Che i capi tribú dei pentastellati, Casaleggio l’esoterista, Sasson il marrano e Grillo il giullare, fossero cripticamente congiunti a conventicole iniziatiche parve chiaro fin da subito a molti, in parte ciò fu perfino dimostrato.
Ma che i loro sudditi, politicanti grillini di varia specie, connivessero pubblicamente con le italiche logge massoniche ci giunge nuova. Infatti, per quanto limitati e disinformati noi siamo, ci pare di poter affermare che per la prima volta il partito grillino s’é mostrato alla luce del sole al fianco dell’italica nefandissima setta del Grande Oriente d’Italia.
“Noi siamo la gente, il potere ci teme” blateravano gli adepti del Casaleggio guru-occultista, “dateci un comune e vedrete che cambiamenti” tuonavano i candidati sindaci fedeli allareligionegrillina. Ebbene i comuni li hanno avuti, la capitale dell’ebraismo massonico italico, la bella Livorno, é tra questi.
Il sindaco grillino di Livorno appunto, tal Nogarin, ingegnere aereo spaziale, tra le sicuramente innumerevoli opere meritorie da lui compiute in guisa di sindaco, ha ben pensato di inviare un suo emissario, l’assessore alla cultura Serafino Fasulo, ad un convegno del Grande Oriente d’Italia patrocinando cosí la riunione settaria.
In data 3 novembre, infatti, tal assessore grillino Fasulo siedeva, circondato da settari massoni, nella platea del convegno intitolato “La religione dei moderni, la Massoneria del 700”, relatore il dottissimo Gianmario Cazzaniga, ordinario di filosofia morale dell’Università di Pisa.
Il sito web ufficiale del Grande Oriente d’Italia ci informa che “L’iniziativa in forma non rituale era aperta, oltre ai Fratelli del Goi, anche agli aderenti della Gran Loggia d’Italia degli ALAM (Piazza del Gesù) ed alla Loggia Ipazia della Gran Loggia Femminile”. Settari e settarie insomma, con l’aggiunta del grillino assessore.
Sempre il portale virtuale dei massoni si felicita che il convegno s’e rivelato:
“Un grande successo, testimoniato dalla presenza – nel tempio della Casa massonica di Via Ricasoli – di oltre 90 partecipanti fra i quali l’Assessore alla cultura del Comune di Livorno, Dott. Serafino Fasulo, che ha così recato ufficialmente il saluto dell’Amministrazione guidata dal Sindaco Filippo Nogarin del Movimento 5 Stelle“.
Nero su bianco, certissimo, la laica benedizione ai massoni é stata supinamente impartita dalla giunta grillina.
Non é questa un’apertura sfacciata e manifesta alla giudeo-massoneria italica da parte della religione pentastellata? A noi pare di si, sicuramente si.
Visto e considerato che di cose massoniche, con la protezione di Nostro Signore Gesú Cristo, non ci facciamo mancare nulla o quasi, mettiamo in bella vista anche una fotografia che mostra l’assessore grillino seduto in prima fila al congresso massonico da lui benedetto.[Fonte: Grande Oriente d’Italia]
Il grillino Fasulo é il primo a sinistra, seduto, capelli bianchi e occhiali da vista
Arrivano i nostri! Sorpresa alla Trump Tower, dove il presidente Trump è tornato dopo il lungo fine settimana di Thanksgiving in Florida, è arrivato il mitico generale Petraeus e tutti tremano perché se tra i contendenti al posto di segretario di Stato finisce che la spunta lui, è una bella bomba per la politica estera degli Stati Uniti ed è soprattutto una grande rassicurazione sull'impegno americano nel mondo.
RUDY GIULIANI DONALD TRUMP
La diatriba probabilmente concordata sulla scelta del ministro più potente del governo americano è l'argomento del giorno assieme alla dichiarazione fatta dal presidente eletto sulla possibilità di annullare gli accordi raggiunti da Barack Obama con Cuba.
Donald Trump ha seguito il suo stile ancora una volta e non si è unito né al coro delle prefiche mondiali in lode di Fidel Castro morto né all'altro coro dei possibilisti che affidano alla storia il giudizio finale su quello che Trump ha definito invece un brutale dittatore. Il giorno dopo l'insediamento, il 21 gennaio, il nuovo presidente a dire la verità può annullare con una firma numerose decisioni prese con decreto esecutivo dall'attuale presidente, e questo agita molto le lobby intorno a Obama che pensano ai loro affari giustamente.
Barack Obama un po' fa il garante delle istituzioni svillaneggiare dal Partito Democratico in agitazione suprema da sconfitta, un po’ pensa al mestiere suo dal 21 gennaio e fa il pompiere rilasciando dichiarazioni nette e distensive sul fatto che “la elezione di Donald Trump riflette accuratamente la volontà del popolo americano”.
Ma non basta perché nel Partito Democratico la confusione allla vigilia del la resa dei conti, ma anche nello staff smisurato della Clinton la frustrazione dopo la certezza di vittoria, sono tali che la mano della piccola candidata verde Jill Stein è stata armata, il Partito Democratico ha finto di accodarsi per rispetto della legge, è in Wisconsin è stato autorizzato il riconteggio dei voti.
ROMNEY TRUMP 1
Naturalmente quando la differenza di voti è bassa, poco più di ventimila a favore di Trump, il riconteggio è legittimo ma è anche inutile perché se sono pochi quei voti di differenza sono anche troppi per essere modificati da un riconteggio, a meno di non credere alle chiacchiere surreali sugli hacker e le potenze straniere.
Donald Trump non ha taciuto neanche questa volta, anzi ha emesso tweet durissimi ventilando anche una spiegazione sua sulla differenza a favore della Clinton nel voto popolare, ovvero che in Stati come la California è stato permesso agli illegali di votare. Sarà anche accaduto, io non mi stupirei, ma significa mettere in dubbio la legalità della intera elezione, meglio non scherzare.
PETRAEUS E JILL KHAWAM KELLEY
Tuttavia c'è una precisa ragione negli strepiti del presidente eletto, ovvero Trump manda a dire ai democratici guardate che il vostro gioco è chiaro, state provando a farci arrivare al 19 dicembre, quando i grandi elettori depositano il voto ufficiale, con i conteggi aperti. Se dopo il Wisconsin anche Michigan e Pennsylvania cominciano un riconteggio autorizzato e il 19 dicembre quei voti non vengono portati come definitivi alla riunione dei grandi elettori, Trump sta a 260 voti e la sua nomina diventa opzione del Congresso.
Poiché la maggioranza è repubblicana, il Congresso lo elegge ma il progetto di delegittimazione può proseguire sui giornali nelle cancellerie internazionali e nelle piazze. I media non hanno cambiato atteggiamento, giornali come il New York Times il Washington Post e televisioni come la Cnn, scivolata al terzo posto negli ascolti, non ritengono in alcun modo scandaloso che Hillary Clinton autorizzi un riconteggio dopo aver espressamente dichiarato che la vittoria di Trump era legale, ma ritengono scandaloso che il presidente eletto risponda insinuando che dei clandestini degli illegali abbiano votato.
ALLEN E PETRAEUS
Oppure, quel che è peggio, se Donald Trump annuncia che l'accordo che ha messo fine a embargo e sanzioni con Cuba, poiché è frutto di privilegio del presidente, potrebbe saltare se da L'Avana non arrivano promesse concrete sulla libertà dei cubani e sui prigionieri politici, il titolo è “Trump minaccia Cuba”.
A tutto questo dovrebbe mettere fine l'avvio di una resa dei conti seria nel Partito Democratico che faccia fuori la vecchia guardia liberal in favore di nuovi leader più moderati. Insomma, fuori le Nancy Pelosi, dentro i Tim Ryan. Il deputato del Ohio, 43 anni, ha lanciato la sfida alla veterana capogruppo in una lettera al caucus nazionale, dichiarando che il risultato disastroso delle elezioni dimostra che il partito ha bisogno di una nuova direzione e di nuovi leader.
XXX PAULA E DAVID PETRAEUS
La Pelosi ha risposto che ha due terzi del Caucus che la sostengono senza neanche muovere un dito, Ryan le ha risposto di non esserne più così sicura e ha poi spiegato che il Partito Democratico sta perdendo la sua base, la classe lavoratrice, e che se la leadership del partito rimane intoccata non si potrà mai recuperare.
Intanto alla Trump Tower c'è l'ospite inatteso, il possibile sparigliatore della rissa tra Mitt Romney e Rudy Giuliani per il posto fondamentale il segretario di Stato. Petraeus è un generale a quattro stelle e l'eroe prima dell’Afghanistan poi dell'Iraq dove arrivo e rovescio una situazione terribile cambiando tattiche e strategie e cominciando a vincere. E’ stato direttore della CIA con Obama, costretto alle dimissioni perché aveva una relazione con la sua biografa e le aveva passato alcuni documenti classified, riservati.
MICHELLE E RAUL CASTRO
Anche in campagna elettorale Donald Trump ne ha difeso la reputazione, peraltro intatta tra gli americani, spiegando che la colpa di Petraeus era davvero veniale rispetto allo scandalo delle mail trafugate e poi fate sparire da Hillary Clinton segretario di Stato.
Certo, dopo le dimissioni Petraeus è diventato presidente di un istituto il KKR che analizza per importanti compagnie americane le tendenze globali. È stato in giro per il mondo, Asia Medio Oriente America Latina. Quando fu nominato direttore della CIA il Senato lo votò 94 a 0; ora sarebbe una nomina contrastata per alcuni versi visto lo scandalo delle dimensioni, ma sarebbe una nomina fortissima.
Petraeus ha già detto che quando il presidente chiama un soldato obbedisce, ha anche cortesemente contestato in campagna elettorale le critiche alla campagna dell'Iraq di Donald Trump, e durante una conferenza stampa a Washington il mese scorso ha parlato dell'ipotesi di una no fly zone in Siria e di maggior sostegno militare per i gruppi siriani che combattono contro Assad, ma anche contro quelli che combattono l'Isis. Insomma, non ha opinioni eguali a quella di Trump su rapporti con Mosca.
Un articolo del presidente russo Vladimir Putin. Ripropone con chiarezza all'Occidente le sue priorità politiche. Conta molto che il pezzo sia ospitato da 'La Stampa'
di Vladimir Putin.
Le contraddizioni che oggi scaturiscono dalla ridistribuzione del potere economico e dell'influenza politica non fanno che aumentare. Il fardello della reciproca sfiducia limita le nostre possibilità di trovare risposte efficaci alle sfide e alle minacce concrete che il mondo di oggi si trova ad affrontare.
Al contempo, in alcuni dei nostri partner non vediamo l'intenzione di risolvere i veri problemi internazionali. In alcune strutture, costituite durante la Guerra Fredda e chiaramente superate, come per esempio la Nato, nonostante tutte le parole spese sulla necessità di adeguarsi alla nuova realtà, non si registra nessun effettivo adattamento. Invece sono in atto continui tentativi di trasformare un meccanismo cruciale per garantire la sicurezza comune europea e transatlantica come l'Osce, in uno strumento al servizio degli interessi di politica estera di qualcuno. Il risultato è che questo importante strumento ormai gira a vuoto.
Inoltre si riproduce continuamente il cliché delle «minacce», immaginarie e fittizie, come la famigerata «minaccia militare russa». Effettivamente si tratta di un affare redditizio: si possono gonfiare gli stanziamenti per il settore bellico dei propri Paesi, piegare gli alleati agli interessi di una singola superpotenza, espandere la Nato, portare l'infrastruttura dell'alleanza, unità militari e nuovi armamenti vicino ai nostri confini. Ovviamente può essere conveniente rappresentare se stessi come difensori della civiltà contro chissà quali nuovi barbari. Ma il fatto è che la Russia non ha nessuna intenzione di attaccare chicchessia. La sola Europa ha 300 milioni di abitanti. La somma della popolazione dei Paesi membri della Nato assieme agli Usa è di 600 milioni, probabilmente. La Russia ha solo 146 milioni di abitanti. E' semplicemente ridicolo parlarne. E invece questa idea continua a essere sfruttata per fini politici particolari.
Un altro problema immaginario è quello dell'isteria - non può essere definita altrimenti - che gli Usa hanno montato sulle supposte interferenze della Russia nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti a quanto pare hanno molti problemi reali e urgenti: dall'enorme debito pubblico all'incremento di tragici casi di utilizzo delle armi da fuoco, agli interventi arbitrari commessi dalla polizia. Ma forse è più semplice, anziché ragionare sulle cause e ipotizzare soluzioni, distrarre l'attenzione della gente sui cosiddetti hacker, sulle spie, gli agenti e così via, mandati dalla Russia. Siamo onesti: davvero qualcuno pensa seriamente che la Russia possa in qualche modo influenzare le scelte del popolo americano? L'America è una grande potenza, non una specie di «repubblica delle banane».
Noi tutti vediamo cosa succede in Afghanistan, Iraq, Libia e in tanti altri Paesi. Mi domando: dove sono i risultati della lotta contro il terrorismo e l'estremismo? Nel complesso, se guardiamo all'intero mondo, a livello regionale, in singole aree si sono ottenuti alcuni risultati, ma la lotta al terrorismo non ha globalmente avuto successo e la minaccia continua a crescere. Ricordiamo tutti l'entusiasmo di qualche capitale per la cosiddetta «primavera araba». Dove sono finite quelle coraggiose manifestazioni, oggi? Gli appelli della Russia per una lotta comune al terrorismo vengono ignorati. E per di più i gruppi terroristici continuano a essere armati, riforniti, sostenuti e addestrati nella speranza di poterli utilizzare ancora una volta per finalità politiche personali. Si tratta di un gioco molto pericoloso.
Oggi le Nazioni Unite continuano a rimanere un'istituzione senza uguali per rappresentatività e universalità, una piattaforma unica nel suo genere per un dialogo paritario. Le sue regole universali sono necessarie a includere il numero maggiore possibile di Paesi nel processo di integrazione economica ed umanitaria, a garantirne la responsabilità politica e a operare per coordinare le loro azioni, nel rispetto della loro sovranità e del loro modello di sviluppo.
Non abbiamo dubbi che la sovranità sia il principio cardine dell'intero sistema di relazioni internazionali.
Il suo rispetto e il suo consolidamento sono la chiave della pace e della stabilità a livello nazionale e internazionale.
Ci sono molti Paesi che, come la Russia, possono contare su una storia millenaria e noi abbiamo imparato ad apprezzare le nostre identità, libertà e indipendenza.
Ma non aspiriamo né al dominio globale, né all'espansione, né allo scontro con nessuno.
Nella nostra visione, la vera leadership non consiste nell'inventare minacce fittizie, sfruttandole per sottomettere gli altri, ma nell'individuare i veri problemi, collaborare per unire gli sforzi degli Stati per risolverli.
Questo è esattamente il modo in cui la Russia concepisce oggi il suo ruolo nell'arena mondiale.
Intendo per individualismo la tendenza che, – considerando tutta la società e la massa degli individui come degli estranei, dei rivali, dei concorrenti come dei nemici naturali insomma, coi quali ognuno è costretto a vivere, ma che impediscono il cammino – spinge l’individuo a conquistare ed a stabilire il proprio benessere, la propria prosperità, la propria felicità malgrado tutto, a detrimento e alle spalle di tutti gli altri.
È una corsa a chi arriva prima, un si salvi chi può generale, nel quale ognuno cerca di arrivare il primo.
Guai a chi si ferma; esso viene sorpassato.
Guai a quelli che stanchi di fatica cadono lungo la strada: essi son subito schiacciati. La concorrenza non ha cuore, non sente pietà.
Guai ai vinti!
Naturalmente in questa lotta debbono commettersi infiniti delitti;senza contare che tutta questa lotta fratricida è un delitto continuo contro la solidarietà umana, che è la sola base possibile di ogni morale.
Lo Stato che si dice sia il rappresentante ed anzi il tutelatore della giustizia, non impedisce che questi delitti vengano perpetrati, ma invece li perpetua e li legalizza.
Ciò che esso rappresenta, ciò che esso difende, non è la giustizia umana, bensì la giustizia giuridica la quale altro non è che la consacrazione del trionfo dei forti sui deboli, dei ricchi sui poveri.
Lo Stato si limita a chiedere che questi delitti vengano commessi secondo la legalità.
Perchè io posso rovinarvi, opprimervi, uccidervi, purchè lo faccia legalmente. Altrimenti vengo dichiarato criminale e trattato come tale.
Ecco il significato di questo principio, di questa parola: individualismo.
Ed ora vediamo come si è manifestato questo principio nella letteratura creata dai Victor Hugo dai Dumas, dai Balzac, dai Jules Janin e da tanti altri autori di volumi e di articoli di giornali, che dopo il 1830 hanno inondato l’Europa,portando ovunque la depravazione, risvegliando l’egoismo nel cuore dei giovani dei due sessi, e purtroppo anche nel popolo.
Prendete un romanzo qualsiasi: accanto ai grandi e falsi sentimenti, accanto alle belle parole cosa trovate?
Sempre la stessa cosa.
Un giovane è povero, oscuro, sconosciuto; ha però ogni sorta di ambizioni e di desiderii.
Egli vorrebbe vivere in un palazzo, mangiare tartufi, bere schampagne, scorazzare e dormire con una bella marchesa.
E dopo un seguito di eroici tentativi e di avventure straordinarie vi riesce mentre tutti gli altri periscono.
Eccolo l’eroe: è l’individualismo puro.
Passiamo alla politica.
Come vi si manifesta questo principio?
Si dice che le masse hanno bisogno di essere condotte per mano, governate; che esse sono incapaci di fare senza un governo, che esse non sono capaci di governarsi da sole.
Chi le governerà?
Non vi debbono più essere privilegi di classe.
Tutti hanno il diritto di giungere alle più alte cariche sociali.
Solo per arrivarvi, occorre essere intelligenti ed abili; bisogna essere forti e fortunati; infine bisogna sapere e poter riuscire a dispetto di tutti i rivali.
Ecco un’altra gara di corse: saranno gli individui abili e forti che governeranno le masse.
Ed ora consideriamo lo stesso principio nella questione economica,che è infine quella che maggiormente importa.
Ci dicono gli economisti borghesi che essi sono partigiani di una libertà senza limiti per gli individui, e che la concorrenza è la condizione necessaria di questa libertà. Vediamo come è questa libertà.
E innanzi tutto una prima domanda: È il lavoro separato, isolato, quello che ha prodotto e che continua a produrre tutte le meravigliose ricchezze delle quali si gloria il secolo nostro?
Noi sappiamo che non è così.
Il lavoro isolato degli individui sarebbe a malapena sufficiente a nutrire e vestire un piccolo numero di selvaggi;ma una grande nazione non diventa ricca e non può vivere, che col lavoro collettivo solidamente organizzato.
E poichè il lavoro che produce ricchezza è un lavoro collettivo, sembrerebbe logico, – non è vero? – che anche il godimento di queste ricchezze fosse tale.
Ed è proprio ciò che non vuole e respinge con odio l’economia borghese.
Essa vuole che gli individui ne fruiscano isolatamente.
Ma quali individui? Forse tutti?
Oh, no!
Essa vuole che ne godano i forti, intelligenti, gli scaltri ed i fortunati.
Ah sì! sopra tutto i fortunati.
Perchè nella sua organizzazione sociale, ein conformità della legge di ereditarietà che ne è la base principale, nasce una minoranza di individui più o meno ricchi e fortunati, e nascono dei milioni di esseri umani diseredati e infelici.
La società borghese dice allora a tutti questi individui: Lottate, disputatevi il premio, il benessere, la ricchezza, il potere politico. I vincitori saranno felici.
Ma almeno in questa lotta vi è eguaglianza? Niente affatto.
Gli uni, il numero più piccolo, sono armati di tutto punto, forti dell’istruzione e della ricchezza ereditate, mentrei milioni di uomini del popolo si presentano sull’arena quasi nudi, con l’ignoranza e la miseria che hanno ereditato.
Quale può essere il risultato di questa concorrenza che essi dicono libera!
Il popolo soccombe, e la borghesia trionfa ed il proletariato è costretto a lavorare come un galeotto per il suo eterno vincitore, il borghese.
Il borghese ha un’arma contro la quale il proletariato non avrà mai la possibilità di difendersi fino a che questa arma, il capitale – che oggi in tutti i paesi civili è diventato il principale impulso per la produzione industriale – sarà rivolta contro di lui.
Dalla presa del potere insieme al Che alla deriva autoritaria
FIDEL CASTRO è morto a Cuba: aveva 90 anni. La notizia della scomparsa del leader cubano arriva dalla Tv nazionale dell'isola dal fratello, Raul Castro. Aveva lasciato il potere nel 2006 a causa di una malattia, i cui dettagli non sono mai stati rivelati. È morto alle 22.29 ora cubana (le 4.29 italiane) e sarà cremato nelle prossime ore.
Raul Castro ha concluso il suo commosso annuncio con lo slogan tanto caro al fratello maggiore che gli aveva trasferito tutti i poteri nel 2008: "Hasta la victoria, siempre".
Il governo dell'Avana ha deciso di tributare al 'líder maximo' nove giorni di lutto nazionale, i funerali si svolgeranno il 4 dicembre.
La sua storia. L'uomo che entra trionfalmente all'Avana l'8 gennaio del 1959 in piedi su una jeep è un giovanotto di 32 anni, alto 1.90, molto miope, con una lunga barba e una divisa militare verde oliva. Nato sotto il segno del Leone il 13 agosto del 1926, è laureato in legge. Si è già sposato e ha divorziato. Ha tre figli: Fidelito, nato dal matrimonio con Mirta Diaz Balart; Jorge Angel e Alina, frutto di due relazioni extraconiugali.
È già stato in carcere per aver guidato, sei anni prima, un disastroso assalto di ribelli al cuartel Moncada, una caserma dell'esercito vicino a Santiago, la seconda città dell'isola. Arrestato e condannato a 15 anni, ne sconterà poco più di uno. È stato in esilio diciotto mesi, fra Messico e Stati Uniti. E il 2 dicembre del '56, è tornato clandestinamente con un piccolo yacht, il "Granma", e 88 compagni. La maggior parte moriranno subito dopo lo sbarco ma, insieme a lui, una quindicina - dodici come gli apostoli secondo la leggenda - riusciranno a raggiungere le montagne, la Sierra Maestra, per dare inizio alla guerriglia vittoriosa.
Quell'8 gennaio Fidel Castro è già il capo indiscusso di una rivoluzione che allora nessuno sa dove andrà ma che ha appena liberato Cuba, l'isola più grande dei Caraibi, da un dittatore, Fulgencio Batista, legato alla Mafia italo-americana e a Lucky Luciano, che nella notte di Capodanno del '59 è volato via con 100 milioni di dollari e pochi fedelissimi per rifugiarsi nella Repubblica Dominicana.
L'impatto mondiale del trionfo dei "barbudos", non più di 800 guerriglieri in tutto, è immenso. Uno squarcio nello scacchiere della Guerra Fredda. Il primo viaggio all'estero di Fidel Castro è negli Stati Uniti, nell'aprile del '59, su invito della Società degli editori di giornali. Nei suoi discorsi americani Castro sosterrà che la sua rivoluzione è "umanista", prometterà di convocare libere elezioni e di difendere la proprietà privata. Alla Casa Bianca lo riceve Nixon, allora vicepresidente, mentre Eisenhower gioca a golf. "E' un tipo naif, ma non necessariamente un comunista", riferirà Nixon al presidente.
Ma le relazioni tra i due paesi, separati appena da 90 miglia d'acqua, peggioreranno in fretta. All'Avana sono mesi caotici con i processi sommari e centinaia di condanne a morte per chi, militari e civili, aveva collaborato con il regime di Batista e era accusato di crimini di guerra. Per tutto il 1959 all'interno del gruppo dirigente dei barbudos si sviluppa lo scontro, sempre più aspro, sul futuro della rivoluzione. Raùl e Che Guevara premono per la via socialista; Camilo Cienfuegos, Sori Marin e Huber Matos per il ritorno alla Costituzione del 1940, libere elezioni e democrazia. Camilo Cienfuegos morirà in un incidente aereo il 28 ottobre del 1959. Huber Matos, l'altro comandante che si ribella alla deriva socialista della rivoluzione, sarà processato e condannnato a vent'anni di carcere.
A febbraio del '60, la svolta. Il primo ministro sovietico, Anastas Mikojan, arriva all'Avana e firma l'accordo commerciale che provocherà la rottura delle relazioni con Washington, il via libera alle operazioni della Cia e ai numerosi tentativi americani di assassinare Fidel Castro.
Il 17 aprile 1961 un piccolo esercito d'invasione composto da 1500 esuli cubani, addestrati e finanziati dalla Cia, proverà a sbarcare sull'isola per rovesciare i barbudos. È la Baia dei Porci che finirà tragicamente per gli assalitori soprattutto perché John Kennedy, succeduto a Nixon e a Eisenhower, si rifiuterà di timbrare come sua un'operazione decisa da altri e impedirà ai caccia dell'aviazione Usa di appoggiare lo sbarco.
Un anno e mezzo dopo, nell'ottobre del '62 la crisi dei missili: quando gli americani scopriranno l'installazione di rampe di lancio sovietiche per testate nucleari, il mondo bipolare dell'epoca sarà, per 13 giorni, sull'orlo della guerra atomica. Finché Nikita Krusciov non accetterà il compromesso secondo il quale Washington prometteva di non promuovere nuove invasioni dell'isola e Mosca di non armarla con testate nucleari. Castro, non consultato, venne colto di sorpresa dal "cedimento" di Krusciov. E da quel momento il leader sovietico diventerà a Cuba Nikita mariquita, Nikita il frocetto.
I rapporti di Fidel Castro con la famiglia non sono mai stati facili. Suo padre, don Angel, gestiva una fattoria di 10mila ettari e coltivava la canna da zucchero, a Biran nell'Oriente dell'isola. Sua madre, Lina, era la giovane colf che don Angel aveva sedotto ma che sposerà solo nel 1943, quando Fidel ha 17 anni, dopo la morte della sua prima moglie. Don Angel, che manteneva Fidel e Raul nei loro studi all'Avana, si rifiuterà di partecipare al matrimonio di suo figlio con Mirta Diaz-Balart nel 1948 perché voleva che studiasse e diventasse avvocato.
Morirà nel '56 mentre Fidel e Raul sono in esilio a Città del Messico. Ma l'episodio più tragico che dividerà per sempre la famiglia Castro è del 1964 quando Juanita, la sorella minore, lascia Cuba diretta in Messico dove rivela di aver lavorato, contro i due fratelli, come agente della Cia. Nome in codice: "Donna". A provocare il tradimento di Juanita era stata la condanna a morte di Humberto Sori Marin, comandante dell'esercito rivoluzionario sulla Sierra che dopo la vittoria si oppose alla svolta marxista-leninista organizzando una ribellione armata. Fra il 1963 e il '64 con due viaggi a Mosca Fidel Castro stringerà l'alleanza con l'Urss e il Patto di Varsavia che collocherà definitivamente Cuba nell'orbita dei paesi socialisti. Il primo effetto sarà il dissenso con Che Guevara che deluso (la sua opinione è che l'Urss sia per il Terzo mondo una potenza imperialista come gli Stati Uniti) si allontanerà progressivamente dal gruppo dirigente cubano fino alla tragica avventura in Bolivia dove verrà assassinato nell'ottobre del 1967.
L'alleanza con Mosca modifica un po' tutte le idee e progetti dei primi anni della Rivoluzione quando anche Fidel Castro puntava sull'industrializzazione di Cuba per rompere le catene della monocultura dello zucchero. Per compiacere Breznev che, nel frattempo, è subentrato a Krusciov al Cremlino, il leader cubano lancerà la famosa "zafra" (la raccolta della canna da zucchero) dei dieci milioni di tonnellate. Cifra che non si raggiungerà mai ma che mobiliterà l'isola in una battaglia nazionale di consenso popolare verso Fidel.
Negli anni successivi l'isola si riempirà di consulenti sovietici e, sotto l'impulso di Raul, che sarà sempre il più filo-Mosca tra i dirigenti cubani, attuerà i piani quinquennali, la burocrazia, e soprattutto il sistema di controllo, mutuato dal Kgb, voluti dall'Urss. Fino alla fine degli anni Ottanta, Cuba scambierà con il Patto di Varsavia zucchero con aiuti di tutti i generi: dalle lattine di fagioli per i soldati, alle auto, ad ogni altro genere di prodotto e aiuto.
L'Urss investirà miliardi per conservare l'avamposto strategico di Cuba a 90 miglia dagli Stati Uniti. E per Fidel saranno anni abbastanza dorati nel corso dei quali l'isola sarà portata ad esempio per la qualità del suo socialismo: scuole e ospedali soprattutto. Il leader cubano sarà costretto però a tenere a freno tutte le velleità rivoluzionarie nel resto del continente americano anche se continuerà a finanziare guerriglie in po' ovunque.
Per compiacere Mosca approverà l'invasione di Praga mentre all'interno dell'isola si stringeranno sempre di più i cordoni della censura, la caccia al dissidente e il conflitto con gli intellettuali. Il caso più famoso della "sovietizzazione" del socialismo caraibico sarà, nel 1970, l'arresto di Heberto Padilla, un poeta che aveva scritto versi critici e che sarà costretto ad una pubblica abiura. Il caso Padilla provocherà la rottura del regime cubano con numerosi intellettuali europei e latinoamericani. Ma Fidel resterà per molti anni ancora un "tiranno fashion", coccolato e vezzeggiato da molti, come Oliver Stone e Garcìa Màrquez.
Il momento più critico degli anni "sovietici" sarà nell'aprile dell'80 con quello che si ricorda come "l'esodo del Mariel" (per il nome del porto) quando migliaia di cubani raggiunsero gli Stati Uniti grazie ad un accordo con il presidente Carter dopo giorni di proteste nelle strade dell'Avana. Poi le cose fileranno lisce fino all'89. L'avvio della perestrojka nell'Urss avrà molti estimatori a Cuba. Primo fra tutti Raul, il fratello minore del lider maximo. Invece Fidel vedrà immediatamente nelle riforme di Gorbaciov l'inizio della fine. E si batterà contro tutti per evitare qualsiasi contagio.
Così mentre il socialismo reale implode, il tempo a Cuba verrà scandito dalla 'Causa numero 1', il processo contro alcuni uomini molto importanti della nomenclatura castrista: il generale Orlando Ochoa, eroe dell'Angola; e i due gemelli Tony e Patricio de la Guardia, cervelli di molte operazioni segrete. Una epurazione interna, Ochoa e Tony de la Guardia furono condannati a morte e giustiziati, che servì soprattutto a serrare, con il terrore, le fila intorno al comandante en jefe nella fragilissima stagione della perdita dell'Urss. Con gli anni Novanta inizia il periodo più travagliato per il regime. Mosca chiude i rubinetti dei fondi a perdere iniettati per più di un quarto di secolo nell'avamposto socialista dei Caraibi. L'economia crolla e Cuba, che importa quasi tutto quello di cui ha bisogno, entra in una drammatica carestia che Fidel battezzerà come "Periodo especial" imponendo sacrifici alla popolazione in nome di nazionalismo, indipendenza e socialismo.
Per salvarsi, dopo anni di autarchia finanziata da Mosca, Cuba spalancherà le porte al turismo e alle rimesse degli esuli. Un processo che, con la liberalizzazione dell'uso dei dollari, cambierà il volto dell'isola rovesciandone la piramide sociale. Ricchi diventano tutti quelli che hanno relazioni con il turismo del biglietto verde: impiegati d'albergo, taxisti, jineteras; poveri e poverissimi gli insegnanti, i medici, i funzionari di Stato.
L'ultimo fenomeno degli anni Novanta saranno i "balseros" in fuga verso la Florida sulle zattere. Boat people disperati spinti via dalla fame. Infine a partire dal 1998 la Cuba di Fidel riuscirà in parte a sostituire quello che fu l'ombrello sovietico con il Venezuela di Chavez. Greggio e fratellanza ideologica.
Tra il '92 e il 2006 Fidel Castro ha due gravissime crisi per la diverticolite all'intestino. Tutte e due le volte rischia la morte dopo l'intervento chirurgico. Nell'estate del 2006 cede temporaneamente il potere ad una giunta formata da fedelissimi insieme al fratello Raúl che nel 2008 gli subentra definitivamente come presidente e capo del partito (Pcc). Ora Fidel se n'è andato mentre i suoi eredi s'impegnano con cura a smontare il sistema che ha costruito per conservare il potere. Lascia, insieme alla moglie Dalia, più di dieci figli, solo sei legittimi da due matrimoni. Una scia di grandi passioni senza mediazione tra l'amore e l'odio più viscerali. E più di tre milioni di esuli dispersi tra Stati Uniti, Messico e Spagna.
L'ultima grande stagione politica di Fidel Castro fu quella che si ricorda come la Primavera Negra del 2003 e dei cosidetti "Talibani", un gruppo di giovani dirigenti a lui fedelissimi, uniti nella difesa dei principi del socialismo nell'isola. Una settantina di esponenti dell'opposizione, tra cui il poeta Raúl Rivero, che oggi vive tra Madrid e Miami, vennero incarcerati, processati e condannati a pene pesanti. Ma furono gli ultimi fuochi.
Con la malattia e l'avvento al potere di Raúl tutti le personalità più vicine a Fidel vennero allontanate dai posti di comando. Alcuni, come Carlos Lage e l'ex ministro degli esteri Felipe Perez Roque, in circostanze ancora tutte da chiarire. In poco tempo Raúl smontò gran parte del sistema costruito dal fratello, sostituendo i funzionari civili con i militari che lui aveva formato e cresciuto come Capo delle Forze armate di Cuba. E concedendo molte nuove libertà.
Come il passaporto per viaggiare all'estero, assolutamente proibito negli anni di Fidel. Una lenta apertura del regime, soprattutto in economia, con la nascita delle attività private: dal barbiere ai proprietari di stanze per i turisti. Processo portato a compimento da Raúl con la pace, nel dicembre 2014, firmata con i grandi nemici di Fidel: gli Stati Uniti d'America. Lui non lo avrebbe fatto. E quando ne ebbe la possibilità criticò la svolta del fratello minore.
Forse, essendo sopravvissuto a una infinità di presidenti americani, aveva già immaginato che dopo "l'amico" Obama nei circoli della Casa Bianca sarebbero tornati in auge i suoi acerrimi nemici della diaspora cubana, quelli che sconfisse il primo gennaio del 1959.