti sloveni.
Lo strano triangolo che unisce la ex Iugoslavia alla Padania passando da Mosca e Tripoli.
di Luigi Grimaldi

Una serie di condanne per Bancarotta Fraudolenta comminate dal tribunale di Udine. Sembrerebbe una notizia come tante, il frutto della crisi, niente di nuovo insomma. Non è così, perché nel processo chiusosi ieri a Udine ci sono risultanze istruttorie, fatti veri, che riaprono casi mai risolti e ripropongono interrogativi mai chiariti sui finanziamenti e le finanze internazionali della Lega Nord. Il caso udinese è quello della realizzazione d’un villaggio vacanze sul golfo di Umago, in Croazia, un’iniziativa diretta della Lega Nord, rivelatosi un’impresa fallimentare. Dopo il processo a Padova per il crac della società Ceit, la procura di Udine ha portato a condanna l’ingegnere udinese Sebastiano Cacciaguerra e tre leghisti, ipotizzando reati seguiti al fallimento d’una società che finanziava proprio la Ceit. Dall’inchiesta è stata stralciata la posizione dell’ex sottosegretario agli Interni (nel precedente governo Berlusconi) Maurizio Balocchi, poi tesoriere della Lega Nord, per motivi di salute. Coinvolti nelle indagini che hanno portato alla condanna di Cacciaguerra amche l’architetto veneziano Enrico Cavaliere, già presidente del Consiglio regionale del Veneto, sempre per il Carroccio, e per l’onorevole Stefano Stefani, industriale orafo vicentino. La società udinese in questione è l’Euroservice srl che formalmente si occupava di “tutela, attività, iniziative e servizi in edilizia e urbanistica”. Il fatto è che le indagini patrimoniali hanno identificato i leghisti come soci occulti della società friulana fallita in favore della padovana Ceit, che era appunto stata fondata per il villaggio-vacanze leghista in Croazia. Partendo da un finanziamento d’un miliardo di vecchie lire ottenuto da una banca con le garanzie personali, ha sostenuto il pubblico ministero, ma guarda un po’, anche di Umberto Bossi. Insomma la società udinese fallita nel marzo 2004 si è comportata da finanziatore della Ceit ed è stata utilizzata come strumento per acquisire disponibilità finanziarie ad eseguire pagamenti relativi appunto all’iniziativa immobiliare leghista in Croazia. Dove porta questa storia di denari tra Udine, la Lega e la Croazia? A rispolverare vecchie inchieste molto lontano: in Russia, in Slovenia, in Libia e, appunto in Croazia.

Secondo importanti risultanze istruttorie dell'inchiesta "Cheque to Cheque", della Procura di Torre Annunziata, risalente alla fine degli anni '90, è esistito infatti un percorso da brivido che, passando dalla Libia alla Russia, e dalla Russia alla Slovenia, finiva proprio dalle parti di casa nostra, a Udine appunto, in modo funzionale alla creazione di premesse che oggi sembrano alla base di fenomeni politici devastanti.
Ecco come. Il percorso è un po’ lungo , ma vale la pena di farlo tutto. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri di Torre Annunziata il sostenitore di un progetto mirante alla frantumazione del vecchio continente in miriadi di piccoli staterelli locali, nati da spinte nazionaliste o da spinte autonomistiche, sarebbe stato tra gli altri il leader nazionalista russo Vladimir Zhirinovskji.
Perché ricordiamo oggi questo passaggio dell’inchiesta Campana che non ha avuto seguiti penali diretti, essendo stata frantumata in una miriade di procedimenti separati da diverse competenze territoriali? Perché da questa inchiesta era emerso che numerosi testimoni provenienti dalla ex Iugoslavia hanno rilasciato testimonianze che garantiscono «in maniera indiscutibile l'autenticità del giro d'affari tra un certo Nicholas Oman (nazionalista sloveno nda ) e Zhirinovskji».
«Si aggiunga a ciò che Zhirinovskji aveva avuto cura di farsi seguire, negli incontri con Nicholas Oman, da una delegazione del suo partito ed in particolare da un rappresentante della Duma membro di quella commissione geopolitica - scrivono ancora i carabinieri - i cui documenti riservati hanno confermato l'esistenza, nei programmi di Zhirinovskji, di un progetto». Quale? Quello di «favorire ovunque movimenti nazionalisti e autonomisti, indipendentemente dal loro orientamento ufficiale filo o anti-russo, in modo da accelerare processi disgregativi che,in qualche modo, avrebbero favorito poi nuove forme di aggregazione».

Il nazionalista sloveno e la P2.

Ora il fatto è che l'indipendentista sloveno Oman, legato a Zhirinovskji, in Italia non è uno sconosciuto: secondo la questura di Arezzo, in relazione ad accertamenti svolti dalla Digos di quella
città alle «ore 10,24 del 13 settembre 1989 Oman Nicolas accompagnato da Ciocca Giovan Battista faceva visita a Gelli Licio in Villa Vanda. Alle ore 18,30 del 18 settembre 1989 le stesse persone entrano in Villa Wanda e alle ore 12,00 del 14 maggio 1990 le stesse persone entrano in Villa Wanda». Insomma Oman è stato un frequentatore della villa del capo della Loggia P2 Licio Gelli a Castiglion Fibocchi.
Oggi nessuno lo ricorda più ma nel 1991 proprio Gelli, assieme ad altri massoni, alla cupola di Cosa nostra ed a un gruppetto di neofascisti provenienti da Ordine Nuovo, come Stefano Delle Chiaie,
avevano sponsorizzato e dato vita al movimento politico delle Leghe meridionali, un dato emerso nell'inchiesta "Sistemi Criminali " di Palermo. E' curioso, ma in quello stesso periodo quegli "ex"
neofascisti si sono equamente distribuiti tanto nella Lega Nord e Liga Veneta quanto nelle leghe del Sud, in qualche caso partecipando a entrambe. Anzi è certo che moltissime di queste “nuove leghe meridionali” furono fondate e insediate presso lo studio dell’avvocato Stefano Menicacci, socio di Delle Chiaie, indicato dalla DIA diPalermo come anello di congiunzione tra Liga Veneta, Lega Nord e leghe del Sud. E’ lo stesso Menicacci che nel 1992 è il legale della Lega Nord nella causa intentata dal Carroccio per la ridefinizione del finanziamento pubblico al partito di Bossi in relazione alle elezioni del 1991.

Il Colonnello e la Lega Nord

E Gheddafi? «Il Colonnello Gheddafi risulta, a sua volta, essere stato tra i principali sponsorizzatori e promotori delle campagne e dell'ascesa politica dello stesso Vladimir Zhirinovskji» hanno scritto
i carabinieri di "Cheque to Cheque".
Insomma, all'indomani della grande svolta italiana del 1994 i carabinieri e la Procura di Torre Annunziata avevano messo nero su bianco il sospetto che un enorme transito di valuta libica trafficata illegalmente per sostenere attività destabilizzanti su larga scala in Europa fosse
stato reso possibile, come del resto è indicato da molti elementi emersi nel corso delle indagini, solo con il consenso dello stesso governo libico. Un transito reso sospetto dal fatto che «alcuna contropartita in tali transizioni si sia determinata a favore dello stesso Governo libico». In altre parole, il Colonnello Gheddafi avrebbe concesso, di fatto gratuitamente, sostegno gli investigatori, a «gruppi a carattere secessionista e indipendentista che operano nel nostro Paese». Si tratta di notizie davvero curiose che consentono di svolgere una interessante analogia politica: sia il denaro libico la cui presenza è stata riscontrata in seguito all'inchiesta palermitana denominata "Fax money" (una indagine condotta nel 1997 dalla compagnia "San Lorenzo" dei carabinieri di Palermo che ha consentito l'individuazione di un importante centro di riciclaggio all'interno del più importante centro affari della capitale siciliana, il così detto centro Gamma), sia le forti somme erogate dal Colonnello Gheddafi per «favorire l'ascesa di Vladimir Zhirinovskji, hanno avuto chiaramente una finalità destabilizzatrice, almeno a quanto è stato sinora riscontrato dall'attività investigativa di queste e altre autorità di Polizia Giudiziaria».
Il fatto che oggi rende interessanti queste notizie è che secondo i carabinieri «Zhirinovskji ha acquisito enormi somme grazie all'intermediazione di Nicholas Oman (il nazionalista sloveno) e
quest'ultimo gli ha consentito di commercializzare i suoi beni anche in Croazia e in Serbia e cioè in gran parte dei paesi della ex Iugoslavia (all’epoca) in guerra tra loro; di quell'arsenale Russo che
Zhirinovskji, come molti altri leader politico-criminali, sta svendendo nel resto del mondo l'organizzazione di Oman ha consentito la diffusione capillare».

Lega e nazionalisti sloveni.

Ora il fatto interessante è che dalle indagini di "Cheque to Cheque" sono emersi, scrivono gli investigatori, «numerosi riscontri che legavano alcune parti del movimento di Bossi proprio ai nazionalisti sloveni. Questi ultimi erano, del resto, come si è visto attraverso la figura di Oman, strettamente legati a Vladimir Zhirinovskji e ai nazionalisti russi», un circuito finanziato con i "dinari" di Gheddafi.
Secondo i Carabinieri di Torre Annunziata l’uomo cerniera tra Lega Nord, Zirinowsky, Oman e Gheddafi sarebbe l’ex colonnello del KGB Alexander Kuzin approdato a logge massoniche coperte internazionali.
Alexander e Vladimir KUZIN – secondo le indagini dei carabinieri - sono due fratelli e uno dei due fratelli ,Vladimir , «ebbe in passato rapporti di collaborazione dopo la fine della ex Unione Sovietica con un'importante ditta di armi Americana ,la SUKHOI e collaborò per un certo tempo con i suoi dirigenti; in seguito si reintrodusse rapidamente nella grande organizzazione commerciale creata dal fratello ALEXANDER, la KUZIN INTERNATIONAL GROUP; quest'ultima opera in tutto il mondo con oltre 400 filiali di varie entità :fino a un centinaio sono presenti in Europa ». Ora il fatto interessante è che la filiale italiana della organizzazione di Kuzin (La Kuzin Italia S.r.l.) all’inizio degli anni novanta aveva sede proprio a Udine.
Scrivono ancora a chiare lettere gli investigatori: « I due fratelli KUZIN hanno costituito una sorta di testa di ponte dell'Organizazjia russa nel nostro paese, incentrando le loro aeree di smaltimento del traffico di armamenti soprattutto nel nord - est, circostanza non causale perché non vanno dimenticate le correlazioni più generali tra questi soggetti indagati .I KUZIN,infatti, hanno rapporti privilegiati sia con ZHIRINOVSKJI sia con il nazionalista sloveno OMAN, ma i nazionalisti sloveni sono stati anche tra i principali sostenitori dei movimenti indipendentisti del nord - est italiano creando rapporti privilegiati con molti esponenti politici confluiti poi nella LEGA NORD di BOSSI . BOSSI , a sua volta,è diventato per un breve periodo, almeno secondo le dichiarazioni di FRANCESCO ELMO, un interlocutore plausibile per lo stesso leader nazionalista russo e molti elementi sembrano indicare che finanziamenti sono pervenuti dalla Slovenia e perfino dalla Croazia attraverso varie forme e varie tipologie ai movimenti più irriducibili del nord - est ;ulteriori elementi sembrano in corso di acquisizione in questo periodo da parte dell'AG. (il riferimento è alla famosa inchiesta Phoney Money di David Monti ad Aosta n.d.r.) e non è causale quindi che in questa area di confine e di grande tensione politica KUZIN abbia posto le centrali italiane delle sue attività; »
Fino a ieri era roba vecchia, polverosa e dimenticata. Ma oggi con la sentenza di Udine che coinvolge in pieno la Lega Nord, e arriva sfiorare il leader del Carroccio, per affari non chiari proprio con la Croazia, acquistano ben altro interesse.

sabato 23 gennaio 2010


DALLE CARTE DELLA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI PALERMO LA VERA STORIA DEI RAPPORTI TRA LEGHE DEL NORD, DEL SUD, ORCINE NUOVO, MASSONERIA E MAFIA!!






PROCURA DELLA REPUBBLICA
presso il Tribunale di Palermo 
Direzione 

Distrettuale

Antimafia 

Proc. pen. n. 2566/98 R.G.N.R.
RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE
Al Sig. Giudice per le indagini preliminari
presso il Tribunale
S E D E

Il Pubblico Ministero
Letti gli atti del procedimento penale n. 2566/98 Reg. N.R. nei confronti di:
1) GELLI Licio, nato a Pistoia il 21.4.1919;
2) MENICACCI Stefano, nato a Foligno (PG) il 4.10.1931;
3) DELLE CHIAIE Stefano, nato a Centurano di Caserta (CE) il 13.9.1936;
4) CATTAFI Rosario, nato a Barcellona Pozzo di Gotto (ME) il 6.1.1952;
5) BATTAGLIA Filippo, nato a Messina l’8.2.1950;
6) RIINA Salvatore, nato a Corleone il 16.11.1930;
7) GRAVIANO Giuseppe, nato a Palermo il 30.9.1963;
8) GRAVIANO Filippo, nato a Palermo 27.6.1961;
9) SANTAPAOLA Benedetto Sebastiano, nato a Catania il 4.6.1938;
10) ERCOLANO Aldo, nato a Catania il 14.11.1960;
11) GALEA Eugenio, nato a Catania l’8.6.1944;
12) DI STEFANO Giovanni, nato a Petrella Tefernina (Campobasso) l’1.7.1955;
13) ROMEO Paolo, nato a Gallico (RC) il 19.3.1947;
14) MANDALARI Giuseppe, nato a Palermo il 18.8.1933.

I N D A G A T I
Tutti:
a) in ordine al reato di cui all’art. 270 bis, commi 1 e 2, c.p., in particolare, per avere, con condotte causali diverse ma convergenti verso l’identico fine, promosso, costituito, organizzato, diretto e/o partecipato ad un’associazione, promossa e costituita in Palermo anche da esponenti di vertice di Cosa Nostra, ed avente ad oggetto il compimento di atti di violenza con fini di eversione dell’ordine costituzionale, allo scopo - tra l’altro - di determinare, mediante le predette attività, le condizioni per la secessione politica della Sicilia e di altre regioni meridionali dal resto d’Italia, anche al fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa Cosa Nostra e di altre associazioni di tipo mafioso ad essa collegate sui territori delle regioni meridionali del paese.
Fatti commessi in Palermo (luogo di costituzione e centro operativo della associazione per delinquere denominata Cosa Nostra) ed altre località, in epoca anteriore e prossima al 1991 e successivamente.
Con l’aggravante di cui all’art. 7 D.L. n. 152/1991 dal maggio 1991.
Gelli, Menicacci, Delle Chiaie, Cattafi, Battaglia, Di Stefano e Romeo, anche:
b) in ordine al reato di cui agli artt.110 e 416 bis commi 1, 4, e 6 c.p., per avere contribuito al rafforzamento della associazione di tipo mafioso denominata “Cosa Nostra”, nonché al perseguimento degli scopi della stessa, in particolare partecipando alla progettazione ed esecuzione di un programma di eversione dell’ordine costituzionale da attuare anche mediante il compimento di atti di violenza, allo scopo - tra l’altro - di determinare, mediante le predette attività, le condizioni per la secessione politica della Sicilia e di altre regioni meridionali dal resto d’Italia, così perseguendo il fine di determinare il rafforzamento ed il definitivo consolidamento del potere criminale di Cosa Nostra e di altre associazioni di tipo mafioso ad essa collegate sui territori delle regioni meridionali del paese.
Reato commesso in Palermo (luogo di costituzione e centro operativo della associazione per delinquere denominata Cosa Nostra) ed altre località, in epoca anteriore e prossima al 1990 e successivamente.
Capitolo 2
Le indagini sui movimenti leghisti meridionali
1. Le informative della D.I.A.
Dalle indagini svolte dalla D.I.A. sui movimenti separatisti meridionali costituiti agli inizi degli anni ’90 sono emerse delle importanti conferme del quadro delineato fin dal ’92 da Leonardo Messina.
Già nell’informativa D.I.A. del 4 marzo 1994, cui si è già fatto cenno in premessa, concernente “un'ipotesi investigativa in ordine ad una connessione tra le stragi mafiose di Capaci e via d'Amelio, con gli attentati di Firenze, Roma e Milano per la realizzazione di un unico disegno criminoso che ha visto interagire la criminalità organizzata di tipo mafioso, in particolare "cosa nostra" siciliana, con altri gruppi criminali in corso di identificazione”, si evidenziava il fenomeno di diffusione, a cominciare dal 1990, di formazioni leghiste nel Centro e nel Meridione d’Italia, nello stesso periodo in cui la Lega Nord era nella sua fase di espansione. Fenomeno di diffusione nel quale spiccava il ruolo trainante di personaggi provenienti dalla massoneria deviata e dalla destra eversiva: soprattutto gli odierni indagati Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie.
Risultava, in particolare, che Menicacci Stefano, avvocato di Stefano Delle Chiaie e suo socio nella "Intercontinental Export Company I.E.C. S.r.l."[1], e Romeo Domenico, pregiudicato per reati comuni, l'8 maggio 1990 avevano fondato la Lega Pugliese, l'11 maggio la Lega Marchigiana, il 13 maggio la Lega Molisana, il 17 maggio la Lega Meridionale del Sud, il 18 maggio la Lega degli Italiani e, sempre nello stesso periodo, avevano fondato la Lega Sarda. E la maggior parte di questi movimenti di nuova formazione avevano eletto la propria sede sociale presso lo studio dell'avv. Menicacci, già sede della "Intercontinental Export Company I.E.C. S.r.l.".
Si segnalava, inoltre, che durante il medesimo arco di tempo erano intanto sorti anche movimenti leghisti legati a Licio Gelli. Infatti, il 7 maggio 1991 Licio Gelli aveva fondato la Lega Italiana, con sede in Roma, insieme con Rozzera Bruno (Prefetto in pensione, già appartenente alla P2), Pittella Domenico (già senatore P.S.I., coinvolto nell'inchiesta giudiziaria sulle Brigate Rosse denominata "Moro ter" e condannato a 7 anni e 3 mesi per partecipazione a banda armata), Esposito Alfredo (già vicino agli ambienti del M.S.I.), Viciconte Enrico (pubblicista, funzionario della Regione Lazio, già organizzatore e dirigente del periodico calabrese Progetto Sibari e di varie emittenti radiofoniche e televisive).
Il 31 gennaio 1992 il Pittella ed il Viciconte fondavano, con altre persone, la Lega Italiana - Lega delle Leghe. Nell'ambito di questa iniziativa il Pittella, in data 17 gennaio 1992, tenne in provincia di Potenza il 1° forum della Lega delle Leghe con la partecipazione di elementi già appartenenti al M.S.I., di rappresentanti del Movimento Lucano (in stretto contatto con la Lega Nazional Popolare, altra iniziativa politica direttamente riconducibile a Stefano Delle Chiaie) e della Lega Sud di Calabria. Il programma era la costituzione di un cartello elettorale denominato Lega delle Leghe di cui, oltre ai summenzionati partiti, avrebbero dovuto far parte il Partito di Dio Partito del Dovere del napoletano Boccone Mauro, i Movimenti Lombardo Popolare di Milano e Busto Arsizio, la Lega Toscana la Lega Laziale.
Nel marzo 1993 a Massa Carrara nacque il movimento politico Lega Italia, con sede in Roma e operante in Massa tramite tale Esposito Antonio. Fondatore era Licio Gelli unitamente agli stessi personaggi che avevano partecipato alla costituzione della Lega Italiana e della Lega delle Leghe. E nelle elezioni amministrative dello stesso anno in molte città venne presentata la lista della Lega Italia Federale, che tra gli iscritti annoverava Enrico Viciconte e Romeo Domenico, ovvero uno dei fondatori delle leghe riconducibili a Licio Gelli ed uno dei fondatori delle leghe riconducibili a Stefano Delle Chiaie.
Nel 1993, poi, venne costituita a Catania Sicilia Libera, nell’ambito di analoga convergenza di interessi, sulla quale si tornerà più avanti.
Ulteriori risultanze emergevano, poi, dalla minuziosa analisi dei movimenti leghisti meridionali successivamente compiuta dalla DIA, anche sulla base della documentazione fornita dal SISDE e dalla Direzione Centrale Polizia di Prevenzione (proveniente dai vari uffici DIGOS), e condensata nelle informative n. 17959/97 del 3/6//1997 e n.3815/98 del 31/1/1998 e relativi allegati.
Il dato rilevante che emerge da tali accertamenti è che, nello stesso periodo in cui sorsero i movimenti meridionalisti fondati dall’avv. Stefano Menicacci e da personaggi al medesimo legati (per lo più provenienti dalle fila dell’estrema destra), cominciarono a sorgere nelle varie regioni centrali e meridionali d’Italia una serie di movimenti, tutti apertamente collegati alla Lega Nord e per lo più fondati da tale Cesare Crosta, e che, in quasi tutti i casi, i movimenti fondati dal Crosta si sono poi fusi con quelli costituiti dall’avv. Menicacci.
Tra i vari movimenti meridionalisti le indagini hanno particolarmente posto in evidenza, per la sua matrice spiccatamente massonica, per i suoi rapporti con ambienti della criminalità organizzata e per la tormentata storia dei suoi rapporti con Licio Gelli, la “Lega Meridionale – Centro–Sud-Isole”, costituita il 27 giugno 1989 dai seguenti soci fondatori: l’avv. Egidio Lanari, il Gran Maestro siciliano Giorgio Paternò, il pugliese Cosimo Donato Cannarozzi ed il calabrese Enzo Alcide Ferraro.
L’avv. Egidio Lanari è stato difensore del noto capomafia Michele Greco ed è colui il quale propose pubblicamente di candidare alle successive elezioni politiche, fra gli altri, lo stesso Michele Greco, Vito Ciancimino e Licio Gelli. Quanto al Gran Maestro Giorgio Paternò, è lo stesso che aveva pubblicamente, con ampio risalto sulla stampa nazionale, riabilitato il noto Licio Gelli, riaccogliendolo "fraternamente ed a braccia aperte nella fratellanza Universale, insieme a tutti i fratelli iscritti alla Venerabile Loggia P2", affermando che "la Loggia P2 era ed è legittima", e definendo infine Gelli ed i suoi fratelli “massoni in eterno”.
Il programma della Lega Meridionale, come si può desumere dal “documento” del movimento pubblicato il 22 luglio 1989 dall’agenzia di stampa "Punto critico", era principalmente indirizzato contro la c.d. “partitocrazia” e la magistratura (Lanari proponeva, fra l’altro, l’abrogazione della legge Rognoni - La Torre e l’amnistia per i reati politici). Malgrado l'avversario politico venisse individuato nelle Leghe del Nord[2], il progetto esposto dal Lanari non prevedeva ipotesi di separatismo ma, al contrario, sosteneva l'unità nazionale (così nel convegno presso l'Hotel Midas di Roma dell'11.11.90).
Nel contempo, si rilevano rapporti della Lega Meridionale con personaggi legati agli ambienti eversivi della destra. In pubbliche manifestazioni (come ad es. quella di Roma del 6 giugno 1990 intitolata "Un indulto per la pacificazione nazionale") con il Lanari intervennero soggetti quali Adriano Tilgher (esponente di Avanguardia Nazionale), l'avvocato Giuseppe Pisauro (legale di Stefano Delle Chiaie), Tommaso Staiti Di Cuddia, i fratelli Andrini Stefano e Germano (militanti dell’organizzazione di estrema destra “Movimento Politico Occidentale” di Boccacci Maurizio, molto legato a Stefano Delle Chiaie) ed esponenti degli Skin heads romani, tra cui Mario Mambro (fratello di Mambro Francesca ed esponente del “Movimento Politico Occidentale”). Ed il Lanari, nel suo intervento, manifestò disponibilità ed interesse verso il progetto politico di organizzazione delle leghe meridionali al quale si era dedicato Stefano Delle Chiaie in quel periodo[3].
Al convegno dell’hotel Midas di Roma dell’11 novembre 1990, nel corso del quale venne illustrata la linea politica del movimento, vennero invitati Vito Ciancimino, che effettivamente vi presenziò, e Licio Gelli, che con una lettera del 30/10/90 offrì il proprio sostegno morale e con un telegramma dell’11/11/1990, nel confermare la propria adesione all'iniziativa politica, comunicò l'impossibilità di intervenire.
Al convegno dell’hotel Majestic di Roma del 28 novembre 1990, a seguito delle dimissioni di Giorgio Paternò, avvenute per divergenze con la linea adottata da Egidio Lanari, venne eletto un nuovo presidente nella persona di Elio Siggia, considerato vicino a Gelli. Causa l'indisponibilità del Siggia, venne eletto Claudio Alari.
La Lega Meridionale divenne, intanto, un punto di riferimento per altri analoghi movimenti (fra cui la Lega Romana la Lega Meridionale di Lecce).
Nel suo organigramma un ruolo di rilievo ebbe la città di Catania, una delle poche ad essere sede di una segreteria provinciale, guidata da Strano Antonino, poi divenuto esponente di spicco del movimento Sicilia Libera, e sul quale il collaborante catanese Francesco Pattarino, nell’interrogatorio del 4/2/1998, ha riferito di avere appreso nel ’91 da Pulvirenti “il malpassotu” che egli era un uomo politico “in obbligo” con l’associazione mafiosa, cui i mafiosi catanesi potevano certamente “fare riferimento[4].
Al convegno "Giustizia e libertà", svoltosi il 10 febbraio 1991 ad Anghiari (provincia di Arezzo) l’avv. Lanari offrì pubblicamente una candidatura a Gelli e difese l'iniziativa presa anche nei confronti di Vito Ciancimino (e cioè l’invito al convegno dell’hotel Midas) e dell’ex sen. del P.S.I. Domenico Pittella (nome proposto da Gelli), del quale si è già fatto cenno.
Il 2 marzo 1991, la denominazione del movimento venne indicata come "Lega Meridionale per l'Unità Nazionale" ed il 6 aprile 1991 si tenne all’hotel Jolly di Palermo il convegno "Sicilia = terra di nessuno o Stato di Polizia?", dove venne pubblicizzato un referendum abrogativo della legge " Rognoni - La Torre ", già formalizzato presso la Corte di Cassazione.
Il 21 aprile 1991, Licio Gelli inviò alle agenzie giornalistiche un comunicato con cui, in relazione a notizie apparse sulla stampa circa una sua presunta espulsione dalla Lega Meridionale, precisava di non essere mai stato iscritto al predetto movimento e che il 17 aprile 1991 aveva comunicato la propria dissociazione dal movimento. Da quel momento si coagulavano attorno a lui molti degli esponenti di punta della Lega Meridionale (fra cui Vincenzo Serraino[5], Domenico Pittella ed Enrico Viciconte), fuoriusciti da quel movimento per costituire con Gelli la Lega Italiana (il 7 maggio 1991).
2. Le dichiarazioni di Massimo Pizza e Antonio D’Andrea
Nel medesimo periodo in cui l’Ufficio svolgeva le sue indagini sui movimenti leghisti meridionali, nell’ambito di un’altra indagine per riciclaggio, intraprendeva la propria collaborazione tale Massimo Pizza, intermediatore finanziario, risultato in quell’indagine soggetto effettivamente legato ad esponenti di spicco della criminalità organizzata. In particolare, il Pizza ha riferito dei suoi rapporti con la criminalità organizzata siciliana e calabrese e di una grossa operazione di riciclaggio da lui gestita assieme a tali soggetti, in merito alla quale ha fornito specifiche coordinate e dettagli che hanno consentito di svolgere i dovuti accertamenti a riscontro e conferma delle sue dichiarazioni.
Sempre nell’ambito di tale collaborazione, il Pizza ha riferito altresì circostanze di interesse nel presente procedimento.
In particolare, il Pizza ha affermato di avere appreso nel 1991 da Carmelo Cortese, indicato come massone piduista ed esponente di vertice della ‘ndrangheta, che la lega meridionale era la longa manus di Cosa Nostra e che doveva attuare un progetto di rivoluzione politica, ispirato da Licio Gelli, sfociante in una nuova forma di stato.
Nell’interrogatorio del 25 luglio 1996 il Pizza forniva ulteriori particolari:
“ ... Cortese ... mi parlò della Lega Meridionale come di una longa manus di Cosa Nostra per attuare il predetto progetto di rivoluzione politica. Il progetto si articolava in tre fasi: 1) una fase di infiltrazione nelle istituzioni ed in particolare nell’Arma dei carabinieri e nella Polizia (al riguardo il Cortese diceva che avevano un sacco di amici nella Forze dell’Ordine); 2) una seconda fase consistente nella delegittimazione della classe politica e della Magistratura. In proposito il Cortese mi disse che in qualsiasi momento potevano mettere nei guai chiunque perché erano ricattabili. Ciò mi disse prima ancora che scoppiasse “tangentopoli”; 3) una terza fase militare. A riguardo mi disse che si sarebbe giunti a uno scontro con il Nord e che loro non avevano problemi perché erano molto più organizzati ”.
Il Pizza ha riferito inoltre che di un progetto politico “rivoluzionario”, ispirato da Licio Gelli e dalla “massoneria internazionale”, gli aveva parlato altresì l’avvocato Egidio Lanari, anch’egli massone, nonché fondatore della “Lega Meridionale Centro-Sud-Isole” (lo stesso avv. Lanari di cui si è parlato sopra) e il suo “braccio destro” Antonio D’Andrea. In particolare, il Lanari ed il D’Andrea si sarebbero “sfogati” con il Pizza (che, per un malinteso, ritenevano essere un funzionario dei servizi segreti) lamentandosi del comportamento di Licio Gelli, al quale attribuivano la responsabilità del fallimento del progetto politico della Lega Meridionale, anche per non aver adempiuto all’impegno di far affluire cento miliardi di lire di finanziamento al movimento (somma di denaro che sarebbe stata raccolta negli ambienti della massoneria e della criminalità organizzata).
Il progetto politico, i cui principali “punti programmatici” Pizza sosteneva di aver letto condensati in un documento di otto pagine mostratogli da Lanari, consisteva nella creazione nel Meridione di una serie di leghe che si sarebbero dovute fondere sotto la sigla della Lega Meridionale. Per la riuscita del progetto si erano stabiliti, fin dal 1989, rapporti con la Lega Nord, con la quale si sarebbe dovuto stringere un patto elettorale per il tramite di Gian Mario Ferramonti, il personaggio al centro dell’indagine “Phoney Money” della Procura della Repubblica di Aosta (sulla quale si tornerà oltre). Il Lanari attribuiva a se stesso e a Giorgio Paternò, esponente di spicco della massoneria, la paternità del nuovo soggetto politico, al quale si erano dimostrati interessati anche i noti Giuseppe Mandalari e Stefano Delle Chiaie (indagati nel presente procedimento). Il progetto sarebbe poi fallito, principalmente a causa di una sorta di “voltafaccia” di Gelli, il quale avrebbe svolto un’opera di discredito e di destabilizzazione della Lega Meridionale, che Lanari sospettava essersi realizzata anche mediante l’infiltrazione all’interno del nuovo movimento politico di alcuni ambigui personaggi legati ai “servizi segreti”. Il “voltafaccia” di Gelli si era determinato - sempre a dire del Lanari - dal contrasto sorto sulla denominazione del movimento politico, che in realtà rifletteva un sostanziale contrasto di linea politica. Infatti, mentre Lanari e i suoi più stretti collaboratori volevano cambiare la denominazione da Lega Meridionale Centro-Sud-Isole in Lega Meridionale per l’Unità Nazionale, Gelli e i suoi “fedelissimi” volevano mantenere la vecchia denominazione e la correlata vocazione più spiccatamente meridionalistaEd il Pizza ha riferito anche di avere appreso dal D’Andrea di “pressioni” in favore della linea gelliana esercitate da personaggi della massoneria siciliana come Giuseppe Mandalari.
Un’altra causa del fallimento del progetto politico della Lega andrebbe poi individuata nel comportamento di alcuni personaggi politici, fra cui il sen. Giulio Andreotti, che prima avevano promesso di appoggiarlo e poi si erano “tirati indietro”, perché avevano ad un certo punto iniziato a diffidare delle persone che vi erano implicate.
In proposito, va evidenziato che anche nell’appunto di Elio Ciolini (già riportato: cfr. parte II cap.1 §1) si allude ad una sorta di “disimpegno” di Andreotti (definito “reticente”) e di una “pressione” operata nei suoi confronti mediante l’omicidio Lima.
Che vi furono contatti fra il sen. Andreotti ed ambienti della Lega Nord, in particolare proprio col professor Francesco Miglio (cfr. supra le dichiarazioni di Leonardo Messina circa il legame Miglio–Andreotti) lo ha ammesso lo stesso Miglio nel corso della sua intervista pubblicata su “Il Giornale” del 20/3/1999, acquisita in atti, ove il professor Miglio, facendo riferimento ad un possibile appoggio, da parte della Lega Nord, della candidatura del sen. Andreotti alla Presidenza della Repubblica nel ’92, ha dichiarato: “Con Andreotti ci trovammo a trattare di nascosto a Villa Madama, sulle pendici di Monte Mario, davanti a un camino spento”, e subito dopo ha rammentato di non avere ottenuto la nomina a senatore a vita per l’opposizione di Cossiga “nonostante Andreotti insistesse tanto”.
Fin dalla loro acquisizione, le dichiarazioni di Pizza evidenziavano una straordinaria convergenza con le altre risultanze del presente procedimento, al punto da far concretizzare l’ipotesi di una possibile ulteriore chiave di lettura dell’omicidio Lima che spiegherebbe anche l’apparente contraddizione interna delle dichiarazioni di Leonardo Messina, laddove quest’ultimo attribuisce ad Andreotti (unitamente a Gelli e ad altri) un ruolo di coprotagonista nella strategia volta a creare nuovi assetti politici nazionali, quando invece egli ne risulta la prima “vittima” con l’omicidio Lima, primo “atto esecutivo” della strategia.
Le dichiarazioni di Pizza invero, da un lato, confermano le dichiarazioni di Messina circa il ruolo di Gelli ed Andreotti; dall’altro lato, sembrano poter fare ipotizzare che fra le concause dell’omicidio Lima possa esservi anche la decisione di “sanzionare” l’ennesimo “tradimento” del sen. Andreotti nei confronti del sistema criminale. E nel medesimo contesto di rapporti potrebbe essere letta perfino la “tregua” nei confronti di Andreotti da parte di Cosa Nostra, che, pur avendo appoggiato il P.S.I. alle elezioni nazionali del 1987, tornò ad indirizzare consensi elettorali in favore della corrente andreottiana alle regionali del 1991 (e cioè proprio nell’anno in cui venne elaborato il “piano eversivo-separatista” oggetto del presente procedimento).
Ricapitolando, quindi, sullo specifico punto della posizione del senatore Andreotti nella vicenda in esame si assommano le seguenti risultanze:
· Le dichiarazioni di Leonardo Messina, il quale assume di avere appreso da Liborio Micciché che, fra gli altri, uno dei registi occulti del progetto politico era il senatore Andreotti unitamente al prof. Gianfranco Miglio (“il vero artefice del progetto politico della Lega Nord era Miglio, dietro il quale c’erano Gelli e Andreotti.”);
· L’intervista già citata del 20/3/1999 del professor Miglio, il quale per un verso afferma che esisteva il progetto di una divisione dell’Italia in macroregioni con “l’assegnazione” della Sicilia alla mafia (“Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale spinto fino al delitto.[…] Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate.”) e, per altro verso, rivela il particolare inedito di avere trattato segretamente proprio con il senatore Andreotti (“Con Andreotti ci trovammo a trattare di nascosto a Villa Madama, sulle pendici di Monte Mario, davanti a un camino spento”);
· L’articolo pubblicato dall’agenzia di stampa Repubblica a pochi giorni di distanza dell’omicidio dell’on. Lima, nel quale – in un momento in cui non era assolutamente conoscibile all’esterno di un ristrettissimo circuito che, nel caso di specie, era andreottiano - viene descritta l’esistenza di un progetto politico analogo a quello rivelato da Leonardo Messina e dal prof. Gianfranco Miglio, nell’ambito del quale l’omicidio dell’on. Lima costituirebbe un passaggio esecutivo;
· L’appunto scritto da Elio Ciolini, nel quale questi, nel descrivere il piano eversivo, annota : “Si giustifica, Lima, per pressione a Andreotti.”;
· Le dichiarazioni di Massimo Pizza, secondo cui dietro il progetto politico in oggetto c’era anche, fra gli altri, Andreotti, che si era poi “tirato indietro”;
· Le dichiarazioni di Giovanni Brusca, secondo cui la strage di Capaci aveva tra le sue finalità anche quella di “assestare anche un colpo decisivo alle speranze che allora il Sen. Andreotti coltivava di essere eletto Presidente della Repubblica”;
· L’articolo pubblicato dall’agenzia Repubblica che sostanzialmente preannunzia la strage di Capaci ventiquattr’ore prima della sua esecuzione, nella parte in cui si preconizzava che, per influire sull’impasse del Parlamento nell’elezione del Presidente della Repubblica, si affermasse “una strategia della tensione che piazzi un bel botto esterno.
Tornando alle dichiarazioni del Pizza, esse apparivano comunque di speciale interesse perché egli indicava due fonti di natura diversa: il Cortese, e cioè una fonte che costituiva punto di raccordo fra il mondo della criminalità organizzata e gli ambienti della massoneria deviata, e la voce (quella di Lanari e D’Andrea), proveniente dall’interno del movimento leghista meridionale, che gli aveva fornito anche il quadro dell’intero svolgersi della vicenda sino al fallimento del “progetto politico” per il progressivo disimpegno delle forze che lo avevano prima appoggiato.
In base alle indagini delegate allo S.C.O. e alla D.I.A. venivano inoltre acquisiti alcuni positivi riscontri obiettivi, che si aggiungevano a quelli già in atti, relativi alle vicende della Lega meridionale di Lanari. In particolare, si accertava che il Carmelo Cortese, effettivamente già iscritto alla P2 e condannato per associazione di stampo mafioso dal Tribunale di Reggio Calabria, si trovava a Roma nell’albergo e nel periodo indicati da Pizza per i loro incontri[6]. E positivi risultavano altresì i riscontri su molti dei personaggi indicati da Pizza nelle sue rivelazioni. Ed inoltre lo stesso Pizza agevolava l’acquisizione di ulteriori elementi di riscontro, prestandosi anche, previ accordi con gli inquirenti, ad incontrare il Cortese registrando la conversazione che ne scaturì, così consentendo all’Ufficio di accertare positivamente la sussistenza di rapporti fra i due.
D’altra parte, va rilevato che permanevano dei dubbi sull’attendibilità delle dichiarazioni rese dal Pizza nell’ambito del presente procedimento, sia perché apparivano non sufficientemente chiariti i motivi per i quali il Cortese avrebbe dovuto fare proprio al Pizza rivelazioni sul “piano eversivo” così compromettenti, sia perché i riscontri acquisiti non erano specificamente correlati al contenuto di queste ultime.
Per di più, poco convincente appariva il contesto nel quale sarebbero maturate anche le confidenze di Lanari e D’Andrea, che – a dire del Pizza – lo avrebbero scambiato per un funzionario dei servizi segreti. È comunque sempre nell’ambito di tale contesto di rapporti che il Pizza, nel prosieguo della sua collaborazione, produceva all’Ufficio una consistente mole di documenti in copia che – a suo dire – gli era stata spontaneamente consegnata dal Lanari e dal D’Andrea a riprova della veridicità della loro ricostruzione della vicenda. Ed invero, fra gli atti che venivano così acquisiti si rinvenivano documenti di indubbio rilievo e supporto alle dichiarazioni del Pizza, concernenti soprattutto la nascita e l’evoluzione della Lega Meridionale. Fra i più significativi vanno segnalati quelli provenienti da Licio Gelli e, in generale, la corrispondenza di Lanari e D’Andrea con altri soggetti appartenenti o interessati al movimento, nonché con vari personaggi politici, alcuni dei quali di rilievo nazionale (c’è anche una lettera autografa, ad apparente firma dell’ex Presidente del Consiglio Bettino Craxi, che sembra inviata via fax da Hammamet).
Pertanto, l’Ufficio, al fine di verificare ulteriormente l’attendibilità delle dichiarazioni del Pizza, sentiva il D’Andrea, e cioè una delle sue principali fonti di notizie. Ed il D’Andrea sostanzialmente ne confermava le rivelazioni, avuto soprattutto riguardo alla genesi e all’evoluzione del progetto politico del movimento politico fondato dall’avv. Egidio Lanari.
In particolare, il D’Andrea (di estrazione politica degli ambienti dell’estrema destra) ha così ricostruito la genesi della Lega Meridionale:
1. L’iniziativa della costituzione di quella lega fu del Gran Maestro siciliano Giorgio Paternò, massone di Piazza del Gesù (che poi risultò essere legato a Licio Gelli), mentre gli altri soci fondatori furono l’avv. Egidio Lanari (originario di Roma), Donato Cannarozzi (pugliese) e Alcide Ferraro (calabrese);
2. Vi furono numerosi incontri di Lanari e D’Andrea con Gelli;
3. Ben presto si crearono contrasti fra il gruppo di Lanari e il gruppo facente capo a Paternò e a Gelli, del quale facevano parte anche personaggi ritenuti da Lanari e D’Andrea legati ai “servizi segreti”, come Vanno Alessandro, e soggetti legati alla criminalità organizzata pugliese, come Vincenzo Serraino;
4. I contrasti derivavano dalla linea politica più spiccatamente separatista del gruppo facente capo a Gelli, nell’ambito di una strategia finalizzata a creare una contrapposizione con la Lega Nord;
5. Tale battaglia politica interna alla Lega Meridionale si concretizzò nei contrasti sul mutamento della denominazione del movimento che Gelli e Paternò volevano mantenere in “Lega Meridionale Centro–Sud–Isole” e Lanari e D’Andrea volevano modificare in “Lega Meridionale per l’Unità Nazionale” (a voler così sottolineare la contrarietà all’opzione separatista);
6. In questa battaglia si erano inseriti alcuni significativi interventi su Lanari e D’Andrea di personaggi palermitani, massoni e/o vicini a Cosa Nostra: D’Andrea partecipò ad incontri con Giuseppe Mandalari, Giuseppe Greco (figlio di Michele Greco), Gaetano Lunetta (massone palermitano, a suo tempo implicato nel golpe Borghese) e Salvatore Bellassai (già responsabile della P2 in Sicilia ed implicato nelle indagini sul falso sequestro di Sindona), incontri nei quali si era fatto intendere al D’Andrea che un rafforzamento dello spirito separatista del movimento sarebbe stato gradito in Sicilia ed avrebbe garantito appoggi elettorali e finanziari;
7. Il fallimento del movimento politico era stato determinato dal permanere di questi contrasti e dal progressivo disimpegno, il successivo “boicottaggio” e la fuoriscita dalla Lega Meridionale di tutto il gruppo gelliano.
*****
Le dichiarazioni del D’Andrea, dunque, costituiscono una sostanziale conferma delle rivelazioni di Massimo Pizza circa le origini della Lega Meridionale; il sorgere dei rapporti con Licio Gelli; la spinta “secessionista-separatista” che proveniva proprio da Gelli, dal suo gruppo e da una certa “massoneria siciliana” contigua alla criminalità organizzata; l’evoluzione del movimento; la spaccatura determinatasi con il gruppo “gelliano”; la fine di quell’esperienza politica.
E il D’Andrea è stato piuttosto preciso e circostanziato sui fatti di interesse nel presente procedimento, su singoli episodi, incontri, luoghi e persone, così da porre in condizione l’Ufficio di svolgere attività di riscontro, che ha avuto per lo più esito positivo. Per esempio, dei rapporti ed incontri con il Gelli, in relazione al comune percorso politico all’interno del nascente fenomeno del leghismo meridionale, vi sono molteplici conferme, comprese le annotazioni degli incontri, rinvenute nelle agende sequestrate allo stesso Gelli e lerelazioni di servizio della DIGOS di Arezzo aventi ad oggetto le frequentazioni della sua villa da parte dei vari personaggi che ruotavano intorno alla Lega Meridionale, così come sono risultati confermati i legami con ambienti della criminalità organizzata pugliese di alcuni di questi soggetti[7].
Peraltro, dalle dichiarazioni di D’Andrea non è emersa alcuna specifica conferma della natura “illecita” del progetto politico sottostante l’esperienza della Lega Meridionale. E del resto, la principale fonte di notizie di Pizza sull’esistenza di un vero e proprio “piano eversivo-violento” – a dire dello stesso Pizza – fu Carmelo Cortese e non D’Andrea.
Non può, d’altra parte, sottacersi che le dichiarazioni di D’Andrea sulla genesi dei sui rapporti con Pizza hanno gettato una luce ambigua sulla figura dello stesso Pizza. Non fu infatti un malinteso – a dire del D’Andrea – che determinò la sua convinzione che il Pizza appartenesse ad una qualche struttura investigativa o informativa statale. Ma fu il Pizza stesso a presentarsi ora come “ufficiale di polizia giudiziaria”, ora come “funzionario dei servizi”, arrivando al punto di chiedere al D’Andrea di essere puntualmente informato di ogni sua convocazione da parte della Procura di Palermo, in modo tale da potergli fornire in tempo le notizie che D’Andrea avrebbe, poi, dovuto riferire ai magistrati inquirenti nei suoi successivi interrogatori. Ed ha sorpreso non poco, altresì, la circostanza che, in data 27 dicembre 1999, un importante periodico nazionale di informazione ha riportato la notizia secondo la quale Massimo Pizza, indicato come “collaboratore” della Procura di Palermo, era soggetto appartenente ai servizi segreti, addirittura capo del “celebre ufficio K” col nome in codice “Polifemo[8] (notizia peraltro destituita del tutto di fondamento, come comunicato dalla Direzione del SISMI a seguito di formale richiesta di questo Ufficio[9]).
Pertanto, certi dubbi sulla figura del Pizza, piuttosto che diradarsi, si sono incrementati, anche alla luce di ulteriori emergenze: da alcune intercettazioni telefoniche è emerso, ad esempio, che egli, presumibilmente al fine di guadagnarsi la fiducia di Lanari e D’Andrea, aveva loro riferito cose non vere, preannunciandogli prossime “clamorose” iniziative della Procura di Palermo fondate sulle sue dichiarazioni e sui documenti che i due gli avevano consegnato.
Sicché, alla luce di tale quadro, pur essendo innegabile la convergenza delle dichiarazioni di Pizza con quelle dei collaboratori più accreditati finora esaminate, esse non appaiono dotate di sufficiente attendibilità, se non nella parte in cui risultano pienamente riscontrate. Il che può affermarsi soltanto per quella parte delle dichiarazioni integralmente confermate da D’Andrea, quando queste ultime siano, a loro volta, riscontrate aliunde: in conclusione, soltanto le rivelazioni concernenti la genesi della Lega Meridionale e la controversa vicenda dei rapporti di quel movimento politico con Licio Gelli e la massoneria (compresa quella siciliana), in merito alla quale – va segnalato – la versione di D’Andrea appare, allo stato, solo parzialmente confermata dalla risultanze degli accertamenti svolti dalla D.I.A.[10].

3. Le risultanze su Licio Gelli
Riguardo alla posizione di Licio Gelli, va rammentato che già nell’informativa D.I.A. del 4 marzo 1994, cui si è fatto cenno in premessa, si segnalavano alcune sue “singolari” interviste rilasciate proprio nel periodo in cui divampava la strategia della tensione del 1992-93.
Nel settembre del 1992 Gelli aveva rilasciato una intervista al settimanale “L’Europeo”(10.9.1992) nel corso della quale aveva, fra l’altro, dichiarato: “E’ da un pezzo che ci sarebbero tutte le condizioni per un colpo di Stato onde eliminare la teppaglia che ci sta rapinando. ……… In realtà, sa chi rappresenta l’unica speranza, in questo paese alla deriva? BOSSI.BOSSI che se davvero darà il via allo sciopero fiscale.. Eh bè: sarò il primo ad aggregarmi. D’altronde perchè dovrei pagar le tasse ?....
Su Paese Sera del 3 agosto 1993, in un’intervista intitolata “Prevedo una rivoluzione”, Gelli individuava negli attentati dell’estate di quell’anno come la logica conseguenza dello stato di esasperazione in cui versava la popolazione oppressa da una classe politica corrotta e da un governo iniquo, responsabile di ingiustizie fiscali e della crescente disoccupazione. Secondo Gelli, infatti, si sarebbe trattato dei primi segnali di una ribellione montante provocata dal desiderio di accelerare il processo di ricambio della classe politica ed ogni ulteriore ritardo, unitamente al progressivo aumento dei disoccupati, sarebbe stato suscettibile di far degenerare l'insofferenza della popolazione in una autentica rivoluzione.
Si noti che nei suoi interventi pubblici e nelle sue interviste Gelli esprime concetti quali “l’esasperazione in cui versa la popolazione oppressa” e indica come via d’uscita quella di “accelerare il ricambio della classe politica corrotta e iniqua...”, argomenti che riecheggiano quelli formulati da Riina nell’esporre, nel settembre del 1992, il piano eversivo e che così vengono riferiti dal collaboratore Avola: “il popolo esasperato sarebbe stato propenso ad appoggiare gli uomini che sarebbero scesi tempestivamente in campo, sbandierando a parole un programma di rinnovamento....”.
E sempre nella citata informativa D.I.A. del 4 marzo 1994 si coglievano certe “assonanze” fra la situazione verificatasi nel 1993 con altre situazioni degli anni passati: “sembra riproporsi un 'clichè' ben noto al Gran Maestro, già pianificato e posto in essere negli anni'70, quando, mediante i suoi contatti massonici - che gli consentivano di poter essere presente all'interno dei Servizi Segreti, dell'Arma dei Carabinieri e dei principali organismi pubblici, nonchè in ambienti del 'sistema criminale', supportato da personaggi come l'Avv. Filippo De Iorio, i fratelli Alfredo e Fabio De Felice, Paolo Signorelli, Stefano Delle Chiaie e tanti altri, massoni e non, gravitanti di massima nell'area della destra eversiva - aveva ordito un organico piano di assalto alle Istituzioni democratiche, finalizzato comunque, al di là dell'apparente risultato politico, all'accrescimento del suo già notevole potere personale.” E venivano pertanto richiamate, fra l’altro, le dichiarazioni degli estremisti di destra Aleandri Paolo e Calore Sergio, rese negli anni '80 innanzi a varie Autorità Giudiziarie ed alla Commissione Parlamentare sulla Loggia Massonica P2, relative ai progetti di golpe nei quali Gelli aveva già tentato di realizzare trasformazioni istituzionali nel paese in senso spiccatamente conservatore, anche avvalendosi della convergenza di interessi con altri ambienti, come quello della destra estrema, al fine ultimo di accrescere il proprio potere di ricatto e di controllo nei confronti di ambienti politico-economici coinvolti nel tentativo eversivo ovvero intimoriti da esso.
Sono stati inoltre acquisiti atti che confermano l’esistenza di rapporti, risalenti nel tempo, fra Licio Gelli e vari ambienti della criminalità organizzata.
Con riferimento a Cosa Nostra, un collaboratore “storico” come Marino Mannoia ha riferito di aver saputo da Stefano Bontate e da altri uomini d'onore della sua famiglia che uomini di spicco dello schieramento corleonese (in particolare Pippo Calò, Riina Salvatore e Madonia Francesco) si avvalevano di Licio Gelli per i loro investimenti a Roma. Secondo Mannoia, Gelli era il "banchiere" di questo gruppo, così come Sindona lo era stato per quello di Bontate Stefano e di Inzerillo Salvatore.
L’esistenza di un rapporto fra Gelli e i corleonesi è stato sostanzialmente confermato dalla ben più ampia ricostruzione fornita da Gioacchino Pennino, il quale ha riferito dei pregressi rapporti tra Gelli e Bontate e dalla frattura che si determinò nel 1979 quando Gelli non appoggiò il progetto di golpe separatista caldeggiato da Bontate, per l’organizzazione del quale Michele Sindona fece il noto viaggio in Sicilia in occasione della simulazione del suo rapimento[11]. Secondo Pennino, Gelli ebbe invece un ruolo nella riorganizzazione del progetto di ristrutturazione dei rapporti fra mafia e massoneria organizzato dai corleonesi (in particolare da Bernardo Provengano) con la costituzione del Terzo Oriente, e cioè un’organizzazione massonica ancora più “coperta” nata per “riciclare” l’esperienza della P2 dopo la scoperta degli elenchi a Castiglion Fibocchi e dopo la morte di Bontate, fatti che - come è noto - si collocano a poco più di un mese di distanza tra loro (17/3/1981 e 23/4/1981[12]).
Sono inoltre accertati rapporti (telefonate, incontri a Roma e ad Arezzo, appuntamenti annotati nell’agenda di Gelli e utenze telefoniche annotate nella sua rubrica personale) di Licio Gelli con Luigi Capuano, gioielliere romano strettamente legato fin dagli anni ’70 alla criminalità organizzata napoletana (Michele Zaza), romana (“Banda della Magliana”) e ad esponenti di spicco di Cosa Nostra, ed in particolare ad Alfredo Bono, uomo d’onore della famiglia di S. Giuseppe Jato e grosso trafficante di stupefacenti.
Peraltro, dalle indagini della D.I.A. risultano anche compresenze alberghiere di Licio Gelli ed Alfredo Bono presso l’hotel Ambasciatori (residenza abituale romana di Licio Gelli) nell’estate ’91[13].
Conferme, ancora, dei rapporti di Licio Gelli con la criminalità organizzata legata a Cosa Nostra ed in particolare a Pippo Calò, sono emerse anche dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori provenienti dalla “Banda della Magliana” (cfr. in particolare le dichiarazioni di Antonio Mancini).
In ordine, poi, ai rapporti di Gelli con ambienti della criminalità organizzata pugliese, ed in particolare della Sacra Corona Unita, si rinvia alle dichiarazioni di Marino Pulito e ai riscontri acquisiti in quell’ambito (cfr. parte I cap. 5 § 2).
Non meno cospicua è la mole degli elementi relativi ai rapporti di Gelli con la criminalità organizzata calabrese, in particolare contenuti nelle dichiarazioni rese dal teste Bruno Villone al P.M. di Catanzaro nell’ambito di un’indagine sulle logge massoniche locali, dalle quali sono emersi altresì elementi di prova circa i rapporti fra Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie. Il Villone, vigile urbano presso il comune di Vibo Valentia, ha infatti riferito di avere personalmente notato, dall’agosto del 1989 in poi, il Gelli recarsi di frequente a Vibo Valentia, assieme al Delle Chiaie (ed il Gelli, in particolare, frequentare fino al 1993 la sede di una loggia massonica locale). Ed in effetti, le indagini successivamente espletate hanno confermato la frequentazione di Delle Chiaie di un’emittente televisiva locale avente sede a Vibo Valentia.
Va, poi, segnalato che dei rapporti di Licio Gelli con la criminalità organizzata calabrese ed in particolare con il piduista Carmelo Cortese ha riferito Massimo Pizza (cfr. supra § 2). E di tali rapporti vi è riscontro nelle annotazioni dei numeri telefonici del Cortese rinvenuti nelle agende sequestrate a Licio Gelli, acquisite agli atti in copia.
4. I rapporti fra le leghe meridionali e la Lega Nord
Anche dall’analisi delle origini e dell’evoluzione della Lega Nord e dei suoi rapporti col fenomeno delle leghe meridionali sono emersi alcuni riscontri all’ipotesi investigativa, oggetto del presente procedimento, ed in particolare alle dichiarazioni di Leonardo Messina.
La Lega Nord nasceva nel mese di novembre 1989 come federazione di una serie di movimenti leghisti, tutti costituiti successivamente alla Lega Lombarda di Umberto Bossi (1983), fatta eccezione per la Liga Veneta (già costituita nel 1980). Aderivano, oltre alla Lega Lombarda che fungeva anche da elemento catalizzatore, i seguenti movimenti: Union Ligure di Bruno Ravera, Piemont Autonomista di Gipo Farassino, Liga Veneta di Franco Rocchetta, Lega Friuli di Mario Prata, Lega Trieste di Edoardo Marchio e Fabrizio Belloni, Lega Emiliano - RomagnolaAlleanza Toscana di Tommaso Fragassi. Tra questi movimenti, degno di attenzione è soprattutto il movimento denominato Alleanza Toscana, divenuto poi Lega Toscana, movimento legato al mondo massonico e venuto in contatto con soggetti appartenenti alla destra eversiva (come Terracciano Carlo, già appartenente all'organizzazione di estrema destra Terza Posizione, più volte inquisito per reati associativi legati all'eversione di estrema destra e legato ad associazioni gravitanti nell'orbita dell'integralismo islamico, il quale è in seguito entrato a far parte del movimento leghista di Stefano Delle Chiaie).
Va, inoltre, segnalato che, fin dalle origini del movimento leghista, ed in particolare all’interno della Liga Veneta, è presente una significativa componente legata agli ambienti dell’eversione nera, che sfocieranno poi anche nell’esperienza delle leghe meridionali. Risulta, in particolare, che è stato candidato in alcune consultazioni elettorali nelle liste della Liga Venetal’avv. Stefano Menicacci, con un passato di primo piano negli ambienti degli attivisti della destra estrema, legale di Stefano Delle Chiaie, ma anche del leader della Liga Veneta Franco Rocchetta.
Va segnalato, in proposito, che la D.I.A. nell’informativa del D.I.A. n. 3815/98 del 31/1/1998, sulla base dell’analisi della documentazione acquisita, giunge alla conclusione che l’avv. Menicacci è “l’elemento di collegamento principale fra la Liga Veneta e le iniziative leghiste centro–meridionali sviluppatesi negli anni ’90.
Nella storia della Lega Nord possono distinguersi tre periodi.
Il primo periodo (1983-1987), coincidente con la nascita della Liga veneta, riflette la crisi delle basi del consenso della DC nelle aree bianche e le incertezze che pervadono la struttura sociale della piccola impresa, centro dello sviluppo economico degli anni settanta. L’offerta politica leghista si esprime attraverso una rivendicazione di segno etno-regionalista. L’autonomia della regione viene cioè richiesta in nome dell’esistenza della “nazione veneta”. Si tratta, tuttavia, di una proposta che soddisfa solo in piccola parte la domanda della società, come viene messo in luce dalla declinante parabola dei consensi che riceve. Dalle indagini della D.I.A. è emerso che proprio all’interno della Liga Veneta si annoverano le maggiori e più significative presenze di personaggi legati alla massoneria (e segnatamente a Licio Gelli) ed agli ambienti della destra estrema, molti dei quali vicini a Stefano Delle Chiaie e all’avv. Stefano Menicacci[14].
Nel secondo periodo (1987-1990) il baricentro del movimento si sposta in Lombardia, per iniziativa della Lega Lombarda e del suo leader, Umberto Bossi. La proposta politica leghista ridimensiona l’idea di regione come “nazione” e valorizza, invece, quella di regione come “comunità di interessi”. La Lombardia diviene la terra in cui risiede e opera il “popolo dei produttori”, contrapposto allo “Stato centralista” e al Sud assistito. Il consenso elettorale registra una forte espansione dapprima in Lombardia, quindi in tutte le altre regioni del Nord.
Nel terzo periodo, la Lega da aggregazione di leghe regionali diviene la Lega Nord, federazione unitaria ispirata e guidata dalla leadership lombarda. In questo periodo (dal 1990 in poi) la Lega Nord si propone come antagonista del sistema partitico e delle istituzioni tradizionali. Riesce, così, a canalizzare i consensi e a catturare i dissensi di ampi settori della società, divenendo, alle elezioni politiche del 1992, il primo partito nelle aree più industrializzate del Nord.
E’ in questo periodo che si verifica una importante trasformazione del programma originario grazie all’intervento di Gianfranco Miglio, che diviene l’ideologo della Lega. Miglio ritiene che il neoregionalismo sia una cornice istituzionale non più adeguata, perché il contesto di riferimento - la regione - è troppo angusto. Sino a che i confini resteranno quelli attuali, il peso contrattuale delle regioni, nel conflitto con lo stato e con i partiti nazionali, risulterà inadeguato, teorizza.
La Lega, o meglio Bossi, si orienta di conseguenza: le leghe regionali, per iniziativa di quella lombarda che ne costituisce la componente egemone, lasciano così il posto alla Lega Nord, la quale si presenta come il “partito anti-partiti”, l’antagonista del sistema politico tradizionale.
Questo percorso sfocia nel febbraio del 1991, data in cui la Lega Nord celebra il suo primo congresso dopo la fusione nella Lega Nord di tutte le leghe preesistenti e dove si ipotizza uno stato federale articolato in macro-regioni: il Nord, il Centro e il Sud. E si giunge a proporre una vera e propria secessione, sostenendo che l’estensione macroregionale rispecchia la necessità di misurarsi con lo “stato centralista”, essendo “la Repubblica del Nord l’unico rimedio per tagliare il nodo della partitocrazia centralista, corrotta e mafiosa”.
Peraltro, già dal 1990, Bossi aveva iniziato a manifestare pubblicamente l’intenzione di estendere il progetto federalista della Lega Nord anche alle regioni del Centro e del Sud Italia. E nel settembre 1990 veniva pubblicata un’opera di Gianfranco Miglio dal titolo: “Una costituzione per i prossimi trent'anni. Intervista sulla terza Repubblica”, ove si prefigurava la costituzione di tre macro regioni, la Padania, il Centro e il Sud, destinate a far parte di uno Stato federale.
Intanto, già dall’aprile 1990, per iniziativa di Cesare Crosta, era iniziata l'attività della Lega Centro e della Lega Sud, entrambe aderenti alla Federazione nazionale delle Leghe promossa dalla Lega Lombarda, che raggruppava, per l'appunto, la Lega Nord, la Lega Centro e la Lega Sud[15]. Sia alla Lega Centro che alla Lega Sud facevano capo, a loro volta, numerose leghe regionali: Lega Centro Lazio, Lega Sud Sicilia, Lega Sud Calabria, etc.[16].
Quasi contestualmente vennero costituiti i movimenti leghisti meridionali, già menzionati, riconducibili al gruppo di Stefano Menicacci e Stefano Delle Chiaie, che anche pubblicamente anticipano di fare anch’essi riferimento alla Lega Nord. Si avvia, insomma, un processo di unificazione dei vari movimenti disseminati sul territorio nazionale (in particolare fra quelli di Crosta e quelli di Menicacci) e nel corso dello stesso anno (1990) emerge con evidenza l’impegno dell’estremismo di destra in favore del leghismo centro-meridionale rappresentato da Cesare Crosta, anch’egli peraltro proveniente da una militanza negli ambienti monarchici[17].
Va detto, tuttavia, che alla fine del 1991 il gruppo di Delle Chiaie e Menicacci sembra defilarsi dal progetto politico di Crosta (ufficialmente coordinato con la Lega Nord), per perseguire un altro e autonomo itinerario.
Infatti, in data 1 ottobre 1991, Stefano Delle Chiaie fondò con Adriano Tilgher[18] la “Lega Nazional Popolare”, che fra gli iscritti annoverava lo stesso Stefano Menicacci e numerosi personaggi provenienti dalle leghe costituite nel 1990 dal medesimo gruppo nell’Italia centro-meridionale, per lo più provenienti dalla destra estrema (come il noto Giancarlo Rognoni, leader negli anni ’70 del gruppo “La Fenice” di Milano e poi di “Ordine Nuovo”)[19]. Ed il 5 gennaio del '92 , venne creata una nuova aggregazione di vari movimenti denominata "Leghe delle Leghe", ove confluirono varie formazioni di ispirazione leghista-indipendentista costituitesi nell'Italia centro meridionale, fra le quali la Lega Nazional Popolare di Stefano Delle Chiaie e la Lega Italiana del gruppo gelliano, ufficialmente guidata da Domenico Pittella.
Il nuovo movimento si impegnò poi nella campagna elettorale del 1992, con esiti – tuttavia – poco apprezzabili, tanto che l’anno successivo il movimento assunse la nuova denominazione “Alternativa Nazional Popolare”, sostanzialmente rinunciando al vecchio progetto meridionalista.
Ricostruita così nelle linee generali l’evoluzione politica ed ideologica della Lega del Nord, in parallelo con la rassegna cronologica delle iniziative politiche del gruppo Gelli - Delle Chiaie dal 1991 al 1993, ben si comprende che il progetto di questi gruppi era quello di riprodurre al Sud lo stesso itinerario formativo della Lega del Nord. Prima, la costituzione di una serie di leghe regionali e poi, la loro fusione in un unico soggetto politico, la Lega delle Leghe che doveva presentarsi come l’equivalente al Sud della Lega Nord.
Quanto ai motivi di tale scelta politica, occorre considerare che nel 1991 la Lega Nord appariva in continua ascesa elettorale e, quindi, come l’ago della bilancia di qualsiasi futura coalizione governativa. Sicché la Lega Nord, coadiuvata da un eventuale analogo successo elettorale della Lega Sud, poteva certamente apparire in grado di imporre la riforma dello stato in senso federalista.
D’altronde, l’indirizzo e le finalità dell’attivismo politico di Gelli vennero da lui personalmente esplicitate in un’intervista, rilasciata nel settembre del 1992, nell’ambito della quale egli indicò Bossi come l’unica speranza; espresse il proprio disprezzo per i vertici politici del tempo (“la teppaglia che ci sta rapinando”); auspicò un colpo di stato per eliminare tali vertici; lamentò che non vi erano più veri militari per realizzare tale colpo di stato, del quale - a suo dire - vi sarebbero state pure le condizioni; indicò in Bossi e quindi nella Lega Nord l’unica via di uscita, manifestando la propria adesione allo sciopero fiscale, prodromo della secessione.
E in alcune interviste successive Gelli rilanciò la protesta antipartitica qualificando la classe politica come corrotta e iniqua e ribadendo che tale classe doveva essere eliminata.
La Lega delle Leghe del gruppo gelliano, dunque, non si presentava come movimento antagonistico della Lega del Nord ma, anzi, ne faceva proprio il programma e i contenuti ideologici, presentandosi come l’attore politico in grado di pilotare al Sud il programma di divisione dell’Italia in macroregioni.
Il progetto finale, come si è accennato, era quello della divisione del paese in due o tre macroregioni, con statuti di Stati autonomi, in un Italia federata destinata a perdere la propria identità nazionale e ad essere attratta al Nord sotto l’influenza della Europa del Nord e al Sud sotto l’influenza dei paesi del Nord Africa (Libia).
Ed è ben comprensibile che tale progetto facesse gola anche alle organizzazioni criminali. La frammentazione del paese in stati federali avrebbe consegnato il Sud all’egemonia del sistema criminale, e ciò anche grazie anche alla regionalizzazione del voto e all’introduzione del sistema uninominale che esaltavano le potenzialità di condizionamento delle votazioni da parte delle organizzazioni mafiose e delle lobbies criminali.
5. Le risultanze dell’indagine “Phoney Money”
Altre risultanze di rilievo nel presente procedimento sono emerse nell’ambito dell’indagine svolta dalla Procura della Repubblica di Aosta (alcuni atti della quale sono stati acquisiti dall’Ufficio) sulla figura di Gianmario Ferramonti, faccendiere arrestato nel ’96 perché ritenuto il principale artefice di una colossale truffa internazionale. E’ invero emerso che il Ferramonti, già amministratore della “Pontida Fin.” (società finanziaria della Lega Nord) ed esponente della Lega Nord fin dal 1991, era, da una parte, uno stretto collaboratore del professor Gianfranco Miglio e, dall’altra, al centro di una rete di relazioni con esponenti di spicco della massoneria italiana ed internazionale ed ambienti dei servizi italiani e stranieri. Emergenze che quindi costituiscono un sorprendente riscontro alle rivelazioni di Leonardo Messina sull’esistenza di rapporti fra la Lega Nord, in particolare il professor Miglio, ed ambienti della massoneria rappresentati da Licio Gelli.
Da tale inchiesta è emerso che il Ferramonti aveva ottime “entrature” negli ambienti dei Servizi italiani e stranieri, tanto da essere ritenuto da molti un uomo legato alla C.I.A. o comunque ad ambienti dei Servizi (cfr., in particolare, i verbali in atti dell’on. Umberto Bossi e dell’on. Roberto Maroni). Ed è risultato inoltre certamente in rapporti con esponenti di rilievo della massoneria, fra i quali Iginio Di Mambro.
Iginio Di Mambro, chiamato affettuosamente “papà” da Ferramonti nel corso delle telefonate intercettate, è risultato ricoprire un grado elevato della massoneria di Piazza del Gesù (secondo Ferramonti farebbe parte della massoneria americana) ed essere in contatto con varie organizzazioni italo-americane, nonché con gli ambienti più disparati: da Enzo De Chiara (di cui si dirà oltre) all’ex-agente del SISDE Roberto Napoli (quello che rivelò l’esistenza del c.d. “dossier Achille”, attività di dossieraggio sull’allora P.M. di Milano Antonio Di Pietro), dai massimi esponenti nazionali della Lega Nord ad alcuni personaggi siciliani di spicco della massoneria (fra i quali il Principe Alliata di Montereale ed il già citato Giorgio Paternò, fondatore con Lanari della Lega Meridionale)[20].
Significativi, poi, i rapporti di Ferramonti con Enzo De Chiara, indicato da numerosi testi (fra cui il Prefetto Umberto Pierantoni) come emissario della C.I.A. e già “consulente” della Casa Bianca; ritenuto da alcuni testi esponente della massoneria americana e certamente appartenente all’Ordine dei Cavalieri di Malta; in Italia alloggiava all’Hotel Ambasciatori - lo stesso di Licio Gelli - ed è certo che si conoscesse con quest’ultimo, come dimostra la sua agenda in sequestro; esponente della associazione italo-americana N.I.A.F, anch’egli in rapporti con vari esponenti della Lega, a partire dalla stessa epoca di Ferramonti (‘90-‘91).
Il Ferramonti è risultato inoltre essere in rapporti con personaggi contigui alla criminalità organizzata: in particolare, è stato “socio” di tale Girolamo Scalesse, in contatto – a sua volta - con la ‘ndrangheta.
Peraltro, Ferramonti nelle sue dichiarazioni, oltre ad attribursi il merito di avere contribuito all’accordo di Forza Italia con AN e con la Lega per le elezioni del 1994, è stato fra gli organizzatori dell’incontro (confermato dagli altri partecipanti) che si svolse presso un hotel di Roma, prima della formazione del Governo Berlusconi del ‘94, avente ad oggetto l’assegnazione del Ministero dell’Interno alla Lega: all’incontro parteciparono, con Ferramonti, l’allora Capo della Polizia Vincenzo Parisi, Enzo De Chiara, l’on. Umberto Bossi e l’on. Roberto Maroni (poi effettivamente nominato Ministro). E prima d’allora, il Ferramonti era stato protagonista di un’altra vicenda, certamente inquietante: nel novembre del 1993, si era rivolto ad Enzo De Chiara perché vi fosse un intervento “americano” per “congelare” un progetto del governo Ciampi di ristrutturazione dei Servizi di Sicurezza e il paventato affidamento al prof. Pino Arlacchi di un incarico governativo di controllo dei Servizi di Sicurezza (cfr., in merito, le deposizioni di Ferramonti e di Arlacchi, in atti).
6. L’indagine su “Sicilia Libera”
Nell’ambito di altro procedimento penale specificamente concernente i responsabili del movimento “Sicilia Libera” sono stati acquisiti ulteriori riscontri all’ipotesi ricostruttiva oggetto del presente procedimento.
Come si è già accennato, è stato soprattutto il collaboratore Tullio Cannella a fornire un contributo decisivo per chiarire l’intera vicenda della genesi di questa formazione politica e dei suoi rapporti con Cosa Nostra.
Cannella ha, in particolare, riferito che essa nacque principalmente per iniziativa di Leoluca Bagarella che aveva intenzione di fondare un soggetto politico nuovo controllato direttamente da Cosa Nostra, in quanto l’organizzazione mafiosa era stata tradita dai politici che aveva appoggiato in precedenza, i quali “si erano presi i voti e non avevano mantenuto le promesse”. E ha spiegato inoltre che la nascita del nuovo soggetto politico era inserita in un progetto più ampio che contemplava il raccordo del movimento siciliano con altre analoghe formazioni di ispirazione autonomista-secessionista del Meridione d’Italia: l’obiettivo finale era la separazione della Sicilia dal resto d’Italia al fine di tutelare meglio anche in sede politica gli interessi dell’organizzazione mafiosa.
Il Cannella, che curò personalmente tutte le fasi organizzative del nuovo movimento per conto di Bagarella, ha spiegato che l’iniziativa di quest’ultimo non era certamente solo nell’interesse proprio, ma di tutta l’organizzazione mafiosa, tant’è che egli agiva con il pieno consenso dei vertici di Cosa Nostra, in particolare di Giovanni Brusca e dei fratelli Graviano. Ma ha precisato, altresì, che il progetto legato a Sicilia Libera andò scemando nel corso del 1994, a causa del progressivo disimpegno, prima dei Graviano e di Brusca, e poi dello stesso Bagarella, che avevano deciso di orientare l’appoggio di Cosa Nostra verso un’altra formazione politica. Bagarella infatti disse esplicitamente a Cannella che alle elezioni del ’94 occorreva appoggiare Forza Italia. In effetti, il Presidente della formazione politica palermitana Edoardo La Bua cercò, dopo l’abbandono del progetto di Sicilia Libera, di riciclare le risorse mobilitate per quell’esperienza politica all’interno di Forza Italia[21]. Dagli accertamenti è emerso che La Bua è stato responsabile di un club palermitano del movimento Forza Italia, denominato “Forza Italia-Sicilia Libera”: dalla documentazione acquisita presso la sede di Sicilia Libera, risulta che il club fu certamente attivo nel 1994 e sino al febbraio 1995. Così come è emerso dalle annotazioni nelle agende e rubriche telefoniche sequestrate all’on. Dell’Utri, uno dei principali artefici del progetto politico di Forza Italia, un tessuto di relazioni che legava molti dei principali esponenti siciliani del nuovo movimento politico ai protagonisti della più recente stagione “meridionalista”: da Domenico Orsini a Nando Platania (si vedano sul punto anche le dichiarazioni dell’on. Gianfranco Micciché del 2 agosto 1996).
Le dichiarazioni di Cannella hanno trovato puntuali e molteplici conferme sia da vari collaboratori di giustizia, sia da alcune persone informate sui fatti, sia da numerose risultanze documentali ed accertamenti di polizia giudiziaria.
Giovanni Brusca ha confermato l’interesse suo e di Leoluca Bagarella per Sicilia Libera, gli obiettivi che Cosa Nostra intendeva perseguire con la nuova formazione ed il fatto che essa si inseriva nella ristrutturazione dei rapporti con la politica che Cosa Nostra aveva deciso di attuare dopo aver definitivamente “rotto” con i referenti tradizionali, rottura sanzionata con l’omicidio dell’on. Salvo Lima.
Antonio Calvaruso, molto vicino allo stesso Cannella e a Leoluca Bagarella, ha confermato le dichiarazioni di Cannella in ordine all’attività organizzativa preliminare alla nascita di Sicilia Libera ed al ruolo svolto da Bagarella e Brusca “dietro le quinte” della nuova formazione politica.
E l’imprenditore Giovanni Ienna ha, quanto meno parzialmente, confermato il ruolo di Tullio Cannella all’interno di Sicilia Libera e le dichiarazioni di quest’ultimo in ordine all’attività da lui svolta.
Sostanziali ammissioni ha fatto perfino La Bua Edoardo, nominato Presidente del movimento politico palermitano il 13 novembre 1993 (la costituzione del partito avvenne in data 8 ottobre 1993), il quale, pur sostenendo di essere inconsapevole del ruolo rivestito da Leoluca Bagarella, ha confermato i suoi rapporti con il Cannella e l’attività da quest’ultimo svolta. E dall’agenda personale del La Bua e dall’ulteriore documentazione sequestratagli in occasione della perquisizione effettuata presso la sua abitazione, sono emersi altri significativi elementi obiettivi di conferma delle dichiarazioni di Tullio Cannella in ordine alla rete di relazioni in cui era inserito il nuovo movimento politico.
Con particolare riferimento a quanto di specifico interesse nel presente procedimento, dalle indagini espletate è poi emerso con evidenza che dietro la costituzione del nuovo soggetto politico vi era un progetto di ben più ampio respiro che investiva non solo Palermo e provincia, bensì tutti i territori siciliani caratterizzati da cospicue presenze di Cosa Nostra; e che nell’esperienza di Sicilia Libera si era trasfusa la stessa commistione, ravvisata nelle leghe meridionaliste costituite qualche anno prima da Gelli e Delle Chiaie, di personaggi di estrazione diversa, per lo più riconducibili a tre ambienti di provenienza: la criminalità organizzata, la massoneria e l’estrema destra.
In provincia di Catania, il movimento Sicilia Libera venne fondato il 28 ottobre 1993 da Antonino Strano (nominato segretario regionale del movimento nel novembre 1993 e poi candidato alla Presidenza della Provincia di Catania alle elezioni amministrative del 1994), dall’avv. Giuseppe Li Pera (difensore di fiducia di vari uomini d’onore della famiglia mafiosa di Catania fra cui Alfio Fichera e Santapaola Salvatore, fratello di Nitto) e da Gaspare Di Paola (dirigente del gruppo imprenditoriale dei Fratelli Costanzo). Nell’atto costitutivo si indicavano come obiettivi politici del movimento, fra gli altri, quello di “pervenire alla realizzazione di piccoli Stati, dotati di ampia autonomia, riuniti in uno Stato federale” e quello di trasformare la Sicilia in una "...isola felice del divertimento..." anche aprendo case da gioco.
Dagli accertamenti espletati proprio il segretario regionale Antonino Strano è risultato essere al centro di una rete di relazioni che, da una parte, lo collegava con esponenti della criminalità organizzata, in particolare con i fratelli Cappello Santo e Salvatore (cfr. nota D.I.A. n. 3815/98 del 31/1/1998) e – secondo i collaboratori Cannella e Pattarino – anche con Alfio Fichera, uomo d’onore di spicco, rappresentante degli interessi di Nitto Santapaola all’interno del movimento Sicilia Libera[22] e, dall’altra, lo riconnetteva con la pregressa esperienza delle leghe meridionali “gelliane”, visto che egli era stato anche segretario provinciale della Lega Meridionale dell’avv. Egidio Lanari[23] (si noti che Catania è stata una delle poche province italiane ad essere sede di una segreteria provinciale di quel movimento). Anche l’on. Strano, peraltro, proveniva politicamente dalle file della destra tanto che, dopo il fallimento dell’esperienza “Sicilia Libera”, è confluito in Alleanza Nazionale.
Nel trapanese all’attività del movimento Sicilia Libera era direttamente interessato il rappresentante provinciale Vincenzo Virga, circostanza affermata prima da Cannella e poi confermata dal collaboratore Sinacori Vincenzo (reggente del mandamento di Mazara del Vallo) e soprattutto da Marceca Giuseppe, il quale, chiamato in causa da Cannella come l’uomo politico incaricato dal Virga di organizzare Sicilia Libera nella provincia di Trapani, ha ammesso di avere svolto tale ruolo, confermando gli incontri con Cannella, con lo stesso Virga e con altri personaggi da questi delegati a curare gli “interessi politici” di Cosa Nostra nella provincia. Dalle dichiarazioni di Marceca è emersa anche la conferma del progressivo disinteresse di Cosa Nostra verso Sicilia Libera registratosi nel corso del 1994: il Virga infatti, anche sulla base delle perplessità manifestategli dal Marceca, si andò disimpegnando da quell’avventura politica e lo stesso Marceca finì per confluire nelle file di Alleanza Nazionale.
Peraltro, tale diffusione sul territorio siciliano era inserita – così come dichiarato da Cannella - in un ben più ampio progetto di coordinamento del movimento politico con altre similari organizzazioni dell’Italia meridionale.
Ulteriori conferme in merito sono state acquisite con particolare riferimento alla riunione di Lamezia Terme. In particolare, Marchioni Giovanni, un imprenditore vicino alla Lega Italia Federale (articolazione romana della Lega Nord) ha confermato la partecipazione a quella riunione dei rappresentanti di Sicilia Libera (Edoardo La Bua per Palermo e Antonino Strano per Catania), Calabria Libera (l’on. Beniamino Donnici, organizzatore del convegno, ed indicato da Cannella come persona vicina alla ‘ndrangheta), Lucania Libera e Campania Libera e ha confermato altresì quanto dichiarato da Cannella sulla partecipazione del Principe Domenico Orsini, che si propose come candidato unico del futuro raggruppamento di tutte quelle organizzazioni.
Importanti, anche, le ammissioni dello stesso Principe Orsini, anch’egli proveniente dalle file dell’estrema destra e transitato nella Lega Italia Federale, il quale ha confermato, oltre la sua partecipazione alla riunione di Lamezia Terme, anche i suoi rapporti con Cannella e l’offerta di candidatura alle successive elezioni nazionali che gli propose lo stesso Cannella. L’Orsini ha ammesso inoltre di avere chiaramente intuito il tipo di interessi che Sicilia Libera intendeva tutelare, specialmente dopo che Cannella gli disse esplicitamente che “occorreva tenere un discorso all’Ucciardone per poi perorare la causa del noto 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario” (l’invito – ha dichiarato Marchioni – era esplicito: “bisognava fare qualcosa per i carcerati”), sostenendo di essersi tirato indietro dal movimento non appena aveva compreso che dietro il movimento si potesse celare qualcosa di illecito (che ha poi esplicitamente indicato in “una entità misteriosa che non ho dubbi a chiamare mafia”). Successivamente anche Orsini proseguì il suo impegno politico all’interno di Alleanza Nazionale. Appare, inoltre, utile evidenziare che il Principe Orsini, secondo le dichiarazioni di Tullio Cannella e del piduista Giorgio Billi, è anch’egli massone ed in rapporti con Licio Gelli, che lo stesso Orsini ha ammesso di avere conosciuto recandosi presso la sua villa di Arezzo.
Conferme sono emerse anche dalle indagini della D.I.A.[24]. Si è accertato che già il 26 Settembre 1993 si è svolta, in Calabria, una riunione alla quale sono stati invitati anche rappresentanze dei Movimenti federalisti della Sicilia, della Puglia e della Campania, con l'impegno di mettere in moto un "processo di liberazione del Meridione", soprattutto attraverso la costituzione di una "Lega dei Meridionali", primo passo per gettare le basi della fondazione di uno stato federalista. Successivamente, verso la fine del mese di ottobre 1993, si svolgeva a Napoli una riunione ristretta a cui partecipavano i responsabili dei principali movimenti meridionalisti (fra cui il calabrese Beniamino Donnici, fondatore di Calabria Libera; Belmonte Vincenzo, esponente della Lega Lucana, considerato referente politico di Umberto Bossi, Tempesta Biagio, fondatore di Abruzzo Libero, Bigliardo Roberto, già militante della Lega Nazional Popolare di Stefano Delle Chiaie). E, in esito alla “I Convenzione Nazionale dei Movimenti Meridionalisti”, tenutasi a Napoli nel gennaio 1994, venne fondato un nuovo movimento denominato "Unione Mediterranea", alla presenza – fra gli altri – in rappresentanza dei rispettivi movimenti di: Orsini Domenico (Movimento Autonomo del Lazio), Belmonte Vincenzo (Movimento Autonomo Lucano), Donnici Beniamino (Movimento Calabria Libera), Dell'Omo Antonino (Lega Italia Federale di Bari), Gabbianelli Giancarlo (Movimento Sociale per Viterbo), Tempesta Stefano (Italia Federale Lazio), Tempesta Biagio (Movimento Abruzzo Libero), Strano Antonino (Movimento Sicilia Libera). Nel corso dei lavori veniva eletto Presidente della Convenzione l'On. Staiti di Cuddia, già aderente al M.S.I. e ad Alternativa Nazional Popolare (la formazione che faceva riferimento a Stefano Delle Chiaie).
Nei mesi successivi, tuttavia, l’operazione politica si rivelava sempre più velleitaria ed i risultati raccolti nelle successive elezioni amministrative e politiche, svoltesi nello stesso 1994, dai vari movimenti meridionalisti si rivelava assai modesto.
Il che corrisponde alla ricostruzione della vicenda che ha fornito Tullio Cannella, dall’ottica di Cosa Nostra. Cosa Nostra, ma si potrebbe dire l’intero sistema criminale, non “credeva” più nelle prospettive – a breve scadenza – di un progetto di tipo separatista. La ristrutturazione delle relazioni politiche avvenne con altri interlocutori, verso direzioni e nell’ambito di strategie diverse. Il tentativo di Leoluca Bagarella, e con lui di alcuni pezzi del sistema criminale, di riprendere il progetto originariamente elaborato nel 1990-91 si rivelò velleitario e fallimentare. Ed infatti, lo stesso Bagarella, vero “artefice” di Sicilia Libera, abbandonò il progetto per allinearsi alle diversa strategia adottata dagli altri capi di Cosa Nostra, da Provenzano e dai Graviano in particolare.
Conclusioni
La sintetica rassegna fin qui svolta delle risultanze in atti, acquisite direttamente dall’Ufficio o da altre autorità giudiziarie nell’ambito del presente procedimento, fornisce un quadro sufficientemente compiuto dei risultati della complessa ed imponente attività investigativa svolta (l’intero incartamento processuale consta di ben 47 faldoni), avvalendosi di mezzi di ricerca della prova di varia natura e qualità: dall’esame dei numerosi collaboratori di giustizia (agli atti vi sono le dichiarazioni di più di sessanta collaboranti) all’audizione di molte persone informate sui fatti protagoniste delle numerose vicende costituenti oggetto del procedimento, dalle intercettazioni telefoniche all’acquisizione di tabulati telefonici, dalle metodiche tradizionali di indagine per la puntuale ricerca di riscontri obiettivi alle dichiarazioni di collaboratori e testi, fino all’analisi ragionata ed incrociata di documenti di provenienza diversa (si segnalano, in questo senso, l’approfondito studio dell’evoluzione dei movimenti leghisti meridionali contenuto nelle informative del I Reparto della D.I.A. e la consulenza tecnica della dott.ssa Piera Amendola sulle interrelazioni fra i soggetti indagati nel contesto dei rapporti fra criminalità organizzata e massoneria).
Peraltro, va segnalato che nella presente richiesta sono stati presi in considerazione soltanto quegli elementi ritenuti probatoriamente significativi in quanto provenienti da fonti la cui attendibilità è stata sufficientemente riscontrata. Pertanto, non si è fatta neppure menzione delle dichiarazioni provenienti da soggetti, la cui attendibilità non è stata positivamente riscontrata, anche allorquando si trattava di dichiarazioni convergenti col quadro probatorio finora delineato. Per questo motivo, ad esempio, non sono state in questa sede riportate né le dichiarazioni di Elmo Francesco, stante la loro totale inutilizzabilità – allo stato degli atti - in mancanza dell’identificazione della fonte (un misterioso personaggio che farebbe parte di una non meglio precisata “struttura” dei servizi di sicurezza) che avrebbe fornito al dichiarante informazioni sul “piano eversivo”, né quelle del noto faccendiere Francesco Pazienza che ha fatto oscuri e criptici riferimenti agli obiettivi perseguiti dalla mafia con la strategia stragista.
Poiché l’avvenuta scadenza dei termini delle indagini preliminari impone di assumere le determinazioni in ordine all’esercizio dell’azione penale, occorre passare alla disamina del materiale probatorio acquisito per verificare se esso sia costituito da elementi idonei per sostenere l’accusa in giudizio nei confronti degli indagati.
Riassumendo conclusivamente le emergenze processuali si può ritenere, in sintesi, sufficientemente provato:
  • che fra la fine del 1991 e gli inizi del 1992 si svolsero riunioni fra i capi di Cosa Nostra delle varie province per deliberare l’approvazione di una profonda ristrutturazione dei rapporti con la politica che si articolava in due fasi: l’azzeramento dei rapporti con i referenti tradizionali e la creazione delle condizioni più propizie per il sorgere di nuovi soggetti politici che fossero diretti interpreti delle istanze della criminalità organizzata e degli interessi con esse convergenti di quello che si è definito il “sistema criminale”;
  • che in Cosa Nostra si pensò che per raggiungere tali obiettivi fosse necessaria l’attuazione di una strategia della tensione da realizzarsi anche mediante una campagna di attentati indiscriminati che determinasse effetti destabilizzanti;
  • che nello stesso periodo venne proposta l’adesione a tale strategia alle altre organizzazioni criminali del meridione (in particolare, alla ‘ndrangheta e alla Sacra Corona Unita);
  • che, all’interno di Cosa Nostra, si ipotizzò che tale fine potesse essere realizzato mediante l’inasprimento delle istanze separatiste storicamente latenti in Sicilia e lo sfruttamento del successo politico della Lega Nord, al fine di favorire la secessione della Sicilia e delle altre regioni meridionali d’Italia dal resto della nazione, così ritenendo di poter meglio gestire in sede politica gli interessi illeciti del “sistema criminale”;
  • che nel medesimo periodo cominciarono a formarsi nel meridione d’Italia nuovi soggetti politici di ispirazione separatista;
  • che la costituzione dei nuovi movimenti politici meridionalisti era prevalentemente ispirata da personaggi legati alla massoneria ed alla criminalità organizzata;
  • che tali nuovi soggetti politici stabilirono rapporti con la Lega Nord;
  • che all’interno della Lega Nord, soprattutto alle sue origini, vi erano influenti personaggi legati alla massoneria;
  • che, negli anni immediatamente successivi all’elaborazione del progetto di “ristrutturazione violenta” dei rapporti della criminalità organizzata con la politica, furono posti in essere omicidi e stragi con la finalità di azzerare i rapporti con i vecchi referenti politici e di determinare effetti destabilizzanti nel Paese;
  • che fra i principali protagonisti di questa strategia politico-criminale vi sono stati non soltanto appartenenti a Cosa Nostra (a cominciare da Totò Riina), ma anche soggetti “esterni” ad essa legati come Licio Gelli (indicato da alcuni collaboranti come “regista” del progetto, e certamente attivo protagonista del fenomeno delle leghe meridionali);
  • che improvvisamente, alla fine del ’93, Cosa Nostra rinunciò alla strategia stragista nel momento del suo massimo inasprimento;
  • che, quasi contestualmente, l’investimento nel progetto separatista fu abbandonato e la ristrutturazione dei rapporti della criminalità organizzata con la politica venne poi perseguita dirottando tutte le risorse nel sostegno di una nuova formazione politica nazionale.
Ciò premesso, va osservato che anche da questa rassegna sintetica delle emergenze processuali si evidenziano i due punti “critici” della ricostruzione investigativa delle vicende oggetto del procedimento:
  • la prova certa di un nesso di tipo causale fra la strategia deliberata all’interno di Cosa Nostra ed il sorgere dei movimenti politici meridionalisti;
  • la prova, strettamente connessa alla prima, della costituzione di una vera e propria “associazione” finalizzata alla realizzazione di un programma eversivo-secessionista mediante la commissione di atti violenti.
Invero, è sufficientemente accertato che nel 1991-1992 il vertice di Cosa Nostra, preso atto della “crisi” definitiva dei rapporti con i referenti politici tradizionali, decise di sancire definitivamente la frattura anche con la commissione di atti violenti: l’omicidio dell’on. Salvo Lima, nel marzo 1992, fu la prima esecuzione di tale scelta strategica definitiva. Ed è provato che in Cosa Nostra venne presa in seria considerazione l’opzione “secessionista”, per la realizzazione della quale si realizzò un coinvolgimento delle altre “mafie nazionali” (in particolare della ‘ndrangheta).
E’ parimenti accertato che, prima ancora della definitiva decisione di attuare tali atti violenti finalizzati all’azzeramento dei rapporti con gli antichi referenti politici, vi fu un’azione coordinata proveniente da ambienti della massoneria deviata (già legati soprattutto alla P2 e a Licio Gelli), della destra eversiva (facente riferimento soprattutto a Stefano Delle Chiaie) e della criminalità organizzata, tendente a creare i presupposti per la nascita e l’affermazione di un nuovo soggetto politico di riferimento (la “Lega delle Leghe meridionali”), cercando di inserirsi nel fenomeno in ascesa del leghismo settentrionale in coordinamento con le componenti, di analoga natura, presenti anche in quest’ultimo.
Non si è acquisita, d’altro canto, la prova certa che i principali protagonisti di tale operazione politica – in particolare, Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie - siano stati anche gli ispiratori del piano “politico-eversivo-criminale” che fece breccia all’interno di Cosa Nostra, essendo plausibile anche la spiegazione alternativa che essi abbiano tentato di sfruttare a proprio vantaggio la situazione di “sofferenza” attraversato dai rapporti della criminalità organizzata con la politica.
Altro dato non sufficientemente chiarito è il nesso fra la strategia della tensione adottata da Cosa Nostra nel biennio ’92-’93 e il piano politico-eversivo in questione. Se, infatti, non può esservi dubbio alcuno sull’immediato legame dell’omicidio Lima e dell’omicidio di Ignazio Salvo con la irrevocabile decisione di Cosa Nostra di azzerare i rapporti con i vecchi referenti politici, l’indubbia finalità destabilizzante, perseguita con le stragi palermitane del ’92 e con gli attentati posti in essere a Roma, Firenze e Milano nel ’93, non è sufficiente a stabilire un collegamento assolutamente certo col piano eversivo elaborato fra il ’91 e il ’92. Anzi, come si desume anche dalle sentenze finora emesse dalle Corti d’Assise di Caltanissetta e di Firenze su quei fatti stragisti, si verificarono nel corso del tempo degli ulteriori fatti, certamente imprevedibili nel 1991, che hanno verosimilmente influito in modo determinante e in corso d’opera sulle scelte strategiche dei vertici dell’organizzazione criminale.
In primo luogo, è accertato che nel 1992, nel pieno della strategia stragista, Riina ebbe vari contatti con soggetti estranei all’organizzazione mediante i quali nacque una “trattativa” dai contorni ancora non sufficientemente chiariti, all’interno della quale Cosa Nostra “offriva” l’interruzione della strategia stragista per ottenere vantaggi per l’organizzazione (in merito, ed in particolare sul c.d. “papello” di Riina, hanno reso dichiarazioni Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca). E dalle dichiarazioni di vari collaboratori, soprattutto di Giovanni Brusca, è emerso che - paradossalmente - un motore ed un acceleratore della strategia stragista fu proprio la convinzione dei capi di Cosa Nostra (ed in particolare di Totò Riina) di poter ottenere il soddisfacimento delle richieste contenute nel c.d. “papello” recapitato agli interlocutori della “trattativa”, soltanto “alzando” il prezzo della “tregua”, innalzando il livello dello scontro.
In questo contesto, pertanto, non può essere trascurata l’ipotesi che il fatto nuovo, costituito dal sorgere di nuovi interlocutori della “trattativa”, possa avere indotto i capi di Cosa Nostra a vedere l’opzione secessionista non tanto come obiettivo finale da perseguire, quanto come ulteriore mezzo per la migliore conclusione della “trattativa”. La minaccia di un’opzione così radicale poteva ben essere ritenuta un ulteriore argomento per “convincere” l’interlocutore a trattare, a stabilire un rapporto di duratura interlocuzione. Vanno rammentate, in proposito, le dichiarazioni di Pennino, secondo il quale il riaffiorare di istanze separatiste in seno a Cosa Nostra è stato spesso ispirato dal fine di lanciare dei “segnali”: minacciare la separazione della Sicilia per ricontrattare i rapporti di forza con vecchi e nuovi referenti politici. E’ chiaro che il pericolo per certi assetti di potere costituiti, ed interessati a “risolvere” il problema della strategia della tensione messa in atto da Cosa Nostra, si incrementava in presenza della “minaccia aggiunta” che tale strategia stragista, portata fino alle sue estreme conseguenze, avrebbe potuto condurre ad un vero e proprio golpe secessionista con conseguenze difficilmente prevedibili.
L’indagine sulla “trattativa”, che esula dal rigoroso perimetro degli accertamenti relativi alla fattispecie penali oggetto del presente procedimento, non ha peraltro consentito – fino ad oggi – di chiarirne fino in fondo i contorni e soprattutto gli effetti sugli accadimenti successivi. Ma, come si spiegherà oltre, l’approfondimento investigativo della vicenda della c.d. “trattativa” costituisce oggetto di separato procedimento penale, già stralciato dal presente fascicolo, sicché non è il caso - in questa sede - di indugiare ulteriormente sull’argomento.
E’ indubbio, ad ogni modo, che proprio l’arresto di Riina ed il conseguente cambio di guardia al vertice di Cosa Nostra ha costituito un fatto certamente di grande rilievo che – come si dice in motivazione della sentenza della Corte d’Assise di Firenze richiamando le dichiarazioni di Giovanni Brusca – “scombussolò i programmi e rimescolò le carte sul tavolo”. Appare plausibile che taluno degli esponenti di vertice di Cosa Nostra, in particolare Leoluca Bagarella, abbia tentato di “proseguire” in parte la strategia di Riina (è accertato che Bagarella più volte manifestò esplicitamente questa sua intenzione in riferimento alla strategia stragista) anche riproponendo la tecnica dei “due tavoli”, da una parte cercando di ripristinare canali per “trattare” una tregua e, dall’altra, coltivando prospettive secessioniste con l’esperienza di “Sicilia Libera”.
E’ altresì accertato che la strategia stragista improvvisamente cessò anche per scelta di Cosa Nostra e che ciò avvenne quasi contestualmente al definitivo disimpegno rispetto all’esperienza dei movimenti meridionalisti, cui seguì il massiccio investimento di uomini e risorse verso altre formazioni politiche. Se ciò sia avvenuto anche per effetto della prosecuzione e dell’esito della “trattativa” è ipotesi logicamente plausibile, ma non sufficientemente provata e, in ogni caso, esulante dallo specifico oggetto del presente procedimento, così come ne è esulante l’incidenza che possa avervi avuto l’evoluzione dei rapporti di Cosa Nostra con altri soggetti, i quali si sono impegnati all’interno di nuove formazioni politiche dopo il tramonto della prospettiva secessionista (è il caso – ad esempio – dell’on. Marcello Dell’Utri, risultato prima in contatto con vari personaggi impegnati nel progetto meridionalista, e poi protagonista della nascita di Forza Italia).
Peraltro, è noto che non si è ancora fatta piena luce su molti dei fatti presi in considerazione, anche incidentalmente, nell’ambito del presente procedimento. Seppure le investigazioni delle varie autorità giudiziarie competenti abbiano consentito di fare breccia su alcuni dei misteri più fitti della recente storia nazionale, aprendo importanti squarci di verità, permangono delle inquietanti zone d’ombra su talune vicende chiave di quegli anni, che hanno segnato la transizione da quella che si definisce la “Prima” alla c.d. “Seconda” Repubblica.
In particolare, incompleto si è finora rivelato l’accertamento della verità su:
  • l’esistenza o meno di “mandanti esterni” dei fatti omicidiari e stragisti del ’92 e del ’93;
  • le varie “trattative” che Cosa Nostra intavolò anche attraverso esponenti delle istituzioni, l’esatto contenuto di tali trattative, l’esatta identità degli interlocutori delle stesse, l’esito di tali trattative;
  • il livello di compenetrazione e convergenza, stabilitosi in quegli anni, fra gli interessi mafiosi e quelli di ambienti ad essi contigui, per lo più di derivazione massonica, e l’incidenza di tale “contiguità” sulle scelte strategiche della criminalità organizzata;
  • l’eventuale interferenza fra accadimenti apparentemente lontani fra loro: la strategia destabilizzante posta in essere dalla criminalità organizzata ed altre vicende con effetti obiettivamente destabilizzanti (dai tentativi di strumentalizzare la vicenda giudiziaria dei c.d. “fondi neri del SISDE” alla storia del c.d. “dossier Achille” e delle altre forme di dossieraggio nei confronti della magistratura inquirente, specialmente milanese).
E non ci si può esimere dall’evidenziare che il permanere di tali zone d’ombra si è in parte determinato anche per effetto dell’arrestarsi di un processo di progressivo disvelamento della verità, all’interno del quale un contributo importante è stato certamente fornito dalle rivelazioni dei collaboratori di giustizia. Sicché, al compiuto accertamento della verità su tali fatti ha nuociuto non poco la battuta d’arresto determinatasi negli ultimi anni nel fenomeno della collaborazione con la giustizia (anche per effetto di certe polemiche spesso strumentali contro i collaboranti).
In particolare, su certi “vuoti di conoscenza” in ordine a rilevanti aspetti dei fatti oggetto del presente procedimento non poco ha inciso la riluttanza ad affrontare tali tematiche da parte di capi mafia di sicuro spessore, che hanno intrapreso la strada della collaborazione con la giustizia, come Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca.
Peraltro, va segnalato che su alcuni di tali fatti non pienamente chiariti questo Ufficio ha tuttora in corso indagini preliminari nell’ambito di separati procedimenti penali: in particolare, sull’omicidio dell’on. Salvo Lima, al fine di verificare eventuali ulteriori responsabilità di soggetti “esterni” a Cosa Nostra, e sulla vicenda del c.d. “papello” di Totò Riina, entrambi già stralciati dal presente procedimento.
Ciò nonostante, sulla base di tutte le superiori considerazioni, il pubblico ministero ritiene di poter pervenire ad una valutazione conclusiva del materiale probatorio acquisito, propedeutica all’assunzione delle proprie determinazioni in ordine all’esercizio dell’azione penale.
In primo luogo, è certo che la strategia “pensata” nel 1991 subì più di un “aggiustamento” negli anni successivi, subì integrazioni, scarti e perfino qualche deviazione.
In secondo luogo, non può sottacersi che la presenza di alcuni significativi “buchi neri” nell’accertamento della verità sugli avvenimenti di quegli anni non consente di ricostruire compiutamente tutti i tasselli delle dinamiche criminali dei primi anni ‘90.
E’ ormai accertato che sia gli atti violenti programmati nel ’91-’92, sia quelli effettivamente realizzati nel ’92-’93, furono “delitti politici”, definibili tali non solo per la qualità degli obiettivi, ma per le finalità perseguite, nel senso che Cosa Nostra intendeva “ristrutturare” e “regolare” i propri rapporti con la politica. Ed alcuni di questi furono realizzati con modalità terroristiche.
Non vi è prova certa, invece, che essi furono “delitti eversivi” nel senso tecnico del termine, cioè che vennero realizzati per fini di eversione[25]. Anche perché non è provato che il progetto secessionista, certamente coltivato nel 1991, abbia costituito il primario obiettivo perseguito anche negli anni successivi, se non come “minaccia” prospettata al fine di contrattare nuovi rapporti politici più vantaggiosi per l’associazione mafiosa.
In definitiva, neppure la disamina degli accadimenti successivi all’epoca dell’elaborazione del piano eversivo-criminale consente di colmare il deficit probatorio in ordine ai due “punti critici” sopra evidenziati: l’accertamento di un nesso causale fra il piano eversivo ed il sorgere dei movimenti politici meridionalisti e la prova della costituzione di una vera e propria “associazione” finalizzata alla realizzazione di un programma eversivo-secessionista mediante la commissione di atti violenti.
Venendo, dunque, alle valutazioni conclusive in ordine alla consistenza probatoria degli elementi acquisiti in ordine alla configurabilità dei reati per cui si procede nei confronti degli odierni indagati, il pubblico ministero ritiene che gli elementi acquisiti nei confronti degli indagati Cattafi Rosario, Battaglia Filippo e Mandalari Giuseppe non siano sufficienti per affermarne la partecipazione al piano eversivo-criminale elaborato da Cosa Nostra nel 1991.
Sul conto di Cattafi e Battaglia, gli elementi indiziari emersi sono costituiti, oltre che da quelli relativi alla loro lunga “carriera” in seno alla criminalità organizzata[26] dalle dichiarazioni di alcuni collaboranti come Maurizio Avola[27], dai legami di Cattafi con Pietro Rampulla, il c.d. “artificiere” della strage di Capaci, anch’egli proveniente dalle fila di Ordine Nuovo, e dai contatti telefonici fra utenze in uso al Cattafi con soggetti riconducibili a Licio Gelli e a Stefano Delle Chiaie fra la fine del 1991 e gli inizi del 1992, e cioè proprio nel periodo di elaborazione del piano eversivo e di massimo impegno di Gelli e Delle Chiaie nel progetto politico delle leghe meridionali[28]. Il che è certamente insufficiente per sostenere l’accusa nei confronti di Cattafi e Battaglia.
Nei confronti di Mandalari Giuseppe gli unici elementi direttamente refluenti sull’oggetto del presente procedimento sono costituiti dalle dichiarazioni di Massimo Pizza e Antonio D’Andrea circa l’interesse manifestato da Mandalari per il movimento della Lega Meridionale ed il suo tentativo di orientarne gli indirizzi politici in senso più spiccatamente separatista, così assecondando la realizzazione degli obiettivi del “piano eversivo”. In mancanza, tuttavia, di elementi individualizzanti ulteriori rispetto alle acquisizioni concernenti i suoi rapporti con Cosa Nostra (sulla base delle quali il Mandalari è già stato condannato per associazione mafiosa), ciò appare troppo poco, anche sul piano indiziario, per arguirne una partecipazione all’associazione eversiva in discorso.
In relazione alle rimanenti posizioni, il pubblico ministero ritiene che non sia sufficientemente provata la sussistenza di un nesso causale fra la deliberazione in seno a Cosa Nostra del piano eversivo-criminale ed il progetto di organizzazione delle leghe meridionali del gruppo facente capo a Gelli - Delle Chiaie.
Come si è evidenziato in premessa, per ritenere configurabile il reato di cui all’art. 270 bis c.p., in quanto illecito associativo, è necessario provare un quid pluris rispetto al mero accordo per la commissione di atti violenti con finalità di eversione dell’ordine costituzionale. Occorre la prova di un vincolo associativo fra i membri del sodalizio che concretamente si traduca nell’essenziale requisito organizzativo. La speciale pericolosità dell’associazione, che ne giustifica l’incriminazione a prescindere dall’effettiva commissione degli atti violenti in programma, deriva infatti dall’esistenza di un vero e proprio sodalizio organizzato al suo interno in vista dell’attuazione dei fini illecito-eversivi dell’associazione medesima.
Nel caso di specie, la difficoltà probatoria si complica ulteriormente per il dato che molti degli indagati sono, a loro volta, membri di altre associazioni illecite, soprattutto di tipo mafioso. Altri ancora, come Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, hanno in prima persona svolto attività “organizzativa” di movimenti politici separatisti. Ovviamente, però, non è sufficiente essere inseriti in “altre” organizzazioni o avere svolto attività “organizzative” diversamente finalizzate, perché sia integrato il requisito organizzativo dell’associazione eversiva. Occorre la prova di un’organizzazione autonoma dell’associazione de qua, che sia distinguibile da quella del sodalizio mafioso di appartenenza e dall’attività organizzativa espletata all’interno delle formazioni politiche, che si assume abbiano costituito strumento dell’associazione eversiva.
Ora, a parere del P.M. sono stati acquisiti sufficienti elementi in ordine alle seguenti circostanze:
· all’inizio degli anni ’90 venne elaborato, in ambienti esterni alle organizzazioni mafiose ma ad esse legati, un nuovo “progetto politico”, attribuibile ad ambienti della massoneria e della destra eversiva – in particolare – agli indagati Licio Gelli, Stefano Delle Chiaie e Stefano Menicacci;
· a tal fine, venne messa in atto in quegli anni una complessa attività preparatoria-organizzativa, sul terreno politico, di movimenti meridionalisti finalizzati alla costituzione di un nuovo soggetto politico meridionalista di riferimento, che doveva fungere da catalizzatore delle spinte secessioniste provenienti dal Meridione;
· in epoca successiva, all’interno di Cosa Nostra, si deliberò di adottare una strategia della tensione finalizzata a ristrutturare i “rapporti con la politica”, attraverso l’azzeramento dei vecchi referenti politici e la creazione delle condizioni più agevoli per l’affermazione di nuovi soggetti politici, che tutelassero più efficacemente gli interessi del sistema criminale;
· all’interno di tale strategia venne presa in seria considerazione, almeno nella fase iniziale, e prima della sua attuazione, l’opzione secessionista.
Non sono, tuttavia, sufficienti per sostenere l’accusa in giudizio gli elementi acquisiti in ordine alla correlazione causale fra tali circostanze. Non è, insomma, sufficientemente provato che l’organizzazione mafiosa deliberò di attuare la “strategia della tensione” per agevolare la realizzazione del progetto politico del gruppo Gelli – Delle Chiaie, né che l’organizzazione mafiosa abbia approvato l’attuazione di un piano eversivo-secessionista per effetto di contatti col gruppo Gelli – Delle Chiaie. Ed è infatti ipotizzabile – allo stato degli atti - anche una spiegazione alternativa: e cioè che il “piano eversivo”, concepito in ambienti “esterni” a Cosa Nostra, sia stato “prospettato” a Cosa Nostra[29] al fine di orientarne le azioni criminali, sfruttandone il momento di “crisi” dei rapporti con la politica e che l’organizzazione mafiosa ne abbia anche subìto - anche temporaneamente - l’influenza, senza però impegnarsi a pieno
titolo nel piano eversivo-secessionista. Peraltro, la verifica di tale ipotesi, e cioè dell’eventuale influenza di “soggetti esterni” sulle determinazioni di Cosa Nostra nella fase iniziale della strategia della tensione attuata nel 1992, esula dallo specifico oggetto del presente procedimento, costituendo invece materia del separato procedimento penale concernente l’omicidio dell’on. Salvo Lima, cui si è già fatto cenno.
In conclusione, il P.M. ritiene che l’insufficiente prova di un nesso di casualità fra l’attività finalizzata alla costituzione dei movimenti leghisti meridionali e l’accordo eversivo-criminale maturato all’interno di Cosa Nostra, nonché l’incompletezza della prova in ordine alla “permanenza” dell’accordo eversivo-secessionista negli anni successivi al 1991[30], non consentono di sopperire all’insufficienza del materiale probatorio in ordine al requisito organizzativo, indispensabile per la configurabilità del reato di cui all’art. 270 bis c.p., con conseguente analogo giudizio in relazione all’altro delitto per cui si procede (artt. 110 e 416 bis c.p.).
Per tutte le ragioni sopra esposte, quindi, non sembrano essere stati acquisiti, allo stato, elementi probatori tali da ritenere integrata la fattispecie di cui all’art. 270 bis c.p., né quella – correlata – di cui all’art. 110 e 416 bis c.p. nei confronti dei soggetti indagati anche per tale ipotesi di reato.

P.Q.M.
Il Pubblico Ministero chiede l’archiviazione del presente procedimento penale nei confronti degli indagati:
1) GELLI Licio, nato a Pistoia il 21.4.1919;
2) MENICACCI Stefano, nato a Foligno (PG) il 4.10.1931;
3) DELLE CHIAIE Stefano, nato a Centurano di Caserta (CE) il 13.9.1936;
4) CATTAFI Rosario, nato a Barcellona Pozzo di Gotto (ME) il 6.1.1952;
5) BATTAGLIA Filippo, nato a Messina l’8.2.1950;
6) RIINA Salvatore, nato a Corleone il 16.11.1930;
7) GRAVIANO Giuseppe, nato a Palermo il 30.9.1963;
8) GRAVIANO Filippo, nato a Palermo 27.6.1961;
9) SANTAPAOLA Benedetto Sebastiano, nato a Catania il 4.6.1938;
10) ERCOLANO Aldo, nato a Catania il 14.11.1960;
11) GALEA Eugenio, nato a Catania l’8.6.1944;
12) DI STEFANO Giovanni, nato a Petrella Tefernina (Campobasso) l’1.7.1955;
13) ROMEO Paolo, nato a Gallico (RC) il 19.3.1947;
14) MANDALARI Giuseppe, nato a Palermo il 18.8.1933.
e la conseguente restituzione degli atti al proprio Ufficio per la trasmissione degli atti in archivio.
Manda la Segreteria per gli adempimenti di competenza.
Palermo, 21 marzo 2001
IL PUBBLICO MINISTERO

[1] Nell’informativa D.I.A. n. 3815/98 del 31/1/1998, sul conto di Menicacci, si riportano le dichiarazioni del collaboratore di giustizia messinese Costa Gaetano che chiamano in causa lo studio dell’avv. Menicacci in un tentativo di “aggiustamento” di un processo per il quale si era interessato il mafioso calabrese Giuseppe Piromalli. E si riferisce di contatti fra il mafioso Luigi Sparacio, durante la sua latitanza, e utenze telefoniche di personaggi vicini a Menicacci e Stefano Delle Chiaie. Nella stessa informativa D.I.A. si fa riferimento anche ai rapporti fra l’avv. Menicacci e Paolo Bellini, personaggio proveniente dalla destra eversiva, coinvolto nelle indagini sulla strage di Bologna e nel ’92 in contatto con il mafioso Nino Gioè nell’ambito di una delle c.d. “trattative” che Cosa Nostra avviò durante la stagione stragista, in questo caso utilizzando cercando di utilizzare i contatti che Bellini aveva con i Carabinieri (cfr., in merito, la ricostruzione della vicenda contenuta nella sentenza della Corte d’Assise di Firenze sulle stragi del ’93).
[2] Della Lega Lombarda, accusata di razzismo nei confronti dei meridionali, venne chiesto lo scioglimento.
[3] Cfr. informativa D.I.A. n. 3815/98 del 31/1/1998.
[4] Si noti che Elio Ciolini, nel suo interrogatorio al P.M. di Palermo del 10.4.1992, attribuì un ruolo importante a Catania nella strategia della tensione del ’92, addirittura dichiarando che in quella città si poteva individuare la matrice dell’omicidio Lima.
[5] Come si ricorderà, Vincenzo Serraino è il personaggio indicato da Marino Pulito come esponente della Lega Meridionale in Puglia contestualmente legato, da una parte, a Licio Gelli e, dall’altra, per il tramite proprio di Marino Pulito, alla criminalità pugliese. Cfr. supra parte I cap. 5 §2 e segg.
[6] I rapporti fra Cortese e Gelli sono stati confermati anche dalle annotazioni nelle agende di quest’ultimo.
[7] Cfr. anche le dichiarazioni su Serraino Vincenzo, già riportate, di Marino Pulito (cfr. supra parte I cap. 5 §2 e segg.).
40 Cfr. “Panorama” del 27/12/1999.
[9] In particolare nell’appunto allegato alla nota del 10/4/2000, a firma del Direttore del Servizio, si comunicava che non risultava l’appartenenza o la collaborazione con il SISMI di alcun Pizza Massimo, né la riconducibilità al medesimo del nominativo di copertura “Polifemo”.
[10] Nell’informativa D.I.A. n.3815/98 del 31/1/1998, infatti, sulla base della documentazione acquisita e delle pubbliche dichiarazioni al momento delle dimissioni di Gelli dalla Lega Meridionale, si perviene alla conclusione che Gelli “aveva tentato di operare una trasformazione della Lega del Lanari in direzione di un più marcato nazionalismo, senza riuscire nell'intento” e non in direzione più spiccatamente secessionista, come sostenuto da D’Andrea.
[11] La circostanza è stata confermata anche da Angelo Siino che partecipò ad un pranzo con Licio Gelli in Sicilia nel corso del quale Gelli espresse tali opinioni contrarie al progetto di Sindona (cfr. deposizione di Siino al processo Andreotti in data 17/12/1997).
[12] In argomento cfr., in atti, la relazione di consulenza tecnica della dott.ssa Amendola, anche per una ricognizione degli atti delle varie Commissioni parlamentari d’inchiesta che si sono occupate di Licio Gelli e dei suoi rapporti con ambienti siciliani e della criminalità organizzata.
[13] Cfr. nota D.I.A. del 4/5/1998. Le camere erano, per di più, sullo stesso piano.
[14] Nell’informativa D.I.A. n. 3815/98 del 31/1/1998 si evidenzia che queste presenze risalgono alle origini della Liga Veneta: fra gli altri personaggi provenienti da tali ambienti, si segnala che l’avv. Filippo De Jorio, iscritto alla P2, già implicato nel golpe Borghese con Gelli, ed attivista politica nel Partito dei Pensionati (così come l’avv. Menicacci) venne eletto nelle liste della Liga Veneta in occasione delle elezioni del Consiglio regionale del Lazio del 12-13 maggio 1985.
[15] La Lega Sud venne costituita il 23 febbraio 1990.
[16] Cfr. le schede relative ai singoli movimenti leghisti, allegate all’informativa D.I.A. del n. 17959/97 del 3.6.1997.
[17] Cfr. la ricostruzione contenuta nell’informativa D.I.A. n. 3815/98 del 31/1/1998, ove si evidenzia anche la partecipazione dell’on.Bossi, sempre nel 1990, ad alcune manifestazioni politiche organizzate da leghe costituite dall’avv. Stefano Menicacci (ad esempio il 6.12.1990 a Perugia in una manifestazione organizzata dalla Lega Umbra di Menicacci, che infatti confluì nella Lega Centro Umbria di Cesare Crosta.
[18] Adriano Tilgher, uno dei leader di Avanguardia Nazionale ed elemento carismatico nell'ambito dell'estrema destra, è sempre stato legato a Stefano Delle Chiaie e risulta aver fatto parte anche della P2 (cfr. informativa D.I.A. n. 3815/98 del 31/1/1998 e relativa scheda personale allegata).
[19] Si ricorderà che di “Ordine Nuovo” facevano parte anche Pietro Rampulla, condannato per la strage di Capaci, e Rosario Cattafi, indagato nel presente procedimento. Cfr. le informative D.I.A. n. 17959/97 del 3/6/1997 e n. 3815/98 del 31/1/1998 e schede allegate.
[20] Un’approfondita ricostruzione del profilo massonico di Iginio Di Mambro è contenuta nella relazione di consulenza tecnica completata in data 23.12.1996 dalla dott.ssa Piera Amendola su incarico della Procura della Repubblica di Aosta.
[21] Sul massiccio appoggio di Cosa Nostra verso candidati di “Forza Italia” in occasione delle elezioni politiche del 1994 si vedano le convergenti dichiarazioni, in atti, di molti collaboratori di giustizia, fra cui Tullio Cannella, Angelo Siino, Giovanni Brusca, Maurizio Avola, Salvatore Cucuzza e Giuseppe Ferro.
[22] Così lo indicano i collaboranti Tullio Cannella e Francesco Pattarino.
[23] Cfr. l’informativa D.I.A. n. 3815/98 del 31/1/1998.
[24] Cfr. l’informativa D.I.A. n.3815/98 del 31/1/1998.
[25] Si noti che la Corte d’Assise di Firenze che ha giudicato in primo grado gli imputati delle stragi del ’93 di Roma, Firenze e Milano, ha ritenuto sussistente la circostanza aggravante di cui all’art. 1 D.L. 15-12-79, n. 625, conv., con mod., nella legge 15/1980, soltanto sotto il profilo della finalità di terrorismo, e non anche sotto il profilo dell’eversione dell’ordine democratico, “giacché non qualsiasi attività violenta diretta a influire sul funzionamento degli organi costituzionali, ma solo quelle rivolte a scardinare l’assetto costituzionale dello Stato possono dar luogo a quest’aggravante”.
[26] Il Cattafi, più volte arrestato e processato per traffico d’armi e di stupefacenti e associazione mafiosa, è stato condannato per violazione della legge sugli stupefacenti dal Tribunale di Milano nell’ambito dell’indagine sull’Autoparco Salesi.di Milano. Cfr., per una ricostruzione della figura di Cattafi, il decreto del Tribunale di Messina di applicazione della misura della sorveglianza speciale di P.S. del 21.7.2000, nel quale si evidenziano i legami di Cattafi con la famiglia catanese di Cosa Nostra, ed in particolare con Nitto Santapaola. Il Cattafi ed il Battaglia, come risulta dagli stessi documenti citati, sono stati insieme coinvolti in una complessa indagine della Procura di Catania per un traffico internazionale d’armi gestite dalla criminalità organizzata catanese e messinese.
[27] Specialmente in riferimento al progetto d’attentato nei confronti di Antonio Di Pietro: cfr. parte I cap.2 § 3.
[28] Cfr. nel dettaglio la nota D.I.A. n.3815/98 del 31 gennaio 1998.
[29] E’ l’unica ammissione che ha sostanzialmente fatto in argomento il collaboratore più vicino a Salvatore Riina durante la stagione stragista, e cioè Giovanni Brusca.
[30] Non può ignorarsi il dato che la Lega Nazional-popolare di Stefano Delle Chiaie ebbe un risultato elettorale assai modesto alle elezioni politiche del ’92, immediatamente successive all’omicidio di Salvo Lima.

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