Visualizzazione post con etichetta hashish. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta hashish. Mostra tutti i post

giovedì 16 gennaio 2020

A ROMA PRESO IL RE DELLA COCA DANIELE FERRI, CON LUI IN MANETTE 16 SODALI: TRA LORO ANCHE UN POLIZIOTTO

“CHE FANNO MAGNANO SOLO LORO QUI E NON SI MAGNA PIÙ? SPARIAMOGLI E PRENDIAMO LE PIAZZE, POI CI METTIAMO TUTTI I PISCHELLI” 
QUELL’IMPIANTO DI SORVEGLIANZA CON 18 TELECAMERE PUNTATE ALL'ESTERNO 
IL PROCURATORE CAPO PRESTIPINO SULLA "MESSICANIZZAZIONE" DI ROMA: "NEGLI ULTIMI 2 ANNI ESCALATION DI VIOLENZA"...
Giuseppe Scarpa per “il Messaggero”

casa daniele ferri re della cocaCASA DANIELE FERRI RE DELLA COCA
È Daniele Ferri uno dei capi della droga a Roma. Ambizioso, spregiudicato e violento, rispecchia lo stereotipo del perfetto narcos in salsa romana. Ferri è uno dei re della coca della Capitale che ieri è stato costretto a deporre la corona. È finito in carcere (7 ai domiciliari) assieme alla sua corte. Una tribù composta da 16 persone pronte a tutto pur di espandersi e avere più soldi e potere.

Guadagni stellari «500 mila euro al mese», spiegano gli investigatori, e un diluvio di piombo (sventato) pronto ad abbattersi sui rivali che non chinavano la testa di fronte al boss e ai suoi uomini.

Se Roma precipita verso una messicanizzazione del crimine è sicuramente presto per dirlo. Di certo «il tasso di violenza negli ultimi due anni, per il controllo e la conquista delle piazze di spaccio, è aumentato». Parole pronunciate in conferenza stampa dal procuratore capo di Roma, Michele Prestipino. Magistrato che negli anni si è quasi sempre occupato di criminalità organizzata.

operazione antidroga preso daniele ferri re della cocaOPERAZIONE ANTIDROGA PRESO DANIELE FERRI RE DELLA COCA
I REATI Associazione per delinquere finalizzata al traffico ed allo spaccio di cocaina, hashish e marijuana, aggravata dall' uso di armi. Questi i reati contestati al gruppo che riforniva di droga i quartieri di Monteverde e Montespaccato e stava estendendo i suoi tentacoli verso il comune di Pomezia. Al vertice dell' organizzazione c' era appunto Daniele Ferri, 42 anni.

La sua residenza, da vero capo, era una mega villa sulla Portuense: sale arredate con sfarzo, un impianto di sorveglianza con 18 telecamere puntate all' esterno che, tuttavia, non gli sono state utili per evitare l' arresto da parte dei carabinieri di via In Selci. Così come altri accorgimenti, un poliziotto a libro paga (arrestato) e l' impiego di telefonini anti-intercettazione.

operazione antidroga preso daniele ferri re della cocaOPERAZIONE ANTIDROGA PRESO DANIELE FERRI RE DELLA COCA
La «banda del Trullo», secondo quanto accertato dagli inquirenti, aveva un giro d' affari per l' attività di narcotraffico che arrivava anche a mezzo milione di euro al mese. La base operativa era il salone di parrucchieri della madre di Ferri, in via del Monte delle Capre, al Trullo. Lì avvenivano gli incontri e si pianificavano le «attività» anche nei confronti dei gruppi criminali rivali.

Il gruppo, secondo quanto è emerso dalle indagini avviate nel 2017, aveva a disposizione un arsenale che utilizzava per minacciare i componenti delle altre organizzazioni e per impossessarsi di zone di spaccio. «Gli diamo una botta...due botte...sta andando a casa...lo lasciamo per terra». Afferma uno degli affiliati in una intercettazione citata dal gip nell' ordinanza di custodia cautelare, annunciando in questo modo la volontà di vendicarsi con una persona verso cui l' organizzazione vantava un credito di droga.

L' indagine ha confermato che i nuovi gruppi criminali attivi a Roma facciano un uso spregiudicato della violenza. Un quadro confermato da Prestipino secondo cui i segnali «sono allarmanti» nelle dinamiche utilizzate dalle bande per la riscossione dei crediti legati alla droga. «Torture, violenze feroci - ha spiegato ieri il procuratore - fino ad arrivare al sequestro di persona emergono come una costante: una ferocia sostenuta dalla disponibilità di armi di gruppi organizzati che gestiscono le piazze di spaccio, con un giro d' affari milionari e una concorrenza agguerrita».

«SPARIAMOGLI E PRENDIAMO LE PIAZZE E POI CI METTIAMO TUTTI PISCHELLI»
Giu.Sca per “il Messaggero”

Il boss Daniele Ferri ha ben chiaro i futuri scenari sulla vendita della droga a Roma. Lui vuole rompere gli equilibri in alcune zone, conquistare nuovi territori, accrescere i guadagni.

E lo vuole fare nell' unico modo che le leggi del grande crimine ammettono. Con la forza, o con i pugni di uno dei suoi picchiatori o il piombo delle pistole. Lo dice esplicitamente, lo spiega a un membro della banda in una conversazione che è stata intercettata dai carabinieri di via In Selci.

operazione antidroga preso daniele ferri re della cocaOPERAZIONE ANTIDROGA PRESO DANIELE FERRI RE DELLA COCA
«Se vuoi fare la guerra tutto a posto», sostiene Ferri spavaldo di fronte ai suoi uomini. La seconda fase, delineata dall' ambizioso narcos, prevede l' installazione perenne del suo personale sul territorio. Le vedette e i pusher per la vendita al dettaglio del prodotto, la droga: cocaina, marijuana e hashish.

Il Ferri-pensiero è racchiuso in una intercettazione degli inquirenti. Una conversazione che descrive perfettamente le mire espansionistiche che il boss stava ponderando.

LA CONVERSAZIONE «Dal contenuto di alcune particolari conversazioni tra presenti - scrive il pubblico ministero titolare dell' inchiesta, Barbara Zuin, nella richiesta d' arresto - appare chiara la ferma volontà del Ferri di estendere capillarmente la sua organizzazione mediante l' imposizione di nuovi soggetti su nuove piazze di spaccio in modo da affermare il suo predominio territoriale».

Ecco il riassunto della conversazione tenuta dal boss con i suoi uomini il nove dicembre del 2017: «Io voglio dire a Carmine (Carmine De Luca) se lui conosce persone di cominciare a mettersi a fare le piazze, che ne so dove conosciamo mettiamo persone, se hai una persona valida lui lo prendiamo gli diamo la robba (la sostanza stupefacente da spacciare) e lo mettiamo sulle piazze queste qua, questa la piazza dal ciccione, prendiamo uno valido lo mettiamo alla piazza qui al Green bar (Green bar gelateria in via del Trullo)».
cocainaCOCAINA

E poi aggiunge: «c' abbiamo un altro valido? Lo mettiamo alla piazza, facciamo tutti pischelli mettiamo tutti in piazzali mettiamo tutti a lavorare con i pezzetti». «Con conseguente aumento dei profitti», annota la procura.

IL CONFLITTO Di fatto Ferri non si accontentava, semplicemente, di essere un grande fornitore di droga. Il suo obiettivo era diventato duplice: grossista ( lo era già) e anche venditore al dettaglio. «Allora mettemose- continua Ferri nella conversazione intercettata - e che fanno magnano solo loro qui e non si magna più?». «Tale è la determinazione che - si legge nelle carte della procura - all' obiezione di Carmine De Luca dell' eventualità di dover entrare in un conflitto armato con altri concorrenti» che Ferri gli risponde in questo modo: «Se vuoi fare la guerra tutto a posto allora prima spariamogli e poi ci mettiamo i pischelli». «Il Ferri - annota il sostituto procuratore Barbara Zuin - dichiara di volersi assumere tale rischio, fare la guerra».

Fonte: qui

venerdì 29 novembre 2019

PESTAGGI E INTIMIDAZIONI: IL METODO DIABOLIK, LE INTERCETTAZIONI DEL SUO COMPLICE FABRIZIO FABIETTI E LA SQUADRA DI PICCHIATORI CON IL PUGILE E GLI ULTRA’ LAZIALI

"AHO', IL FERRAMENTA LO DOBBIAMO MASSACRARE” – 
“AL FIGLIO GLI MANDO TUTTA LA BATTERIA, TI FACCIO VEDERE COME SI CAGA SOTTO". 
E ANCORA: "MO' LO SFONDO AL PADRE, GLI FACCIO MALE. MI DÀ FASTIDIO LA MALEDUCAZIONE. GLI MANDO PLUTO, POI DA KEVIN LO FACCIO FRATTURARE PROPRIO"

fabrizio piscitelli diabolik 4FABRIZIO PISCITELLI DIABOLIK 
Dalla teoria alla pratica. Le intercettazioni ambientali in casa di Fabrizio Fabietti, via Tiburtina 739, spiegano bene come funzionava la «batteria» di picchiatori dedicata al recupero crediti. Il 19 aprile 2018 Fabietti ne parla in relazione a uno dei due episodi di pestaggio diventanti altrettanti capi di imputazione. La Procura ha chiesto il riconoscimento del metodo mafioso, aggravante che il gip ha però rigettato.

«Mo' ti faccio un esempio...mi chiami a me giusto? E mi dici che vogliamo parlare... ti dico vabbè e vengo io...

poi viene Diabolik, poi viene Pluto, poi viene Kevin... gli diciamo "Senti, ci devi dare altri soldi..." li sterminiamo tutti», spiega Fabietti a un associato.

Poi passa ai fatti e contatta Piscitelli "Diabolik": «Aho', il ferramenta lo dobbiamo massacrare...dobbiamo fare 3/4 azioni brutte...». Il riferimento è ad Agostino e Vincenzo Vallante, padre e figlio titolari di un negozio di ferramenta ma anche clienti di Fabietti, dal quale comprano all' ingrosso e vendono al dettaglio.

fabrizio piscitelli diabolik 9FABRIZIO PISCITELLI DIABOLIK 
Il debito ammonta a 90 mila euro e nonostante il ritardo nel saldo i due chiedono una dilazione. «Al figlio gli mando tutta la batteria, ti faccio vedere come si caga sotto». E ancora: «Mo' lo sfondo al padre, gli faccio male. Mi dà fastidio la maleducazione. Gli mando Pluto, poi da Kevin lo faccio fratturare proprio».

Ancora più esplicito il racconto del pestaggio di un altro debitore, il greco Anxelos Mirashi, conosciuto da Fabietti in cella e diventato suo cliente («Stava in cella con me... gli ho fatto fare il signore in galera...»). La batteria è composta da Kevin Di Napoli, pugile professionista, Andrea Ben Maatoug "Il Pischello" e i due fedelissimi di Piscitelli per la militanza negli Irriducibili della Lazio, Ettore Abramo "Pluto" (celebrato in curva Nord assieme a "Diabolik") e Aniello Marotta. Gli ultimi due sono ritenuti responsabili anche di aver dato fuoco a tre auto dei vigili urbani nella finale di Coppa Italia Lazio-Atalanta dello scorso maggio.
diabolikDIABOLIK

Come ricostruito dalle indagini, i quattro si presentano vestiti con le pettorine e i distintivi dei carabinieri e la consegna di non parlare per non farsi riconoscere: «Dobbiamo sfondarlo proprio, lo devi squarta'». «Le coltellate non gliele dò profonde, non le dò sulla femorale sennò lo ammazzo. A parte che poi zampilla...». Una volta rientrati alla base raccontano l' azione con dovizia di particolari: «Lui si muoveva, non stava fermo, non puoi capire la gente che ha fatto uscire tanto che urlava e chiedeva aiuto.
"Prendiamo la targa, chiamiamo i carabinieri", ha fatto uno. "Guarda che i carabinieri siamo noi", gli ho detto».


FABRIZIO RISCHIA CHE QUALCUNO GLI TIRI UNA SVENTAGLIATA
Giovanni Bianconi per corriere.it

diabolik muraleDIABOLIK MURALE
Il 10 agosto 2018, un anno prima di essere ucciso su una panchina del Parco degli Acquedotti, Fabrizio Piscitelli detto Diabolik stava trattando un carico da una tonnellata e mezzo di hashish, comprata a 350 euro al chilo e rivenduta a 850. «Hai capito che ti voglio dire... - spiegava al suo amico Fabrizio Fabietti -, a 850...

fabrizio fabiettiFABRIZIO FABIETTI
La porta a 3 e 50... Che ce ne frega». Un bel guadagno, anche con le «stecche» dovute ai complici, che lascia intendere il giro d' affari gestito da quello che la Procura antimafia di Roma e i detective della Guardia di finanza considerano il clan che gestiva buona parte del mercato della droga nella Capitale. Cocaina compresa.

«Bella eh...? Te l' ho detto, lo sai che è quella, che è pasta di cocaina...», diceva Fabietti a un bosniaco che appariva preoccupato per l' eccessiva purezza della sostanza stupefacente, pari al 98 per centro: «Eh, ma è troppo potente... 9 e 8 esce...». In un' altra occasione ancora Fabietti discuteva - secondo gli inquirenti - di una partita di «fumo» da 150 chili con un altro interlocutore: «Centocinquanta, quante ne vuoi?... Pigliatene di più, è buono, ce l' hai solo te... Cinque balle pigliati... La devo dare a tutta Roma».

L' operazione chiamata «Grande raccordo criminale» svela il lato oscuro del mondo di Diabolik, estremista nero e capo ultrà laziale celebrato dopo la morte non solo nella sua Curva. Ma anche, stando alle accuse, capo di un' organizzazione criminale che agiva «con le modalità del metodo mafioso». Il giudice delle indagini preliminari per ora ha negato questa aggravante, ma il procuratore aggiunto Michele Prestipino e il sostituto Nadia Plastina continuano a contestarla; anche in virtù dell' omicidio Piscitelli e altri episodi violenti che hanno coinvolto alcuni indagati.
fabrizio piscitelli diabolik 3FABRIZIO PISCITELLI DIABOLIK
L' inchiesta non ha portato agli assassini di Diabolik, ma ha scoperchiato il contesto nel quale sarebbe maturato il delitto. Confermato dai timori espressi da uno dei suoi amici e complici, che paventava vendette e reazione violente: «Non sta bene... Lui è Fabrizio Piscitelli... Pensa che comunque non ci può essere un matto che prende e gli tira una sventagliata sul portone. Non lo capisce...».

È accaduto di peggio, e secondo i pm quell' esecuzione dimostra che «Piscitelli, proprio per la crescita del suo prestigio criminale e del riconoscimento della sua leadership da parte di altri personaggi di primo piano della malavita operante a Roma, si sentiva troppo sicuro di sé ed era divenuto imprudente, destando evidentemente la preoccupazione del suo "fedelissimo", consapevole della fragilità degli equilibri in un contesto delinquenziale così affollato e competitivo».

detenuto kevinDETENUTO KEVIN
L' eliminazione di Diabolik è uno dei sintomi che quegli equilibri si sono spezzati, e i regolamenti di conti sono proseguiti anche dopo: due settimane fa un altro degli indagati arrestati ieri, il quarantenne Leandro Bennato, è stato ferito in un agguato che probabilmente, nelle intenzioni dei sicari, doveva essere mortale. L' uomo è accusato di aver partecipato (mentre era latitante per un' altra condanna) al pestaggio di un presunto debitore del clan per oltre centomila euro. Gli investigatori hanno seguito quasi in diretta l' aggressione subita dalla vittima attraverso le intercettazioni a casa di Fabietti, 42 anni, considerato il più stretto collaboratore di Piscitelli. Dirigeva i traffici dagli arresti domiciliari pensando di essere protetto da «soffiate» sulle indagini, bonifiche e precauzioni; ma restava sospettoso: «Io sono rovinato se questo ce l' avemo sotto», diceva a proposito di un telefono ritenuto sicuro, mentre le microspie della Finanza registravano le sue parole.

Il pestaggio risale all' aprile 2018, e le «cimici» hanno captato ogni dettaglio dei preparativi. Doveva essere una «punizione esemplare» perché i «buffi si pagano», ma soprattutto un' affermazione di «onore criminale» nei confronti di chi aveva sgarrato: «A me dei soldi non me ne frega un c... è la soddisfazione personale che non deve camminare più», spiegava Fabietti. Il quale dopo l' azione doveva avvertire qualcuno (nell' interpretazione degli investigatori proprio Diabolik) che tutto era andato secondo i piani.
«Massacrato... Gli posso dire?
Proprio distrutto...», chiedeva al complice appena rientrato dalla missione, che confermava: «Spappolato».

Fonte: qui