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giovedì 7 novembre 2019

In che modo l'Iran ha utilizzato Google per interrompere il 5% della produzione mondiale di petrolio

I funzionari di Aramco sauditi ritengono che l'Iran abbia usato le mappe satellitari di Google Maps per attaccare con precisione le strutture petrolifere in Arabia Saudita a metà settembre, un senatore degli Stati Uniti che ha visitato il Regno dopo gli attacchi, sollevando preoccupazioni sul fatto che nessuna infrastruttura energetica sia sicura.
Joe Manchin, senatore della Virginia dell'Ovest, ha  visitato le strutture saudite di Aramco  due settimane dopo gli attacchi. Il senatore degli Stati Uniti ha parlato con i funzionari di Aramco e ha condiviso parte della sua conversazione durante il Forum sulla leadership delle infrastrutture nordamericane a Washington, condotto dal  Washington Examiner .
Il 14 settembre, l'impianto di Abqaiq e il giacimento petrolifero di Khurais in Arabia Saudita  sono stati colpiti da attacchi , che hanno comportato la sospensione temporanea di 5,7 milioni di barili al giorno di produzione di petrolio greggio dell'Arabia Saudita, ovvero circa il 5 percento della fornitura mondiale giornaliera di petrolio.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il segretario di stato Mike Pompeo e il segretario all'energia Rick Perry hanno incolpato tutti l'Iran per l'attacco. L'Arabia Saudita ha anche puntato il dito contro l'Iran.
Al senatore Manchin è stato mostrato un video degli attacchi missilistici in Arabia Saudita, ha detto al forum.
Il senatore ha chiesto a un funzionario saudita di Aramco se il colosso petrolifero fosse preoccupato per qualcuno che lavorava nella struttura per ottenere le informazioni o le coordinate di possibili scioperi per attori ostili.
"Mi ha guardato e ha detto: 'Se pensassimo che fosse un problema, lo saremmo, ma fondamentalmente è tutto Google, Google Maps". Ha detto: "È così preciso" " , ha detto il senatore, portato da Washington Examiner.
La rivelazione che immagini chiare su Google Maps possono aiutare i terroristi a prendere di mira le strutture petrolifere e di gas ha avuto il senatore Manchin preoccupato per lo stato delle infrastrutture energetiche statunitensi, in particolare i gasdotti naturali.
Un attacco a un unico gasdotto negli Stati Uniti  potrebbe portare a blackout di massa , Neil Chatterjee, presidente della Federal Energy Regulatory Commission (FERC), ha dichiarato il mese scorso, discutendo delle infrastrutture energetiche americane a seguito degli attacchi in Arabia Saudita.  
Autore di Tsvetana Paraskova via OilPrice.com

sabato 2 novembre 2019

NATO ALLA GUERRA – ATOMICA E NON SOLO.

La Lituania ha ritenuto necessario smentire, con un comunicato stampa  ufficiale, che l’indiscrezione (bollata come “fake  news”)   secondo  cui il paese baltico ha accettato di ospitare  le bombe atomiche Usa che gli americani  pensano di spostare dalla base turca di Incirlik.
La smentita di Vilnius
No, i 500 militari americani che  si sono visti installarsi in Lituania, non stanno preparando una base; no, tanto meno per  metterci le  armi nucleari. No, i 500 e i loro materiali bellici sono lì “come parte degli forzi per scoraggiare la potenziale aggressione russa”, e “torneranno a casa in primavera”,  giura Star & Stripes, il giornale delle truppe Usa. Il quale ricorda che no, semplicemente,  “nel 2017, la NATO e l’Unione Europea hanno  lanciato un centro di eccellenza “a Helsinki per aiutare gli alleati e i partner ad affrontare gli attacchi” ibridi “, che coinvolgono la guerra informatica e informatica, insieme ad azioni politiche, economiche e militari. Un centro cibernetico di eccellenza è stato istituito dalla NATO a Tallinn, in Estonia, nel 2008, un anno dopo che quel paese è stato oggetto di un esteso attacco informatico da parte dei russi”.
Quindi è colpa di Mosca che aggredisce, altrimenti “la NATO” non avrebbe bisogno di avvicinare a ridosso del confine russo la cinquantina di Bombe a gravità B61, 10 volte più  potenti di quella di Hiroshima, che tiene ad Incirlik. Ci si poteva accontentare   delle atomiche   “immagazzinate nelle basi di Kleine Brogel in Belgio, Buechel in Germania, Aviano e Ghedi-Torre in Italia, Volkel nei Paesi Bassi e Incirlik in Turchia” . Solo che ora la Turchia “sta uscendo dall’orbita occidentale”,  tutti posti un po’ lontani per un intervento fulmineo –  e poi  la base di  Incirlik è a 250 chilometri dalla frontiera della Siria   –   e  il  recente attacco alle  installazioni ARAMCO,  i droni e missili da crociera yemeniti  hanno colpito il sito a  650  chilometri all’interno del territorio saudita. Quindi ci sono motivi per riposizionare le atomiche  Usa in Europa.

L’operazione Steadfast Noon

Sicuramente è  una coincidenza, ma quando la Lituania ha smentito come ”fake” la voce che la piccola  nazione avrebbe ospitato le testate, più o meno  negli stessi giorni l’aviazione tedesca e altri (anche italiani) della NATO erano impegnati in una esercitazione chiamata Steadfast Noon, consistente, secondo il Passauer Neue Presse che ne ha dato notizia, nell’addestrare il personale a trasferire in sicurezza testate nucleari dai bunker sotterranei verso i bombardieri strategici B-52. Quelli dell’apocalisse nucleare, ma anche sui Tornado   –  quelli tedeschi erano della squadriglia tattica 33,  di stanza alla base di Buchel, dove si ritiene che siano immagazzinate le testate B61.
Dunque effettivamente l’Alleanza si prepara ad uno scenario di guerra atomica, in coerenza con il recente ripudio, da parte degli Stati Uniti,  del Trattato sulle forze nucleari intermedie (FNI), firmato d a Gorbaciov e Reagan,  che per trentadue anni ha garantito l’eliminazione, dalle due parti, dei missili con portate fra i 500 e i 5550 chilometri  –  il cui lancio non dava il tempo alla parte avversa di rispondere.  Chi avesse sferrato l’attacco nucleare per primo, con questi missili ravvicinati all’obbiettivo, avrebbe vinto il conflitto atomico, senza dover temere la “mutua distruzione  assicurata”.   Il Trattato ha contemplato per tre  decenni severi controlli ed ispezioni  reciproche; adesso  gli americani non consentono più queste ispezioni ai russi, e quindi anche i russi non consentono più i controlli agli americani. Un pericoloso angolo cieco s’è prodotto.
La comparsa dei missili supersonici, e la crescente potenza della Cina, sta inducendo a vasti ripensamenti strategici negli ambienti militari USA. Le 11 portaerei, mezzo di  proiezione di potenza oceanica quando si tratta di intimidire e mostrare i muscoli a  potenze di poco peso, diventano un bersaglio  imbarazzante in caso di guerra vera.
Costa come 2 mila missili ipersonici
Di cosa avrebbe più paura il governo cinese: di 2 mila missili supersonici di stanza nel Pacifico, o di una portaerei?  Perché il costo nei due casi è all’incirca uguale”: così Mike Griffin, il capo della ricerca  ed engineering  del Pentagono,  nella tradizionale  “Conferenza stampa della difesa”, alla quale hanno partecipato alti ufficiali militari, analisti, rappresentanti del settore e lobbisti.

Abolire le portaerei?

Non solo il costo delle portaerei è enorme  ( l’ultima , l’USS Gerald R. Ford, ha divorato $ 13 miliardi), ma i costi operativi sono immani,  se si considera la flotta d’appoggio e protezione che deve accompagnarne ciascuna,  perché non sia un bersaglio grosso e ridicolo: cinque incrociatori o cacciatorpediniere, due sottomarini da caccia e la nave cisterna da rifornimento. Si uniscano gli equipaggi da stipendiare di questa flotta, e si hanno costi operativi  così proibitivi, da consigliare di limitarne le missioni e farle riposare a lungo nei porti.
Da  cui la domanda posta da Griffin: forse è meglio rinunciare alle portaerei, e costruire più missili ipersonici.  In recenti esercitazioni NATO, si è visto che i sottomarini tedeschi a propulsione convenzionale (silenziosissimi)  riuscivano ad avvicinarsi troppo alla portaerei.  L’incredibilmente efficace attacco ai serbatoi ARAMCO in Arabia Saudita con droni e missili da crociera lenti e a bassa quota ha rappresentato l’entrata in scena di armi estremamente economiche e alla portata di piccole potenze militari, come i 18 droni “suicidi” che hanno raggiunto tutti gli obiettivi (una replica iraniana del “Rafi” israeliano), ancor meglio dei 7 missili da crociera (3 dei quali sono caduti prima) che comunque sono  macchine venute dall’Ucraina a Teheran, con motore a reazione ceco.
I droni sono sul punto di rendere obsoleto l’equivalente moderno delle armature dei cavalieri antichi: i giganteschi, costosissimi e  vulnerabilissimi gruppi di navi di scorta a una portaerei”, dice  Ugo Bardi, l’analista strategico.
Non solo:  viene messa in crisi la concezione americana di potenza bellica   –    affidare la vittoria al superiore e schiacciante volume di fuoco, alla bruta capacità  di “riportare l’Irak all’età  della pietra a suon di bombe” (come mi disse a suo tempo Edward Luttwak)   di fronte a una guerra condotta con intelligenza, sorprese  e stratagemmi:  l’attacco all’ARAMCO  ha gettato nel panico gli israeliani che non supponevano tali raffinate capacità negli iraniani, come la comparsa dell’aviazione russa a difesa di Damasco nel 2015 gettò nel panico il Pentagono, che non aveva visto arrivare gli aerei  di Mosca.
I resti di un missile iraniano.
Panico e  rabbia a cui il Deep State bellicista (che evidentemente agisce senza il controllo di Trump reagisce preparando anche la guerra atomica.  E non solo: ampliando la NATO non solo per  estensione geografica inglobando sempre nuovi stati,  e  usando  sempre più gli alleati europei per le imprese militari lontane  dalla sfera di interessi europei   (Irak, Afghanistan…)  secondo gli interessi imperiali americani;   ma   estendendo l’Alleanza militare a settori nuovi come lo spazio, il cyber-spazio,  la sicurezza energetica, la “lotta al  terrorismo” , l’espansione della democrazia, l’intervento umanitario, l’ordine sociale...
Il ministero francese della difesa ha eccepito a questo proposito “un cambiamento di natura dell’Alleanza  che, sotto l’impulso degli Stati Uniti  si trasforma in una organizzazione di sicurezza a vocazione globale, sia geograficamente che in senso funzionale”.

L’espansione della NATO al Tutto

O come ha rilevato l’analista britannico Jolyon Howorth, “da un’organizzazione  il cui scopo era di assicurare l’impegno americano alla sicurezza europea, in un’altra, il cui nuovo obiettivo è  di assicurare l’impegno europeo a servizio della strategia globale degli Stati Uniti”.
Recentemente gli americani hanno  ordinato di “integrare lo spazio alle strutture NATO di pianificazione e comando, con esercitazioni che dovranno comportare scenari di guerra spaziale che prevedano l’interdizione o la disattivazione temporanea del mezzi spaziali alleati
Madeleine Moon, Domaine spatial et défense alliée, Rapport de l’Assemblée parlementaire de l’OTAN, 162 DSCFC 17, septembre 2017.
Per la sicurezza energetica degli Alleati,  Washington ha posto come obiettivo strategico di “diversificare  gli approvvigionamento strategici onde gli alleati non siano vulnerabili alla manipolazione e alla coercizione”, quindi  ha obbligato  i baltici e polacchi a comprare il gas americano:
Forse non tutti sanno che fanno parte della NATO, per volontà americana, Giappone ed Australia. L’analista americano Stephen Walt ha scritto che  -per salvare la NATO – “gli europei devono diventare i nemici della Cina”.
Stephen M. Walt, Europe’s Future Is as China’s Enemy, Foreign Policy, 22 janvier 2019.
Stanley R. Sloan ha teorizzato  che la vocazione della NATO “Non è solo militare, ma politica ed economica, è quella di difendere i sistemi politicamente democratici ed economicamente liberisti dei suoi Stati  membri
Gli europeisti  atlantisti più fanatici  ed entusiasti  si portano molto avanti su questa strada. Jap de Hoop Scheffer, segretario generale ella NATO nel  2006, ha sancito: “Virtualmente tutti i problemi sociali possono trasformarsi un una sfida  alla sicurezza”
Discorso  di   Jaap de Hoop Scheffer, Riga, 28 novembre 2006.
Il rovesciamento di governi “sovranisti” , o non abbastanza liberisti, o magari  con un debito pubblico eccessivo che non fanno i compiti a casa e le riforme volute dalla BCE, potrebbero evocare una soluzione militare dagli Alleati?
Fonte: qui

mercoledì 4 settembre 2019

Netanyahu conferma gli attacchi israeliani in Iraq

Recenti attacchi aerei senza precedenti sull'Iraq, ritenuti ampiamente condotti da droni israeliani o jet stealth, sono stati riconosciuti dal primo ministro Benjamin Netanyahu, che venerdì ha dato tardivamente la conferma che l'esercito israeliano è stato attivo lì.  
Durante un evento live streaming di Facebook ha dichiarato ai sostenitori politici che  "Sto facendo di tutto per difendere la sicurezza della nostra nazione da tutte le direzioni: nel nord di fronte al Libano e Hezbollah, in Siria di fronte all'Iran e Hezbollah, purtroppo in Iraq e di fronte all'Iran . Siamo circondati dall'Islam radicale guidato dall'Iran ".
Fonte immagine: The Times of Israel
Nelle ultime sei settimane ci sono stati tre attacchi aerei significativi sulle basi delle forze paramilitari irachene -  almeno uno dei quali  funzionari statunitensi hanno confermato la responsabilità israelianaTutti hanno preso di mira le unità paramilitari sciite appoggiate dall'Iran. 
Gli attacchi "misteriosi", due dei quali avvenuti ad agosto e uno a luglio, hanno rinnovato le richieste del parlamento iracheno per un completo ritiro delle truppe statunitensi dal paese , in particolare data la scomparsa dello Stato islamico e ora senza giustificazione ufficiale per le forze americane essere lì. 
La tempesta politica e diplomatica risultante dagli scioperi e dalle violazioni israeliane dello spazio aereo sovrano iracheno ha portato a una dichiarazione imbarazzante del Pentagono che afferma che gli Stati Uniti non hanno avuto alcun ruolo negli attacchi; tuttavia la dichiarazione si è fermata al solo nominare Israele o ad accusare chi c'era dietro di loro. 
Immagine AP di uno dei recenti attacchi aerei su un deposito di munizioni iracheno e su una base paramilitare. 
La scorsa settimana, durante una visita di stato a Kiev, Netanyahu ha detto ai giornalisti :  "L'Iran non ha immunità, ovunque" . Stava rispondendo a una domanda specifica sugli attacchi misteriosi all'Iraq. 

"Agiremo - e attualmente stiamo agendo - contro di loro, ovunque sia necessario", ha dichiarato.
Fonte: ZeroHedge

lunedì 2 settembre 2019

Gli sciami di droni americani possono battere i sistemi antimissili russi?

Negli ultimi anni, i piccoli UAV (sia mini che micro) sono diventati uno strumento di sorveglianza popolare nel campo della difesa e della sicurezza e il progresso tecnologico in costante evoluzione fornirà probabilmente un futuro luminoso per questa tecnologia.
Particolare attenzione è rivolta all'ulteriore miglioramento di questi sistemi per le operazioni militari in condizioni urbane, in molti paesi del mondo vengono effettuati continui lavori di ricerca e sviluppo in questa direzione .
Tuttavia, nel moderno spazio operativo, queste tecnologie si stanno diffondendo anche tra i gruppi terroristici e ribelli che cercano di utilizzare gli UAV per consegnare bombe sporche , il che costringe le autorità ad aumentare la sicurezza dei propri sistemi, nonché a cambiare radicalmente le tattiche e i metodi di combattere gli UAV.
Uno dei vantaggi più importanti dell'utilizzo di mini e micro-UAV è che sono in grado di svolgere missioni di ricognizione , pur rimanendo inosservati, non possono essere rilevati da radar di difesa aerea e radar terrestri programmati per catturare veicoli aerei più grandi.
Tuttavia, dopo l'uso di UAV di piccole dimensioni da parte di combattenti di vario tipo durante operazioni militari in Israele e in Libia, le forze armate e l'industria hanno ora preso questa minaccia e hanno iniziato a sviluppare una tecnologia speciale che identificherà, seguirà e neutralizzerà i mini- e micro-UAV .
Il direttore esecutivo di Enterprise Control Systems ha osservato quanto segue: “Quasi ogni giorno si verificano incidenti UAV e rotture del perimetro di sicurezza dei droni. A sua volta, il sistema AUDS è in grado di rimuovere le crescenti paure nelle strutture militari, governative e commerciali associate ai piccoli UAV. 
Sebbene gli UAV abbiano molti usi positivi, si prevede che saranno sempre più utilizzati per scopi malvagi . Possono trasportare telecamere, armi, sostanze chimiche tossiche ed esplosivi e saranno sempre più utilizzati per il terrore, lo spionaggio e il contrabbando. "
In un sito di test in California, 103 droni Perdix rilasciati da tre super-calabroni F / A-18 hanno dimostrato un comportamento sciame complesso, incluso il processo decisionale collettivo, la formazione adattiva e il volo autorigenerante. Vedi tutto questo sulla tecnologia American Drone (MICRO-UAV DRONE) per uccidere il Prometey russo S-500 .
A prima vista, l'uso di uno sciame può bloccare completamente l'S-500 abbastanza high-tech. Gli sviluppatori in qualche modo non tengono conto della natura multilivello dei sistemi di difesa aerea russi. Fino a quando lo sciame non raggiungerà le principali forze di difesa aerea, sarà attaccato da 2 o anche 3 sistemi di difesa aerea più semplici, ma che mirano a distruggere i droni, che sono spesso abbastanza vulnerabili a vari sistemi di soppressione radio e distruzione fisica . Non parlerò di vari sistemi che usano un impulso radiomagnetico, che brucia tutto il ripieno elettronico di centinaia di velivoli contemporaneamente in uno spazio limitato. Come diciamo: " Per ogni dado difficile c'è sempre un bullone con una filettatura speciale ... "

    giovedì 29 settembre 2016

    Usa-Russia, la terza guerra mondiale si avvicina


    Com’era ovvio, sull’attacco a un convoglio Onu in Siria la macchina del fango è entrata in azione a tempo di record. In testa al plotone di chi accusa l’esercito siriano e quello russo ci sono Francia, Usa e l’inutile ormai ex numero uno dell’Onu, Ban-Ki-Moon. 
    A vario titolo hanno puntato il dito contro Damasco e Mosca, ma hanno scordato un particolare: le prove. Chi invece ha portato tracciati radar e filmati girati dai droni, chiedendo un’indagine indipendente sull’accaduto è stato il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov. 
    Risposta alla sua richiesta? Casualmente, non pervenuta.
    Primo, c’è un filmato girato da un drone nel quale si vede il convoglio Onu che viaggia scortato da quello che appare un mezzo blindato con un cannoncino montato sulla parte alta. Lo sappiamo con certezza perché i russi hanno seguito il convoglio con droni, proprio perché passava vicino a zone in mano ai terroristi, cessando la sorveglianza quando il convoglio è arrivato. Sotto accusa sono finiti i cosiddetti Elmetti Bianchi, una strana organizzazione sempre al seguito dei terroristi di Al-Nusra: è una sorta di Ong dei qaedisti, ma si fa passare per organizzazione umanitaria e i beoti occidentali, ovviamente, accreditano la tesi. Di più, i filmati russi dimostrano, con foto, che il convoglio non è stato bombardato dal cielo, bensì incendiato appena giunto a destinazione. 
    Secondo, un drone d’attacco Predator della coalizione a guida Usa si trovava in zona nel momento in cui, il 19 settembre, è stato colpito il convoglio umanitario Onu vicino ad Aleppo: lo sostiene il ministero della Difesa russo, a detta del quale il drone era decollato dalla base aerea turca di Incirlik. Stando al generale Igor Konashenkov, portavoce del ministero della Difesa di Mosca, il drone “è stato identificato” dai sistemi di rilevazione russi “come drone di tipo Predator”. L’apparecchio – sostiene Konashenkov – “è arrivato nella zona del villaggio di Uram al-Kubra, dove si trovava la colonna” di autocarri con gli aiuti umanitari, “alcuni minuti prima dell’incendio ed è andato via circa 30 minuti dopo”. Sempre stando al generale russo, il drone si trovava a un’altezza di 3.600 metri e viaggiava a una velocità di circa 200 chilometri all’ora. Smentite Usa al riguardo? Zero. 
    Terzo, il ministro degli Esteri americano, John Kerry, a seguito di quello che gli Usa hanno chiamato “un incidente”, ovvero il bombardamento di una colonna di militari siriani, ha chiesto l’imposizione di una no-fly zone, di fatto l’interdizione al volo per i caccia dell’aeronautica siriana. Stranamente, questa richiesta non solo garantirebbe un vantaggio sul campo enorme per Isis e ribelli moderati, ma è anche arrivata a stretto giro di posta dal cambio delle regole d’ingaggio posto in essere dai russi, i quali da oggi in poi colpiranno qualsiasi velivolo attacchi l’esercito siriano, siano essi americani o israeliani. 
    Quarto, pur non essendoci conferme della notizia (cosa abbastanza normale vista la delicatezza dell’accaduto), la Russia non si sarebbe limitata a portare le prove, ma avrebbe già risposto all’incidente che ha visto morire sotto il fuoco Usa una settantatina di soldati siriani. Mercoledì, infatti, le navi da guerra russe di stanza al largo della Siria avrebbero colpito e distrutto un centro di operazioni militari, uccidendo tra i venti e i trenta ufficiali dei servizi segreti israeliani e occidentali. 
    “Le navi hanno sparato 3 missili Kalibr sul centro di coordinamento operativo degli ufficiali stranieri nella regione di Dar al-Iza, a ovest di Aleppo presso il jabal Saman, eliminando 30 ufficiali israeliani e occidentali”, afferma l’agenzia Sputnik, citando fonti militari di Aleppo. Il centro operativo era situato nell’ovest della provincia di Aleppo, sul monte Saman, in vecchie cave. Diversi ufficiali di Stati Uniti, Turchia, Arabia Saudita, Qatar e Regno Unito sono stati eliminati assieme a ufficiali israeliani: questi ufficiali, eliminati nel centro operativo di Aleppo, dirigevano gli attacchi dei terroristi su Aleppo e Idlib. Se fosse confermata, la notizia avrebbe un doppio valore strategico, perché proverebbe il coinvolgimento diretto di servizi segreti occidentali e israeliani al fianco di ribelli e terroristi in Siria, ma anche la volontà della Russia di smettere con la diplomazia e rispondere colpo su colpo, anche contro forze di sicurezza occidentali.
    Quinto, sempre parlando di navi russe e sempre mercoledì, Mosca ha annunciato che la portaerei Admiral Kuznetsov, la più grande della flotta, sarà dispiegata davanti alle coste siriane, per rafforzare le capacità militari in appoggio alle truppe governative. “Al momento il dispiegamento navale russo nell’Est del Mediterraneo consiste in sei navi da guerra e tre di sostegno logistico”, ha detto il ministro della Difesa, Sergei Shoigu, e al gruppo si unirà la Kuznetsov. Il fatto che la Russia abbia appena sentito il bisogno di compiere una dimostrazione di forza navale ancora più rilevante implica che ben presto anche gli Stati Uniti risponderanno prontamente alla mossa russa. C’è da dubitare che questi sviluppi porteranno a una de-escalation delle ostilità nella regione, tanto più che quella portaerei dispone di un sistema completo di difesa che contempla che l’utilizzo di sottomarini e caccia torpedinieri. 
    Sesto, la malafede di Onu e Usa quando si parla di Siria è sostanziata anche da altro. Parlando al Palazzo di vetro nel giorno del suo addio, Ban-Ki-Moon ha detto che “nessuno ha ucciso tanti siriani come Assad”, provocando lo spellamento delle mani dei vari papaveri presenti in sala. La risposta siriana non si è fatta attendere, visto che il ministero degli Esteri ha ricordato come il Segretario generale “è stato protagonista dello scandalo di ritirare il rapporto che ha condannato l’Arabia Saudita in cambio di un pugno di dollari”. E non scordiamoci l’altro capolavoro di Ban-Ki-Moon, ottenuto con l’appoggio americano: mettere l’ambasciatore saudita all’Onu a capo del Comitato consultivo per i Diritti Umani. Tanto per restare in tema, sempre mercoledì il Senato Usa ha dato via libera alla vendita di armi all’Arabia Saudita per un controvalore di 1,5 miliardi di dollari, bocciando l’atto di veto presentato da alcuni membri del Congresso. Tutte armi che andranno ad ammazzare donne, vecchi e bambini in Yemen: ma di quelli, chissenefrega. 
    Come vedete, lo cose non stanno esattamente come vi raccontano Repubblica e Corriere o come ve le mostrano i telegiornali: da un lato, infatti, c’è chi porta le prove a discarico della propria colpevolezza, dall’altra c’è chi denuncia a vanvera, forte però dell’appoggio mediatico pressoché assoluto e di istituzioni corrotte come l’Onu. Ve lo dico sempre, ma adesso più che mai: informatevi da più fonti, cercate riscontri e prove, non accettate passivamente le versioni ufficiali. 
    E aggiungo, se permettete, anche una nota di campanilismo e pragmatismo. “L’Italia sta perdendo quote di mercato importanti nell’export verso la Russia”, questo l’avvertimento lanciato mercoledì dall’ambasciatore di Mosca, Sergey Razov, parlando a Bolzano al Seminario Italo-russo organizzato dall’Associazione Conoscere Eurasia, dal Forum Internazionale di San Pietroburgo e dalla Camera di Commercio di Bolzano. “Se fino allo scorso anno eravate saldamente il nostro quarto Paese fornitore, ora siete il quinto”. Scavalcati da chi? Dagli Usa, ovviamente, cioè da coloro che hanno imposto all’Europa di applicare il blocco commerciale alla Russia: “Questo giusto per far capire a chi giovano le sanzioni”, ha spiegato l’ambasciatore. 
    Stando a un report della Cgia di Mestre, dal 2014 (anno della loro introduzione) le sanzioni sono costate al nostro made in Italy 3,6 miliardi di euro, quasi tutti ascrivibili al comparto manifatturiero (macchinari, abbigliamento, autoveicoli, metallurgia, mobili, elettronica) e il crollo delle esportazioni ha coinvolto sopratutto le imprese della Lombardia (-1,18 miliardi), dell’Emilia Romagna (-771 milioni) e del Veneto (-688 milioni). Non solo, ma stando agli ultimi dati resi noti ieri al seminario di Bolzano, nei primi 6 mesi del 2016 gli scambi hanno registrato un’ulteriore perdita del 48,8%. Dei veri strateghi, non c’è che dire. 
    Mauro Bottarelli
    DI MAURO BOTTTARELLI