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giovedì 24 gennaio 2019

Lo stato pietoso dell’economia cinese

Secondo istituti governativi, la crescita nel 2018 è stata dell’1,67% o addirittura negativa. La borsa affonda e le imprese private e statali vanno in bancarotta. La bolla speculativa della Cina sta per scoppiare. Il discorso del prof. Xiang Songzuo, dell’università Renmin, che è stato censurato su internet.

Pechino (AsiaNews) - Presentiamo qui l’importante discorso che il prof. Xiang Songzuo ha tenuto lo scorso 16 dicembre alla Scuola di economia dell’università Renmin, durante un seminario per imprenditori. Questo discorso è ormai introvabile in Cina perché la censura l’ha cancellato da internet. Il motivo è chiaro: il prof. Xiang, conosciuto per il suo carattere schietto, dà un’immagine della Cina molto meno favolosa di quella che raccontano giornalisti ed “esperti”, veri aedi di corte – così numerosi e ben pagati in oriente e occidente. Il prof. Xiang – accademico alla scuola di Finanza della Renmin e già capo economista alla Banca cinese dell’agricoltura – rivela per esempio che la crescita del Paese per il 2018 – secondo istituti governativi, che lui non nomina – è dell’1,67 o addirittura negativa: molto lontana dalla crescita ufficiale del 6,5%. Egli fa comprendere che la proprietà privata non è ancora ben difesa in Cina e che il debito del Paese è ormai a livello di pericolo (il 300% del Pil). Davanti a un simile, inconfessato crollo, in cui vanno in bancarotta imprese private e statali, il prof. Xiang suggerisce profonde riforme economiche, politiche e di governo.  Va anche detto che gli Stati Uniti, con la loro bolla finanziaria, e l’Europa con la sua fragile politica monetaria, non stanno meglio. Quella della Cina – come riconoscono alcuni economisti – è una bolla più totale: non solo monetaria e finanziaria, ma anche economica e sociale. L’unica differenza è il silenzio che c’è sulla Cina, segno che si sta preparando a rendere la popolazione cinese una vittima dello scoppio di tale bolla. Del discorso del prof. Xiang esiste anche un video in cinese, salvato in occidente, visibile qui, che ha ricevuto milioni di visite. Un grazie al coraggio del prof. Xiang Songzuo, e a Chinachange, che ha provveduto alla traduzione inglese del suo discorso (traduzione intaliana a cura di AsiaNews).

Il grande cambiamento mai visto negli ultimi 40 anni

Con voi, miei amici studenti, voglio condividere due caratteri cinesi. Spero che ognuno qui presente, ogni imprenditore, possa riflettere insieme con me. Questi due caratteri sono fan si (反思, riflettere). Su cosa riflettere?
L’economia cinese è andata giù quest’anno, come tutti sanno. Il 2018 è un anno straordinario per noi, con così tante cose avvenute. Ma la cosa più importante è il rallentamento dell’economia.
Quanto brutte sono le cose? La cifra che dà l’Ufficio nazionale di statistiche (NBS) è del 6,5%, ma proprio ieri, il gruppo di ricerca di un’importante istituzione ha prodotto un rapporto interno. Potete indovinare la crescita di Pil emersa, usando i dati dell’NBS?
Essi hanno usato due modi di misurare. Con la prima stima, la crescita del Pil per la Cina è circa l’1,67%. Secondo l’altra misurazione, la crescita è negativa.
Naturalmente, il mio punto principale non è l’accuratezza di questi calcoli, o quale sia più credibile. Ma quest’anno vi sono stati tre temi legati alla Cina che noi non abbiamo considerato, o che abbiamo sbagliato a giudicare in modo serio.
Anzitutto, la guerra commerciale fra Cina e Usa. Abbiamo fatto qualche dichiarazione non accurata? Abbiamo sotto-estimato la severità della situazione? Ricordiamo alcuni slogan dei maggiori media all’inizio dell’anno: “Nella guerra commerciale fra Usa e Cina, gli americani stanno sollevando pietre che cadranno sui loro stessi piedi, la Cina vincerà di sicuro”. “Che le battaglie siano lunghe o brevi, la Cina vincerà la guerra commerciale senza alcun dubbio”.
Cosa sta dietro questo modo di pensare? Fino ad oggi, noi continuiamo a soffrire di una dissonanza cognitiva fra il modo in cui capiamo la guerra commerciale Cina-Usa e la realtà internazionale. Ciò richiede una profonda riflessione.
Incolumità e proprietà privata
Secondo punto: qual è stata la causa di questa crisi economica? Perché le imprese private hanno sofferto battute d’arresto nel 2018? Guardando i dati, gli investimenti delle imprese private sono scesi in modo sostanziale, per cui: cosa ha fatto perdere fiducia ai proprietari di imprese private? Il 1° novembre, i leader della nazione si sono radunati per una conferenza economica di alto profilo, che qualcuno ha interpretato come un segnale lanciato dal governo per riconquistare la fiducia delle imprese private, mentre l’economia peggiora.
Purtroppo, dall’inizio dell’anno, sono stati gettati qua e là ogni tipo di dichiarazione ideologica: frasi come “la proprietà privata sarà eliminata”, “la proprietà privata sarà eliminata, ma non ora”, “per le imprese private è tempo di svanire”, “tutte le imprese private dovrebbero essere ridate ai loro lavoratori”. Poi c’è stato quello studio di alto profilo di Marx e del Manifesto comunista. Ricordate quella frase del Manifesto comunista? Abolire la proprietà privata. Che tipo di segnale pensate che questo mandi agli imprenditori privati?
Per questo abbiamo bisogno di riflettere sulla crisi economica della Cina, la pressione sulla economia cinese e la guerra commerciale fra Usa e Cina, che sta crescendo ogni giorno di più. Dobbiamo riflettere su quello che abbiamo sbagliato; su come far rivivere l’economia, mentre camminiamo verso il futuro; che passi dobbiamo fare perché l’economia della Cina mantenga un tasso di crescita sostenuto.
Forse non siete d’accordo con quello che dico; per favore, siate liberi di esprimere le vostre opinioni. Ma io spero che voi possiate pensare in maniera sobria dopo che concluderemo il seminario di oggi. Perché dico ciò? Perché i problemi che affrontiamo sono i nostri e ve ne sono molti. Ma molti di essi sono stati affrontati solo in termini superficiali.
Al simposio sul settore privato, il segretario generale Xi Jinping ha parlato di sei temi. Fra quelli, io sono più preoccupato del sesto: la protezione della integrità personale e della proprietà. Pensateci. In una nazione con un robusto stato di diritto, dove tutti sono uguali davanti alla legge, questi basilari diritti umani non dovrebbero essere garantiti per tutti, imprenditori e comuni cittadini?
Sono passati 40 anni dal [programma di] riforma e apertura, eppure il segretario generale sente che è ancora necessario promuovere i diritti degli imprenditori per quanto riguarda la loro incolumità e la sicurezza della loro proprietà. Ciò riflette la gravità dei temi che riguardano il governo della società cinese e lo Stato. A mio parere, l’economia cinese dovrà affrontare sei sfide interne che meritano la nostra seria considerazione. A causa del poco tempo, non potrò esaminarle tutte.
La guerra commerciale Cina-Usa
In più, vi sono tre grandi sfide esterne. La prima è la guerra commerciale, che in effetti non è più una guerra commerciale, ma piuttosto uno scontro fra due opposti sistemi di valori. Si può dire con certezza che il rapporto Cina-Usa è giunto ora a un crocevia e si trova davanti sfide storiche significative. Cosa dobbiamo fare? Ad essere onesti, non penso abbiamo trovato ancora un brandello di soluzione.
Voi sapete che il capo dell’ufficio finanziario della Huawei, Meng Wanzhou, è stata incarcerata a Vancouver. Negli ultimi due giorni, i maggiori media come la Bbc e la Cnn hanno riportato che gli Usa stanno dando addosso alla Huawei in tutti i modi. Quanto questo fatto ci dice non riguarda solo il commercio e l’economia.
Un tempo parlavamo di “periodo di opportunità strategica di crescita economica per la Cina”. Questo periodo esiste ancora? Personalmente, guardando alla situazione internazionale, penso che questo periodo sta svanendo velocemente.
Guardiamo a cosa significa “periodo internazionale di opportunità strategica”. Significa che in passato, le regole internazionali ci erano favorevoli; avevamo pieno accesso a tecnologia, capitali, talenti e mercati. A causa dei cambiamenti imminenti che affrontiamo sui fronti nazionale e internazionale, ho intitolato il mio discorso di oggi “Il grande cambiamento mai visto negli ultimi 40 anni” (四十年未有之大变局).
Abbiamo davvero considerato i problemi? Certo il problema a breve termine che vediamo è il declino economico; la preponderanza di dati che dimostrano questo punto non ha bisogno di spiegazioni. I dati riguardo alla performance di novembre non sono stati ancora pubblicati, ma potete estrapolarli dalle cifre di ottobre: c’è un declino praticamente in tutti i settori, dai consumi al dettaglio, alle auto, le proprietà immobiliari. Guardate all’export della Cina: Chi può dire che la guerra commerciale non ha avuto alcun impatto sulla Cina e che la Cina è sicura di vincere la guerra per quanto grande essa sia? E la gente che parlava così in aprile e maggio, perché non ridice quelle parole ora?
Perché abbiamo fatto questi errori nel valutare le circostanze internazionali?
Guardiamo a queste cifre. Che la Cina abbia di fronte una crisi economica a lungo termine non è un problema in sé. Ma avrete notato che i consumi e il settore dei servizi ora sono il 78,5% del Pil. Con la logica del governo, questo dovrebbe essere una buona cosa, perché significa che la transizione verso un’economia dei consumi ha avuto successo: un tempo ci basavamo sugli investimenti e l’export; ora ci basiamo sui consumi e sul settore dei servizi. Tutto ciò è ragionevole, ma pensiamo: in un Paese come la Cina, se gli investimenti diminuiscono in modo drammatico, possiamo mantenere la stabilità economica basandoci sui soli consumi?
Il fatto che consumi e servizi comprendano il 78,5% del Pil può essere una buona notizia in qualche modo, ma le implicazioni negative la eclissano in modo totale. Guardiamo agli investimenti. Ancora più importante, possono i consumi da soli sostenere una più veloce crescita economica?
Nei 40 anni seguiti alla riforma economica, abbiamo vissuto cinque fasi di consumo. La prima era per risolvere il problema del cibo; la seconda era quella dei “nuovi grandi tre” [新三大件, per indicare frigorifero, tivù a colori, lavatrice]; la terza era il consumo di informazioni; la quarta l’automobile; la quinta le proprietà immobiliari.
Ma queste cinque ondate sono in pratica giunte alla fine. Le vendite di auto sono calate bruscamente, gli acquisti di proprietà immobiliari si sono ridotti in modo sostanziale, così abbiamo seri problemi.  Questa è la questione cruciale delle sei stabilità elencate dal Politburo [stabilità d’impiego, di finanza, di commercio estero, di investimenti stranieri, stabili investimenti e stabili aspettative]; per scherzare, qualcuno su internet li ha definiti i sei “teneri baci” [吻, wen,  bacio, ha lo stesso suono di 稳, wen, stabilità].
Permettetemi di darvi altri tre “baci”: riserve stabili, tassi di cambio stabili, prezzi delle case stabili. È abbastanza ovvio che queste stabilità sono difficili da raggiungere. Per ora sembra che “stabili investimenti stranieri” e “stabile tasso di cambio” non siano un problema. Gli investimenti stranieri sono stabili. Ma come stabilizzare investimenti, export, mercato immobiliare, impiego? Il motivo per cui voglio condividere con voi la parola “riflettere” con ognuno: oggi abbiamo bisogno di riflettere sul perché ciò è successo e come trovare una soluzione appropriata.
La borsa e le imprese in bancarotta
Via via che l’economia rallenta, il rischio finanziario cresce e le attività di banche nascoste si restringono in modo rapido.  Alcuni dicono che il presidente della banca centrale cinese si sia scusato, dicendo che la loro politica primaria non era stata pensata bene, mancava di coordinamento, e non era attuata in modo proprio; che queste, insieme agli effetti dei pesanti regolamenti, hanno causato una riduzione del credito. Certo, questa è una ragione importante, ma non è il punto fondamentale.
Il mercato dei finanziamenti diretti, sia i bond che le azioni di borsa, nel 2018 si sono dimezzati e che molte compagnie sono divenute inadempienti (default). Il debito totale causato dal default supera i 100 miliardi di RMB (14,5 miliardi di dollari Usa) per i primi tre trimestri.
Secondo dati offerti dal governo, il debito da default delle compagnie potrebbe superare i 120 miliardi di RMB e molti commerci sono andati in bancarotta. Come dice Cao Dewang (曹德旺), le imprese crollano a frotte, e nemmeno le imprese statali sono risparmiate. La Bohai Steel, una volta citata nella lista di Fortune Global 500, quando è andata in bancarotta era in debito di 192 miliardi di RMB, ma il numero reale potrebbe essere fino a 280 miliardi di RMB.
I debito dei governi locali è un grosso problema nel mercato finanziario della Cina. Sui numeri, l’Ufficio nazionale di audit dice che è circa di 17.800 miliardi di RMB, mentre He Keng (贺铿), vicedirettore del Comitato per gli affari economici e finanziari dell’Assemblea nazionale del popolo, pensa che esso sia di oltre 40mila miliardi di RMB. Ciò che è peggio, è che nessun governo locale abbia l’intenzione di ripagare i suoi debiti.
Questo è il contesto più largo. Poi ci sarebbe anche il crollo della borsa. Il mio amico, il sig. Jin Yanshi (金岩石), fra breve condividerà con voi i suoi pensieri riguardo a una imminente ripresa del mercato azionario, ma secondo me, esso è lontano dall’accadere. Guardate alla storia: solo il crollo di Wall Street del 1929 può essere paragonato al ripido declino che le azioni cinesi hanno sperimentato quest’anno. Alcuni titoli sono scesi dell’80 e perfino del 90%.
E qui c’è il problema a cui dobbiamo pensare oggi: sappiamo che la borsa cinese è dolorante, ma cosa la colpisce esattamente?
Alcuni danno la colpa ai regolatori di titoli (securities regulators), al presidente Liu (刘主席), o a questo o quello, ma io penso che essi se la stanno prendendo con la gente sbagliata. Il problema è nella politica regolatrice, che da tempo è un po’ mancante. L’assenza di un completo regolamento della borsa potrebbe essere un tema importante, ma non è quello cruciale.
Guardiamo alla struttura dei profitti. Per dirla con franchezza, le compagnie listate nella borsa in Cina non fanno soldi. Ma allora, chi ha preso i pochi profitti fatti dalle oltre 3mila compagnie listate nella borsa cinese? Due terzi sono stati presi dal settore bancario e da quello immobiliare. I profitti guadagnati da 1444 compagnie nel gruppo delle PMI e nei consigli d'impresa per la crescita, non sono nemmeno pari a una volta e mezza i profitti della Banca industriale e commerciale della Cina. Come può un tipo di mercato così divenire un mercato impetuoso (a bull market)?
Quando compriamo azioni, noi stiamo comprando i profitti della compagnia, non montature e voci. Ho letto un recente rapporto che paragona i profitti delle compagnie listate in Cina e quelle negli Usa. Ci sono molte compagnie pubbliche negli Usa che hanno decine di miliardi di profitti. Quante compagnie cinesi manifatturiere e tecnologiche hanno fatto questi risultati? Ce n’è solo una, ma non è nella borsa [Xiang si riferisce alla Huawei, la compagnia tecnologica]. Cosa ci dice ciò? Come dice il prof. Robert Shiller di Yale: a breve termine, le performance delle borse possono non essere il barometro dell’economia, ma lo sono a lungo termine.
Così, io penso che la terribile performance della borsa dimostra solo una cosa: che l’economia reale in Cina è piuttosto in disordine. Dov’è la ripresa del mercato azionario? Penso sia ovvio che la fiducia degli investitori non sia ancora ristabilita.
La bolla speculativa
Il 19 e il 20 ottobre sono emerse alcune politiche e il vice-premier Liu He (刘鹤) ha fatto un discorso in cui di persona ha promesso dei risultati, ma che ne è stato? L’indice SSE [indice composito della borsa di Shanghai] è sceso a 2600 punti dallo scorso venerdì e rimane lì, appena vivo. Quando arriverà la ripresa del mercato? Il mercato immobiliare non sta mostrando segni di ottimismo per ora, ma non andrò nei dettagli per mancanza di tempo. Potete prendere una foto dei dati per vostro uso.
E’ per questo che la Cina vuole combattere le tre dure battaglie. Il declino economico della Cina indica che vi è un problema maggiore legato all’espansione e alla crescita: essa ha deviato dai fondamentali e si è mossa verso la speculazione. Queste sono parole dette dall’ex capo della banca centrale di Cina, Zhou Xiaochuan (周小川).
Quali sono i nostri rischi finanziari attuali? Essi sono nascosti, complessi, acuti, contagiosi e malevoli. Squilibri strutturali sono massicci, e le violazioni della legge e dei regolamenti sono rampanti. Bisogna prevenire “cigni neri” e fermare “grigi rinoceronti”. Una volta, un reporter ha domandato a Zhou: “Dove sono i cigni neri? Quali sono?”. Zhou ha sorriso e non ha risposto.
I “cigni neri” sono vicini a voi. Il prestito P2P, blockchain, Coin Circle non sono tutti dei “cigni neri”? Ma non potete vederli. E per i “grigi rinoceronti”, questi possono attaccarvi in ogni momento. Il più grosso di loro è il mercato immobiliare.
Abbiamo speculazioni rampanti in ogni dove, in troppi aspetti. In breve, è arbitraggio.
Durante la conferenza nazionale di lavoro sulla finanza lo scorso anno, il segretario generale e il premier hanno criticato con forza il settore finanziario con una lista di polemiche dal timbro letterario, dicendo che essi si stavano trastullando senza la minima considerazione per la realtà e che il settore finanziario era nel caos ed era una visione terribile da sostenere.
Oltre a questo arbitraggio finanziario, cosa fa la maggior parte delle aziende con i loro soldi? Quaranta per cento di esso va in borsa, speculazione e acquisto di azioni di compagnie finanziarie, ma non va a investimenti primari di aziende. E questo si può considerare una buona situazione per le compagnie listate? Potete dire addio agli impegni di equità (equity pledges), gioco finito. In quanto economista, io sono contrario al governo che salva il mercato. Se le azioni crollano, lasciale andare: che cosa conta salvarle? Che cosa fai usando gli impegni di equità per altri scopi? Che cosa hai fatto con i prestiti che hai ricevuto dai titoli azionari?
Conosco molti imprenditori delle compagnie listate. Francamente, buona parte dei loro fondi di impegni di equità non sono andati alla loro attività principale (primary business), ma sono stati usati per le speculazioni. Hanno usato molti trucchi. Hanno acquistato prodotti finanziari; hanno comprato case. Il governo dice che le compagnie listate hanno speso 1000-2000 miliardi speculando sugli immobili. Alla base, l’economia cinese è tutta costruita sulla speculazione, e ogni cosa è super-indebitata (over leveraged).
La Cina si è imbarcata su questo sentiero di non ritorno a partire dal 2009. Il tasso di leva finanziaria è aumentato in modo vertiginoso. Il nostro coefficiente di leva finanziaria attuale è tre volte quello degli Stati Uniti e due volte quello del Giappone. Il tasso di debito delle compagnie non finanziarie è il più alto del mondo, per non citare l’immobiliare.
Avendo condiviso tutti questi dati con voi, non dovremmo ora giungere a una conclusione?
“Le rondini tornano ogni tre anni” [è un riferimento ai tre anni di crescita del RMB fra il 2005 e il 2008]. E ora sono tornate ancora. Il declino economico ha creato un mucchio di pressioni, così ora il governo ritorna con la serie dei suoi vecchi trucchi: regolamenti valutari rilassati, politiche monetarie aggressive, politiche finanziarie rilassate e aggressiva politica di finanziamento del capitale.
Soluzioni poco efficaci
Ma ora voglio porvi una domanda. Tutti voi che ascoltate siete alunni della scuola economica della Renmin e capaci di pensare in modo indipendente, per cui vi do da pensare: Saranno efficaci queste politiche? Potranno risolvere i problemi fondamentali della Cina? Il problema non è che la regolazione della nostra moneta non fosse abbastanza rilassata quest’anno – abbiamo rilasciato 400 miliardi di yuan in liquidità, 2300 miliardi di yuan in servizi di copertura o finanziamenti a medio termine. Per 2300 miliardi di volte, il moltiplicatore di denaro è circa una dozzina di migliaia di miliardi.
Sono state lanciate tre “frecce” di politica monetaria, conosciute anche come “le tre frecce di Yi, il capo della Banca”. La prima è i prestiti, la seconda è l’emissione di debiti, la terza è risolvere il problema degli impegni di equità. Ancora più impressionante è stato lo “obbiettivo 125” [Guo Shuqing (郭树清), segretario del Comitato del Partito comunista della Banca popolare di Cina e presidente della Commissione regolatrice su banche e assicurazioni, ha detto in novembre che i prestiti delle banche alle compagnie private devono raggiungere lo “obbiettivo 125”, che significa:
nei nuovi prestiti alle imprese, le grandi banche dovrebbero emettere non meno di un terzo dei prestiti alle imprese private; le banche medie e piccole dovrebbero emettere non meno di due terzi dei prestiti alle imprese private; e in tre anni l'obiettivo è che le banche offrano non meno del 50% dei loro prestiti a imprese private, fra tutti i loro prestiti alle nuove società].
Di recente siamo stati nel delta del Fiume delle Perle, e in alcune altre regioni per una ricerca sul campo, e alcuni del luogo ci hanno detto che membri del governo locale hanno invitato i capi delle banche a un incontro e chiesto loro a quale banca andare per avere dei prestiti. Cos’è questa astrusità?
Abbiamo bisogno di riflettere sui nostri problemi correnti: queste politiche possono risolvere i problemi più profondi?
Sulla questione dello swap debito-per-equità, il mercato ha espresso molte politiche ma io non ne vedo nemmeno una che sia utile. Dal 19 ottobre sono passati altri due mesi, vi è stato qualcosa di efficace? E così dobbiamo domandarci: cosa è davvero andato storto con la nostra economia?
La mia riflessione è giunta a una conclusione: Il problema dell’economia cinese non è più la velocità o la quantità, ma la qualità.
Il rapporto ufficiale del 19mo Congresso del Partito è eccezionale. Come pure il rapporto del Terzo Plenum del 18mo Congresso del Partito. Tutte queste grandi decisioni erano ben scritte coi punti giusti. Ma tristemente, non sono state seguite [da azioni]. I problemi strutturali che affrontiamo come nazione, i “Sei squilibri” non sono affrontati a sufficienza. Pensate, studenti della scuola di economia della Renmin qui presenti: può una qualunque radicale politica di credito o una monetary easing risolvere questi problemi?
Oltretutto, questi crediti e politiche monetarie possono solo produrre aggiustamenti a breve termine, che sono incapaci di risolvere al fondo gli “squilibri” che ho citato prima. Siamo ancora intrappolati nella scatola della vecchia politica e del vecchio modo di pensare. La chiave per conoscere se la trasformazione avrà successo è la vitalità delle imprese private – e cioè, se la politica può stimolare l’innovazione delle imprese.
Per così tanti anni abbiamo giocato col credito e gli strumenti monetari. Non è questa la ragione della tristezza di oggi per così tanti guai? La speculazione ha portato i prezzi delle case alle stelle.
I problemi che le aziende private devono affrontare non sono difficoltà nella finanza. Quali sono allora? Essi sono timorosi di una politica instabile e di un governo che non mantiene la sua parola.
In un incontro del Comitato permanente del Consiglio di Stato, il leader ha detto: in Cina il governo è quello di cui ci si può fidare di meno. Perciò, per risolvere il problema del debito, per prima cosa, il governo deve ripagare i debiti che esso deve alle aziende; le imprese statali devono ripagare i debiti che essi devono alle imprese private; e le grandi imprese private devono ripagare i debiti che esse devono alle imprese più piccole.  I tre costi continuano a salire [costi di produzione, transnazionali e sistematici], e per questo l’appello primario è per tagli alle tasse e una riduzione dei balzelli.
Il mio giudizio di base sul tema globale è che questi schemi di credito monetario a breve termine sono totalmente incapaci a risolvere il problema. Se l’economia cinese vuole continuare a crescere in una maniera vera e stabile e districarsi dal suo pantano attuale, deve attuare queste tre riforme essenziali: il sistema delle tasse, la riforma della struttura politica, la riforma del governo dello Stato.
Come ridurre tasse e balzelli? La struttura del governo deve essere snellita tagliando un grande numero di impiegati. Bisogna allontanare il personale e le spese devono essere ridotte, che significa riforme strutturali che devono essere compiute.
Il prof. Zhou Qiren (周其仁), dell’università di Pechino è una persona che io rispetto e ammiro profondamente. In tutti questi anni egli ha continuato a dire: Qual è il problema più grosso della Cina? I costi dell’amministrazione sociale, che sono troppo alti.
Poi ci sono le questioni riguardo alla riforma del governo e le riforme sulla struttura del governo dello Stato. E poi, naturalmente, vi è la riforma degli studi accademici e della ricerca.
Ho sentito che fra due giorni vi sarà una grande conferenza per ricordare i 40 anni della “riforma e apertura”. Sinceramente, spero che in quella conferenza sentiremo qualcosa su come approfondire le riforme. Aspettiamo e vediamo se vi sarà un progresso reale su queste riforme.
Se ciò non accade, permettetemi di concludere con queste parole: l’economia cinese rischia di rimanere in tempi difficili per un lungo periodo.

Fonte: qui

Cina, tasso di crescita medio annuo più basso dal 1990


Nell'ultimo trimestre del 2018 il pil ha registrato una crescita del 6,4% su base annua dal 6,5% del trimestre precedente, la performance peggiore dallo scoppio della crisi finanziaria globale


L'economia cinese ha rallentato nel quarto trimestre, sotto la pressione di una domanda domestica traballante e dei dazi imposti dagli Stati Uniti, portando la crescita nell'intero 2018 al minimo in circa tre decenni e aumentando la pressione su Pechino affinché metta in campo ulteriori misure di stimolo per evitare un rallentamento più marcato.
Secondo i numeri dell'istituto nazionale di Statistica, nell'ultimo trimestre del 2018 il pil ha registrato una crescita del 6,4% su base annua dal 6,5% del trimestre precedente, la performance peggiore dallo scoppio della crisi finanziaria globale. Il rallentamento ha portato la crescita dell'intero anno a 6,6% da 6,8% segnato nel 2017. Si tratta del tasso di crescita medio annuo più basso dal 1990.

Fonte: M.F.

CINA: un paese vittima della sua crescita esponenziale

Debito aggregato (totale) indifendibile. Ma i dati a riguardo son contrastanti, ma la realtà è difficile da poter nascondere.

La Cina ha le spalle larghe. Molto larghe. Il suo PIL ormai ha assunto dimensioni impressionanti ed ha un peso specifico sulla crescita globale veramente importante. Una crescita, quella cinese, che continua ad aggirarsi su percentuali notevoli. Siamo sul 6,5% annuo, numeri elevati che però sono necessari per la sostenibilità del modello economico del paese. Un paese che infatti, ha avuto uno sviluppo non così sano, basato soprattutto sul debito.
Queste cose ve lo ho già descritte e spiegate fino alla noia e allora perdonatemi se sarò molto sintetico.
Parlando di debito, avete una minima percezione di quanto ammonti il debito aggregato, quindi totale, cinese? I numeri sono i seguenti. Letti in chiave percentuale rendono molto meglio l’idea e, permettetemi, la drammaticità del fenomeno.

CINA: total debt (debito aggregato)

Debito delle banche? Sostenibile. Debito pubblico? Sostenibile. Debito delle famiglie? Ancora sostenibile (e comunque nella normalità). Ma il debito corporate, signori, è una bomba innescata. 34.000.000.000.000 $, 34 trillioni di USD(click here) Una cifra assurda che, per essere sostenibile dal mondo corporate cinese, deve essere accompagnata da un PIL fortissimo. Ecco perché la Cina è arrivata a dei compromessi con gli USA, negli ultimi giorni. Non possono permettersi un PIL in forte decrescita perché, altrimenti, il modello economico cinese salta come un tappo di champagne. Ma in questo caso, ci sarebbe nulla da festeggiare perché gli effetti negativi sarebbero percepiti in ogni dove.
Funzionari del ministero delle Finanze cinese hanno detto che Pechino quest’anno potenzierà il proprio stimolo fiscale per sostenere l’economia, concentrandosi su ulteriori tagli alle tasse per le piccole imprese. Secondo gli economisti, il governo potrebbe rendere noti i dettagli di uno stimolo fiscale più consistente nel corso del meeting parlamentare annuale di marzo, che preveda maggiori tagli alle tasse e più spesa su progetti per infrastrutture. (Reuters)
Nel solo 2017, il debito è salito del 17% del PIL. Assurdo. Ed ha raggiunto la fantomatica percentuale del 266%. E il debito corporate ha ormai raggiunto il 170% del PIL.
A questo punto la provocazione è d’obbligo: il debito non è un problema se è gestibile. Vero, il Giappone insegna. Peccato che ci sono delle variabili che possono renderlo sempre più complicato, generando quindi insolvenze a catena. E qui si apre la voragine.
La Cina è un paese che, come trasparenza, non ha mai brillato e quindi diventa difficile poter conoscere con esattezza tutte le dinamiche. Ma parlando di sofferenze bancarie o di NPL, il mistero si infittisce. Essendo così elevato il debito corporate, capite benissimo che il problema non è di poco conto. Se il tasso di NPL è troppo elevato, si genera un problema per il settore bancario non di poco conto. Ma il tasso di NPL è teoricamente sotto controllo. Il sito CEIC ci riporta un tasso NPL difficilmente difendibile. Pensate un po’, 1,8%.

CEIC: China NPL

Ovviamente non ci credo nemmeno se lo vedo, e quindi andiamo oltre. PWC in questo report, ha già una visione ben diversa e a giugno vedeva NPL per la cifra di 1.395 miliardi di USD. Rapportato alla totalità del debito significa un 4%. Se prendiamo solo il mondo corporate, andiamo ad un 6-7%.

CHINA toxic debt

Ma attenzione. Questi sono dati semi ufficiali, è un po’ quello che è uscito al di là della muraglia cinese, ma non rappresenta le provata verità.
Reuters ha provato a fare delle stime più realistiche ed il risultato che ne deriva è altrettanto indifendibile a livello numerico, proprio come il dato iniziale pari a 1,75%. L’analisi Reuters porta ad un ipotetico tasso di NPL pari a 28,1%.

CHINA: NPL stime più o meno ufficiali vs stime decisamente NON ufficiali

Ipotizziamo anche un tasso di NPL inferiore, ma vi rendete conto cosa potrebbe significare sul tessuto bancario ed economico del paese? OK, la Cina ha le spalle larghe, larghissime, ma è più che evidente che Pechino ha fatto il passo più lungo della gamba, che adesso si trova in una situazione di grosso pericolo e di forte disequilibrio (essendo schiava della propria crescita) e rappresenta l’ennesima bomba innescata.

Dite che sono troppo pessimista, vero? Avete ragione. E allora vi dico che fintanto che il giocattolino continua a funzionare, tutto andrà avanti. Successivamente qualche problemino in più non si può escludere.

Fonte: qui

Il rischio per l’economia globale è la Cina, non l’Italia

L’economista italiano Giulio Sapelli sostiene che il vero pericolo per la crescita globale è dovuto al rallentamento della Cina e non al nostro Paese, dove non arrivano investimenti

Il rischio per l'economia globale è la Cina, non l'Italia
Ieri al World Economic Forum a Davos, Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale ha annunciato il taglio delle stime sul Pil dell’Italia allo 0,6%, il più basso a livello mondiale, definendo il nostro Paese come un “rischio per l’economia globale”.
Secondo l’economista Giulio Sapelli però, il principale pericolo per la crescita mondiale arriva dalla Cina. Il rallentamento della superpotenza asiatica porterebbe infatti ad una forte diminuzione delle importazioni cinesi.
“L’allarme arriva non tanto dall’Italia ma dal fatto che la deflazione europea continua”, sostiene Sapelli. Per l’esperto, un altro problema deriva dalla mancanza di investimenti nel Belpaese e, più in generale, in Europa.
Una soluzione potrebbe essere trovata grazie ad una collaborazione tra il Fmi e la Banca europea per gli investimenti, in modo da costruire un “grande piano di investimenti europei che è l’unico modo per evitare lo tsunami della Cina”.
Fonte: qui
un paese vittima della sua crescita esponenziale

giovedì 10 agosto 2017

China's Minsky Moment Is Imminent

Crescat Capital's Q2 letter to investors shouold be retitled "everything you wanted to know about the looming bursting of the world's biggest credit bubble... but were afraid to ask..." Don't say we didn't warn you...
History has proven that credit bubbles always burst. China by far is the biggest credit bubble in the world today. We layout the proof herein. There are many indicators signaling that the bursting of the China credit bubble is imminent, which we also enumerate. The bursting of the China credit bubble poses tremendous risk of global contagion because it coincides with record valuations for equities, real estate, and risky credit around the world.
The Bank for International Settlements (BIS) has identified an important warning signal to identify credit bubbles that are poised to trigger a banking crisis across different countries: Unsustainable credit growth relative to gross domestic product (GDP) in the household and (non-financial) corporate sector. Three large (G-20) countries are flashing warning signals today for impending banking crises based on such imbalances: China, Canada, and Australia.
The three credit bubbles shown in the chart above are connected. Canada and Australia export raw materials to China and have been part of China’s excessive housing and infrastructure expansion over the last two decades. In turn, these countries have been significant recipients of capital inflows from Chinese real estate speculators that have contributed to Canadian and Australian housing bubbles. In all three countries, domestic credit-to-GDP expansion financed by banks has created asset bubbles in self-reinforcing but unsustainable fashion.
Post the 2008 global financial crisis, the world’s central bankers have kept interest rates low and delivered just the right amount of quantitative easing in aggregate to levitate global debt, equity, and real estate valuations to the highest they have ever been relative to income. Across all sectors of the world economy: household, corporate, government, and financial, the world’s aggregate debt relative to its collective GDP (gross world product) is the highest it has ever been. Central banks have pumped up the valuation of equities too. The S&P 500 has a cyclically adjusted P/E of almost 30 versus a median of 16, exceeded only in 1929 and the 2000 tech bubble.
The US markets are also in a valuation bubble because US-owned financial assets have never been more richly valued relative to income as we show below. The picture is equally frothy if we include real estate, also at record valuations to income. China’s capital outflow spillover from its credit bubble has driven up real estate valuations around the world.
The unique aspect of the current global credit bubble is that China has emerged at its epicenter. Since 2008, China has created the world’s largest M2 money supply, the world’s largest and most grossly mismarked banking assets, the largest global trade with the rest of the world, the second-largest GDP, and the world’s largest credit-to-GDP imbalances.
Based on our studies of past financial crises, forecasting credit bubbles that are ready to burst with a high probability requires a combination of two key macro indicators that have been proven out across different countries and across time:
  1. A high absolute level of debt to GDP relative to history
  2. A high recent debt-to-GDP growth relative to long-term trend, what the BIS refers to as the “credit-to-GDP gap”. The credit-to-GDP gap flashes a warning signal of a potential banking crisis when credit growth rises more than 10% above its long-term trend.
The chart below shows thirteen countries with significant credit imbalances based on one or both measures. Note that at least ten of the countries have significant trade and capital flow links with China.
The first panel in the chart above shows seven countries including China that have historically high household and corporate debt compared to GDP, our first indicator.
The second panel shows the top-ten countries today with the highest credit-to-GDP gaps according the BIS, our second indicator.
Note that six of the credit-to-GDP gap countries are in Asia.
They include China and five related “Asian tiger” economies. Hong Kong has both the highest outright debt-to-GDP and the highest credit-to-GDP gap of all countries tracked by the BIS today. Hong Kong is not even technically its own country. It is part of China under a “one country, two systems” concept. One is Chile, the world’s largest copper producer and copper exporter to China. Four countries overlap on both indicators: Hong Kong, China, Canada, and Singapore.
What the chart above emphasizes is that not only is China in a credit bubble that is poised to burst, it is linked to many other countries through trade and capital flows that also have large credit imbalances making the China bubble even more significant. The nexus of China with these other credit bubbles is just one of the reasons that we believe China is ground zero for a pending financial crisis that will have global repercussions.
Using the “credit-to-GDP gap” to flag likely credit busts is based on the work of economist Hyman Minsky, an academic whose career focused on studying the causes of financial crises. Minsky’s models were posthumously credited with predicting the global financial crisis and adopted by the BIS. Minsky’s “financial-instability hypothesis” essentially postulates that long stretches of prosperity sow the seeds of the next financial crisis. A long stretch of prosperity was certainly the case with China over the last 25 years as shown in the chart below. China’s share of global GDP grew from less than 2% in the early 1990s to almost 15% today. China even accelerated its growth rate in the wake of the global financial crisis in 2008. Since then, China has been the largest GDP growth economy in the world accounting for 54% of global GDP growth.
The problem is that long stretches of prosperity tend to be delivered with increasingly speculative leverage and unproductive investment activity. The China growth story is not likely a miracle of communist government central planning; it’s a massive credit bubble, almost certainly the largest ever. China’s impressive growth has come overwhelmingly and almost exclusively from unsustainable credit expansion combined with extensive, largely unprofitable domestic infrastructure expansion. In the last two decades, China has seen the largest construction boom in any country ever. The construction boom can be seen in the chart below by looking at the portion of China’s GDP that has gone into fixed asset investment which has grown almost every year since 2000 from 23% of GDP to 87% of GDP in 2016.
We believe this has been a centrally planned misallocation of capital into white elephant, unproductive fixed-asset infrastructure projects that on balance will likely not ever generate sufficient return on investment to justify their cost. The penalty will come from China’s future economic growth.
A recent study by University of Oxford, Saïd Business School published in the Oxford Review of Economic Policy finds that China’s low-quality infrastructure investments pose significant risks to the Chinese and the global economy. The study headed by Atif Ansar analyzed 95 large Chinese road and rail transport projects in China. The evidence suggested that for over half of the infrastructure investments in China made in the last three decades, the costs were larger than the benefits they generated, which means the projects destroyed economic value.
Dr. Ansar and his colleagues concluded that investing in unproductive projects results in a boom only while construction is ongoing. The boom turns to bust when forecasted benefits fail to materialize and the projects become a drag on the economy. Because of the large build-up of debt associated with past projects, they warn that there is a strong probability that China is headed for an infrastructure-led national financial and economic crisis that will likely also be a crisis for the international economy.
A study of our own shows similar findings. In the left-hand panel of the chart below, we show the aggregate free cash flow profitability of all listed Chinese non-financial companies. It has been persistently and cumulatively negative since 2001 while aggregate debt has skyrocketed. The data clearly show that the debt and infrastructure expansion economic model for China has had more costs than benefits over the last 16 years for the whole of Chinese public non-financial companies. Look at the aggregate cumulative free cash flow of the more fundamentally sound non-financial companies of the S&P 500 over the same period in the right-hand panel. Note the stark contrast.
The Chinese local government sector has piled up a similar amount of debt compared to China’s listed corporates in supporting China’s poor returning infrastructure projects.
Michal Pettis a professor of finance at Guanghua School of Management at Peking University in Beijing explains the problem with China’s economic model:
“In a market economy, investment must create enough additional productive capacity to justify the expenditure. If it doesn't, it must be written down to its true economic value. This is why GDP is a reasonable proxy in a market economy for the value of goods and services produced. But in a command economy, investment can be driven by factors other than the need to increase productivity, such as boosting employment or local tax revenue. What's more, loss-making investments can be carried for decades before they're amortized, and insolvency can be ignored. This means that GDP growth can overstate value creation for decades.”
The insolvency problem has already been building up for decades in China. It can’t go on forever, because it has led to a massive credit bubble that is doomed to burst. When a country piles more and more credit onto a faulty underlying economic model, it becomes a Ponzi finance scheme that has no other possible outcome but to implode on itself.
According to Minsky, there are three possible credit regimes in an economy:

  1. Hedge Financing. Households and firms rely on future cash flows to repay principal and interest on their borrowings.
  2. Speculative Financing. Borrowers rely on cash flow but can afford to repay only interest.
  3. Ponzi Financing. Cash flows neither cover principal nor interest. Debt can only be serviced with the addition of new borrowing.
In a Ponzi-financed economy, lenders lend more and borrowers borrow more based on the greater fool theory, the idea that asset prices will keep rising. It all works in upward spiraling, self-reinforcing fashion until it simply cannot go on any longer and then asset prices suddenly drop, to the surprise of the vast majority, and then there is a self-reinforcing unwinding of the bubble, a financial crisis. The onset of the crisis is marked by a grab for liquidity, freezing credit markets, and a collective rush for the exits. This is what has come to be known as the “Minsky moment”. The initial asset-price downturn is usually sharp, but it can also be protracted. The downward impact to future GDP growth can be especially prolonged after a credit bust as the experience of Japan’s lost two decades shows.
In our analysis, the Chinese economy today is a classic Ponzi finance regime as described by Minsky and has been so in an egregious way since 2008. At the center of China’s credit bubble is its massive and opaque financial sector. The China Banking Regulatory Commission reports that the Chinese banking system had USD 35 trillion in on-balance-sheet banking assets through the first quarter of 2017. This is an incredible more-than-fourfold bank-credit expansion since 2008 as we show in the chart below. As a result, based on the ratio of on-balance-sheet banking assets to GDP, China’s banking bubble today is more than three times larger than the US banking bubble prior to the global financial crisis!
Just as alarming as China’s on-balance-sheet banking assets are China’s shadow banking assets. The British newspaper, The Daily Telegraph, recently broke a story based on an apparent leak of the People’s Bank of China’s 2017 Annual Financial Stability Report completed in June. The PBOC report allegedly showed that off-balance sheet banking assets in China have risen to somewhere between USD 30 and 40 trillion recently. These figures have yet to be confirmed or denied because the actual PBOC report has apparently been concealed by the PBOC and the IMF. Including both on-balance sheet and shadow bank assets shown below, the Telegraph story claims that “Chinese banks have built up exposure to assets equal to 650% of GDP”. The amount of shadow banking assets in China had been more widely recognized before the PBOC report to be only USD 9 trillion. If the amount that China’s off-balance sheet banking assets have risen to even half as much as the Telegraph reported – see the chart below (about USD 37 trillion is what it shows) – China would have recently had a shadow-banking gap that is even more concerning than the credit-to-GDP gap flagged by the BIS.
The reason that China’s shadow bank asset growth is a concern is that these assets have long been regarded by credible analysts, bankers, and regulators as China’s least liquid and poorest quality loans. In many cases, these are non-performing loans once held on bank balance sheets that have been rolled over, taken off balance sheet, and newly funded through wealth management products (WMPs) and other shadow banking vehicles for the banks’ off-balance-sheet activities. WMPs are such big business that the Chinese tech juggernauts have gotten in on the game including Alibaba’s subsidiary, Ant Financial, Tencent, Bidu, and JD.com. In our analysis, these companies, wittingly or not, through their “fintech” businesses, have become a central part of China’s grand Ponzi financing scheme. They have built the platforms for Chinese depositors to easily buy WMPs on their smart phones and indeed Chinese depositors are doing just that. It makes sense that shadow credit is exploding. The problem is that the idea of funding China’s rapidly growing long-term, illiquid, and heavily non-performing assets with rapidly growing short-term, liquid liabilities, all facilitated by the banks and tech companies, and all kept off balance sheet, is a formula for a systemic banking crisis.
One of the reasons shadow banking assets have been exploding in the last several years is the moral hazard associated with them. There is an implicit assumption in China, but not an explicit guarantee, that the banks and ultimately the Chinese government will make good on shadow-bank deposits in the event of a financial crisis. The problem is that such a moral hazard is what will almost certainly guarantee the crisis.
Minsky said an extraordinary acceleration in credit would be needed just to maintain a constant growth rate during the late stages of a credit bubble, just before the bust. The idea of monitoring the credit-to-GDP gap, and why the Telegraph estimates for shadow banking growth would be a strong crisis warning signal even at half the amount, is that credit growth naturally accelerates as the “Minsky moment” is arriving in a Ponzi finance-style banking system. Therefore, if China really were on the last legs of its real GDP expansion, before the bust were to kick in, it would make perfect sense that it would need rapidly accelerating credit growth to eke out any sort of positive real GDP growth at all. In a Ponzi finance-styled economy, the scheme goes on until it goes bust because that is the model they have committed to. Only the bust can force a change.
Chinese leaders have likely been implicitly sanctioning the acceleration of credit growth this year in their shadow banking markets to keep growth going at all costs even while publicly admonishing it ahead of the 19th National Party Congress (NPC) in November. Over the past several weeks, we have been hearing over and over that the Chinese leaders will not let the bubble burst before the NPC in November. Such is the conventional wisdom on Wall Street today. The takeaway for us is that Wall Street is finally acknowledging that China is indeed in a massive credit bubble. Before, during, or after the NPC, the timing of the bursting of the Chinese currency and credit bubble is imminent in our view. We believe it is prudent to be positioned ahead of the NPC and ahead of everyone else who tries to scramble for the exits after it is too late. We want to be shepherds not sheep. Like in the Big Short, sure, there can be some short-term pain in being early, but it was the early players who stuck it out and had the foresight and strength of their conviction who ultimately reaped the big rewards for their investors. We believe being early is the way to reap the big rewards on the China bust. We believe the bust is coming soon.
The China credit bubble already started to burst in late 2015 and early 2016 and Crescat capitalized extremely well during this period as we showed in our last quarterly letter while markets and most other managers were down. We believe that is a foreshadowing what is still to come on a bigger scale. The China equity bubble already peaked in 2015 as can be seen in the four Chinese stock market indices in the chart below. The chart also shows based on the aggregate revenue fundamentals of all Chinese companies, which appear to be now in the third year of revenue recession, that China’s GDP has very likely has been overstated recently and that its economy is under much more stress than most global investors realize. In other words, the huge non-performing debt and loss-making company problem has likely only been getting worse as debt has been exploding recently.
Chinese equities still have much further down to go down in our strong opinion based on still-excessive valuations as we show further below. The banking crisis has not even happened yet in terms of losses being recognized through earnings charges and book value write-downs. Bad debt has been building up behind the scenes for two decades since the last banking recapitalization. Bank earnings are vastly overstated. By rolling over non-performing loans facilitated by new short-term credit, such as WMPs, banks have continued to report strong earnings and appear cheap. This is not much different than how US banks looked in 2007 before all hell broke loose. The difference is that Chinese banks are much bigger and likely much more insolvent.
If one wants to understand how big China’s overall financial sector bubble is today, relative to the overall China equity market, just look at the financial sector weight in the major Chinese and Hong Kong Indices: 36% of the Shanghai Composite; 43% of the CSI 300; 44% of the Hang Seng Index. Financials only make up 25% of the China MSCI Index because 28% of that one is crowded out by two tech stocks, Tencent and Alibaba, each priced at a frothy 11x EV/Sales. The indices in our table below that appear cheap on P/E are heavily overweighed in the highly leveraged financial sector. The E in the P/E of Chinese banks and other financials is simply not credible. Neither is the book value. Many global investors today are being fooled by this huge value trap. China’s technology–laden indices, Shenzhen and ChiNext, are also overvalued. Our table shows them with negative median free cash flow and massive P/Es. Chinese equities are overvalued across the board and offer excellent short opportunities today.
The Chinese currency is also highly overvalued and headed for a crisis as we explain further below. By shorting overvalued Chinese equities through US ETFs and ADRs, one also gets the bonus of the yuan currency short imbedded in the trade. By shorting ultra-frothy Chinese fintech stocks, including through US ADRs, one also gets exposure to China’s coming shadow banking meltdown.
The China currency and credit bubble has only gotten bigger since early 2016. The big credit bust is still ahead of us, in our strong opinion. The bust in some form will be triggered by bank runs from the masses of Chinese depositors when they learn that they are the ones holding the bag with respect to China’s insolvent banking system. We believe this is why the Chinese currency has already been under so much pressure already from capital outflows. It is pressure from the Chinese trying to get their money out of the banking system. The capital outflows to date have likely been less from the masses and more from wealthy Chinese elites who have seen the writing on the wall for some time already. Like money that fled the Soviet Union and Russia prior to and during its two big currency crises in the 1990s, that money is probably never coming back. The masses within China are the ones buying WMPs on their smartphones.
When the outflow pressure shifts from the elites to the masses of domestic bank and shadow-bank depositors, there is high risk of bank runs and social unrest. When this threat becomes all too real and begins to transpire, in our analysis, that is when Chinese authorities will be left with no other viable option than to resort to massive quantitative easing to bail-out and recapitalize their banks and re-stimulate their economy. That is when the insolvency problem in the Chinese banking system will have to be addressed, one way or another, and if China has true ambitions to transition from an emerging market to a developed economy, it will have to come clean on its NPLs. QE is therefore the only implicit guarantee that Chinese depositors should be relying on, but QE does not prevent a crisis; it will likely only coincide with the crisis.
So how much money will China have to print to recapitalize its banking system? Let’s be conservative and say that China’s non-performing loans are only half as bad as they were when it recapitalized its banks in the early 2000s. China ultimately confessed that 40% of its banking assets were non-performing loans that had built up in the wake of the 1997 Asian Financial Crisis. Let’s say it is only 20% today. It is probably more. Let’s also assume the most conservative estimates for shadow bank assets of USD 9 trillion. Along with USD 35 trillion of on-balance sheet assets (the Telegraph article says it is now $38 million), our conservative estimate equates to USD 8.8 trillion of loans in the Chinese banking system today that will effectively never be repaid and will need to be written off. Such an amount is equal to 84% of China’s GDP, more than enough to wipe out all the equity in its Chinese banking system twice over. If the banks were to write that debt down and recapitalize the banks with money printing, it would equate to 37% of its M2 money supply, all else equal a 37% currency devaluation. This is our best-case scenario for the inevitable devaluation of the China currency. It will likely be worse.
The 1997 Asian Currency Crisis provides several mid-case scenarios for what we should expect from the coming Chinese yuan devaluation. In the second half of 1997, four Asian Tigers came off extensive credit bubbles that had been building over a prolonged period including Thailand, South Korea, Malaysia, and Indonesia. In the bust, their currencies all declined between 47% and 85% within six months. Another mid-case comparable would be post-Soviet Russia where in Russian financial crisis of August of 1998, the ruble crashed 70% in one month. For the worst case scenario, the comparable is China’s former communist neighbor, the Soviet Union. The Soviet ruble was essentially a 100% wipeout, a zero though hyperinflation after the Soviet Union breakup the early 1990s.
One key signal that the China’s credit bubble is about to burst is housing prices in China’s Tier 1 and Tier 2 cities. Home prices in Tier 1 and Tier 2 cities reflect one of the biggest asset bubbles in China to go along with its massive credit expansion. Real estate prices have been soaring for many years led by Tier 1 cities such as Beijing and Shanghai. Rent yields in Beijing recently hit a new low of about 1.25% an insanely high price-to-rent multiple of 80 times. As part of China’s massive infrastructure buildout, there is an oversupply in housing. As shown in the chart below, price appreciation in Tier 1 cities has been decelerating for over a year. Prices may have turned negative in July in Beijing and Shanghai according to local sources. If true, this is just one of many sings that we have laid out herein that China’s Minsky moment is imminent.
Another new catalyst that is heating up right now is the possibility of President Trump imposing trade sanctions on China for “unfair trade practices” to punish them for not taking a tougher stance on North Korea also perhaps to fulfill a campaign promise.
Demographic trends are another key catalyst that point to clear bursting of the China bubble soon.
The idea here as shown in the chart above is that China’s working age population will peak next year.
The idea behind Minsky’s work is that it is the unsustainability of the credit bubble itself that is the catalyst for its implosion, but there are also many specific catalysts that have identified to justify our conviction that China bubble is going to burst soon. We have discussed many of them herein particularly related to China’s “credit gap”. In our last quarterly letter, we showed why Federal Reserve tightening credit late in the business/economic cycle is a significant catalyst to accelerate the bursting of the China bubble.
Here we enumerate the catalysts for the imminent bursting of the Chinese currency and credit bubble discussed herein and in our other work:
1. Fed credit tightening puts pressure on Chinese currency

2. China and Hong Kong is now flashing a banking crisis warning signal in BIS “credit-to-GDP gap” model

3. China’s connections to other countries also flashing warning signals of credit bubbles about to burst

4. Pressure from Chinese capital outflows

5. Threat of bank runs from Chinese masses

6. Housing prices on precipice of drop in China Tier 1 and Tier 2 cities from record price-to-rent levels and supply/demand imbalance

7. Ongoing poor and deteriorating fundamentals of China’s non-financial listed companies linked to unsustainable infrastructure investment binge

8. Dwindling, encumbered, and likely overstated foreign reserves

9. Imminent threat of US trade sanctions on China

10. Looming cresting of China’s workforce population

11. China credit bust already started to unfold in 2015, an early warning signal, but just a taste of what is to come, because the credit imbalances have only become more extreme

12. Widespread Wall Street complacency ahead of China NPC political elections in November

Fonte: qui