I due manager tedeschi della Thyssenkrupp condannati per omicidio e incendio colposo fruiranno della semilibertà. La procura tedesca di Essen ha autorizzato un regime di semilibertà per Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, i due manager di Thyssenkrupp riteuti corresponsabili dell'incendio, che causò la morte di 7 operai a Torino, e condannati a 5 anni di carcere per omicidio e incendio colposo.
Ne dà notizia Radio Colonia, che cita la procuratrice Anette Milk. «È previsto che i due condannati scontino la pena con il cosiddetto 'offener Vollzug'», dice la procuratrice. «Il che significa che sono detenuti in un penitenziario, ma possono lasciarlo ogni giorno per andare a lavorare e devono tornare la sera», spiega.
GERALD PRIEGNITZ
Entro un mese dovrebbe partire per entrambi l'esecuzione della pena, secondo quanto riferisce la procuratrice. L'incendio risale al 6 dicembre 2007, quando divampò nell'acciaieria uccidendo sette lavoratori. L'inchiesta puntò il dito sulle gravi lacune della sicurezza dello stabilimento, che era in via di dismissione per il trasferimento degli impianti a Terni.
HARALD ESPENHAHN
«Ci incateneremo a Roma. Andremo a Essen. Qualcosa faremo. Devono dirci come è possibile questa cosa». È il primo commento di Rosina Platì, mamma di una delle sette vittime del rogo alla Thyssenkrupp di Torino del 2007, alla notizia della semilibertà per i due manager tedeschi.
CHE LA SOCIETA' DI JOHN ELKANN NON SALDA LE FATTURE DEI FORNITORI NEI TEMPI PREVISTI; 3. CHE SENZA QUEI 6,3 MILIARDI SALTEREBBE LA FUSIONE CON LA FRANCESE PEUGEOT-PSA
CHE SE FCA PROVASSE A FINANZIARSI SUL MERCATO PAGHEREBBE INTERESSI SALATISSIMI;
CHE IL DIVIDENDO DI 5,5 MILIARDI A EXOR E' IL PREZZO CHE PAGA PSA PER AVERE IL COMANDO
CHE LA CASSA NON STA IN ITALIA MA IN OLANDA, E PER QUANTE CONTROLLI POSSANO FARE LA SACE, GUALTIERI E PATUANELLI, QUANDO LA SOCIETÀ PASSERÀ IN MANO FRANCESE, SARÀ IMPOSSIBILE CONTROLLARE COME SARANNO SPESI QUEI 6,3 MILIARDI GARANTITI DALLO STATO
LA CHIAVE PER CAPIRE LA RICHIESTA DI FINANZIAMENTO È LA FUSIONE CON PSA, CHE NON SI FERMA. SI FERMEREBBE SENZA QUEI 6,3 MILIARDI
Quello che trapela dalle parti di Torino e Parigi è che la pandemia non fermerà la fusione FCA-PSA, come invece ha stoppato la ricchissima operazione su PartnerRe.
Elkann si trova quindi davanti a un vicolo cieco, e non solo perché i 6,3 miliardi di finanziamento in Italia gli servono per tenere in piedi la Exor, confermando l'extra-dividendo miliardario che è alla base dell'operazione coi francesi.
Ma perché quell'extra-dividendo di circa 5,5 miliardi che Exor deve incassare per la susione con PSA ha una doppia funzione: da una parte, remunerare l'addio alla gestione da parte del gruppo italiano. Si fa presto a parlare di fusione 50-50: l'amministratore delegato sarà francese, a Elkann andrà solo la presidenza, per quanto ''operativa''. Dall'altra, per riequilibrare i valori delle due società in modo da ottenere l'ok del governo francese, secondo azionista di PSA, che non avrebbe mai accettato l'opzione 60-40. Macron non vende, al massimo fonde il motore (tenendosi le chiavi della macchina).
CARLOS TAVARES E MIKE MANLEY ANNUNCIANO LA FUSIONE TRA PSA E FCA
Quindi, come aveva chiesto qualcuno, pescare dal forziere olandese i soldi per sostenere FCA Italy avrebbe voluto dire mandare a monte la fusione, perché si sarebbero squilibrati tutti i calcoli.
Allora perché non finanziarsi sul mercato? Come scrive su Twitter il Signor Ernesto, i Credit Default Swap su FCA (tutta, mica solo la sussidiaria italiana) sono schizzati alle soglie dei 600 punti base con l'inizio della pandemia, un livello di fiducia del mercato davvero basso, che avrebbe comportato tassi di indebitamento da suicidio. Assicurarsi contro il crac della ex Fiat costa un sacco, dunque costerebbe un sacco ottenere fiducia dagli investitori se la crisi l'avesse costretta all'emissione di una nuova obbligazione.
CARLOS TAVARES
Insomma abbiamo capito due cose: che Elkann non aveva altre strade. Ah, e che non paga i fornitori nei tempi del contratto. Pare che la tecnica del Lingotto sia simile a quella di certi imprenditori furbetti, ovvero di ritardare il saldo delle fatture finché non si arriva a negoziare prezzi più convenienti.
Altrimenti non si spiegherebbe l'urgenza di saldare i debiti coi fornitori visto che dall'inizio del lockdown sono passati poco più di due mesi, e il negoziato con MEF e Mise è iniziato un mese fa.
C'è un terzo dettaglio da sottolineare: la cassa dell'azienda non sta in Italia. E neanche quella degli Elkann: sia FCA che Exor hanno sede in Olanda. Quindi per lo Stato italiano è quasi impossibile controllare cosa faranno coi soldi ottenuti.Potrà la SACE davvero mettere il naso negli sfuggenti caveau olandesi? Soprattutto quando tra qualche mese il controllo della società passerà aldilà delle Alpi? La vediamo difficile…
Come utilizzerà Fca Italia il prestito da 6,3 miliardi di Intesa Sanpaolo garantito da Sace?
E che cosa si impegnerà a fare Fca sia con Intesa Sanpaolo che con la Sace (gruppo Cdp) se il ministero dell’Economia, sentito quello dello Sviluppo economico, approverà con decreto la garanzia di Sace?
ROBERTO GUALTIERI GIUSEPPE CONTE PATUANELLI
Ecco le risposte sulla base delle informazioni finora raccolte.
Innanzitutto, la controllata italiana del gruppo Fca ha chiesto l’innalzamento all’80% della percentuale standard del 70% della garanzia di Sace prevista dal decreto Liquidità.
Una possibilità prevista per le grandi imprese.
L’innalzamento è vincolato al rispetto di specifici impegni da parte di Fca, che saranno previsti anche nel contratto di finanziamento da parte di Intesa Sanpaolo, più che nel decreto del ministero dell’Economia.
Con il prestito di Intesa Sanpaolo garantito all’80% da Sace e controgarantito dallo Stato Fca si impegnerà – secondo le ricostruzioni di Start – a mantenere gli attuali livelli occupazionali in Italia e a potenziare gli stabilimenti operativi in Italia in termini di crescita, sviluppo tecnologico, innovazione e ricerca.
Fonti bancarie sottolineano che le risorse finanziarie dovranno essere destinate al pagamento dei fornitori, al pagamento degli stipendi ai dipendenti e agli investimenti in stabilimenti italiani.
JOHN ELKANN
La linea di credito, in sostanza, andrà a coprire questi capitoli: costi del personale, pagamenti dei fornitori, supporto alla rete di vendita e sostegno agli investimenti, anche per ricerca e sviluppo, in stabilimenti italiani necessari alla prosecuzione del piano industriale.
Sia Intesa Sanpaolo che Sace – dopo che la garanzia sarà approvata – analizzeranno e verificheranno la rendicontazione periodica dei risultati raggiunti, con meccanismi di monitoraggio e anche con la possibilità di controlli mirati.
DIVIDENDI ET IMPERA!
NON C'È SOLO FCA: IL
DECRETO SUI FINANZIAMENTI GARANTITI DALLA SACE FAVORISCE LE AZIENDE CHE
HANNO UNA CONTROLLANTE ALL'ESTERO O AZIONISTI STRANIERI. LORO NON SONO
SOGGETTI AL DIVIETO DI DISTRIBUIRE DIVIDENDI O DI RIACQUISTARE AZIONI
PROPRIE. QUINDI SI FANNO GARANTIRE DALLE TASSE DEGLI ITALIANI E POI SONO
LIBERI DI STACCARE RICCHE CEDOLE IN OLANDA E LUSSEMBURGO, A MONTECARLO E
LONDRA
LA SOLITA AMORALE DELLA FAVA: CHI È STATO ''PATRIOTTICO'' E HA
UNA CATENA SOCIETARIA ITALIANA AL 100%, È ANCORA UNA VOLTA SVANTAGGIATO
C'è
un punto del decreto legge dell'8 aprile 2020, quello che stabilisce la
garanzia pubblica della SACE per i finanziamenti alle aziende messe in
difficoltà dal coronavirus, che sta facendo scervellare manager e
avvocati d'affari. Non è la questione FCA, o meglio, non riguarda solo
FCA.
L'impresa
che beneficia della garanzia assume l'impegno che essa, nonche' ogni
altra impresa con sede in Italia che faccia parte del medesimo gruppo
cui la prima appartiene, non approvi la distribuzione di dividendi o il
riacquisto di azioni nel corso del 2020;
giuseppe conte roberto gualtieri mes
La stessa norma viene ripresa dalla circolare che l'Abi,
l'associazione delle banche italiane, ha scritto insieme a SACE per
precisare i criteri e le condizioni che gli istituti dovranno verificare
prima di concedere questi finanziamenti. Chi fa domanda deve presentare
l'attestazione ''circa il fatto che né l’impresa richiedente, né ogni
altra impresa con sede in Italia che faccia parte del medesimo gruppo
cui la stessa appartiene, ha approvato la distribuzione di dividendi o
il riacquisto di azioni proprie a decorrere dal 9 aprile 2020 e si
impegna a non approvare la distribuzione di dividendi o il riacquisto di
azioni proprie nel corso del 2020''. (Paragrafo 5.1)
La
domanda che si fanno molti manager che vorrebbero chiedere il
finanziamento è: che vuol dire avere la sede in Italia? Un azionista
straniero che ha il controllo o la partecipazione in un'azienda
italiana, può continuare a distribuire dividendi e a comprare azioni
proprie in un paese diverso dall'Italia? E ciò non lo metterebbe in una
condizione di vantaggio rispetto a quelle aziende italiane al 100%?
Il
decreto legge è vago, e può essere interpretato in senso restrittivo
(sede = sede legale, che è solo una e può essere all'estero) oppure
estensivo (sede = filiale, succursale). Nel primo caso, da FCA che ha la
sede legale in Olanda, a Msc Crociere, che ha la base in Svizzera,
questi grandi gruppi possono chiedere fondi per le loro attività
italiane, lasciando liberi le società con base all'estero di fare quello
che vogliono con dividendi e azioni proprie. Nel secondo caso, anche la
holding/casa madre viene ricompresa tra le aziende ''con sede in
Italia'', così vincolando anche gli azionisti a monte della catena al
divieto previsto dal decreto.
Certo,
non sarebbe facile né controllare né sanzionare le mosse di azionisti
che hanno la loro sede in un paese straniero, ma sicuramente sarebbe
equo: metterebbe tutte le aziende che operano in Italia sullo stesso
piano.
Il tema non
è affatto secondario. Nel libero mercato ognuno stabilisce i propri
domicili fiscale e legale dove più gli conviene, tanto che il dumping
fiscale è uno degli sport preferiti di certi ''cugini'' europei. Ma
quando un'azienda esce dal libero mercato e bussa alla porta dello
Stato, a quel punto i governi possono stabilire i requisiti e gli
obblighi per concedere l'aiuto pubblico.
Si
tratta di decine di miliardi garantiti dalle tasse degli italiani, mica
bruscolini. E il principio, come ha detto giustamente Carlo Calenda, è
semplice: il governo ha interesse a tutelare i posti di lavoro e le
filiere in Italia, mentre non dovrebbe avere interesse a tutelare il
diritto degli azionisti a incassare ricchi dividendi, per giunta
all'estero e dunque non tassati dal fisco italiano.
john elkann
E
attenzione: il vantaggio di garantire a una propria controllata un
finanziamento a tasso stracciato e con garanzia statale è enorme. Molte
di queste aziende dovrebbero ricapitalizzare le loro filiali italiane
con i fondi che hanno in cassa, oppure finanziarsi sul mercato, dove
dovrebbero garantire tassi da urlo sia alle banche, sia in caso di
emissione obbligazionaria. Invece grazie al sistema SACE (giusto e
dovuto, vista l'emergenza), si tengono le riserve in cassa e finanziano
con tassi ultra-convenienti la ripartenza.
carlo calenda
Il
socio di uno dei principali studi internazionali in Italia ha spiegato a
Dagospia che la norma italiana sembra scritta apposta per privilegiare
l'interpretazione restrittiva, e dunque favorire chi ha una controllante
straniera. Scriverla in modo diverso non sarebbe stato difficile, ma
probabilmente sarebbe stato impossibile l'enforcement, cioè
inseguire azionisti con base in Lussemburgo, Olanda, Montecarlo, o altri
paradisi e paradisini fiscali, per bloccare la distribuzione di
dividendi o lo share buyback.
FCA
ha già annunciato che non distribuirà il dividendo ordinario nel 2020,
ma sappiamo che lì il problema principale è quello straordinario, da 5,5
miliardi, che sarà versato nel 2021 ed è alla base dei concambi e del
buon fine della fusione con PSA. Pare che anche EssilorLuxottica voglia
chiedere l'aiuto della SACE, di sicuro sappiamo che il 20 aprile scorso
il dividendo 2020 è stato cancellato, lasciando così mani libere a Del
Vecchio.
LEONARDO DEL VECCHIO
Ma
che ne sarà delle altre società con casa madre all'estero? O con fondi
internazionali nell'azionariato? Perché un imprenditore italiano
''patriottico'' che ha tenuto tutta la catena societaria in Italia ha la
mordacchia sui conti, mentre un altro più furbo che ha portato
all'estero la holding per pagare meno tasse o avere più voti in
assemblea a parità di azioni (bello, il libero mercato), può disporre
dei suoi soldi come meglio crede, e sulle spalle del debito pubblico
italiano?
Ancora
una volta, il governo si dà la zappa sui piedi e incoraggia le aziende a
darsela a gambe: così alla prossima emergenza potranno citofonare a
Pantalone e intascare cedole senza problemi…
Una proposta di Lufthansa per Alitalia arriverebbe non prima di giugno 2020, sarebbe in un primo tempo commerciale e soltanto al verificarsi di alcune condizioni essenziali: una ristrutturazione profonda, meglio se già con qualche risultato evidente, e ulteriore liquidità (pubblica) per far fronte in particolare alle spese extra indifferibili che per l’anno prossimo richiedono almeno un miliardo di euro.
GIUSEPPE LEOGRANDE
È quanto apprende il Corriere della Sera da quattro fonti governative e tedesche che sottolineano come i 400 milioni di euro di ulteriore prestito ponte non basterebbero con l’attuale configurazione della compagnia tricolore. Anche perché la cassa è scesa a 270 milioni. Soltanto in presenza di un’Alitalia in utile Lufthansa può pensare di investire.
Ipotesi spezzatino
AEREO ALITALIA
All’interno dell’esecutivo Conte — spiegano le fonti — c’è una parte che «tifa» apertamente per Lufthansa, cosa emersa anche in un incontro riservato di pochi giorni fa a Roma alla presenza del presidente del Consiglio. Ma sia al premier, sia al ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli (titolare del dossier) i vertici di Lufthansa hanno espresso la loro posizione. Ai tedeschi interessa soltanto la parte «aviation» (il trasporto passeggeri e il cargo) di Alitalia, non i servizi di terra (circa 3.400 dipendenti) e la manutenzione (1.300 persone). Richiesta che di fatto costringerebbe il commissario unico Giuseppe Leogrande — che non ha ancora incontrato né Lufthansa, né Delta, l’altra pretendente — a lavorare allo spezzatino. E a mettere in conto che se i due blocchi non trovano un acquirente almeno 4.700 persone si ritroverebbero senza lavoro.
GIUSEPPE CONTE PATUANELLI
L’incontro al Mise
AEREO LUFTHANSA
Quanto alle dimensioni della flotta Lufthansa pensa che debba essere ridotta a 90 aerei (dagli attuali 113) — il che porterebbe a diversi esuberi — da accompagnarsi anche a un taglio deciso delle rotte non profittevoli. Nell’incontro con il ministro Patuanelli l’ad del gruppo Carsten Spohr ha spiegato che i costi di Alitalia sono troppo alti, il modello di business generale non funziona e che non ha i partner giusti. Ecco quindi la «ricetta»: ristrutturazione, liquidità adeguata e alleanze. Ma le prime due devono avvenire a prescindere da Lufthansa — è stato il ragionamento fatto a Patuanelli —, mentre l’alleanza con Francoforte arriverebbe in presenza di un vettore di fatto risanato o sulla buona strada.
ALITALIA
La ricetta tedesca
LUFTHANSA SCIOPERO
I tedeschi al ministro non avrebbero fornito un’indicazione degli esuberi, ma spiegato che più si abbattono i costi, più le rotte diventano profittevoli, meno persone bisogna lasciare a casa. Insomma: toccherà al commissario unico e ai sindacati decidere quanto deve essere grande Alitalia e quanti sacrifici sono disposti a sopportare.
ALITALIA
E del resto, ricordano i tedeschi, ogni compagnia entrata nel gruppo Lufthansa — come Swiss e Austrian Airlines — prima si è rimpicciolita, poi è cresciuta. «Per un futuro di lungo termine per Alitalia è importante avere la giusta ristrutturazione e il giusto partner», ha detto Carsten Spohr a un gruppo di testate italiane — tra le quali c’era anche il Corriere — nel quartier generale a Francoforte. «Questa è la mia logica quando ho parlato con le autorità italiane nelle ultime settimane. È anche importante ricordare che una non può andare senza l’altra».
L’Italia pesa il 10%
PILOTI LUFTHANSA
A gestire il dossier Alitalia dal fronte tedesco è Joerg Eberhart, presidente e ad di Air Dolomiti che conosce molto bene i sindacati italiani. L’interesse di Lufthansa per Alitalia lo spiegano i numeri. Il 10% dei tutti i passeggeri del gruppo tedesco parte dall’Italia o arriva nel nostro Paese. Si tratta di circa 40 mila persone al giorno, in grado di riempire una sessantina di Airbus A380, il velivolo a due piani più grande del mondo.
CARSTEN SPOHR (AD LUFTHANSA) CON JOERG EBERHART (AIR DOLOMITI)
Ma mentre l’ex vettore di bandiera è troppo piccolo per il mercato che serve, Lufthansa è invece troppo grande per la Germania. I tedeschi sono quindi convinti che le sinergie tra le due aziende potrebbero portare benefici per entrambe. Non solo. A Francoforte sono convinti che la joint venture transatlantica che Alitalia ha con Delta Air Lines e Air France-Klm sia limitante perché mette un tetto nel numero di voli tra Italia e Stati Uniti, mentre l’alleanza che Lufthansa ha con United Airlines questo vincolo non ce l’ha.
PATUANELLI CONTE
Investimento o partnership?
DELTA AIRLINES
Ma le cose si fanno meno nette quando si tratta di capire se Lufthansa voglia investire o cerchi soltanto una collaborazione commerciale con Alitalia. La logica dei tedeschi prevede un investimento nelle compagnie che hanno una giusta struttura di costi e che sono (o saranno) profittevoli. La partnership — come quella con la scandinava Sas — viene avviata anche con vettori dove questi requisiti mancano perché comporta un rischio limitato. A Patuanelli i vertici di Lufthansa hanno offerto l’adesione di Alitalia nel loro programma di fedeltà (Miles & More), il codeshare sui voli tra i mercati di riferimento (Germania, Italia, Austria, Svizzera, Belgio), l’ingresso nella joint venture transatlantica con United e in quelle asiatiche con Air China (per la Cina) e All Nippon Airways (per il Giappone).
Il nodo alleanze
LUFTHANSA SCIOPEROANGELA MERKEL CON AEREO LUFTHANSA IN MANO
Tra i punti discussi c’è anche il passaggio all’alleanza dei cieli Star Alliance, mentre chi dovrà pagare la penale di uscita da SkyTeam lo si deciderà in un secondo momento: se i benefici che Alitalia otterrà dalla collaborazione sono importanti allora la somma potrà sborsarla la compagnia italiana, altrimenti toccherebbe ai tedeschi. Tedeschi che puntano molto sull’aeroporto di Roma Fiumicino: da tempo lamentano l’assenza di uno snodo nel Sud Europa (come ce l’ha Iag in Spagna con Iberia). Gli hub del gruppo di Francoforte sono troppo a Nord e buoni per i voli con l’Asia e il Nord America. Lo scalo della Capitale sarebbe perfetto per i collegamenti con il Sud America, il Sudafrica e il Sud-est asiatico. Scalo gestito da AdR, società di Atlantia, gruppo che secondo i tedeschi sarebbe un azionista che potrebbe aiutare a privatizzare Alitalia nel modo giusto. Fonte: qui