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venerdì 2 agosto 2019

UNA BREXIT SENZA ACCORDO SAREBBE UN CASINO ANCHE PER NOI: L’ITALIA PERDEREBBE 139.140 POSTI DI LAVORO, LA GERMANIA 291.930

I BRITANNICI CHE RIMARRANNO DISOCCUPATI INVECE SUPEREREBBERO IL MEZZO MILIONE, E IL REGNO UNITO PERDEREBBE IL 4,4% DEL SUO PIL

JOHNSON PER ORA NON SEMBRA FREGARSENE PIÙ DI TANTO: HA CHIAMATO CONTE E GLI HA CONFERMATO CHE IL SUO OBIETTIVO, DEAL O NO DEAL, È USCIRE IL 31 OTTOBRE… 

BREXIT, JOHNSON A CONTE: USCITA IL 31 OTTOBRE IN OGNI CASO
(LaPresse) - "Il Premier Johnson ha confermato il suo impegno per tutelare i diritti dei cittadini italiani che vivono nel Regno Unito e il suo obiettivo di uscire dall’UE in ogni caso il 31 ottobre 2019. La sua preferenza resta per un’uscita con accordo, che tuttavia non preveda il cd. 'backstop' sul confine irlandese.
Il Presidente Conte ha ribadito l’impegno italiano a lavorare, in maniera costruttiva, per l’obiettivo di una Brexit ordinata, che tuteli cittadini e imprese, in linea con il mandato e gli orientamenti del Consiglio europeo". E' Quanto si legge in una nota di palazzo Chigi relativa alla telefonata tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il primo ministro del Regno Unito Boris Johnson.
brexit 1BREXIT 
BREXIT: SENZA INTESA ITALIA PERDEREBBE 139MILA POSTI
In caso di una Brexit senza accordo, in termini assoluti, l'Italia perderebbe 139.140 posti di lavoro, la Germania 291.930, la Francia 141.320, la Polonia 122.950, mentre la Gran Bretagna 526.830. Emerge da uno studio condotto dalla facoltà di economia dell'università belga di Leuven. In caso di un'uscita consensuale invece, i posti di lavoro che andrebbero persi in Italia sarebbero 31.230; 69.060 in Germania; 34.500 in Francia; e 28.420 in Polonia.

BORIS JOHNSON
Nel caso di una 'hard Brexit', un'uscita del Regno Unito dall'Ue senza accordo, le conseguenze economiche sarebbero significativamente superiori rispetto a quelle di un divorzio consensuale. Il Regno Unito perderebbe il 4,4% del suo Pil e 525mila posti di lavoro, mentre l'Ue a 27 l'1,54% del Pil e 1.200.000 posti. Emerge da uno studio condotto dalla facoltà di economia dell'università belga di Leuven.
"Una Brexit consensuale, una cosiddetta 'soft Brexit' implicherebbe invece una perdita dello 0,38% del Pil e 280mila posti di lavoro" per i 27 Stati dell'Ue, mentre per "il Regno Unito andrebbero in fumo l'1,2% del Pil e 140mila posti di lavoro".
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La Bank of England (BoE) prevede contraccolpi sul Pil britannico e sulla sterlina in caso di no deal e taglia intanto le previsioni di crescita per il 2019 dall'1,5 all'1,3% sullo sfondo dei timori di un divorzio senz'accordo dall'Ue resi più concreti dal nuovo governo Tory di Boris Johnson. Riviste al ribasso dall'1,6 all'1,3 anche le stime di crescita per il 2020.
E' quanto emerge da una riunione periodica del Monetary Policy Committee che lascia invece invariati i tassi allo 0,75%. La Bank of England segnala fra i motivi del possibile rallentamento anche la situazione internazionale segnata dallo scontro commerciale fra Usa e Cina. Quanto alla Brexit, l'istituto sottolinea come il 90% delle aziende britanniche abbiano attuato i loro piani di emergenza in vista dell'uscita dall'Ue. E che tre quarti d'esse, interpellate al riguardo, abbiano fatto sapere di essere "pronte per quanto possibile" anche allo scenario traumatico del no deal, che Johnson continua a non escludere alla scadenza del 31 ottobre.
brexit IrlandaBREXIT IRLANDA
Il governatore della Banca d'Inghilterra, Mark Carney, avverte tuttavia come restino ineliminabili, in questa eventualità, "rischi materiali di intoppi" nel mondo dell'economia. In particolare per le circa 240.000 aziende presenti sull'isola che al momento commerciano esclusivamente con il mercato dei Paesi Ue e che in caso di divorzio senz'accordo, in mancanza di una fase di transizione, si troverebbero impreparate all'improvvisa introduzione d'ispezioni doganali di confine. Mentre molte altre non disporrebbero, almeno inizialmente, della documentazione necessaria per continuare a esportare nel continente.
Fonte: qui

giovedì 2 maggio 2019

AMERICANI E GIAPPONESI SONO ALLA RICERCA DISPERATA DEL VELIVOLO MISTERIOSAMENTE PRECIPITATO IL 9 APRILE NELLE ACQUE NIPPONICHE

LA PERDITA DI ANCHE SOLTANTO UNO DI QUESTI VELIVOLI PREOCCUPA GLI ALLEATI DI WASHINGTON, ITALIA COMPRESA, INTERESSATI ALL'ACQUISTO 
IL RISCHIO È LEGATO ALL'IPOTESI DI UN RITROVAMENTO DEL RELITTO, CON FURTO DI TECNOLOGIA, DA PARTE DI RUSSIA E CINA
Francesco Sassi per https://www.ilfattoquotidiano.it

Quella in corso da circa 20 giorni, al largo delle coste giapponesi, è una delle operazioni navali congiunte più imponenti che si ricordi fra la Marina americana e la Forza di Autodifesa Marittima, ciò che in termini concreti rappresenta la marina militare di Tokyo. L’obiettivo della missione è il recupero dei resti di un F-35A, di cui si sono perse le tracce lo scorso 9 aprile. Le cause dell’incidente sono ufficialmente avvolte nel mistero.

f35 volo rovesciatoF35 VOLO ROVESCIATO
La perdita di anche soltanto uno di questi velivoli lancia un segnale molto negativo agli alleati di Washington interessati all’acquisto in massa di questo mezzo d’avanguardia, compresa l’Italia. Assai più minaccioso sarebbe invece lo scenario, poco plausibile ma pur sempre possibile, in cui lo scafo e l’equipaggiamento a bordo venissero recuperati e analizzati da altre forze militari.

L’esercitazione di una squadriglia composta da quattro F-35, decollati dalla base aerea di Misawa, nella provincia settentrionale di Aomori, ha preso una piega drammatica e inaspettata. Circa mezzora dopo il decollo degli aerei, uno dei piloti avrebbe lanciato il segnale che determina l’interruzione immediata dell’esercitazione. Dopo aver perso il controllo, per cause tuttora non chiare, l’aereo sarebbe scomparso dai radar nella serata del 9 aprile, a circa 135 chilometri di distanza dalla costa.

f35 e f16F35 E F16
Il luogo sarebbe in acque internazionali ma all’interno della zona economica esclusiva giapponese. I soccorsi avrebbero ritrovato soltanto alcune parti della coda dell’aereo, unica prova concreta resa nota al pubblico che testimonia il suo inabissamento. Il pilota, il maggiore 41enne Acinosi Hosomi, è ancora disperso.

L’F-35 è uno degli assi nella manica nella nuova strategia militare degli Stati Uniti in Asia orientale e un tassello determinante dell’apparato di difesa degli alleati nella regione, fiore all’occhiello della Lockheed Martin. Circa un anno fa, il Pentagono aveva stimato l’intero costo dello sviluppo e acquisto dell’F-35 in circa 406 miliardi di dollari, rendendolo così il programma il più costoso nella storia militare americana.

Il comandante delle forze americane nel Pacifico, il generale Charles Brown, prevede che entro il 2025 vi saranno oltre 200 F-35 a disposizione di Usa e alleati nel Pacifico, la maggior parte dislocati in Giappone, Corea del Sud e Australia. Soltanto Tokyo sta pianificando di acquistarne 147, di cui la maggior parte F-35A, lo stesso modello protagonista dell’incidente.

f 35F 35
Anche l’Italia è storicamente interessata al programma F-35 e ad oggi sono 90 gli aerei che ufficialmente dovrebbero entrare a far parte dei mezzi dell’aeronautica italiana. Il proposito è quello di avere già entro il 2023 almeno 48 nuovi caccia, 32 dei quali sarebbero proprio F-35A, il medesimo esemplare che è andato perso nel Pacifico.

Il recupero di scafo e scatola nera sono così fondamentali per determinare cosa sia avvenuto ed evitare il futuro ripetersi di simili episodi. Già nel 2018 un F-35 (modello B) si era schiantato nella Carolina del Sud, durante un addestramento. D’altronde, con un costo che si aggira attorno ai 100 milioni l’uno (il prezzo subisce variazioni anche importanti in base a modello e luogo di assemblaggio), qualsiasi problema nella fabbricazione e sicurezza del caccia stesso ridurrebbe contestualmente l’interesse dei paesi partner ad importarne un così alto numero.

Così, mentre l’intera flotta giapponese di F-35 è stata temporaneamente messa a terra, fremono invece le ricerche per mare e cielo. La forza di autodifesa giapponese e il comando americano hanno fornito alcuni fra i mezzi più avanzati a loro disposizione per questa missione. Il destroyer americano Uss Stethem, equipaggiato con il radar Aegis, lo stesso di cui Tokyo vorrebbe fornirsi per implementare la propria sicurezza minacciata dal programma balistico della Corea del Nord è stato impiegato nell’analisi dei fondali marini mentre diversi B-52, decollati dalla base americana di Guam, nell’Oceano Pacifico, avrebbero sorvolato la zona.
f 35 in voloF 35 IN VOLO

Una priorità sinora mai vista prima per il recupero di un singolo mezzo disperso. Lo scontro che uccise sei membri dell’equipaggio di un F/A-18 e un aereo da rifornimento KC-130 Hercules al largo del Giappone, nel dicembre scorso, non portò a una simile mobilitazione.

Il 23 aprile scorso la Kaimei, un vascello di proprietà del Ministero della Scienza e Tecnologia giapponese e dotato di ecoscandagli in grado di sondare gli oceani fino a 3mila metri di profondità, è stato ingaggiato per partecipare alle ricerche dell’F-35 scomparso. Il Ministro della Difesa giapponese ha ammesso che gli Stati Uniti hanno assoldato anche la Van Gogh, un’imbarcazione privata dotata di gru capaci di raggiungere i fondali marini dove si troverebbero i resti dell’aereo.

cabina di un f 35CABINA DI UN F 35
Sia il Pentagono che le autorità nipponiche escludono categoricamente che forze navali di paesi terzi si possano impossessare di ciò che rimane dell’F-35. Il timore, espresso da più parti ma escluso categoricamente attraverso le fonti ufficiali, è che Russia e Cina, che dispongono di centinaia di mezzi aerei e navali nel Pacifico settentrionale, possano adoperarsi per il recupero del relitto e mettere così le mani su quello che sarebbe un bottino enorme in termini di tecnologie belliche.

Lo schianto di un F-35 nell’Oceano Pacifico rappresenta la prima vera opportunità per gli avversari di Washington di impossessarsene materialmente. Un annuncio del ritrovamento dell’F-35 da parte delle forze americane è stato poi smentito dalle stesse nella giornata del 30 di aprile scorso, il tutto in poche ore.

Una missione di recupero sui fondali marini di tecnologia militare, organizzata da rivali, ha almeno un precedente storico, risalente alla Guerra Fredda. Dai documenti rilasciati dalla CIA, si è appreso che l’agenzia organizzò dal 1968 al 1974 una massiccia operazione al largo delle Hawaii. L’obiettivo fu il recupero di un sottomarino sovietico, affondato sul finire degli anni ’60, non lontano delle isole vulcaniche. Senza che Mosca se ne accorgesse, dopo 6 anni e centinaia di milioni di dollari spesi, Washington riuscì a recuperare alcuni manuali del sottomarino stesso e due siluri armati con testate atomiche.

Fonte: qui

domenica 7 aprile 2019

IN 10 ANNI I SALARI NETTI HANNO PERSO, IN MEDIA, 5MILA EURO

FRONTE COMUNE DI IMPRESE E SINDACATI PER CHIEDERE AL GOVERNO MISURE CHE POSSANO INCIDERE SU LAVORO E INVESTIMENTI 

IL PRESIDENTE DI ASSOLOMBARDA, CARLO BONOMI, INVOCA UNA CURA SHOCK 

LA CGIL BOCCIA FLAT TAX E REDDITO: L’IMPERATIVO È QUELLO DI RIDURRE LE TASSE SUL LAVORO…

Cristina Casadei per www.ilsole24ore.com

buste pagaBUSTE PAGA
La crescita zero ha creato il fronte comune di imprese e sindacati per chiedere al governo misure che possano incidere su lavoro e investimenti. Quindi sulla crescita. Litigare è un lusso che ci si può permettere nelle fasi espansive, ha detto nei giorni scorsi il presidente degli industriali Vincenzo Boccia. Non certo in questa, in cui semmai bisogna agire con la consapevolezza che si tratta di un periodo delicato che chiede a tutti senso di responsabilità. Se è una certa idea di società che ha fatto sedere al tavolo Confindustria e Cgil, Cisl e Uil per siglare il patto per la fabbrica, questa fase sta facendo ritrovare le parti sociali sul terreno di un confronto dove emerge con chiarezza che la questione salariale va risolta.

bocciaBOCCIA
L’Isrf della Cgil ha calcolato che nell’ultimo decennio i salari netti hanno perso, in media, 5mila euro. Un dato significativo su tutti: prendendo come riferimento un salario netto medio mensile di 1.464 euro, l’Isrf calcola che, se il peso del fisco fosse stato quello degli anni ’80, questo salario sarebbe stato 1.695 euro: dagli anni ’80 ad oggi l’aumento della pressione fiscale ha quindi alleggerito i salari di ben 231 euro.

La complessità oggi è tale che le parti sociali «non sono autosufficienti», per dirla con gli industriali, e «non si può fare da soli», spiega il segretario generale della Cisl, Annamaria Furlan. La leva fiscale per sostenere il lavoro diventa così fondamentale. In questo contesto c’è chi, come il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi, si spinge a dire che serve una cura shock. Quindi via reddito di cittadinanza, 80 euro e quota cento e di tutto ciò si restituisca una quota per contrastare la povertà, una quota per gli investimenti pubblici e una per supportare un drastico taglio del cuneo fiscale a vantaggio dei lavoratori con redditi tra 0 e 35mila euro, ossia la fascia sociale che ha sofferto di più negli ultimi anni. Una ricetta che per l’attuale governo significherebbe rinnegare tout court i temi della campagna elettorale e le misure fin qui approvate per concretizzarli.
buste pagaBUSTE PAGA

Nel nostro paese ci sono almeno due gravose questioni che aleggiano e con cui, forse prima che poi, bisognerà provare a fare i conti: la crescita che non c’è, come è stato detto ampiamente nei giorni passati, e i salari al palo. Con tutte le conseguenze che questo ha sui consumi e più in generale sull’economia. L’Isrf Lab della Cgil ha messo in fila i dati degli ultimi anni per mostrare come non c’è slancio per i salari degli italiani. Tra il 2011 e il 2018, dice Nicola Cicala, direttore dell’Istituto, «l’Ipca cresce del 9,9%, mentre i salari reali del 9,4%: questo significa che i lavoratori si ritrovano in tasca una perdita netta del 4%». Cosa sta succedendo? «I contratti nazionali di lavoro - sostiene il presidente dell’Isrf, Agostino Megale - anche nel decennio di crisi hanno assolto al loro compito, ossia tutelare i salari dall’inflazione, tant’è che se guardiamo i salari contrattuali e quelli reali vediamo che sono sostanzialmente allineati. Il problema si presenta quando andiamo a guardare la produttività. Il tasso di crescita in Italia è troppo basso: rispetto a Germania e Francia ci sono oltre 20 punti di differenza. Mentre noi cresciamo di 3 punti, la Germania è cresciuta di 27. E tutto questo è il frutto di una riduzione degli investimenti: nel nostro paese si sono ridotti sia quelli pubblici che quelli privati, mentre in Germania e Francia hanno continuato a crescere».
annamaria furlanANNAMARIA FURLAN

Sembra sempre la stessa storia del gatto che si morde la coda. La produttività è più bassa perché più bassi sono gli investimenti, la crescita si ferma e si fermano i salari. Secondo quanto ha calcolato l’Isrf i salari netti, nell’ultimo decennio, hanno perso 5mila euro. «Le retribuzioni nominali sono allineate al valore dell’inflazione - dice Cicala - ma anche quelle retribuzioni che sono nominalmente cresciute quando vanno all’impatto con le imposte fiscali crescenti cadono e quindi il valore netto che i lavoratori hanno in tasca diminuisce». Come se ne esce? Intanto prendendo la consapevolezza, a partire dai numeri, che «nel paese esiste una questione salariale che ha due diramazioni -spiega Megale -.

LANDINILANDINI
La prima è che la produttività deve crescere di più e anche i contratti nazionali devono cominciare a prevederne il recupero, redistribuendo anche una quota di produttività». La seconda, continua il sindacalista, è che «tutti gli eventuali investimenti pubblici su materie fiscali più che parlare di flat tax e reddito di cittadinanza dovrebbero avere come riferimento un imperativo che è quello di ridurre le tasse sul lavoro, sui lavoratori dipendenti e sui pensionati. Calcoliamo che servirebbe qualcosa come 100 euro al mese di tasse in meno per ridare ossigeno ai lavoratori dipendenti».

LUIGI DI MAIO MATTEO SALVINI GIUSEPPE CONTELUIGI DI MAIO MATTEO SALVINI GIUSEPPE CONTE
Sul tema della produttività vi è però stato un demando al secondo livello, soprattutto a partire dall’accordo interconfederale del ’93, che ha stabilito i due livelli di contrattazione. Anche per evitare sovrapposizioni del recupero. «Era però stato stabilito - precisa Megale - che la produttività non sarebbe stata usata solo da una parte». Sindacati e imprese si sono avvicinati sulla via che privilegia un intervento sui salari a partire dalla riduzione del cuneo fiscale perché aumentando per questa via i salari, sarebbe possibile innestare la leva keynesiana che può far ripartire i consumi e poi gli investimenti. «Non possiamo arrenderci a essere la maglia nera in Europa - dice Megale -, con la minor crescita e il concreto rischio di recessione».

Fonte: qui