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domenica 2 febbraio 2020

À la recherche del Pensiero Liberale perduto: Luigi Einaudi



Un paio di giorni fa passavo da Dogliani...
e nell'aria di quel luogo, insieme ai profumi del "Dolcetto"...;-)
ho "acchiappato dei pensieri a volo...come fossero farfalle..."

La libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica.

Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli.

Il denaro dei contribuenti deve essere sacro.

Chi avrà ma scritto delle perle di saggezza del genere?
E' stato Luigi Einaudi.
Carneade...Ma chi era costui?....

Credo che tutti si ricordino di Luigi Einaudi come Presidente della Repubblica (il secondo della ns. storia repubblicana).
O si ricordino il suo cognome visto che il figlio Giulio fondò la celeberrima casa Editrice Einaudi.
Purtroppo però sono andati dimenticati i suoi insegnamenti economici, che s'iscrivono nel solco del pensiero liberale e liberista.

Infatti hanno vinto i catto-comunisti....
e, sul lungo periodo, in un'Italia ormai allo SFACELO
OGGI possiamo "apprezzare" i risultati di questa vittoria e della conseguente omogeneizzazione culturale.
La vittoria e la prevalenza catto-comunista
non è tanto e non è solo ideologica ma soprattutto culturale, con un profondo radicamento nei meccanismi sociali e del modo di pensare di questa Italia in declino.
(Per carità! Ogni schema di pensiero ha pro&contro, nessuno schema è il male assoluto...ma la prevalenza assoluta, l'appiattimento, l'omogeneizzazione culturale sono la configurazione che più si avvicina al male assoluto o se preferite sono una delle configurazioni meno efficienti e meno "produttive")

Non ci credete?
RIFLETTETE A FONDO su questa frase recente di Papa Francesco che ci FA CAPIRE MOLTE COSE...
E CHE RIASSUME APPIENO il "rallenty medioevale basato sul SINCRETISMO CATTO-COMUNISTA-(IPOCRITAMENTE)PAUPERISTA" che prevale in Italia...

Risultato?
Un'Italia totalmente INETTA di fronte alla competizione globale,
passiva, abbarbicata ai suoi "piccoli orticelli" (a ciascuno il suo),
senza nessuna spinta al cambiamento al rinnovamento ma rivolta solo al mantenimento ed al tirare a campare,
PRIVA della minima capacità di adattamento.
Un Paese morto, zombie, cristallizzato, feudale&corporativo,
in cui la sua incredibile bellezza, la sua superiorità culturale, i suoi fasti (passati)
puzzano ormai di fiori marciti ed appassiti...quell'odore forte ed acre che senti nei cimiteri...
Io non sento il profumo frizzante dell'aria fresca...
o meglio...l'ho sentito per un po'...

Nella vita delle nazioni di solito l'errore di non saper cogliere l'attimo fuggente è irreparabile (Luigi Einaudi)

ed adesso ...di nuovo il puzzo di fiori marciti ed appassiti...
anche se spesso spacciati come aria fresca,
come il vento del Nuovo (potenza del marketing politico e del basso livello d'indipendenza della ns. informazione).
ECCO PERCHÉ' ORMAI L'ITALIA E' ALTROVE.

Chissà che Italia avremmo potuto avere OGGI..............................
. se avesse prevalso il pensiero di persone come Luigi Einaudi...
E vi ricordo che quanto segue, Luigi Einaudi non l'ha scritto oggi ma 100 anni fa...
il che rende l'idea
sia dello spirito anticipatore del personaggio
sia del grado infimo della nostra involuzione catto-komunista...

Io penso che chiunque legga anche solo i frammenti che seguono...
anche se imbibito profondamente di pensiero catto-comunista
possa cogliere come questo pensiero "liberale" poco abbia a che spartire con il turbo-liberismo ed il turbo-capitalismo di matrice iper-finanziarizzata...
Siamo invece di fronte a qualcosa che interpreta la più profonda ed autentica essenza dell'uomo e che risuona in sintonia con le sue migliori e dunque più efficienti costruzioni sociali ed economiche.

E non dimentichiamo che quello che oggi la maggioranza chiama LIBERISMO (selvaggio)
in realtà non è liberismo manco per la cippa...
mentre invece è uno dei Centralismi più oligarchici e meno liberali che si siano mai visti negli ultimi secoli
sommamente incarnato dalle onnipotenti Banche Centrali, dalle loro politiche centraliste,
dai mercati che ormai tradano solo le mosse di FED BCE etc
impippandosene dei fondamentali macro-economici
....producendo forzatamente una delle PIU' GRANDI BOLLE SPECULATIVE DI SEMPRE
e dunque...una delle peggiori redistribuzioni di ricchezza dai tempi del medioevo
etc etc

Sì sì lo so...quanto scrivo qui
è assolutamente MINORITARIO in questa Italia...
Non sto intessendo le solite lodi a Berlinguer Togliatti De Gasperi e/o Papa Giovanni...;-)
Dunque quanto scrivo suonerà come strano, estraneo, inconsueto e persino irritante ed eretico...
ma forse qualche spiraglio di luce passerà...ed anche solo un raggio sarà una nuova speranza...
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Giustizia non esiste là dove non vi è libertà.
(Notate qualche vaga somiglianza con il "socialismo liberale" di Sandro Pertini?
"Non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà"....e non è un caso....)
La libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica.

La libertà' esiste se esistono uomini liberi; muore se gli uomini hanno l'animo di servi.

Non le lotte o le discussioni devono impaurire, ma la concordia ignava e l'unanimità dei consensi.

“…migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di denaro. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, abbellire le sedi, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno.
Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie e investono tutti i loro capitali per ritrarre spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente con altri impieghi.”

Il denaro dei contribuenti deve essere sacro.

Amante del paradosso è colui il quale ricerca e scopre la verità esponendola in modo da irritare l'opinione comune, costringendola a riflettere ed a vergognarsi di se stessa e della supina inconsapevole accettazione di errori volgari.

La maggior parte delle parole comunemente adoperate dagli uomini politici sono sopratutto notabili per la mancanza di contenuto.

Conoscere per deliberare.

Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, abbellire le sedi, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno.

(Aveva pensato anche a noi blogger indipendenti...in netto anticipo....)
“Albo di Giornalisti! Idea da pedanti, da falsi professori, da giornalisti mancati, da gente vogliosa di impedire agli altri di pensare con la propria testa. L'albo è un comico non senso, è immorale perché tende a porre un limite a quel che limiti non ha e non deve avere, alla libera espressione del pensiero.” 
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...................................Einaudi introduce alcune novità nella politica economica dei liberali italiani: 
a suo parere vi è una mutua implicazione tra liberalismo e liberismo, discostandosi in questo dalle teorie di Benedetto Croce, che preconizzava il liberalismo italiano come un affare innanzitutto morale.

Einaudi invece afferma che le libertà civili e le libertà economiche siano reciprocamente dipendenti: ciascuna forma di libertà emerge solo in presenza delle altre.

Secondo Einaudi, il liberismo non è semplice economicismo.
Rifacendosi ai classici anglosassoni del pensiero liberale (John Stuart Mill e John Locke su tutti), egli esalta l'individualità, la libertà d'iniziativa, il pragmatismo.

La libertà funziona solamente laddove è esplicata nella sua completezza: un liberale "completo" è anche "liberista", perché tenta di applicare una reale corrispondenza tra ideale di libertà e società concretamente libera.

Secondo Einaudi, in un regime statalista la vita sociale ed economica è destinata alla stagnazione: l'individuo si perfeziona solo se è libero di realizzarsi come meglio crede; il liberalismo educa gli uomini perché insegna loro ad autorealizzarsi.
La meritocrazia risulta strettamente connessa a un'economia di mercato: l'individuo più competente o creativo può rendere migliore l'azienda e quindi viene assunto.

Einaudi stesso ha curato direttamente la conduzione della sua azienda agricola presso Dogliani, applicandovi le tecniche di coltivazione più moderne.

L'autorealizzazione può portare allo scontro tra individui con interessi concorrenti.
Questo genere di lotta è però una lotta di progresso: gli uomini sono così costretti ad assumersi la responsabilità (guadagni e fallimenti) delle proprie imprese economiche, senza gravare su altri individui, come invece accade in uno stato assistenziale.

L'ideale liberale è un ideale in costante mutamento: può essere oggetto di critica perché nasce e si nutre di ideali concorrenti. 
Il liberalismo vive del contrasto.

Per Einaudi, con l'eccesso di statalismo si rischia di "impigrire" l'individuo.
Portato a disinteressarsi e a non assumersi responsabilità, si lascerà "trasportare dalla corrente", accettando con fatalismo anche illegalità e cattivi servizi, percependoli come prassi. 
Il liberalismo, diversamente, è una pratica più dura, ma attraverso l'autorealizzazione riesce a responsabilizzare i cittadini.

Una società libera ha bisogno di istituzioni minime e basate sulla trasparenza, in modo che siano più vicine al cittadino e da lui facilmente utilizzabili o contestabili: federalismo e decentramento rispondono bene a queste esigenze; 
Einaudi punta ad un federalismo europeo, con ciò a dire una sola politica economica, un forte esercito europeo in grado di tenere a bada le pressioni provenienti da oriente e in grado di confrontarsi paritariamente con gli USA
Einaudi non vuole la dissoluzione dei singoli stati ma auspica una federazione europea dotata di varie libertà, soprattutto economiche.

giovedì 28 aprile 2016

Il populismo è di moda, ma sappiamo cos'è?

Oggi  “pupulista” è un insulto e lo era spesso anche in passato.   Eppure proprio questa eterogenea matrice ha prodotto l’unica seria opposizione a quegli ideali di “progresso” perseguendo i quali siamo giunti esattamente dove siamo oggi.
Con questo non intendo certo idealizzare la tradizione.   Chi ha vissuto in un paese ancora 40 o 50 anni fa, ha un’idea di quando schiacciante può essere quella “common decency” tanto cara ad Orwell.   Tengo però a far presente è che il populismo odierno ha ben poco in comune con quello del passato.   In particolare per la passione che i movimenti populisti odierni hanno per i capi autoritari, le fantasie nazionaliste e l’ assistenzialismo di stato.   Tutti elementi che i populisti del passato disprezzavano profondamente.

Una differenza che probabilmente dipende dal fatto che i movimenti populisti del passato sorsero ed insorsero in difesa di una tradizione popolare all'epoca ben viva e profondamente radicata.   Una tradizione che la trasformazione dei contadini ed degli artigiani prima in proletari e poi in consumatori ha distrutto.   Della radice antica ed identitaria della gente comune rimane oggi solo un sentimento vago e rabbioso, su cui fanno leva gli "arruffapopolo" di professione. 


Il populismo ieri.


A scuola, sembra che il storia del pensiero politico moderno si riassuma nello scontro fra due grandi scuole: quella liberal-capitalista e quella socialista che né è uscita sconfitta.   La realtà è, come sempre, parecchio più complicata.
Tanto per cominciare, le due citate scuole di pensiero non erano poi così antitetiche.   Condividevano infatti una comune ideologia di fondo: il progresso inteso come inarrestabile processo di miglioramento della condizione umana.   Del resto, entrambe si rivendicavano legittime eredi dell’Illuminismo, visto come la grande rottura fra un “prima” fatto di miseria morale e materiale, oscurantismo, persecuzione e quant'altro.   Ed un “dopo” proiettato in un futuro radioso.   Un concetto nato e maturato nei circoli aristocratici e finanziari del XVIII° secolo che erano quanto di meno "popolare" si potesse immaginare.
Dunque lo scontro fra le due scuole, non di rado sanguinoso, fu sostanzialmente su quali fossero i mezzi più efficaci per raggiungere lo scopo condiviso.   Se mediante un’accumulazione di capitale privato oppure di capitale statale, se tramite una liberalizzazione delle attività economiche, oppure una pianificazione delle medesime, eccetera.   Ma per entrambe contrastare il progresso era affare di aristocratici parassiti, nostalgici, romantici perdigiorno, retrogradi, corporazioni oscurantiste, borghesi bigotti, masse abbrutite dall'ignoranza o nemici del popolo, secondo il caso.
In una serie di post pubblicati su “Effetto Risorse” (qui, e qui) ho cercato di tracciare l’origine di questa singolare visione del mondo.   Qui vorrei accennare invece a quelle “forze oscure della reazione in agguato” che le si opposero.
Secondo la vulgata, in prima fila ci sarebbe stata l’aristocrazia molle e parassita dell’”Ancien régime”, retaggio di un mondo feudale sinonimo di ogni orrore.   Solo che, sorpresa, nel '700 l’Ancien Régime era quanto mai moderno.   Ed era nato proprio dallo sforzo di molti stati di chiudere definitivamente i conti con gli ultimi strascichi di una tradizione feudale oramai decotta.   

La modernità, teorizzata e caldeggiata dai progressisti, nella seconda metà del XVIII secolo erano gli stati nazionali retti da autocrati “illuminati”.   Vale a dire promotori a tempo pieno di quella rivoluzione industriale che cominciava a delinearsi.   Del resto, le grandi famiglie dell’epoca erano composte perlopiù da banchieri, industriali ed alti funzionari.   Le proprietà terriere ed i castelli in qualche caso erano una pittoresca eredità; in altri un acquisto recente destinato a dare lustro a nomi e cognomi privi di storia.
Chi, invece, si oppose fieramente, da subito e per oltre un secolo alla visione progressista del mondo fu un’eterogenea accozzaglia di movimenti in cui confluirono e defluirono personaggi molto diversi.   Anche un certo numero di latifondisti ed intellettuali certo, ma principalmente artigiani, operai e contadini proprietari della terra.   Ivi compresa parte della piccola aristocrazia di campagna, marginalizzata ed impoverita dallo sviluppo dell’industria e della finanza.
rivolte luddiste
Uno dei primi e più famosi di questi movimenti fu quello dei “Luddisti” che sfociò in vere e proprie sommosse represse nel sangue.   Lo scopo che animava questi ribelli era soprattutto la salvaguardia della dignità del lavoro artigianale e manuale.   La meccanizzazione e la specializzazione dei ruoli in fabbrica erano visti infatti come degradanti per i lavoratori.   Ma ancor più era avversata l’istituzione del lavoro dipendente salariato.
Oggi che sempre più gente anela ad un salario che non può avere sembra incredibile.   Ma fin’oltre la metà del XIX secolo l’imposizione del regime salariale era visto da molti dei diretti interessati come una vera e propria forma di schiavitù.
Solo in alcuni casi da questi movimenti nacquero dei veri partiti, come il People’s Party in USA ed il Narodničestvo in Russia, spesso confusi con partiti di matrice socialista.   Ma al contrario dei marxisti, i populisti vedevano nella grande industria, nella meccanizzazione ed elettrificazione nient’altro che potenti mezzi per meglio proletarizzare e sfruttare i lavoratori.
Come fondamento dell’edificio sociale proponevano non già la dittatura del proletariato od il benessere, bensì quell'insieme di valori e comportamenti radicati nella tradizione popolare che davano identità, struttura sociale e resilienza alle classi lavoratrici.  Difendevano quindi la piccola proprietà privata e gli antichi diritti d’uso civico.   Avversavano invece i monopoli ed il latifondo, tanto quanto la statalizzazione dei mezzi di produzione.  In alternativa, tentarono di costituire cooperative che quasi sempre fallirono perché avversate sia dai liberali che dai socialisti, sia pure per opposte ragioni.  Rifiutavano l’ingerenza nelle loro faccende tanto dello stato, quanto dei sindacati di partito.   Preferivano invece organizzarsi autonomamente in strutture di remota tradizione e spesso divenute illegali come le ghilde, le confraternite e le società di mutuo soccorso.
Stalin
Sicuramente il più tragico evento legato a questa tradizione fu l’Holomodor (dai 3 ai 9 milioni di morti secondo le stime) con cui tra il 1932 ed 1933 Stalin chiuse definitivamente la partita con la pretesa dei contadini ucraini di rimanere economicamente autonomi.

Il populismo domani?


Nei due secoli che hanno preceduto la totale egemonia dell’ideologia progressista ci furono anche altri ed importanti movimenti politici, basti citare gli anarchici ed i monarchici, su barricate opposte.   Qui ho voluto rievocare fugacemente il populismo delle origini perché tutti noi stiamo scivolando giù per la china del “dirupo di Seneca” senza reagire.  Le ragioni sono molte e una fra queste penso sia una terribile carenza di idee politiche. Forse conoscere meglio il passato potrebbe stimolare la nostra creatività.  Purtroppo, il fallimento dei sistemi socialisti è stato erroneamente interpretato come la dimostrazione della giustezza del sistema capitalista.
Perfino il movimento ambientalista, che avrebbe potuto rappresentare la vera novità politica del XX secolo, si è dissolto nella matrice progressista, disgregato in un ala filo socialista (maggioritaria in Europa occidentale) ed una filo-liberale (maggioritaria in Europa orientale). E man mano che diventa evidente che anche il capitalismo ha fallito e con lui il progressismo tutto, ci troviamo nel vuoto completo.
E dal vuoto, come diceva Gramsci, nascono i mostri.

Fonte: qui