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domenica 4 agosto 2019
sabato 29 dicembre 2018
13 miliardi in più di tasse per banche ed assicurazione, economia digitale, imprese, gioco d'azzardo ...
I commercialisti confermano l'incremento fiscale nel triennio. Sostanzialmente invariata per il cittadino medio ...
Ma la cifra lieviterà per le imposte locali
Giovedì l'Ufficio parlamentare di bilancio ha quantificato in uno 0,4% di Pil l'aumento della pressione fiscale da imputare alla legge di Bilancio.
Dalle stime macro, alla stima degli effetti delle singole misure, l'ufficio studi del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ieri ha confermato: per il contribuente italiano il saldo tra dare e avere sarà negativo, nel senso che verserà al fisco 12,9 miliardi in più tra il 2019 e il 2021.
Dai calcoli effettuati sulla manovra approvata dal Senato risulta che nel triennio 2019-2020, ci sono 7,3 miliardi di maggiori entrate che arrivano dai condoni contenuti nel decreto fiscale, dal saldo e stralcio inserito nella legge di bilancio e da altri regimi opzionali scelti dai contribuenti.
Poi ci sono 12,4 miliardi di nuove tasse vere e proprie. Dalla somma delle due voci in entrata va sottratta la riduzione del prelievo fiscale, pari a 6,8 miliardi in tre miliardi. Il saldo è appunto 12,9 miliardi di entrate fresche per le casse dello Stato e di pressione fiscale aggiuntiva per i contribuenti.
Ma il conto potrebbe aumentare, visto che lo sblocco della tassazione locale è tutta da quantificare, anche se secondo alcune stime (non dei commercialisti) potrebbe arrivare a un miliardo.
Nel dettaglio i 12,4 miliardi di tasse in più sono da imputare al giro di vite su banche e assicurazioni (5,6 miliardi), sulle imprese in generale (2,4 miliardi), sul settore del gioco d'azzardo (2,1 miliardi), sui grandi gruppi dell'economia digitale (1,3 miliardi), sui consumatori (0,6 miliardi) e sugli enti del non profit (0,4 miliardi).
Le riduzioni sono la flat tax sulle partite Iva (-4,8 miliardi) e sul settore immobiliare, dell'edilizia e degli interventi sulla casa in generale (-1,8 miliardi) e altri interventi minori (-0,2 miliardi). L'ufficio studi dei dottori commercialisti ha esaminato anche l'effetto delle misure fiscali inserite in manovra, categoria per categoria.
Il conto per le imprese è il risultato di riduzioni della pressione, in particolare l'Imu sui capannoni dalle imposte sui redditi (-457 milioni), l'aliquota al 155 sugli utili reinvestiti (-3,7 miliardi) e di vari aumenti tra i quali spicca l'abrogazione dell'Iri, l'imposta sul reddito imprenditoriale che costerà alle aziende 4,48 miliardi di euro in te anni, cancellazione dell'Ace (meno 4 miliardi) e della riduzione del credito di imposta per ricerca e sviluppo (meno 600 milioni).
Tutte negative le voci che riguardano il gioco d'azzardo e l'economia digitale. Ma le tasse aumentano anche per i consumatori, tra tagli dell'Iva nel 2019, cioè la cancellazione delle clausole di salvaguardia e gli aumenti in programma nel 2020 e 2021.
La simulazione dei commercialisti contabilizza il raddoppio Ires sul no profit che vale 434 milioni nei tre anni. Ma questa norma dovrebbe essere cancellata nel 2019. Va meglio al mondo dell'autotrasporto (con appena 12 milioni in meno) e allo sport (meno tasse per 34 miliardi). Positivo il saldo per le partite Iva, che pagheranno 332 milioni di euro di tasse in meno nel 2019, che poi saliranno a 1,9 milioni e 2,5 nei due anni successivi. Merito dell'estensione del regime dei minimi e della flat tax per i redditi tra 65 e 100 mila euro. Apparentemente bene anche al settore immobiliare, avvantaggiato soprattutto dalla detrazioni per ristrutturazioni e interventi salva energia. Il saldo è di una riduzione delle tasse di 1,8 miliardi nel triennio. Proroghe di sgravi già esistenti. All'orizzonte ci sono gli aumenti delle tasse locali.
Fonte: qui
Pensioni col trucco: prima l'aumento Poi il governo fa scattare la sforbiciata
Con la legge di Bilancio previsto un conguaglio che a marzo annullerà la rivalutazione degli assegni: così lo Stato risparmierà 2,29 miliardi
Prima l'aumento, poi la stangata. Per i pensionati non c'è pace. Basta guardare l'ultima circolare Inps che da un lato annuncia gli incrementi sugli assegni e dall'altro lascia presagire l'arrivo di una amara sorpresa.
A gennaio infatti la rivalutazione sugli assegni scatterà senza le penalizzazioni previste dalla legge di Bilancio. La comunicazione dell'Istituto di previdenza sociale (circolare 122/2018) diffusa il 27 dicembre parla chiaro: l'adeguamento degli assegni terrà conto della variazione dell'inflazione dell'1,1%. Inoltre il meccanismo adottato per il ricalcolo sarà basato sulla legge 388/2000 e non sui paletti imposti dalla manovra. Gli assegni avranno un adeguamento del 100 per cento fino a tre volte il minimo, del 90 per cento fino a cinque volte il minimo e del 75 per cento per gli assegni oltre questa soglia. Ma è a questo punto che arriva la doccia fredda.
L'Inps, sempre nella stessa circolare, «segnala» l'arrivo della stangata con due righe: «In previsione dell'entrata in vigore della legge di bilancio per l'anno 2019, gli incrementi per il 2019 descritti nella presente circolare potranno subire variazioni». Parole chiare che aprono le porte alle sforbiciate. Insomma a gennaio i pensionati avranno un assegno più pesante per poi perdere una parte dell'aumento ottenuto con un successivo conguaglio che recepirà le indicazioni della manovra. Vediamo dunque come cambiano gli importi con il trattamento automatico dell'Inps e con le «modifiche» apportate dalla legge di Bilancio.
Un pensionato che incassa al mese un assegno da 2.300 euro lordi a gennaio riceverà un assegno da 2.324,44 euro. Poi arriverà il conguaglio (probabilmente a marzo) e lo stesso assegno passerà a 2.319,48 euro lordi. La musica non cambia se aumenta l'importo: un assegno da 4.700 euro a gennaio sarà di 4.744,64 euro per poi scendere nei mesi successivi a 4.720,68 euro. Di fatto con i «ritocchi» voluti dal governo, per le pensioni superiori a 3 volte il minimo e inferiori a 4 la rivalutazione sarà del 97%, del 77% per gli importi tra 4 e 5 volte il minimo, del 52% tra 5 volte e 6 volte il minimo, del 47% oltre 6 volte, del 45 oltre 8 volte e solo del 40% oltre 9 volte il minimo. Dietro queste percentuali si nasconde la mazzata sui pensionati che porterà nei prossimi tre anni 2,29 miliardi nelle casse dello Stato. La circolare Inps però dà anche altre indicazioni: l'importo dell'assegno minimo per i dipendenti e per gli autonomi da 507,42 euro passa a 513,01 euro. Briciole per le pensioni sociali che passano da 373,33 euro a 377,44 euro, gli assegni sociali invece passano da 453 euro a 457,99 euro. I pensionati che dovranno fare i conti con i tagli sono scesi in piazza: «Non siamo il bancomat del governo». Ma le proteste non cambieranno i piani dell'esecutivo. La falce sugli assegni entrerà in azione dopo il conforto di un finto aumento.
Fonte: qui
“PARLIAMO DI QUALCHE EURO AL MESE, NON SE NE ACCORGEREBBE NEMMENO L’AVARO DI MOLIERE”
GIUSEPPE CONTE SUL BLOCCO DELL’INDICIZZAZIONE PER LE PENSIONI: “I PENSIONATI PROTESTINO PURE LIBERAMENTE, MA LI RICORDO SILENTI QUANDO FU APPROVATA LA LEGGE FORNERO”.
La citazione viene dalla letteratura classica ma la frase sulle pensioni e l’Avaro di Molière rischia di tradursi nell’ennesima gaffe per il premier Conte. Rispondendo a una domanda nel corso della conferenza stampa di fine anno, il capo del governo legastellato ha tentato a suo modo di difendere il blocco dell’indicizzazione per gli assegni sopra i 1.500 euro lordi. «Siamo intervenuti sulle fasce piu’ alte delle pensioni, con un taglio progressivo, abbiamo introdotto un processo di indicizzazione raffreddato, quasi impercettibile, parliamo di qualche euro al mese, forse non se ne accorgerebbe nemmeno l’avaro di Moliere» sono state le parole pronunciate da Conte.
I pensionati in piazza
La frase era riferita soprattutto al fatto che, mentre la conferenza stampa era in corso, i sindacati dei pensionati di Cgil Cisl e Uil stavano protestando nelle piazze italiane. «Protestino pure liberamente, ma non mi sembra che abbiamo attentato ai trattamenti pensionistici, abbiamo operato con molto discernimento una redistribuzione» ha aggiunto il premier. «I pensionati oggi scendono in campo, ne prendiamo atto e lo rispettiamo, ma li ricordo silenti quando fu approvata la legge Fornero».
Fonte: qui
mercoledì 12 aprile 2017
DOPO LA CORTE DEI CONTI, PURE L’OCSE CI DICE CHE PAGHIAMO TROPPE TASSE
I CONTRIBUENTI ITALIANI SONO FRA I PIU’ SPENNATI DAL FISCO AL MONDO: AL QUINTO POSTO
MASSACRATI I SINGLE E LE FAMIGLIE MONOREDDITO
Dopo la Corte dei Conti, anche l'Ocse punta il dito sull'eccessivo peso del Fisco e dei contributi sulle buste paga degli italiani: secondo i dati pubblicati dall'Organizzazione parigina, l'Italia è al quinto posto nella classifica relativa al peso delle tasse sui salari. Ed è una classifica nella quale stiamo scalando posizioni, con rammarico dei lavoratori: la Penisola era infatti sesta nel caso dei lavoratori 'single', mentre è passata dal quinto al terzo posto nel caso delle famiglie monoreddito.
Il cosiddetto cuneo fiscale in Italia per un single senza figli è complessivamente al 47,8%, contro una media europea al 36 per cento. E' una media superiore di oltre dieci punti rispetto agli altri. I (pochi) casi di incidenza ancora maggiore sono il Belgio (54%), la Germania (49,4%), l'Ungheria e la Francia (48,1%).
Ma ci sono situazioni familiari in cui le cose vanno ancora peggio: l'Italia è infatti al terzo posto per il cuneo fiscale nel caso di una famiglia monoreddito con due figli (38,6%). In questo caso seguiamo solo la Francia (40%) e la Finlandia (39,2%) e superiamo di 12 punti la media Ocse (26,6%).
Se si guarda il costo del lavoro medio per ogni singolo lavoratore, in Italia si arriva oltre 52 mila euro, sopra la media dell'area Ocse (oltre 47 mila euro), al diciassettesimo posto tra i paesi più avanzati. Dal rapporto emerge che in Italia il salario medio lordo è di poco meno di 40 mila euro, al di sotto di quello medio Ocse che supera i 40 mila euro. Inoltre i salari lordi italiani sono tassati del 31,1% contro il 25,5% della media Ocse.
Più nel dettaglio, il costo del lavoro in Italia nel 2016 si attesta a 52.567 euro l'anno per ogni lavoratore single senza figli, considerando le tasse sul reddito e i contributi delle imprese e dei lavoratori. Si tratta del diciassettesimo costo del lavoro più alto tra i 34 paesi dell'area Ocse. Inoltre in Italia il peso maggiore del costo del lavoro è sulle spalle delle imprese, i cui contributi rappresentano il 24,2% del totale, mentre i contributi dei lavoratori pesano per il 7,2% e la tassazione sul reddito per il 16,4%.
Fonte: qui
giovedì 12 maggio 2016
Fisco diabolico: ecco tutte le tasse invisibili
Paghiamo, tanto, ma non ce ne accorgiamo nemmeno. Una furbata per evitare la rivolta contro il fisco esoso
Il lato oscuro delle tasse è come la faccia nascosta della luna: non lo vedi mai. Con il fisco succede la stessa cosa. La maggior parte dei prelievi è invisibile. Il contribuente non si accorge di versare denaro nelle casse dell'erario. Succede per esempio con gli stipendi dei lavoratori dipendenti, incassati al netto del prelievo.
Ma capita anche con l'Iva incorporata nel prezzo dei beni acquistati. In numerosi Paesi sugli scontrini sono riportati separatamente il costo del prodotto comprato e l'aggravio fiscale caricato. Da noi non funziona così. Tutto congiura a tacere il meccanismo dei prelievi, la trasparenza è la grande assente nel rapporto tra fisco e cittadini. I quali finiscono per non rendersi conto di quale sia l'effettivo peso dell'imposizione tributaria sulle loro tasche. È un peso esorbitante ma spesso tollerato perché non se ne conosce la dimensione. Chi direbbe che le tasse invisibili sono il 96 per cento del totale? Sembra impossibile, ma è così: soltanto il 4-5 per cento delle imposte viene versato con un'azione consapevole, in virtù di un pagamento effettuato a uno sportello bancario, alle poste, a una tabaccheria convenzionata con l'Agenzia delle entrate.
Il resto viene sfilato dal conto in banca con grande destrezza, senza disturbare il contribuente, evitandogli il fastidio di compiere il versamento e quindi l'inesorabile arrabbiatura di quando si mette mano al portafogli. Ma com'è gentile il fisco, pur di lasciare i cittadini in un inconsapevole torpore.
I PRELIEVI ALLA FONTE
Il grosso delle tasse invisibili sono i prelievi alla fonte compiuti da un sostituto d'imposta. Quei soldi il contribuente neppure li vede perché riceve il netto dal datore di lavoro magari senza gettare un'occhiata alla busta paga. Sono somme consistenti, che comprendono l'Irpef, i contributi previdenziali e le addizionali regionali e comunali, spesso rincarate dagli enti locali senza che ne venga data un'adeguata comunicazione. Questa fetta di imposte occulte rappresenta il grosso delle tasse pagate inconsapevolmente: oltre il 60 per cento. Diverso è il discorso per i lavoratori autonomi e i professionisti che emettono fatture e parcelle sulle quali devono pagare l'Iva. Il loro esborso è cosciente. E si fa sentire. Gli autonomi conoscono molto meglio l'invadenza del fisco, l'insofferenza verso l'erario li esaspera maggiormente rispetto ai lavoratori dipendenti. La protesta delle partite Iva contro la grande sanguisuga fiscale è più sonora. L'effetto però non cambia per nessuno.
LE TASSE SULLE TASSE
L'altro grande capitolo delle tasse inconsapevoli è quello delle imposte indirette che sono contenute nel prezzo dei beni. La parte del leone spetta all'Iva e ai dazi doganali incorporati nei prodotti importati da Paesi extra Ue, ma la casistica è molto estesa. Le accise, per esempio: colpiscono i carburanti, i tabacchi, i fiammiferi, gli alcolici, l'energia elettrica, il gas metano, il lotto. Rappresentano una delle principali entrate dello Stato e delle Regioni, eppure quale contribuente saprebbe dire quanti soldi gli costano le accise? Ma il peggio è che molto spesso queste imposte concorrono a formare il valore sul quale si calcola l'Iva. Tasse sulle tasse, quindi. Tasse doppie. Tutto nascosto. Tributi occulti sono compresi nel costo dell'assicurazione dell'auto, su cui gravano imposte specifiche più un contributo destinato al Servizio sanitario nazionale. Se ne rendono conto soltanto i pochi che si preoccupano di dedurlo al momento di presentare la denuncia dei redditi. Sono di fatto invisibili anche i bolli trattenuti dalle banche sui conti correnti e i dossier titoli, e così pure gli interessi sugli investimenti finanziari e i capital gain. Gli estratti conto riportano il prelievo, che però è automatico: l'effetto per il contribuente è quello dell'ennesima tassa inconsapevole.
AUTOMATISMI NASCOSTI
Non è finita. Sul «Gratta e vinci» e gli altri incassi da scommesse e pronostici si versa un'imposta sostitutiva. Da quest'anno è invisibile anche il canone Rai, che il governo Renzi ha inserito nelle bollette della luce con modalità ancora poco chiare. Una tassa piccola quanto fastidiosa colpisce i sacchetti di plastica non biodegradabili. Queste sono le voci delle imposte invisibili che ricorrono più frequentemente nella vita quotidiana. Naturalmente non sono le uniche. I redditi più elevati, comprese certe pensioni d'oro, sono alleggeriti da un contributo di solidarietà. Quando si lascia il lavoro, anche la liquidazione è colpita da un'imposta sostitutiva sulla rivalutazione del capitale accantonato. Nel prezzo di un'auto nuova è ricompresa l'imposta provinciale. Sulle vetture di grossa cilindrata grava una sovrattassa. Oltre all'automobile, di recente il fisco ha scoperto quanto sia redditizio colpire il trasporto aereo.
Fra tasse aeroportuali e addizionali comunali sui diritti d'imbarco, si pagano tasse occulte quando si acquista un biglietto. I passeggeri di aerotaxi hanno un prelievo erariale aggiuntivo, mentre certe Regioni fanno pagare per le emissioni sonore dei velivoli.
I VERSAMENTI? POCHISSIMI
I casi in cui i contribuenti devono effettuare versamenti per tasse «visibili» sono limitati. I più comuni sono il bollo auto e le svariate imposte sulla casa, dalla tassa rifiuti a Imu, Tari, Tasi, eccetera. Non vanno dimenticati i bolli, le imposte immobiliari quando si compra o si ristruttura una casa, le tasse scolastiche e universitarie, i ticket sanitari che però variano notevolmente da regione a regione. Nel bilancio fiscale di un contribuente medio queste voci non superano il 5 per cento complessivo, secondo una simulazione della Cgia.
«Nel momento in cui si va in banca o alle poste per questi adempimenti dice Paolo Zabeo, coordinatore dell'Ufficio studi Cgia psicologicamente percepiamo di più il peso economico di questi versamenti rispetto a quando subiamo il prelievo dell'Irpef o dei contributi previdenziali direttamente dalla busta paga. Quando si mette mano al portafogli si prende atto dell'entità del pagamento e di riflesso scatta una forma di avversione nei confronti del fisco. All'opposto, quando i tributi sono nascosti perché riscossi alla fonte, l'operazione è meno dolorosa». Ecco perché lo Stato ha tutto l'interesse a incassare il grosso del gettito in maniera invisibile. Occhio non vede, cuore non duole.
INCONSAPEVOLI AL 96%
La Cgia ha simulato l'effetto dei prelievi occulti in una famiglia tipo. Marito operaio specializzato, moglie impiegata, un figlio, reddito da lavoro dipendente di 22.627 euro lui e 17.913 lei, casa di proprietà di 94 metri quadrati con rendita catastale di 522 euro, due automobili, risparmi per 50mila euro tra liquidità bancaria e un po' di investimenti finanziari (titoli di stato, azioni, obbligazioni).
Con queste ipotesi, il prelievo alla fonte operato dai datori di lavoro è pari complessivamente a 11.098 euro, mentre le tasse nascoste tra Iva, accise, bolli, imposte su assicurazioni e proventi finanziari ammontano a 5.230 euro. Rimangono da versare «consapevolmente» i bolli sulle due vetture e la tassa rifiuti. Appena (si fa per dire) 696 euro. Il 4 per cento, appunto, di tutte le imposte pagate da questa famiglia media italiana che in totale superano i 17mila euro annui: circa il 43 per cento dei redditi.
La pressione fiscale complessiva rimane molto punitiva per i contribuenti italiani. Supera di 4 punti quella tedesca, di 6 quella olandese, di 9 quella spagnola e addirittura di 13 quella vigente in Irlanda. Tutte economie che hanno reagito meglio di noi alla crisi e stanno crescendo a un ritmo più sostenuto.
TRASPARENZA SCONOSCIUTA
In Italia continua a funzionare la vecchia regola: tasse e tasse ma prelevate in maniera indolore, non sulla carne viva del contribuente ma dopo avergli fatto una piccola anestesia locale dove si tiene il portafogli. Un modo di fare che è l'opposto della trasparenza e non contribuisce a normalizzare i rapporti tra cittadini ed erario. La tendenza a occultare le tasse è in aumento. Lo dimostra la progressiva quanto sconosciuta crescita delle addizionali locali introdotte da regioni e comuni quando gli amministratori non sanno fare quadrare i conti.
Anche il nuovo sistema per pagare il canone della Rai va nella medesima direzione: non più versamenti alle poste o in tabaccheria ma dieci rate spalmate nelle bollette dell'energia a tutti coloro che hanno un contatore, in modo da farci abituare rapidamente all'asportazione silenziosa del contante. Entro un paio d'anni ci dimenticheremo anche che c'è un canone Rai da pagare e non ci indigneremo più per questo balzello anacronistico e ingiustificato. Presto potrebbe sparire anche una tassa odiosa come il bollo auto. È una sparizione soltanto apparente, perché verrebbe sostituita dall'ennesima accisa che colpisce i carburanti.
Il gravame rimane ma si dice al povero tartassato che non deve più disturbarsi: lo Stato pensa a tutto, a mettergli le tasse e pure a prelevargliele, mentre lui può restare tranquillamente seduto in poltrona a guardare la tv (su cui paga un canone occulto) e bere birra (gravata da accise nascoste) nella sua comoda casa. Dove l'insopportabile Imu è stata di fatto soppiantata dalle addizionali comunali.
Con tanti saluti a chi promette di abbassare le tasse.
Fonte: qui
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